La Fiorentina si appresta a sfidare il Polissya

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Una volta si chiamavano preliminari, non per caso, oggi li chiamano playoff. E’ di nuovo da lì che la Fiorentina deve passare per poi fare l’Europa. Purtroppo è ancora Conference League, sappiamo perché e per come, con l’orgasmo (a proposito della premessa) in programma a Lipsia il 27 maggio 2026. Come a dire, c’è da sudarselo.
 
Giochi di parole erotici a parte, per quanto non ecciti granché ri-fare questa competizione per chi tifa Fiorentina ed è stato abituato a ben altri palcoscenici, il primo ostacolo è il Polissya, i lupi ucraini che cercano la gloria, alla prima partecipazione in una competizione europea della loro storia, che hanno come miglior piazzamento storico un quarto posto in Ucraina (o meglio ciò che ne rimane dopo le note vicende che hanno stravolto anche il settore calcistico), una semifinale di Coppa d’Ucraina e che, fino a qualche anno fa, erano stati al massimo in Serie B. Chi stesse pensando: bhè, passeggiata di salute per la Fiorentina, no? Ecco, è qui che deve subentrare la prudenza.
 
D’altronde, come si dice, ogni partita in Europa è difficile. Che è un po’ come dire che la palla è rotonda, o che non ci sono più le mezze stagioni e mettiamoci pure un bel 'non si deve mai andare in Germania, Paolo'.  La recente storia dei preliminari della Fiorentina sono lì a testimoniarlo. Con tutte le specifiche del caso. Col Twente quattro anni fa fu una sudata vera e propria. C’era una rosa di giocatori che non aveva grande esperienza internazionale, un tecnico all’esordio in competizioni europee, e un avversario che è stato il più forte (sulla carta) di quelli incrociati in questi quattro playoff.
 
Lassù, soprattutto, fu Terracciano a vestire i panni di San Pietro e dare una grossa mano all’approdo in Europa dei viola. Poi ci fu il Rapid del secondo Italiano, un ibrido come livello ma, come da tradizione, più avanti di condizione e comunque insidioso. Abbiamo visto, l’anno scorso, come un Lask qualunque, avversario di quel rango lì, sia stato regolato con un 7-0, come a dire nulla di trascendentale, ecco. Anche lì ci fu da soffrire, con quella Fiorentina che già iniziava a palesare un problema che poi avremmo riconosciuto come cronico: l’assenza di un centravanti, uno di quelli veri, che fa gol, che risolve le partite, non certo i Cabral, Jovic, Kouame e compagnia cantante che si sono alternati nel dopo Vlahovic.
 
L’anno scorso, invece, l’impresa più titanica per come si misero le cose nel doppio confronto contro una formazione sconosciuta, ancor più di quella che giovedì sarà sulla strada dei viola, come il Puskas Academy, un apostrofo tra il ‘chi?’ e il ‘ah bhe’. Ma lì ci furono una valanga di aspetti che complicarono le cose: un mercato che doveva ancora essere fatto, la sottovalutazione delle difficoltà (come da ammissione dello stesso Pradè), la rivoluzione che stava per essere messa in pratica con l’epurazione di almeno i tre quarti di quelli che erano stati i titolari nel ciclo precedente, un tecnico inesperto con le sue scelte tutte sbagliate: dall’undici titolare ai cambi, passando per concetti di gioco inesistenti, una mentalità non da ‘grande squadra’ e una schiera di giocatori che poi sarebbero stati o ceduti o svenduti o comunque panchinati. Basti pensare che all’andata giocarono De Gea (fermo da un anno), Quarta (poi panchinato e infine ceduto), Kayode (panchinato e poi venduto), Bianco (ceduto pochi giorni dopo), Parisi (divenuto poi alternativa), Colpani (che poi ha fatto sempre malissimo), Beltran centravanti (idem come il precedente), Sottil (panchinato, poi ceduto). Al ritorno giocarono Biraghi (poi panchinato e svenduto), Amrabat (era già stato ceduto al Fenerbahce), Ikoné (panchinato e venduto), con subentri dell’inesperto Comuzzo e Kouame.
 
Tutte cose che, giovedì in Slovacchia contro gli sconosciuti del Polissya, non sono tra i problemi di questa Fiorentina. In panchina c’è un signore che ha guidato il Milan fino alla semifinale di Champions League, che ha già messo a referto 65 presenze da allenatore nelle competizioni europee. La rosa è già pronta, con qualche ritocco da fare, ma è quella che Pioli ha trovato fin dal primo giorno in cui è arrivato qua. A disposizione ci sono uno dei migliori portieri di Serie A e nella top10 d’Europa come De Gea, il vicecapocannoniere della scorsa Serie A come Kean, uno dei soli 5 tecnici che hanno vinto uno Scudetto come Pioli, la conferma del blocco che ha chiuso sesto l’anno scorso, l’innesto di Sohm, il riscatto di Gud, il rinnovo con (cospicuo) aumento del portiere spagnolo e i 3 milioni d’ingaggio che saranno corrisposti al tecnico. Insomma, l’asticella è stata alzata, a parole, in parte anche coi fatti. Il tutto, ovviamente, andrà unito al tentativo di stare a ridosso della lotta per la Champions League in Serie A, provando ad entrarci. Facile? No. Ma neppure impossibile. Ora tocca al campo dare le sue risposte. Il primo passo verso Lipsia è già dietro l’angolo. E vabé che loro sono più avanti di condizione, con 7 gare ufficiali già nelle gambe, ma a livello di valori non c’è paragone: il Polissya vale un dodicesimo della rosa della Fiorentina. Si parte, via!
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