Clima rovente attorno alla Fiorentina: la squadra non decolla, il tifo è in fermento, ma la società conferma piena fiducia in Pioli

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A Firenze, il termometro del tifo segna febbre alta. Il pareggio senza reti nel derby con il Pisa, pur salvando la squadra da una sconfitta potenzialmente esplosiva, ha lasciato intatta una sensazione di crescente disagio, ormai difficile da ignorare. Lo testimoniano gli umori delle curve: a Pisa, la squadra è stata praticamente respinta dal settore ospiti, invitata a rientrare negli spogliatoi senza il consueto saluto finale. Un gesto che ha il sapore della rottura, più che della protesta occasionale.

E non si tratta più di mugugni isolati. Già dopo la gara interna con il Como, fischi e malumori avevano coinvolto anche la dirigenza, con il direttore sportivo Daniele Pradè nel mirino. A rendere più teso il clima, anche l’assenza della Fiesole a Pisa, rimasta a Firenze per protestare contro il caro biglietti. Eppure, dietro le quinte, si mormora che in caso di sconfitta nel derby, alcuni esponenti del tifo organizzato fossero pronti a radunarsi al Viola Park per consegnare alla squadra una simbolica “sveglia”.

Il pareggio ha evitato la scintilla, ma la brace resta accesa. E i prossimi 180 minuti saranno decisivi: prima il ritorno europeo contro il Sigma Olomouc, poi la sfida con la Roma in un Franchi che si preannuncia infuocato. Due partite che potranno dire molto non solo sul futuro immediato della squadra, ma anche sul rapporto ormai compromesso tra ambiente e squadra.

Nonostante il clima pesante e i risultati ben al di sotto delle aspettative — solo tre punti raccolti in cinque giornate, peggior avvio nell’era dei tre punti — la società fa quadrato attorno a Stefano Pioli. Il tecnico, deluso e arrabbiato quanto il resto dell’ambiente, non è in discussione. Da parte del club, filtrano segnali chiari: avanti insieme, convinti del progetto triennale costruito attorno alla sua esperienza e al valore della rosa, peraltro costata quasi 100 milioni di euro nell’ultima estate.

Pioli ha provato a cambiare rotta sul campo, ma finora senza esiti: moduli alternati, rotazioni negli interpreti, esperimenti tattici, ma la squadra appare ancora spaesata. Il pari di Pisa, più per inerzia che per qualità, ha confermato un gruppo in crisi d’identità e sfiduciato nei suoi uomini chiave. Dodo e Gudson hanno deluso, Gosens non è ancora il motorino devastante visto altrove, De Gea non trasmette sicurezza e Kean, terminale offensivo designato, è ancora a secco dopo sette gare ufficiali. Persino veterani come Dzeko sono stati impiegati in ruoli estemporanei, più per disperazione che per strategia.

Le difficoltà coinvolgono anche i nuovi acquisti: Sohm e Piccoli, pagati complessivamente oltre 40 milioni, non hanno ancora trovato una collocazione tattica stabile. Fagioli resta ai margini, Comuzzo è scivolato nelle gerarchie, e Nicolussi Caviglia, appena alla seconda da titolare, appare ancora acerbo. Una crisi trasversale che non può più essere archiviata come un semplice passaggio a vuoto.

Pioli, però, resta al timone. Il confronto serrato avuto al Viola Park tra staff e squadra ne è la prova: si vuole uscire insieme dalla crisi. Ma la sensazione, sempre più forte, è che la pazienza della piazza sia prossima al limite. Le prossime due partite potrebbero segnare il punto di svolta: o l’inizio di una risalita, o il collasso definitivo di un progetto nato con ambizioni europee e che ora rischia di trasformarsi in un boomerang.

Il tempo per invertire la rotta c’è ancora, ma il margine d’errore si è assottigliato. Firenze aspetta risposte, sul campo e non solo.
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