Dal Lecce al Lecce. Viaggio all’inferno e ritorno (si spera)

Per i viola occasione di chiudere i conti salvezza

Il ko rimediato all’andata col Lecce segnò la fine della breve era Pioli, costrinse tutti a prendere coscienza che la stagione della Fiorentina sarebbe stata di sofferenza e all’insegna della lotta per non retrocedere, arrivava poche ore dopo le dimissioni di Pradè e…mille altre situazioni da film dell’orrore. Quella Fiorentina che perse coi salentini era ultima, stra ultima, alla deriva, senza un allenatore, senza un ds, con un presidente in fin di vita e alle prese con decisioni urgenti da prendere senza sapere come fare a prenderle. Un vero e proprio inferno. Dal Lecce al Lecce, 170 giorni dopo, la Fiorentina si è rialzata. Lo ha fatto con Vanoli, capace di mettere assieme 31 punti in 22 partite di campionato, una media da nono-decimo posto, ma con ancora un ultimo step da fare: raggiungere la matematica salvezza in Serie A. Il pareggio della Cremonese lascia i lombardi dietro di 7 punti, comunque vada oggi. 7 punti che la Fiorentina dovrebbe farsi recuperare in 5 giornate. Tutto può essere eh…comunque. In caso di pareggio oggi al Via Del Mare la Fiorentina tornerebbe a +8 sulla Cremonese restando a +8 anche sul Lecce. Tre squadre dietro, visto che c’è anche il Cagliari, potrebbe essere già quasi in partenza la marcia della salvezza della redazione di Radio Bruno. In caso di vittoria oggi, invece, il margine sarebbe di 11 punti su Lecce e Cremonese, con 15 punti a disposizione. Già col Sassuolo domenica, in caso di risultato positivo dei viola e ko di una tra Lecce e Cremonese, la Fiorentina sarebbe salva. Sarebbe la fine di un incubo, per qualcuno ancora vivido, per altri molto meno, ma con la dovuta prudenza del caso. Un viaggio che, ad ogni modo, non merita ovazioni o grosse celebrazioni. Medaglina, grazie e arrivederci. E ripartire. Il prossimo viaggio si spera possa essere molto diverso, con altri punti d’arrivo e nuovi orizzonti. Intanto, però, meglio chiudere i discorsi. In caso di ko in Salento, infatti, il Lecce andrebbe a -5, con tutti i verdetti per stare tranquilli che sarebbero rimandati almeno al prossimo weekend, quando la Cremonese dovrà vincere a Napoli, venerdì, per provare ad avvicinarsi ai viola che avranno il Sassuolo in casa. Ora, ok essere pessimisti e catastrofisti, ma insomma…

Last call

Per molti viola, oggi, è da ultima chiamata

Ci sono serate che possono confermare o ribaltare il risultato, proprio come i voti di Borghese. Per molti giocatori della Fiorentina, oggi col Crystal Palace, può essere una di quelle. Serve una partita perfetta, sognare e fare qualcosa di epico. I 90 o più minuti con gli inglesi potrebbero modificare molte sentenze già emesse, o almeno mettere in dubbio quei giudizi, negativi ovviamente, che sanno di sonora bocciatura per gran parte dei calciatori oggi chiamati all’impresa. Su tutti c’è Roberto Piccoli. Altra prova d’appello per lui contro gli inglesi. All’andata si mangiò un paio di opportunità in malo modo, fece tanta fatica nel fare reparto davanti e, come al solito, non è mai riuscito a dare l’idea di poter essere davvero il post-Kean. La bocciatura è dietro l’angolo per l’ex Cagliari. Ma…oggi ha l’occasione di provare a riscrivere la sua storia personale alla Fiorentina. Poi c’è Gudmundsson. Molti hanno già perso la speranza su di lui. L’islandese, d’altronde, ogni volta che è stato chiamato a fare la differenza in questi due anni in cui veste la maglia viola, non l’ha praticamente mai fatta. E per quanto ci siano dei numeri comunque positivi tra gol fatti e assist, soprattutto in base ai minuti giocati visti i tanti problemi fisici che ha dovuto affrontare, possiamo tranquillamente affermare che ci si attendesse molto di più dal 10. Oggi altra chance, forse l’ultima, per provare a riscrivere il futuro della sua storia con la Fiorentina. Chi è ormai prossimo a diventare un giocatore viola è Fabbian. L’obbligo di riscatto a 15 milioni scatterà in caso di salvezza della Fiorentina, traguardo molto vicino. Peccato che non si ricordino prestazioni sufficienti dell’ex Bologna da quando è arrivato. All’andata ebbe già un’enorme occasione di provare a scrivere un nuovo capitolo del suo complicato inserimento nel mondo Fiorentina, ma quel tiro che poteva dare ai viola il 2-1, ahinoi, si è stampato sul montante superiore della porta del Palace. Il resto lo conosciamo. Oggi possibile altra occasione. Nella lista c’è anche Pietro Comuzzo. All’andata gli sono bastati una decina di minuti da subentrato per fare dei disastri. Dalla mancata marcatura sul gol del 3-0 ad almeno un altro paio di buche clamorose. Le ennesime di una stagione orrenda da parte del difensore della Fiorentina, in costante difficoltà da oltre un anno e mezzo. Per lui, sempre che giochi in mezzo o da terzino al posto di Dodo, questa è una di quelle serate che potrebbero ribaltare il risultato. Poi ci sono quelli che sono più di là, che di qua. Cioè quei giocatori che probabilmente non saranno comunque riscattati o il cui futuro sembra già scritto, ma da cui è lecito attendersi qualcosa. Da Harrison a Vanoli stesso, passando per Ndour e/o da chi da anni è qui come Mandragora, ma anche Fagioli, opaco e in grande difficoltà nel match d’andata. Insomma, fate qualcosa! Di buono, ovviamente. La serata è di quelle in cui c’è in palio la possibilità di scrivere la storia. O almeno di provare a farlo.

Il senno del poi, l’oggi e il domani

Fiorentina in campo con la Lazio. Pensando al domani

‘Se la mì nonna aveva le ruote, era un carretto’, si dice a Firenze. Anzi, volendo essere più precisi, se la mì nonna l’avea le rote, ll’era un carretto’, ecco. Si può unire al ‘se e ma è il patrimonio dei bischeri’, traducibile in italiano ‘col senno del poi’, in inglese ‘sliding doors’. Potessimo avere una macchina del tempo in stile ‘ritorno al futuro’, chissà quante cose da cambiare ci sarebbero nella storia più o meno recente. Purtroppo, ad oggi, non lo possiamo ancora fare, e quindi possiamo solo pensare al ‘senno del poi’. Oggi la Fiorentina torna a sfidare la Lazio, lo fa dopo che Cremonese e Lecce hanno perso, lo fa con la grande occasione di poter chiudere quasi definitivamente i discorsi salvezza per poi provare a fare un miracolo giovedì sera. Lo fa contro una squadra, quella biancoceleste, ai minimi termini tra infortuni, assenze e scelte di mercato decisamente rivedibili, in mezzo a mille contestazioni, col rischio a sua volta di finire in un tourbillon che potrebbe andare a rendere questo finale di stagione un ‘tutti contro tutti’. Ed ecco che si arriva al concetto iniziale, ‘il senno del poi’. Facile a dirlo oggi, sì. Ma che quest’anno sia stato ‘tutto sbagliato, tutto da rifare’, è ormai abbastanza evidente. E, sia chiaro, quello che la Fiorentina sta pagando oggi proviene da lontano. La lista sarebbe lunga, dalle operazioni di mercato di Pradè alla scelta di Pioli, dal lavoro di Pioli all’arrivo di Vanoli e Paratici, da una forbice tra soldi spesi e rendimento di alcuni giocatori che fa spavento. Per non parlare dei risultati. Ci sarà tempo, ovviamente, per analizzare il tutto. Intanto, la priorità dev’essere focalizzata sull’oggi, sulla salvezza. Le probabilità di rimonta sul Palace giovedì sono ridotte al lumicino, non solo per il risultato dell’andata, ma quanto per limiti e fragilità che questa Fiorentina ha evidenziato da inizio stagione. Col senno del poi…Sì. Peccato che la bravura di un lavoratore, qualunque mestiere egli faccia, stia nel prevenire e prevedere eventuali errori. La quantità di scelte sbagliate fatte da chi si è alternato negli uffici dirigenziali della Fiorentina è esorbitante. Anche il lavoro di Paratici, tra gli innesti di Fabbian, Brescianini, Solomon, Rugani e Harrison, non ha prodotto chissà quale scossa. Col senno del poi, magari, qualcuno ha rivalutato il lavoro di Palladino, quello di Italiano, il passato…Che non si può più cambiare, ormai. Ma…si può provare a cambiare il futuro. Che passa dal presente, da oggi con la Lazio e dal raggiungimento della salvezza. Di fronte ci sarà Sarri, ecco, capitolo a parte. Dalla polemica sugli incontri con Barone, sempre smentiti dalla Fiorentina ma poi confermati dal tecnico stesso, alle voci su un suo futuro a Firenze che ogni anno di rincorrono. Sarà la volta buona? Speriamo, ma sembra difficile. Almeno finché ci sarà questa proprietà. Non va dimenticato, infatti, che Rocco Commisso fu uno dei primi a sostenere la battaglia di Barone contro quelle voci su un incontro tra Sarri e la dirigenza viola, con tanto di conferenza stampa polemica e accesa. Vabè, è il passato. Che non si può cambiare. Magari si può provare a cambiare il futuro, bis.

E’ successo di nuovo…

Dal cambio nel finale di Vanoli ad alcune prestazioni horror

‘Tracy…è successo di nuovo’ cit. Sì, purtroppo molte cose sono accadute nuovamente per quanto riguarda la Fiorentina. Dal cambio di difensore a pochi minuti dalla fine, con solito harakiri annesso, ad alcune prestazioni orribili di alcuni singoli passando per un’altra prova generale in cui Vanoli si aspettava altro, come molti del resto, ma che poi è rimasta il più classico dei verba volant. E’ successo di nuovo, sì. Dentro Comuzzo per Pongracic al minuto 82, 8 giri di lancette, cross nel mezzo, buca di Comuzzo e rete del 3-0 del Palace. E, si badi bene, dal minuto 82 a quello numero 95, il Palace poteva farne altri due di gol. E’ successo di nuovo, Vanoli sembra non poterne proprio fare a meno di cambiare un difensore per gli ultimi minuti di partita. Come se non fossero bastate le sostituzioni fatte e sbagliate nei mesi scorsi, dal Torino ai minuti finali col Pisa, passando per quella caterva di reti concesse negli ultimissimi frangenti di partita. E lasciamo perdere gli ingressi di Balbo e del giovanissimo Puzzoli, ‘prematurata la supercazzola o scherziamo?’. E’ successo di nuovo, sì. Comuzzo che dovrebbe marcare l’avversario, l’unico in area tra l’altro, ma che se lo perde. Dodo che fa una partita con millemila errori in fase difensiva, tra cui una scivolata folle in area su un giocatore del Palace che aveva già calciato in curva, sullo 0-0, indirizzando la partita sul binario che volevano loro. Dodo che, tra l’altro, non tiene la linea del fuorigioco e regala il raddoppio al Palace, dopo aver preso un giallo che gli è costato la squalifica per il ritorno e aver scampato il rosso. E’ successo di nuovo, sì. Harrison che non stoppa una palla a destra, ma che continua a giocare a destra, che sbaglia tutti i passaggi, che regala tutti i palloni agli avversari, che…che…vabè, forse Harrison è questo. Come Gudmundsson, un altro che continua a vagare per il campo senza riuscire mai a fare la differenza, come per Piccoli. Un altro per cui, sì, è successo di nuovo. 27 milioni di euro per non tenere un pallone ed essere apprezzato solo per l’impegno. Fabbian, idem. Dell’ex Bologna resta quella traversa che poteva cambiare la storia della partita e della qualificazione, poteva…se, ma. E’ successo di nuovo, sì. Kean che rimane a casa per il dolore alla tibia, Gosens che continua a fornire prestazioni alla Biraghi, Ndour che non fa altro se non passare il pallone all’indietro, spesso neppure con velocità. Fagioli che, nel giorno in cui era stato definito da Paratici come uno da Barcellona, nel match in cui tutti si aspettavano lampi di qualità, ha perso un sacco di palloni anche decisivi, che in confronto a Wharton è sembrato un Montolivo qualunque. E’ successo di nuovo, purtroppo sì. Quella piccola fiammella di speranza che questa stagione potesse ancora avere un senso diverso dal ‘solo’ raggiungimento della salvezza (solo, si fa per dire) è svanito al cospetto di una squadra di Premier…wao, come se il Crystal Palace avesse dimostrato di essere ingiocabile. Mah, sarà. Sì, è successo di nuovo. Non c’è spazio per i sogni, evidentemente. Le ambizioni, quest’anno, vanno messe nel cassetto per tempi migliori. Oggi c’è solo da raggiungere la salvezza. Salvo miracoli. Su cui, tuttavia, dopo aver visto le prestazioni di Verona e Londra, non c’è di che essere troppo ottimisti. E’ successo di nuovo, sì, di svegliarsi un venerdì qualunque con quel senso di vuoto dentro e qualche ‘vaffa’ di troppo che esce fuori. E vabbè, gira così.

Gli ex Premier, fattori per eliminare il Palace

Da Vanoli a Harrison e De Gea, l’esperienza inglese può aiutare

Che tra calcio italiano e Premier ci sia un abisso, ormai, è noto a tutti. Anche squadre di medio-basso livello, infatti, hanno introiti e potenzialità economiche drasticamente più alte rispetto a chi gioca in Serie A, valori che si tramutano in un rapporto di 2 o 3 a 1 se si guarda solamente alle rose, che diventano di 9 o 10 a 1 se si pensa alla liquidità che i club inglesi possono permettersi di spendere nelle campagne trasferimenti. Lo sa bene la Fiorentina, che da quattro anni a questa parte è una delle candidate alla vittoria della Conference, tanto da aver fatto due finali e una semifinale, pur dovendosi confrontare con West Ham prima, Aston Villa poi, fino all’inarrivabile Chelsea. I primi due club normali, del livello della Fiorentina, ma con valori delle rose sempre almeno doppi se non tripli di quello della Fiorentina, col Chelsea che arrivava anche ad un valore triplo. Adesso ecco il Palace, che vale più del doppio del parco giocatori che ha a disposizione Vanoli. Sulla carta eh, sia chiaro. Perché poi in campo non vanno i soldi, gli ingaggi o i valori economici dei cartellini. Ed ecco che si arriva all’oggi. La Premier, un mondo che vent’anni fa prendevamo in giro con la ‘Gialappa’s band’, oggi ci mangia la pappa in testa, argomento lungo e ormai noto. La Fiorentina potrà contare anche su alcuni ex Premier per provare ad avere la meglio del Crystal Palace. Su tutti c’è chi ha scritto pagine leggendarie del calcio inglese, David De Gea. Il portiere spagnolo ha vinto con la maglia dello United: 1 campionato, 1 coppa d’Inghilterra, 2 coppe di lega, 1 Europa League e 3 supercoppe inglesi. Per dare dei riferimenti, De Gea ha giocato 19 volte in carriera contro il Crystal Palace, 9 volte nello stadio dove la Fiorentina giocherà oggi. Poi c’è Jack Harrison, uno che ci ha giocato e vinto poco prima di arrivare a Firenze con la maglia del Leeds. Quello è stato l’undicesimo incrocio col Palace per lui. Senza dimenticare Paolo Vanoli, che in Inghilterra è stato un prezioso collaboratore di Antonio Conte nel periodo al Chelsea. Avrebbe fatto tanto comodo Solomon, uno di quelli che in Inghilterra aveva fatto vedere buone cose al Tottenham, ma l’israeliano è ai box. Poi c’è Paratici, ovviamente. Il dirigente della Fiorentina è stato a lungo agli Spurs, prima di approdare in viola. Chissà che qualche consiglio non sia stato chiesto anche a quel Tariq Lamptey che proprio dall’Inghilterra era arrivato in estate, che però si è rotto sostanzialmente tutto dopo una manciata di minuti dall’esordio ormai a inizio stagione. Quelli che la Premier, insomma. Che oggi troveranno da avversari, con la maglia della Fiorentina, sperando di non vedere tutto quel gap che già c’era sulla carta, che è cresciuto ancora in virtù delle pesanti assenze in casa viola.

Aggrappati a Roberto (sperando, comunque, giochi Kean)

Con l’Hellas potrebbe toccare ancora a Piccoli davanti

Non è Benigni, né il ‘baffo’, né De Zerbi che è andato al Tottenham, neppure un amatore di Lady Gaga o Baggio. Il Roberto a cui si aggrappano Vanoli e la Fiorentina è Piccoli, come fatto negli scorsi mesi quando Kean ha dovuto gestire il problema alla tibia, fino al doppio impegno con l’Italia che lo ha visto tra i pochi protagonisti in positivo di un altro flop azzurro. Anche in occasione del raddoppio sbagliato, infatti, resta l’errore sotto porta, ma anche l’esplosività con cui Moise si è costruito l’azione da solo. Ma, giusto il tempo di dire ‘ooh, guarda che Kean…’, che in vista di Verona torna la solita questione del problema alla tibia, da gestire, oltre al morale a terra di chi voleva andare al Mondiale per consacrarsi a livello internazionale e mondiale. E dunque, come da premessa, con grande probabilità ritoccherà a Roberto. La speranza di tutti, ovviamente, è che alle 17 di domani, quando usciranno le formazioni ufficiali, Kean sia al centro dell’attacco contro il Verona. Lì, dove dovrebbe stare, col Verona e col Palace giovedì. Ma…la possibilità che ritocchi a Piccoli c’è. Ed è anche abbastanza alta. Sia chiaro, Piccoli non è Kouame, l’ultimo Piccoli non è quello che si era visto a inizio stagione, ma non è Kean. Alla sosta l’ex Cagliari ci era arrivato dando grandi segnali di crescita, dal bel gol di Cremona al palo preso appena entrato col Rakow, passando per l’essersi trovato al posto giusto al momento giusto nel deviare il tiro di Ndour in Polonia. Ecco, Piccoli ora c’è. Non è Kean, lo ribadiamo, magari sarà meno egoista e più umile di Moise, ma se la Fiorentina vuole salvarsi e provare a vincere la Conference non c’è altra via se non aggrapparsi a Kean. Se ne ha, a livello fisico e mentale. Certamente, già a Verona se fosse necessario, la staffetta tra i due si ripeterà, soprattutto se il percorso in Conference dovesse proseguire. Magari, consiglio non richiesto, nessuno mandi a ca**re Vanoli e/o sfasci la panchina in caso di sostituzione, poi fate pure come vi pare. Intanto Roberto c’è, sperando che sia l’ultima versione. La Fiorentina ha bisogno di gol, anche dei suoi gol, per tagliare il prima possibile il traguardo della salvezza. Non solo per l’oggi, ma anche per farsi un’idea sul domani. L’estate di Kean sarà calda, probabilmente. Sapere di poter ripartire contando su un Piccoli che è cresciuto e migliorato è un conto, pensare di farlo col Piccoli di inizio stagione sarebbe tutt’altra cosa. Ma, a questo, ci penseremo più avanti. Oggi serve il miglior Roberto. Se poi Moise avesse voglia di stringere un po’ i denti, magari…Sennò sarà per giovedì.

Altro flop azzurro. Si avvicina l’Hellas per la Fiorentina

Per i viola gara chiave a Verona sabato pomeriggio

Ancora una volta l’Italia resta fuori dai Mondiali. Terza volta di fila che accade, nonostante un altro gran gol di Moise Kean, con anche altra clamorosa occasione avuta, ma sprecata. L’attaccante della Fiorentina ha messo dentro due reti in altrettante gare con la maglia della Nazionale, allungando la striscia personale di 7 partite di fila in cui è riuscito a mettere la propria firma in azzurro. Diverse le botte rimediate in Bosnia ma, per fortuna, non sembra esserci nessun allarme sulle condizioni fisiche. Almeno questo è ciò che filtra da casa Fiorentina. Il tema, semmai, è lo stato d’animo con cui Moise tornerà domani al Viola Park, dovendo tornare a caricarsi sulle spalle la causa viola in un finale di stagione che ripartirà dal Bentegodi già sabato. Sfida chiave, quella, per il cammino salvezza dei viola. Vanoli dovrà indossare i panni dello psicologo, ricaricare le batterie fisiche e mentali di un attaccante che tra Irlanda del Nord e Bosnia ha ricordato il Kean dello scorso anno, ma che ha fallito assieme a tutta la delegazione azzurra un obiettivo che non si poteva sbagliare. Buone indicazioni da Ndour e Comuzzo, col centrocampista viola ancora in gol con l’Under21 del poker rifilato alla Svezia. Se l’Italia del calcio piange, la Fiorentina non può certo ridere. Sabato e giovedì prossimo, l’occasione per provare almeno a sorridere. Molto, infatti, passa da qui.

