"Per costruire la pace tutti possiamo fare qualcosa, trasformando la paura dell'altro in opportunità di incontro. Nella nostra città di Firenze ancora oggi il problema dell'emergenza abitativa tende ad aggravarsi. Sarebbe ipocrita pensare di delegare la soluzione di questo problema unicamente alle istituzioni". Così l'arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli proclamata nella messa della notte di Natale in Cattedrale.
"Lasciamoci piuttosto contagiare da quegli esempi positivi di accoglienza di cui sono stati capaci alcuni nostri concittadini - ha aggiunto -, come certe persone rimaste sole che hanno deciso di andare a vivere insieme, liberando un appartamento per metterlo a disposizione di chi non aveva un alloggio. Oppure ad alcuni anziani che hanno fatto spazio per accogliere nella loro casa uno studente o una studentessa che non avevano la possibilità di pagare l'affitto di un appartamento o la retta di uno studentato. Oppure a chi si è fidato nel dare in affitto una casa ricorrendo alla mediazione di un'associazione che si è fatta garante dell'inquilino".
Nel Vangelo "i pastori per la mentalità del tempo erano considerati impuri. Non avendo la possibilità di accedere al culto del tempio erano in una situazione irreversibile di peccato e di maledizione. L'oggi della salvezza per loro, come per noi, consiste proprio nel lasciarsi amare ed accogliere laddove sentiamo di non meritarlo. Questo ci aiuta a spogliarci da tante presunte sicurezze (denaro, gloria, potere) e ad avere l'audacia del disarmo".
"Quando Giorgio La Pira definì la Pacem in terris il 'manifesto del mondo nuovo' - ha aggiunto - non intendeva utilizzare una iperbole retorica, voleva descrivere una situazione di fatto. C'è una ragionevolezza fenomenologica della pace, perché l'era atomica ci dice che la riduzione della terra a deserto è nelle possibilità dell'uomo. Occorre lottare contro la paura che paralizza e contro la sfiducia. Mi rivolgo soprattutto ai giovani: resistete a tutto ciò che vi anestetizza dal dolore delle vittime e a tutto ciò che vi diseduca dalla pratica della giustizia, del diritto e della fiducia e rifiutate tutto ciò che vi addestra e abitua alla guerra". Per Gambelli, "c'è una sana vergogna che possiamo chiedere questa notte come dono al Signore per aver trattato alla leggera le situazioni di crisi del nostro mondo, per esserci abituati a pensare alla guerra inevitabile, e a vedere di conseguenza la pace come impossibile. Abbiamo bisogno, dunque, di metterci in ascolto attento della Parola di Dio che smaschera le menzogne del nostro cuore per conoscere e amare la verità che ci rende liberi".
"Questo luogo difficile del carcere può cambiare se davvero ognuno cresce nella consapevolezza della dignità di ogni persona creata a immagine di Dio, per la quale Gesù è nato, morto e risorto. La vera libertà consiste nel coraggio di mettersi al servizio gli uni degli altri nell'amore. Quando impariamo a rispettarci e ad amarci come Gesù ci rispetta e ci ama, possiamo diventare davvero capaci di compiere grandi cose ed essere per il mondo segni della speranza che non delude, di cui il mondo ha particolarmente bisogno oggi".
Gambelli ha anche citato la poesia Er presepio di Trilussa per sottolineare che "la preghiera è proprio ciò che ci consente di accogliere l'amore di Dio per poter vivere in modo autentico questa festa e non ridurre il Natale a 'cianfrusaglia senza valore'". Parlando del perdono Gambelli ha parlato di una preghiera inviatagli "da un detenuto di un altro istituto penale fuori Firenze composta parafrasando un salmo della Bibbia", "come ci ha ricordato tante volte Papa Francesco: Dio non si stanca mai di perdonarci. Se ci chiede di perdonarci gli uni gli altri fino a settanta volte sette, ciò significa che Lui per primo ci perdona così, ci ama di un amore gratuito, infinito ed eterno. Per questo possiamo confidare in Lui". Poi un passaggio della Messa per il Giubileo dei detenuti di Papa Leone ha parlato di questo coraggio necessario per non lasciarsi vincere dalla rassegnazione, dalla pigrizia, dall'indifferenza, dall'orgoglio o dall'egoismo".
