Il governatore della Toscana all'evento “Unaezeroquattro”: «La mafia voleva colpire la città dei magistrati Vigna e Chelazzi. I beni confiscati diventino subito centri sociali e didattici».

A trentatré anni di distanza dalla terribile notte tra il ventisei e il ventisette maggio del millenovecentonovantatré, Firenze torna a riflettere sulla strage di via dei Georgofili. A margine del convegno “Unaezeroquattro”, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha voluto condividere un ricordo personale drammatico e lanciare un forte appello per il contrasto attivo alle infiltrazioni della criminalità organizzata attraverso la cultura della legalità tra le giovani generazioni.

Il governatore ha ripercorso i drammatici momenti successivi all'esplosione, quando muoveva i suoi primi passi nelle istituzioni fiorentine: «Fu uno shock totale, una sorpresa assoluta. Da appena tre mesi ero assessore alla mobilità del Comune di Firenze e fui il primo a essere allertato dai vigili urbani. Mi recai immediatamente in via dei Georgofili dove era esploso un furgone Fiat Fiorino pieno di tritolo». Giani ha ricordato con profonda commozione le cinque vittime: lo studente Dario Capolicchio e l'intera famiglia Nencioni, a cui era legato da un rapporto di affetto poiché il padre Fabrizio prestava servizio come comandante dei vigili nella zona di Porta Romana. Il presidente ha inoltre rivelato un dettaglio tecnico emerso successivamente: se l'autobomba fosse stata posizionata venti o trenta metri prima, nel tratto in cui la carreggiata si stringe, la deflagrazione avrebbe causato un bilancio di vittime e feriti ancora più catastrofico.

Secondo l'analisi politica del governatore, l'obiettivo strategico di Cosa Nostra non fu casuale: «La volontà della mafia era quella di dare un segnale durissimo a Firenze, la città di Pier Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi, magistrati di grandissimo rigore che con le loro inchieste riuscirono quasi a scoprire i mandanti occulti». Oggi come allora, ha ammonito Giani, la criminalità organizzata non conosce confini geografici e le infiltrazioni colpiscono tutte le regioni d'Italia, Toscana compresa.

Per contrastare questo fenomeno, la Regione punta su una strategia di "cultura attiva" e sul riutilizzo sociale del patrimonio sottratto ai clan, seguendo la storica intuizione del giudice Giovanni Falcone. Il presidente ha annunciato di aver dato mandato alla vicepresidente della Regione con delega alla legalità, Mia Diop, di accelerare al massimo i percorsi di assegnazione dei beni confiscati alla mafia sul territorio toscano. L'obiettivo della giunta regionale è trasformare rapidamente questi spazi sottratti alla criminalità in centri sociali, poli didattici e luoghi vitali restituiti all'interesse pubblico e alla cittadinanza.

Condividi
La funzionalità è stata disattivata perché si avvale di cookies (Maggiori informazioni)

Attiva i cookies