Con la testa giusta. Col Verona vietato sbagliare

Impegno coi gialloblu da non sottovalutare

‘Non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco’, diceva sempre il saggio Trap. Sì, perché si fa presto a dire ‘col Verona la Fiorentina deve vincere’. Cioè, lo ribadiamo, ma guai a pensare che sia una semplice formalità. Loro sono messi male, anzi malissimo. Quasi spacciati. Ma, proprio perché in questa condizione di non aver nulla da perdere, potrebbero giocare belli leggeri e tranquilli. La Fiorentina non ha, anzi non deve avere, lo stesso stato d’animo. La mentalità che aveva contraddistinto i viola di Vanoli nelle ultime settimane lascia ben sperare. O meglio, lasciava. Perché quando si rientra dalle soste, si sa, a volte la testa va per cavoli suoi. Un aspetto da evitare a tutti i costi. Altre volte, contro squadre ormai già morte e sepolte, la Fiorentina è scivolata perdendo punti rivelatisi poi decisivi a fine stagione. Con Montella, ad esempio, quella squadra che si vide scippare la terza posizione dal Milan che, all’epoca, valeva l’ultimo pass per la Champions, perse in casa con un Pescara che era già spacciato, tanto che non ne vinse più una da lì a fine stagione. Poi ci sono i tonfi interni con Verona e Cagliari, sempre nel ciclo Montella, quelli celebri con Italiano come a Marassi con la Samp, un 4-0 incassato da una formazione che sapeva già di essere salva dai risultati del weekend. E come dimenticare il tonfo dello scorso anno a Venezia nel finale di stagione, o ancora, tra l’altro, proprio a Verona, un 1-0 disastroso che arrivava dopo il ko col Monza. Appunto. Anche due anni fa, con Italiano, al Bentegodi fu ko, per quanto quella Fiorentina fosse concentrata sul doppio confronto di Conference col Bruges. All’andata altro harakiri, nel punto forse più basso di questa stagione. Rispetto a quel ko arrivato nel recupero, un girone dopo, le cose in classifica si sono messe decisamente meglio. Anche perché, peggio di come si erano messe dopo la sconfitta con l’Hellas della quindicesima giornata era impossibile. La fatal Verona, sponda rossonera, se la ricordano ancora, coi ko nel 73 e nel 90 che costarono al Milan due scudetti. Guai a sottovalutare l’Hellas, che nel 2026 ha perso 10 gare su 14, in casa nel nuovo anno ha perso con tutti tranne che col Pisa, con cui ha pareggiato, che però nelle ultime settimane, pur essendo ormai con un piede e trequarti in B, ha reso difficilissima la vita al Napoli e pure all’Atalanta. Lo ribadiamo: ‘non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco’. Ci vorrà la Fiorentina di Cremona, o quella vista con l’Inter. Fare tre punti sabato, col Cagliari che andrà a giocare col Sassuolo, il Lecce che riceverà l’Atalanta e la Cremonese che affronterà il Bologna, potrebbe rivelarsi un passo in avanti cruciale per la salvezza.

Dodo, probabile forfait a Verona. Chi gioca al suo posto?

Le ipotesi per sostituire il brasiliano contro i gialloblu

Per Dodo nulla di serio, ma…il brasiliano sarà da valutare in vista della gara di sabato pomeriggio a Verona contro i gialloblu. Vanoli e lo staff viola lo monitoreranno giorno dopo giorno, con la speranza che l’esterno gigliato possa fare quello che già varie volte in passato ha fatto, ovvero recuperare in fretta e bruciando i tempi. Accadde lo stesso quando a Udine si ruppe il legamento crociato del ginocchio, recuperando molto prima rispetto alla tabella di marcia prevista. Problematiche non comparabili, ovviamente, ma che Dodo sia uno che vuole esserci a tutti i costi questo è ormai cosa nota. Senza voler maledire chissà cosa per questo stop, che proprio non ci voleva visto il momento di forma dell’esterno che aveva iniziato a fare una differenza come raramente era riuscito a fare in passato. Detto ciò, si apre il toto sostituto per la sfida del Bentegodi, sempre che Dodo non riesca a farcela. Le opzioni sono diverse, coi loro rischi, pericoli, pro e contro. Un ritorno alla difesa a tre com’era accaduto a Udine poche settimane fa, quando il brasiliano era squalificato e assente, sarebbe per Vanoli una mossa alla Tafazzi, visto il disastro che si vide in Friuli e quel dato che vede la Fiorentina mai vincente in stagione con tale assetto. Quindi, scartando questa opzione, restano valide le candidature di Fortini e Comuzzo. Quella che porta all’esterno ex Juve Stabia sarebbe la più naturale, sulla carta. Peccato che quando Fortini ha giocato lì negli ultimi mesi, e lo ha fatto pochissimo, ha sempre fatto malissimo. Il suo calo è stato evidente, tanto che Vanoli nelle ultime settimane lo ha praticamente accantonato. L’altra opzione è lo spostamento di Comuzzo a destra. Il difensore friulano, infatti, era stato schierato più volte lì anche da Palladino. Ma, va da sé, i piedi e la tecnica di Comuzzo non sono certo paragonabili a quella di Dodo, per cui verrebbe meno tanta spinta su quella fascia. Poi c’è un’altra ipotesi, che nelle ultime ore sta prendendo quota sorpassando tutte le altre: il dirottamento di Parisi nella casella di terzino di destra, con Gosens a sinistra e uno tra Gudmundsson o Solomon esterno alto a destra, opzioni favorite sulla candidatura dal 1’ di Harrison. L’ex esterno dell’Empoli, infatti, negli ultimi mesi ha cambiato decisamente passo, a destra, ma più alto. Da terzino a destra, invece, quando è stato schierato lì ha fatto spesso delle partite difficilissime con errori decisivi come con Juve o Milan. Insomma, un bel grattacapo per Vanoli. Nel dubbio Dodo proverà a recuperare per Verona, anche se l’ipotesi più probabile è che vada in panchina al Bentegodi, tornando dal 1’ a Londra col Crystal Palace. La priorità, come ormai noto, è la salvezza. Prima testa al Verona, senza fare troppi calcoli in vista della gara di Conference. Vincere in Veneto sabato darebbe una spinta importantissima al raggiungimento della tranquillità per la classifica viola. E poi, e poi si vedrà.

I have a dream! Salvezza e vittoria della Conference

Dalla prossima settimana un finale di stagione in apnea

La Fiorentina vista nelle ultime gare e il Kean visto con l’Italia hanno riacceso non solo la speranza, ma anche il sogno. Nel primo caso, va da sé, parliamo del raggiungimento della salvezza, nel secondo della vittoria della Conference.Piano coi voli pindarici, meglio tenere i piedi per terra. Sì, tutto vero, giusto e sacrosanto. Ma la prestazione fornita con l’Inter certifica che questa Fiorentina non parte già battuta col Crystal Palace, anzi. Gli inglesi hanno eliminato a fatica i bosniaci dello Zrijnski e i ciprioti dell’AEK Larnaka. Può succedere, insomma. Lipsia è ancora lontana, l’ostacolo britannico c’è ed è arduo, così come non sarebbero delle passeggiate di salute gli incroci con Az o Shakthar in semifinale e poi con chi che sia in Finale, Strasburgo e/o Rayo Vallecano su tutti. Ma la speranza c’è. Meno illusione, più fiducia.Sì, la priorità è e deve essere per forza di cose la salvezza, per cui il focus deve essere sul match col Verona al Bentegodi di sabato prossimo. Lì, contro un avversario che è sostanzialmente già retrocesso, che nel nuovo anno ha perso 10 partite su 14 e che in casa è riuscito a non perdere solamente contro il Pisa, con cui ha pareggiato, non è ammesso passo falso. Devono arrivare tre punti, sperando che Bologna e Atalanta facciano altrettanto con Cremonese e Lecce. Ecco, se questo tris di risultati dovesse verificarsi, la Fiorentina potrebbe andare al primo atto dell’incrocio con gli inglesi con un animo decisamente più leggero. Sì, perché verrebbero recuperati minimo altri 2 punti su lombardi e salentini, se non 3 ad entrambi gli avversari, con a quel punto un gap di 4 o 5 punti su entrambe. Senza dimenticare il Cagliari, che di punti ne ha ad oggi uno in più della Fiorentina ma che è in caduta libera, che sfiderà il Sassuolo. Ecco, dicevamo piano coi voli pindarici, sì. Perché se dovesse verificarsi una serie di risultati opposta, cioè con la non vittoria della Fiorentina a Verona, le vittorie di Lecce e Cremonese o di una delle due, la lotta salvezza tornerebbe a fare un po’ di paura. A quel punto potrebbe cambiare anche la valutazione dell’importanza del match di Londra.Comunque, tra una settimana ne sapremo di più. Il punto, semmai, è un altro: adesso, coi segnali mandati dalla Fiorentina nelle ultime partite, con la crescita di alcuni singoli che erano stati sotto rendimento per mesi e mesi come Gosens, Dodo e Ndour, con le conferme di Parisi e Fagioli, col prossimo rientro di Solomon e il ritorno al meglio di Kean, c’è di che sperare. Ripetiamo, sperare, non di illudersi. Qualche mese fa era impossibile anche solo avere un minimo di fiducia. 

Italia al Mondiale? La Fiorentina vota sì

Cercasi pass Mondiale. Fiorentina interessata

Signori è quel giorno. Non quello di Crystal Palace-Fiorentina o quello in cui la redazione del Pentasport si metterà in marcia alle 7 di mattina in pellegrinaggio verso Monte Senario per ‘festeggiare’ la salvezza. Bensì è il giorno in cui l’Italia di Gennaro Gattuso dovrà battere l’Irlanda Del Nord e fare lo stesso con Bosnia o Galles. Di seguito un piccolo memorandum di quanto potrebbe essere vantaggioso anche per la Fiorentina che l’Italia andasse ai Mondiali. Su tutti c’è Moise Kean. L’attaccante violazzurro, che quest’anno non sta riuscendo a ripetere la straordinaria stagione vissuta a Firenze l’anno scorso, con l’Italia ha fatto sempre ottime prestazioni. Giocherà titolare anche stasera, come probabilmente farà con Bosnia o Galles. L’auspicio principale, ovviamente, è che Kean torni integro. L’altro è che faccia gol, trascini la Nazionale e torni al Viola Park con il morale in ‘hype’, perché positività porta altra positività, da ripetere anche in maglia viola. C’è poi l’aspetto economico da non sottovalutare. La Fiorentina potrebbe concludere la propria annata strappando un pass per l’Europa League. Sì, ok, la priorità è la salvezza, ma c’è anche la possibilità di riuscire a fare la storia andando a vincere la Conference. Questi scenari che c’azzeccano col Mondiale e con l’Italia? Tutto e niente. Perché in caso di salvezza, come noto, la Fiorentina dovrà sborsare una trentina di milioni per riscattare Fabbian e Brescianini, gli unici arrivati con l’obbligo di riscatto in caso di permanenza in A. iN caso di permanenza in Serie A senza vittoria della Conference, si profila all’orizzonte una rivoluzione sul mercato. Kean percepisce oltre 5 milioni di euro netti d’ingaggio, ha una clausola da 62 milioni di euro e, disputando il Mondiale, potrebbe accrescere il proprio valore e i suoi estimatori. Non stiamo vendendo Kean, sia chiaro. Ma, con un buon Mondiale, chissà che non possano arrivare offerte irrinunciabili per dare vita alla rivoluzione estiva. Molto sposterà il finale di stagione, ovviamente. Senza Europa l’anno prossimo, infatti, andrebbe fatta una campagna trasferimenti oculata. Riassumendo, se l’Italia va al Mondiale e Kean lo gioca da titolare, tutto di guadagnato. Poi ci sono anche altri aspetti da non sottovalutare. La Fiorentina ha deciso di puntare molto su calciatori italiani. Su tutti c’è quel Fagioli che, a suon di prestazioni, già adesso aveva delle concrete possibilità di sperare in una convocazione last minute di Gattuso. Se dovesse fare un gran finale di stagione, a quel punto diventerebbe difficile per il Ct lasciarlo a casa. Non dimentichiamo Parisi, uno che in pochi mesi ha fatto un salto di qualità esponenziale, riaccendendo su di sé molti riflettori. Nei loro casi, se l’Italia dovesse andare al Mondiale, potrebbero scattare ulteriori motivazioni per fare un finale di stagione in maglia viola da ‘all in’. Quasi impossibile immaginarsi colpi di coda di Ranieri, Comuzzo e Piccoli, con gli ultimi due che erano stati chiamati da Gattuso nei mesi scorsi ma che non stanno vivendo dei momenti di forma sufficienti, mentre l’ex capitano sembra fuori dai giochi. Anche Brescianini ha fatto due comparsate in azzurro, ma con Spalletti, mentre Mandragora non vede Coverciano dal 2021. Detto ciò, bhè, se l’Italia dovesse andare al Mondiale, oltre alla questione in sé, potrebbe portare grandi benefici anche alla Fiorentina.

La Fiorentina ha riacceso la speranza. E pure il ‘sogno’

Buone indicazioni arrivate dai viola anche contro l'Inter

Abbiamo tutti avuto paura, anche i più ottimisti. Dopo Udinese e Parma, 180’ in cui la Fiorentina non aveva tirato in porta, due gare che arrivavano dopo i tre gol presi in casa dal Jagiellonia, c’era di che avere veramente il terrore di finire di sotto.   Sì, ok, i valori tecnici, il blasone e alcuni singoli che con quelle zone di classifica non c’entrano nulla. Ma il campo non diceva nulla di troppo diverso rispetto all’affannosa terz’ultima posizione che i viola occupavano. Poi, nella sfida in cui poteva concretizzarsi il quasi definitivo patatrac, ecco la reazione che non ti aspetti. O meglio, che speri possa esserci, ma che era tutt’altro che scontata. Tre vittorie di fila tra Rakow, Cremona, Rakow e pareggio con la capolista Inter. Filotto, tra l’altro, ottenuto con pieno merito.   Dal senso di sbandamento e dal terrore di avere il destino segnato, invece, la Fiorentina ha riacceso la speranza. La salvezza è adesso decisamente più raggiungibile. E non soltanto per i risultati che parlano in favore di Vanoli, ma soprattutto perché in campo si vede un’altra Fiorentina. Una squadra che lotta sino in fondo, che resta dentro le partite anche quando va sotto, che reagisce anziché sciogliersi e che è entrata nel carrarmato, come diceva Paratici. La classifica è ancora orribile, sì. La retrocessione dista ancora solamente due punti, sì. Ma la Fiorentina vista con l’Inter e a Cremona può fare punti e risultati con tutti. Quella di qualche mese fa, invece, poteva perdere con tutti, anche con formazioni di un livello infimo come Losanna, Verona in casa e altre squadre che, appunto, erano squadre, mentre la Fiorentina non riusciva ad esserlo.   Speranza e sogno. Paroloni? Già diverse, però, dalle illusioni. Uno step non solo semantico, ma anche di vibes (*Vibes, abbreviazione di  vibrations, significa atmosfera, sensazione o energia percepita in un luogo, evento, persona o situazione. Indica l'impressione generale che si riceve, spesso descritta come positiva ("good vibes") o negativa ("bad vibes"). È un termine informale molto usato nei social e nel quotidiano n.d.r.). E il sogno, sia chiaro, non è legato al ‘solo’ raggiungimento della salvezza, ma riguarda il raggiungimento di un posto in Germania, Lipsia, dove si può arrivare dovendo prima passare da Londra e poi da una meta tra Alkmaar o dove gioca lo Shakthar. Sarebbe incredibile. Pochi mesi fa era inconcepibile. Ora si è riaccesa la fiammella, sì. E andrà tenuta viva.

Non c’è due senza tre. E se il quattro venisse da sé?

Fiorentina reduce da tre vittorie. Domenica c’è l’Inter

Non c’è due senza tre. Dopo le vittorie sul Rakow all’andata e con la Cremonese lunedì, la Fiorentina si prende la qualificazione ai quarti di finale di Conference League andando a vincere anche la gara di ritorno in Polonia. Non proprio un successo agevole, maturato allo scadere con un gol da metà campo e dopo aver sofferto (un po’, neanche poi così tanto), ok. Ma la missione è stata raggiunta. Ora ci sarà il Crystal Palace sulla strada dei viola di Vanoli. Lipsia è ancora lontana, con ostacoli ardui da superare come gli inglesi, eventualmente una tra Az e Lech Poznan e poi…Presto per fare questo tipo di discorsi. Anche perché, nel frattempo, c’è da continuare a mettere in sicurezza la permanenza in Serie A. Il vantaggio sulla Cremonese è importante, sì, quattro lunghezze che, al netto del calendario più agevole per loro e più complesso per i viola, non pienamente rassicurante ma…Già questo weekend ogni discorso potrebbe ribaltarsi, con la Cremonese che sfiderà un Parma già salvo dopo aver cambiato allenatore, mentre per la Fiorentina ci sarà la montagna Inter. Ed è qui che entra in gioco il detto: ‘non c’è due senza tre, il quattro vien da sé’. Difficile? Molto. Impossibile? No. La Fiorentina vista a Cremona è sembrata più matura, solida, dinamica e incisiva. Quella che ha eliminato il Rakow fa testo fino ad un certo punto, viste le rotazioni effettuate. Restano buoni segnali collettivi e qualche singolo che sta crescendo, come Gosens, Piccoli e Ranieri, altri che si stanno confermando come Parisi e Dodo. La corsa salvezza dei viola, inoltre, è spesso passata da imprese inattese. Dal successo rimediato a Como a quello di Bologna, dal pareggio all’Olimpico con Lazio a quello col Milan, due pari che potevano essere vittorie. Tornerà il tempo di pensare ai sogni di gloria, a questo agognato trofeo e a ciò che comporterebbe una vittoria a Lipsia, per l’oggi ma soprattutto per il domani. Nel frattempo c’è da continuare a blindare la salvezza. La priorità resta questa.

Quelli che…’oooh, era l’ora’

Dodo, Piccoli e gli altri. Ora sì, che prima no

Nel momento cruciale, quando ce n’era un bisogno vitale, eccoli lì. Dodo, Piccoli, il primo gol stagionale di Parisi, la solidità di Ranieri e Pongracic, un ritrovato Gosens con tanto di assist al bacio per il gol del centravanti viola. Quelli che…’oooh, era l’ora’. La Fiorentina esce dallo Zini di Cremona con tre punti che hanno il sapore dell’aria di montagna per chi vive nello smog della città, che permettono di affondare le ambizioni della Cremonese, di mettersi dietro il Lecce, di andare in Polonia a cuor più leggero e di dare un calcione alle paure. Inutile girarci troppo attorno. L’ansia c’era prima della gara con la Cremonese. Chi ne aveva più, chi meno. In caso di flop allo Zini sarebbero crollate anche le maschere dei più ottimisti. Ma così non è stato, ‘chi vince gode, chi perde spiega’. E quindi sospirone di sollievo, pagina girata, testa adesso al Rakow e all’Inter domenica. Volendo mettere in secondo piano i primi 10-15 minuti di partita, con annessa parata provvidenziale di De Gea su Bonazzoli, lo sbandamento d’inizio ripresa dopo il gol di Dodo e il gol subito da Okereke, dalla gara con la Cremonese sono arrivate risposte importanti anche da alcuni singoli. Su tutti la reazione di Piccoli, finalmente convincente sia sotto porta che nell’azione del gol di Gudmundsson, continuando con una prova super di Dodo, che già era stato decisivo nel finale di gara col Rakow giovedì, ma che mai era riuscito a metter dentro un gol di pregevole fattura come fatto allo Zini. Il brasiliano da una parte e Gosens dall’altra hanno fatto un partitone in Lombardia. Guarda caso, girano loro, torna a girare la Fiorentina. Bene, bravi, bis. Come Parisi, ormai sempre più incisivo e decisivo con una costanza che mai aveva avuto prima. Chissà che giovedì non possano trovare la retta via anche i tanti che fin qui hanno deluso, da Comuzzo a Harrison passando per Fabbian, Ndour, Fortini e Fazzini. Nel loro caso sarebbe un ‘quelli che ooh, meglio tardi che mai’.