"Lasciamoci piuttosto contagiare da quegli esempi positivi di accoglienza di cui sono stati capaci alcuni nostri concittadini - ha aggiunto -, come certe persone rimaste sole che hanno deciso di andare a vivere insieme, liberando un appartamento per metterlo a disposizione di chi non aveva un alloggio. Oppure ad alcuni anziani che hanno fatto spazio per accogliere nella loro casa uno studente o una studentessa che non avevano la possibilità di pagare l'affitto di un appartamento o la retta di uno studentato. Oppure a chi si è fidato nel dare in affitto una casa ricorrendo alla mediazione di un'associazione che si è fatta garante dell'inquilino".
Nel Vangelo "i pastori per la mentalità del tempo erano considerati impuri. Non avendo la possibilità di accedere al culto del tempio erano in una situazione irreversibile di peccato e di maledizione. L'oggi della salvezza per loro, come per noi, consiste proprio nel lasciarsi amare ed accogliere laddove sentiamo di non meritarlo. Questo ci aiuta a spogliarci da tante presunte sicurezze (denaro, gloria, potere) e ad avere l'audacia del disarmo".
"Quando Giorgio La Pira definì la Pacem in terris il 'manifesto del mondo nuovo' - ha aggiunto - non intendeva utilizzare una iperbole retorica, voleva descrivere una situazione di fatto. C'è una ragionevolezza fenomenologica della pace, perché l'era atomica ci dice che la riduzione della terra a deserto è nelle possibilità dell'uomo. Occorre lottare contro la paura che paralizza e contro la sfiducia. Mi rivolgo soprattutto ai giovani: resistete a tutto ciò che vi anestetizza dal dolore delle vittime e a tutto ciò che vi diseduca dalla pratica della giustizia, del diritto e della fiducia e rifiutate tutto ciò che vi addestra e abitua alla guerra". Per Gambelli, "c'è una sana vergogna che possiamo chiedere questa notte come dono al Signore per aver trattato alla leggera le situazioni di crisi del nostro mondo, per esserci abituati a pensare alla guerra inevitabile, e a vedere di conseguenza la pace come impossibile. Abbiamo bisogno, dunque, di metterci in ascolto attento della Parola di Dio che smaschera le menzogne del nostro cuore per conoscere e amare la verità che ci rende liberi".
"Questo luogo difficile del carcere può cambiare se davvero ognuno cresce nella consapevolezza della dignità di ogni persona creata a immagine di Dio, per la quale Gesù è nato, morto e risorto. La vera libertà consiste nel coraggio di mettersi al servizio gli uni degli altri nell'amore. Quando impariamo a rispettarci e ad amarci come Gesù ci rispetta e ci ama, possiamo diventare davvero capaci di compiere grandi cose ed essere per il mondo segni della speranza che non delude, di cui il mondo ha particolarmente bisogno oggi".
Gambelli ha anche citato la poesia Er presepio di Trilussa per sottolineare che "la preghiera è proprio ciò che ci consente di accogliere l'amore di Dio per poter vivere in modo autentico questa festa e non ridurre il Natale a 'cianfrusaglia senza valore'". Parlando del perdono Gambelli ha parlato di una preghiera inviatagli "da un detenuto di un altro istituto penale fuori Firenze composta parafrasando un salmo della Bibbia", "come ci ha ricordato tante volte Papa Francesco: Dio non si stanca mai di perdonarci. Se ci chiede di perdonarci gli uni gli altri fino a settanta volte sette, ciò significa che Lui per primo ci perdona così, ci ama di un amore gratuito, infinito ed eterno. Per questo possiamo confidare in Lui". Poi un passaggio della Messa per il Giubileo dei detenuti di Papa Leone ha parlato di questo coraggio necessario per non lasciarsi vincere dalla rassegnazione, dalla pigrizia, dall'indifferenza, dall'orgoglio o dall'egoismo".
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