«Era una persona molto seria e disciplinata, dura soprattutto con sé stessa, che metteva il lavoro al di sopra di tutto». A vent’anni dalla morte, Edoardo Perazzi racconta il volto più intimo della zia Oriana Fallaci, lontano dal personaggio pubblico conosciuto attraverso libri, interviste e battaglie.
Perazzi sarà domani alla Fondazione Franco Zeffirelli di Firenze per l’incontro “Oriana Fallaci – Una donna, una maledetta toscana”, organizzato dalla Fondazione Einaudi. Un’occasione per ricordare non soltanto la giornalista e scrittrice, ma anche la donna dietro la sua celebre corazza.
«Era simpatica, generosa, spiritosa e romantica. Le piaceva cucinare, dipingere e fare il punto croce», racconta il nipote. In famiglia, però, tutti restavano pronti alle sue improvvise sfuriate: «Nonostante questo aspettavamo sempre con gioia il suo arrivo. Portava regali strepitosi e amici straordinari, dagli astronauti agli attori come Sofia Loren». A descriverla perfettamente, secondo Perazzi, era una frase della madre: «Oriana è un libro aperto scritto in aramaico».
La scelta di definirsi “scrittore” rappresentava per Fallaci un’affermazione professionale. «La parità di genere l’aveva conquistata sul campo, in anni nei quali le donne venivano relegate alla cronaca rosa, alla moda o alla cucina. Entrò in redazione a 17 anni e non mollò mai».
Profondissimo anche il suo legame con Firenze. «Era un bastian contrario, assolutamente libera e testarda. Nutriva un amore viscerale per la sua città, tanto da essere voluta tornare a morire qui», ricorda Perazzi. Secondo il nipote, oggi Fallaci sarebbe intervenuta con forza sia sui femminicidi sia sul cambiamento climatico: «Aveva la capacità di anticipare i temi e predire il futuro. Se ne andò dicendo che le guerre sarebbero state combattute per l’acqua». Lo scrive la Nazione.
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