Ieri, oggi e domani

Passa tutto (o quasi) da Cremona per la Fiorentina

Signori è il momento. Stasera sapremo se la possiamo fidarci di questa Fiorentina, se i concetti di finali, di destino nelle proprie mani, di consapevolezza dell’importanza del match di Cremona e altri bla bla bla sono stati recepiti davvero o se, ancora una volta, ci sarà da appellarsi a qualche miracolo per mantenere la Serie A. Il campionato non termina oggi allo Zini, sia chiaro, ma buona parte del cammino salvezza passa da lì. Per l’oggi e per il domani. La permanenza della categoria è di vitale importanza per la Fiorentina. Andare di sotto porterebbe ad un clamoroso disastro. Tra l’altro, occhio a pensare che sia una passeggiata la risalita. Lo sanno bene club come Sampdoria, Empoli, Palermo, Bari o altre piazze nobili che dalla cadetteria non riescono a risalire, anzi, qualcuno rischia pure la C. Ma non pensiamoci. Almeno per adesso. La permanenza in Serie A è ancora alla portata. Per farlo sarebbe il caso di vincere a Cremona. L’importanza dell’oggi si lega al domani. Fare tre punti allo Zini e relegare i lombardi a meno 4, tirando dentro alla lotta anche il Lecce, avvicinandosi pure al Cagliari, potrebbe permettere alla Fiorentina e a Vanoli di andare giovedì in Polonia col cuor leggero, potendosi concedere anche il lusso di rischiare qualche titolare. In caso di risultato negativo oggi, invece, la sfida col Rakow scivolerebbe in fondo nelle priorità. Ecco, l’oggi e il domani. Lo scenario migliore è abbastanza intuitivo. Vincere a Cremona, andare avanti in Conference, salvarsi e provare a vincere questa dannata coppa europea. Ok, illusione? Sì e no. Il domani della Fiorentina potrebbe in questo caso prendere una piega decisamente interessante, tra Paratici, un nuovo allenatore, l’Europa League etc etc. Il domani...L’oggi è a Cremona, dove lo ieri è dato da uno storico che parla chiaro: 19 i precedenti assoluti tra Cremonese e Fiorentina. In totale il bilancio parla di 10 vittorie viola, 8 pareggi e solo 1 vittoria dei grigiorossi, che risale al campionato di Divisione Nazionale del 1928-29. Ma, lo ieri non conta. C’è solo l’oggi. E non si può sbagliare. Per nessun motivo.

Dalla Cremo alla Cremo. 71 giorni dopo, cercasi svolta

Fiorentina a caccia di punti pesanti per la salvezza

Quel gol di Kean allo scadere, in pieno recupero, quando il baratro sembrava ad un passo, segnò un piccolo passo in avanti per la Fiorentina di Vanoli. La prima del 2026, con la Cremonese, coincise non soltanto con una vittoria, ma dette anche la certezza che la nuova linea tecnico/tattica stava pagando. Il cambio modulo, infatti, era arrivato giusto poche partite prima, con l’Udinese, e contro i grigiorossi arrivò il secondo successo di fila in casa, il secondo in tre gare, con nel mezzo il ko col Parma che maturò al termine di una prestazione tutto sommato positiva per la formazione di Vanoli. Dalla Cremonese alla Cremonese, un girone fa, 71 giorni dopo, la Fiorentina ritrova la squadra di Nicola dopo avergli recuperato 13 punti. Nel nuovo anno la truppa gigliata ha totalizzato 16 punti, i grigiorossi soltanto tre. Dall’arrivo di Vanoli, quando la Cremonese sembrava sostanzialmente già tranquilla e salva, la classifica è cambiata diametralmente, con la Fiorentina che da essere dietro di 10 punti è oggi avanti di 1. Non che la Fiorentina abbia messo a referto vittorie su vittorie, tanto che è ancora in piena lotta per non retrocedere, ma l’andamento dei lombardi è di quelli da record, negativo s’intende. La Cremonese è la squadra che ha fatto meno punti di tutti in Serie A se si considerano le ultime 5 giornate, le ultime 10 ed è penultima nel computo delle ultime 15. Un disastro, insomma. Ma…occhio a dire gatto, se non ce l’hai nel sacco. Sì perché loro non sono ancora morti, sportivamente parlando. Anzi. Lo si è visto anche nel ko dell’ultimo turno a Lecce, con un secondo tempo pimpante, diverse occasioni da gol e un rigore clamorosamente non concesso nel recupero che poteva dare alla Cremonese il pari. Nulla di trascendentale eh, lo ripetiamo. Che poi vale lo stesso per quanto ha fatto la Fiorentina giovedì col Rakow, gara che arrivava dopo il nulla assoluto visto col Parma, l’orrenda prestazione di Udine e quella tremenda col Jagiellonia. Se là non ridono, anche qui c’è ben poco di che star tranquilli. Il destino è nelle mani della squadra di Vanoli. Lo ha detto il tecnico, lo hanno detto Parisi e gli altri che hanno preso la parola nei giorni scorsi. La gara di lunedì può essere quella della svolta per la stagione dei viola, ma anche quella del tracollo. In caso di vittoria allo Zini, infatti, la Fiorentina salirebbe a +4 sui grigiorossi e, col Lecce che giocherà a Napoli, potrebbe mettersi dietro anche i salentini. La squadra di Di Francesco, inoltre, dopo la sfida del Maradona avrà Roma fuori e Atalanta in casa. Ecco perché fare tre punti lunedì sarebbe vitale per la corsa salvezza dei viola. In caso di pareggio cambierebbe poco, mentre in caso di ko si rischierebbe un vero e proprio psicodramma in casa Fiorentina. La Cremonese tornerebbe avanti di due lunghezze, si rianimerebbe dopo mesi di sconfitte e condannerebbe la formazione di Vanoli a tornare di nuovo nelle ultime tre posizioni.  Dalla Cremonese alla Cremonese. La Fiorentina adesso è almeno tornata a lottare per la permanenza in Serie A. E lunedì sarà una di quelle serate in cui, o bene bene, o male male. Sperando vada per la prima, ovviamente.

Fazzini: ora, o forse mai più

Per l’ex Empoli una delle ultime chance

E vada per il turnover, dunque. La Fiorentina sfiderà il Rakow con tante alternative e con qualche alternativa dell’alternativa. La sfida di lunedì con la Cremonese, d’altronde, è di vitale importanza per anche solamente pensare di mettere a rischio l’incolumità di qualcuno che, sulla carta, dovrebbe fare la differenza. L’ultimo esempio è ancora un tasto dolente, con quel ko di Solomon che, a ripensarci, fa ancora imbestialire. Non tanto per l’infortunio in sé, che nel calcio ci può anche stare, quanto per essersi trovati costretti a dover buttare dentro l’israeliano nonostante la Fiorentina fosse partita da un vantaggio di tre gol maturato all’andata. Esattamente ciò che Vanoli aveva chiesto ai suoi di non fare.   E allora ecco che torna in auge il vecchio detto ‘quelli che l’occasione’, da sfruttare. Per qualcuno il treno che passerà stasera coi polacchi potrebbe essere uno degli ultimi. Su tutti c’è quello Jacopo Fazzini che, visto l’infortunio di Solomon e le difficoltà di Gudmundsson, potrebbe ambire ad avere anche altre occasioni. Il problema, tuttavia, è che ogni volta che l’ex Empoli è stato chiamato in causa ha fatto vedere poco o niente. Chissà che quelle parole di ieri di Vanoli non fossero indirizzate proprio a lui, o a Fortini, un altro giovane che quando ha giocato, ultimamente, ha fatto male se non a tratti malissimo.   Fazzini dicevamo, pagato 10 milioni la scorsa estate, inizialmente spesso schierato da Pioli, poi finito ai box per un problema alla caviglia, quindi rientrato e spesso impalpabile. 0 gol e 1 assist il suo triste score, quello per il gol di testa di Ranieri a Byalistok, che abbia giocato da trequartista, da mezz’ala, da esterno d’attacco a sinistra. Decisamente troppo poco.   Al netto dell’ampio turnover, del contesto con cui si giocherà la sfida di oggi e dell’ovvia difficoltà nel ritrovare brillantezza senza avere continuità, il classe 2003 toscano dovrà sfruttare al meglio l’opportunità che avrà col Rakow. Pochi gli spunti degni di nota sin qui, dal palo col Polissya ad agosto fino al clamoroso errore col Pisa di qualche giorno fa, nel mezzo lo sbiadito ricordo di quello che faceva a Empoli. Cose che, con la maglia viola, non è mai riuscito a ripetere. Coi polacchi altra occasione, dopo aver fatto altre partite trasparenti fatte di tanti errori e pochi spunti. Una delle ultime chance per dimostrare qualcosa, sia per l’oggi che per il domani. Occasioni per Fazzini, visti i problemi di Solomon e Gud, ce ne potrebbero essere ancora. Ma prima serve un segnale. Oggi e giovedì prossimo nuovi esami, stavolta da non fallire

Chance Christensen. Col Como (e non solo) fu flop

Sarà la dodicesima in viola per il danese. Poche quelle da ricordare

La figuraccia col Jagiellonia, con annesso problema fisico rimediato da Solomon, dovrebbe portare la Fiorentina e Vanoli a fare scelte ancor più conservative del solito col Rakow. Tradotto: l’obiettivo è quello di provare a battere i polacchi, sì, ma senza perdere altri giocatori titolari. Col Jagiellonia, ad esempio, giocò Lezzerini tra i pali, salvo poi venire sostituito all’intervallo da De Gea. A questo giro dovrebbe toccare a Christensen, col danese che toccherà quota 12 presenze da quando è arrivato in viola. L’ultima fu col Como, non proprio da ricordare. L’errore sul gol dell’1-2 di Nico Paz gli costò una scarica di 4,5 e 5 in pagella. La volta ancora prima fu nel maggio 2024, a Verona, e anche lì, altra serie di errori da 4 e 4,5 in pagella visto l’errore da mai dire gol sulla prima segnatura dei gialloblu e qualche responsabilità anche sul secondo. La volta prima non dovette fare granché nel 5-1 al Sassuolo. Le altre due presenze collezionate dal danese in Serie A sono state nel 4-0 di San Siro contro l’Inter nel 2023/24 e nel 2-2 col Lecce.  Nel primo caso non fu perfetto sul rigore concesso ai nerazzurri in collaborazione con Ranieri, nel secondo poco da rilevare. Le altre 7 gare giocate in maglia viola sono tutte nelle coppe. Nel 2-2 col Genk in Belgio apparve subito poco sicuro sulle uscite e distratto, prendendosi 5 e 5,5 da tutti, con anche l’assistenza dei legni che lo salvarono. Meglio nella sfida con la squadra belga a Firenze, col Cukaricki in trasferta uhm, diciamo ok, mentre andò bene nella sfida in Ungheria col Ferencvaros. Col Parma in Coppa Italia fece benissimo, salvando almeno un paio di occasioni, quindi col Bologna dove salvò almeno un paio di reti già fatte. Questo il riassunto delle 11 apparizioni di Oliver Christensen in maglia viola. Due-tre da ricordare, qualcuna da SV, diverse da dimenticare. In bocca al lupo ragazzone, pagato 5 milioni di euro per un’altra operazione di mercato che, col senno del poi, mah…

La paura fa 40, anzi 34-35

Fiorentina ancora in piena lotta per non retrocedere

La quota salvezza in Serie A si continua ad abbassare. Ad oggi, la Fiorentina sarebbe salva coi suoi 25 punti rimediati in 28 giornate, per una proiezione di 34 punti per strappare l’ultimo pass per restare in Serie A. Poi, però, c’è il calendario, gli scontri diretti e quei risultati che in altri momenti di stagione sarebbero stati impronosticabili, ma che nei finali di campionato a volte si verificano quando alcune squadre finiscono le loro motivazioni non avendo più obiettivi. In tal senso, la gara di lunedì prossimo sarà un’altra finale per la Fiorentina. Fin qui, a partire da dicembre, approcciarsi alle partite chiamandole così non ha portato granché bene. Anche domenica, col Parma, l’ennesimo esempio di questa disastrosa annata. La Fiorentina si appresta a sfidare la Cremonese sapendo di avere il proprio destino nelle proprie mani. Non che faccia stare granché più tranquilli, viste le ultime prestazioni. Va da sé che in Lombardia, tra una settimana, i viola non possano far altro che fare risultato. Può bastare un pareggio? Mah. Se finisse il campionato lunedì sì. C’è un problema, che dopo lunedì sera ci saranno altre 9 gare da giocare. La Cremonese ha in calendario Parma fuori, Bologna in casa, Cagliari fuori, Torino in casa, Napoli fuori, Lazio in casa, Pisa in casa, Udinese fuori e Como in casa. La Fiorentina, invece, avrà Inter in casa, Verona fuori, Lazio in casa, Lecce fuori, Sassuolo in casa, Roma fuori, Genoa in casa, Juve fuori e Atalanta in casa. Ok non fare tabelle, però c’è ben poco di che star tranquilli. Saremmo tutti un po’ più sereni se la Fiorentina vincesse a Cremona, andando a +4 sui grigiorossi. In caso di ko, invece, apriti cielo. Meglio non pensarci. Nel mezzo ci sarà anche il giovedì di Conference, gara in cui andranno risparmiate più energie possibili in vista del match di lunedì. C’è ancora di che sperare, sì, ma anche tanto da soffrire. Purtroppo questo passa in convento.

Da Parma al Parma. Tutto è cambiato, nulla è cambiato

Al Tardini l’ultima del 2025, tre mesi dopo la situazione è simile

C’è poco da fare. La Fiorentina dovrà lottarsi la permanenza in Serie A fino alla fine. Lo aveva detto già al suo arrivo Paolo Vanoli, purtroppo è ciò che si sta verificando. Domenica arriva il Parma, una gara che i viola non possono sbagliare. Si diceva lo stesso anche all’andata, nell’ultima del 2025, sfida che arrivava al termine di un dicembre orrendo, un periodo che doveva essere fatto di finali e che, invece, confermò che la situazione era grave, gravissima, quasi disperata. E anche la partita del Tardini lo confermò, andando a neutralizzare l’effetto del 5-1 rifilato all’Udinese nel match precedente. Coi friulani Vanoli passò dal 3-5-2 al 4-3-3, ma anche a Parma le cose non andarono granché. Da Parma al Parma, Vanoli dovrà ricambiare assetto tattico dopo il clamoroso autogol di Udine, riportando i suoi dalla difesa a tre a quella a quattro, sperando che i segnali di sbandamento evidenziati in Conference col Jagiellonia e a Udine siano stati due incidenti di percorso. Da Parma al Parma qualcosa è cambiato, sì. Ci sono Harrison, Brescianini, Rugani e Fabbian, peccato che l’unico che stava facendo la differenza era quel Solomon che non ci sarà domenica. Vabbè. Da Parma al Parma, molto è cambiato, poco è cambiato. Ingeneroso dire che non è cambiato niente, ma non corretto dire che è cambiato tutto. Domenica non si può sbagliare. Così come nella sfida successiva con la Cremonese. Il momento è cruciale, la salvezza passa dai prossimi 180’. Sperando che, ovviamente, vada in maniera decisamente diversa rispetto a come andò all’andata.

Noi, gente che spera

Obbligo di vittoria per la Fiorentina

Il tonfo di Udine ha fatto così tanto male a chi ha la Fiorentina nel cuore che più di qualcuno ha preso a sberle tv, pc, telefono, radio o qualsivoglia dispositivo che trasmetteva la partita. C'è anche chi ha spento tutto in anticipo, maledicendo santi, diavoli e/o entità varie. Sì perchè con l'Udinese, come col Jagiellonia, la squadra di Vanoli pareva allo sbando, mai in partita, già sconfitta al primo gol incassato e mai in grado di fornire una parvenza di reazione. E se, almeno coi polacchi, di riffa e/o di raffa, la Fiorentina era riuscita a passare il turno, a Udine si sono riaperte le porte del baratro. E' tornata la paura, tanta.  Non solo per il ko, per il risultato e per la classifica, quanto per la mentalità con cui la Fiorentina è scesa in campo. Le parole del post gara di De Gea parlano da sole. Spiegano l'arrendevolezza con cui è scesa in campo la squadra viola contro un avversario che sì, per carità, ha dei buoni valori, voleva vendicare la cinquina subita al Franchi all'andata etc etc, ma che veniva da 3 ko di fila, neanche 'avessi detto il Real Madrid'... E' tornata la paura, tanta. Per come la Fiorentina non ha reagito dopo i quattro gol subiti in casa da un Jagiellonia qualunque, 'altro che l'Udinese', per come la Fiorentina non ha risposto alle sollecitazioni del suo allenatore, per come Vanoli ha preparato il doppio impegno Jagiellonia-Udinese, per la scelta di tornare alla difesa a tre e di mettere in campo un Rugani palesemente non pronto, perchè a Udine c'era bisogno di spazzar via tutte queste paure, perchè il tonfo del giovedì di coppa no, non era stato un caso. Poi c'è ancora altrettanta paura, perchè quel Rugani, che a gennaio era stato preso per sistemare una difesa già in clamorosa difficoltà, non è ancora pronto, come se ci fosse tempo da perdere, perchè Harrison dalla partita in Polonia in poi ha messo a referto delle prestazioni orrende, perchè senza Fagioli la Fiorentina non può giocare, perchè Kean non tira in porta e perchè perchè perchè. Lo diciamo subito: se la Fiorentina è quella di Udine, non solo tecnicamente ma soprattutto mentalmente...'addio nini'. Ed è questo che spaventa di più. Per fortuna, si fa per dire, la Fiorentina era riuscita a fare qualche punto nelle settimane precedenti, vincendo con Como e Pisa. I prossimi due turni sono da dentro o fuori per la squadra viola. Domenica c'è Lecce-Cremonese, nel turno successivo ci sarà Cremonese-Fiorentina. Lo scenario migliore? La Fiorentina batte il Parma, il Lecce batte la Cremonese, nel turno successivo i viola vincono a Cremona e i grigiorossi sprofondano a meno 6 dalla Fiorentina. In caso di passo falso domenica, tonfo a Cremona, ci sarebbe solo di che sperare. Ecco, sì. Perchè si fa presto a dire...battere il Parma. La squadra di Cuesta viaggia sulle ali dell'entusiasmo, con 10 punti fatti nelle ultime quattro giornate, con un rendimento esterno in Serie A che parla di 5 vittorie, 4 pareggi e 4 ko, che nelle ultime cinque trasferte ha fatto 0-0 a Napoli, ha vinto 0-1 col Milan e col Bologna. Il Parma ha esattamente tutte le caratteristiche che la Fiorentina soffre maggiormente. Non si sa quanto e se ne abbia Kean, non ci sarà soldatino Parisi per squalifica e...poi ci sarà l'aspetto emotivo. Sì, perchè il Franchi sta continuando a sostenere, ma domenica guai a sbagliare di nuovo partita.  Vabbè, paura. Sì, 'io ho paura' cit. Forse anche qualcuno di voi, probabilmente. Il che non significa non essere un po' tutti 'gente che spera'. Tre punti col Parma, non è un obiettivo, ma un imperativo.

Un passo avanti e due indietro

Fiorentina ancora ko

Altro passo falso per la Fiorentina di Paolo Vanoli che, dopo il disastroso giovedì di Conference League, cade anche a Udine. Il tutto scendendo in campo sapendo i risultati di tutte le altre contendenti per la salvezza, tutti negativi, per l’ennesima occasione sciaguratamente gettata al vento.Sì, la sconfitta coi bianconeri friulani certifica il fatto che, per quanto sta esprimendo sul campo, la Fiorentina dovrà lottare fino all’ultima giornata per evitare una clamorosa retrocessione. Clamorosa per quelle che erano le premesse e per quelli che erano i valori. Sulla carta, perché sul campo non si è mai visto niente di corrispondente tra teoria e pratica.Al passo avanti fatto col Como sono seguiti un titubante passo avanti col Pisa, un clamoroso passo indietro in Europa, per quanto sia arrivata la qualificazione agli ottavi, e un altro indietrissimo con l’Udinese. Ora arriva il Parma. Vanoli e De Gea hanno già parlato di ‘finale’. Un’altra. Come già si diceva a inizio dicembre. Sono passati 3 mesi, ma la Fiorentina è ancora con l’acqua alla gola. Coi gialloblu, reduci da 10 punti nelle ultime 4 partite e con soli 4 ko rimediati in trasferta quest’anno, c’è tutt’altro che di che sorridere. Solo da vincere. Come si dovrebbe fare nelle finali, ma questo sembra un triste scherzo del destino.

Piatto ricco…mi ci ficco (?)

Fiorentina in cerca di punti salvezza a Udine

Dimenticare quello che è successo giovedi, guardare oltre e...vincere oggi a Udine. Il momento è di quelli decisivi per la Fiorentina. Coi ko di Cremonese, Lecce e Genoa, il piatto è clamorosamente ricco. In mano Vanoli non avrà un poker d'assi, ma le carte per far proprio il banco sì. Ecco, oggi serve massimizzare, portar via da Udine l'intera posta in palio e provare a fare due altre belle mani con Parma e Cremonese. A quel punto si potrebbe fare all-in sulla Conference. Non ad oggi. Lo si è visto giovedi scorso. La rosa a disposizione di Vanoli non consente di fare troppi calcoli. Tante alternative non sono neppure lontanamente al livello dei titolari. Non che  quest'ultimi stiano facendo cose memorabili, ma chi li sta sostituendo fa spesso pure peggio. La mentalità tirata spesso in ballo da Vanoli è un altro problema. Tanto che, oggi a Udine, sono attese grosse riprove. Di fronte ci sarà un avversario che non ha granché da chiedere al proprio campionato, l'occasione giusta per dimostrarsi maturi, consci dell'importanza del da farsi e del momento. Uscire con un risultato negativo da Udine sarebbe un'altra mazzata, non tanto perché comprometterebbe la corsa salvezza della Fiorentina, ma perché la terrebbe ancora molto aperta, troppo aperta, sempre aperta. Vincere a Udine vorrebbe dire mettere un piccolo gap su alcune concorrenti, diventare padroni del proprio destino e, cosa non secondaria, darebbe tranquillità in vista degli impegni europei. Cioè, se nelle prossime tre gare di campionato la Fiorentina facesse tanti punti, a quel punto Vanoli potrebbe mettere più titolari in Europa e gestire di più il cammino in Serie A. Cosa, ad oggi, impossibile da fare, visto che la Fiorentina è ancora totalmente invischiata nella lotta salvezza. Insomma, dopo aver perso un sacco di quattrini al tavolo verde, adesso la Fiorentina è in rimonta, ma...non può buttarsi via. Ogni mossa è cruciale. Oggi, forse forse, ancor di più di altre. Coi suoi limiti e le sue fragilità questa squadra ha tutto per salvarsi. E poi, dopo aver rimesso le cose apposto in Serie A, provare il colpo grosso. Va fatto, o almeno ci si deve provare.

