Dopo quasi quarant’anni nella polizia municipale di Firenze, la storica comandante dei reparti del centro racconta emozioni, sacrifici e incontri che hanno segnato la sua carriera

Silvia Bencini, conosciuta da tutti come “Bencia”, lascia la polizia municipale di Firenze dopo quasi quarant’anni di servizio diventati un punto di riferimento per colleghi e cittadini. Entrata al Comune nel 1983 e nella Municipale nel 1988, racconta di aver desiderato quella divisa fin da bambina, ispirata dai vigili che ogni mattina l’aiutavano ad attraversare la strada.

Negli anni Ottanta, spiega, essere donna nella polizia municipale non era semplice, soprattutto trovandosi a coordinare colleghi più anziani. Con il tempo però disponibilità e presenza sul territorio le hanno fatto conquistare rispetto e affetto.

Tra i tanti ricordi custodisce quello di Coli, giovane albanese che lavorava vicino al Porcellino e che lei aiutò durante un ricovero in ospedale portandogli vestiti e pigiami dei figli. Ma i momenti più difficili restano le comunicazioni di lutto alle famiglie: esperienze che, racconta, richiedono umanità e che non si dimenticano mai.

Tra i periodi più duri della carriera cita l’emergenza Covid, quando dovette gestire quarantene e contagi all’interno del reparto, con diversi colleghi colpiti dal virus. Forte anche il legame instaurato con i senzatetto del centro storico, che spesso le dimostravano riconoscenza e affetto.

Non mancano gli incontri celebri, come quello con l’attore Richard Gere, che durante una visita a Firenze le chiese un selfie mentre veniva accompagnato a Palazzo Vecchio.

L’ultimo giorno di servizio è stato segnato da un episodio simbolico: intervenuta per calmare una discussione tra una madre e alcuni agenti, è stata colpita dalle parole del figlio della donna, che si è scusato per il comportamento della madre dicendo di stimare la municipale. Un momento che Bencini considera il modo migliore per concludere la sua carriera.

Oggi, anche senza divisa, continua a vivere con lo stesso spirito di servizio: “Cerco sempre di dare qualcosa agli altri. Perché il bene che dai, prima o poi, torna indietro”.

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