Nzola, un danno da 25 milioni

L’angolano lasciato a casa. Sperando che parta

La Fiorentina è partita per la tournée in Inghilterra lasciando a casa M’Bala Nzola. L’attaccante angolano, di fatto, è un separato in casa da inizio raduno. Palladino non ci ha mai puntato neppure per fare il ‘birillo’ nelle esercitazioni al Viola Park, dove si è sempre allenato non col gruppo. TOP 15 Se si guarda agli acquisti più onerosi della gestione Commisso, fino a pochi giorni fa Nzola rientrava di diritto nella top 10, coi 12,6 milioni di euro che la Fiorentina ha versato nelle casse dello Spezia. Gli innesti di Moise Kean e Pongracic lo hanno fatto slittare fuori dai primi dieci acquisti più costosi della gestione italo-americana, in cui resistono Amrabat, altro che per la Fiorentina è stato più un danno che una risorsa, Duncan, lasciato andar via a parametro zero dopo essere stato pagato 15 milioni e Ikoné, il cui futuro è ancora tutto da scrivere. Ma Nzola, anche con l’arrivo ormai prossimo di Colpani, resterà nella top 15. E soprattutto resterà al Viola Park ad allenarsi da solo, in attesa di sistemazione. VIA, MA DOVE? Facendo un rapido calcolo l’angolano è già costato alla Fiorentina 12,6 milioni di euro per il cartellino e 3 milioni di euro lordi di ingaggio. Se nessuno lo dovesse acquistare o, comunque, lo prendesse in prestito, è probabile che parte dell’oneroso stipendio dell’attaccante rimanga a carico della società viola. Parlando tra noi, chi è il folle che in Serie A spenderebbe 10 milioni di euro per il cartellino di Nzola? Sicuramente nessuna squadra che sta davanti ai viola nelle gerarchie del campionato, forse qualcuno che lotta per la medio/bassa classifica, ma col piffero a titolo definitivo, e col piffero bis corrispondendogli l’ingaggio che percepisce a Firenze. In virtù della scadenza al 2027 prevista dal contratto coi viola, Nzola guadagnerebbe dalla Fiorentina ancora 9 milioni di euro lordi. Insomma, un danno epocale, quantificabile in 25 milioni di euro. L’unica speranza è che qualche club di Bundesliga, bassa Premier, Liga o di secondo livello in Arabia o Qatar lo prenda. Già riprendere qualche milione, o risparmiarne qualcuno dell’ingaggio, sarebbe qualcosa (come accaduto per Kokorin, altro bagno di sangue economico e tecnico). STORIA. La storia di Nzola è nota. Era arrivato a Firenze dopo aver segnato 13 gol con lo Spezia, con Italiano che lo aveva avuto in Liguria nel 2020/21 in cui fece 11 gol e al Trapani. Eppure non ha mai funzionato. A parte quella bella prestazione col Genoa alla prima giornata, già col Rapid Vienna nel playoff di ritorno di Conference League, dunque alla quarta gara stagionale, il Franchi disapprovò la sua prestazione con sonori fischi per alcuni errori sotto porta imbarazzanti. L’unico lampo degno di nota il gol allo scadere al Bruges, dopo settimane in cui era rimasto fuori per scelta tecnica, o motivi personali, o quello che volete. Insomma, un flop totale.   SE VA…Se Nzola dovesse partire, a quel punto la Fiorentina potrebbe andare a prendere un vice Kean. Sempre che non decida di confermare Kouame. Ma molto dipenderà dal se e come partirà l’angolano. Se dovessero entrare dei soldi e in che tempi? E’ un rebus. Anzi, un bagno di sangue. E per chi ha le risorse contate (non in termini di ricchezza della proprietà, ma in termini di fatturati), il danno è enorme. La speranza, ovviamente, è che la Fiorentina venda Nzola a 25 milioni, come ha fatto l’anno scorso rifilando il ‘pacco’ Cabral al Benfica (che adesso non sa come sbolognarlo dopo un anno disastroso) . Ma non sempre ciò accade. Anzi…

Sottil: ora o mai più. E' il momento di svoltare

Il viola è partito col piede giusto. Questo deve essere il suo anno

Quando Riccardo Sottil fece l’esordio in Serie A, Raffaele Palladino dava gli ultimi calci al pallone prima di appendere gli scarpini al chiodo. Era il 2018, giusto per dare dei riferimenti temporali. All’epoca, per molti addetti ai lavori era Sottil quello forte che veniva fuori dal settore giovanile della Fiorentina, non Chiesa. Poi, però, uno è diventato un grande calciatore (al netto di come la si pensi sulla scelta di lasciare Firenze per andare alla Juve), mentre Sottil è rimasto una promessa, che forse esploderà. Forse, chissà. Fin qui, quell’appuntamento non è ancora arrivato. Arriverà? Ci puntò Di Francesco a Cagliari, ha avuto come tecnici Iachini, Montella, Pioli, Italiano e adesso Palladino. Tutti ne hanno sempre parlato bene, qualcuno benissimo, sperando che sbocciasse. Adesso è in arrivo un’altra occasione, probabilmente l’ultima: adesso o mai più. Il gol segnato alla Reggiana in amichevole ricorda molto quelli che aveva siglato a Club Bruges e Sassuolo quando, pochi mesi fa, sembrava aver finalmente trovato la chiave di volta per esplodere definitivamente. Poi altro infortunio, stagione finita anzitempo e appuntamento con la consacrazione ancora rimandato. E’ calcio d’estate, giusto ribadirlo. Ma Sottil, a questo giro, sembra essere partito col piede giusto. E’ il momento di svoltare, lo sa lui e lo sanno tutti. Sono passati ormai due anni da quando Daniele Pradè in conferenza stampa lo incoronò come possibile rivelazione della stagione ma nel frattempo, tra qualche alto, tanti bassi e una moltitudine di problemi fisici quell’esplosione non si è mai verificata. Già in fase di presentazione il neo tecnico viola Raffaele Palladino ne parlò benissimo. E’ stato tra i più in palla nella prima parte di ritiro al Viola Park, fino al gol messo a segno con gli emiliani venerdì sera e conseguenti altri elogi da parte del mister gigliato. "Riccardo è un giocatore forte, col quale ho parlato molto in questi giorni e che bisogna stimolare sempre. Sono sicuro che farà un grande campionato. Lui sa che deve alzare la sua media realizzativa”. Ecco, gli stimoli e la fiducia ci sono, ma va sfruttata. Stavolta, o meglio anche stavolta, Sottil inizierà la stagione nella speranza di tutti che possa essere quella giusta. Ma a questo giro sarà ‘dentro o fuori’. O svolta, oppure…  

“Good luck Nihola”. E ben arrivato a Pongracic

I 7 anni di Milenkovic alla Fiorentina, che sarà sostituito da Pongracic

Per un –ic che se ne va, un altro –ic arriva. La Fiorentina avvicenda il serbo Nikola Milenkovic col croato Marin Pongracic. A livello di età siamo lì, visto che entrambi sono del 1997, per cui la società viola non si ringiovanisce né invecchia. I costi dei cartellini sono praticamente gli stessi, coi soldi che entrano nelle casse viola che saranno girati ‘pari pari’ in quelle dei salentini del Lecce. Cambia, semmai, il costo a bilancio: Milenkovic, infatti, percepiva oltre 3 milioni di euro netti a stagione, mentre Pongracic ne prenderà 2,1 all’anno. Al netto di come la si pensi sulla politica della società viola in termini di attenzione alle spese, del taglio del monte ingaggi e sul valore tecnico di chi è stato ceduto al cospetto di chi è stato acquistato, con l’addio di Milenkovic si chiude una storia sportiva e umana durata sette anni.  264 partite in tutto, inaugurate dall’esordio in Serie A a Cagliari il 22 dicembre 2017, a 20 anni, da titolare, in un successo 0-1 targato Khouma Babacar. Curioso come proprio in Sardegna abbia messo a referto l’ultima presenza in Serie A con la maglia viola, visto che nel recupero di Bergamo contro l’Atalanta di inizio giugno non scese in campo. Tanti i momenti di alti e anche di bassi per Milenkovic, diventato col tempo per tutti Nihola in tipico ‘accento’ fiorentino. Degno di nota quel testa a testa del 2018 con un certo Gonzalo Higuain, quando El Pipita era alla Juventus e il serbo gli si presentò, a 21 anni, a muso duro senza timori reverenziali. Pochi mesi dopo arrivò anche il primo gol in Serie A, in un Fiorentina-Chievo finito 6-1, con una botta pazzesca da fuori. Poi il primo centro di quello che è sempre stato un suo punto di forza, il colpo di testa, contro la Spal in un 3-0 di fine settembre 2018, con anche la soddisfazione di aver siglato un gol alla Juventus a Torino. In quegli anni su lui suonavano sirene importanti, proprio dalla Premier dove sarebbe approdato anni più tardi. Corvino parlò di un’offerta da 40 milioni arrivata a gennaio dal Manchester United, che la Fiorentina rifiutò. Poi ci fu il passo indietro dei Della Valle, ma anche sotto la gestione Commisso, col ritorno di Pradè e Montella in panchina, Milenkovic continuò ad essere un perno della difesa della Fiorentina. A dire il vero, per lui, le richieste non sono mai mancate, Inter su tutti. Tanto che, quando Milenkovic viaggiava sempre più verso la scadenza del contratto, sembrava ormai imminente il suo approdo in nerazzurro. Ma alla fine non se n’è mai fatto di nulla. E proprio in virtù di quel pericoloso avvicinamento alla scadenza e delle tante richieste, la Fiorentina gli rinnovò il contratto fino al 2027 a 3,3 milioni di euro all’anno. Nel 2019/20 diversi anche i gol messi a segno, 5, al Napoli nella prima in A di Commisso a quelli con Udinese, Sassuolo, Roma e Bologna. In quella successiva furono 3, mentre nel primo anno di Vincenzo Italiano ne fece uno, a Roma, alla prima di campionato e due in Coppa Italia, uno al Benevento ma anche al 93’ a Bergamo contro l’Atalanta. Nel 2022/23 andò in rete 3 volte, con Spezia e Samp in campionato e col Sivasspor in Conference League. L’anno scorso, invece, sono stati 0 i gol. Diversi anche i bassi, come quel rosso ingenuo che rimediò in una gara con la Juve per un fallo a centrocampo, o per una reazione su Belotti, ma anche diverse difficoltà nel riuscire ad esprimersi ai suoi livelli nei meccanismi della difesa alta di Vincenzo Italiano. Tante anche le problematiche fisiche con cui ha dovuto convivere nei due anni passati, così come gli ultimi due appuntamenti internazionali giocati con la sua Serbia non sono stati certo da ricordare, tra un Mondiale difficile (con tanto di due reti prese dalla Serbia per suoi errori sulla linea del fuorigioco) e un Europeo incolore. Insomma, le premesse su una sua crescita fino ai livelli da top player che sembravano esserci su di lui quando muoveva i primi passi da difensore della Fiorentina, col senno del poi, non si sono avverate. Milenkovic è rimasto un buon difensore, coi suoi punti di forza e altrettanti di debolezza. Ma con un ingaggio che nel frattempo è rimasto da ‘top’, tanto da indurre la dirigenza a cambiare rotta. Anche storie umane, dicevamo. Si perché Milenkovic, fino a pochi giorni fa era uno dei reduci di quello spogliatoio che dovette superare il lutto della perdita del capitano Davide Astori. L’altro è Cristiano Biraghi, che ha ereditato la fascia che portava Davide, coi gradi di capitano che a tratti ha ricoperto anche lo stesso Nikola. Dramma umano, tra l’altro, rivissuto dal serbo nei giorni della scomparsa di Barone. Di Milenkovic ha sempre colpito il garbo nelle relazioni, per cui si può tranquillamente dire che la Fiorentina ha ceduto un gran bravo ragazzo, attaccato alla maglia viola, a Firenze e alla Fiorentina, che forse come difensore poteva fare qualcosa di più, anche in virtù dei tanti soldi che percepiva di stipendio. Ma insomma, siamo sicuri che in un eventuale futuro incrocio con il Nottingham Forest, per lui non ci saranno fischi ma solo applausi. E dunque: ‘good luck Nihola’, e ovviamente ‘benvenuto Pongracic’.

Dica 33! Tra trentatré giorni la prima ufficiale della Fiorentina

I viola si avvicinano alla prima partita della nuova stagione

Domanda, secca, orsù: “trentatré, cosa vi viene in mente”? Così, su due piedi? Qualcuno di voi lo avrà già pensato:  ‘Trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando’, facile no? Poi, dirlo rapidamente, è un po’ più difficile, ma con un po’ di esercizio si può fare. Tra l’altro, ma perché erano trentatré? E perché entrarono a Trento trotterellando? Bho! A qualcuno sarà venuto in mente il ’33, gli anni di Cristo’, pensando a qualche zio o nonno che, a Natale, dinanzi alla Tombola (a proposito, ci si gioca ancora?), dava sfoggio del suo conoscere a memoria tutta la Smorfia. A qualcun altro sarà venuto subito in mente il numero che aveva Mario Gomez, ricordandosi di tempi in cui a Firenze ‘erano giorni di grandi sogni, erano vere anche le utopie’. Altri ancora avranno pensato a concetti matematici, terne pitagoriche o cose da cui ci teniamo volutamente alla larga. Non ci faremmo una gran bella figura. E poi, ancora, il ‘dica 33!’.Ecco, nel caso della Fiorentina 33 sono anche i giorni che mancano alla prima uscita ufficiale della stagione, a Parma, prima gara della Serie A 2024/25. Detto tra noi, ad oggi, se fossero 44 o 55, forse forse sarebbe pure meglio. Anche perché, se da una parte c’è da buttarsi alle spalle delusioni e scorie del recente filotto di finali perse, unite ai due ottavi posti in classifica che non hanno certo esaltato, dall’altra c’è un mercato che fin qui non ha eccitato. Diciamocelo chiaramente: la Fiorentina ha preso Kean (evviva Kean), magari prenderà Thorstvedt e forse pure Vranckx, chissà che non stia chiudendo proprio in queste ore, ma se ci fosse l’applausometro difficilmente si registrerebbero picchi altissimi. Fin qui, piuttosto che l’avvicinarsi della prima partita della nuova stagione scalda solo il gran caldo che fa.D’altronde, il proverbiale ed eccitante ‘chi si compra?’ da queste parti è ancora fermo al ‘Pradè è alla finestra’. Anche perché, come spesso accade nel calcio moderno, prima c’è da pensare al ‘chi si vende?’. Ed ecco che i vari Ikoné, Nzola, Sabiri e pure Amrabat sono in vetrina a prezzi di saldo al Viola Park, qualcuno nel retrobottega, altri in giro per il mondo con permessi e vacanze extra, sperando che un cliente passi di là, se ne innamori e porti denari alla Fiorentina. Poi c’è il ‘caso’ Milenkovic, paperone della rosa viola con un ingaggio da nababbo che la dirigenza venderebbe volentieri, sia per abbassare il monte ingaggi che per…abbassare il monte ingaggi, senza dimenticare la necessità di abbassare il monte ingaggi. Ovviamente stiamo facendo ironia, la stessa con cui vogliamo ribadire che alla prima partita ufficiale della stagione mancano 33 giorni. Pochi? Tanti? Decidete voi.Ad oggi, la prospettiva di presentarsi al Tardini sperando che Kean imbrocchi finalmente la stagione giusta, che per Sottil sia l’anno della consacrazione definitiva e che Mandragora disegni calcio in mezzo al campo, scaldano un pizzico poco. Almeno tra qualche giorno, in realtà non meno di una quindicina, torneranno a Firenze anche i due campioni del SudAmerica, Gonzalez e Quarta, mentre per Beltran ci vorrà quasi un altro mese. Praticamente, per la sfida coi ducali di Pecchia e forse anche per l’andata del playoff di Conference League, sono tutti a rischio, tra chi sarà in ritardo di condizione e chi sarà appena rientrato. Ecco perché, forse forse, anziché 33 giorni sarebbe meglio ne mancassero 44 o 55. Ma tant’è. Nel dubbio, se la dirigenza battesse dei colpi…l’attesa potrebbe diventare un po’ meno disillusa.

E se fosse l’estate di Bianco?

Il centrocampista potrebbe scalare le gerarchie viola

Col gol segnato l’altro giorno alla Francia, coi suoi 16 anni e 362 giorni, lo spagnolo Lamine Yamal è diventato il giocatore più giovane di sempre a segnare tra Mondiali ed Europei. Record che, tra l’altro, apparteneva in precedenza ad un certo Pelé. Premessa: se (al netto della bellezza del gol, che già di per sé meriterebbe ore di applausi) la cosa non vi fa emozionare, bhè, probabilmente rientrate nella categoria degli insensibili di cui anni fa parlava Buffon, e se vi guardate bene sotto al mento, quasi certamente vi troverete addosso un bidone dell’immondizia al posto del cuore. La ventata di gioventù portata dal fenomeno spagnolo, con le mille doverose e debite differenze del caso, chissà che non investa anche il calcio italiano, perché no anche la Fiorentina. Attenzione, nonostante il grande caldo di questi giorni non siamo stati (ancora) colpiti da deliri da colpo di calore. Non preoccupatevi: non vogliamo sostenere la tesi che, a guardarlo meglio, in effetti Ikoné ricorda un po’ Yamal; non diremo che Robben ricorda Cerci (cit.); non abbiamo intravisto in Kouame la tecnica dello spagnolo. Ma chissà che questa non possa essere l’estate di Alessandro Bianco. In fondo, il centrocampista cresciuto nel settore giovanile gigliato con cui ha vinto titoli a profusione, in confronto a Yamal è quasi ‘vecchio’, coi suoi 5 anni in più. E diciamocela tutta: Alessandro di nome, Bianco di cognome, che noia! Si fosse chiamato Alexander Biancovich o Alex Van Der Biancon, probabilmente giocherebbe già titolarissimo nella Stella Rossa o nell’Ajax, mentre alle nostre latitudini, a 22 anni, è ancora alla ricerca dell’occasione. Ma…c’è un ma. L’opportunità giusta potrebbe essere ora. Magari non quella da ultimo appello, ma sicuramente la chance da sfruttare. Come in una sorta di ‘Squid game’, infatti, i concorrenti di Bianco sono usciti dal gioco uno dopo l’altro: Arthur non riscattato dalla Juve (‘taac’); Maxime Lopez non riscattato dal Sassuolo (‘taac’); Castrovilli e Bonaventura svincolati (‘taac’); Duncan via a parametro zero (‘taac’); distanza tra Fiorentina e Wolfsburg per Vranckx (‘taac’); forte inserimento dell’Atalanta su Brescianini (‘taac’); Amrabat vuole solo la cessione (‘taac’); solo Mandragora tra gli altri centrocampisti a disposizione (‘taac’). E ok che la Fiorentina ha in pugno Thorstvedt, sempre che non ci piombi sopra in extremis l’Atalanta perché tanto, ormai, gira così, ma il giovane viola pare avere tutte le carte in regola per dire la sua. In fondo l’anno scorso è stato il miglior giocatore della Reggiana in B, ha caratteristiche che a questa Fiorentina mancano, ha già fatto esperienze in prima squadra giocando in Serie A e anche in Conference League, perciò non si capisce perché non possa essere meritevole di provare almeno ad ambire di poter stare stabilmente tra i calciatori che si alterneranno nella mediana viola. Anche perché, se poi devi andare dall’altra parte del mondo a prendere un Infantino qualunque o spendere milioni per chissà chi, forse forse… Attenzione, avviso ai naviganti: chi vi parla non sceglierebbe, ad oggi, Bianco anziché Jorginho, Torreira, Calhanoglu, Kroos, Modric o chi più vi pare e piace. Ma magari, tra i tanti nomi accostati alla Fiorentina, la possibilità che Bianco possa far bene al pari di un Bondo, un Vranckx o un qualsivoglia sconosciuto che, magari, ti costa anche svariati milioni, quella sì. O almeno la speranza c’è. Anche perché, diciamocelo chiaramente: non sembra esserci tutto sto granché nei nomi che vengono accostati alla Fiorentina per la mediana. Magari in queste ore, mentre vi stiamo parlando, Pradè e Goretti stanno lavorando sottotraccia per prendere Barella, Rodri o anche Frattesi, ma questo ci appare un po’ inverosimile. Chissà, insomma, che questa non possa essere l’estate di Bianco. E che poi, alla riprova dei fatti, magari anche dopo qualche partita sottotono e qualche errore che, coi giovani, va messo in conto, non possa diventare il faro del gioco della Fiorentina. Se non ora, quando?

Da Zaniolo a Colpani e (ancora) Berardi. E se Nico partisse?

Voci, rumors e indizi. Gonzalez potrebbe essere ceduto dalla Fiorentina

‘Nico resta al 99%’. Il punto di partenza è questo, ovvero quanto quell’1% possa ampliarsi o meno anche in ottica di eventuali offerte che (e se) arriveranno alla Fiorentina per l’argentino. Con quelle parole il ds viola Daniele Pradè disse tutto e niente, perché in fin dei conti nel calcio di oggi è così. Se arriva l’offerta monstre è quasi impossibile rifiutare, per qualsiasi giocatore. Quelli che hanno detto no, come l’Inter quando rifiutò ogni offerta per Skriniar o il Psg quando ha detto di no per Mbappè, alla fine sono rimasti col classico cerino in mano, perdendo calciatore e soldi, visto che sono andati via a parametro. Tornando a vicende di casa viola e quindi a Nico Gonzalez, voci e rumors su obiettivi di mercato accostati alla Fiorentina hanno fatto il resto.  INDIZI-COINCIDENZE-PROVE. ‘Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova’, diceva Agatha Christie. Nel caso in questione, il primo indizio sono state le parole di Pradè, il secondo l’insistenza con cui la squadra mercato viola ha trattato Nicolò Zaniolo prima, poi i rumors su Colpani che si sono fatti sempre più fitti e ancora le voci rilanciate nelle ultime 24 ore su un nuovo ammiccamento a Berardi, senza dimenticare quel nome sullo sfondo che ogni tanto ritorna, ovvero Gudmundsson. Magari è tutto un caso, ma potrebbe anche non esserlo. PRO E CONTRO. Premessa: ad oggi non risultano offerte di chissà chi per l’esterno argentino, tra l’altro impegnato in Coppa America con l’Argentina dove ha anche buone chances di vincere la competizione. Ma è molto probabile che qualcosa si possa muovere, soprattutto dal mercato inglese dove i quattrini non mancano. A maggior ragione se alzasse al cielo la Copa con l’albiceleste. L’anno scorso, nel dubbio, ha messo dentro 16 reti, perciò chi sia Nico Gonzalez è difficile non saperlo. Pro e contro, dicevamo. Che l’esterno sia uno dei pochi calciatori a disposizione ad oggi di Palladino in grado di poter fare la differenza, su questo non ci sono dubbi. L’altro era Bonaventura, che non è più viola al pari di Arthur, mentre cosa potrà essere Kean sarà tutto da vedere. Al tempo stesso, però, c’è da rifare in toto il centrocampo, per cui Gonzalez sarebbe uno dei pochi da cui poter far cassa per reinvestire in calciatori che facciano non tanto numero, quanto che permettano alla Fiorentina di fare il salto di qualità. Il tutto senza dimenticare la tattica. Palladino nelle prime dichiarazioni ha fatto intendere di prendere in seria considerazione l’idea di un assetto improntato sul 3-4-2-1. E quindi Nico? Magari come trequartista ci può anche stare, sì, ok. Ma c’è un altro problema: per rifare gran parte della rosa o la Fiorentina fa tutte operazioni fantasiose, tipo prestiti con diritto o pagherò, oppure tira fuori milioni e milioni. L’ideale sarebbe far cassa coi vari Ikoné, Nzola e Amrabat. Ma fin qui, a parte l’intenzione dello United di riportare a Manchester il mediano marocchino ma non certo per valanghe di milioni, quel tesoretto utile da poter investire per altri obiettivi non sta arrivando. E quindi…Il quesito torna e ritorna: e se Nico Gonzalez partisse? Intanto rumors e voci continuano a rincorrersi per tanti profili che sembrano così simili per caratteristiche e/o collocazione tattica a Nico Gonzalez. Sarà un caso?

Paradosso Milenkovic: ingaggio alto, rendimento no. E sul mercato…

Il difensore serbo della Fiorentina potrebbe finire sul mercato

C’era una volta un ragazzone serbo che, appena 20enne, prendeva e andava a muso duro con Gonzalo Higuain. Era il 2018, Nikola Milenkovic, per tutti a Firenze ‘Nihola’ (dove l’h diventa c ma è rigorosamente muta, tipo la ‘coca cola con la cannuccia corta’), stupiva per personalità, doti fisiche di marcatore difensivo e, soprattutto, prospettive. Mentre più volte il ds viola Corvino ha svelato di aver rifiutato mega offerte (da oltre 30 milioni, si mormora anche 40, da vari top club tipo lo United, ma non soltanto) per Milenkovic, negli anni la valutazione e il rendimento del difensore viola non hanno mantenuto le premesse. Il suo ingaggio, invece, è schizzato verso l’alto, tanto da essere il calciatore più pagato della rosa ormai dall’estate del 2022 quando il suo accordo col club di Commisso era in scadenza, l’Inter pressava per portarlo in nerazzurro, la Fiorentina non voleva privarsene a parametro zero e allora fu ‘costretta’ a tirare su gli emolumenti del difensore serbo per blindarlo. Il tutto per uno stipendio da oltre 3 milioni netti. Il rendimento sportivo di Milenkovic però, anziché andare a crescere è andato a calare. Con la sua Nazionale ha fatto un Mondiale in Qatar disastroso, mentre in questo Europeo non ha propriamente brillato. In maglia viola ha vissuto due/tre stagioni ben al di sotto della sufficienza. Sarà stato per la linea alta con cui Vincenzo Italiano amava far giocare la difesa della Fiorentina o per vari problemi fisici con cui Milenkovic ha dovuto convivere, fatto sta che il suo stipendio così remunerativo sta portato il club gigliato a fare delle doverose valutazioni. Premessa: un club ambizioso, come si è detto essere la Fiorentina per bocca del ds Pradè pochi giorni fa, non vende i propri migliori giocatori. Al massimo può valutare offerte monstre, a patto di reinvestire quei soldi per migliorarsi. Questa è la base, al netto di quello che riesce a fare l’Atalanta che vende a tantissimo, ricompra a poco e si migliora costantemente. Detto ciò, in un’estate in cui la Fiorentina deve rifare oltre mezza squadra, sacrificare una pedina che porti milioni pesanti può essere una strada. Certo, c’è chi spera di monetizzare dai vari Ikoné, Nzola e Amrabat, ma pensare di lasciar partire Milenkovic per una cifra congrua, in modo tale da alleggerire anche il monte ingaggi, potrebbe essere una ‘buona’ idea. O meglio, un’idea in linea con le logiche del calcio moderno e con le politiche aziendali della Fiorentina di Commisso. Avrebbe sicuramente più senso che cedere Kayode, che potrebbe ancora crescere, mentre Gonzalez è uno dei pochi che nelle corde potrebbe far ‘fare la differenza’. Premessa bis: Milenkovic non è in vendita, ma poco ci manca. Con la difesa a tre da cui ripartirà Palladino potrebbe tornare a suo agio, magari con meno campo da dover coprire alle spalle ma potendo sfruttare le sue doti di marcatore, ma resta quel pesante ingaggio, troppo pesante, quasi fuori parametri per la Fiorentina. Il nodo Milenkovic, dunque, c’è. E andrà sciolto. Intanto occhio a Theate, che dopo il dietrofront con l’Arabia potrebbe tornare di gran moda per la Fiorentina. Ripartire da un poker di centrali composto da Milenkovic, Theate, Ranieri e Quarta sarebbe un bel ricominciare. Sempre che il gigante serbo torni a fare la differenza, in positivo s’intende.

Ritiro al via: Amrabat, toh chi si rivede?! Forse; anzi no

Il marocchino non è tra i convocati. Si spera nei soldi dello United

Ultimo weekend di ferie, poi la stagione della Fiorentina ricomincerà. Raduno previsto per lunedì al Viola Park, coi primi test fisici e le visite mediche, poi si inizierà a fare sul serio. E sarà per il caldo, o perché tutti a pensare a ‘chi si compra?!’, ma da qualche notte dormire a Firenze si è fatto più difficile. I sonni e i sogni dei tifosi viola, infatti, sono in questi giorni costantemente disturbati da un pensiero, ansioso, terrificante, un incubo: ‘ma Sofyan Amrabat va, torna, resta?’. Chi sperava che il centrocampista marocchino varcasse da subito i cancelli del Viola Park, bello carico, determinato e pronto a mettersi a disposizione del neo tecnico Raffaele Palladino, magari con annessa firmetta su un rinnovo per più anni rispetto ai dodici mesi che gli restano di contratto con la Fiorentina, può tranquillamente girarsi dall’altro lato e continuare coi suoi sonni/sogni beati, quelli in cui spesso ci si immagina al fianco di Elisabetta Canalis, su un’isola deserta o coi milioni di euro vinti al Superenalotto. Intanto, con la lista dei convocati diramata oggi dalla Fiorentina, si sono avute le prime risposte: Amrabat non c’è. La società, infatti, gli ha concesso una settimana di vacanze in più avendo giocando con la sua Nazionale. Ma lo scenario sembra chiaro: da qui al 15 luglio Pradè, Goretti e gli altri dirigenti viola si attaccheranno al telefono con l’Inghilterra sperando che lo United tiri fuori un po’ di grana. Quanta? Importa fino ad un certo punto, visto che il suo contratto è in scadenza tra un anno e la volontà di andare via da Firenze è ormai cosa nota. Una cosa è altrettanto chiara: la speranza della Fiorentina è di non restare sotto scacco di Amrabat anche quest’estate. Il centrocampo è da rifare, serve capire quanti soldi ci sono da poter spendere e se il mediano marocchino va, non va, porta denari oppure no. Possibilmente in fretta. In questo momento ancor di più, visto che Palladino lunedì avrà come centrocampisti Mandragora, Amatucci, Bianco e un paio di tifosi a sorteggio. Non proprio il massimo. Insomma, non c’è tempo da perdere, né tanto meno da inseguire un Amrabat che, con grande probabilità, se non passasse allo United da qui a pochi giorni potrebbe assumere i gradi di disertore, perché figurati se Sofy si presenta in ritiro. Di precedenti ce ne sono, anche più illustri e/o piuttosto ‘fantasiosi’. Dai certificati medici di Bernardeschi, povera stella, impossibilitato a raggiungere la squadra poiché afflitto da persistenti problemi intestinali, guarda caso improvvisamente svaniti nel momento in cui la Juventus fece l’offerta da 40 milioni che lo portò a Torino, fino alla querelle Nikola Kalinic, a sua volta disertore tra certificati medici e una presunta rapina in patria e poi, anche lui, finito altrove, al Milan. Almeno Juan Manuel Vargas a Moena si presentò, 7 chili sovrappeso ma si presentò, tra l’altro facendo fallacci un po’ su tutti e venendo rispedito a Firenze dove sotto la ‘guardia’ di Vincenzo Guerini correva ogni giorno ai 40 gradi dei campini. Poi ci fu David Pizarro, al centro di un tira e molla acceso e serrato con la dirigenza viola per cui non si capiva se il Pek c’era o meno, se sarebbe rimasto o meno, se sarebbe partito col resto della squadra per Moena oppure no. Alla fine tutto rientrò, e Pizarro salì sul pullman. Veretout, invece, voleva andare a Roma a tutti i costi, e per tutto il ritiro non fece altro se non cyclette a Moena per farsi mandare via. Ben più celebri erano le ore, anzi i giorni, o meglio le settimane in cui ogni santa estate a Firenze non si sapeva se Batistuta sarebbe tornato o meno. Poi Vittorio Cecchi Gori metteva mano al portafogli, ritocchino dell’ingaggio, ed ecco che l’argentino tornava in tutto il suo splendore. Tornando ad oggi, il riassunto potrebbe semplicemente essere ‘Amrabat, toh chi si rivede?! Forse; anzi no’. Con un titolo: ‘In attesa che Sofy parta’. Perché tanto, quando ‘testa di calciatore è buona solo per portare cappello’, c’è ben poco altro da fare. E visto che Amrabat se la sente così tanto, per cui la Fiorentina è troppo poco per lui, che vada, non c’è alternativa. Il calcio moderno, d’altronde, funziona così.