Che fastidio…Attese riprove a Udine

La Fiorentina deve reagire dopo il giovedì di coppa

Di cose che ci danno fastidio...beh, a seconda dei caratteri, ce ne sarebbero un bel po'. Restando sulla Fiorentina, eeeh, anche lì, la lista potrebbe essere lunga. Di sicuro c'è il fatto che, ogni volta, anche quando hai vinto 0-3 la gara d'andata contro un modesto Jagiellonia di turno, questa squadra trovi sempre e comunque il modo di soffrire, di quasi buttarsi via, salvo poi, di riffa o di raffa, di raddrizzarla. E vabbè. La Fiorentina va avanti, pesca pure bene nel sorteggio, un'altra polacca, niente Strasburgo, ma che fastidio. Sì, lo sappiamo già, ci sarà da soffrire pure col Rakow. Dev'essere nel dna di questa Fiorentina. Che poi, ecco che il fastidio inizia a diventare qualcosa di più simile alla rabbia, forse mixata a limiti e scelte/valutazioni errate. Sì, perché Comuzzo continua a fare partite orrende, evidenziando limiti e carenze che non trovano mai la definitiva risoluzione. Che fastidio vedere una difesa così in difficoltà, sempre e comunque, un Dodo che fa una partita bene e tre male, Che fastidio ripensare a come questa rosa sia stata concepita, pensata e creata. Senza esterni offensivi prima, adesso senza un vice-Fagioli, con un Piccoli che, bravo ragazzo, tanto impegno, ma messo a confronto con tale Pululu sembra un Tanque Silva qualunque. Che fastidio doversi ritrovare a mettere dentro alcuni titolari, tra cui Solomon, uno dei pochi brillanti e forse l'unico a dare la sensazione di poter tirare fuori un coniglio dal cilindro, per poi perderlo per infortunio. Che fastidio pensare a Fortini, che dopo un buon impatto sembra adesso il peggior Venuti. A cui, sia chiaro, si può anche voler bene, perché italiano e prodotto del settore giovanile viola e giovane, per carità. Ma insomma... che fastidio aver nuovamente paura della retrocessione, di dover sperare che lunedi a Udine la Fiorentina non sia quella di giovedì, che perdano le dirette concorrenti e che, ci sia sempre un freno a quella voglia di sorridere, di vincere ed esultare. Dal West Ham all'Olympiakos, nulla da fare. Sempre delusioni. Qui, il che fastidio diventa un che palle! Tra l'altro, dopo i grandi proclami estivi, ogni partita che passa c'è da fare i conti con un'amara realtà, la modestia di questa squadra. Ha ragione Vanoli, la strada per salvarsi sarà ancora lunga. Non che il tecnico sia riuscito a fare miracoli. Ma, questo passa in convento oggi. C'è di che doversi rallegrare perché la Fiorentina, con Vanoli, è risalita in classifica dall'ultimo posto al terzultimo, che è ancora in Conference e che...che fastidio. Messo da parte lo sfogatoio, meglio pensare a Udine, dove c’è da riaccendere le speranze ed evitare altri passi indietro. Proprio ora che si intravedeva un po’ di luce in fondo al tunnel, che fastidio.

‘Vincere aiuta a vincere’ cit. E allora vinciamo!

Cercasi continuità per la Fiorentina

‘Vincere aiuta a vincere’, cit. Lo ha ribadito anche oggi Paolo Vanoli alla vigilia di una gara come quella col Jagiellonia che ha tutti i crismi per diventare potenzialmente il più classico dei trappoloni per la Fiorentina. Dal Braga al Lech Poznan, passando per il Polissya, di pratiche già apparentemente chiuse all’andata, in trasferta, ma clamorosamente e sciaguratamente riaperte nel match di ritorno, in casa, ce ne sono diverse nella storia più o meno recente della Fiorentina. E per quanto, in qualche modo, sia andata praticamente sempre bene, in questo momento qui di ritrovate speranze, certezze e fiducia, serve tutto tranne che un capitombolo che possa andare anche solo a minare il vento positivo che da qualche settimana sta spingendo la barca viola. Anzi, pardon, il veliero. Ecco che vincere aiuta a vincere. A suo modo Vanoli e la Fiorentina stanno riscrivendo dei tristi record di una fin qui triste stagione (il fin qui è volutamente non casuale). Non erano mai arrivati due successi consecutivi, cosa successa nel bis di gare Como e Jagiellonia, di conseguenza non ne erano mai arrivate tre, cosa successa con la vittoria col Pisa, e di conseguenza non ne sono mai arrivate quattro, cosa che si spera possa accadere domani coi polacchi. Non solo per confermare il detto del ‘non c’è due senza tre, e il quattro vien da sé’, neppure per la semplice statistica, quanto perché dopo il Jagiellonia ci sarà un’altra gara verità, lunedì prossimo, contro l’Udinese. Tra l’altro, dopo quella di Udine ci sarà il Parma e a seguire la Cremonese. In questo filotto di partite la Fiorentina ha la possibilità di dare una spallata importantissima alle paure di retrocessione. Alimentare mentalità e fiducia, dunque. A livello collettivo e anche di qualche giocatore che ha trovato sin qui un po’ meno spazio, la cui crescita potrebbe tornare molto utile. La missione è chiara: ottenere il poker di successi consecutivi che manca da mesi (ottobre/novembre 2024), cercando il pokerissimo poi a Udine, per continuare a farlo ancora, ancora e ancora. Oltre che per tenersi aperta la possibilità di riscrivere davvero la storia di questa stagione, non tanto ottenendo la salvezza, cosa che non era scontata, tantomeno ad un certo punto (dicembre, non così tanto indietro nel tempo), ma che non può certo essere definita un’impresa, quanto perché ci sarebbe ancora la possibilità di vincere questa maledetta competizione. Fin qui, anche in questo caso volutamente non casuale. Allora sì…ma intanto, piedi per terra e testa al Jagiellonia.

‘Rolly Rolly Rolly Rolly gol’

Mandragora sempre più goleador viola

Non corre alla bandierina, non fa la mitraglia, non balla la ‘griddy dance’ ma…fa gol. Rolando Mandragora si conferma il centrocampista più prolifico della Fiorentina in stagione. Con la rete al Jagiellonia, bellissima, su punizione, ha raggiunto quota 25 gol in 175 presenze con la casacca viola. In Polonia ha segnato il settimo sigillo della sua stagione, ribadendo la sua personale candidatura al ruolo di bomber della Fiorentina 2025/26, rimettendosi in scia di Moise Kean che guida con 8 reti. Non solo. Da febbraio 2025, Mandragora sta costantemente mettendo il proprio nome nel tabellino dei marcatori. Lo sta facendo con continuità. In 12 mesi poco più, da quando segnò il rigore con l’Inter nel ko 2-1 della passata stagione, non si è più fermato. Dal 10 febbraio 2025 a giugno ne ha fatti 7, stesso numero di questa annata, ovviamente ancora migliorabile a livello di bottino personale. Da febbraio a febbraio, dunque, ha segnato 14 gol. Per dare dei riferimenti, nello stesso lasso di tempo Kean ha fatto 16 reti. Il tutto senza fare chissà quali esultanze particolari, se non mimare il gesto del sonno della sua bambina a cui dedica ogni rete. Qualcosa di così normale a cui la modernità è forse poco abituata. Normale, che non vuol dire banale. No, perché dopo la passata stagione in cui ha segnato a raffica, gol tra l'altro belli ma anche importanti e decisivi, sta facendo altrettanto anche quest'anno. Magari non ruberà l'occhio in termini di tecnica in mediana. Anzi, a volte non lo si vede neppure. Se non quando segna. Che lo faccia con bolidi da fuori area, sfruttando i tempi d’inserimento giusti e/o il tiro da fermo. Palladino fu bravo a ritagliargli compiti da mezz'ala di inserimento, ridandogli nuova vita in un centrocampo in cui c’erano Adli, Cataldi e Fagioli. In estate fu vicino all’addio, complice una trattativa per il rinnovo che non decollava. Poi, però, Pioli ci ha quasi sempre puntato. Vanoli ha fatto altrettanto, con Mandragora che, con costanza, è riuscito a farsi notare anche quando in rosa sono stati inseriti Brescianini e Fabbian. E, adesso, la mediana tipo della Fiorentina sembra chiara a livello di gerarchie: Fagioli, Brescianini e Mandragora. Lui, nel dubbio, fa gol. Tra l’altro, non cosa secondaria, è diventato anche il secondo rigorista dopo Gudmundsson. Dettaglio? No, se si ripensa a quello che accadde col Sassuolo a dicembre e lo si paragona a quanto successo tra Como e Białystok, quando Mandragora ha lasciato l’esecuzione del tiro dagli undici metri a Kean prima e Piccoli poi. Ecco, sì. Ora sì. In questo momento qui, in cui la Fiorentina è ancora in piena lotta per la salvezza, le qualità di leadership si vedono anche da questi aspetti, quando il noi diventa più importante dell’io. Se Mandragora avesse tirato entrambi i calci di rigore, chissà, magari sarebbe già a quota 9 reti in stagione, ma ha preferito lasciarli a due attaccanti che avevano bisogno di sbloccarsi dopo periodi così così. Difficilmente si sentirà dalle tribune del Franchi il coro che ha accompagnato tanti goleador viola, ma Mandragora si conferma Rolly gol. L’obiettivo è chiaro: farne ancora. Magari di decisivi, in gare decisive, sia per il raggiungimento della salvezza che per provare a vincere quel trofeo che gli è mancato sul più bello, tre volte. Non lunedì col Pisa, dove non ci sarà per squalifica, ma di tempo ce n’è ancora. E la strada è quella giusta.

In attesa del ‘Fazzini show’

Chance per l’ex Empoli

Tocca a Jacopo Fazzini illuminare la serata di Białystok. Gran parte dei riflettori della sfida col Jagiellonia che attende oggi la Fiorentina in Conference League saranno puntati su di lui. L’ex Empoli dovrebbe partire dal 1’, come non fa dalla gara di Coppa Italia contro il Como, più in generale ha fatto solamente 7 volte in questa stagione. Le ultime tre, giusto per dare dei riferimenti, sono quella coi comaschi, col Mainz a novembre e col Milan a ottobre. Partite sufficienti del fantasista se ne ricordano davvero poche. Quasi nessuna, a dire il vero, eccezion fatta per qualche giocata col Polissya ad agosto. Tanti problemi fisici per Fazzini, soprattutto alla caviglia, con la speranza che prima o poi quel giocatore che aveva quasi salvato l’Empoli da solo l’anno scorso, segnando anche a Firenze, si riaccenda. Ecco, oggi col Jagiellonia è l’occasione giusta. Anche perché, dopo vari rumors che lo vedevano in partenza a gennaio, Paratici lo ha voluto confermare puntando su un suo pronto recupero. Nel dubbio, se lo si volesse considerare un esterno offensivo atipico, lì si stanno mettendo in mostra Solomon, c’è Gudmundsson, è in crescita Harrison e non ha sfigurato anche Parisi. Se, invece, si volesse considerare Fazzini una mezz’ala di inserimento, anche lì le caselle sono occupate da Brescianini, Fabbian, Mandragora e, con caratteristiche opposte, Ndour. Una concorrenza ampia, insomma. Tocca a Fazzini accendersi, mandare segnali in settimana e in partita, magari già stasera. In fondo qualche qualità l’aveva evidenziata, tanto da essere seguito anche da qualche società importante come la Juventus o la Roma. Alla fine è arrivato qua, senza mai lasciare traccia. In questo finale di stagione, tra la corsa salvezza e un cammino europeo che Vanoli proverà a tenere vivo con una schiera di seconde linee, i guizzi di Fazzini potrebbero dare una grossa mano. O almeno questo è l’augurio. Poi, il futuro, si vedrà.

Quelli da ‘ultima’ occasione. O quasi

Testa al Jagiellonia, con vista Pisa

La vittoria del Lecce col Cagliari (in Sardegna, dove i rossoblu avevano perso solo 1 gara delle ultime 6, seconda vittoria esterna di tutta la stagione dei salentini, l’altra era arrivata proprio con la Fiorentina, secondo successo di fila dei giallorossi dopo quello rimediato allo scadere con l’Udinese), va a complicare ancora di più la rincorsa salvezza della Fiorentina. Attenzione: tutto dipenderà dai viola. Il gap con l’ultima posizione utile per rimanere in Serie A è di tre punti, ma adesso le concorrenti sono tre. E, tra l’altro, una è a breve sul cammino dei viola, la Cremonese. Il destino è nelle mani della Fiorentina. Forse non tutto, ma già la prossima giornata potrebbe riaccendere tanti spiragli di speranza. Al Franchi arriva il Pisa, mentre il Lecce sfida l’Inter, la Cremonese ha la Roma all’Olimpico e il Genoa affronta il Torino. Se vincessero i rossoblu di De Rossi, a quel punto anche i granata rientrerebbero in lotta per la salvezza. Se tutto va come deve andare, già al termine della prossima giornata di campionato la Fiorentina potrebbe vedere un po’ più di luce in fondo al tunnel. Ovviamente deve battere il Pisa. Se, invece, la squadra di Vanoli non riuscisse a battere nemmeno i nerazzurri, allora sarebbe quasi giusto e meritato andare in Serie B. Quanto sopra giusto per ricordare il peso specifico della partita di lunedì. Non solo perché è un Fiorentina-Pisa, quanto perché in ballo c’è tanto delle speranze salvezza. Ecco perché, giovedì, in Polonia, sarebbe davvero il caso di ridurre al minimo ogni rischio. Chi è fondamentale per la gara col Pisa andrebbe tenuto a riposo. Qualcuno più di altri, come Parisi, Kean, Fagioli, ma anche Dodo e uno tra Pongracic / Comuzzo / Ranieri. Poi c’è da gestire il rientro di Gudmundsson e chi si sta mettendo in mostra come Solomon, oltre a Harrison. Ribaltando il concetto, quella coi polacchi del Jagiellonia potrebbe essere una delle ultime occasioni per chi sta trovando meno spazio. Val bene anche ricordare che, se la Fiorentina si troverà questo giovedì a giocare a meno 5/6/8 gradi lo deve a se stessa, o meglio a tutti coloro che quest’occasione l’hanno sprecata. Tanto che quasi nessuno è rimasto a Firenze, finendo altrove. Basti pensare che a Losanna la Fiorentina giocò con 8 calciatori che oggi sono stati ceduti, tra cui Martinelli e Pablo Marì, Viti, Dzeko e Kouame oltre a tutto il centrocampo che era composto da Sohm, Richardson e Nicolussi Caviglia. I superstiti, al netto delle situazioni dei fuori lista, cioè Rugani e Brescianini rimasti fuori per norme Uefa, ci sono una schiera di giocatori a cui, giovedì, è richiesto lo sforzo di non far rimpiangere gli altri e di tenere aperto il discorso qualificazione. La lista è abbastanza lunga. Fortini, ad esempio, dopo l’ottimo impatto d’inizio stagione è andato via a scomparire dopo aver messo a referto partite deludenti ed errori. Poi c’è Piccoli, che a parte qualche lampo qua e là ha spesso deluso. Quindi c’è Fabbian, che dopo essere stato gettato nella mischia subito da Vanoli è finito dietro nelle gerarchie della mediana viola. Così come servirà una mano da Ndour, uno che sembrava intoccabile per il tecnico viola, che però è stato panchinato nel momento in cui Vanoli ha trovato la quadra in mezzo al campo con Fagioli, Brescianini e Mandragora. Quest’ultimo potrebbe tornare utile in Polonia, visto che col Pisa non ci sarà. Anche Gosens è ad oggi un’alternativa. Non certo per valore tecnico o umano, quanto perché alle prese con continui problemi fisici che lo hanno costretto a rincorrere. Poi ci sarebbe quel Fazzini che, ah già, c’è anche Fazzini. Ecco, appunto. Ora c’è bisogno di tutti, di qualcuno più di altri. Il concetto è chiaro: testa al Jagiellonia, ma con vista Pisa.

Continuità (e salvezza) cercasi

Per salvarsi serve battere anche le ‘piccole’

Quanto sia inutile fare tabelle di marcia, ormai, lo si è capito. In generale nel calcio, ma ancor di più quando si parla di Fiorentina. E’ la storia più o meno recente a raccontare di come, spesso, la squadra gigliata sia caduta contro squadre decisamente più deboli, in gare in cui sembrava impossibile perdere. L’anno scorso, nonostante il bottino di 65 punti rimediato da Palladino, i tonfi con Monza, Venezia e Verona sono lì a ricordarlo. Quest’anno sta accadendo più o meno lo stesso. Nell’ultimo periodo, ad esempio, le partite migliori della Fiorentina di Vanoli sono arrivate contro squadre di livello e classifica medio/alta: 8 punti sono arrivati dal poker di gare Como, Bologna, Milan e Lazio, 1 da quello Cagliari, Torino, Parma e Verona. Tre di queste ultime quattro, tra l’altro, in casa, mentre tre delle prime quattro in trasferta. Cammino a dir poco impronosticabile. DA QUI IN POI. Nonostante quanto detto sopra, alle porte c’è un poker di partite in cui la Fiorentina ha la grande opportunità di tirarsi fuori dalle ultime tre posizioni in classifica. Non in maniera definitiva, probabilmente, ma il grosso dei punti utili per strappare la salvezza è obbligatoriamente da ottenere tra febbraio e marzo. In programma ci saranno, nell’ordine: Fiorentina-Pisa, Udinese-Fiorentina, Fiorentina-Parma e Cremonese-Fiorentina. Se dovessero arrivare dodici punti…il più sarebbe fatto. Come detto, inutile fare previsioni o tabelle. La squadra viola dovrà fare più punti possibili. Anche andando oltre le difficoltà che ha avuto contro le squadre che lottano per salvarsi, anche nelle gare interne. LE AVVERSARIE. Mentre la classifica si evolverà ancora, dopo il Cagliari il Lecce dovrà affrontare: Inter, Como, Cremonese, Napoli, Roma, Atalanta e Bologna, prima di incontrare la Fiorentina alla 33° giornata. Sperando che Pisa e Verona non facciano imprese, anche la Cremonese non ha un calendario agevole: Roma fuori, Milan in casa, Lecce fuori e Fiorentina in casa. Senza spingerci troppo avanti e/o voler fare voli pindarici e/o stilare troppe tabelle, è abbastanza evidente come il prossimo poker di partite possa indirizzare in maniera decisa il cammino verso la salvezza della Fiorentina. Vietato sbagliare.

Toro in campo oggi, vantaggio da sfruttare (per davvero)

Come col Napoli, c’è da approfittare delle fatiche altrui

Sono già state sostanzialmente utilizzate tutte le formule: ‘gara da vita o morte’ (cit. Pradè prima di Fiorentina-Lecce) ; ‘una finale’ (cit. Vanoli prima di Sassuolo-Fiorentina); ‘inizia il mese delle nostre partite’ (cit. Vanoli prima delle sfide di dicembre). A dire il vero, l’ultimo concetto è stato ribadito dal tecnico viola anche nel dopo gara di Napoli. La speranza, ovviamente, è che rispetto a quanto accaduto dopo il proferimento delle precedenti frasi arrivino ben altri risultati. E così si arriva a Fiorentina-Torino. Senza voler ri-utilizzare le ‘formule verbali’ sopracitate, va da sé che quella di sabato sia una partita che i viola di Vanoli devono vincere a ogni costo. Magari sfruttando anche l’altrui stanchezza. TORO. Il Torino, infatti, scenderà in campo stasera contro l’Inter. Per quanto sia probabile qualche rotazione da parte di Baroni, l’occasione di approdare in semifinale di Coppa Italia contro un’Inter che di turnover ne farà molto sarà un fattore che potrebbe favorire la causa di Vanoli. Sfruttare la stanchezza del Toro, ma stavolta per davvero.Che il Napoli fosse privo di mezza squadra e reduce dal dispendioso mercoledì di Champions è apparso abbastanza evidente anche nella gara dello scorso turno di campionato. Il calo della squadra di Conte, soprattutto nella ripresa, è apparso netto. Peccato che la Fiorentina non sia riuscita ad approfittarne. Al contrario, invece, di quanto riuscì a fare al Dall’Ara contro il Bologna, reduce dalla gara di Europa League del giovedì. DA ORA. Adesso il momento è ancora più delicato e cruciale. La Fiorentina deve mettere la testa fuori dalla zona retrocessione. L’occasione c’è, ma va sfruttata. Al meglio e al massimo.  Ad oggi è il Lecce la principale concorrente della Fiorentina per strappare l’ultimo posto utile per mantenere la Serie A. Le prossime sei giornate ne diranno di più. In questo frangente di stagione il Lecce avrà i seguenti impegni: Udinese in casa, Cagliari fuori, Inter in casa, Como fuori, Cremonese in casa e Napoli fuori. In questo filotto di partite, dunque, c’è la concreta possibilità che la Fiorentina possa superare in graduatoria i giallorossi avendo in ordine: Torino in casa, Como fuori, Pisa in casa, Udinese fuori, Parma in casa e Cremonese fuori.

