Il rientro dell’attaccante è la vera notizia in vista del Bentegodi: in una sfida pesante per la salvezza, la sua presenza può fare la differenza

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La Fiorentina ritrova Moise Kean, e già questa è la prima vera notizia. Perché dopo il colpo rimediato con l’Italia, dopo le paure per quella tibia che lo aveva già fermato per quasi un mese a marzo, la risposta arrivata al Viola Park è stata incoraggiante: nessuna ricaduta, nessun nuovo allarme, lavoro di nuovo in gruppo. Tradotto: Kean c’è.

E allora il punto non è più se sia disponibile oppure no. Il punto vero è un altro. E cioè: ha senso tenerlo fuori dall’inizio domani a Verona? La risposta, per chi guarda peso specifico della partita, caratteristiche dell’avversario e momento della Fiorentina, è no. Sarebbe una scelta sbagliata.

Perché Kean torna certamente provato. Fisicamente da gestire, mentalmente anche di più. La botta di Zenica, l’eliminazione dell’Italia, il gol che non è bastato, la sensazione di aver dato tutto senza portare a casa niente: è chiaro che qualcosa dentro gli sia rimasto addosso. Ma proprio per questo la partita di Verona non può essere letta come un ostacolo da aggirare in attesa di Londra. Semmai, deve diventare la sua vera finale. Il modo più diretto, più duro, più professionale per rimettere la testa dentro la stagione.

Anche perché il Bentegodi non è una tappa secondaria. È uno scontro che pesa tantissimo nella corsa salvezza. Una partita sporca, fisica, bloccata, contro un Verona che presumibilmente aspetterà basso, compatto, come aveva già fatto all’andata al Franchi, quando la Fiorentina finì per buttare via tutto nel recupero. E in una gara così, Kean non è un giocatore qualsiasi: è il riferimento offensivo, è quello che attacca la profondità, che lavora spalle alla porta, che fa salire la squadra, che costringe la difesa avversaria ad abbassarsi e a preoccuparsi.

Sono esattamente le qualità che servono domani. E infatti il vero paradosso sarebbe questo: hai il tuo centravanti migliore a disposizione, magari non al cento per cento ma arruolabile, e decidi comunque di rinunciare a lui nel momento in cui la partita sembra scritta per le sue caratteristiche. Sarebbe un controsenso.

Attenzione: questo non significa bocciare Roberto Piccoli. Anzi. Piccoli avrà le sue occasioni, e forse da qui alla fine ci sarà davvero spazio per una staffetta più frequente tra i due, soprattutto se la Fiorentina andrà avanti anche in Conference. Ma una cosa è valorizzare un’alternativa, altra cosa è togliere dal centro della scena il giocatore che, oggi, resta il terminale offensivo più pesante che questa squadra possa mettere in campo.

E poi c’è un altro aspetto. La Fiorentina ha già perso abbastanza, e Kean pure. Ha perso l’Italia, ha perso una vetrina mondiale che avrebbe contato anche per il suo valore tecnico ed economico, e adesso non può permettersi di perdere pure centralità dentro il campionato. Il suo futuro non può essere deciso in anticipo, né dal mercato né dalle paure. Se deve reagire, deve farlo subito. Se deve dimostrare di essere ancora il centravanti feroce, dominante, decisivo visto nei momenti migliori, deve cominciare da Verona.

Per questo, domani, lasciarlo inizialmente in panchina sarebbe una scelta troppo prudente per una Fiorentina che, invece, ha bisogno esattamente del contrario: personalità, peso, presenza. In una parola sola: Kean.

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