Calendario Serie A: il vademecum del tifoso viola

Il cammino della Fiorentina nella prossima Serie A

Che siate del partito del ‘tanto si devono affrontare tutte’ o che siate già lì a fare il conto di quanti punti farà la Fiorentina nelle prime tot giornate, col sorteggio del calendario di Serie A inizia ufficialmente la nuova stagione.  Vademecum utile, punto numero uno: vietato dire ‘qui c’è il calendario facile’ perché ha sempre portato male, soprattutto quando la Fiorentina era in zone alte della classifica e aveva dinanzi a sé partite contro le ultime in classifica, puntualmente anziché fare bottino pieno è inciampata rovinosamente. Vi ricordate la partita con l’Empoli l’anno scorso a Firenze? O ancora i punti lasciati a gennaio, quando la squadra di Italiano era quarta in classifica ma fece con Sassuolo, Empoli, Udinese e Lecce la bellezza di 2 punti? Ecco, meglio evitare.  Punto numero due: non è vero che ‘tanto si devono affrontare tutte’. Cioè, lo è, ma solo in parte. Perché trovare nelle ultime partite stagionali squadre che magari sono in lotta per salvarsi, già salve e senza obiettivi o già retrocesse, sposta eccome. Così come può incidere il trovarsi a ridosso di un playoff di coppa, come nel caso della Fiorentina che dovrà giocare lo spareggio per entrare in Conference League, squadroni o squadrette. Punto numero tre: segnarsi sul calendario quando ci sarà la partita con la Juventus, andata e ritorno, può essere buona abitudine. E se, in caso, qualcuno vi dirà che siete provinciali, nel dubbio  può essere utile tenersi pronto un bello e sonante ‘e chi se ne frega?!’. Detto tutto ciò, pronti, via, la gara che inaugurerà la Serie A dei viola sarà al Tardini col Parma. Quindi ci sarà il Venezia e poi il Monza, entrambe al Franchi. Quindi, per chi lo stesse pensando, ‘shhhh! Era il punto numero uno’! I viola, dunque, se la vedranno con due neopromosse. In mezzo alle sfide con ducali e lagunari ci sarà il playoff d’andata di Conference League, mentre quello di ritorno sarà in mezzo alle gare con Venezia e Monza. Se poi, il ritorno europeo, la Fiorentina lo dovesse giocare in casa, questo sarebbe il top non dovendo mai spostarsi neppure per il viaggio in chissà dove. Dopo il Monza, gara tutta speciale per Raffaele Palladino, ci sarà la prima sosta per le Nazionali.  Quindi il lungo sfilatino di partite, con la sfida all’Atalanta di Gasp e Zaniolo già in programma a Bergamo alla quinta giornata, per sfidare poi alla sesta la Lazio, alla settima il derby in trasferta ad Empoli, poi il Milan a Firenze. Quindi altra sosta, per riprendere con Lecce fuori e Roma in casa, mentre nel turno infrasettimanale di fine ottobre ci sarà la trasferta col Genoa, quindi quella col Toro. A novembre la Fiorentina sfiderà anche Verona in casa e Como fuori, magari ritirando fuori quel vecchio striscione ‘voi comaschi, noi con le femmine’, che però oggi avrebbe un vago sapore discriminatorio. A inizio dicembre ci sarà l’Inter a Firenze. Poi il Cagliari fuori ed ecco il Bologna dell’ex Vincenzo Italiano al Dall’Ara. Quindi Udinese in casa e…alla diciottesima Juventus-Fiorentina (-‘aspetta, me lo segno, il 29 dicembre…ah guarda, per capodanno’ – ‘oh provinciale’ – ‘e chi se ne frega!’-; come da punto numero tre di cui sopra). L’ultima d’andata, invece, sarà col Napoli, gara che inaugurerà il 2025 della Fiorentina. Poi si andrà con il calendario asimmetrico, o quello che è. Senza rifare tutto lo sfilatino, segnaliamo la sfida del cuore per Palladino, alla prima di ritorno cioè alla ventesima giornata, a Monza, mentre Fiorentina-Juventus sarà a metà marzo, per la 29° giornata. Il ritorno con l’Empoli, che lo vediate come un derby oppure no, sarà in programma per la 34° giornata a fine aprile, mentre nelle ultime 4 giornate la Fiorentina se la vedrà con Roma fuori, Venezia fuori, Bologna in casa (quindi col ritorno da ex di Italiano) e Udinese fuori.  Pronti? Via. All’inizio delle ostilità mancano da oggi 44 giorni, o 45 se la Fiorentina giocherà di domenica. In bocca al lupo Fiorentina.

Cercasi gigante per l’attacco di Palladino

Da Lucca a Dallinga e Pinamonti, la Fiorentina cerca un nove vecchio stile

Un gigante per Palladino. La missione affidata al ds viola Daniele Pradè per quanto riguarda il numero nove sembra ormai chiara: dare al tecnico della Fiorentina un centravanti di stazza e centimetri. Oltre a Kean, s’intende, con l’ex Juventus che potrebbe anche andare a ricoprire una casella di esterno d’attacco. Il tutto al netto delle mille variabili del caso, tra cui la collocazione tattica di Beltran, la partenza di Nzola, Ikoné, perché no anche Kouame e/o Amrabat. Quest’ultimi non c’entrano niente con la casella di centravanti, ma tra il venderli e non farlo ci corrono diversi milioni da poter o meno investire. Basti pensare che Dallinga, centravanti del Tolosa, costa 25 milioni mentre Lucca ne costa 15, con l’aggiunta che per Kean ne sono già stati spesi 13 + altri 5 eventuali e futuri di bonus. Ma tornando agli aspetti meno economici e più calcistici, il fascino del centravanti classico sembra essere tornato di grande attualità, sia nel calcio in generale che per quanto riguarda la Fiorentina stessa. In teoria anche con Italiano era stato fatto il tentativo di alternare un centravanti fisico e uno più mobile. Se in principio c’era Vlahovic, dopo la sua cessione arrivarono un nove classico come Cabral che si alternava con Piatek,  poi fu la volta di Cabral e Jovic, quindi di Nzola e Beltran, con l’innesto a gennaio anche di Belotti. Nessuno di questi, tuttavia, ha funzionato granché. Adesso, con l’arrivo di Palladino, la caccia al nove di centimetri è ripartita, su input dello stesso neo tecnico della Fiorentina. Come detto, in questo momento le strade che sembrano essere le più sondate dalla dirigenza viola sono due: Thijs Dallinga, alto 1,90 e Lorenzo Lucca, che supera i 2 metri. Poi, ma più defilato, c’è un altro ragazzone che di professione fa il centravanti, Andrea Pinamonti, alto ‘solamente’ 1,85. Certo, tra l’uno, l’altro e l’altro ancora ci possono essere, anzi ci sono, tutte le differenze del caso. Thijs Dallinga, punta olandese del Tolosa, ha feeling con il gol e la scorsa stagione ha realizzato 14 gol in Ligue 1, 4 in Europa League e uno in Coppa di Francia per un totale di 19 reti che si sommano alle 18 dell’anno precedente, sempre in Francia. A frenare sono i 25 milioni chiesti dal club di appartenenza, ma per il resto sarebbe un profilo ideale. Per quanto riguarda Lucca, dopo i gol segnati al Pisa in B e il disastroso capitolo in Olanda all’Ajax, quest’anno a Udine si è ritrovato, anche se molti tifosi viola ricorderanno come in quel match d’andata si sia mangiato un gol praticamente a porta vuota. Per lui 8 gol e 4 assist, non male, quasi il triplo di Nzola, che in questa Serie A si è fermato a 3 miseri gol. A livello di esborso l’Udinese lo valuta 15 e la Fiorentina non vorrebbe andare oltre i 12 milioni. I bonus potrebbero fare la differenza. In terza ruota c’è Pinamonti, altro profilo che piace da tempo a Pradè, ma che negli ultimi giorni è un po’ uscito dai radar, che il Sassuolo valuta tra 15 e 20 milioni. Se pensiamo al futuro, nei casi di Dallinga e Lucca il valore economico potrebbe schizzare verso l’altro, mentre nel caso di Pinamonti questo sarebbe tutto da vedere. La pista Retegui, invece, è ormai naufragata visti i 30 milioni che il Genoa vorrebbe per l’italoargentino. Resta una semi certezza: oltre a Kean, Palladino vuole un gigante per il suo attacco, come aveva fatto a Monza con Djuric, che tutto sommato ha funzionato visto il rendimento dell’ex Hellas, in gol 4 volte in meno di metà stagione, tra cui anche alla Fiorentina, come da tradizione. A Pradè il compito di trovarlo e, soprattutto, prenderlo.

È Kean la grande punta di cui parlava Pradè?

L’attaccante ex Juve arriva alla Fiorentina con non poco scetticismo

Nella storia recente dei numeri nove della Fiorentina c’è un prima e un dopo Vlahovic. Considerando solamente l’era Commisso, con dunque Daniele Pradè come ds, prima (e durante) del serbo le punte che si sono avvicendate alla Fiorentina sono state Kouame, Cutrone, Boateng, Pedro (anche se in prima squadra non si è praticamente mai visto) e Kokorin. Nel dopo Vlahovic, invece, ci sono stati prima Piatek e Cabral, poi Jovic e Cabral, quindi Beltran, Nzola e Belotti. GOL/SOLDI.  Inutile sottolineare come sul centravanti la Fiorentina abbia commesso errori in serie, almeno considerando l’aspetto sportivo/tecnico. Dal punto di vista economico, invece, tutto sommato non sono stati fatti disastri: se la cessione di Vlahovic ha portato in dote 80 milioni (circa), Jovic è stato pagato 2,5 milioni, cioè l’ingaggio, Piatek costò 1 milione di prestito oneroso più altrettanti per l’ingaggio, Kouame venne preso per poco meno di 14 milioni (ma potrebbe essere ceduto per circa 10), Pedro costò 14 ma venne rivenduto a quasi la stessa cifra, Cabral costò 16 milioni ed è stato rivenduto a 25, Kokorin fu pagato 4,5 milioni per un ingaggio netto da 1,7 (spesa da cui non è rientrato nulla), Belotti è costato un paio di milioni tra prestito e ingaggio, Boateng costò un paio di milioni tra ingaggio e cartellino, Cutrone fu un prestito mentre gli investimenti per Nzola e Beltran sono costati 14 e 25 milioni (circa, andrebbero tolti vari bonus). Ora sarà la volta di Moise Kean, che costerà circa 18 milioni di euro tra parte fissa e bonus, più oltre 10 netti di ingaggio per 5 anni. Riassumendo, facendo i ‘conti della serva’ (dovrebbero essere considerati ammortamenti, bonus, risparmi da decreto crescita, plusvalenze, commissioni etc), con la spesa per l’innesto di Kean i soldi incassati per Vlahovic termineranno. Considerando tutte le competizioni, i gol che i vari attaccanti che si sono alternati alla Fiorentina hanno messo a referto sono stati 75 (19 Cabral, 13 Jovic, Kouame 10, Nzola 7, Beltran 10, Belotti 4, Kokorin 0, Pedro 0, Boateng 1, Cutrone 5, Piatek 6). Se si considera solamente le reti segnate in Serie A il conto scende a 44. IL GRANDE ATTACCANTE (?). Come detto, da adesso toccherà a Kean. Il classe 2000 è il grande attaccante di cui parlava Pradé qualche giorno fa? Tutto ruota su questo interrogativo. Al netto dei costi, comunque importanti visto che il suo acquisto costerà quasi come quanto la Fiorentina spese per Gilardino o Simeone e poco più di Nzola, lo score di Kean è tutt'altro che entusiasmante. L'anno scorso, ad esempio, ha chiuso a 0 reti. Ok i problemi fisici e un gioco come quello di Allegri tutt'altro che offensivo, ma 0 sono pur sempre 0. Tutti i discorsi cambierebbero se Kean fosse il 'sostituto' di Nzola o Kouame, cioè o l'ala o la punta più o meno titolare, ma non la certezza a cui affidare la cura al mal di gol dei numeri nove che la Fiorentina ha da anni. Ma la Fiorentina ha in mente di andare a prendere un altro grande attaccante? Come detto il nodo sta tutto qui. Il tempo ne dirà di più. In ogni caso: ‘Kean è della Fiorentina, evviva Kean’, sperando che non sia un altro Nzola, o più in generale un altro nove sbagliato .

Accuse ed affari. Kean quinta operazione Fiorentina-Juve con Commisso

Nemici a parole e negli ideali, ma spesso al tavolo delle trattative

Dal primo giorno in cui Rocco Commisso ha messo piede a Firenze non ha mai lesinato stoccate e stecche alla Juventus. STECCHE. Tra le prime dichiarazioni ci fu il “non è bello per il calcio italiano che in Italia vinca sempre la Juventus”, passando per le accese polemiche di un post Juventus-Fiorentina 3-0 in cui il patron viola si scagliò contro Nedved “il the se lo beva lui”, assieme a “la Juventus non ha bisogno di aiuti per vincere”, oltre a quelle frasi sugli Agnelli riportate dal Financial Times: “Il prezzo delle azioni del club è sceso di circa un terzo nei giorni successivi alla notizia dell’indagine (della Covisoc, ndr). Se gli stessi eventi si fossero verificati in una società quotata negli Stati Uniti, gli azionisti che avevano subìto perdite farebbero causa a quei farabutti”. Il tutto tra “un povero immigrato ha dovuto finanziare gli Agnelli vendendo un giocatore a rate” nei giorni in cui Chiesa passò alla Juventus fino al “meglio che non parlo della Juventus” di un anno fa, quando al patron viola venne chiesto un commento sulle indagini relative all’operato del club juventino e sui debiti accumulati dalla gestione Agnelli, oltre a varie stecche riservate all’operato dei dirigenti bianconeri nell’opera di convincimento su Vlahovic. Se questa è storia, l’altro aspetto dei controversi rapporti tra Commisso e la Juventus si intreccia anche sul mercato. ACCORDI E ‘FAVORI’. Mentre da Firenze a Torino sono passati Chiesa e Vlahovic, il percorso inverso lo hanno fatto di recente Mandragora e Arthur. Il prossimo a farlo sarà Kean. Nel caso delle uscite la Fiorentina ha fatto cassa, e lo ha fatto agevolando le esigenze della Juventus attraverso formule di cessione particolari: Chiesa passò in bianconero con la formula del prestito oneroso biennale (3 milioni il primo anno, 7 il secondo) e riscatto a 40 milioni di euro che sarebbe diventato obbligo al realizzarsi di una delle tre seguenti condizioni nei due anni di permanenza in prestito del giocatore: il piazzamento della Juventus tra le prime 4 in Serie A, il raggiungimento del 60% delle presenze totali (con il giocatore in campo per almeno 30 minuti) oppure il raggiungimento di 10 gol e 10 assist. A queste cifre andavano aggiunti ulteriori 10 milioni di bonus. Vlahovic, invece, è stato ceduto per 70 milioni di euro pagabili in tre esercizi, con 10 milioni di bonus legati al raggiungimento di crescenti obiettivi sportivi. Rolando Mandragora ha fatto il percorso inverso arrivando in viola a titolo definitivo per 8,2 milioni di euro pagabili in tre esercizi, cifra che poteva essere incrementata, nel corso della durata del contratto di prestazione sportiva del calciatore, per un importo non superiore a € 1,0 milioni, al raggiungimento di specifici obiettivi sportivi. Poi è stata la volta di Arthur, preso in prestito ‘a fronte di un corrispettivo di € 2 milioni, oltre a premi fino ad un massimo di € 2 milioni al verificarsi di determinati obiettivi sportivi. Inoltre, l’accordo prevedeva la facoltà da parte della Fiorentina di acquisire a titolo definitivo le prestazioni sportive del calciatore; il corrispettivo pattuito per la cessione definitiva era pari a € 20 milioni, pagabili in tre esercizi’. Nel corso dei mesi, tuttavia, lo stesso agente di Arthur ha più volte fatto intendere che quel diritto di riscatto fosse solamente qualcosa ‘di facciata’. Sarebbe stato difficile, infatti, trovare un accordo tra il calciatore e la Fiorentina per un ingaggio fuori dai parametri viola. Quindi, in sostanza, la Fiorentina ha ‘ridato vita’ ad un calciatore che veniva da due anni senza giocare, pur sapendo che non lo avrebbe mai potuto far divenire un giocatore di sua proprietà. La Juventus, adesso, si ritrova un Arthur che dovrà piazzare altrove, ma che nella prima parte di stagione a Firenze aveva dimostrato di essersi ritrovato. E quindi un nuovo capitolo: Kean. QUINTA. L’operazione che porterà Kean in maglia viola sarà la quinta tra la Fiorentina di Rocco Commisso e la Juventus. La Juve punta a incassare 15-16 milioni; il club di Commisso, dopo la prima offerta da 10, è salito a 12. La distanza verrà colmata o lasciando ai bianconeri una percentuale sulla futura vendita o attraverso dei bonus. Perché a questo giro Kean non è solo un rumor, ma qualcosa di molto di più. Ironia della sorte: gol fatti da Moise Kean l’anno scorso? 0. E non c’è molto da ridere. Che abbia mezzi e potenzialità è fuori discussione. A livello di testa, invece, ha mostrato più di qualche punto debole negli anni. Diciamo così: se Kean è il grande centravanti di cui parlava Pradè qualche settimana fa…qualche dubbio sorge. DALLA JUVE ALLA FIORENTINA. Belli i tempi del ‘la mia proprietà non mi ha autorizzato a fare trattative con la Juventus’, frase di Daniele Pradè di ormai più di 10 anni fa. Erano quelli i giorni in cui da Torino volevano Jovetic, lo tentavano, lo spinsero a fare un’intervista alla Gazzetta in cui diceva che voleva andare altrove. Poi scese in piazza Andrea Della Valle, disse di no, e alla fine lo mandò al City. Ma non alla Juve, neppure in cambio del mitologico ‘mezzo Marrone’. La storia, poi, è cambiata col ritorno di Pantaleo Corvino, che prese Marko Pjaca con quella formula del tutto pro-Juve, prestito oneroso con diritto di riscatto e controriscatto a favore dei bianconeri. Ma poi si è capito perché, vista la gestione del Corvino bis a Firenze. Tornando ancora più indietro, da Torino sono arrivati negli ultimi vent’anni Maresca, Blasi, Amauri, Almiron, Zanetti, Balzaretti, Marchionni, Miccoli e Mutu, in parte anche Chiellini, che in viola arrivò a metà tra Fiorentina e Juventus quando ancora c’erano le compartecipazioni e Caceres, arrivato da svincolato. Qualcuno ha funzionato, altri un po’ meno. Ovviamente non ci siamo dimenticati di chi, invece, ha avuto ben altro impatto sulla piazza viola provenendo da Torino: Torricelli, Di Livio, Claudio Gentile, Buso, Cuccureddu, Massimo Orlando, Luppi e pure Hamrin (via Padova). Senza dimenticare i trascorsi bianconeri di Trapattoni e anche Prandelli, oltre che dello stesso Raffaele Palladino. Ora toccherà a Kean. La speranza è che il buon Moise, per quanto ‘gobbo’ e proveniente da quella Juventus definita più volte dallo stesso Commisso come nemica, rispetto a molti suoi recenti predecessori possa far meglio.

Il fattore ‘C’ di Spalletti, quello ‘non C’ di Italiano e…Palladino?

Inizia l’era di Palladino, sperando sia più fortunata di quella di Italiano

Meglio un allenatore bravo o uno fortunato? Se Napoleone fosse presidente non avrebbe dubbi, opterebbe per il secondo, come faceva coi suoi generali. Ecco, dunque, che dopo aver sofferto le pene dell’inferno e quando ormai sembrava tutto già finito per l’Italia, Luciano Spalletti ha strappato il pass per gli ottavi di un Europeo allo scadere, con un eurogol di Zaccagni post eurogiocata di Calafiori. E non se ne offenda il ct azzurro se diciamo che coi croati ha avuto un gran fattore C. E la mente di chi tifa Fiorentina, al netto che abbia esultato o imprecato ieri al gol dell’azzurro con la Croazia, corre subito a come Vincenzo Italiano spesso e volentieri, proprio allo scadere, abbia invece quasi sempre perso le partite che contavano. Da Bowen col West Ham al El Kaabi con l’Olympiacos passando per i gol dell’Atalanta in Coppa Italia, il finale è sempre stato più o meno lo stesso, con più o meno demeriti dell’ormai ex tecnico della Fiorentina che proprio fortunato non lo si può certo definire. E vabbè, da oggi in poi sarà un problema del Bologna. Nel dubbio, avessimo bisogno di due numeri al lotto potrebbe essere una buona idea evitare i consigli del ct della Croazia, che ha preso due gol al 100’ con Albania e Italia. Lui, proprio fortunato non ci sembra. E poi c’è Palladino. Che rapporto avrà il neo tecnico viola con la buona sorte? Essersi trovato al posto giusto nel momento giusto può essere un indizio. In fondo Palladino allenava la Primavera del Monza e si è trovato subito in Serie A perché Stroppa perdeva sempre, mentre Italiano è dovuto partire dai dilettanti, chissà che non sia un caso o un segnale. E non veniteci a dire che la fortuna o la sfortuna non esistono…Al limite potremmo accettare che il cu_o non sia così determinante, che dietro ci possa essere stata la mano divina o che semplicemente doveva andare in quel modo, a seconda che siate particolarmente credenti o fatalisti. Poi, però, ricordatevi che  centrare quei pochi centimetri di un palo sui 7,32 per 2,44 metri di porta che diventa palo-gol o palo fuori, trovare una deviazione che ti aiuta o una che ti sacrifica, un peso nello scrivere la storia lo hanno. Certo, ripensandoci, quel pallone arrivato a Zaccagni assomigliava tanto a quello che era arrivato a Kouame con l’Olympiacos, ma Zaccagni non è Kouame. E si è visto. Ecco perché, forse forse sì la fortuna e la sfortuna, i meriti e i demeriti, ma in fin dei conti la qualità ha ancora un suo peso specifico. Riassumendo, la speranza è che Raffaele Palladino, oltre che bravo, sia pure fortunato, o almeno un po’ più del suo predecessore, così come che la dirigenza gli metta a disposizione dei calciatori un po’ più di qualità. In fondo è il giusto mix che permette di fare risultati.

E se Kayode…

Tottenham in pressing, tenerlo o cederlo sarebbe un segnale

Probabilmente ci sarà già qualcuno pronto col classico ‘Kayode? Per x milioni ce lo porto io’. D’altronde ormai, nel calcio moderno in cui i bilanci e le plusvalenze eccitano come un gol al novantesimo, è diventata prassi pensarla così. Non per tutti, sia chiaro. Sicuramente questo è il ‘mood’ che caratterizza Rocco Commisso, da sempre attento alla sostenibilità dei conti nonostante abbia un patrimonio enorme, perché Rocco è ricco, sì, ma la Fiorentina no. D’altronde i ricavi del club quelli sono, e senza infrastrutture o la Champions quelli resteranno. Certo, se poi quando sei quarto a inizio gennaio e prendi Faraoni e Belotti, giochi un mese coi soli Ikoné e Brekalo come esterni d’attacco, sarà difficile riuscire ad aumentare le entrate, ma questa è un’altra storia. La filosofia di Commisso, tuttavia, è sempre stata chiara, piaccia o meno. Basta ripensare all’elogio delle vendite di Vlahovic e Chiesa e ai confronti col rendimento di Cabral e Jovic, ma anche questa è un’altra storia. Tornando a Kayode c’è un altro aspetto da tenere in considerazione. Non tanto che il Tottenham potrebbe mettere sul piatto tra i 40 e 50 milioni di euro per un ragazzo che un anno fa nessuno conosceva, che ha fatto una sola stagione tra i professionisti, che in teoria era il ‘vice Dodo’ etc etc, ma quanto che Kayode è il primo prodotto della filosofia dei giovani del Viola Park. La Fiorentina ha sempre detto che l’obiettivo del centro sportivo di Bagno a Ripoli era quello di formarsi in casa dei giovani su cui poter creare un grande futuro. Se il primo che esordisce, fa bene e si afferma venisse venduto alle prime sirene di mercato… Se Kayode partisse sarebbe difficile da spiegare. Non tanto perché in fin dei conti è un terzino, mica un centravanti che ti fa chissà quale differenza, non perché porterebbe una plusvalenza monstre da poter reinvestire sul mercato (per prendere un centravanti che faccia la differenza, visto che tutti gli altri presi dal dopo Vlahovic sono stati dei flop), non perché la sua valutazione potrebbe aumentare ancora e non di poco, non perché col caos del restyling del Franchi ci sarà un calo di entrate (stimabili in pochi milioni di euro, val bene ribadirlo), ma perché potrebbe dare l’idea che l’investimento sul Viola Park non abbia come obiettivo altro se non il formarsi dei giovani da poter vendere, quindi incassare. Cioè, e l’aspetto sportivo? Argomentazione che già ad oggi è abbastanza borderline, ma che potrebbe esplodere in caso di cessione dell’esterno classe 2004. Si mettano l’anima in pace quelli del ‘Kayode? Per x milioni ce lo porto io’. A questo giro la cessione del terzino potrebbe rivelarsi un boomerang. Molto di quanto detto potrebbe cambiare se arrivassero nomi altisonanti coi soldi di Kayode, ma nell’era Commisso quasi mai sono stati ben reinvestiti i soldi entrati da cessioni eccellenti. E anche questa è un’altra storia. Cosa farà, dunque, la Fiorentina? Domanda lecita, ai posteri la classica ardua sentenza.

Jorko che fai? Vai o…vai?

Ikoné tentenna sull’offerta dal Qatar

Che tu faccia il calciatore o il procuratore, il presidente o il direttore sportivo, da un paio d’anni a questa parte sai già che quando suona il cellulare con un numero arabo è meglio rispondere. Per un intermediario potrebbe essere l’occasione della vita con commissioni da sballo, per un calciatore di farsi una discreta pensione, ma anche per i club di poter incassare cifre fuori mercato da reinvestire. Ovviamente ci sono poi tutti quei discorsi legati al ‘Dio denaro’, alle dittature, ai valori etc etc, giusto, per carità, ma questa è un’altra storia. In tutto ciò c’è chi come la Fiorentina è lì che aspetta e chi come Daniele Pradè spera che Jorko Ikoné dica sì al Qatar, all’Al-Duhaill, per liberarsi di un calciatore che ormai si è capito cosa è e cosa può dare, ma che potrebbe portare in dote 15 sonanti milioni di euro che permetterebbero alla società viola di fare plusvalenza e soprattutto di poter avere un po’ di denaro per ricostruire una rosa che ha bisogno di un restyling enorme. E se fin qui quasi tutti i calciatori hanno fatto battaglie, alimentato tensioni e in alcuni casi anche rotto coi propri club per andare in Arabia o Qatar, eccolo lì il bastian contrario, proprio lui, Jorko, che in Qatar o Arabia non vorrebbe andarci perché in attesa di eventuali offerte dal calcio europeo. ‘E ti pareva?’. Fin qui, specifica da fare, Ikoné ha solamente preso tempo. Si ma quanto? Si mormora che Pradè sia in contatto continuo con tutte le compagnie aeree che volano sul Qatar perché non sia mai, se Jorko dovesse dire di sì, che non ci sia posto sull’aereo e poi possa avere il tempo di ripensarci, che nel frattempo, da qualche giorno il povero Ikoné si stia trovando ogni giorno le gomme dell’automobile a terra e che sul suo cellulare continuino a spammare pubblicità ‘Visit Qatar’, maledetti algoritmi! Battute a parte, fin qui…c’è attesa.   All’Al Duhaill, l’ingaggio di Jorko passerebbe da 1,5 a 3 milioni di euro e tra l’altro ritroverebbe Galtier, tecnico che aveva al Lille quando illuminava le serate di Champions League con le sue falcate, libere, spensierate (ci stiamo provando anche noi…). Si perché, se la Fiorentina si è detta ‘fortemente ambiziosa’ , è ai limiti dell’inimmaginabile che possa ripartire con Ikoné. D’altronde, ormai si è capito chi sia e cosa possa dare il francese, così come che Nzola non faccia al caso della Fiorentina. E anche nel caso dell’angolano, se in Qatar o Arabia Saudita avessero bisogno di un goleador implacabile…Qualcosa si era mosso proprio da quel mercato a gennaio scorso, così come su Ikoné è ormai un anno che circolano rumors che lo vorrebbero nel mirino di quello o quell’altro club arabo. Ma fin qui non se n’è mai fatto di nulla. Poi c’è Amrabat, su cui la Fiorentina spera di incassare qualcosa di sostanzioso. Ma anche lì, ‘vattelo a pesca’, visto che il marocchino ha spesso fatto capire di non voler andare in Arabia. Insomma, la Fiorentina è in attesa e spera che arrivino dei ‘sì, andiamo in Arabia’ o ‘sì andiamo in Qatar’. D’altronde, è difficile immaginarsi altri mercati che possano mettere sul piatto 15 milioni per Ikoné, altrettanti o anche poco meno per Nzola e che strapaghino Amrabat ad un anno dalla scadenza del contratto. E ce ne sarebbe un gran bisogno, non tanto per alimentare il virtuosismo dei bilanci o della sostenibilità economica della Fiorentina, ma perché ogni milione per dei calciatori che sono in uscita farebbe comodo, eccome.