E’ arrivato Rugani, evviva Rugani

Anche se forse serviva altro (prima e meglio)

Si conclude con l’arrivo di Daniele Rugani il calciomercato invernale della Fiorentina. Una sessione di trattative che, diciamocelo chiaramente, non ha certamente esaltato. Le aspettative, con l’arrivo di Paratici (anche se formalmente ufficiale da domani), erano decisamente più alte. Ma, almeno questa è la speranza, chissà che non si possa verificare l’esatto opposto di quanto avvenne la scorsa estate quando, i 90 milioni investiti da Pradè, avevano fatto pensare a tutti (o quasi) che questo potesse essere l’anno buono, ma che si è presto trasformato in un vero e proprio incubo. Detto questo, in generale, arriva Rugani, evviva Rugani. Arriva da acciaccato e dalla Juventus, in perfetta continuità con alcune operazioni della gestione precedente, dopo 1 mese in cui la Fiorentina ha preso due di picche da Tizio, Caio e Sempronio, in un reparto dove c'era un dannato bisogno di rinforzarsi ma che, come detto, porta in dote a Vanoli solo Rugani. Le caratteristiche del classe 1994 le conosciamo. Così come sappiamo cosa porta nel suo bagaglio: esperienza, capacità di testa e spiccata resistenza in fasi di sofferenza. D'altronde, alla Juve di Allegri, si era spesso distinto in quel blocco basso che tante critiche aveva sollevato negli esteti del calcio, ma che l’attuale tecnico del Milan ha sempre rivendicato come sua filosofia. La trattativa per Rugani è nata pochi giorni fa dopo che l’ipotesi Lazio gli era stata chiusa dalla mancata partenza di Romagnoli, col giocatore che ha spinto profondamente per lasciare Torino, è andata a dama con la formula del prestito con obbligo di riscatto in caso di salvezza a 2 milioni circa, più o meno la stessa con cui sono arrivati Fabbian, Harrison, Solomon e Brescianini. Quest’anno Rugani ha collezionato 6 presenze, per un totale di 250 minuti in Serie A, più altre 2 in Champions per altri 101’. Titolare, però, è partito solo 4 volte. Una miseria. Ben più ricco il suo palmares, con 5 Scudetti, 4 Coppe Italia e 2 Supercoppe, così com’è lunghissima la lista dei suoi infortuni. Quest’anno è stato ai box 44 giorni per uno stiramento al polpaccio, anzi 45 visto che è ancora ad oggi alle prese con questo problema, 22 per un precedente problema muscolare. Dal 2016/17 ad oggi, sommando tutti i giorni di stop, è stato fermo per oltre 300 giorni, praticamente un anno. Viste le amnesie di Pongracic e Comuzzo, l’ormai marginalità di Ranieri e le uscite di Pablo Marì e Viti bhe…forse si poteva, anzi si doveva, fare qualcosa di più. Detto ciò, come prima: è arrivato Rugani, evviva Rugani.

Aspetta e spera. Prossime sei gare ‘decisive’

La Fiorentina si gioca molto della sua salvezza

Niente si muove nelle zone di classifica della Fiorentina. Non fanno punti i viola, fa altrettanto il Lecce, così come hanno perso anche Parma, Cremonese e Genoa, oltre a Pisa e Verona (le uniche due formazioni dietro alla squadra di Vanoli). La situazione in graduatoria resta dunque invariata. Così come restano inalterate le speranze di poter agganciare l’ultimo treno per la permanenza in Serie A per la Fiorentina. A patto che, da sabato prossimo, arrivi un cambio di marcia nel periodo di stagione che ha tutti i crismi per essere quello decisivo. LE PROSSIME SEI. Al Franchi sabato arriva il Torino, gara in cui non può che arrivare una vittoria. Poi ci sarà la trasferta di Como, gara decisamente in salita, quindi un’altra partita da vincere assolutamente al Franchi col Pisa. Quindi arriverà la trasferta con l’Udinese, match da X2, quindi l’altra sfida da 1 fisso col Parma in casa per andare poi a sfidare la Cremonese in trasferta. Sei gare, senza voler fare troppe tabelle, in cui la squadra di Vanoli dovrà mettere tanto fieno in cascina. Nello stesso lasso di tempo il Lecce affronterà in casa l’Udinese, fuori il Cagliari, in casa l’Inter, fuori il Como, in casa la Cremonese e fuori il Napoli. Anche chi è nel trenino a 23 punti, cioè a +6 dalla Fiorentina, non può certo dirsi già tranquillo. Il Parma avrà in calendario il Bologna fuori, il Verona in casa, il Milan fuori, il Cagliari in casa, la Fiorentina al Franchi e il Torino in trasferta. La Cremonese avrà Atalanta fuori, Genoa in casa, Roma fuori, Milan in casa, Lecce fuori e Fiorentina in casa. Il Genoa, invece, avrà Napoli in casa, Cremonese fuori, Torino in casa, Inter fuori, Roma in casa e Verona fuori. Un lasso di gare in cui la Fiorentina dovrà fare, innanzitutto, il suo, potendo contare anche su una serie di gare abbastanza  complesse per le dirette concorrenti. Aspetta e spera, insomma. Anche se sappiamo benissimo che chi visse sperando non fece una bella fine. Ma non c’è altro da fare.

Un senso di resa da spazzare via a Napoli

La Fiorentina esce dalla Coppa Italia, ora la sfida agli azzurri

C’è poco da fare, la Fiorentina di quest’anno non potrà fare altro se non lottare fino all’ultima giornata per mantenere la categoria. Non c’è spazio per i sogni di gloria, a meno che in Conference non accada qualche miracolo per cui anche le alternative bastino per andare avanti. L’uscita dalla Coppa Italia di ieri, contro un Como che, pur in una serata in cui non ha mostrato la sua miglior versione, poteva fare altri 2-3 gol oltre ai 3 che ha messo a segno, certifica la pochezza di una Fiorentina che, in questo momento qui, ha la testa rivolta solamente alla lotta salvezza. O almeno, paradossalmente, questa è la speranza. Perché il ko coi comaschi non arriva dopo la bella  vittoria col Bologna, bensì dopo il brutto tonfo interno col Cagliari. Traduzione: suonano vari campanelli d’allarme. Sabato arriva l’occasione per provare a dare un senso allo scempio di ieri, per quanto sia tutto difficile da digerire. La Fiorentina deve fare un ‘partitone’ a Napoli, reagire, portare via punti o almeno fare una prestazione importante. Lo dovrà fare. Perché quei campanelli d’allarme non si trasformino in sirene. Neppure il tempo di illudersi che, col trittico Lazio-Milan-Bologna, la Fiorentina si fosse lasciata alle spalle gran parte delle difficoltà che l’avevano portata ad essere ultima staccata in classifica, riecco i fantasmi e le paure. Sul banco degli imputati ci è finito anche Vanoli, con letture tattiche decisamente rivedibili sia coi sardi che col Como. Il tecnico viola aveva ricevuto i meriti dei progressi evidenziati dalla sua Fiorentina, giustamente. Questi ultimi cinque giorni hanno riacceso i riflettori anche su di lui, con tante perplessità sulle scelte come quella di Christensen e Ndour in regia col Como, oltre che sui ‘piani gara’ visti coi sardi e con lariani, apparsi decisamente sbagliati. Ora, come detto, l’occasione per ri-dare un senso al ko di ieri: andare a Napoli e fare una gran partita. Sarà facile? No, certamente. La squadra di Conte deve reagire dopo la mazzata con la Juve, oggi ha una sfida decisiva in Champions e non sta navigando in acque tranquille. Ma è pur sempre una squadra da Scudetto, anche coi tanti assenti che ha. Ma, la Fiorentina deve fare la Fiorentina. Non quella che vinceva o ambiva a vincere, ma almeno qualcosa che sia anche lontanamente coerente con quello che la storia le impone di fare.

La famiglia Commisso resta alla guida della Fiorentina

Sarà Joseph a raccogliere l’eredità di Rocco

 Continuità. La famiglia Commisso resta alla guida del club viola. Sarà il figlio Giuseppe a raccogliere l’eredità di Rocco come Presidente della Fiorentina. Nell’organigramma restano Mark Stephan e Alessandro Ferrari. A giorni arriverà ufficialmente anche Fabio Paratici. Un ruolo nella vita della Fiorentina, anche se non in maniera ufficiale, lo avrà ovviamente anche Catherine. Si va avanti così, dunque. Niente stravolgimenti o scossoni, com’era abbastanza logico che fosse, almeno adesso, poi chissà. Lo si era intuito già nelle ore immediatamente successive alla scomparsa di Rocco, con le conferme arrivate dalle parole di Joseph e Catherine dal funerale in America e dalla messa in Duomo a Firenze di ieri. Sarà ancora la famiglia Commisso a prendersi cura della Fiorentina. Il giorno 27 gennaio 2026, dunque, passa a suo modo alla storia come quello dell’ufficiale nomina di Joseph come nuovo presidente viola. Si apre un capitolo teoricamente nuovo, per quanto in continuità col recente passato. Un po’ come fu con Cecchi Gori, quando Vittorio succedette al babbo Mario. In quel caso c’era la partecipazione e supervisione costante della signora Valeria, oggi ci sarà Catherine. Difficile capire cosa cambierà nella gestione della Fiorentina. Anche perché, teoricamente, l’ultima campagna acquisti di Rocco era stata assai onerosa, con investimenti per oltre 90 milioni di euro. Spesi male? Sì, ma comunque spesi. Nel comunicato del club viola si parla di rispetto della sostenibilità, per cui non c’è da attendersi valanghe di milioni da sperperare. Non era certo questa la politica di Rocco, sempre basata sulla virtuosità del circuito spese/entrate. L’entusiasmo non mancherà di certo al nuovo Presidente. Lo si è già percepito dai due discorsi di commiato per il babbo. Il cambiamento di direttore sportivo, da Pradè a Paratici, si spera possa trasformare entusiasmo, carica e investimenti in qualcosa di più produttivo in termini di risultati sportivi.

Le ripercussioni di un sabato negativo

Il ko col Cagliari complica la risalita della Fiorentina

Aveva ragione Vanoli i primi giorni da tecnico della Fiorentina quando disse che sarebbe stato un percorso lungo. Il ko col Cagliari lo ha certificato in maniera roboante, andando a stroncare tutte le speranze di chi pensava che, coi 5 punti rimediati con Lazio, Milan e Bologna, il periodo difficile fosse stato già del tutto superato. Invece no, è ancora lunga, come ha ribadito ancora una volta lo stesso Vanoli. Poi c’è il patrimonio dei ‘bischeri’, cioè una serie di ‘se’ che hanno accompagnato anche questo weekend viola. Se la Fiorentina avesse vinto col Cagliari avrebbe abbandonato dopo mesi la zona retrocessione; se il Genoa non avesse ribaltato il Bologna da 0-2 a 3-2 ci sarebbero state due squadre a portata di classifica per la Fiorentina; se avesse vinto col Cagliari e il Genoa non avesse ribaltato il Bologna, la squadra viola sarebbe stata a pari punti col Genoa e avanti al Lecce; se la Fiorentina avesse vinto col Cagliari, la gara di domani col Como sarebbe potuta essere vista come una via per salvare la stagione, come il percorso in Conference che riprenderà a breve col playoff contro il Jagiellonia. Quest’ultimo aspetto resta, ovviamente. Ma, col ko rimediato coi sardi, con la certificazione che ci sarà da lottare fino a fine stagione per mantenere la Serie A e che il periodo di malattia non è stato ancora abbandonato, il cammino nelle coppe scala nuovamente nelle retrovie delle priorità della Fiorentina. Il cammino in Coppa Italia, tra l’altro, è di quelli da bollino nero. Domani il Como, in caso poi il Napoli, quindi la vincente tra Inter e Torino. Non proprio Sampdoria, Torino e Cremonese come accadde al secondo anno di Italiano. Se, come detto, la Fiorentina avesse vinto col Cagliari, avrebbe potuto dare una priorità differente alle coppe, al contrario di quanto dovrà essere fatto adesso.  E sabato c’è la trasferta col Napoli, con gli azzurri feriti dal ko pesante con la Juventus e attesi mercoledì dal match da dentro o fuori col Chelsea in Champions.

La risposta che serviva

La Fiorentina onora al meglio la memoria di Rocco

Ce n'era bisogno di una vittoria come quella col Bologna. Ieri, più di ogni altra volta. Non solo perché c'era da riprendersi quei punti lasciati per strada allo scadere con Lazio e Milan, ma soprattutto per fare un regalo alla memoria di Rocco Commisso. La Fiorentina ha onorato nel migliore dei modi la scomparsa del patron viola scendendo in campo al Dall'Ara con grinta, furore e organizzazione raramente viste in precedenza. Un successo meritatissimo, un lampo di gioia per una piazza che poche ore prima si era risvegliata col dolore e che con esso è tornata a conviverci al fischio finale del match coi rossoblu, uno squarcio di speranza nell’allontanare le incertezze sul domani. Sia per quanto riguarda il futuro del club, per gli ovvi motivi che sappiamo, ma anche perché, dopo settimane, per la prima volta la Fiorentina ha raggiunto la zona salvezza. Che adesso andrà mantenuta, ovviamente, perché nulla è ancora stato fatto, ma intanto i fantasmi e le paure sono stati parzialmente allontanati. Le risposte che servivano, a livello di squadra e di singoli, dunque. Da un primo tempo giocato a grandi ritmi e con tante occasioni create alla sofferenza nella parte finale della ripresa, passando per il gol di Piccoli, di Mandragora, la buona prova di Ndour, le conferme di Parisi, Fagioli e anche di Vanoli, col tecnico a sua volta via via in costante crescendo. Insomma, un timido arcobaleno dopo le insistenti piogge, culminate col temporale arrivato dagli Usa. Non può piovere per sempre, questo è il momento di soffrire e aspettare. Tornerà il sole, anche su Firenze e sulla Fiorentina.

Gud, adesso sì che è very good!

Gudmundsson continua a evidenziare progressi

Sembrava ormai un caso perso. E invece, da qualche settimana, Albert Gudmundsson sta facendo progressi da gigante. Quel giocatore apatico, trasparente, assente e spesso inconcludente si è trasformato assieme ad altri come Fagioli in una delle armi più preziose a disposizione della Fiorentina per risalire la classifica. Gud e Fagioli, non due a caso, forse i giocatori dotati di maggior qualità e tecnica di questa rosa. Due su cui Vanoli era stato già in sede di presentazione abbastanza drastico nel dire ‘tocca a voi dimostrare’. Tanto che, nelle prime settimane col nuovo tecnico più di qualcuno aveva iniziato a pensare che entrambi potessero anche finire sul mercato. Che l’islandese piaccia alla Roma, ormai, lo si è capito. Ma, come dicono da quelle parti ‘sti ca..i’. Sarebbe delittuoso per la Fiorentina privarsi a gennaio di Albert, in generale ma anche e soprattutto per il momento di forma che sta evidenziando l’ex Genoa. Fisica e mentale. Sì perché, senza sfociare troppo nella privacy del ragazzo, che Gudmundsson abbia vissuto mesi complicati a livello personale lo si era capito, così come che abbia dovuto spesso fare i conti con una serie di imprevisti fisici che lo hanno costretto a dover spesso rincorrere. All’Olimpico Gudmundsson ha fatto una partita quasi commovente, non tanto per l’essersi preso e trasformato il rigore del momentaneo 1-2 a tempo quasi scaduto, piuttosto per averlo fatto dopo aver messo a referto continui su e giù sulla sinistra per chiudere le ripartenze laziali (soprattutto nel primo tempo). Un’abnegazione alla causa viola quasi mai vista prima. Lontani i giorni delle polemiche per il rigore di Reggio Emilia, per la risposta social alle parole di Vanoli e delle alte possibilità che lasciasse la Fiorentina a gennaio. Le voci su vari interessamenti ci sono ancora, ma privarsi adesso di un giocatore che così mentalmente dedito alla causa viola non lo si era mai visto sarebbe un vero autogol, soprattutto dopo averlo atteso mesi e mesi. Gud: ora sì, che prima no. Sperando che sia solo l’inizio.

L’era del Fagiolismo, finalmente

Buon momento per il centrocampista viola

A Torino Max Allegri lo chiamava Fagiolino. Pradè fu chiaro in estate: ‘Fagiolino dovrà diventare Fagiolone’. Poi ci furono una sequela di partitacce, con Pioli che ammise di aver cambiato ruolo al centrocampista perché ‘non se la sentiva di giocare da regista’. Quindi arrivò Vanoli che non li risparmiò qualche bordata dicendo chiaramente che toccava a lui, come a Gudmundsson, capire cosa fare della sua carriera. Quella che sembrava una bocciatura, con tanto di scelta alla prima a Marassi col Genoa di mettere in cabina di regia Nicolussi Caviglia, ha sortito gli effetti sperati: spronare un ragazzo che ormai da qualche partita ha decisamente cambiato marcia. Adesso sì che Fagioli fa cose, belle e decisive. Anche quando le cose hanno funzionato così e così, il centrocampista viola è stato sempre tra i migliori. Mercoledì con la Lazio ha messo in porta Gosens con un tocco delizioso, mancino, un’invenzione che in pochi hanno nelle corde. Lo aveva fatto più volte già nelle gare precedenti quando, con quel piedino educato, aveva lanciato in porta Moise Kean. Col Verona da lì nacque il gol del momentaneo 1-1, con almeno altri due/tre suggerimenti sprecati da Kean sotto porta e altre invenzioni con Udinese e pure a Parma. Fagioli c’è, insomma. Qualcuno lo ha già iniziato a ribattezzare Fagiolic, riferimento a Modric ovviamente, quello stesso che domenica sarà sulla strada della Fiorentina col Milan di Allegri. E tutto torna, o meglio potrebbe tornare. Sì perché il centrocampista viola anche domenica coi rossoneri sarà il cervello del gioco di Vanoli, col compito di inventare e suggerire, essendo anche l’unico in questa rosa che pare essere in grado di farlo, vista la bocciatura sonora di Nicolussi Caviglia. Fagioli che fa cose, non solo assist e suggerimenti, ma anche un salvataggio sulla linea con la Lazio che certifica il fatto che il centrocampista sia finalmente in progressiva fase di crescita: tecnica, ma forse forse soprattutto mentale. Sì, perché che avesse queste doti lo si era intuito sin dai primi palloni toccato quando arrivò a Firenze un anno fa, con quel lancio delizioso a San Siro per Kean in Inter-Fiorentina, con alcuni lampi alternati a tante giornate timide, troppo timide, con una paura di sbagliare lampante, tanto da mettere assieme partite orribili fatte di errori, passaggi solo all’indietro e occhi spenti. Ora, quel periodo pare essere alle spalle. Non solo con un lampo, ma ormai da un mesetto abbondante. E, adesso sì, che prima no. Domenica un altro esame, contro Allegri e Modric. Se non è uno stimolo in più tutto ciò…

Bicchiere mezzo pieno, mezzo vuoto?

