Dopo l’ennesimo blackout mentale, la squadra di Vanoli si aggrappa al rientro del numero 10 per inseguire una salvezza che non può più aspettare

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La Fiorentina continua a vivere di improvvisi blackout mentali, nonostante il lavoro di Paolo Vanoli, che fin dal suo arrivo aveva individuato nella testa dei giocatori il vero nodo da sciogliere. Dopo un avvio incoraggiante nel nuovo anno, con otto punti contro Lazio, Cremonese, Milan e Bologna, sono tornati i fantasmi: sconfitte pesanti e un’inaffidabilità cronica che hanno riportato la squadra in piena lotta salvezza. Anche i recenti successi tra campionato e Conference League avevano illuso su una possibile svolta, ma l’ennesimo crollo ha rimesso tutto in discussione.

In questo contesto si inserisce il ritorno di Albert Gudmundsson, chiamato a essere l’uomo della svolta. I numeri stagionali – 4 gol in campionato e 3 in Conference – non sono all’altezza del suo talento, ma dopo lo stop per infortunio potrebbe aver ritrovato energie e lucidità. Complice l’emergenza sulla fascia sinistra, tra gli infortuni di Solomon e Gosens, toccherà probabilmente a lui prendersi la responsabilità già dalla sfida di Udine: non novanta minuti, forse, ma abbastanza per incidere. La Fiorentina ha bisogno del suo numero 10, subito.

L’eliminazione sfiorata contro lo Jagiellonia ha però evidenziato ancora una volta fragilità profonde: atteggiamento sbagliato, gestione superficiale del vantaggio, mancanza di identità. Vanoli ha chiesto mentalità e consapevolezza, ricevendo invece l’ennesima prova di discontinuità. I confronti interni si moltiplicano, anche con il nuovo direttore sportivo Paratici, ma le risposte devono arrivare dal campo. La trasferta di Udine rappresenta un crocevia decisivo: da lì passa una salvezza che resta l’unico obiettivo, e il tempo per aspettare è finito.

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