Occhi sui retrocessi. Non sempre hanno funzionato (ma neanche mai)

Nel mirino della Fiorentina alcuni calciatori del Sassuolo

Non è la prima volta che la Fiorentina cerca innesti da squadre retrocesse, e non sarà l’ultima. E se in casa Salernitana c’era e c’è ben poco da poter prendere, con l’unica eccezione che poteva essere quel Dia che, guarda caso, la dirigenza viola ha provato più volte a portare a Firenze, idem dicasi per il Frosinone, con quasi tutti i talentini dei ciociari che erano in prestito eccezion fatta per quel Brescianini che, anche qui non a caso, è da diverse settimane accostato proprio alla Fiorentina, in forza al Sassuolo ce ne sarebbe più di uno di calciatori che potrebbero rivelarsi utili, o comunque da Serie A e qualcuno anche da Fiorentina. RETROCESSI. Val bene fare una specifica: se una squadra retrocede, difficilmente in rosa potrà annoverare campioni. Magari qualche buon calciatore sì, però. E’ la storia che lo racconta. Basti pensare a quella Fiorentina che finì in B nel 1993 pur avendo in rosa i vari Effenberg, Batistuta, Baiano e Laudrup, ma anche a quella che in tempi più recenti si è salvata all’ultimo tuffo pur avendo Vlahovic, Ribery, Caceres e altri. E come dimenticare quell’estate in cui dal Villarreal retrocesso arrivarono in maglia viola Gonzalo Rodriguez e Borja Valero, che da lì a brevissimo avrebbero fatto parte di una Fiorentina spettacolare e capace di fare tre quarti posti di fila. Sempre nel Villarreal c’era anche quel Pepito Rossi che, per quanto infortunato, era finito di sotto col sottomarino giallo, come a dire…qualcosa di buono, se si cerca bene, si trova. PRECEDENTI. Senza tornare ad anni in cui chi retrocedeva in B non era per forza di cose costretto a perdere tutti i propri calciatori migliori come accade oggi, visto che la stessa Fiorentina sopracitata si tenne quasi tutti, sempre da squadre finite in cadetteria sono arrivati di recente i vari Sabiri e Maleh a gennaio rispettivamente da una Sampdoria e da un Venezia che avevano già un piede e mezzo in B, così come da un club retrocesso è stato preso la scorsa estate Christensen dall’Hertha e dallo Spezia Nzola. Nel primo anno di Italiano venne preso Nastasic dallo Schalke 04, che era retrocesso in Bundesliga, mentre in precedenza arrivarono a Firenze Ceccherini dal Crotone retrocesso, così come arrivò Terracciano dall’Empoli retrocesso. Dal Pescara venne preso Biraghi nel 2017, dall’Empoli retrocesso Laurini e pure Lo Faso dal Palermo. Sempre dal Palermo, arrivò Josip Ilicic, mentre dall’Aston Villa retrocesso venne preso Carlos Sanchez. Cuadrado, per quanto fosse di proprietà dell’Udinese, arrivò a Firenze dopo essere retrocesso col Lecce, al pari di Tomovic, che era di proprietà del Genoa. Dal Torino che era finito in B arrivò un certo Cesare Natali nel 2009, mentre dal Lecce retrocesso arrivò Castillo. Dal Chievo retrocesso arrivò nel 2007 Semioli, dall’Atalanta Montolivo e Pazzini nel 2005 e dal Treviso Reginaldo nel 2006. Abbastanza evidente, insomma, come qualche calciatore preso da squadre retrocesse abbia funzionato, altri un po’ meno. SASSUOLO. Dicevamo del Sassuolo, classico caso particolare di un club che retrocede pur avendo in rosa dei giocatori di buon livello, magari mal amalgamati, con diverse lacune e tanti infortuni, ma comunque con dei valori. E’ il caso del solito Mimmo Berardi. Difficilmente, tuttavia, Carnevali potrà chiedere 30 milioni per privarsi dell’esterno che da anni è accostato alla Fiorentina. I poco più di 20 offerti a ripetizione dai dirigenti viola non sono mai bastati, neppure i 15 offerti l’ultima volta che Barone bussò alla porta degli emiliani, e stavolta? Fin qui non si registrano tentativi da parte di Daniele Pradé, ma mai dire mai…Coloro che invece sono più fortemente in orbita viola in questa sessione di mercato rispondono ai nomi di Pinamonti, Thorstvedt, Boloca e anche Laurienté. Per quanto il centravanti ex Empoli sia stato anche in passato, proprio prima di approdare in neroverde, un obiettivo sensibile della dirigenza della Fiorentina, le difficoltà per arrivare ai vari Sorloth e Retegui, con Lucca sullo sfondo, potrebbero riportare Pradé a puntare sull’attaccante classe 1999, che magari non scalderà particolarmente la fantasia dei più, anche in relazione alle parole dell’ultima conferenza stampa dello stesso Pradé, ma Pinamonti resta il secondo miglior cannoniere italiano della Serie A che si è appena conclusa con 11 reti, dietro al solo Scamacca. Poi c’è quel Laurienté che già nello scorso gennaio, ma anche la scorsa estate, era finito nei radar viola, oltre a due calciatori che in questo momento hanno diversi estimatori come Thorstvedt, su cui c’è anche l’Atalanta, e Boloca, con l’ambizioso Como che è in pressing da giorni su quest’ultimo. Bajrami è un altro profilo che spesso era stato accostato alla Fiorentina. Anzi, era stato praticamente preso quando era ad Empoli, con Zurkowski che avrebbe fatto il percorso inverso, ma l’operazione saltò perché la Fiorentina voleva un’opzione su Parisi che Corsi non accettò, e l’albanese andò al Sassuolo. E poi c’è l’ipotesi Maxime Lopez, che la Fiorentina non ha riscattato a 9 milioni pochi giorni fa, ma che potrebbe tornare di moda a prezzo di saldo, più avanti. Insomma, qualcosa di buono al Sassuolo c’è. Anche se, a pensarci bene, quando la Fiorentina ha comprato dagli emiliani ha spesso stra-pagato giocatori che poi, in viola, hanno fatto male: Duncan, Lirola, Maxime Lopez, Boateng, Kurtic e Falcinelli. Certo se fosse stato preso Berardi…

Quei pallini che a volte ritornano

Pradè ‘alla finestra’, da Vranckx a Zaniolo

 “Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, cantava Antonello Venditti. Difficile sapere se ’Amici mai’ compaia o meno nella playlist di Daniele Pradè, ma quella frase del cantautore romano sicuramente corre e ricorre nelle ‘idee di mercato’ del ds della Fiorentina. PALLINI. Qualcuno li chiama ‘pallini’, un modo elegante per non definirle fissazioni, ovvero tutti quei calciatori che piacciono, vengono seguiti, magari anche trattati ma che sfumano, su cui poi un club ci torna nella sessione di mercato successiva, o in quella successiva ancora (in qualche caso in quella dopo ancora e ancora e ancora). E’ il caso di Aster Vranckx che dodici mesi fa venne seguito, trattato, quasi preso ma poi sfumato, e che arriverà adesso alla Fiorentina. PRECEDENTI. Di situazioni simili ce ne sono state una valanga. Da Lucas Torreira, che Pradè aveva seguito in praticamente tutte le precedenti sessioni di mercato, tra Firenze, Genova sponda Samp dove lo comprò nel 2016, e nuovamente a Firenze, riuscendo a portarlo in viola nel primo anno di Italiano, ma anche Rolando Mandragora, che Pradè aveva già portato all’Udinese nel 2018, e che ha preso alla Fiorentina via Juventus passando per i cavalli di ritorno che il ds gigliato aveva già preso a suo tempo e che ha riportato alla Fiorentina come Borja Valero, Badelj, Nastasic e Rosati. E poi c’è stato il ‘Gallo Belotti’, altro profilo che Pradè aveva messo nel mirino ormai da diversi anni, stando lì ‘alla proverbiale finestra’, fin da quando l’attaccante era in partenza dal Torino, ma che poi è arrivato solamente lo scorso gennaio, in prestito secco, non lasciando granché il segno. SFUMATI. La lista di tutti quelli che nel corso degli anni sono stati accostati, trattati, ma poi sfumati è lunga. Llorente, Ylmaz, Berbatov e come dimenticare Cistana del Brescia, che ogni tanto torna a fare capolino in ottica viola. Per anni c’era stato Mattia Destro, oltre ovviamente ai vari Berardi, Moise Kean, a tratti Insigne, De Paul, Falcone del Lecce, Dia e Zaniolo... Ah, guarda caso, proprio quest’ultimo sta tornando di grande moda e se si guarda verso il Viola Park, eccolo lì, lo si nota chiaramente, c’è Daniele Pradè ‘alla finestra’. OGGI. Poi ci sono tutti quei pallini di oggi, come ad esempio era Roberto Goretti, figura che era già stata cercata prima che in viola approdasse Nicolas Burdisso e che entrerà nei prossimi giorni nell’organigramma gigliato. E poi ci sono tutti quei calciatori che Pradè ha seguito, a volte trattato, altre quasi preso, che poi sono sfumati e che adesso tornano di moda. Detto di Vranckx, la lista si aggiorna coi vari ritorni di fiamma per Giovani Lo Celso, ma anche Fausto Vera, ma anche Retegui, che un anno fa venne sondato ma che poi finì al Genoa, perché la Fiorentina puntò su Beltran, oltre allo stesso Lucca, già da anni nel mirino di Pradè e della Fiorentina. Un po’ lo è stato anche Milik, che però non è mai arrivato, con nuovi vecchi obiettivi che a volte fanno giri immensi, ma poi ritornano, sperando che, a differenza di altri anche sopra citati, possano non ‘floppare’, ma fare la differenza.

Dentro i 18 mercati di Pradè alla Fiorentina

L’estate che verrà non ammette errori

Premessa: sono cambiate le proprietà, gli obiettivi con cui partivano le stagioni e i parametri del calciomercato. Per Daniele Pradè il primo luglio 2024 inizierà la campagna trasferimenti estiva numero dieci (quattro con Della Valle + cinque con Commisso) da quando è direttore sportivo della Fiorentina, che unite alle finestre invernali fanno 18 sessioni totali. Al netto di come la si pensi sul lavoro del dirigente romano, vanno sottolineati alcuni aspetti: nei nove anni con Pradè ds la Fiorentina ha ottenuto 4 qualificazioni in Europa League e 3 in Conference League, per tre quarti posti consecutivi (quando in Champions andavano solamente tre italiane), un quinto, un settimo, due ottavi, un decimo e un tredicesimo posto, disputando 4 finali. Nei suoi anni da direttore sportivo ha spesso dovuto ricostruire, come fece nel 2012, quando prese Montella come allenatore e costruì con Macia una Fiorentina spettacolare, nel 2019 quando si insediò Commisso come proprietario del club e come dovrà fare anche quest’estate. COI DV, 2012-13. Il biglietto da visita di Pradè fu dei migliori. Quell’estate del 2012, col supporto di Macia e con Montella in panchina, allestì una rosa con un’idea quasi visionaria: niente mediani, tutta qualità. Furono ben venti gli acquisti in quella sessione, con Borja Valero e Gonzalo presi dal retrocesso Villarreal, Pizarro, Aquilani, Savic, Cassani, Mati Fernandez, Cuadrado, El Hamadoui, Viviano, Roncaglia, Tomovic e, proprio nelle ultime ore di calciomercato, Luca Toni. Vennero ceduti Nastasic, pagato dal Manchester City 24 milioni più Savic, Gamberini e Behrami venduti al Napoli per quasi 10 milioni (con quei soldi ci prese Gonzalo e Borja), più i vari Cerci e De Silvestri. A gennaio fu invece la volta di Giuseppe Rossi e Vecino, oltre ai vari Sissoko, Compper, Wolski e Larrondo. 2013-14. Nell’estate del 2013 arrivò Mario Gomez dal Bayern Monaco per 15 milioni più bonus. Arrivò Ilicic dal Palermo per meno di 10 milioni, Marcos Alonso, Iakovenko e Ambrosini a zero, Joaquin per 2 milioni e Rebic per circa 6. In uscita, invece, si ricordano le partenze illustri di Jovetic (26 milioni dal City) e Ljajic (11 milioni dalla Roma). Partirono anche Viviano, Cassani, Felipe, Romulo e Toni (dato ormai per finito, ma autore nelle due annate successive di caterve di gol all’Hellas). In inverno, invece, arrivarono Anderson, Diakité, Matri e Rosati. 2014-15. Nell'estate 2014 arrivarono Tatarusanu, Basanta, Badelj, Richards, Marin, Brillante e Kurtic, mentre furono mandati a giocare Roncaglia e Vecino e vennero ceduti Compper e Rebic. A gennaio arrivarono invece Salah nell’ambito della cessione di Cuadrado al Chelsea, Gilardino e Diamanti a zero di rientro dalla Cina e Rosati. 2015-16. L'ultimo calciomercato estivo di Pradè coi Della Valle vide la scelta di Sousa come allenatore, gli arrivi di Suarez, Blaszczykowski, Astori, Kalinic, Sepe e Gilberto e Verdù, mentre partì Savic, oltre alla fine dell’era Aquilani, Pizarro, Vargas, la cessione di Gomez, Joaquin e la telenovela Salah che tornò al Chelsea per andare poi alla Roma. A gennaio arrivò il mercato della discordia: arrivarono Tino Costa, Benalouane, Kone, Tello, Zarate, mentre partì Pepito oltre a Mario Suarez, Gilberto e Rebic. CON COMMISSO. Dopo la parentesi di Pantaleo Corvino in questo curioso continuo avvicendamento tra il salentino e il romano, con Pradé che sostituì Corvino nel 2012, Corvino che ha sostituito Pradé nel 2016 e Pradé che ha sostituito Corvino nel 2019, tra l’altro con frequenti e ricorrenti stoccate che il nuovo ha sempre mandato al vecchio ds, con l'arrivo di Commisso iniziò una nuova era. 2019-20. Il primo innesto fu quello di Terracciano dall’Empoli a pochi spiccioli, mentre vennero riportati a casa dai prestiti Dragowski, Zurkowski e vari altri giovani, con fiducia ad altri giovani come Luca Ranieri. Vennero presi: Terzic, Boateng, Bobby Duncan (il cugino di Gerrard, a proposito, che fine ha fatto?), Pulgar, Ribery, Caceres, Lirola, Pedro, Ghezzal, Dalbert, ceduti Lafont, Biraghi, in prestito all’Inter in cambio di Dalbert, Hugo, Laurini, Norgaard, Schetino, Zekhnini, Baez, Hancko in prestito, Veretout alla Roma e Simeone in prestito, mentre su Muriel la storia è nota. Errore storico attribuire la colpa della mancata permanenza del colombiano a Pradè, così come l’arrivo di Castrovilli. Le cose non funzionarono come ci si aspettava. A gennaio arrivarono anche Cutrone, Igor (prestito con diritto di riscatto a 8), Duncan a 16 milioni, Amrabat (preso per l’estate successiva), Agudelo, Kouame (a 14 milioni), mentre vennero rimandati via Boateng, Pedro, Zurkowski, Dabo, Ranieri, Montiel, Gilberto, Maxi Oliveira e Rasmussen. 2020-21. L’estate 2020 vide arrivare Barreca in prestito, tornare Biraghi, l’acquisto di Quarta dal River, Bonaventura a zero, i ritorni di Borja Valero, Saponara e l’innesto di Callejon al posto di Chiesa, venduto in extremis alla Juve. Simeone venne venduto definitivamente al Cagliari, Sottil ceduto in prestito con diritto ai sardi, Benassi al Verona, Boateng al Monza e altre operazioni minori. A gennaio poi il disastro: venne preso Maleh, Kokorin per 5 milioni e Malcuit in prestito, mentre i vari Lirola, Duncan e Cutrone, che avevano già fallito, rimandati altrove. 2021-22. Nel 2021 la svolta, arriva Italiano a Firenze dopo che era stato scelto Gattuso, torna Nastasic per 3 milioni, arriva in prestito Odriozola assieme a Torreira e Nico Gonzalez per 27 milioni (acquisto più caro della storia della Fiorentina). Torna anche Sottil, dopo che la Fiorentina lo ha controriscattato dal Cagliari. Partono i vari Kouame in prestito, Ribery a scadenza, Borja a scadenza, Pezzella per 3,5 milioni, Hancko per 2,5, Ceccherini per 3 milioni mentre Lirola viene ceduto al Marsiglia per 6,5 milioni. Poi si arriva al gennaio 2022, quando partì Vlahovic per 70 milioni + 10 di bonus e arrivarono Cabral a 15, Ikoné a 15 e Piatek in prestito. 2022-23. La Fiorentina, che nel frattempo ha ritrovato l’Europa, acquista Dodo dall’Ucraina per 18 milioni, cifra record per un terzino, prende Mandragora per circa 10 milioni, Gollini in prestito, Jovic in prestito e Barak in prestito con diritto. Partono Nastasic, Pulgar, Dragowski, Kokorin (in prestito). A gennaio arrivano Sirigu per Gollini che se ne va e Brekalo dal Wolfsburg. 2023-24. Si arriva così all’ultima annata, che ha visto gli arrivi a Firenze la scorsa estate di Mina a zero, Christensen dall’Hertha per circa 5 milioni di euro, Parisi dall’Empoli per circa 10 milioni, Arthur in prestito, Infantino per 2 milioni dall’Argentina, Beltran per 25 milioni tra parte fissa e bonus, Sabiri, che era stato preso a gennaio a 2 milioni, Nzola dallo Spezia a 14 milioni. Ceduti Igor a 20 milioni, Cabral a 25, Terzic, Venuti, Saponara, Sirigu e Kokorin, oltre alla quasi cessione di Castrovilli per 10 milioni al Bournemouth che però saltò a causa delle visite mediche che il pugliese non superò. A gennaio arrivano Belotti e Faraoni in prestito, e così si arriva ai giorni nostri. Va da sé che la rosa di questa Fiorentina debba essere quasi interamente rifondata. Da sottolineare anche come moltissime operazioni di mercato fatte dalla Fiorentina in entrata siano state dei flop, tanto che quasi tutti sono stati o rivenduti o rispediti al mittente. Quest’estate, inoltre, Burdisso sarà sostituito da Goretti, mentre questa sarà la prima estate dell’era Commisso in cui Daniele Pradè lavorerà senza l’affiancamento di Barone (sarà tutto da vedere cosa ciò comporterà). PIU’ 50 MILIONI. Dovessimo fare un saldo acquisti/cessioni dei mercati di Pradè, il conto è presto fatto:  2012/13 entrate 33.4 – uscite 40.7; 2013/14 entrate 41 – uscite 53.3; 2014/15 entrate 38 – uscite 9; 2015/16 entrate 26.85 – uscite 24.4; 2019/20 entrate 15.32 – uscite 56.5; 2020/21 entrate 59.89 – uscite 59.8; 2021/22 entrate 114.1 – uscite 65.05; 2022/23 entrate 50.7 – uscite 36.7; 2023/24 entrate 62.38 – uscite 45.6 (dati transfermarkt.it) per un saldo totale di +50.6 milioni tra calciatori acquistati e ceduti, anche grazie ai 140 milioni incassati dalle partenze di Vlahovic e Chiesa alla Juventus. DA OGGI. I più maliziosi diranno che trattasi del lascito di Corvino, che andrebbero considerati anche i monte ingaggi, gli ammortamenti questo e quell’altro. Ok, tutto più o meno vero. Resta un dato: quest’estate per Pradè conta di più. Non può più sbagliare, non solo il centravanti, ma quasi niente. Intanto arriverà Vranckx, ma tra fine contratti, cessioni e partenze c’è ancora molto, anzi moltissimo, da fare. In bocca al lupo.

Un’altra (forse l’ultima) occasione per Ricky

Per Sottil ultima chance per fare il salto di qualità

Ci sono frasi che sono destinate più o meno ad entrare nella storia. Dall’ ‘I have a dream’ al ‘i soldi non sono un problema’, passando per ‘Toledo? E’ un colpo’ fino a ‘Il dado è tratto’, spaziando nei secoli e in vari contesti storici. Poi c’è il: “Da chi mi aspetto l’esplosione definitiva? Sottil”, frase iconica proferita da Daniele Pradè in un giorno di mezz’estate del 2022. DUE ANNI FA. Da allora sono ormai passati due anni, ma l’esterno classe 1999 è più o meno allo stesso punto. E’ carne o pesce? Bho. Dare una risposta, ancora oggi, è sostanzialmente impossibile. Anche perché, ogni volta che Sottil aveva iniziato ad evidenziare dei segnali di crescita si è dovuto fermare per problematiche varie. Nel primo anno di Italiano partì con qualche difficoltà, poi mise in serie delle buone prestazioni fino a doversi fermare per un infortunio. Nel secondo idem, quando la schiena lo costrinse dapprima a rallentare, poi a fermarsi per finire sotto i ferri causa ernia del disco. Entrambe le volte, al rientro non sembrava più il Sottil che si era iniziato a intravedere prima dello stop. Quest’anno stessa storia: pochi lampi, come il gol al Cukaricki, bellissimo, quello alla Salernitana, spettacolare, con tanto di esultanza polemica, il rigore segnato al Parma, ma poi settimane se non mesi di niente. Fino ad un improvviso momento d’oro, tra gol e doppio assist col Sassuolo, gol simile col Bruges all’andata, prima di rifarsi ancora una volta male, stavolta alla clavicola, dovendo terminare in anticipo la sua stagione. Ancora una volta, come detto, nel momento in cui pareva essere in rampa di lancio, stavolta per la volta buona. Se si guarda al solo triennio di Italiano, Sottil ha saltato 49 partite sulle 162 giocate dai viola, il 30%. Va da sé che ogni rientro post infortunio abbia avuto le conseguenti necessarie partite per poter tornare in condizione. A maggior ragione per il ruolo che ricopre, ovvero l’esterno d’attacco, con quelle caratteristiche di rapidità ed esplosività nel saltare l’uomo e nel trovare il tiro sul secondo palo accentrandosi dalla sinistra che si sono solamente intraviste. DUE ANNI DOPO. Mentre per quanto riguarda Jorko Ikoné e Christian Kouame si è più o meno capito cosa essi siano e cosa possano dare (guarda caso, entrambi sono sul mercato), 730 giorni dopo quelle parole di Pradè, Sottil è ancora un ‘talento’ inespresso. Non del tutto bocciato, semmai costantemente rimandato, anche per cause di forza maggiore. Il dubbio se sia un giocatore forte oppure no, rimane. A maggior ragione adesso che la Fiorentina ha cambiato allenatore, per Sottil potrebbe aprirsi la classica porta dell’ultima occasione. Come intenda far giocare la sua Fiorentina il neo tecnico Raffaele Palladino è ancora tutto da valutare, ma dai primi rumors pare forte l’intenzione da parte del neo tecnico viola di provare ancora a puntare su Sottil. ASPETTA E SPERA. Va da sé che: ‘adesso o mai più’. Sottil non può più sbagliare. Questa sarà l’ultima occasione per provare a fare quell’ultimo step tanto atteso, ma mai del tutto fatto. C’è chi aspetta e spera, o forse non aspetta, o meglio, non ci spera più. Ma hai visto mai…?

“Che giocatore volete? 30 milioni!”

Una soglia che spesso ritorna per la Fiorentina

 “Chi siete? Cosa portate? Un fiorino!” - “Che giocatore volete? 30 milioni!”. Che siate Benigni e Troisi ad una dogana, o la Fiorentina che prova a trattare per un calciatore, la risposta che riceverete sarà più o meno sempre la stessa. Ovviamente, a seconda dell’obiettivo viola di turno. Lo sanno bene i dirigenti della Fiorentina che si sono approcciati al Sassuolo per Berardi, coi neroverdi che ogni volta chiedevano 30, mentre la Fiorentina offriva dapprima un po' meno, poi sempre un po' più di meno, fino ai 15 offerti nel gennaio del 2023, ma tanto Carnevali rispondeva col disco registrato: "Chi siete? Chi volete? 30 milioni!". E infatti non se n'è mai fatto di nulla. Quella cifra lì, evidentemente, deve avere qualcosa che alla Fiorentina resta indigesta. Non tanto perché sono tanti soldi visto che, in fondo in fondo, sarebbero due Ikoné, ma forse perché nessun giocatore trattato dalla Fiorentina è stato ritenuto che valesse 30 milioni. Tra l'altro cifra mai raggiunta dalla Fiorentina per l'acquisto di un calciatore nella sua storia ormai quasi centenaria, con Gonzalez che detiene ancora il record a 27. Avessero chiesto 29, magari...ma quel 30 è stato a lungo un tabù. Oltre alle telenovele legate a Berardi, dove il plurale sta ad indicare quante volte la Fiorentina ci abbia provato senza arrivare mai al lieto fine, più o meno lo stesso accadde anche ai tempi di Rodrigo De Paul. L’argentino dell’Udinese costava, guarda caso, 30 milioni, la Fiorentina era lì lì, vicina, arrivando fino ai 25, ma nulla. Pozzo non fece sconti, De Paul andò all’Atletico, e Pradè ammise che quei denari che la proprietà gli aveva messo a disposizione, alla fine, restarono in cassa. E De Paul, ovviamente, a Firenze non ci è mai arrivato. A gennaio scorso accadde lo stesso con Gudmundsson. La Fiorentina offriva 20, ma il Genoa rispondeva alla solita maniera: “Chi siete? Chi volete? 30 milioni!". E nonostante vari rialzi, nulla da fare. Anche perché a quello che chiedevano i rossoblu la Fiorentina non ci è mai arrivata. Tabù, dicevamo. E oggi sembra esserlo altrettanto. Per Sorloth il Villarreal chiede 30, per un calciatore che ha fatto quest’anno la sua prima vera grande stagione, ma che viaggia verso i 29 anni. E sembra per questo che la Fiorentina pare aver cambiato rotta. Per Retegui il Genoa ha fatto praticamente lo stesso sin qui, con vari approcci tentati dalla dirigenza viola e la solita risposta: “Chi siete? Chi volete? 30 milioni!". Ma Retegui vale 30 milioni? Per la Fiorentina non ne varrebbe più di 20, quindi, anche per l’attaccante del Grifone, la sensazione è che si vada altrove. Almeno nel caso di Pinamonti e Lucca, al momento piani B per la casella di numero nove viola da ‘regalare’ a Palladino, non sembrano esserci tali rischi. Forse… Che costi 10, 20 o 30, anzi 29 perché quel 30 la Fiorentina non sembra proprio digerirlo, l’auspicio è sempre lo stesso, ovvero che non risulti un altro acquisto sbagliato, come purtroppo (troppo) spesso ce ne sono stati negli ultimi anni.

La prima estate tranquilla (forse) di Terracciano

Quest’anno il portiere viola non dovrebbe avere concorrenti

Quando arrivò alla Fiorentina nel gennaio del 2019, Pietro Terracciano non dovette percorrere molta strada. Imboccò la Fi-Pi-Li a Empoli, dove faceva il vice di Provedel, e in una manciata di minuti arrivò a Firenze sapendo che il suo ruolo era piuttosto chiaro: il vice portiere della Fiorentina. Il vecchio numero 12, per intendersi, quello che gioca i primi turni di Coppa Italia, o una volta ogni tanto al bisogno, quello che sa che difficilmente troverà spazio, ma che se lo dovesse trovare non può sbagliare. Farsi trovare pronto, per chi fa il portiere di riserva, è una chiave fondamentale, che non è così scontato come qualcuno potrebbe pensare. Ci si deve allenare sempre al massimo, con testa e determinazione giuste, con un margine d’errore tendente allo zero visto il ruolo che si ricopre. Un conto è fare il giocatore di movimento, che magari può sbagliare quei due/tre palloni per entrare in partita, un conto è fare il portiere, in cui ogni intervento è decisivo. Di strada per arrivare da Empoli a Firenze Terracciano non ne dovette fare molta, mentre ne aveva fatta tantissima per arrivare alla Fiorentina rispetto a dove era partito. Dicevamo 2019, 29 anni, dopo anni di gavetta, tra Nocerina, Milazzo, 2 presenze in A col Catania, tanta B e 8 presenze a Empoli nel massimo campionato. Da quel gennaio 2019 di strada ne ha fatta tantissima, diventando un vero e proprio 'ammazza numeri uno'. Quell’anno era Lafont il titolare, e quando il francese si fece male Terracciano rispose subito presente, con la Lazio, per poi venire confermato nella gara successiva e finendo per essere uno dei primi acquisti della Fiorentina targata Daniele Pradè bis, a due spiccioli, dall’Empoli. Il ruolo era sempre lo stesso: il vice portiere. Il titolare designato quell’anno era Dragowski, in un curioso intreccio che aveva portato sei mesi prima Terracciano in viola e il polacco alla corte di Corsi, con Dragowski che fece benissimo in azzurro tornando coi gradi di numero uno viola. E così fu, ma quando il polacco si fece male tac, ecco Terracciano, l’uomo che risponde presente dopo mesi di panchina. Nel 2020-21 stesso film, Dragowski titolare e Terracciano vice, fino a quando arrivò Italiano a Firenze. Drago out, Pietro in, che nel frattempo iniziava a diventare sempre più San Pietro. Tante le prestazioni decisive di Terracciano, con però quel…‘uhm, bhè, forse servirebbe un portiere più forte per fare un salto di qualità’.  E così, ecco Gollini. Altro duello vinto da Terracciano. Gollini non trova spazio, e quando lo trova fa male, via Gollini arriva Sirigu. Ma il succo non cambia. Sirigu si fa male, Terracciano contribuisce al far arrivare la Fiorentina ottava, in due finali, ma non convince del tutto. Sempre in base a quel…'uhm, bhè, forse servirebbe un portiere più forte per fare un salto di qualità'. E allora arriva Christensen, per oltre 5 milioni di euro. Ma anche qui, altra vittoria per Terracciano, autore senza dubbi della sua miglior stagione a Firenze. Ma adesso, ecco che risuona già quel 'uhm, bhè, forse servirebbe un portiere più forte per fare un salto di qualità'. Anche perché, tra i punti deboli del portiere campano si sa, c’è il gioco coi piedi. E Palladino è proprio quel tipo di allenatore che richiede molta partecipazione ai propri portieri nella fase di impostazione. Quindi chissà…Anche se la strada sembrerebbe più o meno tracciata: Terracciano e Christensen portieri, col primo titolare e il secondo alternativa, Martinelli da mandare a giocare per poi puntare tutto sul giovanissimo portiere viola, tra uno-due anni. A meno che…Ad oggi non ci sono sentori che possa cambiare qualcosa su questo fronte, per una delle estati più tranquille che Terracciano abbia mai vissuto negli ultimi anni, quando ogni santo trimestre giugno/luglio/agosto si trovava costretto a fare ‘f5’ sui siti di calciomercato per sapere con chi si sarebbe dovuto giocare il posto.