Pari con la Lazio per la Fiorentina

Parliamoci chiaro: al fischio d’inizio molti avrebbero firmato per strappare un pareggio all’Olimpico con la Lazio; all’intervallo idem; al fischio finale però… Il bicchiere della Fiorentina dopo la sfida contro i laziali, dunque, può essere visto sia mezzo pieno che mezzo vuoto, a seconda di come decidiate di approcciarvi alla vita. Per come si erano messe le cose nel primo tempo, d’altronde, andare sotto due o tre a zero ci poteva anche stare. Fiorentina non pervenuta nei primi 45’, vari salvataggi sulla linea, parate di De Gea e un rigore non dato alla Lazio che, a parti invertite, staremmo ancora qui a rimuginarci sopra. Dopo il gol a inizio ripresa dei biancocelesti, però, la squadra di Vanoli ha reagito in maniera veemente, segnando l’immediato gol del pari, creando vari presupposti per il vantaggio, trovando poi il gol dell’1-2 negli ultimi minuti di partita con un rigore procurato da Gudmundsson che, fede viola a parte, è sembrato abbastanza generoso. Poi, sul più bello, in pieno recupero, ingenuità di Comuzzo, rigore Lazio e 2-2. Come detto, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Mai come dopo quanto si è visto in Lazio-Fiorentina il dibattito è apertissimo, con entrambe le visioni che potrebbero essere prese per buone. Se la gara fosse finita all’intervallo, quindi con lo 0-0, la Fiorentina avrebbe portato via lo stesso punto che ha conquistato al 95’, ma sarebbero rimasti enormi dubbi e perplessità che, invece, al fischio finale si sono trasformati in un timido senso di serenità per aver visto tante cose positive nei secondi 45’ di gioco. Certo è che, quando sei in una situazione di classifica complicatissima com’è quella della Fiorentina e trovi il vantaggio allo scadere, sarebbe il caso di mettere il pullman davanti alla difesa e portare a casa tre punti che avrebbero dato tutt’altro senso a questo day after. Mezzo vuoto, mezzo pieno? Il dibattito potrebbe ampliarsi ulteriormente se si dovessero considerare le assenze e il clima complicato in casa Lazio, gli episodi che ti erano girati a favore, il fatto che domenica prossima ci sarà il Milan, che la Fiorentina veniva da una vittoria arrivata allo scadere con la Cremonese che doveva infondere fiducia e che, invece, ha visto una squadra in completa balia degli avversari nella prima frazione di gioco etc etc. Mezzo pieno, mezzo vuoto? Intanto il bicchiere è mezzo, che rispetto ad altre volte in precedenza è già qualcosa.

C’è luce in fondo al tunnel

La Fiorentina vince e torna a sperare

Finalmente s’intravede un po’ di luce in fondo al tunnel in cui è ormai da mesi la Fiorentina. La vittoria sulla Cremonese, arrivata in pieno recupero quando ormai era già stato allestito il capezzale per la squadra viola, ridà ossigeno a tutto l’ambiente gigliato. Lo sprofondo, d’altronde, era ad un passo. Fino al gol si annunciava burrasca su Firenze, per la classifica, per la gestione di Kean e per la panchina dello stesso Vanoli. Poi, però, il gol della provvidenza dello stesso 20 viola, gli abbracci e un macigno di paure e ansie che si sono volatilizzate in un baleno lasciando spazio alla speranza. I tre punti arrivati coi grigiorossi potrebbero aver fatto da elettroshock per la truppa viola, con la zona salvezza adesso meno lontana e con all’orizzonte tre partite dal coefficiente di difficoltà decisamente più alto rispetto al modesto bottino rimediato nel mese di dicembre tra Sassuolo, Verona, Udinese e Parma. Mercoledì ci sarà la Lazio in trasferta, poi il Milan al Franchi e quindi il Bologna in trasferta. Tre partite in cui servirà fare punti, trovare per la prima volta in questa disastrosa stagione un po’ di continuità e dare altri segnali ai piccoli passi in avanti visti nelle gare con Verona, Udinese, Parma e Cremonese. La squadra ha creato tanto e sprecato altrettanto, almeno coi grigiorossi è riuscita a blindare la propria porta come non succedeva da mesi (ultima volta a Vienna col Rapid). C’è luce, insomma, in fondo al tunnel. Ma la strada è ancora lunga. A stretto giro di posta ulteriori riprove.

SOS difesa. Fiorentina sempre bucata, palla a Paratici

Retroguardia da rifare, anche col mercato

A questo punto c’è poco altro da fare se non provare a stravolgere il reparto. La difesa della Fiorentina che incassava reti a raffica con Pioli, anche con Vanoli continua a fare altrettanto. Eppure, migliorare la fase difensiva e renderla il più ermetica possibile, era stata inserita tra le priorità all’arrivo da parte del tecnico della Fiorentina, senza esito. Con Vanoli, che ha iniziato la carriera da allenatore lavorando proprio sulla difesa nello staff di Antonio Conte, non proprio il primo ‘bischero’, la rete viola è stata sempre bucata. Dieci volte su dieci partite. Tutti gli avversari hanno trovato la via del gol, dal poco prolifico Genoa al pochissimo prolifico Hellas, entrambe due volte a segno coi viola. Il Sassuolo ne ha infilati addirittura tre, l’Atalanta due, mentre una rete è stata concessa anche ai modestissimi avversari europei del Losanna e della Dinamo Kiev, oltre all’AEK. All’appello mancano solamente la rete concessa alla Juventus, quella all’Udinese e infine quella al Parma. E se qualcuno ha trovato il proverbiale gol della domenica, come Solet, altri hanno approfittato di dormite epocali come Colombo o Ostigard, mentre col Sassuolo ci ha messo tantissimo del suo De Gea, fino alla topica col Parma che certifica il fatto che questa retroguardia vada completamente, o parzialmente, stravolta. C’è poco da fare. Il gol di Sorensen, dicevamo, è la fotografia di lacune collettive ma soprattutto individuali. Pongracic, che esce sull’avversario in maniera scriteriata lasciando un buco in mezzo all’area, Parisi che lascia crossare opponendo una scadente opposizione, Comuzzo che si fa anticipare da Pellegrino, Dodo e Fortini che si perdono Sorensen. Volendo entrare ancor più nello specifico, non è la prima volta che Fortini evidenzia limiti difensivi, così come che Pongracic abbia quel ‘vizio’ di tentare l’anticipo anziché temporeggiare, stessa caratteristica evidenziata da Viti, senza dimenticare gli evidenti limiti di Ranieri (come sul gol col Verona) e la valanga di reti incassate da calcio piazzato. La lista è ormai nota, e sempre più lunga. Dal gol subito a Cagliari alla prima giornata fino alla dormita sul gol da fallo laterale del Verona allo scadere.  La missione salvezza della Fiorentina, con Paratici che sarà operativo tra qualche giorno, passerà per forza di cose dal dover migliorare questo aspetto. Oltre, s’intende, al riuscire ad incidere maggiormente davanti. Pongracic, Viti, Ranieri, Comuzzo, Pablo Marì e chiunque abbia giocato in difesa, a tre o a quattro, con Pioli, Galloppa o Vanoli nulla è cambiato. Serve intervenire con forza lì, oltre che in mediana per riuscire a migliorare un filtro che, quest’anno, non ha mai protetto la difesa. E, ok, magari Vanoli non sta riuscendo a intervenire a dovere anche su questo, ma…sembrano essere troppo evidenti i limiti individuali dei singoli calciatori per poter addossare tutte le colpe sul tecnico. Morale: il reparto è da rifare. Palla a Paratici, senza tempo da perdere. Tempo, d’altronde, in una situazione com’è quella della Fiorentina, non ce n’è più.

Caro Babbo Natale…

E tanti auguri (viola)

 Caro Babbo Natale, quest’anno siamo qua a chiederti diverse cose rispetto a un anno fa. Anche se, mi sembra, tu ti sia dimenticato dello Stadio, visto che al Franchi, al netto di cronoprogrammi e plastici, ci sono ancora delle imponenti gru. E quando piove, vabbè ci siamo capiti. L’anno scorso ti avevamo chiesto un paio di rinforzi buoni a gennaio, di farci restare lassù in classifica e di farci vincere quella benedetta Conference. Anche su quello, bè, potremmo parlarne. Ma vabbè, magari eri impegnato. Nel dubbio ti lasciamo in salotto, sotto l’albero, Pablo Marì, te lo puoi anche riprendere, non funziona. Ma pensiamo a questo Natale. Vedo che ti sei già portato avanti col lavoro, portando in anticipo Paratici. Ecco, quello che si serve è: un paio di centrocampisti forti, un paio di difensori forti, un paio di esterni forti. Uhm, però, forse, non so se ti entrano tutti nel sacco dei regali. Guarda, comunque, che abbiamo qualcosa da darti in cambio eh, tipo Nicolussi Caviglia o Edin Dzeko, anche Kouame, Richardson e altri te li puoi prendere. Non Kean o Gudmundsson per favore, perché quelli ci servono. Anche Parisi, che nella letterina degli altri anni ti avevo chiesto di riprenderti, mah, forse forse…ci può far comodo. Se potessi darci una mano a trovare una disperata salvezza, a restare in Serie A, perché a Chiavari o a Carrara, sinceramente, non ci siamo quasi o addirittura mai andati, e ne faremmo anche a meno. Tu potessi aiutarci a vivere un Natale un po’ più tranquillo rispetto a questi ultimi mesi, ci daresti una grossa mano, perché abbiamo visto della roba che non auguriamo a nessuno. Caro Babbo Natale, guarda, ti lasciamo anche delle maglie arancioni, che magari puoi portare a Pistoia, se potessi, inoltre, ci sarebbe da rivedere Piccoli, che mi sa che è arrivato il fratello. Poi, senti, io te la metto lì: un po’ di salute per Gosens, un po’ di lucidità e polso in più a Vanoli, che Commisso possa tornare presto qui a Firenze e ri-prendere in mano la situazione, o…anche una macchina del teletrasporto, se riesci. Aiutaci Babbo, qui siamo alla disperata ricerca di punti, sabato a Parma, poi con la Cremonese e ne servirebbero ancora, ancora e ancora. Vabbè, forse ti abbiamo chiesto anche troppo. Basterebbe qualcosa di questo. Siamo stati buoni, in fondo. Grazie, e buon Natale

Sembra un film, ma è realtà (forse)

Il finale sembra già scritto, ma va cambiato

‘Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi’, una celebre citazione cinematografica che meglio non potrebbe riassumere quello che, un tifoso della Fiorentina, si ritrova a dover vedere ogni maledetta settimana. Di cose paradossali se ne susseguono a ripetizione, prima, durante e dopo ogni squallida partita. Dalla fascia di capitano a Edin Dzeko al patto del megafono, quando in campo il bosniaco continua a fornire prestazioni inguardabili. 0 vittorie in 15 partite di Serie A, una sequela di numeri orribili, gesti tecnici orrendi e giocatori che non sanno fare un passaggio da qui a lì, che prendono sistematicamente gol da ogni modesto attaccante avversario, con in porta un De Gea che l’anno scorso faceva miracoli e che adesso sembra essersi dimenticato come si fa il portiere. Abbiamo visto attaccanti che non sanno più segnare, che nemmeno se la passano, con giocatori che litigano su un dischetto del rigore in quella che era definita come la prima partita del nostro campionato. Glissiamo poi sulla maglia arancione, sui danni fatti in estate da Pradè, sulla fiducia ribadita da Commisso in Ferrari e Goretti, sui 70 milioni di monte ingaggi e su una vergogna che continua a perpetrarsi sul rettangolo verde. ‘Prematurata la supercazzola, o scherziamo?’ Poi ci sono le parole, che viste da fuori e col senno del poi somigliano molto a delle supercazzole. Dal ‘Vanoli è vicino a trovare la chiave’, ai ripetuti ‘la prossima per noi è come una finale’, passando per il ‘clima bellissimo’ in spogliatoio di Kean, seguito da discorsi folli del tipo ‘se avessimo vinto saremmo comunque andati al playoff di Conference’ (invece, in caso di successo 0-2 col Losanna sarebbe arrivato il pass). Il tutto senza voler andare a ritirare fuori i discorsi estivi sulla Champions, l’asticella etc etc. Quella col Losanna è stata un’altra picconata alle speranze di un popolo che continua a non volersi rassegnare al copione di questo film dell’orrore. D’altronde, a cose normali, essendo  neppure a metà stagione, come si fa ad abbandonarsi alla retrocessione? Ci rendiamo conto? E’ la Fiorentina ragazzi. Una serie di supercazzole che partono da lontano, ma che richiedono un intervento: autoritario, duro e mirato. Solo Commisso può farlo, il bivio è adesso. Questo copione non può andare avanti così, perché il finale di questo film è già scritto. Porta solamente alla retrocessione. Serve fare un po’ come il protagonista del Truman Show, che decise di ribellarsi a quello che intuì essere una grossa e colossale finzione andando contro tutto e tutti, per trovare quella porta ai confini della scenografia per tornare alla vera realtà. La speranza è che si trovi quella porta, quell’uscita, che permetta di uscire davvero dal tunnel.

Le combinazioni per sorridere

Fiorentina a Losanna in cerca di segnali

Vincere aiuta a vincere, si dice in gergo calcese. Detto che, però, per la Fiorentina non è mai stato più ingannevole in questa disastrosa stagione. Ogni vittoria in Europa, infatti, è rimasta isolata. Anzi, ancora peggio, è stata seguita da un tonfo in campionato, cosa divenuta ormai triste abitudine. Ora, detto che domenica con l’Udinese non sono ammessi altri passi falsi, altrimenti davvero la salvezza diverrebbe una chimera, per quanto già sia lontanissima e disperatamente difficile da raggiungere, vincere oggi col Losanna potrebbe essere un buon viatico, sperando che il vincere aiuti anche la Fiorentina a vincere. Nella ricerca di un sorriso, almeno temporaneo, ci passano più o meno combinazioni possibili. L’obiettivo è chiaro, provare a entrare nelle prime otto in classifica del girone europeo ed evitarsi il playoff, a febbraio, in modo tale da riprendere il discorso Conference a marzo quando, almeno così si spera, la zona salvezza sarà stata raggiunta e, possibilmente, pure lasciata alle spalle. In caso di successo con gli svizzeri, gli altri incroci saranno decisivi. Lo scontro diretto tra Mainz e Samsunspor libererà un posto, visto che entrambe sono a +1 sui viola. Uno, o addirittura due, se lì uscisse il segno x. L’altro incontro da monitorare sarà quello del Crystal Palace, che come l’AEK Larnaka è a 9 punti ma entrambe hanno una differenza reti migliore di 1 gol rispetto ai viola. Dunque, ricapitolando, se il Palace vincesse col Kups e il Larnaka facesse altrettanto con lo Shkendija, la Fiorentina dovrebbe segnare con almeno un gol più di entrambe, o almeno di una delle due, e vedere un po’. In quel caso dovrebbero toppare almeno due tra Rayo Vallecano, Sparta Praga e AEK Atene. Anche una non vittoria di Rakow e Shakhtar Donetsk darebbe un aiuto importante alla causa viola. Riassumendo, la Fiorentina deve intanto fare il suo, vincendo a Losanna. Possibilmente farlo con diversi gol, così si aumenterebbe le possibilità di entrare nelle prime otto. Attenzione, c’è anche l’ipotesi pareggio. In quel caso servirebbero le sconfitte di Palace, Aek Larnaka, che non esca il segno X tra Mainz e Samsuspor e il ko del Rayo, oltre alle non vittorie di Celje, Az, Rijeka, Omonia, Noah, Jagiellonia e Drita. Detto che Rayo e Drita si sfidano tra loro. Comunque, vabè, la lista degli incroci è abbastanza lunga. In caso di sconfitta la Fiorentina sarebbe per forza di cose ai playoff, a meno che non vincano tutte le 13 su 24 che sono dietro più di goleada Kups e Zrinjski. Ma in quel caso, cioè di non vittoria neppure oggi col modesto Losanna, ci sarebbe ben altro di cui preoccuparsi. Anche e soprattutto in vista del match di domenica contro l’Udinese, quando la squadra di Vanoli si giocherà l’ennesimo all-in. O lì arriva la prima vittoria stagionale, oppure saranno cavoli amari, anzi amarissimi.

Leader, mele marce, orgoglio e rispetto

Per i viola altri esami da dentro o fuori

La Fiorentina si appresta ad affrontare il Losanna in Conference League, ma soprattutto a sfidare domenica in casa l’Udinese continuando la disperata ricerca del primo successo in Serie A. Dopo aver perso col Sassuolo e col Verona, venendo meno ad ogni qualsivoglia tipo di dichiarazione pubblica di tutti i protagonisti che avevano preso la parola, c’è solo una cosa da poter fare: vincere domenica, rifarlo col Parma e poi ancora con la Cremonese. Solo così, sperando in risultati favorevoli, la squadra di Vanoli potrebbe tornare almeno vicina alla lotta salvezza, ad oggi lontana 8 lunghezze. Il momento è drammatico. Lo spettro della retrocessione incombe, così come appare un devastante senso di impotenza e di resa da parte di uno spogliatoio che, evidentemente, non sta capendo la situazione. Non ci è riuscito neppure Vanoli, col cambio di guida tecnica che non ha sortito alcun effetto. Anzi. E qui veniamo alle quattro parole chiave della situazione: leader, mele marce, orgoglio e rispetto. Partendo dall’ultima va da sé a chi sia il riferimento. Una rosa che percepisce 70 milioni di euro d’ingaggio da un presidente che, per quanto possa essere ‘complice’ di tanti errori, non meriterebbe di accendere la tv e assistere agli scempi che si consumano domenica dopo domenica. Tanto più che, ormai è cosa nota, Commisso non è neanche nelle condizioni di salute adatte a prendere e affrontare un viaggio così impegnativo come l’arrivo a Firenze. Non c’è rispetto per l’uomo, per la figura professionale e per gli emolumenti che, comunque, versa. Né tantomeno per una tifoseria a cui il signor Edin Dzeko aveva promesso massimo impegno e chiesto sostegno, che a Reggio Emilia si è presentata in quasi 5mila unità, salvo poi vedere giocatori che litigavano per battere un rigore, per poi sparire dal campo restando in balia dei neroverdi. Per poi, ripetere lo scempio col Verona. Poi c’è il discorso ‘orgoglio’. Perché, ok, magari i valori di questa rosa saranno stati sopravvalutati, ci sono stati dei ‘favori’ con, da e per alcuni procuratori (Lucci, su tutti), ma possibile che questo organico sia da ultimo posto staccato, incapace di fare una vittoria in 15 giornate? O sono tutti giocatori scarsi, per cui, in caso di mancata inversione di tendenza saranno da considerare così, oppure che inizino a tirare fuori un po’ di orgoglio e attributi. Quindi ci sono le parole ‘leader’ e ‘mele marce’. Per mesi si è assistito a teatrini vari per arrivare a rinnovi di contratto onerosi, vedi i vari Mandragora, Dodo; ci sono calciatori che guadagnano 3 e 5 milioni netti, cifre mai elargite nella storia da nessuna proprietà della Fiorentina (forse Cecchi Gori, ma in quegli anni le cifre erano ben più misteriose), ma nessuno rende per quelle che erano le aspettative. Tra l’altro, senza evidenziare alcuna dote di leadership, di carattere. Qualcuno, poco simpaticamente, le chiama ‘mele marce’. Cioè, coloro che pensano a se stessi, agli egoismi, a quanto sono belli e bravi, fregandosene del bene collettivo. E il bello è che, a qualcuno di questi, è stata anche data la fascia di capitano, salvo poi essere adesso già in via di uscita. Dzeko e Dodo su tutti, oltre a Gudmundsson, altro che sembra vicino a partire. E vabbè. Intanto arriva il Losanna, poi l’Udinese, quindi il Parma e poi la Cremonese. Cari signori, che percepite 70 milioni d’ingaggi, che siete costati fior di milioni, provate almeno a salvare la faccia?

Fiorentina in caduta libera, ma Vanoli resta

Tecnico sotto osservazione, per ora si va avanti così

Se lo ieri resta un mistero, ovvero sul come si sia arrivati a tutto ciò, l’oggi è abbastanza chiaro: Fiorentina in ritiro, Vanoli confermato, anche se ‘sotto osservazione’ sperando in un domani migliore sperando che Vanoli trovi la scintilla. Non c’è alternativa al momento. La squadra rimane al lavoro al Viola Park, con l’attuale allenatore che rimane al suo posto. Nonostante una media punti identica a quella del suo predecessore, con nel frattempo tutti gli avversari che hanno imboccato vie migliori, mentre da queste parti si continua a vedere la zona salvezza allontanarsi sempre più. Quindici giornate per 6 punti, 0 vittorie e una rincorsa che si annuncia disperata. Non solo per raggiungere la salvezza, ma anche solo per poter ritrovare la speranza di farlo. Il baratro in cui è piombata questa squadra è così profondo da non intravedere nemmeno un barlume di luce in fondo al tunnel. Non si vede gioco, non si vede carattere, non si vedono idee né cambiamenti. Vanoli sta solamente seguendo la strada che Pioli aveva via via abbandonato. Il problema, però, è che adesso la Fiorentina non ha più tempo nemmeno per fare tentativi. La situazione è disperata. A partire dal Presidente, passando per dirigenti, allenatore e calciatori sembra essere adeguato per trovare una soluzione a questa caduta verticale e inesorabile. Anche quei valori tecnici che facevano indurre all’ottimismo fino a qualche partita fa si stanno dissolvendo. Kean fa fatica a segnare, De Gea fa fatica a parare, tutti i difensori che si alternano fanno fatica a difendere, tutti i centrocampisti fanno fatica a creare o recuperare palloni. Piccoli non gioca più, Dzeko gioca anche troppo per quello che sta riuscendo a dare. Non c’è organizzazione, non ci sono valori tecnici che stiano spiccando, non c’è ritmo, grinta né carattere. La scintilla che doveva portare il cambio di allenatore non la si è (ancora) vista. Resta solo sperare. In cosa? In una rivoluzione tecnico/tattica di Vanoli? In una rivoluzione azzeccata sul mercato? In un improvviso cambio di passo di tutti i giocatori? Bho. Ognuno si attacchi a ciò che ritiene migliore. Il domani viola fa paura.

