Il ds viola: «Vogliamo far sognare Firenze». Poi il mercato, la scelta di Grosso, i giovani italiani, gli algoritmi e il progetto Under 23

Sponsor

Fabio Paratici è intervenuto questa sera al Giardino dei Lecci di Villa Bertelli, in Versilia. Il direttore sportivo della Fiorentina ha affrontato numerosi temi, rispondendo a domande e curiosità sul ruolo dei dirigenti e, più in generale, sul mondo del calcio. Di seguito le sue parole durante l'incontro condotto dal giornalista Enrico Salvadori.

«Credo che in qualsiasi ambito professionale sia molto complicato improvvisarsi. Chi lo fa, per me, rischia di essere un bluff. Una delle cose che mi ha sempre caratterizzato è la passione per il calcio: se non avessi fatto il calciatore, probabilmente sarei diventato un tifoso sfegatato. La fortuna più grande è riuscire a trasformare ciò che ami nel tuo lavoro. Sinceramente non considero sacrifici le cose che ho fatto, perché le ho sempre affrontate con naturalezza. Potrei parlare di calcio per giorni. Alla passione, però, vanno aggiunte le competenze, un metodo personale nel quale riconoscersi, idee proprie e soprattutto la capacità di modificarle e aggiornarle. A volte si parte da alcune certezze e si tende a non abbandonarle, ma nel calcio bisogna invece avere una mentalità molto elastica».

Il ruolo del direttore sportivo va ben oltre il mercato estivo e comprende molte altre responsabilità?

Parlando delle numerose funzioni che spettano a un dirigente, Paratici ha spiegato: «Mi capita spesso di essere invitato a Coverciano per fare lezione e molti si aspettano che utilizzi delle slide. Io, invece, non le uso e spesso comincio dicendo: “Se pensate che il lavoro del direttore sportivo consista soltanto nel comprare e vendere giocatori, siete fuori strada”. Un direttore deve curare i rapporti con lo staff, con l'allenatore e con i calciatori, tanto dopo una vittoria quanto dopo una sconfitta. Il lavoro non termina una volta conclusa l'estate: bisogna organizzare il club nel modo migliore, creando le condizioni perché tutti possano rendere al massimo. All'interno della nostra struttura lavorano tantissime persone che contribuiscono anche ai risultati ottenuti dai giocatori sul campo. Quella dello scorso anno è stata una sfida importante, ma ero molto convinto di ciò che avremmo potuto fare. Sono arrivato con la Fiorentina a sei punti dopo sedici giornate e non mi consideravo incosciente, bensì coraggioso. Credevo nella possibilità di salvarci e, allo stesso tempo, di iniziare a costruire la squadra che una città come Firenze merita».

Nel corso della carriera ha avuto molta notorietà. Come è riuscito a conviverci?

Ripercorrendo il proprio percorso professionale e personale, il dirigente viola ha dichiarato: «Ho avuto la grande fortuna di incontrare persone che mi hanno permesso di crescere e migliorare. Anche la notorietà, da un certo punto di vista, mi ha aiutato a maturare e nel frattempo osservavo come gli altri riuscissero a gestirla. Di certo la mia non è stata una vita banale».

Le è rimasta qualche scoria?

Paratici non ha nascosto che certe esperienze abbiano lasciato il segno: «Sì, senza dubbio, e direi per fortuna. Sono situazioni che aiutano a crescere, anche se, come tutte le esperienze difficili, non si dimenticano. Mi considero una persona proattiva e credo di essere riuscito a mantenere equilibrio sia nei momenti di successo sia in quelli più complicati. Tutto questo mi ha toccato, ma mai al punto da travolgermi, e mi ha consentito di restare con i piedi per terra».

L'arrivo di Cristiano Ronaldo rappresenta un colpo storico per lei e per il calcio italiano?

Sul trasferimento del portoghese alla Juventus, Paratici ha ricordato: «Sì, sicuramente, anche perché parliamo di un calciatore di quel livello, capace di contribuire alla crescita del nostro brand. In un certo senso Cristiano Ronaldo ce lo eravamo conquistato nel corso degli anni, vincendo diversi Scudetti, raggiungendo due finali di Champions League e acquistando e cedendo tanti grandi giocatori. Gli undici anni vissuti alla Juventus sono difficili da ripetere. Con Ronaldo in campo, anche nelle trasferte gli stadi erano pieni e le società avversarie potevano persino aumentare il prezzo dei biglietti proprio grazie alla sua presenza».