Rifondazione viola, avanza il partito del ‘Made in Italy’

La ricostruzione della rosa viola potrebbe parlare italiano

Piaccia o meno, in questo momento storico/politico il ‘Made in Italy’ tira. In diversi settori, visto che c’è proprio così ci ha rinominato un Liceo, e così anche nel calcio. Forse...Perché poi se si va a vedere con la lente d’ingrandimento sono diverse le partite del nostro campionato in cui, dei 22 che scendono in campo dal 1’, si fa fatica a trovare dei calciatori italiani. A volte anche a livello di settori giovanili, come quando il Lecce di Corvino vinse il campionato due anni fa senza avere neppure un giocatore italiano. Lontani, quasi preistorici, i tempi del Piacenza tutto italiano, in un’epoca come quella degli anni ’90 in cui il mondo del calcio iniziò ad abbattere i limiti su stranieri e extracomunitari, con l’arrivo in Serie A di giocatori più o meno improbabili. E così, anche alla Fiorentina si è passati dai vari Passarella, Bertoni, Batistuta ed Edmundo ai Leandro, Tanque Silva e carneadi vari. Ora, senza voler fare sociologia o politica, il fascino di avere una rosa che sia composta da molti calciatori italiani sembra essere tornato in voga anche in riva all’Arno. Attenzione, avviso ai naviganti: tra decreto crescita e tassazione delle operazioni c’è tutto un discorso politico/finanziario da approfondire per capire meglio il perché negli ultimi anni il calcio sia andato sempre più a prendere giocatori dall’estero piuttosto che dal proprio mercato interno. E’ cosa nota, anche grazie alle battaglie di Commisso, che se un giocatore lo acquisti dall’estero e costa uno, lo paghi uno, se lo prendi dall’Italia e costa uno, non si sa perché lo paghi 2. E tutto ciò senza voler riaprire il calderone delle commissioni ai procuratori, degli svincoli e del calcio arabo, che come quello cinese, offre un pacco di quattrini a tutti, finché ci sono e finché gli va, perché poi si fa presto a fare la fine di Zhang e Suning (che non hanno finito i soldi, sia chiaro, ma a cui i regimi hanno imposto la chiusura dei rubinetti). Detto ciò, su cui molto inficiano anche i risultati della Nazionale (solo con le due non qualificazioni di fila al Mondiale dell’Italia, guarda caso, ci si è posti il problema stranieri e italiani), anche la Fiorentina sembra essere intenzionata a guardare sempre più al mercato degli italiani per rifondare la propria rosa. Basta guardare ai nomi che in questi giorni stanno circolando: da Retegui (senza, per carità aprire il dibattito sugli oriundi, naturalizzati, etc etc) a Lucca e Pinamonti, fino ai vari Brescianini, Daniel Maldini, Pobega e Zaniolo. Nelle ultime sessioni di mercato, spesso la Fiorentina ha preferito puntare su giocatori italiani. A gennaio, ad esempio, ha preso Faraoni e Belotti. Biraghi è il capitano, la scorsa estate aveva investito 10 milioni per Parisi, Kayode ha tutto per essere il futuro terzino destra della Nazionale, Castrovilli, a proposito di Europei, è Campione d’Europa. Più in generale è da quando Pradè è tornato nelle scrivanie della Fiorentina che il club viola ha avuto un occhio di riguardo ai calciatori della nostra Serie A, o comunque italiani, dovendo però combattere con tutti i paletti economici di cui dicevamo in precedenza. Nel frattempo la Fiorentina ha vinto sostanzialmente sempre la Coppa Italia Primavera, con tanti giovani che si sono poi affacciati al calcio dei grandi. Luca Ranieri era un pilastro dell’Under 19 e dell’Under 21, così come lo era Sottil. Mandragora è stato capitano di tutte le Nazionali giovanili azzurre, Siriguera campione d’Europa. Non è un caso, sia chiaro. Basti ripensare ai primi giorni in cui Rocco Commisso comprò la Fiorentina, all’orgoglio con cui raccontava di quei giorni vissuti in Italia e a Firenze quando la Nazionale vinse i Mondiali del 2006, del suo legame con gli anni in cui si guardava dagli Stati Uniti le partite della Serie A, di quando il calcio italiano era il più bello al Mondo. Non è stato un caso neppure che in dirigenza ci fosse Antognoni, simbolo internazionale del calcio azzurro, e anche di Firenze e della Fiorentina, così come l’ingaggio di Gennaro Gattuso come allenatore, con quella Copa Mundial che campeggiava sui media ufficiali della Fiorentina con vanto e orgoglio, salvo poi scomparire pochi giorni dopo dall’annuncio per motivi che, ancora oggi, sono secretati. Ma questo è il passato. L’oggi racconta di una Fiorentina che punta ad avere una rosa composta per larga parte proprio dal ‘Made in Italy’. Chissà che il passaggio da Burdisso a Goretti non vada ulteriormente in questa direzione. Anche perché, rispetto a tempi recenti in cui la Fiorentina dava almeno 2-3 giocatori all’Italia, adesso il conto è presto fatto: 0. E questo non è affatto bello, per quanto a molti tifosi viola della Nazionale interessi il giusto, ma questo è un altro discorso. Rumors, voci e trattative varie inducono a pensare che quest’estate ci possa essere una buona parte di innesti basati sul ‘Made in Italy’, sperando che si rivelino scelte azzeccate, ovviamente. Perché poi, stranieri, sudamericani, italiani o marziani che siano, alla fine conta che facciano bene.

The last dance

Ultima da tecnico della Fiorentina per Italiano

Domani alle 20, quando terminerà Atalanta-Fiorentina, saranno passati 1016 giorni da quel Fiorentina-Cosenza in cui Vincenzo Italiano debuttò sulla panchina viola (4-0 ndr). Triennio in cui il tecnico gigliato ha guidato la Fiorentina per 161 volte, domani sarà la 162°, mettendo a referto 78 vittorie, 34 pareggi e 49 sconfitte. Più o meno, perché poi ci sarebbero da considerare quelle gare finite in pareggio ma vinte o perse ai supplementari, tipo, appunto, mercoledì scorso ad Atene. La media punti di Italiano a Firenze, prima dell’inutile partita di Bergamo, è di 1,66 a partita considerando tutte le competizioni, di poco inferiore a quella di Montella che chiuse a 1,80 e vicina a quella di Prandelli che nel suo primo ciclo si fermò con 1,72 di media. Va da sé come debbano essere fatte  le debite differenziazioni del caso, perché un conto è fare tre punti in Champions League, magari vincendo ad Anfield Road, altri è fare gli stessi tre punti ma in Conference League vincendo con l’Rfs Riga, così come andrebbero considerate le diverse rose a disposizione. Un conto è avere davanti Toni, Pepito Rossi o Gilardino, un altro è avere Nzola, Piatek o Cabral, un conto è avere Joaquin, Cuadrado e un altro è avere Brekalo, Ikoné e quelli che ha avuto in questo triennio la Fiorentina. Ma tant’è. Quella di Bergamo sarà l’ultima panchina di Italiano da allenatore viola, ‘the last dance’, con la bacheca della Fiorentina che è rimasta identica a 1016 giorni fa nonostante le 3 finali disputate, di cui due europee di fila, ma perse, oltre ad altre due semifinali di Coppa Italia. L’ultima panchina, per la felicità dei suoi più acerrimi contestatori, quelli per cui Italiano doveva far difendere meglio la sua Fiorentina, che ‘si prende sempre i soliti gol’ per colpa della difesa alta, con l’Atalanta ultimamente in Coppa Italia così come col West Ham un anno fa, o qui e là. Poi, però, ripensandoci, ma come hanno fatto Kouame e Jack a sbagliare quei gol lì ad Atene? Come hanno fatto i viola a fare solo un gol all’andata con l’Atalanta? Come diavolo è possibile? Ecco, sì, ok, in parte tutto vero quello che si è detto su questo triennio di Italiano, ma a onor del vero, se davanti non fossero stati sbagliati tutti i centravanti, se per fare un gol non fossero serviti valanghe di tiri, magari sarebbe stato più semplice e una delle tre finali sarebbe finita in maniera differente. Sarebbe, forse, chissà, il se e il ma d’altronde, è il patrimonio dei bischeri e quindi, tornando alla premessa, quello slogan del difendere bene e attaccare benissimo lo si è visto soprattutto nel primo anno quando, guarda caso, c’era Vlahovic davanti autore di 17 gol in 20 giornate, poi…qualche buona e bella partita, risultati, soprattutto in Europa, ma poi…niente trofei. 1016 giorni dopo siamo giunti all’epilogo, un percorso fatto di momenti difficili, di qualche contestazione ma anche di sostegno e il più volte sentito ‘oh vincenzo portaci la coppa’, che è rimasto uno slogan, perché quelle coppe sono andate sempre altrove. Resta l’esserci arrivato tre volte in finale, vero, ‘se, ma’ e bischeri bis. L’epilogo era ed è inevitabile. Tanto, diciamocelo pure: se Italiano avesse fatto catenaccio sarebbe stato criticato, se avesse fatto giocare la sua Fiorentina tutta all’attacco idem, se avesse fatto l’80% di possesso palla sarebbe stato criticato, se avesse fatto il 20% idem. Quindi, giusto dirsi addio. Peccato che il saluto debba arrivare con l’ennesima delusione. E, attenzione: non trattasi solamente di un elogio per quanto fatto e per una critica di chi lo ha soltanto criticato, ma…che tutto quanto di non positivo è successo alla Fiorentina sia accaduto solo per colpe di Italiano, bè, ci sembra un po’ ingeneroso. The last dance, 1016 giorni dopo. Si volta pagina. Italiano saluta, toccherà al suo successore provare a far meglio, così come alla società permettergli di farlo, cosa che non è del tutto e sempre successa, come nell’ultimo mercato invernale quando la Fiorentina era quarta. 

“Ooh Vincenzo portaci la coppa“

Countdown verso lo zero per la Finale di Conference

Ci siamo! L'attesa sta per terminare. Il countdown per quella che si annuncia come la 'partita dell’anno' per la Fiorentina è ormai prossimo allo zero. Questione di ore, poi sarà tempo di fare sul serio. TROFEO. C'è fame di vittoria in chi tifa viola. Quel doppio appuntamento con la storia sfiorato, ma poi svanito, dodici mesi fa, ha aumentato l'astinenza di una piazza che non alza una coppa dal 2001. Poco importa se quella di Atene sarà l'ultima in maglia viola per quasi una rosa intera, tra chi è in prestito e farà ritorno al club di appartenenza, chi non sarà riscattato e chi si svincolerà a parametro zero. Su tutti, ovviamente, Vincenzo Italiano. Il tecnico viola, nonostante una clausola che potrebbe scattare in caso di vittoria con l'Olympiacos, andrà comunque via. La valigia è già pronta ormai da settimane. L'obiettivo è chiaro: metterci dentro, insieme ai ricordi, la medaglia del vincitore. Più di una volta il popolo viola gli ha cantato "oh Vincenzo portaci la coppa", che fosse quella Nazionale a Roma, quella europea dell'anno scorso o questa. Stavolta sarebbe anche il caso di trasformare quei cori in fatti. Lo vuole Italiano, lo vuole la Fiorentina, lo vuole Firenze. FUTURO. Poi, da giovedì, che sia con una coppa in più in bacheca o meno, sarà la volta del giorno uno del futuro. Un nuovo allenatore, un nuovo direttore tecnico (tutto porta al tandem Palladino –Goretti), tante operazioni da fare in entrata e in uscita e si spera una coppa differente da quella in cui la Fiorentina ha giocato gli ultimi due anni. Chi dice che l'esito della gara di mercoledì non sposterà granché, perché comunque la squadra viola giocherà in ogni caso una coppa europea l'anno prossimo, rischia di sottovalutare la differenza di valori che c’è tra Europa League e Conference League. A maggior ragione per una Fiorentina che ripartirà con tante novità e di conseguenza poca esperienza, tecnico su tutti. Partire, pronti via, in salita è quanto di meno auspicabile potrebbe esserci. Ma intanto c'è da pensare all'oggi, alla Finale di Conference League, sperando che 'Vincenzo porti a Firenze quella agognata coppa'.

Imperfetta ma ancora in Europa, e (si spera) vincente

Fiorentina piena di difetti, ma in Europa e a caccia della Conference

C’è chi sperava che d’incanto la Fiorentina avesse corretto tutti i propri limiti e difetti, a maggior ragione al cospetto di un Cagliari che si è salvato alla penultima giornata, che ha avuto mille problematiche ed evidenziato enormi lacune durante tutta la stagione. Così non è stato e, ormai, non lo sarà. Ad Atene contro l’Olympiacos la squadra di Italiano ci va con quelle che sono le sue caratteristiche, a livello di singoli e collettive, coi suoi pregi e le sue carenze, che in fin dei conti le hanno permesso di raggiungere un’altra qualificazione europea (per quanto ad oggi sempre in Conference League), due finali europee, una di Coppa Italia e un’altra semifinale di Coppa Italia. Certamente servirà una concentrazione ben diversa rispetto a quella vista in Sardegna, soprattutto dietro. Che la fase difensiva di questa squadra abbia dei problemi non è certo una novità, così come che gli avversari della Fiorentina riescano con enorme facilità a far gol, chiunque essi siano, anche quando non creano granché. Al tempo stesso, anche se questo non è il caso della sfida col Cagliari, davanti serve creare sempre un’enorme quantità di opportunità per buttarla dentro. In pratica l’esatto contrario di quanto ha sempre professato Italiano: ‘difendere bene e attaccare benissimo’ era il suo slogan quando arrivò a Firenze. Ma di fatto la sua Fiorentina fa più o meno sempre il contrario. Amen, questa è la Fiorentina che proverà ad alzare al cielo la Conference League mercoledì ad Atene. Ormai non si può pensare che corregga tutti i propri punti deboli in pochi giorni. Congeniti o voluti: Ikoné non è Lookman, Belotti non è Scamacca, Arthur non è Ederson e Beltran non è Koopmeiners. Ma questo si sapeva già prima. Biraghi ha le sue lacune, Milenkovic-Ranieri-Quarta idem. Con l’Olympiacos servirà una partita in cui tutti ci mettano il 1000% di concentrazione, dietro e in mediana, in cui non si regalino praterie in contropiede o imbucate per vie centrali e in cui davanti si sprechi il meno possibile. Tutte cose che, in fin dei conti, non sono nel dna di questa Fiorentina. Ma che, per una sera, contro un avversario come l’Olympiacos che ha come qualità tutte le cose che la Fiorentina maggiormente soffre, dovranno essere tirate fuori. Stavolta, da Atene, c’è da tornare con un trofeo.

Polizza per la prossima Europa

Il Cagliari non regalerà nulla alla Fiorentina

Non è solo una partita di Serie A che, già di per sé, sarebbe da onorare al massimo (sempre, a maggior ragione quando si indossa la maglia della Fiorentina), ma la gara di domani a Cagliari per la squadra viola mette in palio anche il pass per la prossima Europa. O meglio, una sorta di polizza nel caso in cui ad Atene, il 29, dovesse andar male, senza poi essere costretta ad andare a prenderselo a Bergamo il 2 giugno dopo la sfida con l’Olympiacos. Il tutto contro un Cagliari che sta festeggiando da domenica il raggiungimento della salvezza, che nel match di domani non avrà niente da chiedere se non salutare per l’ultima volta Claudio Ranieri, ma proprio in virtù di tutto ciò, in uno stadio che si annuncia quasi esaurito, guai a pensare che i sardi regaleranno qualcosa. La Fiorentina dovrà prendersi quei punti che le servono, sudandoseli, mettendo da parte la partita di Atene ed evitando di cadere nel trappolone della gara ‘facile’. SAMPDORIA. Di precedenti in cui squadre che lottavano per qualcosa hanno perso inaspettatamente contro avversari che non avevano niente da chiedere ce ne sono a bizzeffe nella storia del calcio. Lo sa bene la stessa Fiorentina che, nel primo anno di Italiano, si presentò a Marassi contro una Sampdoria che dai risultati del weekend aveva già conquistato la salvezza matematica mentre i viola cercavano punti per la qualificazione in Europa. E finì con un sanguinoso 4-1 per il Doria, risultato che costrinse la Fiorentina a battere la Juve nell’ultimo turno di Serie A, oltre che a non partecipare all’Europa League. FATAL CAGLIARI. Negli anni si è creato il ‘mito’ della ‘fatal Verona’, col Milan che ci perse due scudetti, c’è stato il più recente 5 maggio dell’Inter. In quei casi, ovviamente, il tutto fece più ‘rumore’ visto che le milanesi persero Scudetti che parevano già vinti, come l’anno scorso accadde al Dortmund che, contro un Mainz già a metà classifica, perse in casa la Bundesliga pareggiando 2-2. La Fiorentina parte per Cagliari sapendo che dovrà evitare che questa trasferta diventi una sorta di ‘fatal Cagliari’, dove già in passato la Fiorentina ci ha perso qualcosa di ben più importante di una qualificazione alla prossima Conference League. Ma almeno in quel caso (riferimento ovviamente al 1982) il Cagliari doveva fare punti salvezza. VISTA ATENE. A parole tutti i protagonisti hanno lasciato intendere che questa consapevolezza ci sia, che prima di pensare ad Atene, all’Olympiacos e a El Kaabi ci sia da andare in Sardegna e tornare a casa col sorriso, con almeno la certezza, comunque vada, di aver portato la Fiorentina nuovamente in Europa. Poi sarà il campo a dirne di più, quando l’arbitro fischierà l’inizio della gara col Cagliari.

Ranieri e Nzola, un treno per Atene passa da Cagliari

Il centrale e la punta ci provano

Al netto di condizioni fisiche e o eventuali acciacchi, per qualcuno da smaltire per altri da buttarsi alle spalle, dovessimo fare oggi, a 8 giorni dal fischio d’inizio della finale di Atene con l’Olympiacos, il probabile undici della Fiorentina, il grosso sarebbe già scritto: Terracciano in porta, Dodo a destra e Biraghi a sinistra, Milenkovic difensore centrale con uno tra Ranieri e Quarta, Arthur o Mandragora a seconda di come starà il brasiliano con Bonaventura, a seconda di come starà Jack, Nico a destra, Kouame a sinistra, Beltran dietro a uno tra Nzola e Belotti. A parte le più o meno lecite preferenze personali, per cui molti vorrebbero sempre Parisi e mai Biraghi, chi tizio e chi sempronio, e di quanta batteria avranno il 29, a livello di gerarchie molto appare già quasi scritto. Gli unici che ballano anche su questo per una maglia dal 1’ ad Atene sono il centravanti e il partner di Milenkovic dietro. Due caselle non certo banali nel giuoco del calcio, visto che uno ha il compito di impedire agli avversari di far male e l’altro di buttarla dentro. RANIERI. Fino alla sfida dell’andata col Bruges, in pochi avrebbero scommesso su un tracollo di Luca Ranieri. Proprio lui, uno di quelli che non avevano quasi mai commesso errori, con prestazioni sempre attente e più che sufficienti, il più affidabile dei tre difensori centrali rispetto a Milenkovic e Quarta. Se l’argentino, con qualche gol pesante, ha spesso messo una toppa a svariati svarioni difensivi, il serbo ha vissuto una stagione sottotono sostanzialmente dall’inizio alla fine. Tanto che, nelle sfide cruciali, spesso sono stati proprio quest’ultimi due a riposare a turno, con Ranieri sempre in campo. Poi l’errore coi belgi, bissato dal pasticcio di Verona in compartecipazione con Christensen in occasione del vantaggio dell’Hellas. E da lì è praticamente scomparso, giocando solo qualche secondo di partita a Bruges al ritorno. E adesso? Potrebbe tornare in campo a Cagliari, giovedì, per provare a rimettere in discussione un tandem di centrali che ad oggi, in vista di Atene, vede favoriti proprio Milenkovic e Quarta. Che, intendiamoci, non hanno fatto partite da dieci, nel frattempo, anzi…Ranieri ci prova, insomma. NZOLA. Nello stesso lasso di tempo è accaduto l’esatto contrario a Nzola. Proprio da quel match col Bruges, quando Belotti si era ri-sbloccato dopo il lungo digiuno segnando nel primo tempo il gol del momentaneo 2-1, l’angolano ha saputo cogliere il momento per tornare almeno un’alternativa da prendere in considerazione. Gol ai belgi allo scadere, rigore procurato decisivo a Bruges, gol col Napoli di destro. Nel mentre, invece, il Gallo ha dovuto fare i conti con una fastidiosa lombalgia che, ad oggi, pone a serio rischio la sua titolarità con l’Olympiacos. A Cagliari Nzola potrebbe avere un’altra chance di aumentare le sue probabilità di partenza dal 1’ ad Atene. E sarebbe un qualcosa di pazzesco pensando a come stavano le cose fino ad un mese fa, quando a Salerno Italiano schierò Barak centravanti pur di far rifiatare Belotti, o Kouame, non convocando neppure Nzola per cinque gare di fila. M’Bala ci prova, insomma. FINALE. Nel mirino c’è un obiettivo, chiaro: andare a prendersi la coppa ad Atene, magari da protagonisti. Il treno per la titolarità del 29 passa anche da Cagliari.

Oltre 20 anni senza un trofeo. Per molti sarebbe la prima volta

Molti calciatori della Fiorentina vanno a caccia del primo titolo

Non è cambiato più di tanto rispetto a dodici mesi fa. Ad Atene come a Praga, infatti, la Fiorentina andrà a caccia di un trofeo che interromperebbe un digiuno che dura ormai dal 2001, 23 anni, periodo più lungo della storia del club viola senza la conquista di un titolo. E poco importa se in palio ci sarà la terza competizione per importanza a livello Uefa, non è certo questo il momento di fare gli schizzinosi. La Fiorentina non vince una competizione europea dal 1975, e quella era Coppa Italo-Inglese, non proprio la Coppa dei Campioni. L’anno scorso arrivarono due ko in due finali, quest’anno di occasioni ce ne sarà una soltanto, ad Atene in Conference League, dopo che tra Supercoppa Italiana in Arabia Saudita e in semifinale con l’Atalanta in Coppa Italia la squadra di Italiano ha mancato il raggiungimento almeno della finale. PRIMO TITULO. All’atto conclusivo di questa edizione della Conference, la Fiorentina ci arriva con una rosa che, così come quella che giocò a Praga con gli hammers, vede nelle proprie fila una schiera di giocatori ancora in cerca del primo trofeo della propria carriera. Su tutti, ovviamente, c’è Vincenzo Italiano. Il tecnico viola disputerà la terza finale da quando è a Firenze, sperando di tornare da Atene con la prima medaglia da vincitore dopo aver raccolto due secondi posti con l’Inter e col West Ham dodici mesi fa. E’ il caso anche del capitano viola Biraghi, che nel 2010 vinse il triplete con l’Inter, da giovanissimo, giocando solamente una manciata di minuti in tutta la stagione. Lo stesso accadde a Rolando Mandragora quando vinse con la Juventus nel 2017. Terracciano e Christensen vanno a caccia della loro prima volta, così come i vari Sottil, Maxime Lopez, Ranieri, Nzola, Faraoni, Duncan e Parisi. Molti di questi, ovviamente, non scenderanno in campo ad Atene, chi a causa di infortuni chi per scelta tecnica. QUASI PRIMO TITULO. Sarebbe una prima volta a livello di club per Castrovilli e Belotti, vincitori dell’Europeo con l’Italia nel 2021, ma mai vincenti a livello di club. Il centrocampista pugliese, tra l’altro, non è in lista Uefa per cui non potrà giocare ad Atene. Barak non vince niente dal 2017, quando vinse lo Scudetto di Repubblica Ceca con lo Slavia Praga, mentre a livello di club è ancora a secco anche Kouame, fresco vincitore della Coppa D’Africa con la Costa D’Avorio. Bonaventura ha vinto in carriera solamente una Supercoppa col Milan nel 2016, mentre Milenkovic è riuscito a vincere Scudetto e Coppa di Serbia nel 2016-17 col Partizan. Nico Gonzalez poteva diventare campione del Mondo con l’Argentina e per quanto abbia vinto una Coppa America con l’albiceleste è ancora a zero titoli coi club. Kayode, essendo al primo anno tra i professionisti, può vantare diversi titoli a livello giovanile, tra cui l’Europeo Under 19 vinto in estate, ma è ancora a zero trofei tra i grandi. PLURIVITTORIOSI. Quarta, invece, può vantare 3 coppe d’Argentina e 1 Supercoppa d’Argentina, 1 Libertadores e una Coppa Sudamericana col River, oltre ad una Coppa America con l’Argentina. Arthur è un altro calciatore che nel suo palmares può vantare diversi trofei: 1 Libertadores col Gremio, 1 Coppa Italia e 1 Supercoppa con la Juventus, 1 Coppa America col Brasile, 1 Liga e 1 Supercoppa di Spagna col Barcellona. Beltran ha vinto 1 Supercoppa d’Argentina e un campionato argentino col River, mentre Ikoné può vantare di avere vinto Scudetto e Coppa di Francia col Lille, oltre a due titoli quando da giovanissimo (giocando solo pochi minuti) col Psg. Dodo ha messo in bacheca 1 Coppa d’Ucraina, 2 scudetti e 1 Supercoppa con lo Shakhtar. CHANCE. L’occasione per vincere è in arrivo, tra meno di dieci giorni, ad Atene. Per molti potrebbe essere la prima volta, per altri l’opportunità di tornare a vincere dopo anni, per qualcuno di farlo da protagonista e per altri da capitano. Al tempo stesso potrebbe essere per più di qualcuno anche l’ultima chance. La sfida con l’Olympiacos, insomma, conta di più, non solo per vendicare quanto accadde col West Ham dodici mesi fa o per onorare al meglio la memoria di Barone, ma anche per salutare Firenze e la piazza viola con un trofeo di cui, da queste parti, c’è una gran fame.

‘You say goodbye, and I say hello’…

Ultima al Franchi per molti viola

 Per molti stasera contro il Napoli sarà la gara dei saluti, per altri anche di addii. Ovviamente sperando di ritrovarsi sempre lì, al Franchi, a notte fonda, quando la Fiorentina tornerà da Atene, ma per questo meglio non mettere le mani avanti. SALUTI. Quella di oggi sarà l’ultima partita interna della stagione della Fiorentina che, dinanzi al suo pubblico, spera di poter staccare il pass per la terza qualificazione europea consecutiva, per quanto nella stessa competizione, ovvero la terza in ordine di importanza a livello Uefa. Il tutto in attesa di poter provare ad entrare nella seconda, ma per quello servirà tornare da Atene con un trofeo. Sarà la serata del saluto di Vincenzo Italiano, clausola di rinnovo automatico in caso di successo con l’Olympiacos permettendo, lui che sotto la Fiesole ha festeggiato, esultato e pure ballato, magari salutando in modo particolare anche chi, dietro la sua panchina, ha avuto spesso di che ridire, ricevendo più o meno accese risposte. Qualcuno gli ha urlato ‘Oh Vincenzo portarci in Europa’ prima, ‘Oh Vincenzo portaci la Coppa’ poi, ma anche ‘fate ridere’. Alti e bassi, fa parte del gioco. Per molti calciatori oggi sarà l’ultima volta al Franchi. Per quanto le vie del mercato siano infinite, infatti, i vari Arthur, Belotti, Maxime Lopez e Faraoni torneranno da dove erano arrivati, così come potrebbe essere l’ultima di Duncan e Kouame, a meno che le parti non trovino un accordo di rinnovo di un contratto che scadrà tra un mese. Poi c’è Bonaventura, altro col contratto in scadenza, mentre in diversi hanno corteggiatori ed estimatori, da Quarta a Milenkovic e Gonzalez passando per Barak. Sarà l’ultima di Castrovilli, in quello stadio in cui si fermò per un malore e in cui si è rotto un ginocchio e tutto ciò che c’era attorno, e chissà che non sia l’ultima anche per Nzola, proprio lui, che fino a qualche giorno fa al Franchi non ci andava neppure, visto che non veniva convocato, ma che poi proprio lì ha trovato con quel guizzo nel recupero di Fiorentina-Bruges il gol che, in fin dei conti, ha permesso alla squadra viola di andare ad Atene. FIESOLE. Anche la Fiesole si riempirà per l’ultima volta. Dall’anno prossimo, sempre che sul fronte restyling del Franchi non accadano cataclismi, dietrofront o cose che se non fossimo in campagna elettorale parrebbero utopie, il cuore caldo del tifo si sposterà dall’altra parte dello stadio, in Ferrovia, coi lavori che interesseranno quella che per generazioni è stata l’anima dell’identità dei tifosi della Fiorentina. In teoria, sempre in teoria, la prossima volta che un tifoso viola rientrerà in Fiesole non avrà più bisogno dell’impermeabile o di preghiere affinché il meteo sia clemente. CARICA. Intanto battere il Napoli e andare in Europa anche l’anno prossimo, poi potrà ufficialmente partire la marcia d’avvicinamento ad Atene, rendendo la partita di Cagliari e il recupero con l’Atalanta (comunque dopo la finale di Conference) sfide ininfluenti. Il Franchi è pronto ai saluti, ma anche a dare la carica. Per oggi e per il 29. Con tanta voglia di ritrovarsi lì, a notte fonda, a sancire la fine di un digiuno che dura da oltre 20 anni.