Ore di riflessione. Ancora Vanoli sì o no?

Situazione sempre più difficile in casa Fiorentina

Con la gara di giovedì col Losanna e il periodo natalizio che incombe, le battute si sprecano: l’Osanna ci vuole alla Fiorentina; non ci salva neanche Babbo Natale o il prossimo nascituro (senza voler cadere nel blasfemo) e via discorrendo. La situazione, effettivamente, è sempre più drammatica per la squadra viola. La zona salvezza è più lontana della Cina, che come da detto non è (mai) vicina, le altre fanno qualcosa mentre la Fiorentina non riesce a fare neppure quello. Non solo nei risultati, ma anche in mille altri aspetti. Ogni partita che passa la situazione si aggrava, da critica è diventata drammatica dopo il Sassuolo, da drammatica è diventata disperata dopo il ko col Verona. Adesso la quartultima è a otto lunghezze. In pratica, se il campionato si fermasse e la Fiorentina vincesse domenica prossima con l’Udinese, poi col Parma e a inizio anno nuovo con la Cremonese, forse riuscirebbe a tornare in lotta per sperare. Non per salvarsi, ma quantomeno per sperare di farlo. Ecco, da qui, la domanda sorge spontanea: Vanoli ancora sì? O ancora Vanoli ma anche no? PERCHE’ NO. Il problema della Fiorentina è tecnico, tattico o mentale? Forse una sommatoria di tutto ciò. Evidentemente non è solo colpa del lavoro atletico scadente che ha fatto Pioli col suo staff in estate, perché Vanoli dal suo arrivo ha fatto doppie sedute per vari giorni, ha sostituito il 'moscio' atteggiamento in panchina di Pioli con uno 'veemente', ma la Fiorentina continua a sprofondare. Certo è che, la scossa, non c'è stata. Non si è visto un cambiamento tecnico o tattico, né nei risultati. La difesa continua ad essere un colabrodo, con gol subiti ogni domenica e anche al giovedì. La media gol subiti è pure peggiorata, i gol presi da piazzati sono continuati ad arrivare e gli atteggiamenti in campo hanno spesso raccontato cose diverse rispetto alle varie narrazioni arrivate da Vanoli, calciatori e dirigenti. Poi c’è il discorso cambiamenti tattici: al suo arrivo Vanoli parlò del coraggio nell’aver accettato questa sfida, nella convinzione di potercela fare. La stessa versione fu data da Goretti e Ferrari. Poi, però, ci sono tutta una serie di scelte che non hanno visto alcun tipo di coraggio da parte del neo tecnico. Anzi, Vanoli ha ripreso via via tutte le strade che aveva abbandonato Pioli: difesa a tre, Fagioli regista, tandem Piccoli-Kean. Ok, mancano elementi per cambiare assetto, ovvero l’assenza di un esterno in rosa che non sia il volenteroso (ma tecnicamente povero, anche se strapagato) Kouame, ma forse sarebbe servito un po’ più di coraggio nel provare qualcosa di diverso. Che non fosse Richardson, sia chiaro. Insomma, problemi, problemi, problemi, direbbe qualcuno a cui, tra l’altro, mandiamo un grosso in bocca al lupo essendo in battaglia per la vita (ndr). Poi ci sono tutti quei comportamenti e atteggiamenti che lasciano pensare che Vanoli non abbia propriamente in mano questo spogliatoio, dalla fascia di capitano data a sprazzi a Kean e Dzeko, passando per il rigore di Reggio Emilia e per come questa Fiorentina sia scesa in campo in due gare vitali come col Sassuolo e col Verona. “Nel mese di dicembre inizierà il nostro campionato”; “Quella col Verona è una finale per noi”. Esito: due ko. Senza tralasciare decisioni un po’ particolari come gli inserimenti di Dzeko e l’esclusione di Piccoli (pagato 27 milioni), le iniziali panchine di Gudmundsson e l’inspiegabile involuzione di De Gea. PERCHE’ SI’. Se si ritiene che il problema sia tecnico, cioè che questa rosa è stata costruita in maniera disastrosa, allora ha poco senso ri-cambiare allenatore. Il colpevole non è Vanoli. In più, vista la disastrosa china che sta continuando a prendere la Fiorentina, a gennaio servirà una serie di innesti mirati, per cui sarebbe il caso di mettersi in una stanza con Vanoli e capire con largo anticipo su cosa intervenire. In caso di altro cambiamento, a meno che non si decida di richiamare Pioli, si dovrebbe dare altro tempo ad un nuovo allenatore per capire tutti i problemi che ci sono, come risolverli etc etc. Servirebbe un periodo che la Fiorentina non ha. Vorrebbe dire ricominciare da zero. Tutto. Cosa che per molti sarebbe necessaria, ma razionalmente potrebbe essere un altro autogol. A meno che non ci si rassegni all’idea che, ormai, il danno è stato fatto, per cui…Ma, a questa ipotesi, a metà dicembre, non vogliamo arrenderci. I perché no continuare con Vanoli sono una stragrande maggioranza? Bhè, basta vedere classifica e risultati per darsi una risposta. Poi, certo, può restare la speranza che il tecnico trovi il click, la scintilla, la chiave, chiamatela come vi pare, ma a Firenze si dice: 'chi visse sperando morì ca**ndo'. Ci siam capiti, no?

Salvami, salvati, salvaci, salviamoci

Fiorentina in cerca disperata di punti salvezza

Ogni momento ha le sue priorità. Quella della Fiorentina è abbastanza chiaro, fare punti e risalire la classifica. Poi, di conseguenza, tutte le soluzioni del caso per farlo, con altrettante priorità. Vanoli, fin dal primo giorno in cui arrivò al Viola Park, fu chiaro: intanto prendere meno gol, poi sprecare meno davanti. D’altronde, se quella squadra che trovò il neo tecnico della Fiorentina il primo giorno di lavoro era così in basso in classifica, di problematiche ne doveva avere. Purtroppo, ad oggi, eccezion fatta per la vittoria con la Dinamo di giovedì, il quadro non è granché migliorato. In niente. Tra i punti deboli, ad esempio, c’erano i tanti gol incassati da calcio piazzato. Con l’avvento dell’era Vanoli, tuttavia, sono arrivato gol da fermo dal Genoa, dal Sassuolo e dall’Atalanta. Non è bastato, evidentemente, abbandonare la zona per passare alle marcature a uomo. Poi c’è il dato generale sui gol subiti visto che, nelle 6 gare con Vanoli in panchina, la Fiorentina ha subito 10 reti. Ha concesso sempre almeno un gol ad ogni avversario incontrato senza mai riuscire a mantenere la propria porta inviolata. Il gol della Dinamo Kiev è arrivato dopo che ne avevano segnati 3 il Sassuolo, 2 l’Atalanta e il Genoa, 1 l’Aek e 1 la Juventus.  Con l’attuale allenatore la difesa viola ha allungato la striscia di partite con la propria porta trafitta arrivando a ben 16 su 21 giocate in stagione considerando tutte le competizioni. Solo 5, dunque, gli incontri in cui David De Gea non ha dovuto raccogliere una palla in fondo al proprio sacco. In particolar modo, le uniche a non segnare ai viola sono state Torino e Pisa in campionato, Polissya, Sigma e Rapid Vienna in Conference, tutte con Pioli allenatore.  Considerando il filotto, con la Dinamo Kiev è arrivata la decima sfida consecutiva con almeno una rete concessa. Un trend preoccupante, che non a caso vede la difesa viola penultima in Serie A per gol incassati. Al Franchi, inoltre, hanno segnato tutti almeno un gol in Serie A.  Poi ci sono altri numeri con cui Vanoli deve combattere. 10 gol subiti in 6 partite vuol dire 1,67 di media a partita. Con Pioli e Galloppa, la Fiorentina ne aveva subiti 20 in 15 partite, ovvero una media di 1,33. Traduzione semplice: c’è da migliorare. E, ovviamente, su tutti i dati e statistiche c’è anche l’orrenda situazione di classifica. Anche non volendo guardarla, sia mai che arrivi un risultato favorevole da parte delle altre. Nello scorso turno, ad esempio, oltre alla rovinosa caduta della Fiorentina col Sassuolo, sono arrivate le vittorie di Verona con l’Atalanta, Cagliari con la Roma, Parma a Pisa e Genoa a Udine. Questo turno, invece, si è già aperto col successo del Lecce ieri col Pisa. Traduzione: la zona salvezza è adesso distante 8 punti. Praticamente tre giornate. Dando per scontato che arrivi una vittoria col Verona domani (cioè scontato, nel senso, ci siam capiti), dovrebbero arrivare vittorie in serie con Udinese e Cremonese per anche solo avvicinarsi al quartultimo posto, sempre che non arrivino altri risultati inattesi. Questo weekend, ad esempio, sono in programma Atalanta-Cagliari, Genoa-Inter e Parma-Lazio. Va da sé che la Fiorentina debba iniziare a vincere, ma sarebbe anche l’ora che gli altri risultati delle concorrenti per la salvezza recuperassero un trend di normalità. O almeno si spera. Intanto ecco l’Hellas, dove la Fiorentina deve vincere e blindare la propria porta. Altrimenti salvarsi si farebbe davvero dura.

Mezzo pieno, mezzo vuoto

Il bicchiere della Fiorentina va riempito domenica

Per la Fiorentina è tempo di iniziare a risalire la classifica. Non c’è più margine. Domenica, contro il Verona, deve arrivare il primo successo di questo campionato per la squadra di Vanoli. In ballo c’è la speranza di strappare una salvezza che, ad oggi, è lontana ben sette lunghezze. Il successo rimediato in Conference contro la Dinamo Kiev ha lasciato tanti dubbi e altrettante buone notizie. A seconda della vostra indole caratteriale, che siate più ottimisti o pessimisti, tenderete a voler vedere più cose dell’una o dell’altra categoria. Di certo c’è che questa Fiorentina, nonostante il successo europeo, è ancora gravemente malata. Il centrocampo, da intendere come reparto e come singoli, ha titubato e non poco pure coi modesti ucraini. Nicolussi Caviglia continua a commettere una quantità di errori spaventosa, dopo qualche lampo qua e là si è spento anche Ndour, mentre Richardson è stato positivo solo per un tempo. E’ in quella zona del campo che si concentrano le maggiori perplessità, perché reiterate nel complesso e individualmente. Poi c’è la difesa, troppo spesso battuta, trafitta anche dalla Dinamo Kiev. Nonostante Vanoli avesse messo come priorità l’esigenza di blindare la porta, in ognuna delle sei gare giocate dalla Fiorentina con il nuovo tecnico sono arrivati gol al passivo, sempre. In totale, su ventuno gare stagionali, i viola hanno mantenuto la porta inviolata solo 5 volte, 3 delle quali in Conference. Da qui si spiega il penultimo dato sui gol subiti in Serie A. Davanti si è rivisto un gol di Moise Kean e uno di Gudmundsson. Entrambi, per quanto non si abbraccino e bacino ad ogni rete fatta dal compagno, sono apparsi decisamente più vivi rispetto a tante precedenti uscite. Idem dicasi per Dodo e Parisi. Tra le note liete va messo anche il risultato, visto che Vanoli non aveva ancora vinto una partita dal suo arrivo, così come la voglia di reagire dopo il pari ucraino e di voler vincere la sfida. Certo, rischiando, perché anche con la Dinamo non è stata propriamente una passeggiata. Anzi. Tanti, troppi errori, soprattutto in fase di costruzione del gioco, hanno portato ad alimentare la sensazione che sull’aspetto tecnico ed emotivo ci sia ancora molto da lavorare per Vanoli. Ma, come detto, nel bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, c’è poco tempo per le analisi. La Fiorentina deve solamente vincere domenica, poi rifarlo giovedì prossimo a Losanna per provare a evitare il playoff e rifarlo ancora con l’Udinese domenica prossima. Non c’è altra via d’uscita, passi falsi non ne sono più concessi.

Animo Fiorentina (e Firenze). Non può già essere finita

La salvezza è lontana, ma non impossibile

E menomale che questo che è appena andato in archivio doveva essere l’inizio del campionato della Fiorentina; e che questa giornata vedeva un calendario favorevole alla causa viola, con tante competitors dei gigliati che sfidavano più o meno big; peccato che, oltre al flop della Fiorentina col Sassuolo, tutte le altre abbiano fatto qualcosa contro-pronostico. Dal Verona che batte l’Atalanta trovando il primo successo di questa Serie A, lasciando dunque la Fiorentina come unica squadra ad essere ancora a 0 vittorie, al Genoa che vince a Udine, passando per il Cagliari che stende la Roma e il Parma che vince a Pisa. Almeno il Toro ha perso, come il Lecce, per cui qualcun altro, oltre alla Fiorentina s’intende, continua a zoppicare. Sì, ma come recita un antico detto: aiutati, che il ciel t’aiuta. Come a dire, inutile fare la corsa su chissà chi se non riesci a vincere una singola gara. E, al netto della classifica che, in virtù dei risultati del weekend, si è messa ancora peggio per un quartultimo posto che adesso è salito a 7 punti, val bene ribadire che per strappare una complicatissima salvezza ai viola serve un filotto. La politica dei mattoncini, adesso, non basta più. Serve mettere un bel carico di cemento su un palazzo che si annunciava come un grattacielo e che, ad oggi, non è nemmeno un sottoscala. Detto tutto ciò, c’è una paradossale serie di fortune in questo disastroso scenario che la Fiorentina deve saper sfruttare, per il proverbio sopra citato, aiutandosi da sola: la Fiorentina non è tecnicamente povera come lo sono altre squadre che sono laggiù, cioè, comunque più su dei viola; il precipizio sembra ad un passo, ma in realtà c’è ancora una valanga di punti da poter conquistare per non doversi già considerare in B; c’è una tifoseria che, per quanto legittimamente incaz** , delusa e piena di sconforto non è quella su cui altre piazze possono contare. Ora, per quanto a qualcuno possa far specie sentirsi dire di trovarsi in una situazione fortunata, sarebbe giunto il momento di fare come in tanti momenti storici su cui si è costruita la cultura e l’identità fiorentina: dalla partita dell’assedio, da cui è nato il calcio fiorentino, come gesto di sfida e disprezzo verso gli assedianti, dimostrando di non temere il nemico, agli angeli del fango, passando per la resistenza fino alla neve di Gubbio. Sì ok, concetto un po’ meno alto culturalmente rispetto ai precedenti, ma che fotografa cosa sia la Fiorentina per Firenze. Cosa debba essere, ancora oggi, la Fiorentina. Nonostante algoritmi, statistiche, precedenti e cose che si sono viste sul campo inducano molti a pensare che possa rivelarsi una causa già persa. Ok, può anche darsi, ma vogliamo lottare fino in fondo? Bhè, ai quasi 4mila che si sono presentati a Reggio Emilia non si può certo dire di aver già mollato, anzi. Non è bastato, evidentemente. Il paziente Fiorentina è gravemente malato, ma non è ancora morto. Serve rianimarsi, prima ritrovando se stessi. Aiutarsi, sperando che il cielo ti aiuti. Ora, dopo la Dinamo Kyev arriva il Verona: sia chiaro, quello è un esame da cui dipende la vita di questa Fiorentina. In caso di altro flop…meglio non pensarci. Non può accadere, non deve accadere.

Cercasi chiave per risalire. Arriva l’ottavo cambio modulo

La Fiorentina verso la difesa a quattro

Signori, si cambia. O almeno così pare. Paolo Vanoli è pronto a stravolgere la Fiorentina, tra l’altro per la prima vera volta da quando è arrivato sulla panchina viola. Sin qui, infatti, il solco tattico su cui si è mosso è stato più o meno lo stesso di quello di Pioli. Difesa a tre, centrocampo a cinque, due punte o Gudmundsson con una punta. Nient’altro. Anzi, alcune mosse che Pioli aveva bocciato, dal tandem Piccoli-Kean a Fagioli regista, sono stati riproposti anche da Vanoli, senza esiti positivi. Col Sassuolo, salvo dietrofront, si va verso il passaggio alla difesa a quattro. Le opzioni al vaglio parlano di un 4-3-1-2, con Piccoli e Kean davanti e Gudmundsson trequartista. Il problema principale, d’altronde, è ormai evidente: serve trovare una chiave tattica che dia maggior copertura difensiva ad una squadra come quella di Vanoli che continua a subire troppe reti. Di opzioni ce ne sarebbero anche altre, come il 4-3-2-1 con Fazzini e Gud dietro una punta, ma l’ex Empoli è ancora alle prese con un problema alla caviglia. Poi c’è il 4-4-2, con tutti i terzini contemporaneamente in campo, cioè Fortini, Dodo, Gosens, Parisi o Comuzzo adattato a terzino. In questo caso, però, il problema sta negli acciacchi patiti da molti di questi elementi, Gosens su tutti. Impossibile andare sul 4-2-3-1, visto che non ci sono esterni offensivi e con una mediana così fragile come si sta rivelando quella della Fiorentina. Fin qui le ipotesi, più o meno probabili, più o meno provate. Intanto, col Sassuolo si arriverà all’ennesima virata di questo inizio di stagione. Mettendo da parte le variabili viste in Conference, andando a ritroso nel confusionario inizio di stagione, a Cagliari alla prima giornata la Fiorentina partì con il 3-4-2-1, con Ndour e Gudmundsson alle spalle di Kean. A Torino partì col 3-4-1-2 con Piccoli e Kean davanti e Gudmundsson alle spalle. Col Napoli fu 3-5-1-1 con Dzeko e Kean davanti. Col Como ci fu l’esperimento del 4-4-2, con Lamptey e Dodo sulla destra, Gosens e Fazzini (alla Bove) a sinistra. Col Pisa di nuovo 3-5-2, con Gudmundsson al fianco di Kean. Con la Roma 3-4-2-1 con Fazzini e Gud dietro a Kean. Da lì in avanti Pioli prima e Vanoli poi hanno sempre utilizzato il 3-5-2, nelle ultime due occasioni con Piccoli-Kean in tandem, prima ancora (col Genoa) con Gudmundsson e Piccoli. Dalla gara col Sassuolo, per quello che emerge dal lavoro della Fiorentina al Viola Park, la squadra di Vanoli potrebbe tornare alla difesa a quattro. Stando solamente alle gare di Serie A, sottolineando l’ovvietà calcese per cui ‘i moduli li fanno i giocatori’, alla quattordicesima partita la Fiorentina farà l’ottavo cambiamento di modulo (considerando solamente gli schieramenti di partenza). Un esempio, anche se basterebbe vedere numeri, dati, statistiche e classifica, che testimonia il caos tattico e tecnico che ha regnato sin qui in casa Fiorentina. Sperando che, una volta per tutte, si trovi una via che permetta alla Fiorentina di riemergere da un baratro in cui è ancora pienamente invischiata.

