Dopo lo stop ai monopattini in sharing, anche il bike sharing mostra tutti i limiti di una città che avrebbe bisogno di alternative all’auto, ma non ha ancora imparato a rispettarle
Firenze aveva bisogno della micromobilità. Ne aveva bisogno ieri, ne ha bisogno oggi e, probabilmente, ne avrà ancora più bisogno domani. Una città stretta, fragile, congestionata, attraversata da cantieri, deviazioni, restringimenti, strade chiuse, autobus rallentati e traffico spesso al limite della sopportazione avrebbe tutto l’interesse a favorire ogni alternativa possibile all’uso dell’auto privata.Bici, monopattini, mezzi leggeri, spostamenti brevi, intermodalità: sulla carta era la direzione giusta. Il problema, però, è che la carta regge tutto. La città reale molto meno.Il fallimento dei monopattini in sharing, a Firenze, è stato il primo grande segnale. Dal 1° aprile il servizio è stato fermato: Palazzo Vecchio ha scelto di non proseguire la sperimentazione, motivando la decisione con le difficoltà di gestione, il nuovo quadro normativo, l’obbligo del casco e un utilizzo spesso non conforme alle regole, sia in marcia sia in sosta.In altre parole: non è crollata soltanto un’idea di mobilità, è crollata la capacità collettiva di farla funzionare.Perché il punto è proprio questo, ed è forse il più scomodo da ammettere: come popolazione non ci siamo dimostrati in grado di gestire la micromobilità in sharing. Abbiamo ricevuto un servizio utile, comodo, persino necessario in una città come Firenze, e troppo spesso lo abbiamo trasformato in un problema urbano. Monopattini lasciati dove capita, corse sui marciapiedi, mezzi abbandonati agli incroci, soste improvvisate, intralci al passaggio. Non episodi isolati, ma una normalità distorta. Una cattiva abitudine diventata paesaggio.E oggi, archiviati i monopattini, non si può dire che con le biciclette in sharing vada molto meglio. Il bike sharing resta un servizio prezioso. Anzi, in questa Firenze assediata dal traffico e dai cantieri dovrebbe essere una delle risposte più intelligenti. Ma anche qui la realtà sbatte contro la cultura civica.Le bici vengono lasciate sui marciapiedi, davanti agli attraversamenti, accanto ai portoni, negli angoli più stretti delle strade, talvolta dove ostacolano il passaggio di passeggini, carrozzine, persone anziane, cittadini con disabilità. E soprattutto persone non vedenti, per le quali una bicicletta parcheggiata male non è semplicemente un fastidio: è un ostacolo, un pericolo, una barriera improvvisa dentro uno spazio che dovrebbe essere sicuro.Il tema non è essere contro la mobilità sostenibile. Al contrario: proprio perché la mobilità sostenibile serve, va difesa dalla sua caricatura. Una bici in sharing lasciata in mezzo a un marciapiede non è mobilità sostenibile, è inciviltà a noleggio. Un mezzo abbandonato davanti a uno scivolo non è innovazione, è mancanza di rispetto. Una città disseminata di biciclette parcheggiate male non diventa più moderna: diventa semplicemente più scomoda, più disordinata, più ostile verso chi già fatica a muoversi.Non è un caso che anche il gestore del bike sharing stia cercando nuove soluzioni tecnologiche. RideMovi ha annunciato l’intenzione di introdurre un sistema basato sull’intelligenza artificiale per analizzare le foto di fine corsa e correggere le soste irregolari, con notifiche agli utenti e indicazioni sulle aree in cui parcheggiare. Secondo quanto riportato, nonostante un miglioramento dei dati, restano circa 200 biciclette parcheggiate male ogni giorno, soprattutto nelle zone più delicate e turistiche della città.Ma anche qui bisogna avere il coraggio di dirlo: se per parcheggiare decentemente una bicicletta serve l’intelligenza artificiale, forse il problema non è tecnologico. È culturale. Abbiamo bisogno di un algoritmo per ricordarci che un marciapiede non è un deposito? Di una foto obbligatoria per capire che una rampa non si occupa? Di una notifica sul telefono per sapere che lo spazio pubblico non è una proprietà privata temporanea?Le regole, in teoria, ci sono. Già nel 2023 il Comune aveva previsto penali crescenti per gli utenti che parcheggiavano male bici e monopattini in sharing: 5 euro alla prima violazione, 10 alla seconda, 50 alla terza e sospensione dal servizio per tre mesi alla quarta. Era previsto anche un controllo più puntuale delle foto inviate dagli utenti alla chiusura del noleggio. Eppure il problema è rimasto.Segno che qualcosa nella catena non funziona: o i controlli non sono sufficienti, o le sanzioni non arrivano con la necessaria continuità, o quando arrivano non fanno abbastanza paura. Oppure, più semplicemente, una parte degli utenti considera il costo dell’inciviltà accettabile.E sarebbe troppo comodo scaricare tutto sui turisti. Firenze ha un problema più profondo con lo spazio pubblico. Lo considera spesso come un luogo da occupare, non da condividere. Vale per le auto in doppia fila, per i motorini sui marciapiedi, per i dehors disordinati, per i rifiuti lasciati fuori orario, e vale anche per la micromobilità. Il mezzo cambia, l’atteggiamento resta. Il bene comune diventa terra di nessuno.Per questo il fallimento dei monopattini non dovrebbe essere letto come una vittoria del “meno mezzi in strada”. Sarebbe una lettura miope. È piuttosto una sconfitta collettiva. La sconfitta di una città che aveva a disposizione uno strumento utile e non è riuscita a governarlo. La sconfitta di un sistema di controllo che non ha saputo correggere in tempo gli abusi. La sconfitta di utenti che hanno confuso la libertà del free floating con il diritto di lasciare tutto ovunque.La soluzione, allora, non può essere solo togliere. Togliere i monopattini è stato l’esito finale di un problema non risolto. Ma se non si interviene sul bike sharing, sugli stalli, sui controlli, sulle sanzioni e sulla responsabilità degli utenti, il rischio è ripetere lo stesso copione con le biciclette. Prima si tollera il disordine, poi ci si abitua, poi esplode la protesta, infine si invoca lo stop. È il ciclo classico delle città che non governano i fenomeni: li lasciano crescere male e poi li tagliano.Firenze non può permetterselo. Non può permetterselo perché il traffico è già soffocante. Non può permetterselo perché i cantieri stanno ridisegnando la quotidianità di interi quartieri. Non può permetterselo perché una città storica, compatta e fragile dovrebbe essere il luogo ideale per gli spostamenti brevi e sostenibili. Ma la sostenibilità non è soltanto il mezzo che scegliamo. È anche il modo in cui lo usiamo. Una bicicletta parcheggiata male non inquina l’aria, ma inquina lo spazio pubblico.La micromobilità in sharing non è fallita perché era sbagliata in sé. È fallita, almeno in parte, perché Firenze non ha saputo farla diventare comportamento civile prima ancora che servizio. E questa è la lezione più dura: non basta importare modelli moderni in una città se poi mancano rispetto, controlli e conseguenze.La modernità non si misura dal numero di bici o monopattini disponibili su un’app. Si misura dalla capacità di usarli senza rendere la vita peggiore agli altri. Finché non impareremo questo, ogni mezzo condiviso rischierà di diventare un problema condiviso. E Firenze, ancora una volta, si ritroverà a discutere non di come muoversi meglio, ma di come rimediare al disordine che lei stessa ha permesso.