Il racconto della settimana

I muri delle case del paese erano bianchi, bianche le porte e le finestre. Bianche erano le tende, bianche le lenzuola sui letti e bianche le federe dei cuscini. Bianchi gli asciugamani, bianche le mattonelle dei bagni e bianco il parquet dei pavimenti. Bianca la cenere nei camini. Bianche le macchine parcheggiate una di seguito all’altra in file ordinate. Ai campanelli dei condomini e delle villette, bianche targhette erano affollate di “Bianchi Margherita- Candido Albino” o “Agnelli Gelsomina- Chiari Albano”. Per il paese, a passeggio, negli uffici, nei bar, gente vestita solo di bianco: bianchi gli abitini delle signore, bianchi i loro cappellini e i fiori che li decoravano. Bianchi i completi eleganti dei signori. Bianchi i loro capelli e i loro baffi. Bianche le scarpe, le stringhe delle scarpe, bianchi i fazzoletti che i signori toglievano dalla tasca delle loro bianche giacche per detergere le bianche boccucce delle loro signore, che si erano sporcate con la bianca panna dei pasticcini, dicendo loro: “Sei un’ingorda, cara”. Bianca era la luce delle lampade e dei lampioni, di bianco erano dipinti gli scafi delle barche dei pescatori che a sera sonnecchiavano nel porto vecchio. Bianche le pietre delle strade del centro, affollate di negozi e bar da aperitivo dove, sotto bianche verande, camerieri vestiti di bianco servivano ai loro bianchi clienti bianchi drink. Tutto era bianco. Tutto era sempre stato bianco. Sicuramente si trattò di una forestiera. Si stagliò contro il sole caldo dell’estate, camminando sicura, lo sguardo fisso davanti a sé, come avesse una missione da compiere. Era stretta in un lungo abito rosso che svolazzava nello scirocco come una bandiera, allungandone la figura come un’ombra proiettata nel vento. Rosso era anche lo scialle che le coronava la testa. Rossi i suoi capelli audacemente sciolti. Rossi gli occhiali da sole dalla montatura fine e i grossi orecchini che le pendevano dai lobi. Rosse le scarpe col tacco. Ma soprattutto, scandalo degli scandali, rossa era la sua bocca. Rossa d’un rosso sconciamente, sconvenientemente, assolutamente non bianco. Il silenzio stupito tuonò di rabbia. La folla le fu addosso. Picchiandola, cercarono la colpa che le abitava dentro, annidata nel profondo. E la trovarono: quando le scoprirono rosso anche il sangue, la dilaniarono come un branco di cani rabbiosi. La sua rossa anomalia imbrattò le pietre immacolate della piazza.
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