Ri-invertire il trend, anche in casa

Fiorentina a caccia di un successo col Napoli

Dovessimo fare la ‘top 10’ delle partite più belle del triennio di Italiano a Firenze (sperando che nel novero  possa entrarci quella di Atene del 29 maggio), nelle primissime posizioni dovremmo inserire di diritto almeno tre incroci col Napoli, prossimo avversario dei viola in Serie A venerdì al Franchi. DA URLO. In pochi sono riusciti a fare quello che è riuscito a fare Italiano negli ultimi anni, come battere tre volte l’Atalanta di Gasperini in una stagione come fece tre anni fa, ma anche riuscire a vincere al Maradona tre volte nelle ultime quattro edizioni della sfida col Napoli. All’andata di quest’anno fu 1-3, coi gol di Brekalo, Bonaventura e Gonzalez, l’anno scorso fu ko nel giorno in cui il Napoli festeggiò lo Scudetto, mentre due anni fa arrivarono un successo per 2-5 in Coppa Italia e 1-3 in Serie A, con firme d’autore e gol bellissimi. Dal primo centro in maglia viola di Ikoné alla perla da fuori area di Cabral nella sfida di Serie A, ai gol di Venuti, Vlahovic, Piatek, Maleh e  Biraghi in quella di Coppa Italia. Eppure, nonostante tutto ciò, le gioie che la recente Fiorentina ha rimediato col Napoli sono arrivate tutte in Campania. A Firenze, invece, il ruolino di marcia recente è di tutt’altro spessore.  A FIRENZE. Al Franchi, negli ultimi 10 incroci la Fiorentina ha vinto solamente una volta, nel giorno in cui Simeone stese la squadra di Sarri con una tripletta. Napoli che con quel ko, di fatto, perse i sogni Scudetto. Poi raffica di pareggi, come lo 0-0 dell’anno scorso, il ko 1-2 del primo anno di Italiano quando, così come con l’Inter, la Fiorentina fece un primo tempo spaziale andando avanti con Quarta, ma poi crollò finendo la benzina e venendo rimontata. Ko 0-2 anche l’anno prima, quando in gol andarono Insigne e Venuti con un autogol, in quella sfida che vide Gattuso accapigliarsi con gran parte della panchina della Fiorentina, con l’allenatore del Napoli che poi, da lì a breve, sarebbe stato annunciato come tecnico viola, salvo poi fare dietrofront pochi giorni, anzi ore, più tardi. Ko 3-4 nel primo anno di Commisso, con biglietto di ben arrivato al patron viola da parte della classe arbitrale che si inventò un rigore pazzesco per un contatto inesistente tra Castrovilli e Mertens. 0-0 nel 2018-2019, 3-3 con gol di Zarate bellissimo e pari allo scadere di Gabbiadini l’anno precedente, 1-1 nel 2015-2016, ko 1-2 nel 2013-14. Riassumendo, negli ultimi dieci Fiorentina-Napoli, i viola hanno rimediato 1 successo, 4 pareggi e 5 ko. Un bilancio che cozza con la storia dei due club, visto che nei precedenti 63 incroci giocati in Serie A con la Fiorentina in casa erano arrivati 35 successi viola, 15 pareggi e solo 13 vittorie del Napoli. Il raffronto in percentuale è abbastanza semplice: le vittorie del Napoli sono passate dal 20,6% al 50% negli ultimi dieci incontri.  INVERSIONE. Venerdì la Fiorentina dovrà provare ad invertire il recente trend. Il rendimento del Napoli di quest’anno potrebbe facilitare il compito dei viola, con la gara del Franchi che potrebbe permettere alla formazione di Italiano non solo di riscrivere il recente bilancio dei precedenti, ma anche di staccare il pass per la prossima Europa. In attesa di Atene.

Bene, bravi, bis

Fiorentina in forma, nel momento clou della stagione

La Fiorentina batte il Monza e mette nelle proprie mani l’accesso alla prossima Europa via Serie A, aspettando Atene. Coi tre punti rimediati coi brianzoli di Palladino, le cui quotazioni per diventare il prossimo allenatore della Fiorentina nel post Italiano, la squadra viola diventa artefice del proprio destino per guadagnare un altro pass per un’altra annata in Europa. Venerdì, infatti, col Napoli ci sarà il primo match point per chiudere i discorsi. E non sarà il pass Champions, tipo quello che segnò Osvaldo a Torino o quello di Jorgensen a Lecce, ma tant’è. In fin dei conti, se la Fiorentina è adesso in attesa di giocare la Finale di Conference con l’Olympiacos, lo deve anche al finale di campionato dell’anno scorso in cui riuscì a strappare punti che garantirono il pass per questa edizione di Conference. Non era scontato allora, non è banale adesso. La sfida col Monza ha portato in dote diverse ottime notizie per la Fiorentina. Su tutte, ovviamente, i punti e quanto detto sopra, ma anche il fatto che il gruppo viola abbia tutte le intenzioni di non mollare niente, che a livello mentale sia ‘sul pezzo’. La gara del Franchi, inoltre, ha evidenziato che questa squadra sta godendo di una condizione fisica/atletica molto buona, collettiva e di alcuni singoli. Da Nico ad Arthur, in diversi hanno addirittura mostrato progressi, aspetto chiave in vista della partita di Atene. Per quanto Nzola non abbia brillato, anche col Monza ha dimostrato di non essersi lasciato andare, anzi. Per quanto resti comunque Nzola, con tutti i suoi limiti, nelle due partite col Bruges ha dimostrato che può risultate utile, anzi utilissimo. Col Monza si sono visti diversi tentativi di verticalizzazione, cercando nuove e diverse soluzioni in fase offensiva. Dietro, a parte il gol concesso, la fase difensiva ha mostrato qualche segnale di miglioramento, mentre altri singoli hanno fatto vedere di star bene, come Mandragora e lo stesso Arthur. Altri, invece, stanno recuperando, da Bonaventura a Belotti, con Ikoné che dovrebbe superare a breve il problema accusato nei giorni scorsi. Poter contare su alternative che rispondano presente se chiamati in causa, sta aiutando.  Il tutto con vista Atene, ovviamente. Ma anche con la certezza di avere nelle proprie mani la qualificazione all’Europa per l’anno prossimo, quale ancora non si sa. Per andare in Europa League non dipenderà solo dalla Fiorentina visto che ci sarà di mezzo l’Olympiacos, ma già avere quella possibilità non è poco, e non era scontato.

Quelli che sperano. Alternative, sì, fino ad un certo punto

Per la Fiorentina c’è il Monza. Per molti l’occasione di mettersi in mostra

Qualcuno le chiama alternative. Sì, perché se c’è ‘A’ e sta bene gioca ‘A’, e non ‘B’. A meno che…E’ il caso di questo finale di stagione della Fiorentina, coi viola che si giocheranno la terza finale in due stagioni, ad Atene, con stavolta l’imperativo di tornare a Firenze con un trofeo, ma anche chiamati a giocarsi le ultime quattro partite di Serie A cercando di raccogliere il massimo per raggiungere un posto nella prossima Europa anche via campionato, aspetto fondamentale nel caso in cui dovesse andar male con l’Olympiacos. E se non hai una rosa ai livelli dell’Inter, per cui come scegli scegli cadi in piedi, gestire energie e uomini migliori diventa doppiamente importante. ALTERNATIVE. Ci sono poi tutta una schiera di calciatori che fin qui hanno ricoperto il ruolo di alternative, che però potrebbero risultare molto utili oggi col Monza, venerdì col Napoli, poi col Cagliari e nel recupero con l’Atalanta, ma anche ad Atene. Perché i recenti casi di Sottil e Nzola sono lì a ricordare che l’occasione per riscrivere le gerarchie può passare da un momento all’altro. L’esterno viola, dopo Salerno, ha cambiato marcia mettendo in serie un paio di prestazioni importanti, su tutte quella col Sassuolo, che hanno indotto Italiano a dargli una maglia da titolare col Bruges all’andata, con tanto di rete in apertura di gara. Immaginarsi in quel match così importante e delicato Sottil titolare era quasi utopia fino a qualche giorno prima, ma Sottil è stato bravo a sfruttare le occasioni. C’è poi la storia di Nzola, fuori dai convocati per 5 gare di fila, convocato di nuovo proprio per il match d’andata col Bruges, in cui è entrato e ha deciso la partita con il gol del 3-2, ripetendosi in Belgio prendendosi il rigore della qualificazione. CHI SPERA. Salvo problemi fisici, da scongiurare ed evitare da qui al 29, diversi calciatori sperano di ritagliarsi degli spazi per convincere Italiano a buttarli in campo in Grecia. C’è Kayode, ad esempio, che insidia Dodo, c’è lo stesso Nzola ma anche Duncan. L’angolano ha dimostrato di essere tornato ‘dentro’ la Fiorentina (con la testa giusta), mentre il ghanese cerca il sorpasso su Mandragora a livello di gerarchie. Difficile che possa fare quel sorpasso Parisi su Biraghi, ma ci può provare, nel caso dell’ex Empoli più per il domani che per l’immediato. Poi ci sono i tre difensori centrali: Ranieri, dopo gli svarioni dell’andata e col Verona è stato ri-superato da Quarta, ma la sensazione è che tutti e tre si giocheranno due maglie fino all’ultimo momento. Christensen ha perso il treno, e non ha più convinto da quando è rientrato post infortunio, mentre Lopez non è mai riuscito ad impensierire davvero Arthur, tanto che lì Italiano si è inventato Bonaventura più basso. Poi c’è Barak. Il ceco è stato spesso decisivo nelle gare europee, quasi sempre nei minuti finali. Anche lui proverà a guadagnarsi delle occasioni, come dovrà fare Ikoné. Per il francese poteva essere già quella di oggi una chance fondamentale, ma un problema fisico lo ha costretto al forfait. C’è chi, invece, come Castrovilli giocherà più per se stesso che per altro, visto che il futuro dell’ex dieci viola è già indirizzato verso un addio e che non è in lista Uefa. Ma se dovesse portare punti in questo rush finale…non dispiacerebbe affatto. Questo finale di stagione, insomma, ha ancora molto da dire. A livello collettivo ma anche di singoli.

Le sliding doors, quelle belle

La rinascita di Nzola tiene vivo il sogno della Fiorentina

Dovessimo tornare indietro col pensiero, non di mesi o anni ma basterebbe di una decina di giorni, chi si sarebbe mai immaginato che M'Bala Nzola potesse anche solo contribuire a mandare la Fiorentina in una finale europea? Le chiamano sliding doors, elementi assolutamente imprevedibili che possono cambiare la vita in modo altrettanto imprevedibile. Nel caso dell'angolano, quei minuti finali della sfida del Franchi col Bruges sono quanto di più imprevedibile potesse succedere in quel momento.Proprio lui, dopo mesi di nulla, settimane di assenza anche dai convocati nel momento in cui ci sarebbe stato un gran bisogno, in cui Italiano, ad esempio a Salerno, ha preferito portarsi appresso tre ragazzi della Primavera e far giocare Barak centravanti piuttosto che Nzola. Come a dire, tutti ma tu no. Perché? Motivi personali, informava la Fiorentina, che può voler dire tutto e niente, a maggior ragione se tale situazione si ripete per cinque gare di fila com’è accaduto. Forse poca intensità o testa negli allenamenti? Ci sta, anzi, molto probabile. Poi, però, la porta che scorre, e non contro una squadra già retrocessa o su un 4-0, ma in una semifinale di una coppa europea, nel momento cruciale per la stagione dei viola, allo scadere di una gara in cui si sentivano già le critiche per come in quei 90 minuti col Bruges la Fiorentina era riuscita a buttarsi via regalando il 2-2 in superiorità numerica, in contropiede, tutti in attacco, come troppe volte era già successo, anche giusto pochi giorni prima con l’Atalanta in Coppa Italia. Poi la porta che scorre, il palo e il gol del 3-2. E bravo M'Bala, finalmente, dopo mesi di delusioni. Eccezione? Lampo? Caso? Miracolo? No. Perché meno di una settimana più tardi è successo di nuovo, a Bruges, quando la Fiorentina rischiava la beffa, dopo aver mostrato una superiorità evidente sul campo, preso pali, traverse e sbagliato l’impossibile. Ecco Nzola che entra, si prende il rigore che Beltran trasforma nel gol del passaggio del turno. E non un pass qualunque,  ma quello per la finale. E non una finale qualunque, ma quello di una finale di una coppa europea. Le sliding doors, quelle belle, quelle che decidono e cambiano in positivo lo stato d'animo di un popolo, quello viola, che nel recente passato di situazioni che modificano in meglio il corso degli eventi ne ha visti ben pochi. Basti pensare a quei maledetti crampi di Ranieri al 90’ a Praga, con Igor che entra e si fa 'bucare' da Bowen, dopo un rinvio di Terracciano che poteva essere indirizzato verso qualunque altra zolla del campo, con quel rimpallo…etc etc. Momenti ed avvenimenti che cambiano il destino, che fanno passare in pochi istanti dalle proverbiali stelle alle stalle, che in questo caso, invece, hanno ridato speranza ed alimentato sogni di gloria. E bravo Nzola. L'ultimo capitolo di questa storia è ancora da scrivere.

E ora l’ultimo step. Rompere il lungo digiuno

La Fiorentina sogna di alzare al cielo la Conference

Missione compiuta. La Fiorentina elimina il Bruges, raggiunge la Finale di Conference League per la seconda volta di fila, mantiene vive le speranze di riprendersi quello che lasciò a Praga un anno fa e può ancora provare a scrivere la storia. Manca solo un ultimo step, ad Atene: vincere. Il digiuno di trofei dura da tanto tempo, troppo per un club che nella sua storia non ha mai vissuto astinenze così lunghe. Dopo aver dovuto sopportare la doppia beffa dell’anno scorso, con due finali perse, è arrivato il momento di prendersi la rivincita. Per Firenze, per Barone e per la Fiorentina. Questo spogliatoio ha avuto chiaro l’obiettivo sin da quel fischio finale di Praga di un anno fa. La missione era chiara: riprovarci. Quando il dg viola è venuto a mancare, poi, l’obiettivo è divenuto ‘patto’. E se questo gruppo dovesse tornare da Atene con quella coppa… Il calcio, poi, ci mette del suo raccontando storie che non avvengono in nessun altro ambito sportivo, forse neanche nella vita. Se qualcuno, dieci giorni fa, avesse anche solo pensato che Nzola sarebbe stato decisivo per andare in Finale, due volte, entrando allo scadere all’andata e buttando dentro il gol del 3-2 e al ritorno prendendosi il rigore dell’1-1, sarebbe probabilmente stato messo al rogo come eretico. E invece così è accaduto. Capita anche che Terracciano viva fino al 93’ una delle sue peggiori serate, sbagli di tutto, metta il Bruges in condizione di segnare il gol che stava mandando all’inferno la Fiorentina ma poi, all’ultimo istante, faccia una parata pazzesca che lo trasforma da carnefice in eroe. Che dire, poi, dei legni in serie colpiti anche in Belgio dalla Fiorentina? Traverse, pali…fino all’episodio: un rigore, tutt’altro che una formalità per una squadra che nel 2024 ne ha sbagliati in serie, ma che Beltran, uno dei peggiori in campo fino a quel momento, ha trasformato mandando la Fiorentina ad Atene. E questo è il calcio. Ora l’ultima tappa. C’è tanta voglia di gioire, perché un altro triste epilogo ribalterebbe tutto quanto raccontato in precedenza. E sinceramente non se lo merita la Fiorentina e non se lo merita Firenze.

Vincere la Conference...unica via per crescere

Appuntamento con la storia per la Fiorentina

La Fiorentina si appresta a sfidare nuovamente il Bruges cercando il pass per la finale di Atene. Che ci sia, eventualmente, l'Olympiakos o l'Aston Villa ad occupare l'altro slot di finaliste poco importa. Almeno oggi, ed anche domani. La Fiorentina ci deve provare. Non solo, ci deve riuscire. Andare in finale potrebbe permettere a questo gruppo di calciatori, a questo allenatore e a questa dirigenza di dare un senso ad una stagione che, purtroppo, in campionato pare aver preso l’andazzo verso una lotta per un nuovo accesso alla prossima Conference (traguardo che scalda pochissimo). Per quanto ci siano ancora delle velleità di qualificazione all’Europa League pure via campionato, è inutile far finta che questo gruppo sia a corto di energie, fisiche e mentali. Gli altri, vedi Lazio e Napoli, non stanno meglio, ma non hanno altri impegni se non quelli di campionato. E’ perciò difficile pensare che questa Fiorentina possa fare filotto nelle ultime 4 sfide in calendario con Monza, Napoli, Cagliari e Atalanta. I limiti della Fiorentina si sono visti in maniera lampante a Verona.E allora sì, dev’essere all-in sulla Conference, dimensione in cui questa società naviga (bene) ormai da due anni, ma dalla quale servirebbe progredire viste le energie che porta via. E il modo per farlo è espugnare Bruges, andare ad Atene e tornare a Firenze con quella maledetta coppa. Un epilogo che permetterebbe a questo spogliatoio di consacrarsi alla storia (comunque la si pensi sul valore di questa Conference), di far gioire una piazza che ha fame di vittorie visto che un trofeo manca da oltre 20 anni e di dare delle parvenze di crescita per il futuro.Andare in Europa League farebbe aumentare i ricavi (aspetto caro alla proprietà, come evidenziato anche dall’ultimo intervento di Commisso sul Franchi), ridarebbe alla Fiorentina la sua dimensione e richiederebbe al tempo stesso investimenti più mirati, per non dire onerosi. Fare l’Europa League, infatti, non è come fare la Conference. Basta vedere chi è nelle semifinali (Atalanta e Roma, in lotta per la Champions in A - Leverkusen campione di Germania ) o chi c’era nei quarti (il Liverpool in lotta per la Premier). Potrebbe cambiare molto, se non tutto. Come sarebbe stato negli anni di Montella qualificarsi alla Champions, quando il quarto posto valeva ‘solo’ l’Europa League, per intendersi.  E allora: provaci Fiorentina.

Evitare i soliti errori, andare oltre i soliti limiti

Fiorentina a caccia della Finale di Atene

Passo indietro su molti fronti per la Fiorentina a Verona. Per quanto al Bentegodi Italiano abbia schierato quasi esclusivamente alternative, della trasferta coi gialloblu c’è poco da salvare. Le vie per l’Europa tramite Serie A, adesso, si fanno in salita. Per fortuna che la partita da non perdere è quella di mercoledì. Ma in Belgio servirà tutt’altra Fiorentina. Le uniche indicazioni positive a Verona sono arrivate da Castrovilli che, però, col Bruges, in quella che è ad oggi la partita dell’anno per la Fiorentina, non potrà giocare perché non in lista Uefa. La fase difensiva vista a Verona, così come giovedì scorso, è tornata a preoccupare, sia a livello collettivo che di singoli. Ranieri continua ad evidenziare un inatteso calo di condizione mentale, mentre Milenkovic non sta dando segnali di ripresa. I due portieri che si stanno alternando non danno grandi garanzie, Sottil è out mentre c’è apprensione per le condizioni di Bonaventura. Al netto dei singoli, giovedì dovrà scendere in campo un’altra Fiorentina. Che non regali dietro, possibilmente non in apertura di gara e che faccia più male del solito davanti. Il Bruges visto a Firenze, d’altronde, non ha destato chissà quale impressione. Forte, sì, ma neanche poi più di tanto. Non è l’Atalanta, per intendersi. La vera discriminante, piuttosto, starà in che serata avrà la Fiorentina. I difensori e Terracciano su tutti. Uscire dalla Conference come a Bergamo, cioè con un gol preso alla prima imbucata centrale, restare in inferiorità numerica con un’altra imbucata centrale, prendere il gol dell’eliminazione in contropiede…sarebbe delittuoso. Anche perché, val bene ricordarlo, la Fiorentina va a Bruges con un gol di vantaggio. Atene non è lontana, ma non è ancora stata raggiunta.  

Come in un film, sperando nel lieto fine

Fiorentina a caccia dell’happy ending

Ci deve essere un lieto fine in questa dannata stagione, anzi a questo anno. Qualcuno con la mente è ancora lì, a Praga, a quei secondi finali dal sapore della beffa. Un pugno in faccia di quelli che si possono sentire ancora a distanza di dodici mesi, forte, doloroso, anche perché arrivato pochi giorni dopo un altro schiaffo come quello dell’Olimpico. Già col West Ham qualcuno si aspettava l’happy ending, una sorta di risarcimento per oltre vent’anni di insuccessi, caratterizzati da beffe come il fallimento, la C2, la finale di Coppa Italia col Napoli, furti come quello del Bayern e di Ovrebo, e quell’urlo al gol di Nico con l’Inter di qualche giorno prima che, poi, rimase solamente un’illusione (come se non bastasse, mai). Niente, anche a Praga fu dolore. Appuntamento con ‘una gioia’ rimandato, ancora. Un anno più tardi, con nel mezzo la scomparsa di una figura centrale nella vita dell’attuale Fiorentina come quella di Barone, ci risiamo. Una possibilità di scrivere un capitolo di gioia straordinario è già sfumata col ko con l’Atalanta: eliminare Gasperini, andare a Roma in Finale di Coppa Italia, battere la ‘nemica’ Juventus, veder piangere Vlahovic e Chiesa…Niente, quello, forse, era ‘chiedere troppo’. Il tutto, per infierire, aggravato dal modo con cui la Fiorentina è uscita. Ma vabè. Poco male, Atene non è lontana. Basta eliminare il Bruges. La Fiorentina va avanti con eurogol di Sottil, che nel suo momento migliore poi si fa male, crea, spreca con Nico e regala un rigore ‘a bischero’, ritrova il vantaggio e va in superiorità numerica con un belga che si fa espellere come un ‘pivello’. Ma poi prende un gol ‘a bischero’ con errore del difensore più in forma, Ranieri. Nel frattempo la corrazzata Aston Villa va sotto 0-2 con l’Olympiakos, mentre la Fiorentina spreca. ‘Rieccoci’, qualcuno avrà pensato, il destino si sta nuovamente prendendo gioco di noi. Intanto gli inglesi rimontano sul 2-2, ma poi vanno sotto 2-4, mentre al Franchi entra Nzola dopo un mese di assenza dai convocati per motivi personali. Mancano pochi minuti: rigore per l’Aston Villa, sbagliato. Nzola prende il palo, ma ribadisce in rete. La Fiorentina vince, l’Aston Villa dovrà vincere di due reti in Grecia, mentre la squadra viola avrà due risultati su tre in Belgio, o anche tre su tre per andare almeno ai supplementari. Sì, stavolta ci dev’essere un lieto fine. Per forza, basta solo attendere. E’ ormai questione di qualche giorno.

Una serata da film tra classici, revival e inediti

Le storie che ha regalato Fiorentina-Club Brugge

Difficile azzeccare anche solo un evento di ciò che è accaduto nel giovedì di Conference League. Dalla super favorita Aston Villa che perde 2-4 in casa con l’Olympiakos a M’Bala Nzola che entra allo scadere e fa il gol decisivo per la vittoria della Fiorentina. Proprio lui, reduce da quattro non convocazioni per ‘motivi personali’ che torna, gioca una manciata di minuti e stavolta non fa danni, anzi, centra il palo, non si abbatte, ci crede, butta dentro il 3-2 e fa esplodere il Franchi. Una roba da film.  Altra storia da film è quella di Sottil, uno che da anni è atteso al varco: esplode o no? Fa il salto di qualità oppure no? E dopo che anche quest’anno pareva indirizzato al ‘no, non esplode; no non fa il salto di qualità’, dopo una serie di gare insufficienti (l’ultima a Salerno), ecco la resurrezione. Buon ingresso col Plzen, gol e due assist col Sassuolo, maglia da titolare presa di diritto e di forza in una semifinale europea, rete che sblocca la gara dopo pochi minuti, tra l’altro bellissima, gran partita, poi altro infortunio e nuovo stop che sa di stagione finita. Non molto scenografica la serata di Biraghi, altro giocatore che era atteso al varco come ormai da tempo è sostanzialmente sempre. A maggior ragione dopo la buona prova di Parisi col Sassuolo e la serataccia di Biraghi a Bergamo. Fiorentina avanti dopo pochi minuti, tranquilla, consapevole di aver iniziato nel modo migliore una semifinale europea, rimpallo in area, mani di Biraghi, rigore: gol. Se la fortuna è cieca, la sfiga nel suo caso sembra vederci benissimo. Si potrà avere a che ridire sul fatto che sia arrivato lì col braccio largo, così come che col West Ham era messo male a livello posturale quando il pallone gli sbatté sul braccio, però non si potrà certo dire che sia stato fortunato. Poi ecco l’altra storia da film, quella del Gallo Belotti che torna a cantare, dopo 1000 e più minuti di astinenza, nel momento più importante: palla vagante in area, controllo, girata immediata e gol. Proprio ora, quando per molti la speranza iniziava ad essere vicina allo zero.  Una delle poche cose che era abbastanza pronosticabile, invece, era che la Fiorentina prendesse un gol a ‘bischero’, uno di quelli che solo questa squadra riesce a regalare, sempre uguali: rinvio lungo da dietro, un solo attaccante avversario che parte e fa gol. Così era stato col West Ham, con l’Atalanta e altre mille volte, perfino con avversari come il Maccabi Haifa, e così è stato sul gol del 2-2 del Club Brugge. Difficile, tuttavia, immaginarsi che ciò sarebbe accaduto nel momento in cui i viola avevano appena visto un belga finire sotto la doccia espulso. Impensabile, ma non troppo, perché non è la prima volta che questa Fiorentina si suicida in quel modo. Molto difficile pensare che a perdersi l’attaccante del Bruges fosseRanieri, uno dei migliori in questa stagione ma uno dei peggiori col Club Brugge.  Altra cosa che ha il sapore del ‘classico’ è che la Fiorentina esce dalla gara d’andata col Bruges con un risultato positivo, com’era accaduto con l’Atalanta in Coppa Italia, ma sfruttando solamente in parte il ‘fattore Franchi’. Coi belgi così come coi bergamaschi, infatti, la Fiorentina ha segnato poco in confronto a quanto ha creato, col solo Gonzalez che nel primo tempo poteva farne due. Al contrario ha subito di più di quanto ha concesso, altra cosa dal sapore del ‘classico’, un vero e proprio revival. Peccato, forse, cioè…In fondo la Fiorentina andrà in Belgio partendo dal vantaggio, che però poteva essere molto più ampio, come accadde con l’Atalanta. Ma il Bruges non è l’Atalanta, forse, cioè…Questione di bicchieri, mezzi pieni o mezzi vuoti, del tutto pieni e o del tutto vuoti a seconda di come la si voglia vedere. Atene è più vicina, o meglio meno lontana. Se poi l’Olympiakos facesse fuori l’Aston Villa…Ma meglio pensare prima alla battaglia di Bruges, perché tale sarà. Sperando che l’epilogo sia differente.

Sfruttare il ‘fattore Franchi’. Servono i goleador d’Europa

La Fiorentina va a caccia della Finale di Conference League

Sfruttare il fattore Franchi. Vincenzo Italiano e Nico Gonzalez hanno mandato il loro messaggio, chiaro, in vista della gara di oggi contro il Bruges. La Fiorentina deve incanalare il discorso qualificazione sfruttando la gara d’andata tra le mura amiche. In sostanza, oggi i viola devono vincere, quindi buttarla dentro, possibilmente facendo una gara attenta dietro, per intendersi senza fare regali ai belgi. Più o meno quello che accadde nella semifinale d’andata di Coppa Italia con l’Atalanta al Franchi, dove per ‘il più’ si fa riferimento alla gara di grande attenzione difensiva, con quasi nessuna occasione concessa ai bergamaschi di Gasp, mentre per ‘il meno’ si intende lo spreco offensivo che spesso ha contraddistinto questa Fiorentina. CAMMINO. L’obiettivo, come detto, è quello di evitare di andare in Belgio al ritorno a dover rimontare. Per farlo, ovviamente, dovranno arrivare dei gol all’attivo. Spesso e volentieri è stato Barak a mettere dentro reti decisive nel cammino europeo della Fiorentina, sia l’anno scorso (a Basilea, per esempio) che quest’anno (col Maccabi, all’andata e al ritorno). Oggi il ceco partirà dalla panchina, salvo sorprese. Al suo posto, senza sorprese, ci sarà invece Gonzalez. L’argentino, al pari di Barak, è stato spesso l’uomo della provvidenza per Italiano, in Serie A, Coppa Italia ma soprattutto in Conference. Anche quest’anno è stato lui a metter dentro il primo sigillo europeo, come fece col Twente un anno fa ha fatto altrettanto col Rapid nel preliminare. Nella fase a gironi, fu Luca Ranieri a mettere dentro i primi 2 gol del cammino della Fiorentina, in Belgio, nel 2-2 con cui la squadra di Italiano uscì dalla sfida col Genk, entrambe di testa. Quel Genk che, giusto pochi giorni fa, il Club Brugge ha asfaltato nella poule scudetto con un 4-0 interno e uno 0-3 esterno, giusto per dare dei riferimenti. Nella goleada col Cukaricki segnarono un po’ tutti, da Beltran, che ne fece due di cui uno bellissimo, a Ikoné, passando per Sottil su punizione, Quarta e Maxime Lopez. Col Ferencvaros in gol andarono Barak e Ikoné nel finale, riuscendo a raddrizzare lo 0-2 con cui gli ungheresi erano andati avanti, mentre in Serbia la decise Nzola su rigore. Col Genk al ritorno fu 2-1 viola, con ancora Nico su rigore e gol di Quarta, mentre in Ungheria col Ferencvaros segnò ancora Ranieri sugli sviluppi di un corner. Nella fase ad eliminazione diretta la Fiorentina ha piegato allo scadere in Ungheria il Maccabi Haifa 3-4, coi gol di Nzola, Mandragora, Beltran e Barak in zona Cesarini, anzi in zona Barak. Al ritorno, al Franchi, decise proprio Barak, di testa. Quindi arriviamo alla sfida col Plzen, decisa ai supplementari proprio dai gol di Nico Gonzalez e capitan Biraghi. GOLEADOR. Tirando le somme, dunque, è Nico Gonzalez il miglior marcatore della Fiorentina di questa Conference League con 4 centri. Seguono Beltran, Barak e Ranieri a 3 gol. A 2 reti Ikoné e Quarta. A 1 Sottil, Biraghi, Lopez e Mandragora. Spiccano, al tempo stesso, i vari Bonaventura e Kouame ancora a quota 0 reti in questa Conference, ma d’altronde Jack è stato spesso preservato, mentre Kouame è stato spesso fuori causa e, nel dubbio, se c’era prendeva pali e traverse come col Plzen. A zero anche Belotti, che fino a gennaio giocava nella Roma. Per coloro che sono ancora fermi a zero, già da oggi col Bruges, c’è la possibilità di sbloccarsi, mentre per gli altri c’è voglia e opportunità di incrementare il proprio bottino di reti. Oggi, mercoledì prossimo nel ritorno, e possibilmente anche ad Atene in Finale.

