Il tecnico classe 1953 guiderà l’Under 20 viola quasi trent’anni dopo la sua prima esperienza nel settore giovanile. Una scelta in controtendenza: non un allenatore in cerca di vetrina, ma un formatore per tutto il vivaio

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Aurelio Andreazzoli torna alla Fiorentina quasi trent’anni dopo la sua prima esperienza in viola. Lo fa in una veste precisa: sarà il nuovo allenatore della Primavera, ma il suo ruolo andrà oltre la semplice gestione dell’Under 20. L’idea del club è quella di affidare il gruppo a una figura di grande esperienza, capace di diventare un punto di riferimento tecnico per tutto il settore giovanile.

A Firenze c’era già stato tra il 1996 e il 1998, quando aveva guidato l’Under 17 viola in un club ancora dentro l’era Cecchi Gori. Prima la Fiorentina di Claudio Ranieri, reduce dalla Coppa Italia e capace di vincere la Supercoppa Italiana a San Siro con una doppietta di Batistuta; poi quella di Alberto Malesani, con Rui Costa, Oliveira, ancora Batistuta e, da gennaio, anche Edmundo. Una Fiorentina spettacolare, istintiva, ricca di talento e ambizione.

Andreazzoli, però, allora lavorava lontano dai riflettori della Serie A. Non sul grande palcoscenico, ma nel settore giovanile. Lì dove il calcio è meno copertina e più bottega. Dove non si costruiscono soltanto squadre, ma giocatori. Dove il risultato conta, ma non può essere l’unica misura del lavoro.

Per questo il suo ritorno non è soltanto una coincidenza romantica. È una scelta precisa. Dopo l’addio di Daniele Galloppa, la Fiorentina avrebbe potuto seguire una strada più tradizionale: puntare su un tecnico giovane, su un ex calciatore o su un allenatore in cerca della prima grande occasione. Invece ha scelto un profilo diverso. Un uomo di campo, di esperienza, di metodo. Non qualcuno che usa la Primavera come trampolino, ma un allenatore che può trasformarla in una scuola.

Classe 1953, Andreazzoli a novembre compirà 73 anni. Ma nel suo caso l’età non rappresenta un limite: è quasi il senso stesso della scelta. La Fiorentina non gli chiede soltanto risultati, classifiche e piazzamenti. Gli chiede di formare giocatori, di trasmettere principi, linguaggio, cultura del lavoro. Di accompagnare ragazzi che, nel calcio di oggi, devono essere pronti sempre prima: per la Primavera, per il calcio dei grandi e per un mercato che guarda con crescente attenzione anche ai sedicenni e ai diciassettenni.

La carriera di Andreazzoli racconta bene il profilo scelto dalla società viola. Gli inizi nei dilettanti, poi la Primavera della Lucchese, la Massese e la prima parentesi alla Fiorentina. Quindi il lungo percorso da collaboratore tecnico, prima all’Udinese e soprattutto alla Roma, accanto ad allenatori come Luciano Spalletti, Vincenzo Montella, Luis Enrique, Zdenek Zeman e Rudi Garcia. Fino alla panchina giallorossa da primo allenatore nel 2013, alla finale di Coppa Italia e soprattutto all’esperienza di Empoli, il luogo in cui Andreazzoli ha lasciato l’impronta più chiara.

A Empoli il suo calcio è stato riconoscibile: palla a terra, coraggio, possesso, valorizzazione dei giovani, idee prima ancora dei nomi. Non un calcio urlato, ma insegnato. Non un calcio improvvisato, ma costruito. Ed è forse proprio questo l’aspetto che più interessa alla Fiorentina: non soltanto avere un allenatore per la Primavera, ma inserire nel vivaio una figura capace di trasmettere competenza quotidiana.

La scelta va letta dentro una strategia più ampia. La Fiorentina sta ringiovanendo il gruppo Under 20, sta investendo su prospetti sempre più giovani e sta cercando di ricostruire una filiera tecnica che non viva soltanto di risultati immediati. In questo senso Andreazzoli può diventare una figura quasi da professore: non distante, ma presente; non teorico, ma profondamente pratico. Un tecnico che conosce il mestiere, sa correggere, sa aspettare e sa pretendere.

La Primavera, dopo anni in cui ha prodotto talenti e vissuto stagioni importanti, entra dunque in una fase diversa. Più che aprire semplicemente un nuovo ciclo, la Fiorentina prova a costruire un metodo. La scelta di Andreazzoli dice proprio questo: il settore giovanile non è solo una squadra che gioca il sabato o la domenica, ma un patrimonio tecnico da curare ogni giorno.

Il punto sarà capire quanto questo lavoro riuscirà davvero a collegarsi con la prima squadra. Perché il vivaio ha senso quando non resta chiuso dentro sé stesso. Serve un filo diretto, serve una visione comune, serve che i ragazzi possano vedere un percorso. Affidarsi a un allenatore così esperto significa anche provare a ridurre la distanza tra calcio giovanile e calcio professionistico.

Andreazzoli torna quindi a Firenze non per rincorrere un’altra panchina, ma per fare una cosa forse ancora più delicata: preparare quelle del futuro. In un calcio che corre sempre più veloce, la Fiorentina sceglie uno che sa insegnare ad andare piano quando serve. E a volte, per far crescere davvero un talento, è proprio questa la rivoluzione più difficile.
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