Quanto è complicato lavorare a Firenze, considerando la grande passione della tifoseria?

Il direttore sportivo ha sottolineato il rapporto positivo con l'ambiente: «Devo ringraziare i fiorentini perché ci hanno accolto davvero molto bene. Non penso che Firenze sia un posto particolarmente difficile. Ho lavorato anche all'estero e, in realtà, non credo esistano piazze semplici. Se studi, continui ad aggiornarti e coinvolgi le persone, hai maggiori possibilità che le cose vadano nella direzione giusta. Bisogna riuscire a far sognare la gente. I tifosi devono andare allo stadio con la speranza di vedere vincere la propria squadra e con il desiderio di emozionarsi».

Per quale motivo sempre più società sono controllate da proprietà straniere?

Analizzando il fenomeno degli investitori esteri, Paratici ha osservato: «Hanno una mentalità differente. Qualche anno fa erano meno numerosi, mentre oggi sono in costante crescita, e non è un fenomeno che riguarda esclusivamente il calcio ma anche altri sport. Dobbiamo aiutare queste proprietà a inserirsi nel nostro Paese e sostenerle nel processo di ambientamento. Possono portare maggiore apertura mentale, perché guardano al calcio da una prospettiva diversa. Noi italiani siamo molto concentrati sul risultato, mentre spesso loro pongono attenzione anche agli impianti e ad altri aspetti».

È d'accordo con chi sostiene che in Italia non ci siano più calciatori?

Su questo tema la posizione di Paratici è netta: «No, non credo sia vero. Il problema è che oggi conosciamo e produciamo meno calciatori rispetto al passato, considerando anche il numero di tesserati che abbiamo. È una questione che non si risolve partendo dall'alto, ma lavorando alla base. La metodologia di allenamento deve essere il primo punto da affrontare. Possiamo prendere esempio da Paesi come Spagna e Portogallo. In Spagna ci sono condizioni simili alle nostre per strutture, numero di tesserati e popolazione, eppure riescono a formare molti più giocatori. Portogallo e Olanda, invece, hanno meno della metà dei nostri abitanti. Il problema non è la presenza eccessiva di stranieri: è che non riusciamo a far crescere abbastanza bene i nostri calciatori».

È soddisfatto del lavoro svolto fino a questo momento?

Paratici ha ribadito la propria continua ricerca del miglioramento: «Parto sempre dal presupposto di non essere mai completamente soddisfatto. Devo ringraziare i miei collaboratori e la società, che mi hanno permesso di costruire ciò che avevo immaginato. Possiamo contare su una struttura come il Viola Park, che ci viene invidiata da molti. Credo servirà tempo per amalgamare tutti i nuovi giocatori e consentire alla squadra di assimilare le idee del nuovo allenatore. Sappiamo però cosa dobbiamo fare e quale direzione abbiamo intrapreso».

Cosa dovrebbe accadere entro il 3 settembre perché possa definirsi soddisfatto?

Sul prosieguo del mercato, il dirigente viola ha precisato: «Non parlerei tanto di ciò che manca, quanto di capire fino a dove riusciremo ad arrivare e quali aspetti eventualmente dovremo correggere a gennaio o il prossimo anno. Mi renderebbe molto soddisfatto vedere che tutto il lavoro svolto fino a oggi funziona. Il mercato è fatto anche di opportunità: la programmazione è fondamentale, ma non è l'unico elemento. All'interno di un progetto bisogna saper cogliere anche le occasioni che si presentano e, passo dopo passo, vedremo cosa accadrà».

Come è maturata la scelta di Fabio Grosso come nuovo allenatore?

Paratici ha raccontato il rapporto di lunga data con il tecnico: «Ci conosciamo molto bene. Il nostro rapporto è cominciato quando Fabio ha smesso di giocare. È sempre stato una persona molto intelligente e ha saputo entrare subito nel ruolo di allenatore, cosa tutt'altro che semplice. Avevamo intuito che possedeva qualità importanti da trasmettere ai giovani. A mio modo di vedere ha fatto molta gavetta, forse persino troppa, e credo che questo sia il momento giusto per misurarsi con una piazza importante come Firenze. Adesso dobbiamo concedergli il tempo necessario per gestire i tanti cambiamenti avvenuti. Con gli allenatori il confronto è continuo e Grosso, proprio come me, non è mai completamente soddisfatto. Sa perfettamente dove si trova e quale squadra ha a disposizione. È molto concentrato sul lavoro che deve svolgere».

