La Fiorentina, insieme a Cagliari e Cremonese, è tra le squadre con meno stranieri in rosa

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In tempi in cui il calcio italiano si interroga, quasi con malinconia, sulla propria identità smarrita, c’è una realtà che prova a indicare una strada diversa. Una strada concreta, lineare, forse anche controcorrente: quella della Fiorentina.

Mentre il movimento nazionale fa i conti con risultati altalenanti, con club sempre più internazionali e con le preoccupazioni attorno alla Nazionale di Gennaro Gattuso in vista dei playoff di marzo per il sogno Mondiale, a Firenze si è fatta una scelta chiara. Una scelta che parte dall’alto, dal presidente Rocco Commisso, fin dal suo arrivo nel giugno 2019: puntare sui calciatori italiani. Non per nostalgia, non per sciovinismo, ma per costruire un’identità riconoscibile.

L’ultima dimostrazione è arrivata in Polonia, nella trasferta europea contro lo Jagiellonia a Bialystok. Dal primo minuto, Paolo Vanoli ha schierato nove italiani su undici. Nove su undici: un numero che oggi, in Serie A, fa quasi notizia. E nove sono rimasti in campo fino all’84’, quando il giovane Balbo, venezuelano classe 2006, ha preso il posto di Ndour. In quel momento gli italiani in campo sono scesi a otto. Ma in panchina ce n’erano altri nove, quasi tutti provenienti dalla Primavera guidata da Galloppa. Un segnale forte, coerente, strutturale.

Non si tratta soltanto di quantità. C’è anche la qualità. Tra quei nove c’erano giovani come Fortini, appena ventenne, o i ventunenni Comuzzo e Ndour. C’erano ragazzi che hanno già vestito l’azzurro dell’Under 21 o della Nazionale maggiore. E poi c’è lui, Moise Kean, simbolo e testimonial di questa filosofia. Un attaccante nel pieno della maturità calcistica che rappresenta il volto più noto di un gruppo italiano competitivo.

È vero, la stagione della Fiorentina non è stata priva di sofferenze. Il Viola Park e lo stadio Franchi hanno vissuto momenti complessi. Ma le radici delle difficoltà affondano in cause più profonde, che vanno oltre il valore dei singoli. La linea, però, resta chiara.

I numeri lo confermano. La Fiorentina, insieme a Cagliari e Cremonese, è tra le squadre con meno stranieri in rosa: dodici. I calciatori italiani sono quindici. Un dato che assume ancora più rilievo se confrontato con altre realtà del campionato.

Basta tornare a sabato scorso, allo stadio Sinigaglia. Da una parte il Como di Cesc Fabregas, con sedici stranieri su sedici impiegati tra titolari e sostituti. Il club lariano conta venticinque tesserati provenienti dall’estero, secondo solo al Verona. Dall’altra parte, la Fiorentina di Vanoli, che tra primo e secondo tempo ha schierato fino a otto italiani, e mai meno di sei contemporaneamente. In totale, quattordici italiani sui ventidue convocati.

Non è una crociata ideologica. È una scelta tecnica e progettuale. Una direzione che punta a rafforzare il legame con il territorio, con il vivaio, con l’identità. In un calcio sempre più globalizzato, Firenze prova a riscoprire un equilibrio tra apertura internazionale e valorizzazione domestica.

Ma non c’è tempo per fermarsi a riflettere troppo. Dopo la trasferta in Polonia, il rientro a Firenze è stato immediato. In aereo, tra sorrisi e stanchezza, Pietro Comuzzo ha festeggiato i suoi ventuno anni spegnendo le candeline su una torta simbolica. Un’immagine semplice, ma significativa: un giovane italiano che cresce dentro un progetto tecnico ambizioso.

Il giorno dopo, subito in campo al centro sportivo di Bagno a Ripoli per una seduta di scarico. Perché all’orizzonte c’è il derby contro il Pisa, in programma lunedì sera al Franchi. Una partita che vale molto, soprattutto in ottica salvezza.

Vanoli deve sciogliere alcuni dubbi. Il primo riguarda Albert Gudmundsson, alle prese con un trauma distorsivo alla caviglia sinistra rimediato contro il Torino. Le prime valutazioni hanno escluso lesioni gravi, ma l’islandese ha saltato la trasferta europea per favorire il recupero. Oggi saranno decisive le nuove verifiche.

C’è poi Daniele Rugani, che punta a rientrare tra i convocati proprio contro il Pisa. Il difensore classe 1994 farà di tutto per esserci.

Per il resto, le scelte sembrano quasi obbligate, anche alla luce delle esclusioni strategiche operate in Polonia. Vanoli ha ammesso di aver risparmiato qualcuno per precauzione. È il caso di Moise Kean e di Dodo, pronti a tornare dal primo minuto. David De Gea, dopo una sub-lussazione al terzo dito della mano sinistra, dovrebbe esserci senza problemi. Manor Solomon, fermato dall’influenza, è in recupero.

La probabile formazione si orienta verso un 4-1-4-1. De Gea tra i pali. Dodo a destra, Pongracic e Comuzzo – con Ranieri alternativa – al centro, Parisi a sinistra. In mezzo al campo, assente Mandragora per squalifica, toccherà a Fagioli in regia. Sulle fasce Harrison a destra e Solomon a sinistra, con Ndour e Brescianini mezzali. Davanti, unica punta, Moise Kean.

Sarà una battaglia. Per la classifica, per la salvezza, per dare continuità a un progetto che guarda oltre l’emergenza del momento. In un calcio italiano che cerca risposte, la Fiorentina prova a offrirne una: investire sui propri talenti, dare spazio ai giovani, costruire un’identità riconoscibile.

Non è una formula magica. Non garantisce vittorie immediate. Ma è una strada. E in tempi di incertezze, avere una direzione chiara è già un punto di partenza.

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