Sperando che sia stato (ri)fatto il pieno

Verso il Club Brugge. Fiorentina a caccia della Finale

Contro il Sassuolo la Fiorentina è ripartita, si è buttata alle spalle il tonfo con l’Atalanta e la delusione di aver mancato la Finale di Coppa Italia rifilando cinque gol agli emiliani ed evidenziando che è ancora viva. Ottima notizia in vista del match di giovedì col Club Brugge in Conference League, sfida che diventa cruciale per questo finale di stagione della squadra di Italiano. FINALE. L’obiettivo è chiaro: vincere la Conference. Per farlo servirà una Fiorentina che nella gara d’andata faccia una grande partita difensiva, ma anche che davanti trovi finalmente un po’ di cinismo. La cinquina rifilata al Sassuolo può aver ridato entusiasmo e fiducia a qualche singolo che, ultimamente, è mancato sotto porta, Nico su tutti. La gestione delle energie, con molti ‘big’ che sono rimasti o totalmente o parzialmente a riposo può essere un fattore importante. Il Club Brugge corre, ci metterà tutto e di più per scrivere la propria storia e giocherà il ritorno in casa. Servirà, dunque, il pieno di benzina. Vedendo la prova col Sassuolo parrebbe che la Fiorentina abbia ritrovato un po’ di energie dopo aver sofferto a Bergamo. FUTURO. A stretto giro di posta, intanto, la Fiorentina si sta mantenendo aperte le porte per una qualificazione alla prossima Europa anche via Serie A, con alcune alternative che stanno mandando segnali a Italiano, come Sottil, ma anche Quarta e Parisi. A fine stagione sarà rivoluzione, questo è ormai noto. Ma poterla fare con una coppa in bacheca, col diritto a partecipare alla prossima Europa League sarebbe qualcosa di sensazionale. Altrimenti, meglio che nulla, il diritto a rifare la prossima Conference via Serie A (e quest’ultimo pare più un dovere che un’impresa).

Le categorie… Quando i valori (tecnici ed economici) fanno la differenza

Fiorentina troppo inferiore all’Atalanta. Ora sotto col Bruges

Non sempre chi più spende ha garanzie di risultati. Nel calcio poi, dove si gioca coi piedi, ci sono i pali, gli arbitri, gli infortuni e quant’altro, a maggior ragione. In una gara secca poi, si sa, può succedere di tutto, mettici che la palla è rotonda e che non ci sono più le mezze stagioni ed ecco che il quadro delle frasi fatte è più o meno completo. Poi però, ci sono le categorie. E duole dirlo, ma la Fiorentina vista a Bergamo non è stata altro se non inferiore. E si parla dell’Atalanta, non del Real Madrid. D’altronde, se si guarda solo ai costi, che sono comunque qualcosa né di totalmente oggettivo ma neanche qualcosa di solamente soggettivo, basta aprire un sito specializzato di valori di cartellini e si vede subito che la rosa dell’Atalanta vale oltre 100 milioni in più di quella della Fiorentina. Nelle fila dei viola il più prezioso è Nico Gonzalez, che vale 40 milioni, poi c’è Dodo a 20, Milenkovic a 16, Beltran a 16 e via discorrendo. Quindi, un solo giocatore che vale più di 25 milioni, che prendiamo a ‘cifra X’ come valore di un giocatore di buon livello, non certo un campione, ma uno di quelli che dovrebbero fare la differenza. L’Atalanta, sopra quella cifra X, ha Scalvini che vale 45 milioni, Koopmeiners, Lookman, De Ketelaere ed Ederson a 30, seguiti da Scamacca a 25 e Touré a 20. E infatti, guarda caso, nel match con la Fiorentina chi ha fatto la differenza? Ecco, se non tutti i nerazzurri sopracitati, quasi. Ragionando non per costi, ma in un ipotetico probabile undici, quanti calciatori prendereste da una squadra o dall’altra? Così, ‘per ragionare’, difficilmente qualcuno preferirebbe Terracciano o Christensen a Musso e Carnesecchi, davanti forse solo Gonzalez potrebbe insidiare gli avanti di Gasperini, e perfino Beltran non l’avrebbe vinta su De Ketelaere, figuriamoci in mezzo al campo dove Koopmeiners ed Ederson hanno sverniciato Mandragora, Bonaventura e chi ha giocato a centrocampo mercoledì nella Fiorentina. Forse il solo Quarta o Ranieri potrebbero trovare una maglia, magari in luogo di Djimsiti. In altri tempi avremmo detto Milenkovic, ma quello che si sta vedendo ultimamente farebbe fatica a giocare titolare in una squadra che lotta per l’Europa. Al massimo potrebbe spuntarla Kayode su Zappacosta, ma solo perché il viola è giovane e in prospettiva promette bene. Riassumendo, il gap tecnico tra Fiorentina e Atalanta è ancora molto alto. E lo si è visto a Bergamo. Poi…Si potrà obbiettare che nel match d’andata la squadra di Italiano ha dominato, che l’Atalanta era sembrata poca roba etc etc. Vero, anzi, verissimo. E quando loro non giravano, ecco i miracoli di Carnesecchi, a proposito di quanto dicevamo in precedenza. E nel computo del doppio confronto, quindi non nella gara secca, i valori sono venuti fuori. D’altronde, l’Atalanta è ormai da anni a livelli a cui la Fiorentina non riesce ad arrivare. Ci sarà un motivo? E non è lo spendere, semmai il farlo bene. Anzi, meglio. Tant’è che i gol che fa Scamacca, Belotti e Beltran non li fanno, aspetto che da queste parti è un mantra ormai da quando Vlahovic è andato alla Juventus. Poi certo, se la linea difensiva non fosse così alta, se i difensori fossero in grado di non farsi bucare con la facilità con cui un coltello trafigge il burro, se il Var, se quello e quell’altro…Il fatto è che, quando la Fiorentina è superiore tecnicamente e nei valori spesso fatica, e quando è inferiore spesso fatica. Insomma, che fatica! Ora arriva il Club Brugge, che come valori ha costi che valgono la metà di quelli della Fiorentina. Chissà se quei valori superiori che ha la squadra viola si tramuteranno in qualcosa di positivo.

Noi, gente che spera

Fiorentina attesa dalla supersfida con l’Atalanta

La Fiorentina supera la Salernitana con una formazione piena zeppa di alternative, stavolta riuscendo anche a gestire le energie giocando solamente un tempo, torna al successo in Serie A dopo 5 giornate e torna a vincere fuori casa come mai aveva fatto in campionato in questo 2024, ma soprattutto si appresta ad affrontare l’Atalanta a Bergamo nella semifinale di ritorno di Coppa Italia.ALL-IN. Per quanto il successo coi campani abbia permesso ai viola di tenersi aperte strade per la prossima Europa anche via Serie A, non c'è dubbio che la sfida di mercoledì coi bergamaschi conti di più. Per il terzo anno di fila, infatti, la Fiorentina è (almeno) in una semifinale, potrebbe essere per il secondo anno di fila in due finali (o almeno una), e a questo giro spera di scrivere un epilogo diverso da quelli che ha avuto a Roma e a Praga l’anno scorso. Vincere un trofeo è l’obiettivo di questo gruppo, traguardo rinforzato negli intenti dopo la scomparsa di Joe Barone. Una sorta di all-in sulle coppe, cercando comunque di tenersi aggrappati al piano B, anzi C, ovvero star lì in classifica. La strada verso l’eldorado passa da Bergamo, dalla difesa di un 1-0 (che poteva essere anche più largo) ottenuto all’andata, con vista su Roma, dove ci dovrebbe essere la Juventus di Vlahovic, Chiesa, Agnelli, dello Scudetto rubato, dell’affaire Baggio, di Nedved, delle plusvalenze, di Calciopoli, Moggi…insomma, ‘lei’. E sai che soddisfazione sarebbe…SPERANZA. Gente che spera, sì, la Fiorentina e i suoi tifosi. Dalla gara di mercoledì passa molto di questa stagione per i viola, che poi si giocheranno il resto dei propri sogni di gloria col Club Brugge in Conference League. Il cammino per Roma e Atene è ancora vivo, ma ora c’è da quagliare. Ora ed eventualmente nelle due finali, o almeno in una.

Sottil, cercasi (altri) segnali

All’andata con la Salernitana la sua miglior gara dell’anno

“Sono contento di quanto fatto da chi è subentrato, come Sottil”, cit. Vincenzo Italiano dopo il successo ai supplementari contro il Plzen in Conference League. D’altronde si sa, nel calcio di oggi, coi cinque cambi che diventano sei in caso di supplementari, chi entra dalla panchina può fare la differenza come non mai. Farla nelle gare in cui conta di più, poi…ci siamo capiti. Come, appunto, ha fatto Sottil nel match vinto dalla Fiorentina ai supplementari col Plzen in Conference League, con buon ingresso anche di Ikoné, autore dell’assist per la rete di Biraghi e da Quarta, con quel bolide da fuori area da cui poi è nato il gol di Nico. SOTTIL. Sottil, anche quest’anno, non è riuscito ancora a trovare né continuità né particolari acuti, rimandando ancora una volta l’appuntamento con quel salto di qualità definitivo atteso da diverse stagioni. All’andata, proprio con la Salernitana, Sottil fu autore della sua miglior gara stagionale, con un gol bellissimo e l’assist per il tris di Bonaventura che permise ai viola di stendere i campani con un netto 3-0. Il tutto condito da un’esultanza polemica con dito alla bocca a voler zittire chi lo aveva spesso criticato. Qualcosa di simile era accaduto anche nei giorni scorsi, con quel post social poi misteriosamente scomparso. Poco male, cose che capitano nell’era dei social. DOMANI. Per quanto il campionato, ormai, abbia poco da regalare alla Fiorentina se non la speranza di rientrare nel giro della lotta per l’Europa, già nella sfida di Salerno coi campani per qualcuno potrebbe esserci l’occasione di provare a riscrivere le gerarchie in vista delle sfide in cui la squadra di Italiano si gioca la stagione. Se a destra gioca sempre Gonzalez, di punta sempre Belotti e da trequartista sempre Beltran, per l’altra maglia sono sempre tutti in corsa. Kouame, ora come ora, è intoccabile. Ma…Sottil ha ancora qualche tempo per insidiare la titolarità dell’ivoriano. Già domani, a Salerno, quando potrebbe toccare nuovamente a Sottil giocare dal 1’. Quest’anno le gare in cui Sottil è stato decisivo si contano sulle dita di una mano: in Serie A, quello con la Salernitana dell’andata è l’unico gol segnato, mentre in Conference League è andato a segno su punizione col Cukaricki al Franchi e in Coppa Italia ha messo dentro il rigore col Parma che ha mandato ai supplementari quell’ottavo di finale. Poi il solito tanto fumo, con solito poco arrosto. Tra la sfida di mercoledì a Bergamo con l’Atalanta in Coppa Italia e il doppio incrocio col Club Brugge in Conference League, per Sottil ci saranno altre occasioni per provare a fare un salto di qualità, quello che Daniele Pradè si attendeva come disse in quella conferenza del 2022. Due anni più tardi c’è ancora la chance, tuttavia, da conquistarsi attraverso gare di ‘minore’ importanza, come quella di Salerno.

Belotti/Nzola peggio di Cabral/Jovic. Media gol/minuti disastrosa

I centravanti della Fiorentina non segnano. A volte neppure tirano

Dicesi centravanti colui che, nel calcio, ha il compito di finalizzare l’azione d’attacco, quindi, in teoria, di fare gol. Poi c’è chi fa il regista offensivo, chi la boa, chi le sponde e…come diceva qualcuno “il nostro centravanti è lo spazio”…bho, vabè, questioni di filosofia. Poi ci sono le punte della Fiorentina, che dal dopo Vlahovic non segnano e spesso neanche tirano. In principio fu la volta di Piatek e Cabral, poi di Cabral e Jovic, quindi di Nzola e Beltran, quando l’argentino faceva la prima punta, poi di Nzola e Belotti, visto che Beltran è stato trasformato in trequartista. Il Gallo, preso a gennaio perché Nzola non segnava neanche per sbaglio, è fermo al centro col Frosinone, poi qualche legno, come a Lecce o con la Lazio, un paio di rigori procurati, poi sbagliati dai compagni, e tanta generosità. Già meglio di Nzola, che di reggere un pallone non se ne parla. E vabè. Le statistiche parlano chiaro, anzi confermano quello che si vede a occhio nudo: gli attaccanti viola non segnano praticamente mai.Belotti ha messo assieme fin qui 945’ da quando veste la maglia viola, considerando tutte le competizioni, segnando 1 gol. La media si fa presto a farla. Nzola, invece, di minuti ne ha messi assieme 1905, mettendo a referto 5 reti, ovvero un gol ogni 381’. L’anno scorso il problema riguardava la coppia Cabral – Jovic, col brasiliano che a Firenze ha chiuso la sua avventura con 3413’ totali in un anno e mezzo per 19 reti, ovvero un gol ogni 180’. Jovic, invece, ha chiuso la sua avventura in maglia gigliata con 13 reti in 2386’, ovvero un gol ogni 183’. Come detto, considerando tutte le competizioni, perché se dovessimo guardare solo i dati della Serie A del brasiliano e del serbo, la media crollerebbe a 1 gol ogni 255’ per Jovic e 1 gol ogni 217,5’ per Cabral. Dati, comunque, di gran lunga migliori rispetto a quelli di Belotti e Nzola. Se si guarda al passato, considerando tutte le competizioni che, val bene chiarirlo, non vedevano impegni di una coppa di terzo livello europeo come la Conference League (senza che nessuno si offenda), quella coppia di punte del 1977-78, quando la Fiorentina rischiò la retrocessione, con Desolati e Sella si fermò a 1 gol ogni 159’ per Sella e 1 ogni 250’ per Desolati.  Anche loro, per dire, fecero meglio di Nzola e Belotti. In anni più recenti, quando la Fiorentina ha lottato per non retrocedere, ha avuto a disposizione bomber implacabili come Amauri, che fece 1 gol in 976’, quindi, tra mezz’ora, meglio di Belotti, Cutrone che ha chiuso con 5 reti in 1224’, ovvero 1 gol ogni 244’. Il tanque Silva chiuse la sua breve avventura viola con 1 gol in 466’, Piatek con 6 reti in 949’, ovvero uno ogni 158’. Vlahovic, giusto per tornare alla premessa, ha lasciato Firenze con una media totale di 1 gol ogni 144’, media di 1 gol ogni 102’ nella metà stagione che giocò prima di andare a gennaio alla Juventus, in cui in 24 presenze aveva segnato 20 gol. In proiezione, Belotti avrebbe dovuto essere già a 9 reti e Nzola a 19, ovviamente per fare come l’ultimo mezzo anno di Vlahovic. Inutile citare gli anni di Batistuta, che comunque segnava di media 1 gol ogni partita e mezzo anche quando la Fiorentina retrocesse, come nel 1992-93, mentre l’altra retrocessione, nel 2001-02, vide Adriano chiudere con 1 rete ogni 234’ e Nuno Gomes con 1 gol ogni 328’. Insomma, non che servisse la calcolatrice per vedere che Belotti e Nzola abbiano numeri impietosi sotto porta, ma tant’è. Magari, da qui a fine stagione segneranno gol a ripetizione. Tempo ancora ce n’è. Anche se da speranza tutto ciò si sta trasformando sempre più in utopia. “Se segnasse saremmo ancora più contenti di lui”, cit. Daniele Pradè giusto domenica scorsa. Ecco, appunto.

Pensiero stupendo…

La Fiorentina batte l’Atalanta. Sognare adesso è (più) lecito

La Fiorentina batte con pieno merito l’Atalanta nella semifinale di Coppa Italia e fa un piccolo ulteriore passo verso la conquista della Finale. Nonostante il diffuso pessimismo che si respirava alla vigilia del match coi bergamaschi, la squadra di Italiano ha ripetuto quanto si era visto con Roma e Lazio, correggendo quegli errori che avevano deciso la gara col Milan e, soprattutto, si potrà presentare tra tre settimane a Bergamo coi classici due risultati su tre.Sognare, adesso, è più che mai lecito per la Fiorentina. In primis perché l’Atalanta è stata ‘dominata’ nel gioco, anche se è abbastanza scontato immaginarsi un canovaccio completamente diverso nella sfida di ritorno da parte del Gasp. Poi perché il performante attacco dei nerazzurri non ha quasi mai impensierito Terracciano, che si è limitato ad un paio di interventi non proprio impossibili. E non solo per demeriti della Dea, ma anche perché la fase difensiva della Fiorentina è stata irreprensibile. Ed è questo l’aspetto più importante, perché è su ciò che i viola avevano bisogno di dare risposte, soprattutto dopo le topiche difensive perpetrate anche col Milan sabato scorso. Serviva una partita in cui si mantenesse altissima la soglia dell’attenzione, in cui si riducessero al massimo gli errori di lettura, singoli e di reparto. E con l’Atalanta la Fiorentina ha dimostrato di saperlo fare. Davanti, invece, solita storia di sempre. Tante occasioni, ma un solo gol. Certo, per meriti di Carnesecchi, ma anche per i cronici difetti dell’attacco viola.Mancanza di cinismo davanti e disattenzioni dietro sono stati a lungo il cruccio di questa Fiorentina. Con l’Atalanta, l’ ‘e’ si è trasformato in ‘o’.  E il risultato è arrivato. A Bergamo, nella sfida di ritorno, servirebbe ripetere la gara difensiva del Franchi, ma anche unirla ad una maggior cattiveria sotto porta. L’Atalanta si dovrà sbilanciare, la Fiorentina dovrà essere brava a resistere ma anche a punire gli avversari. Anche e soprattutto da questo passa la crescita della Fiorentina, da intendere come società, allenatore e giocatori. Spesso sono stati i dettagli a negare sul più bello la conquista del ‘paradiso’.Pensiero stupendo… Perché se è vero che la Fiorentina contro le grandi squadre, o presunte tali, non ha mai deluso dal punto di vista della prestazione, eccezion fatta per la trasferta con l'Inter dell'andata, è altrettanto vero che le è mancato sempre quando quello quando quell’altro dettaglio. E se riuscisse a correggerne almeno uno, come fatto con l’Atalanta, nessun traguardo le sarebbe precluso. Stavolta, inoltre, l'Inter non c'è e non ci sarà in finale. Una eventuale finale, perché per andare a Roma, di nuovo, servirà ripetersi anche a Bergamo. E farlo, possibilmente, nuovamente anche a Roma.

La ‘bolgia’ del Franchi. Partire forte sarà la chiave

Caccia al successo contro il Milan per la Fiorentina

Di motivi per scendere in campo e spingere subito sul gas ce ne sono un’infinità per la Fiorentina. In primis l’aspetto emotivo: il Franchi è tutto esaurito, con oltre 30mila persone che stasera non vogliono far altro che buttarsi alle spalle i giorni del dolore per la scomparsa di Barone. L’atmosfera che si respirerà allo stadio sarà quella tipica della bolgia, col popolo viola che spingerà i suoi ragazzi già da prima dell’uscita dal tunnel. Anzi, ancor prima di arrivare allo stadio, visto che il tifo organizzato si radunerà attorno al pullman della Fiorentina per mandare un segnale di vicinanza e soprattutto carica. Poi ci sarà la maxi-coreografia della Fiesole, con gli sguardi che i vari calciatori rivolgeranno verso gli spalti mentre i decibel saliranno quando partirà l’inno. Quindi il minuto di silenzio, lungo, partecipato, poi un nuovo picco di urla verso l’alto. I primi minuti di partita saranno di un’intensità emotiva pazzesca. Chi scenderà in campo stasera dovrà essere bravo ad interpretare il momento al meglio, farsi trascinare ma anche trascinare. Ecco perché ci si aspetta una partenza a razzo della Fiorentina. Di fronte ci sarà il Milan, non certo un avversario qualunque, per una gara dal coefficiente di difficoltà elevatissimo. Ma lo stesso si diceva per le sfide con Lazio e Roma, cioè le ultime due squadre che in Serie A hanno affrontato la Fiorentina al Franchi e contro cui i viola di Italiano sono subito partiti ‘a martello’. Creando, sprecando, andando sotto coi laziali al 45’ dopo aver preso tre pali e sbagliato l’impossibile sotto porta, ma dominando a prendendosi i tre punti coi biancocelesti pur sbagliando un rigore, con più o meno lo stesso canovaccio che si è visto contro la Roma con, purtroppo, la beffa finale. Amen, quello è il passato. Ci aspettiamo una Fiorentina che interpreti la gara coi rossoneri allo stesso modo. Oggi ancor di più. In ballo ci sono anche punti pesantissimi. La Fiorentina sa bene che non può uscire dal match di oggi senza una vittoria se vuole ancora tenersi aperte le vie dell’Europa via Serie A. Ora o mai più. Poi ci sarà comunque il cammino nelle coppe come via per l’Europa League, ma sia in Coppa Italia che in Conference League ci sarebbe da alzare un trofeo, cosa che tutti sperano, ma che non è certamente scontata. Ma questo sarà un tema che diventerà d’attualità al termine della gara di oggi. Partire forte è la chiave, senza strafare o regalare. Soprattutto in contropiede, e a Leao. L’onda emotiva che si respirerà nel pre e al fischio d’inizio è da cavalcare. Non c’è altro da fare.

Reagire, sì! Ma non è scontato. Non tutti i lutti sono uguali

La Fiorentina è pronta a ripartire dopo la morte di Barone

Il countdown è praticamente agli sgoccioli. E’ tempo di ripartire per la Fiorentina, attesa dalla gara col Milan come primo atto del post Joe Barone. Il Franchi è sold-out. Tutta la città si è voluta stringere attorno alla squadra di Vincenzo Italiano, per vivere assieme una serata in cui c’è voglia di buttarsi alle spalle il dolore e tornare a sorridere. La Fiesole farà la sua parte con una maxi-coreografia in tributo al dg scomparso, il resto toccherà farlo ai calciatori.In questi giorni di lutto un po’ tutti hanno fatto paralleli con quanto accadde nei giorni del post Astori. Quella Fiorentina, tra l’altro con Pioli in panchina, fu capace di trasformare quella tragedia in energia positiva mettendo in fila risultati utili e vittorie, nel nome di Davide. Ma attenzione a dare tutto ciò per scontato. Lo stimolo di andare oltre i propri limiti e dare tutto per onorare la memoria di Barone ci sarà, per forza di cose, ma poi c’è il tasso tecnico, sia proprio che degli avversari. Il calendario è di quelli tosti, con Milan, Atalanta in Coppa Italia, Juventus, Plzen in Conference e via discorrendo. Le motivazioni c’erano, ci sono e ci saranno. Ma non è detto che bastino. Non tutti i lutti sono uguali, non tutte le persone che compongono uno spogliatoio reagiscono allo stesso modo.Fatto sta che, contro il Milan, la Fiorentina tornerà a pensare solo al pallone che rotola. Possibilmente dovrà provare a battere i rossoneri, altrimenti la corsa all’Europa via Serie A potrebbe divenire una salita troppo ripida. Poi dovrà tenere aperto il discorso qualificazione in Finale di Coppa Italia contro l’Atalanta mercoledì al Franchi, andare a Torino a sfidare la Juventus domenica e trasformare il gap che col Plzen c’è, sulla carta, in fatti. Alzare al cielo un trofeo resta l’obiettivo principale di questo gruppo. Lo era prima della scomparsa di Barone, lo è e lo sarà ancor di più adesso. Giusto sperarlo, e provarci. Ma non sarà certamente una passeggiata di salute.

Ieri, oggi e domani

La Fiorentina riparte. Il domani dipende dall’oggi

Si avvicina la sfida col Milan per la Fiorentina. Sabato, al Franchi, coi rossoneri sarà la prima del post-Barone. Come reagirà la squadra viola? Il Franchi sarà praticamente esaurito, la missione è chiara: trasformare il lutto in energia positiva, battere la squadra di Pioli e riaprirsi una via per l’Europa anche attraverso il campionato. Poi sarà la volta delle gare da dentro o fuori, già da mercoledì, quando al Franchi arriverà l’Atalanta per l’andata delle semifinali di Coppa Italia. IERI. A inizio ottobre, in una intervista a La Stampa, Vincenzo Italiano parlò così: “Arriviamo da due finali perse, ora siamo in gara ovunque e dovremo scegliere”. Poi corresse parzialmente il tiro dicendo: “Non ho detto che dovremo scegliere. Vogliamo arrivare fino in fondo a tutte le competizioni”. Il passato, anche recente, racconta di come puntare tutte le fiches su una coppa o sul campionato a volte paga, altre no.  Sarri, due anni fa alla Lazio, puntò tutto sul raggiungimento della zona Champions in A, sacrificando il cammino nelle coppe. Le ultime due volte che la Roma di Mourinho si era presentata a Firenze, lo aveva fatto mettendo in campo seconde e terze linee per privilegiare le gare europee in cui era impegnata. Con Montella, tuttavia, la Fiorentina buttò via tutto facendo turnover quando si trovò in due semifinali, che poi perse con Siviglia e Juventus. Nell’ultimo anno di Pioli a Firenze, riporre tutte le speranze sul doppio confronto con l’Atalanta in semifinale fece passare il campionato in secondo piano, poi le cose precipitarono con le dimissioni del tecnico oggi al Milan, l’eliminazione in Coppa Italia e la salvezza all’ultimo tuffo con Montella in panchina. L’anno scorso, con Italiano, la Fiorentina ha fatto a tratti turnover, prendendo schiaffi all’inizio nel girone e complicandosi la vita nelle partite di ritorno di Conference dopo aver stravinto all’andata. Come a dire: la ricetta giusta non c’è. Italiano dovrà essere bravo a calcolare tutto. OGGI. L’oggi, infatti, mette in palio punti vitali per le speranze d’Europa della Fiorentina via Serie A. Ha senso trascurare la gara col Milan per puntare tutto sulle gare di Coppa? E se andasse male sia col Milan che in Coppa, già mercoledì con l’Atalanta? Vero che a quel punto ci sarebbe comunque la Conference, dove l’urna di Nyon è stata benevola, ma se poi in Finale ci arrivasse comunque una tra Aston Villa e Fenerbahce…non sarebbe certo una passeggiata di salute. Come a dire: meglio provarci, per non avere rimpianti di aver rinunciato scientemente ad un possibile traguardo. Senza dimenticare che, tutto il Franchi sarà lì a spingere la squadra, per onorare la memoria di Joe Barone. DOMANI. Nel frattempo le voci sul possibile addio di Italiano a fine stagione si fanno sempre più insistenti. La decisione che il tecnico viola aveva preso qualche settimana fa è stata confermata, non in maniera ufficiale, ma tant’è. A prescindere di quello che è successo con la scomparsa del dg e di quelli che saranno i risultati a fine stagione. Se è vero che nel calcio la programmazione spesso è tutto, in questo caso il domani della Fiorentina dipende dall’oggi. Se dovesse vincere o la Coppa Italia o la Conference League, infatti, la squadra dovrebbe essere allestita per fare l’Europa League, preferibilmente con un tecnico in panchina che non sia alle prime armi (come sarebbero Gilardino, Palladino o altri candidati per la panchina viola, diverso ma non troppo sarebbe il nome di De Rossi). Gran parte della rosa, già di per sé da rifare visti prestiti, riscatti e scadenze di contratto, andrebbe rifatta alzando ancora l’asticella. Ma tutto ciò appare prematuro, perché quale sia il domani dipenderà dall’oggi. Intanto per Italiano e per la squadra non è ancora tempo per scegliere, bensì di provare a tenersi aperti tutti gli orizzonti.