Ritiene Mancini la scelta corretta per la Nazionale?

Soffermandosi sulla panchina azzurra, Paratici ha commentato: «Negli ultimi anni la Nazionale ha avuto allenatori di altissimo livello, come Spalletti e Mancini, e anche Gattuso ha fatto bene. Mancini può essere la persona adatta, a condizione che venga messo nelle condizioni di intervenire sui problemi strutturali del calcio italiano».

Come si spiega che fino all'Under 19 le Nazionali ottengano grandi risultati, mentre molti di quei calciatori poi trovino poco spazio tra i professionisti?

Secondo Paratici, i successi nelle categorie giovanili non bastano a fotografare la salute del movimento: «È vero che abbiamo conquistato alcuni titoli con le Nazionali giovanili, ma questo non significa automaticamente che tutto venga fatto nel modo corretto. Quei risultati non sono necessariamente indicativi della qualità complessiva del nostro calcio. Alcuni ragazzi riescono a esprimersi molto bene all'interno di un determinato sistema tattico, ma quando vengono inseriti in un contesto differente possono incontrare difficoltà. In parte è una nostra responsabilità, perché significa che non siamo riusciti a completarli nella crescita. Un altro limite è il nostro atteggiamento molto conservativo. Lo scopo dei settori giovanili dovrebbe essere quello di preparare questi ragazzi a diventare calciatori professionisti e quindi a costruirsi un futuro lavorativo. Molte Nazionali giovanili vincono anche grazie al sistema tattico, al lavoro dell'allenatore e all'organizzazione. Oltre alla metodologia di allenamento, credo esista anche un problema nella struttura dei campionati. Manca una vera fase di post-formazione dopo la Primavera. Troppo spesso consideriamo semplice il passaggio dalla Primavera alla prima squadra, ma non lo è affatto. È anche per questo che sempre più società stanno creando una formazione Under 23».

In questa prospettiva, anche la Fiorentina potrebbe avere in futuro una squadra Under 23?

Il dirigente ha confermato questa possibilità: «Sì, ma perché il progetto possa diventare realtà servono un'organizzazione adeguata e le strutture necessarie».

Che opinione ha dell'utilizzo degli algoritmi nel calciomercato?

Paratici ha spiegato come l'analisi dei dati sia ormai entrata stabilmente nel lavoro degli scout: «Oggi questo tipo di scouting è molto diffuso. Durante la mia esperienza in Inghilterra ho dovuto studiare e imparare a utilizzare i dati applicati al mercato. I numeri sono molto utili per ridurre e selezionare una lista di giocatori, ma esiste poi una componente umana che nessun algoritmo può restituire. Per capire, ad esempio, se un calciatore è in grado di reggere la pressione dei grandi stadi europei, bisogna conoscerlo e confrontarsi direttamente con lui. Con i miei scout svolgiamo un lavoro che combina osservazione visiva e analisi numerica; l'ultimo passaggio, però, resta sempre quello di conoscere la persona e capire quali sensazioni trasmette. È una responsabilità che spetta al dirigente».

Tra due giorni inizierà il campionato: quale messaggio vuole rivolgere ai tifosi viola?

In vista dell'esordio, Paratici ha sottolineato le difficoltà della prima gara: «Lunedì ci aspetta una partita molto complicata. Affronteremo una squadra molto forte che, inoltre, ha il vantaggio di lavorare con lo stesso allenatore già da un anno. È una difficoltà oggettiva. Noi cercheremo comunque di giocare con coraggio. Bisogna anche ricordare che il campionato comincia soltanto adesso e sarà molto lungo. Abbiamo ancora tanto lavoro davanti e il nostro percorso è tutt'altro che concluso: siamo soltanto all'inizio di un processo pensato su quattro anni».

Quali saranno i suoi prossimi impegni prima della partita?

In chiusura, il direttore sportivo ha raccontato come cambino le sue giornate alla vigilia di un incontro: «Quando si avvicina una partita, purtroppo per me non esiste molto altro. Come dicevo, una parte fondamentale del mio lavoro consiste nello stare vicino alla squadra e all'allenatore. Oggi si respirava già un'atmosfera differente, perché dopo mesi si torna finalmente a giocare, e questo rende tutto più particolare».
Condividi
La funzionalità è stata disattivata perché si avvale di cookies (Maggiori informazioni)

Attiva i cookies