La quasi salvezza resta lì, a un passo, ma la disfatta contro i giallorossi riporta a galla tutti i limiti di una squadra fragile, svuotata e ancora lontanissima dall’essere davvero ricostruita

La sconfitta di Roma pesa più del punteggio. Perché il 4-0 dell’Olimpico non è soltanto una brutta serata, né solo una battuta d’arresto contro un’avversaria più forte e più motivata. È soprattutto la fotografia più nitida possibile della stagione della Fiorentina: fragile, incompleta, spesso svuotata mentalmente, incapace di reggere il livello quando la partita si alza davvero.

Eppure l’occasione era favorevole. La sconfitta della Cremonese contro la Lazio aveva consegnato ai viola la possibilità di chiudere virtualmente il discorso salvezza: sarebbe bastato un pareggio per avvicinare in modo decisivo la permanenza in Serie A. Sarebbe servita una prestazione ordinata, attenta, quantomeno dignitosa. Invece all’Olimpico si è vista una squadra che, dopo un avvio appena decoroso, si è spenta quasi subito, travolta da una Roma con più fame, più qualità, più intensità e soprattutto molte più ragioni per stare dentro la partita.

Il divario tecnico si è visto chiaramente, ma ancora più evidente è stato quello psicologico. La Roma giocava per inseguire la Champions, la Fiorentina è sembrata invece scendere in campo come se il suo campionato fosse già finito. Ed è questa la sensazione più grave che lascia la serata dell’Olimpico. Perché quando mancano ancora punti per l’aritmetica e tu affronti una gara con questo atteggiamento, il problema non è la singola partita: è qualcosa di molto più profondo.

Dopo i primi minuti, la gara si è trasformata in una resa. Mancini, Wesley, Hermoso: tre gol nel primo tempo, tre colpi che hanno demolito non solo il risultato ma anche l’illusione che la Fiorentina potesse almeno restare aggrappata alla partita. E in mezzo, ancora una volta, tutte le crepe già viste troppe volte in questa stagione: ritardi sulle seconde palle, marcature molli, poca protezione dell’area, squadra lunga, scarsissima personalità, intensità insufficiente.

Il dato più significativo non è forse nemmeno il 4-0 finale. È il modo in cui è maturato. La Fiorentina arrivava da sette risultati utili consecutivi e con una fase difensiva che, almeno nei numeri recenti, sembrava essersi rimessa in piedi. Aveva subito appena tre reti nelle precedenti sette partite. Ne ha incassate tre in poco più di mezz’ora. Un crollo che racconta molto bene quanto quella ritrovata compattezza fosse ancora fragile, e quanto sia bastato alzare il livello dell’avversario per far saltare tutto.

Per questo bisogna evitare di raccontarsi favole. Questa sconfitta non cancella necessariamente il lavoro fatto da Vanoli nella risalita, ma rimette sul tavolo una verità che forse nelle ultime settimane qualcuno stava accantonando troppo in fretta: questa Fiorentina resta una squadra piena di limiti, che non ha mai davvero smesso di essere vulnerabile.

La classifica, certo, continua a proteggere i viola. La Cremonese resta lontana, il Genoa al Franchi può bastare per chiudere il discorso e la retrocessione diretta somiglia ormai a uno scenario quasi irreale. Ma il punto non può essere solo questo. Perché una squadra costruita con questo monte ingaggi, con queste ambizioni iniziali e con questo organico, non può assolversi soltanto perché “manca un punto”. La quasi salvezza non può bastare a ripulire una stagione che resta deludente sotto quasi ogni aspetto.

A Roma si è vista una squadra senza centravanti veri, con Gudmundsson adattato e sempre più evanescente, con pochi riferimenti offensivi e con una povertà generale di idee che ormai non sorprende più. E quando il piano partita è saltato, la Fiorentina non ha saputo rimettere insieme nulla. Solo l’ingresso di Braschi, con il palo colpito praticamente al primo vero squillo, ha acceso per un attimo qualcosa. Un lampo, poco più. Un piccolo segnale dentro una serata nerissima.

Il resto è stato dominio giallorosso e impotenza viola. Ed è proprio questo che lascia più amarezza: non tanto il perdere contro una Roma più forte, ma il modo passivo con cui la Fiorentina ha accettato la partita. Da sparring partner, non da squadra viva. Da comparsa, non da avversaria. Ed è una differenza che, a questi livelli, pesa moltissimo.

Per questo il 4-0 dell’Olimpico va letto anche oltre i novanta minuti. Perché racconta una squadra che ha ancora enormi problemi di personalità, struttura e identità. E racconta anche che in estate non basteranno ritocchi. Servirà mettere mano in profondità all’organico, perché il materiale visto quest’anno, al netto di qualche singolo, ha dato troppe volte l’impressione di non essere all’altezza né della maglia che indossa né delle aspettative che Firenze pretende.

Poi c’è il tema dell’allenatore. In settimana Paratici e Vanoli si incontreranno per fare il punto sulla stagione e per capire come impostare il futuro. Ma è evidente che una disfatta del genere pesa. Pesa sul giudizio, pesa sulla percezione esterna, pesa sulla tenuta di una panchina che resta tutt’altro che blindata. Vanoli ha avuto meriti nel rimettere in piedi una squadra che sembrava smarrita, ma serate come questa riaprono tutto e rendono inevitabili nuove riflessioni.

Adesso resta il Genoa, resta il punto da prendere per chiudere anche aritmeticamente il discorso salvezza, resta il tentativo di mettere un sigillo finale su una stagione che però, comunque vada, resterà tra le più deludenti e travagliate degli ultimi anni.

E forse il nocciolo è proprio questo: Roma-Fiorentina non è stata un incidente. È stata una conferma. La conferma che questa squadra, così com’è, non può più bastare. E che l’estate viola, prima ancora che importante, dovrà essere radicale.

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