Dove eravamo rimasti? Fiorentina pronta a ripartire

Dopo il dramma Barone torna a rotolare il pallone

Per quanto faccia uno strano effetto, è arrivato il momento di tornare a pensare al pallone che rotola. Dopo il drammatico lutto che ha visto il mondo Fiorentina dover dare un improvviso, inatteso e prematuro addio al proprio dg Joe Barone, il campo torna a farla da protagonista. RIPARTENZA. La Fiorentina ricomincia dalla sfida col Milan, in programma sabato alle 20.45 al Franchi. Mercoledì 3 aprile alle 21, sempre a Firenze, andrà in scena il primo atto della doppia sfida contro l’Atalanta in Coppa Italia. Quindi ci sarà la trasferta a Torino contro la Juventus, domenica 7 aprile alle 20.45. Poi l’andata dei quarti di Conference League, in Repubblica Ceca, col Viktoria Plzen, in programma giovedì 11 aprile alle 18.45. Quindi il Genoa a Firenze il 15 aprile alle 18:30, di lunedì, e poi giovedì 18 aprile alle 21 il ritorno col Plzen al Franchi. DENTRO O FUORI. Oltre a dove e quando, conterà soprattutto il come la Fiorentina riuscirà ad uscire da questo tour de force di gare, praticamente tutte da dentro o fuori. In caso di successo sui rossoneri di Pioli sabato, ad esempio, la squadra di Italiano potrebbe mantenere vive, se non accrescere, le proprie speranze di Europa via Serie A. Altrimenti la strada si farebbe in salita, ripida. In caso di risultato positivo coi bergamaschi di Gasperini mercoledì, la strada per la finale di Coppa Italia resterebbe aperta, mentre in caso di tonfo, col ritorno previsto in trasferta a Bergamo, arrivederci sognatori. Servirebbe un’impresa in casa dei nerazzurri del Gasp, dove in stagione hanno vinto solo Napoli, Inter e Bologna. A quel punto resterebbe ‘solo’ la Conference League per tornare in Europa ai viola, con la sfida col Plzen che, sulla carta, sembra in discesa, anche in virtù del giocare l’andata in Repubblica Ceca e il ritorno in casa, ma poi c’è il campo che emetterà le proprie sentenze. NOTE POSITIVE. La Fiorentina potrà contare su una città intera che, nei giorni di lutto, si è unita, compattata e stretta a questo gruppo. Il Franchi sarà strapieno sabato e lo sarà anche per il match con l’Atalanta. Ci sarà voglia di andare oltre, di dare tutto, anche per onorare la memoria di Barone. Durante la sosta Castrovilli, Kouame e Dodo hanno potuto aumentare la loro condizione. Anche Christensen viaggia verso il recupero. Beltran ha segnato due gol con l’Argentina Under 23, e ha confermato di essere in un buon momento, così come Barak, che anche in Nazionale ha trovato la via del gol. Anche Arthur ha avuto qualche giorno per ritrovare un po’ di condizione dopo i problemi che lo avevano fermato e rallentato prima della sosta. NOTE NEGATIVE. Nico Gonzalez che tornerà a Firenze a ridosso del match coi rossoneri è sicuramente un problema, anzi il problema. Ma non è certamente una novità. Probabile che Italiano lo gestisca, per averlo al meglio con l’Atalanta mercoledì. Contro il Milan non ci sarà neppure Bonaventura, squalificato. In pratica ai viola mancheranno i due cannonieri della Serie A, a segno 7 volte ciascuno. Torna a rotolare il pallone, insomma. Nei prossimi 15-20 giorni la Fiorentina è chiamata a scrivere il proprio destino. Lo ha nelle proprie mani, anzi nei propri piedi. A dirla tutta, forse ancor di più, nella propria testa. Gettare il proverbiale cuore oltre l’ostacolo, per onorare la memoria di Joe. E’ questa la missione di questo spogliatoio: alzare al cielo un trofeo. Che vorrebbe dire entrare in Europa, l’Europa League, fare la storia. Ecco, dov’eravamo rimasti…

In attesa...c’è del Viola in giro per il Mondo

I calciatori della Fiorentina in Nazionale

C'è del Viola in giro per il mondo. Non solo in America, dove purtroppo nei prossimi giorni sarà dato l'ultimo saluto al direttore generale Barone, ma anche per quello che riguarda il pallone che rotola. Aspetto che, com'era doveroso, nei giorni di lutto che stanno ancora accompagnando il mondo Fiorentina è passato in secondo, forse anche terzo o quarto piano, ma che per dovere di cronaca dobbiamo tornare a raccontare. Tra i primi a scendere in campo c’è stato Jack Bonaventura, in occasione dell’amichevole giocata dall’Italia di Spalletti negli Stati Uniti contro Il Venezuela. Per il calciatore della Fiorentina partenza da titolare, pochi spunti degni di nota in positivo, uno da matita blu in negativo. Sui quotidiani raffica di insufficienze, 4,5 per il Corriere dello Sport, che della sua prestazione scrive: ‘Gioca col cuore pesante. Il minuto di silenzio prima della partita lo riporta al dramma vissuto dalla sua squadra con la scomparsa di Barone. Non è facile ripartire subito, ci prova e si batte tanto, fino all’errore clamoroso che riporta il Venezuela in vantaggio. Un errore non da lui e che gli costa la sostituzione’. 5 in pagella per la Gazzetta dello Sport, che scrive di Jack: ‘Il più difensivo dei due teorici trequartisti. Offre più fatica che inserimenti e con la fisicità dei venezuelani alla distanza finisce per pagare in lucidità. La palla regalata in disimpegno è grave, non da giocatore di livello qual è, e vale l’1-1 dei rivali’. 5,5 per Tuttosport, che scrive ‘dovrebbe cercare maggiormente la profondità. Circondato, è indotto all’errore. Finché arriva l’assist per… Machis’. Domani, domenica 24 marzo alle 21, gli azzurri giocheranno un’altra gara amichevole contro l’Ecuador. Tutto da vedere se Jack troverà altri minuti oltre ai 45 giocati l’altro giorno. Nel dubbio, contro il Milan sarà squalificato, dopo il rinvio della gara con l’Atalanta in cui, appunto, Bonaventura era  out per squalifica.  Per Kayode, invece, solo pochi minuti con l’Italia Under 21 nel 2-0 degli azzurrini contro la Lettonia, gara valida per la qualificazione agli Europei di categoria. Il terzino viola è entrato all’86’ dopo il doppio vantaggio firmato da Casadei e Fabbian.   Antonin Barak continua nel suo percorso di ascesa. Come aveva lasciato prima del lutto di Bergamo, col gol segnato al Maccabi in Conference League, così ha ricominciato, buttandola dentro anche con la Repubblica Ceca. Per il centrocampista della Fiorentina, che non veniva chiamato dal ct ceco da quasi un anno, nell’amichevole giocata dai suoi contro la Norvegia ingresso nella ripresa, a mezz’ora dalla fine e gol nella zona Barak, all’85’, confermandosi giocatore che sotto porta sa dire la sua, buona notizia anche per Italiano. Adesso per la Repubblica Ceca ci sarà un’altra amichevole, contro l’Armenia, martedì sera.   Poi ci sono gli argentini. Per Nico Gonzalez un tempo da titolare nell’amichevole giocata stanotte contro El Salvador, da terzino sinistro, ruolo che in passato aveva già ricoperto un paio di volte con lo Stoccarda, ma che sinceramente, a queste latitudini, sembrano una grossa forzatura. Per l’albiceleste, adesso, ci sarà un’altra amichevole in calendario, col Costa Rica, nella notte tra martedì e mercoledì, che costringerà Gonzalez a tornare a Firenze solamente a poche ore da Fiorentina-Milan, con dunque un solo allenamento, quello del venerdì di vigilia, da poter disputare coi compagni. Nella larga vittoria ottenuta dall’Argentina Under 23 contro il Messico, invece, l’attaccante della Fiorentina Lucas Beltran è stato protagonista con una doppietta. Due gol da dentro l’area di rigore per l’attaccante viola che hanno fissato il risultato finale sul 4-2. Nel caso del Vikingo, il prossimo impegno sarà nuovamente col Messico Under 23 nella notte tra lunedì e martedì, con la possibilità di poter fare ritorno a Firenze qualche ora prima rispetto a Nico.  Con la Serbia, invece, c’è Nikola Milenkovic, che non ha preso parte all’amichevole con la Russia giocata dai balcanici ma che dovrebbe scendere in campo contro Cipro, lunedì alle 18.    Poi, anche per i Nazionali sarà tempo di tornare a Firenze, dove un gruppo intero attende di poter scendere in campo contro il Milan, anche per onorare la memoria di Joe Barone.

Ripartire, andando oltre…in nome di Joe

Prove di ripartenza per la Fiorentina

‘E adesso?’ La domanda è lecita, un po’ cinica, ma neanche più di tanto. Forse forse, per come abbiamo imparato a conoscerlo e come lo hanno descritto i protagonisti del mondo del calcio in queste ore di lutto, sarebbe stata tra le principali preoccupazioni dello stesso Barone. Come ripartirà la Fiorentina? Al netto di ruoli, incarichi e mansioni su cui solo Rocco Commisso può realmente sapere cosa sarà meglio per la società viola, c’è da provare ad arginare quel senso dispaesamento che tutto il mondo Fiorentina sta vivendo in questi giorni. Smarrimento e incredulità sono facilmente leggibili sui volti di tifosi, calciatori, dirigenti, tutti. Adesso è ancora il momento del lutto, che ogni essere umano elabora a suo modo e coi suoi tempi, poi ci sarà il lento ritorno alla ‘normalità’, da intendere come il provare a ripartire, il dover ripartire, tutti assieme, più uniti che mai. Come accaduto oggi, al Viola Park, dove l’allenamento è iniziato con tutto il gruppo unito, stretto, in cerchio. Nei giorni del drammatico addio a Davide Astori, quello spogliatoio reagì proprio così, con forza, nel nome di Davide, del capitano, con un Pioli che si trovò a dover fare da babbo a 25 ragazzi che avevano perso improvvisamente il loro leader, ma proprio nel nome di Davide provarono e riuscirono ad andare oltre i loro limiti. Questa Fiorentina perde una figura di riferimento. Piaccia o meno, piacesse o meno, Barone era sempre lì, ovunque. E adesso toccherà a Italiano, al Capitano Biraghi, a Daniele Pradè e a Commisso stesso far diventare questo dolore un motore interiore, una molla di reazione positiva. Per Joe, oggi, come fu per Davide all’epoca. Quel gruppo riuscì a tirar fuori energie che non sapeva di avere. Ognuno correva più di prima, per il compagno, per Davide. E non è retorica, è ciò che accadde. Il rischio che quella Fiorentina precipitasse c’era, come c’è oggi. La speranza è che tutti, dentro di sé, trovino la forza di andare oltre i propri limiti in nome di Joe.

Marcia sull’Europa. Via Coppe, ma anche in Serie A

La Fiorentina deve vincere con l’Atalanta

L’urna di Nyon ha dato una mano alla Fiorentina. Le tre squadre, sulla carta, più forti si butteranno fuori tra loro, con solo una tra Aston Villa, Fenerbache e Lille che arriverà a giocarsi la Finale di Conference League. Per i viola il cammino europeo è clamorosamente divenuto in discesa, sempre sulla carta, perché poi è il campo ad emettere le proprie sentenze. LA VIA DELL’EUROPA (LEAGUE). La qualificazione all’Europa League via Conference, dunque, si è fatta meno ardua di quanto potesse essere, per quanto in finale ci sarebbe comunque un ostacolo decisamente tosto da superare. C’è poi la possibilità di arrivarci via Coppa Italia. Lì basterebbe eliminare l’Atalanta in semifinale e battere una tra Juve e Lazio in finale. In sintesi, per entrare in Europa League la Fiorentina dovrebbe vincere un trofeo, nazionale o europeo, cosa che l’anno scorso ha fallito sul più bello, due volte, e che manca al club viola da oltre vent’anni.  Poi c’è il campionato. LA VIA NAZIONALE. Nell’anno in cui, attraverso il ranking Uefa, l’Italia potrebbe portare cinque squadre in Champions dalla Serie A, non provarci nemmeno sarebbe un suicidio per la Fiorentina. Ma…il quinto posto, è lontano, anche per suicidi vari tipo quello commesso dalla squadra di Italiano nei secondi finali con la Roma, o all’andata con la Lazio o a Lecce. E tutto passa da quello che accadrà domani a Bergamo. Se la Fiorentina dovesse vincere con l’Atalanta e la Roma non battere il Sassuolo, oltre al Napoli che giocherà con l’Inter, la corsa al quinto posto si riaccenderebbe di colpo per i viola. E comunque, resterebbe viva almeno la corsa per l’Europa League via Serie A. In caso di ko a Bergamo e vittoria della Roma, il quinto posto diverrebbe una chimera, e si complicherebbe anche la corsa all’Europa via campionato. In quel caso, dunque, toccherebbe riporre ogni speranza sulle coppe. SCEGLIERE. “Siamo in corsa su tre fronti, dovremo scegliere”, si lasciò scappare a ottobre il tecnico della Fiorentina Italiano in una intervista che poi, parzialmente, corresse dicendo che, in caso, più avanti, qualche scelta su cosa puntare più, o meno, sarebbe stata un’idea da prendere in considerazione. D’altronde lo hanno fatto spesso altre squadre negli ultimi anni, come la Roma, la Lazio, l’Atalanta o la Juventus, squadre che quando sono arrivate in fondo a varie competizioni hanno fatto turnover lasciando qualcosa per strada. In caso di ko a Bergamo, ad esempio, un ragionamento sulla gestione di energie e uomini potrebbe essere preso in considerazione, ovviamente quando si avvicineranno le gare da dentro o fuori nelle coppe. Lì, in caso, la Fiorentina potrebbe decidere di fare all-in su Coppa Italia e/o Conference League col rischio, tuttavia, di restare con un pugno di mosche in mano. Adesso, però, non è ancora giunto quel momento. La gara con l’Atalanta, in caso di successo, garantirebbe un’altra via d’accesso all’Europa. Quindi…avanti tutta. Da lunedì, a seconda di come sarà andato il match coi bergamaschi, si potrà pensare ad altri scenari ed eventualmente ‘scegliere’. Ora, ancora, no.

Evitare harakiri, in campo e fuori

Per i viola c’è da eliminare il Maccabi

Se c’è una squadra che è capace di farsi del male da sola, quella è la Fiorentina. Lo ha dimostrato più volte anche quest’anno, come quando si è fatta pareggiare dalla Roma all’ultimo secondo, pareggiare e ribaltare nel recupero dal Lecce (che poi non ha più vinto una partita), come quando ha regalato un rigore alla Lazio all’ultimo secondo nel match dell’andata, o riuscendo a fallire 5 rigori su 6 nel 2024. Se poi dovessimo ripensare a come buttò al vento la possibilità di andare almeno ai supplementari a Praga nella finale col West Ham…meglio evitare. C’è però un’altra caratteristica che questa squadra ha spesso avuto anche nella scorsa Conference, ovvero riuscire a far riaprire agli avversari gare già ampiamente chiuse con goleade all’andata. Accadde col Braga, quando la Fiorentina vinse 0-4 all’andata in Portogallo ma poi vide i ‘sorci verdi’ nella sfida di ritorno, così come fu col Lech Poznan, quando dopo l’1-4 in Polonia fu costretta ad andare ai supplementari dopo aver chiuso i 90’ sullo 0-3. SUL CAMPO. Col Maccabi Haifa, dunque, c’è poco da scherzare. Sia perché gli israeliani hanno dimostrato all’andata che sanno come far male ai viola, sia perché in qualche giocatore della Fiorentina ci saranno ancora le scorie della delusione del 2-2 incassato al 94’ dalla Roma pochi giorni fa. La Fiorentina deve evitare harakiri, affrontare il Maccabi con la giusta testa e incanalare la partita e la qualificazione ai quarti di finale nella giusta direzione fin da subito. Altrimenti servirebbe nuovamente una rincorsa per evitare il disastro. Domenica, poi, ci sarà l’Atalanta in campionato, a Bergamo, e sarebbe il caso di risparmiare qualche energia mentale e fisica. Dalla sfida coi nerazzurri di Gasperini passano quasi tutte le speranze di poter ambire ancora all’Europa via Serie A. In caso di ko a Bergamo…la strada sarebbe in salita. PER LE PAROLE DI ITALIANO. C’è poi il fronte degli ‘anti-Italiano’ che non aspetta altro che vedere la Fiorentina fare un’altra figuraccia per scagliarsi addosso al tecnico. Le parole vaghe sul suo futuro di ieri (che sanno tanto di addio a fine stagione) andrebbero ad alimentare tale vento. Vincere e passare il turno (magari in scioltezza) potrebbe far passare in secondo piano questa situazione. FUORI. Poi c’è l’aspetto extra-campo. Campo di Marte è blindato da tre giorni. La speranza è che non accada nulla di grave dal punto di vista dell’ordine pubblico. Né per mandare dei messaggi politici (a prescindere di come la si pensi su Israele, non è questa la sede opportuna), né creando situazioni spiacevoli con le forze dell’ordine. Il tutto, va da sé, anche per evitare sanzioni per la Fiorentina. Evitare harakiri, insomma. Su tutti i fronti.

Cercasi pass per i quarti. Possibilmente evitando troppi patemi

La Fiorentina sfiderà al Franchi il Maccabi in Conference

“Non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco”, amava dire il Trap. Mai proverbio è più azzeccato nel calcio, in particolar modo sembra esserlo per la Fiorentina che, spesso, ha trovato il modo di farsi del male da sola sul più bello, quando il più era già stato fatto e bastava solamente gestire. E’ accaduto ciò con la Roma pochi giorni fa, così come accadde a Lecce o in finale di Conference col West Ham. Giovedì la squadra di Italiano sarà chiamata a gestire il 3-4 rimediato una settimana fa a Budapest, in trasferta, contro un avversario inferiore che, però, ha dimostrato nel match d’andata di sapere come far male alla Fiorentina. Il problema più grande, forse forse, è proprio la Fiorentina per la Fiorentina. L’anno scorso fu il Braga a spaventare il Franchi dopo un successo all’andata per 0-4 in Portogallo, poi lo fece anche il Lech Poznan, battuto 1-4 in Polonia ma capace di portare la sfida ai supplementari vincendo 0-3 a Firenze. In Europa, d’altronde si sa, mai dare qualcosa per scontato o sottovalutare gli avversari, anche i più ‘scarsi’ sulla carta, come accadde con l’Rfs Riga a Firenze. E se c’è una cosa che questa squadra ha dimostrato di fare fatica a fare è proprio gestire. Quindi guai a pensare che tutto è già stato fatto in ottica passaggio del turno, anche se di fronte c’è il Maccabi Haifa e se si gioca a Firenze dopo aver vinto la gara d’andata. Nella testa del tecnico, tuttavia, ci sarà anche da pensare alla sfida di Bergamo contro l’Atalanta di domenica, gara che potrebbe riaprire o chiudere le porte dell’Europa per la Fiorentina. In caso di vittoria coi nerazzurri di Gasp, infatti, la classifica potrebbe tornare stuzzicante come lo era al minuto 93’ di domenica (prima che la Roma pareggiasse), in caso di ko il gap potrebbe diventare incolmabile. Prima, però, c’è da eliminare il Maccabi Haifa e andare ai quarti di Conference, per lasciarsi aperta un’altra strada per tornare in Europa l’anno prossimo. Magari, se possibile, entrando in campo con testa e atteggiamento giusti per evitare patemi ed eccessivo spreco di energie come accaduto anche l’anno scorso nelle gare sopracitate.

Maledetti dettagli! Altri due punti persi. Ma la Fiorentina c’è

I viola gettano via due punti pesanti coi giallorossi

Nel calcio, come spesso anche nella vita, sono i dettagli a fare la differenza. Se Duncan avesse perso tempo con quel pallone, lo avesse tenuto, avesse appoggiato indietro anziché cercare un improbabile appoggio in profondità per Nzola…Se Llorente avesse tirato non in modo perfetto, se avesse beccato Ranieri in disperata scivolata…se Paredes fosse stato espulso sul rigore, se Mancini fosse stato espulso al terzo fallo da giallo nel primo tempo…se Biraghi avesse trasformato il rigore…E ne potremmo citare altri cento di se e ma, che però resta il patrimonio dei ‘bischeri’. Come, tra l’altro, spesso è accaduto alla Fiorentina, tipo all’Olimpico all’andata col rigore di Milenkovic che, a differenza degli ultimi cinque di fila che quattro calciatori viola diversi hanno sbagliato, Immobile ha trasformato, o tipo a Praga in Finale di Conference League etc etc. Basta farsi del male! Ma che su alcuni aspetti questa Fiorentina debba migliorare è ormai cosa nota. Si perché gettare al vento due punti d’oro come erano quelli che i viola avrebbero stra-meritato con la Roma fa girare le scatole, e non poco. La classifica avrebbe rimesso la Fiorentina in piena lotta per l’Europa (quale? Bho! Anche quella con la musichetta, in teoria), ma alla fine i dettagli hanno premiato la Roma e stroncato la Fiorentina. De Rossi ha cambiato modulo nella ripresa, Italiano ha fatto tre cambi a due minuti dalla fine, Llorente l’ha messa, Duncan l’ha regalata. Dettagli, appunto. Ma la Fiorentina c’è. Questa è la buona notizia. Non è neppure parente di quella che si vedeva fino a qualche settimana fa perdere (giustamente) a Lecce, non vincere (giustamente) ad Empoli. Se la squadra di Italiano dovesse giocare sempre come fatto coi giallorossi potrebbe anche pensare di far punti pesanti nelle prossime tre gare con Atalanta, Milan e Juventus. A patto che quei dettagli di cui sopra, al prossimo giro, vadano nella giusta direzione (non solo per fortuna o sfortuna, ma anche con testa e preparazione). Già domenica con l’Atalanta la possibilità di ri-provarci. Nel mezzo anche la missione tutt’altro che impossibile di eliminare il Maccabi Haifa e andare ai quarti di Conference League.

Cercasi prima vittoria in trasferta del 2024

I viola cercano il primo successo lontano dal Franchi del nuovo anno

Caccia al primo successo esterno del nuovo anno per la Fiorentina di Vincenzo Italiano. Per quanto sia campo neutro, a Budapest, col Maccabi Haifa i viola cercano il primo successo lontano dal Franchi del 2024.ANNO SCORSO. L’anno scorso, soprattutto nella fase ad eliminazione diretta, la Fiorentina fu corsara praticamente ovunque. Vinse 0-4 a Braga, 1-4 a Poznan, 1-4 a Sivas, 1-2 (1-3 ai supplementari) a Basilea, dopo aver vinto 0-3 a Riga con l’Rfs e 0-3 a Edimburgo con gli Hearts nella fase a gironi. A completare il quadro delle gare esterne della scorsa edizione di Conference lo 0-0 col Twente nel preliminare e il ko 3-0 col Basaksehir, oltre alla finale, ahinoi, persa a Praga col West Ham.FINE 2023 VS INIZIO 2024. Nella prima parte di questa stagione la Fiorentina era riuscita a vincere fuori casa con Genoa, Napoli, Udinese e Monza in Serie A e col Cukaricki in Conference. Poi pareggi col Genk e col Ferencvaros, oltre al ko rimediato a Vienna nel preliminare, comunque ribaltato con la sfida di ritorno. Nel 2024, invece, le gioie rimediate dalla Fiorentina in trasferta sono ancora ferme a quota 0. Ko in campionato con Sassuolo, Bologna, Lecce e Napoli in Supercoppa, pareggi con Torino ed Empoli.PRIMA. Fin qui, nel complesso, la squadra di Italiano ha un rendimento casalingo ottimo: in Serie A viaggia con la media di 2 punti a partita, con 8 vittorie 2 pareggi e 3 ko. In Coppa Italia è andata bene con Parma e Bologna, mentre in Conference sono arrivati i successi con Rapid, Genk e Cukaricki e il pareggio col Ferencvaros. Oggi con il Maccabi Haifa, a Budapest, è arrivato il momento di tornare a casa con la prima vittoria in trasferta di questo 2024.

Quelli dell’ultima chiamata. Ora o (forse) mai più

Col Maccabi per molti viola è l’ultima chiamata per far vedere qualcosa

 Torna la Conference League per la Fiorentina. Torna a risuonare quella musichetta che, per quanto non ti faccia urlare a decibel sparati ‘The Champions’ sul finale, nel suo piccolo ha comunque il suo fascino e che l’anno scorso ha permesso alla squadra viola di togliersi delle soddisfazioni, fino ad accarezzare il sogno di sollevare al cielo una coppa europea che poi, però, ha preso la direzione dell’Inghilterra sponda West Ham. Se quello, ormai, è il passato (da buttarsi alle spalle, definitivamente ma non troppo, cercando di trasformare quella ferita in voglia di rivincita), il presente dice che per la Fiorentina c’è il Maccabi Haifa, a Budapest. Gara che si inserisce nel più classico dei momenti clou della stagione. Dopo che l’asticella delle ambizioni in Serie A è andata costantemente a calare in questo 2024, la squadra di Italiano non può concedersi altri passi falsi, né nelle coppe né in campionato. Giovedì il Maccabi, domenica la Roma, poi il ancora il Maccabi e quindi l’Atalanta: da queste 4 gare si capirà come e dove potrà andare a parare la stagione dei viola, e se ogni speranza di non restare nell’anonimato non debba essere riposta nella sola doppia sfida di Coppa Italia coi bergamaschi di Gasperini. Detto tutto ciò, c’è una schiera di calciatori che sono pressoché all’ultima chiamata. O risorgono e danno dei segnali di vita oppure, come si dice in gergo aulico, ‘buonanotte al secchio’. ULTIMA CHIAMATA. M’Bala Nzola è il primo della lista di coloro che sono all’ultima chance (sempre che giochi). Dopo aver fatto qualche gol qua e là su rigore e o con quello scavetto al Cagliari, c’è l’assoluto bisogno che l’angolano faccia qualcosa, per l’oggi e per il domani. Perché anche per necessità (problemi per Belotti o Beltran, ad esempio), o per pochi minuti che siano, sarebbe fondamentale per la Fiorentina poter contare su uno che di mestiere fa l’attaccante e che, ogni santa volta che ha giocato contro la squadra viola, faceva pensare ai più ‘cavolo, lo prendesse la Fiorentina…’. Per lui, sempre che giochi, quella di Budapest sa tanto di ultima se non ultimissima chiamata. O si rifà, oppure ‘buonanotte al secchio’. Complici i reiterati problemi di Arthur, muscolari o per pedate varie come quella di Linetty sabato a Torino, adesso più che mai c’è bisogno che Maxime Lopez si svegli e torni a fare quello che faceva al Sassuolo, dove ogni volta che giocava contro la squadra viola faceva pensare ‘cavolo, lo prendesse la Fiorentina…’. Ora per Maxime è quasi da dentro o fuori. O cambia passo, cresce e inizia a rendersi utile, oppure ‘buonanotte al secchio’. Nel caso di Antonin Barak ci possono essere tutti gli alibi del mondo. Dalla grave infezione rimediata in piena estate che lo ha costretto a saltare tutta la preparazione all’assetto tattico della Fiorentina che smorza un po’ quella sua spiccata capacità di inserimento da dietro  che lo aveva fatto andare in doppia cifra a Verona. Però, ecco, se nel caso fisico/atletico non è vietato fare preparazioni ad hoc durante la stagione e recuperare, nel caso tattico si può studiare qualcosa di diverso. Ma adesso c’è da farlo vedere, altrimenti ‘buonanotte al secchio’. Su Sottil, ormai, sono in tanti ad aver perso la speranza. L’esterno classe 1999 è da anni atteso al salto di qualità, che però non ha mai fatto. Un po’ per infortuni e problemi vari un po’ perché, forse forse, non lo ha nelle corde. Certo, se le alternative sono Ikoné e…uhm, basta, c’è solo lui visto che a gennaio non è arrivato nessun’altro esterno e Kouame spera a breve di rientrare dopo tre mesi di assenza tra Coppa D’Africa e malaria, sarebbe il caso di darsi una mossa. Lo farà? Ci riuscirà? Altrimenti ‘buonanotte al secchio’. META’ E META’. Poi c’è tutta un’altra schiera di giocatori che sono lì, nel limbo, tra premesse e speranze, flop o mezzi flop, alti (pochi) e bassi (molti). E’ il caso di Ikoné, capace di accendersi come fatto col Frosinone e poi…basta. Solo lì, il resto tante prestazioni deludenti, inconcludenti se non disastrose. Poi c’è Duncan, autore di un inizio di stagione da urlo ma, ultimamente, anche lui in grande calo. Quindi c’è Parisi.  L’ex Empoli, nonostante Biraghi non abbia certamente attraversato il suo miglior momento di forma, non ha quasi più trovato spazio dopo essere stato schierato contromano a destra, dove ha fatto oggettivamente male. Ma non può essersi scordato come ben faceva quel ruolo ad Empoli pochi mesi fa. Tra i ‘maestri’ degli alti e bassi c’è Mandragora. L’ex Torino l’anno scorso fu uno dei protagonisti migliori nel periodo in cui la squadra viola risalì in Serie A e andò avanti in tutte le coppe, salvo poi chiudere in calando e con quell’errore a Praga che molti ancora ricordano. Quest’anno, alti (pochi) e bassi (molti). Non che altri stiano tutti facendo partite da 7,5 fisso in pagella, tipo Belotti, Milenkovic, anche Faraoni, che dopo la giornataccia di Empoli è chiamato al riscatto. Poi chissà che i vari Infantino e Castrovilli non trovino minuti da qui a breve (non in Conference), ma anche loro potrebbero tornare utili. La speranza è la stessa che, spesso e volentieri, ha accompagnato anche la stagione scorsa della Fiorentina: che le serate d’Europa, di Conference, con quella musichetta lì siano il trampolino di ri-lancio per molti giocatori che stanno attraversando momenti difficili. Come quando Cabral e Jovic ne fecero due ciascuno a Braga, come Barak a Basilea o Sottil col Lech Poznan al Franchi, come in parte accaduto anche quest’anno nella sfida col Cukaricki in cui Beltran ha messo dentro i primi due gol in maglia viola etc etc. E non solo per la singola sfida in sé, col Maccabi, ma anche per il prossimo denso futuro che attende la Fiorentina tra Europa, Serie A e Coppa Italia dove ci sarà, o meglio ci sarebbe, bisogno di tutti per non abbandonarsi al 'buonanotte al secchio' di cui sopra.

