Nel 2015 le prescrizioni della Soprintendenza su materiali e impatto urbano. Oggi il progetto finale fa discutere per forma e linguaggio architettonico

Il progetto di trasformazione dell’ex teatro comunale di Corso Italia a Firenze torna al centro dell’attenzione, a distanza di quasi undici anni dalle prime fasi autorizzative. L’area, un tempo destinata a funzioni culturali, è oggi occupata da un complesso abitativo e ricettivo noto nel dibattito cittadino come il “cubo nero”.

Nel 2015, durante la conferenza dei servizi, la allora Soprintendente Alessandra Marino aveva evidenziato la necessità di grande attenzione al contesto urbano e paesaggistico, trattandosi di un’area tutelata anche per la vista dai lungarni e dai ponti cittadini. Tra le prescrizioni figuravano la cura delle altezze, la compattezza degli isolati ottocenteschi e soprattutto l’uso di materiali coerenti con il paesaggio storico, con particolare attenzione alla pietra per i rivestimenti esterni.

Le indicazioni comprendevano anche la richiesta di studiare meglio gli affacci visivi dell’edificio dai punti panoramici e di mantenere la leggibilità dell’isolato storico, pur introducendo spazi pubblici al piano terra.

Nel tempo, però, il progetto ha subito modifiche: la destinazione è passata da culturale a ricettiva e la proprietà è cambiata, arrivando prima a Cassa Depositi e Prestiti e poi a un soggetto privato. Nell’attuale configurazione, il progetto si discosta dalle indicazioni iniziali, con facciate in intonaco e metallo e senza l’uso della pietra inizialmente auspicata, alimentando le critiche sul risultato finale e sul suo inserimento nel contesto urbano fiorentino. Lo scrive la Nazione. 

Condividi
La funzionalità è stata disattivata perché si avvale di cookies (Maggiori informazioni)

Attiva i cookies