La nuova fase viola nasce al Viola Park: “competitiva e duratura”, con Kean, Grosso e il Centenario già al centro del progetto.

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Punto e a capo. O almeno, questa è l’intenzione. La conferenza stampa di ieri al Viola Park, con Alessandro Ferrari e Fabio Paratici, ha segnato l’inizio ufficiale della nuova Fiorentina. Nuova nelle parole, nuova nelle intenzioni, nuova nel metodo annunciato. Poi, come sempre, il campo e il mercato diranno se sarà davvero nuova anche nei fatti, perché a Firenze ormai siamo esperti di ripartenze: ne abbiamo viste talmente tante che l’anno zero, da queste parti, non è più una data. È quasi un’abitudine.

«C’è la volontà di costruire una Fiorentina competitiva e duratura». Ecco, le due parole chiave sono queste: competitiva e duratura. Paratici le ha ripetute più volte, quasi come un manifesto. La Fiorentina non vuole più essere una squadra da fiammata, da stagione buona e poi tre anni di “vediamo cosa succede”. L’obiettivo dichiarato è costruire una società più strutturata, più moderna, più internazionale. Non solo comprare il giocatore più “fashion”, come ha detto lui, ma mettere competenze dentro ogni settore.

Un discorso giusto, serio, persino necessario. Perché il calcio di oggi non si improvvisa. Il punto, semmai, è un altro: per costruire un progetto solido ci vuole tempo. Verissimo. Solo che siamo a Firenze. E a Firenze la pazienza dura più o meno quanto un semaforo rosso sui viali: in teoria bisogna aspettare, in pratica dopo tre secondi qualcuno ha già suonato, un altro ha abbassato il finestrino e un terzo ha proposto il cambio modulo.

Il passaggio più forte, però, è stato un altro. Quando Paratici ha detto di non voler accettare una Fiorentina piatta, “flat”, da settimo o ottavo posto ripetuto come se fosse una condanna.

«Non accetto da me stesso di arrivare quattro anni di fila settimo o ottavo». Questa è stata forse la frase più politica della conferenza. Perché rompe, almeno verbalmente, con una certa idea di dimensione viola: quella per cui arrivare lì, a metà tra la soddisfazione e il rimpianto, sembrava quasi inevitabile. Paratici invece ha alzato l’asticella nel linguaggio. Non ha promesso miracoli, non ha raccontato favole, non ha detto “sognate” tanto per accendere due titoli. Ha detto, in sostanza: possiamo anche fare un passo indietro, ma solo se serve a farne due avanti.

E qui sta la vera sfida. Perché la Fiorentina arriva da una stagione pesante, chiusa con più sollievo che entusiasmo. La piazza può anche concedere credito a Paratici, perché il suo arrivo rappresenta una svolta vera nell’area tecnica. Però non concederà un credito infinito. Dopo sette anni di gestione Commisso, questo non è più il primo anno zero. È un anno zero con memoria storica incorporata. E la memoria, a Firenze, funziona benissimo soprattutto quando c’è da rinfacciare qualcosa.

Sul mercato, Paratici è stato prudente. Kean è stato definito un patrimonio della Fiorentina e del calcio italiano, ma senza fingere che il club possa controllare tutto. Dodò ha le sue ambizioni, Comuzzo va protetto, Ndour deve confermarsi. E poi c’è il grande tema della rosa: tanti giocatori sotto contratto, troppi per pensare di sistemare tutto con due colpi in entrata. Prima di arredare casa, bisogna capire chi ci abita. E alla Fiorentina, al momento, per far entrare tutti non serve un nuovo spogliatoio: serve direttamente un altro building, come direbbe Paratici.

Poi c’è Grosso. Presentato come l’unico candidato, non come l’allenatore di Paratici ma come l’allenatore della Fiorentina. Una scelta condivisa, spiegata con le qualità tecniche, umane e comunicative del nuovo tecnico. Vanoli resta l’uomo della salvezza, quello che ha tolto la squadra da una situazione complicata. Ma il club ha scelto guardando al futuro, non alla riconoscenza.

Ferrari, invece, ha ribadito la posizione della proprietà: i Commisso non vogliono vendere, vogliono portare avanti il sogno di Rocco e costruire una Fiorentina più stabile. E poi il tema Antognoni, inevitabile, perché il Centenario senza l’Unico Dieci rischia di essere una festa bellissima ma con una sedia vuota molto visibile.

«Il Centenario è della Fiorentina, dei tifosi e di tutti quelli che hanno scritto la storia», ha detto Ferrari. Frase giusta. Ora serviranno i gesti giusti. Perché un Centenario viola senza Antognoni sarebbe come una ribollita senza cavolo nero: magari la mangi lo stesso, ma sai benissimo che manca qualcosa.

In sintesi, la conferenza di ieri ha aperto una nuova fase. Meno favole, più metodo. Meno slogan, più struttura. Paratici ha chiesto tempo, Ferrari ha chiesto fiducia, la Fiorentina ha chiesto a sé stessa di diventare adulta. Firenze può anche aspettare. Ma non troppo. Perché va bene costruire una Fiorentina competitiva e duratura, ma mentre si costruisce, qui la gente è già affacciata alla finestra a controllare se i lavori sono iniziati davvero.

Get down to business, direbbe Paratici. Che tradotto in fiorentino suona più o meno così: bene le parole, ora facci vedere qualcosa.

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