Così simili, così diversi. Juric vs Italiano, tra tabù da sfatare e voglia di volare

Sfida nella sfida tra i due tecnici in Fiorentina-Torino

Ivan Juric da una parte, Vincenzo Italiano dall’altra. Torino-Fiorentina mette ancora una volta di fronte due tecnici della ‘media borghesia’ della Serie A, quelli che stanno un gradino sotto ai top ma che ambiscono ad entrare in quel ‘gotha’, come ad esempio ha fatto ormai da qualche anno Gasperini, come sta per fare Thiago Motta. TRENI. Nel caso di Juric, forse, quel treno è ormai passato. Poteva essere l’allenatore della Fiorentina, più volte tra l’altro, ma alla fine è rimasto a Torino. E soprattutto è rimasto lì, nel limbo, tra una sempre buona posizione in classifica che non è mai stata ottima, distinguendosi per un buon lavoro ma non ottimo. Per Italiano il treno è stato la Fiorentina, potrebbe esserlo ancora la Fiorentina in caso di permanenza a Firenze, ma probabilmente il salto lo farà a fine stagione quando potrebbe prendere altre strade. Intanto ci sono ancora grandi obiettivi per questa, tra una qualificazione in Europa da conquistare in campionato e la speranza di far meglio di quanto fatto l’anno scorso nelle coppe, che vorrebbe dire alzare al cielo un trofeo dopo la doppia beffa di Roma e Praga. Traguardi per i quali Juric non è ancora mai arrivato a lottare, giusto per rimarcare una sottile differenza. DIVERSI. Italiano e Juric, dicevamo. Simili per ambizioni e voglia di fare strada, ma anche molto diversi per mille aspetti. Per il croato la fase difensiva è l’aspetto principale da curare. Tanto che, ogni anno, il suo Torino arriva in fondo al campionato con una delle primissime difese della Serie A per gol subiti. Il mantra di Italiano, invece, fu chiaro dal primo giorno: ‘difendere bene, attaccare benissimo’, praticamente l’opposto. Il primo obiettivo di Juric è blindare la propria porta, come accaduto in 12 gare nelle prime 26 giornate, 8 volte in casa su 13 gare interne. Italiano, invece, lavora sulla difesa alta (a volte pure troppo) dal primo giorno in cui siede sulla panchina della Fiorentina. Tanto che i viola hanno incassato almeno una rete in ogni gara tranne che a Udine, con la Salernitana, col Verona, col Monza, col Torino e col Cagliari. Il croato si ispira a Gasperini per la fase difensiva, da sempre. Italiano si ispira a Gasperini per la fase offensiva, da sempre. Pressing a tutto campo e marcature uno contro uno a tutto campo, come insegna Klopp, sono il mantra tattico di Juric, marcature a zona, accettazione del rischio difensivo ma propensione decisamente offensiva quello del tecnico viola. Basta vedere i numeri per capirne di più: nello stesso lasso di tempo da cui Italiano è a Firenze e Juric è a Torino i granata hanno segnato 71 reti, mentre la Fiorentina ne ha fatti 151; il Toro ne ha incassati 107 mentre la Fiorentina 124. In classifica i viola sono avanti al Torino di 5 punti quest’anno, sono stati avanti di 3 punti l’anno scorso e 12 due stagioni fa. Tradotto: ad uno piace stare nella propria metà campo, col baricentro basso e con tanta fisicità, l’altro fa stare le sue squadre nella metà campo avversaria, col baricentro alto e con tanta tecnica. Almeno questo racconta la loro storia. CARATTERI. Anche a livello caratteriale Juric e Italiano sono molto simili, ma anche tanto differenti. Entrambi hanno fame, voglia di emergere e di arrivare, hanno grande temperamento e sono martelli sul campo e in allenamento. Il croato, però, a volte va oltre, sia con le parole che coi fatti, non tirandosi indietro se c’è da discutere o litigare coi propri dirigenti o con chissà chi. Più volte Juric, anche pubblicamente, non ha fatto mistero di alcune scelte di mercato che non condivideva, come quando dopo un Fiorentina-Torino perso al Franchi chiese in sala stampa al suo presidente acquisti, e tanti.  Il viola, invece, è più aziendalista. Soltanto nello scorso gennaio ha alzato un po’ la voce, sempre con toni pacati (quando chiedeva un esterno, prima, e quando disse: “Mercato? Non ho niente da dire”). Se tra Juric e Cairo volano spesso gli stracci, anche in diretta tv, a Firenze non è mai successo nulla di tutto ciò “in società c’è gente bellissima”, le ultime parole del tecnico viola). Neppure quando a Italiano è stato venduto il capocannoniere del campionato a metà stagione. Ecco perché, forse forse, quel treno Juric non lo prenderà mai, a differenza di Italiano. Nel calcio, d’altronde, non c’è solo l’aspetto tecnico/tattico quando una ‘big’ ti punta per affidarti la panchina. PRECEDENTI. Detto tutto ciò, il Torino e Juric sono per caratteristiche proprio l’avversario che la Fiorentina e Italiano più soffrono. L’anno scorso fu solo pareggio in Piemonte, come due stagioni fa. Nel mezzo la sonora vittoria del Toro per 4-0. L’ultima volta che la Fiorentina ha vinto in casa dei granata fu in Coppa Italia nel 2019, con doppietta di Chiesa, mentre in Serie A il segno 2 manca dal marzo 2018. A Firenze, invece, le cose sono andate spesso diversamente. All’andata la decise Ranieri, l’anno scorso in Coppa Italia fu 2-1 Fiorentina e accesso in semifinale, ma anche ko 0-1 con quello sciagurato errore di Amrabat che mandò in porta i granata, e vittoria 2-1 nel 2021. Il bilancio, insomma, è in equilibrio. Ma oggi si gioca a Torino, e dopo aver sfatato il tabù Lazio, eccone un altro per Italiano: battere Juric e il Torino a Torino. Perché la carta è un conto, il campo poi è un’altra cosa.

In cerca della riprova. Fiorentina davvero guarita e ritrovata?

La Fiorentina è attesa dalla sfida col Toro

Come si possa passare da una Fiorentina che quasi non tira in porta con Bologna ed Empoli ad una che fa due gol, prende 4 pali e domina in lungo e in largo contro la Lazio nel giro di pochi giorni è la grande domanda che accompagna chi ha il viola nel cuore. Al netto della crescita di condizione di alcuni singoli e delle difficoltà di un avversario reduce dalla sfida coi granata di pochi giorni prima, ciò che è apparso evidente nel successo coi biancocelesti di lunedì è che in campo c’era un’altra Fiorentina. Convinta, affamata, coraggiosa nello schierarsi con più di metà squadra composta da calciatori offensivi e soprattutto…viva, sensazione che non aveva trasmesso in diverse gare precedenti di questo avvio di 2024. Tutto bene, bello (anzi, molto bello)…bis. L’interrogativo sta tutto qui: la Fiorentina è definitivamente guarita? Quella di sabato sera contro il Torino di Juric sarà la gara della riprova. I granata non stanno volando dal punto di vista dei risultati, ma sono in forma dal punto di vista delle prestazioni. Con Lazio e Roma il Toro ha rimediato due ko, ma avrebbe meritato molto di più per occasioni create e concesse. Per tipologia di gioco e caratteristiche, inoltre, quella di Juric è la classica tipologia di avversario che la Fiorentina di Italiano soffre di più. Ma se in campo i viola scendessero con lo stesso furore, lo stesso coraggio e la stessa convinzione mostrata nella sfida con la Lazio, allora sì che potremmo dire che la Fiorentina è guarita. Ancora è prematuro. La classifica si è rifatta interessante coi tre punti ottenuti coi biancocelesti di Sarri lunedì scorso per la Fiorentina. In caso di altro successo, a Torino, allora…

Oggi o mai più. Fiorentina al bivio: o riparte o sprofonda

Gara crocevia per il cammino dei viola. Al Franchi arriva la Lazio

La Fiorentina di Vincenzo Italiano è chiamata a reagire. Contro la Lazio di Maurizio Sarri è gara da dentro o fuori al Franchi. O la squadra viola riparte oppure rischia di sprofondare nell’anonimato. L’avversario è dei peggiori, come lo saranno tutti coloro che la Fiorentina dovrà affrontare nei prossimi impegni, tra cui Torino, Roma, Atalanta, Milan e Juventus (stando al solo campionato). La Lazio, infatti, è tra le bestie nere in assoluto di Italiano. Da quando è a Firenze il tecnico gigliato è riuscito a piegare Mourinho, Spalletti, Allegri, Inzaghi, ma mai Sarri. Tra l’altro soffrendo sempre le stesse cose: al Franchi il contropiede, a Roma le disattenzioni. Le ultime due volte che la Lazio si è presentata a Firenze ha vinto 0-4 e 0-3, facendo attaccare la Fiorentina, ripartendo sfruttando buche e amnesie difensive dei viola e portando a casa l’intera posta in palio. Non che quando si sono alternati Montella, Prandelli, Iachini e tutti gli altri allenatori che hanno guidato in precedenza la Fiorentina siano arrivate chissà quali soddisfazioni coi biancocelesti, anzi. Più in generale, Italiano a parte, negli ultimi anni la Lazio ha quasi sempre fatto la voce grossa coi viola. A Firenze, per esempio, negli ultimi dieci incroci la Fiorentina ha vinto solo con Iachini, una volta,2-0, grazie alla doppietta di Vlahovic e con Sousa, 3-2 nel 2016-17. Poi 7 vittorie laziali e 1 pari. Ma la Fiorentina non ha alternative. Oggi deve reagire, ritrovarsi e ripartire. Perché ok la Lazio, Sarri, bestie nere e cabale varie, ma se la situazione che si è creata è quella che è lo si deve anche alla serie di tonfi che la Fiorentina ha messo in serie contro avversari decisamente di livello inferiore, che poi hanno racimolato ko contro praticamente tutti come Sassuolo o Lecce, perciò…come si dice, ‘ora o mai più’. Da Campo di Marte, oggi alle 20.45, è in partenza l’ultimo treno che porta in Europa per la Fiorentina. O almeno quello che permetterebbe di continuare a sperare che questo finale di stagione non sia destinato ad essere un lungo calvario, che costringerebbe a riporre gli ultimi e residui sogni di gloria in Coppa Italia e Conference League.  Ma anche solo sperarci diventerebbe molto più difficile.

Beltran, la Fiorentina si aggrappa all’argentino per sfatare il tabù Lazio

L’attaccante viola è uno dei pochi giocatori a vivere un buon momento di forma

Si avvicina la sfida con la Lazio per la Fiorentina. Lunedì sera, al Franchi, i viola di Italiano sono chiamati a reagire dopo il brutto inizio di 2024. Sulla strada ci sarà una delle squadre con cui il tecnico viola non ha mai vinto, e con cui la Fiorentina ha spesso capitolato. Negli ultimi due incroci al Franchi, ad esempio, i laziali si sono imposti 0-4 e 0-3. Per tornare a sorridere c’è chi si aggrappa a questo, quello o quell’altro, che sia un ritorno ad alti, o meglio buoni, livelli di Nico Gonzalez, Arthur e Bonaventura, che il Gallo Belottitorni ad incidere, che Ikoné torni a fare qualcosa come col Frosinone, o che lunedì Sottil si svegli col piede giusto, che magari Terracciano sia in versione ‘San Pietro’, che la difesa regga e che…Lucas Beltran continui nel suo buon momento.  Nel buio totale in cui è piombata la Fiorentina del 2024, infatti, si è accesa la luce dell’argentino. Dopo un primo approccio complicato in Italia, l’ex attaccante del River ha iniziato a entrare con continuità nel tabellino dei marcatori. Il diagonale spedito in porta ad Empoli è un altro segnale di forma crescente, come ha detto lo stesso Italiano: “Lucas è cambiato rispetto a quando è arrivato. Adesso è molto più dinamico, qualitativo, si smarca, ha iniziato a prendere confidenza. Da quando è arrivato fino ad adesso è un altro giocatore ed ha margini di crescita importanti”.  Numeri alla mano, Beltran è il migliore attaccante negli ultimi tre mesi di campionato dietro solo a Vlahovic e Lautaro. Sei reti per lui nelle ultime nove uscite in cui ha giocato da titolare. Sei centri, tra l’altro, con sette tiri in porta. Un exploit che coincide, forse non per caso, con lo spostamento di Beltran sulla linea dei trequartisti, dopo che nella prima parte di annata non era riuscito ad incidere da centravanti. E così Lucas ha iniziato a vedere la porta. Sono sei i gol in campionato, lo stesso bottino che Lautaro Martinez (spesso termine di paragone portato per descrivere El Vikingo) aveva realizzato alla sua prima stagione in Italia. A cui vanno aggiunti i due gol bellissimi segnati al Cukaricki in Conference League. E con l’impennata di reti, Beltran ha ormai messo dietro nelle gerarchie un Bonaventura che continua col suo momento difficile. E poi…ecco la Lazio, lunedì, al Franchi, dicevamo maledettamente bestia nera la squadra di Sarri per la Fiorentina. Italiano dovrebbe affidarsi ancora a Beltran, che nel match d’andata fece un gol bellissimo scartando anche il portiere, che venne annullato per un controllo di mano da parte della punta viola. Lunedì la possibilità di rifarsi. Sperando che tutta la Fiorentina si ritrovi, si rifaccia e torni a vincere. Magari con gol vittoria di Beltran.

Dal “noi forti, loro fortissimi” dell’andata alla necessità di sfatare il tabù

L’ultima Lazio è cambiata, e la Fiorentina?

“Noi siamo forti, ma loro sono fortissimi”, disse Vincenzo Italiano quando il 30 ottobre scorso la sua Fiorentina perse con la Lazio, al 94’. In quella sfida la squadra di Sarri non fece nulla per avere la meglio dei viola, se non approfittare di un clamoroso svarione di Milenkovic a tempo scaduto che permise a Immobile di mettere dentro il rigore della vittoria. Un classico per la Fiorentina targata Italiano, soprattutto contro i biancocelesti di Sarri. Quella Fiorentina, rispetto a questa che si sta vedendo da inizio 2024, faceva comunque sempre la partita, creava e manteneva la sua classica identità. Cosa che oggi, invece, sembra essersi smarrita. Un girone dopo, alla giornata numero 26 (quella dell’Olimpico fu la decima giornata di Serie A), la Fiorentina si ritrova ancora su per giù in zona della Lazio, ma arriva alla gara di lunedì avendo dilapidato con un gennaio/febbraio orribile quel gap che aveva messo tra sé e la squadra capitolina, per propri meriti e per demeriti altrui, visto che la partenza di stagione della formazione di Sarri era stata tutt’altro che esaltante, così come era accaduto a Roma, Atalanta e altre che, pian piano, si sono ritrovate. Sarri è riuscito a cambiare la sua squadra, facendo meno possesso palla, dandole meno indole offensivista ma più pratica, e sta ottenendo risultati. Italiano ci ha provato, ma ultimamente non ci sta riuscendo. Italiano non ha ancora mai vinto una volta in carriera contro Sarri. Da quando è alla Fiorentina, inoltre, spesso e volentieri ha rimediato figuracce nelle gare interne. L’anno scorso finì addirittura 0-4, con la Lazio che agiva in ripartenza, tirava e segnava, mentre la Fiorentina attaccava, andava spesso in orizzontale e lasciava praterie che i laziali sfruttavano. Stesso copione che si verificò due anni fa, quando la Lazio vinse al Franchi 0-3 e che la squadra biancoceleste sta riuscendo ad utilizzare sempre più, come fatto anche a Torino nel match di recupero di campionato che ha visto la Lazio soffrire, ripartire, ma vincere. Già di per sé, dunque, la Fiorentina e Italiano soffrono maledettamente il modo di giocare dei laziali e di Sarri. Il momento difficile che stanno vivendo i viola, in crisi di risultati, gioco e identità, rende ancor più delicato l’incrocio di lunedì. Al Franchi, stavolta, l’epilogo dovrà essere diverso. La Fiorentina è chiamata a reagire e sfatare il tabù Lazio, a tutti i costi. Altrimenti l’aria attorno alla squadra, e adesso anche alla società, potrebbe farsi sempre più pesante.

Un (goal del) Gallo non fa Primavera. No, Belotti non ha risolto i problemi della Fiorentina

Nelle ultime due partite Belotti non ha praticamente tirato in porta

Diciamocelo chiaramente, quando il Gallo Belotti l’ha messa dentro, col Frosinone, praticamente al secondo tiro da calciatore della Fiorentina, tutti abbiamo pensato ‘ooooh, ecco il centravanti, visto? ecco fatto. Ora sì, problema risolto’. Poi però, tra Bologna ed Empoli, partite dove ci si aspettava ulteriori segnali da parte del Gallo e della manovra offensiva della Fiorentina, riecco il nulla cosmico. Tra la gara del Dall’Ara e quella del Castellani, in cui la Fiorentina ha calciato in porta sì e no un paio di volte in 180’, Belotti non ha praticamente mai strusciato il pallone, figuriamoci tirare in porta. A Empoli Belotti ha toccato il pallone soltanto 11 volte nei 72 minuti che è stato in campo, dati che nemmeno il peggior Nzola. Attenzione, avviso ai naviganti: nessuno vuole crocifiggere in ‘sala mensa’ Belotti, per carità. E’ innegabile, tuttavia, che il problema offensivo che aveva questa Fiorentina prima che arrivasse il Gallo è ancora lì, lo stesso che c’era quando giocavano Beltran e/o Nzola, Jovic e Cabral, Piatek e Cabral: agli attaccanti arrivano pochi palloni da giocare e pochissimi da mettere dentro. Nelle ultime due gare con Bologna ed Empoli, nonostante Italiano abbia cambiato uomini in attacco dal 1’ o a gara in corso, schierando Ikoné, Gonzalez, Beltran trequartista, Bonaventura e Sottil, il succo non è cambiato: Belotti non ha tirato in porta. E tranne un paio di conclusioni di Ikoné e Bonaventura al Dall’Ara e quella di Beltran al Castellani, la Fiorentina in generale non ha mai tirato in porta. Cambiando il centravanti, con Belotti, il risultato non è cambiato. La Fiorentina fa una fatica immensa nel mettere le punte in condizione di far gol, o anche di non farli ma quantomeno di sbagliarli. Il Gallo, ha messo a referto 5 tiri totali tra Lecce, Frosinone, Bologna ed Empoli, come detto 0 nelle ultime due sfide. E se fino a fine dicembre, col fil rouge che più o meno era sempre lo stesso, ci avevano messo una pezza i vari Gonzalez, Bonaventura, Quarta e altri, da quando Nico e Jack sono andati a calare ecco che sono scomparsi gol e risultati per la Fiorentina. Per quanto nelle 9 gare giocate dai viola nel 2024 siano stati segnati 10 gol, 5 sono stati messi a referto col solo Frosinone mentre in 5 partite la Fiorentina non ha segnato. E, come detto, nelle ultime due quasi non ha neppure tirato. In partenza c’è un treno di gare in cui dalle punte, e più in generale da tutta la Fiorentina, si attendono segnali: Lazio in casa, Toro fuori, Roma in casa, Atalanta fuori, Milan in casa, Atalanta in casa in Coppa Italia e Juventus fuori. La speranza è che il Gallo torni ad alzare la cresta, che Nico si ritrovi, che Kouame torni a dare il suo apporto dopo la Coppa D’Africa, che Ikoné faccia l’Ikoné versione Fiorentina-Frosinone e non quello che si è visto per quasi tutte le altre partite giocate, che Jack e Arthur tornino a fare la differenza e che almeno Beltran, a segno sei volte nelle ultime nove partite in cui è stato titolare in Serie A, continui in qualche maniera a buttarla dentro. Altrimenti, tener botta senza segnare, si annuncia sfida impossibile.

C’erano una volta i tre tenori. Che oggi non cantano più

Le difficoltà dei tre calciatori viola che facevano la differenza

C’erano una volta i tre tenori, quelli che facevano la differenza, che trascinavano la Fiorentina al quarto posto per tutto un girone, mostrando una vena realizzativa mai vista prima nel caso di Nico Gonzalez e Jack Bonaventura, una sapiente e costante regia nel caso di Arthur. Poi, però, hanno smesso di cantare e la Fiorentina si è sciolta. Dalla partita col Sassuolo, da quel rigore sbagliato, Bonaventura non è più riuscito ad esprimersi a quei livelli con cui aveva fatto la differenza nella prima parte di stagione. Tra voci, rumors e qualche difficoltà fisica è costantemente andato a peggiorare, anzi, è rimasto più o meno sempre ai soliti, negativi, livelli. Tanto da finire anche in panchina o ad essere sostituito all’intervallo. Nel caso di Nico, invece, tutto è da imputare a quel maledetto infortunio patito in Ungheria col Ferencvaros, col rientro che è coinciso con scampoli con l’Inter, con rigore sbagliato, a Lecce, col Frosinone (unica gara giocata dall’argentino a buoni livelli) e a Bologna. Ma…per ritrovare quel Nico che, spesso, al primo pallone la buttava dentro, che faceva la differenza e che trascinava la Fiorentina, bè, forse servirà ancora del tempo. E poi c’è Arthur, anche lui ormai da un mese e mezzo a…mezzo servizio. Ed ecco che la Fiorentina si è involuta, tutta. Certo, se le alternative che ha a disposizione Italiano si fossero degnati di far qualcosa di buono…Magari la Fiorentina avrebbe potuto comunque fare buon viso a cattiva sorte. Ogni tanto, ad esempio, Barak avrebbe potuto far pesare meno le difficoltà di Bonaventura, ma a parte il gol al Frosinone, con un rimpallo casuale, del ceco non si sono avute tracce. Figuriamoci, poi, gli esterni d’attacco che hanno giocato al posto di Gonzalez. Tra i vari Brekalo (poi ceduto), Sottil (scomparso) e Ikonè, sempre disastroso tranne che col Frosinone, peggio mi sento. Tanto che Italiano ha dovuto schierare Nzola esterno alto a Lecce o cercare nuove soluzioni come Beltran esterno alto, o Bonaventura esterno alto, o Beltran alle spalle di Belotti etc etc. E menomale che adesso tornerà a disposizione Kouame. Se poi Jack, Nico e Arthur non si fossero fatti male…Che sfiga! Bè, si, fino ad un certo punto però. Perché, nei tre precedenti anni, il regista brasiliano aveva giocato più di 20 partite stagionali solo 1 volta, era reduce da un anno passato ai box e non ha mai avuto continuità. Di Nico, ormai, sappiamo più o meno tutto, con due stagioni vissute per metà fuori per infortuni vari, e nel caso di Bonaventura era lecito attendersi una flessione vista la carta d’identità. Che questi tre tenori avessero avuto già qualche problematica nella loro cartella clinica lo si sapeva, dunque. E poi, sfiga, sì, che tutti e tre insieme, ma è altrettanto vero che altri non stanno particolarmente brillando. E questo è un altro dei problemi. Detto ciò, c’è da ripartire, con l’Empoli, dove Arthur potrebbe essere ancora una volta assente, e dove Italiano non può far altro che sperare che i suoi altri due tenori ritrovino la voce e tornino a fare la differenza.

L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare!

La Fiorentina perde anche a Bologna. Il trend si fa preoccupante

Guardando questa Fiorentina viene da pensare esattamente quello che amava dire Gino Bartali. E sarà che i fiorentini son così, spesso polemici (a volte anche troppo) e criticoni, ma il trend che ha intrapreso la squadra di Italiano da inizio gennaio non lascia troppi spazi per l’ottimismo. Anche coloro che amavano ignorare quei segnali di criticità che già quando i viola, a dicembre, vincevano ma soffrivano dannatamente contro chiunque e le carenze di una rosa che stava già allora facendo qualcosa di superiore alle proprie potenzialità, che rispondevano col ‘troppe critiche, siamo quarti in classifica’, visto come la Fiorentina sta andando da inizio gennaio si stanno ricredendo. Peccato, perché mentre la classifica vedeva i viola volare e le altre annaspare, chi avrebbe dovuto avere la lungimiranza di capire che per stare lassù serviva muoversi in altro modo e con altre tempistiche a gennaio ha avuto la stessa lunghezza di pensiero di chi credeva davvero che Duncan potesse avere il rendimento super che aveva avuto fin lì, che Bonaventura potesse reggere a quei ritmi e che, dinanzi alle richieste di incontri sul rinnovo si potesse tranquillamente ignorare (d’altronde a quell’età che vuole? Ha anche delle pretese?), che Arthur fosse improvvisamente diventato un calciatore da 50 partite all’anno ad altissimi livelli, che Terracciano potesse fare 3-4 miracoli a domenica, che se gli attaccanti non segnavano fosse solo colpa loro, tanto ci pensavano Quarta, Ranieri o altri a segnare, che se Italiano chiedeva un esterno si potesse far finta di nulla prendendo un centravanti (tanto che il tecnico continua a schierare Nzola esterno), che anziché dare all’allenatore un centrale di rendimento per poter continuare a lavorare sulla difesa a tre si cedesse Mina e si prendesse un terzino del Verona etc etc. Poi, però, le altre hanno svoltato, e ora vanno. La Fiorentina, invece, è ancora lì a pensare che quei 30 o 40 milioni che voleva il Genoa per Gudmundsson erano troppi, così come la Lazio per Zaccagni, che Brian Rodriguez o Ruben Vargas…etc etc. Ma tanto è rimasto Ikoné, che a Bologna è tornare il solito Ikoné. La cinquina rifilata al Frosinone è così rimasta la classica rondine che non fa primavera. E la classifica ora piange, così come le prospettive di questa Fiorentina. Lo schiaffo di Bologna è solo un altro colpo basso che ha fatto seguito ai ko con Sassuolo, Inter, Napoli in Supercoppa, Lecce e un pari sofferto con l’Udinese dopo che in qualche modo, col Bologna in Coppa Italia, la Fiorentina l’aveva sfangata. Il problema, adesso, è che questa squadra può perdere con tutti, mentre non dà mai la sensazione di poter vincere contro nessuno. E come diceva Bartali “l'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare!”. Peccato che rendersene conto oggi (sempre che ci sia davvero questa presa di coscienza), sia un pizzico tardivo. E non certo segno di lungimiranza.

I ‘no’ di gennaio: Ngonge, 20 milioni per Gudmundsson e 25 per Zaccagni

Ma almeno col Frosinone rientra Ikoné

Passano i giorni, i punti in classifica per la Fiorentina restano più o meno gli stessi, così come le criticità, ma le offerte che la società viola avrebbe fatto per quello o per quell’altro si arricchiscono sempre di nuovi dettagli.Dopo i giorni di tira e molla per Gudmundsson, bollati da Genova come un semplice “ci hanno fatto un’offerta, ma abbiamo risposto subito che non volevamo cederlo”, il “Ngonge? mai trattato”, ecco che da Roma rilanciano di un’offerta fatta dalla Fiorentina alla Lazio da 25 milioni di euro più bonus per Zaccagni, ovviamente respinta da Lotito. E così, mentre ‘nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche. Si diceva che l'Italia stava vincendo per 20 a 0 e che aveva segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo’, la domanda sorge spontanea: ma se la Fiorentina aveva 20-25 milioni di euro da spendere sul mercato invernale, perché Italiano si ritrova a dover sperare che Kouame rientri dalla Coppa D’Africa, o che Ikoné-Sottil azzecchino, prima o poi, la giornata di grazia? Non c’era un piano b? Evidentemente no.Sempre che i rumors che sono emersi siano reali, e non c’è motivo per credere il contrario, la Fiorentina che domenica affronterà il Frosinone in una gara da psicodramma, dove ha tutto da perdere e poco da guadagnare, ritroverà il rientrante dalla squalifica Ikoné. Ma gli altri esterni…sono ancora lontani dall’essere al top della forma. Sottil, anche a Lecce, è stato trasparente, mentre Nico è ancora in fase di rientro e Kouame è arrivato in fondo alla Coppa D'Africa. Dopo le polemiche sullo spostamento sulla fascia di Nzola in Salento e le difficoltà evidenziate da Bonaventura quando è stato schierato come esterno alto, le risorse su cui Italiano potrà contare coi ciociari sono sempre quelle. E la speranza è che, domenica alle 12:30, Nico ritrovi se stesso, Ikoné azzecchi la giornata e Sottil si dia una sveglia. Nel frattempo non è da escludere che, da qui al fischio d’inizio della gara col Frosinone, non escano altre presunte voci su offerte per Tizio, Caio o Sempronio. Ovviamente respinte al mittente. Tanto c’è Ikoné…

Fin qui mercato conservativo per la Fiorentina: dal frigo esce Brekalo ed entra Rodriguez

La Fiorentina saluta Brekalo e abbraccia Rodriguez. Ikoné resta, e adesso?

Chi si aspettava un mercato aggressivo da parte della Fiorentina, vista la posizione in classifica e l'impegno in Supercoppa, oltre al passaggio in semifinale di Coppa Italia e gli ottavi di Conference League, al momento è rimasto deluso. La frase di Barone prima della sfida col Sassuolo ("abbiamo il frigo pieno" ndr), che molti speravano essere solamente una boutade, ad oggi si sta invece rivelando una reale profezia. Dal ‘frigo’ viola esce Josip Brekalo, che torna in patria, mentre arriverà Brian Rodriguez. L’uruguaiano viene da uno stop di diverse settimane, non ha certo il gol nel dna, viene dal Messico e avrà bisogno di tempo per adattarsi al calcio italiano e di Italiano. Non proprio, insomma, quello che sembrava aver chiesto il tecnico viola già a fine 2023, cioè un esterno offensivo pronto, che conoscesse il nostro campionato e che potesse far fare alla sua Fiorentina un salto di qualità. E adesso? All’orizzonte non sembrano esserci chissà quali movimenti, con la dirigenza viola che ha stoppato le voci su una eventuale partenza di Ikoné, mentre è lecito attendersi l’uscita di Mina, direzione Portogallo. A quel punto, coi rientri ormai imminenti di Dodo e l’innesto di Faraoni, sarebbe lecito attendersi un’entrata in difesa, in modo tale da consentire a Italiano di poter virare sulla difesa a tre in caso di necessità. Poi ci sono i rumors su Barak e Nzola da monitorare. Se partisse il ceco, sponda Napoli, chissà che la Fiorentina non possa tornare con forza su Ruben Vargas dell’Augsburg, altro calciatore che non risponde molto all’identikit di cui sopra, ma che potrebbe dare una mano alla sterilità dell’attacco viola. Chi si aspettava, insomma, un mercato aggressivo per provare a difendere il quarto posto e insidiare Napoli, Inter e Lazio in Arabia Saudita, si è dovuto accontentare di una strategia conservativa da parte del club viola, che da inizio 2024 ha perso col Sassuolo, pareggiato a fatica con l’Udinese, eliminato soffrendo  il Bologna ai rigori in Coppa Italia, e perso rovinosamente col Napoli a Riyad. D’altronde a breve rientreranno Dodo e domenica con l’Inter si rivedrà in campo Gonzalez. Sperando che questa sessione di calciomercato non passi alla storia come l’ennesima occasione persa, in stile Benalouane o Ficini. Salvo clamorosi (ma al momento inattesi, per quanto sperati) scossoni e ripensamenti dell’ultima settimana.