Inizia dicembre, Fiorentina under pressure

Caccia a vittorie pesanti per la salvezza

101 giorni dopo Cagliari-Fiorentina che ha aperto il campionato, per i viola è tempo di buttarsi alle spalle i sogni di gloria di quei caldi giorni d’agosto e, adesso che è iniziato dicembre, cominciare sul serio a trasformare un destino terrificante a cui pare indirizzata in un grosso spavento da cui, tra qualche mese, guardandosi indietro con grosso sospirone di sollievo annesso, trarne lezione e insegnamento. 101 giorni, a pensarci pochissimi, ma che somigliano ad un’eternità per chi aveva iniziato la stagione sognando ad occhi aperti andando dietro a proclami e ambizioni, tra asticelle e ciliegine, e che adesso vive un incubo degno del peggior film horror. Dapprima i dubbi e la paura di dover rivedere verso il basso le proprie aspettative, passando poi per il rischio dell’annata di transizione, fino al ritrovarsi a sei punti in classifica alla tredicesima giornata, con 0 vittorie e una ‘fottuta’ paura di sprofondare addirittura in Serie B. Inizia adesso un mese in cui per la squadra di Paolo Vanoli sarà vita o morte, sportivamente parlando ovviamente. Ma è quello che sarà: o la Fiorentina si ritrova, mette punti in cascina, risale qualche posizione in classifica ed acquisisce un po’ di certezze e fiducia, oppure il baratro sarà inevitabile. Ogni tipo di statistica rema contro le speranze, perché nessuno da quando esiste il campionato di Serie A a 20 squadre si è mai salvato non avendo vinto neppure una partita alla tredicesima giornata, perché da qui in avanti servirebbero almeno una decina di vittorie per arrivare alla fatidica soglia (teorica) salvezza, perché dietro non funziona nulla, in mezzo al campo neppure e davanti ancora meno. Il dramma vero non è solamente che la Fiorentina ha 6 punti in classifica, ma che li ha pure meritati, cioè che non ha meritato tanto di più di quello che ha raccolto. Al netto di paure, pressioni, patti vari ed eventuali, la squadra viola inizierà sabato un mini-campionato da cui deve uscire per forza di cose con più punti possibili. E, sia chiaro, adesso non basta più la politica dei piccoli passi, dei mattoncini, del bicchiere mezzo pieno (come dopo il pareggio col Genoa). Ora servono vittorie. Si comincia con la gara col Sassuolo di sabato pomeriggio, al Mapei di Reggio Emilia, quando con grande probabilità la Fiorentina troverà il suo popolo in massa sui gradoni dello stadio ‘Città del Tricolore’. Ma guai a sbagliare anche lì, perché la pazienza non è infinita. A seguire il doppio confronto interno con Verona e Udinese, per poi andare a Parma e iniziare il 2026 con la Cremonese. Cinque sfide tra il 6 dicembre e il 4 gennaio in cui serve un bottino di almeno 10-12 punti, che uniti ai 6 che ha ad oggi la Fiorentina permetterebbero di andare alla gara con la Lazio dell’ultimo turno d’andata con 16-18 punti. Girare ad almeno 18 lunghezze in classifica sarebbe vitale. Ha ragione Vanoli, la strada per salvarsi sarà lunga e complicata. Le occasioni per evitare ciò sono già state buttate, coi 2 punti rimediati nelle 3 sfide recenti. In caso di risultati migliori, ma soprattutto di segnali più incoraggianti, allora si sarebbe potuto pensare ad un percorso più tranquillo. Comunque modesto, ma almeno non così spaventoso. E invece, così è stato. Nel mezzo anche le due gare di Conference che restano del girone, che in caso di altra situazione in classifica in campionato, sarebbero potute essere sfide decisive per sognare, ma che, anche in virtù del ko con l’AEK, sembrano essere solamente un intralcio. Purtroppo il momento è questo. La Fiorentina o reagisce e risale, oppure sprofonda. 101 giorni dopo il destino all’orizzonte sembra nefasto, ma c’è ancora la possibilità di invertirlo. Va fatto adesso, in fretta. Per forza.

Un mese in apnea. Sperando di uscire dal tunnel

Scontri diretti in successione per i viola

Lo ha detto anche Paolo Vanoli: “Nel mese di dicembre iniziano le gare, quelle vere”. Un mese da vivere in apnea per la Fiorentina, con scontri diretti a raffica e la stramaledetta necessità di non sbagliare niente. Si parte sabato con la trasferta di Reggio Emilia col Sassuolo, poi in successione Verona e Udinese in casa, Parma fuori e, a inizio 2026, la Cremonese in casa. Nel mezzo anche due gare di Conference League che, per la drammaticità del momento, sarebbe il caso di giocare con più alternative possibili, in modo tale da preservare più energie possibili in chi, almeno sulla carta, si spera riesca a rianimare una Fiorentina con un piede in B. Ad oggi, infatti, non esistono precedenti di una squadra che sia riuscita a salvarsi dopo non aver vinto neanche una partita dopo 13 turni di Serie A da quando c’è il campionato a 20 squadre. Se in questo filotto di gare che attende i viola non dovessero arrivare un po’ di punti, allora sì che la situazione sarebbe già quasi spacciata. La Fiorentina è nel tunnel, pienamente, drammaticamente e anche meritatamente. Non c’è un singolo che si salvi in questo disastro, non c’è un reparto che dia segnali di miglioramento. Non c’è nulla. La speranza, ovviamente, è che d’improvviso si riaccenda il motore, che scocchi una scintilla, che almeno si intraveda un barlume di luce in fondo a quel tunnel. La morte sportiva pare davvero ad un passo. Questa squadra è di una fragilità mentale, tecnica e fisica imbarazzante. Dovessimo pensare a qualcosa a cui aggrapparsi…servirebbe una fatica immane per non lasciarsi andare ad un destino che sembra già segnato. Ora, come detto, inizia il periodo di gare vere, cioè quelle in cui sarà vitale ritrovare ossigeno per restare almeno in corsa. Il sostegno non mancherà. Ma la speranza, che proverbialmente è sempre l’ultima a morire, inizia anch’essa ad arrancare.

Loro rinati, noi tramortiti. Con l’Atalanta per reagire

La Fiorentina sfida la Dea dell’ex Palladino

Una settimana dopo Fiorentina-Juventus e Napoli-Atalanta, il mondo di viola e bergamaschi si è ri-capovolto. Sì perché, sabato scorso, mentre stavamo ancora analizzando il buon pareggio dei viola di Vanoli coi bianconeri di Spalletti, la squadra di Palladino era sotto 3-0 all’intervallo contro la formazione di Conte, con legittimo ottimismo in vista della gara di domani. Peccato che poi, la settimana europea, abbia visto risorgere i nerazzurri di Palladino e crollare i viola di Vanoli. Non dimenticando, inoltre, il coefficiente di difficoltà dell’avversario e la ben differente competizione in cui ciò è successo, cioè lo 0-3 rifilato all’Eintracht Francoforte, in Germania, in Champions League per l’Atalanta, e lo 0-1 subito dall’AEK Atene, in casa, in Conference League per la Fiorentina. Ed eccoci all’oggi, con la Fiorentina che si appresta ad andare a Bergamo alla ricerca di un successo che avrebbe tutti i crismi dell’impresa. Nonostante l’Atalanta abbia messo a referto solamente 13 punti, sia reduce da 3 ko di fila in campionato e abbia evidenziato una valanga di fragilità, la Fiorentina sta troppo male per poter pensare di affrontare una sfida come quella di domani credendo di non dover fare qualcosa di stra-ordinario per portare via l’intera posta in palio. Sarebbe anche l’ora, intendiamoci. Perché ok la politica dei mattoncini, dei piccoli passi e della squadra operaia proclamata da Vanoli, ma al termine del match con l’Atalanta saranno trascorse ormai 13 giornate per cui, di tempo per ottenere i primi tre punti del campionato, non ce n’è poi così tanto. Loro rinati, risorti, rigenerati con e da Palladino, che hanno ritrovato i loro assi come Scamacca, Lookman, Ederson e De Ketelaere, tutto il contrario della Fiorentina, che nel frattempo si è ritrovata di nuovo a interrogarsi sui due play Nicolussi Caviglia e Fagioli, sull’utilità di questo Dzeko e sulla fragilità di una difesa che continua a fare acqua da tutte le parti. In questo intreccio tra ieri, oggi e domani, se guardarsi indietro genera una valanga di interrogativi sul come sia potuto succedere tutto quello che viviamo oggi, il domani fa ancora più paura. La scintilla, fin qui, non si è vista neppure con Vanoli, eccezion fatta per qualche minuto con la Juve. C’è soltanto da sperare. In cosa? Bhò. Sperare.

Cinque e più motivi per cui oggi c’è da vincere

Fiorentina in campo con l’AEK Atene in Conference

La Fiorentina torna in campo dopo l’incoraggiante pareggio strappato sabato scorso con la Juventus. Lo fa in Europa, contro l’AEK Atene dell’ex Jovic, oggi quanto mai spauracchio, ma soprattutto lo fa per trovare la prima vittoria dell’era Vanoli. Di motivi ce ne sono una caterva per trovare il successo, fosse non solo perché l’ultima gioia, visto il ko rimediato anche a Magonza e le 0 affermazioni in Serie A, risale al 23 ottobre, a Vienna, quando ancora in molti viaggiavano in maglina. Oggi, con indosso maglioni e papaline, sarebbe giunto il momento di ritrovare quel sapore di vittoria. Oltre a ciò, ecco alcuni buoni motivi per uscire stasera dal Franchi con tre punti: NUMERO UNO. Oggi sarà la prima da tecnico in Europa per Paolo Vanoli, chiamato a trovare i primi tre mattoncini verso la guarigione di questa Fiorentina. Vincere aiuta a vincere, sarebbe la sua prima, visti i due pareggi rimediati da quando siede sulla panchina viola, sarebbe un viatico molto importante verso il match di Bergamo di domenica contro l’ex Palladino. NUMERO DUE. Il jolly del ko la Fiorentina se lo è già giocato, a Magonza. La classifica della fase a girone di Conference League premia le prime otto come promosse direttamente. Ad oggi la squadra viola sarebbe l’ultima delle qualificate, evitandosi il playoff a febbraio. Se, come detto da Vanoli stesso, il percorso per uscire dalla zona retrocessione sarà lungo per la Fiorentina, evitarsi altre due partite in Europa, decisive e dispendiose con viaggi e fatica, sarebbe non importante, quasi vitale. NUMERO TRE. Se per molti, a vedere la classifica e la situazione generale in campionato, la Conference League ha un appeal radente allo zero, tanto che anche oggi al Franchi ci saranno circa 10mila spettatori (compresi gli ospiti), val comunque bene ricordare che arrivare in fondo a questa manifestazione potrebbe salvare la stagione. Perché dopo l’Atalanta, lo vogliamo pensare senza abbandonarci a voli pindarici, da qui al termine del girone d’andata la Fiorentina sfiderà Sassuolo, Verona, Udinese, Parma e Cremonese. E lì dovranno arrivare più punti possibili. NUMERO QUATTRO. Vincere permetterebbe di migliorare la situazione del girone, quindi di poter arrivare alle prossime sfide facendo giocare anche chi ad oggi offre minori garanzie. E, come detto da Vanoli, ora servono tutti. Ma, quella di oggi e le prossime gare di Conference, potrebbero essere ulteriori occasioni per crescere. NUMERO CINQUE. Vincere porta umore, sorrisi e anche soldi. Non solo per la vittoria in sé, o per il botteghino (che comunque incide veramente poco sui bilanci), ma soprattutto perché andare il più avanti possibile, cioè avendo fatto due finali e una semifinale nelle tre precedenti edizioni di Conference League a cui ha partecipato la Fiorentina, ha portato una sessantina di milioni totali. Insomma, Fiorentina, c’è da vincere. E basta.

Rollygol. Mandragora c’è, gli altri centrocampisti un po’ meno

Col gol alla Juve è salito a 10 reti nel 2025, 3 in questo avvio di Serie A

A lungo in bilico, sostanzialmente per tutta l’estate, alla fine Rolando Mandragora è dapprima rimasto a Firenze, si è via via ripreso il ruolo di titolare della mediana della Fiorentina e si è confermato anche goleador. Di tutti i centrocampisti che erano a disposizione di Pioli prima e Vanoli poi, con intermezzo europeo a Magonza di Galloppa, Mandragora è forse l’unico che si assesta complessivamente nei pressi della sufficienza. Non ancora piena, sia chiaro, perché al netto delle tre reti che ha segnato fin qui in questa Serie A è stato anche lui spesso trasparente, ma di tutti i colleghi di reparto è stato fino ad oggi senza dubbio il meno peggio. Molto poco hanno fatto Fagioli e Nicolussi Caviglia, pochissimo ha fatto Sohm, qualcosa ha combinato Ndour, almeno in Conference, niente ha fatto Richardson, visto che ancora non è mai sceso in campo, passando per Sabiri che Pioli mise dentro per una manciata di minuti col Bologna e che, in quel piccolo lasso di tempo, è riuscito anche a farsi male oltre ad aver perso il pallone su cui era arrivato il gol dello 0-3 dei rossoblu, poi annullato, e che aveva anche causato il rigore su Bernardeschi non concesso. Vabè, meglio dimenticare quell’episodio. Poi c’è Fazzini, che era sostanzialmente uscito dai radar con l’ultimo Pioli, che adesso potrebbe ritagliarsi qualche spazio con Vanoli.  Ci sarebbe pure Infantino in rosa, ma non in lista, perciò lasciamo perdere, bis. Tornando a Mandragora, dopo le voci estive sul Betis, una valutazione che la Fiorentina faceva del suo cartellino vicina ai 10 milioni di euro, con offerte dalla Spagna non superiori ai 4,5 – 5 milioni in virtù del contratto in scadenza nel 2026, nelle scorse settimane si è sbloccato anche il fronte rinnovo, con un nuovo accordo da quasi 2 milioni di euro netti che lo ha visto salire nelle gerarchie del monte ingaggi gigliato. Cifre un po’ esose, diranno i detrattori di Rolly e Pradé, che tra le ultime cose prima di rassegnare le dimissioni aveva ratificato quel nuovo contratto. Ci sta, d’altronde Mandragora non si è mai imposto come quel centrocampista di regia che prima di farsi male si era visto in Under 21, nelle giovanili della Juve, nell’Udinese e nel Torino. Nelle skills di Mandragora un po’ di interdizione, un po’ di costruzione, un po’ di questo e di quell’altro. Molto, invece, alla voce inserimenti e tiri dalla distanza, vero e proprio punto di forza del centrocampista viola. Tanto che nel 2025, considerando tutte le competizioni, Mandragora è arrivato alla rotonda cifra di 10 gol nell’anno solare. Iniziò a San Siro su rigore con l’Inter a febbraio, segnò a Panathinaikos, Juventus, due volte Celje, Empoli e Venezia nella stagione 2024/25, lo ha rifatto subito col Cagliari alla prima giornata, lo ha fatto col Como e quindi sabato scorso. Ad oggi, nel misero bottino di 10 reti segnate in 12 partite di Serie A dalla Fiorentina, Rolly ha contribuito con 3 gol, ovvero il 30%. Gli altri compagni di reparto, tutti, non possono dire altrettanto. E chissà che non ci siano altri bolidi dalla distanza in canna. Lo spera Vanoli, Mandragora stesso e tutti coloro che sperano di vedere una pronta risalita in classifica da parte della Fiorentina.

Si muove la classifica (si fa per dire)

Un punto per i viola, ancora ultimi

La Fiorentina strappa un punto con la Juventus. Lo fa con merito, avendo messo sotto gli avversari (modesti) solamente per una manciata di minuti, soprattutto nella prima parte di ripresa, ma tenendo abbastanza bene colpendo anche un legno con Moise Kean. La classifica si muove, di pochissimo. Dopo dodici giornate i punti della Fiorentina sono sei e la posizione in graduatoria è sempre la stessa, ultima. Non più in solitaria, ma in coabitazione col Verona. Per dirla alla Vanoli, col pareggio con la Juventus (così come con quello col Genoa) la Fiorentina ha messo un altro piccolo mattoncino nel percorso di risalita dalle zone pericolosissime in cui è piombata ormai da settimane. Il percorso di uscita dai bassifondi, insomma, sarà lungo. In barba a chi sperava che con l’avvento del neo tecnico si accendesse chissà quale luce per cui, da un giorno all’altro, potesse cambiare chissà che cosa. No, evidentemente non è questo il caso. La paura fa sempre quaranta, come i punti che in teoria servirebbero per ottenere la permanenza in Serie A. Ad oggi, proiezioni statistiche alla mano, con 31-32 punti si compie ugualmente la missione. Il problema è che, alla Fiorentina, comunque mancano almeno 25-26 punti da racimolare. Che sembrano pochi per gli ottimisti, moltissimi per i pessimisti e abbastanza per i realisti. Domenica c’è l’Atalanta, a Bergamo, poi arriveranno Sassuolo, Verona, Udinese, Parma e Cremonese. Inutile fare eventuali tabelle, ma è chiaro che in quelle partite lì i mattoncini da mettere dovranno essere tanti. Più possibili. Altrimenti, se così non dovesse succedere, le cose si metterebbero davvero male. Ancor di più di quanto già non lo siano ad oggi.

La prima di Vanoli (da viola) contro la Juve

Le ultime prime Fiorentina-Juventus dei tecnici viola

Per Paolo Vanoli sarà il primo Fiorentina-Juventus da allenatore. Lui che, essendo stato calciatore viola sa bene cosa voglia dire questa partita per il popolo gigliato e che sa benissimo cosa voglia dire sfidare la Juventus da ‘nemico’ avendolo già fatto col Torino, sarà chiamato all’impresa sabato al Franchi. Dal ritorno in Serie A post fallimento, le ultime prime quattordici sfide dei tecnici viola contro la Juventus sono state tutte particolari. CON COMMISSO. L’anno scorso, ad esempio, Palladino riuscì a strappare in extremis un pareggio a Torino con gol di Sottil, per un 2-2 che si andava ad inserire in un momento di flessione della squadra viola che veniva dal tonfo interno con l’Udinese e che, da lì a breve, avrebbe perso col Napoli e pure col Monza, oltre che pareggiato col Torino di Vanoli con un uomo in più. La prima di Vincenzo Italiano da allenatore della Fiorentina contro la Juve fu anche in quel caso in trasferta, con ko in extremis firmato Cuadrado, mentre il secondo primo incrocio contro la Juventus di Prandelli da tecnico viola fu un’apoteosi, con lo 0-3 che ridicolizzò la squadra di Pirlo. La prima volta di Iachini con la Juventus fu un 3-0 per i bianconeri, con tanti errori arbitrali e un Rocco Commisso furibondo che si scagliò contro Nedved, gli Agnelli, la Juve e il sistema arbitrale, mentre la seconda prima volta di Beppe contro la Juve fu nell’1-1 del Franchi dell’aprile 2021 coi gol di Vlahovic e Morata. La seconda prima volta da allenatore viola di Montella con la Juve, invece, fu un ko 2-1 nel 2019, col gol di Milenkovic ribaltato da Alex Sandro e aut. di Pezzella. COI DV. Ko anche nella prima di Pioli contro la Juventus, 1-0 con gol di Mandzukic nel 2017, mentre Paulo Sousa ci perse 3-1 nel 2015, con gol del vantaggio di Ilicic poi ribaltato. La prima di Montella con la Juve fu uno 0-0 nel 2012, mentre la prima di Delio Rossi fu il clamoroso 0-5 del Franchi del 2012. Nel 2010, Sinisa Mihajlovic strappò un pareggio nella sua prima da mister viola contro la Juve, un 1-1 con autogol di Motta e gol di Pepe. La prima di Prandelli con la Juve fu un ko 1-2, con reti di Trezeguet, Pazzini e Camoranesi. In precedenza fu la prima di Sergio Buso, che finì 1-0 per la Juve con gol di Ruben Olivera, mentre Dino Zoff strappò un pari per 3-3 coi gol di Del Piero, doppio Ibra, Pazzini, Chiellini e Dainelli. Fiorentine diverse, Juventus diverse, ere diverse. Tornando all’oggi, per Vanoli è arrivato il momento di provare a far partire una nuova stagione per questa Fiorentina. A lui, sì, ma anche e soprattutto ai calciatori.

Proviamoci!

La Fiorentina cerca l’impresa contro la Juve

Che vogliate vivere l’attesa di questo Fiorentina-Juventus col solito trasporto emotivo di sempre legato al passato o in tono minore per le enormi difficoltà del presente, sappiamo già che poi, sabato, comunque la pensiate, le pulsazioni saliranno, la tensione anche, e la voglia di alzarvi in piedi e saltellare canticchiando ‘chi non salta è bianconero ooh ooh’ prevarrà su ogni tentativo di dare una logica ad un’emozione che è lì, forse un po’ offuscata dai nuvoloni neri che da qualche settimana si sono addensati su Firenze. In quei 90’ si azzera tutto, non conta nulla lo ieri, ma solo quell’oggi in cui c’è la possibilità di scrivere il proprio nome in una nuova pagina di storia. C’è un motivo in più per farlo sabato. Sì, perché questa Fiorentina è ancora alla ricerca del primo successo in questa Serie A, ha in sella un nuovo condottiero che in questi giorni ha fatto sudare a suon di doppie sedute una rosa che adesso deve riconquistare il suo popolo, ferito, deluso e incazz** per un avvio di stagione disastroso, orrendo e quasi offensivo. Ora c’è la grande occasione di riscatto, la possibilità per riappacificarsi col proprio tifo e per evitare di dover vivere una stagione di sofferenza. Probabilmente sarà un percorso lungo quello che dovrà passare la Fiorentina per uscire dalle zone caldissime, ma vogliamo ancora pensare e/o almeno sperare che non sarà così. La scintilla potrebbe essere proprio sabato, un nuovo punto di ri-partenza. E’ ora, è il momento: proviamoci!

E ora svoltiamo ?!

La Fiorentina si avvicina alla gara con la Juve

Tra poche ore la sosta per le Nazionali sarà ufficialmente archiviata. Per la Fiorentina è già tempo di pensare alla gara di sabato contro la Juventus, quando Paolo Vanoli farà il suo esordio al Franchi da tecnico viola, cercando punti preziosi, quasi vitali, per mettere qualche mattoncino in più nel percorso di risalita di una squadra che, ancora oggi, dopo 11 giornate, non si è schiodata dall’ultimo posto in classifica. Tante le cose che non hanno funzionato sin qui, altrettante quelle che speriamo di vedere corrette e migliorate già da sabato coi bianconeri. UNO. La fase difensiva, soprattutto e sopra tutto. Impossibile pensare di salvarsi quando subisci di media 1,63 gol a partita. Serve ritrovare solidità dietro, non regalare niente e prestare un’attenzione massima su marcature e calci piazzati. Di fronte ci sarà una Juve che, in tal senso, ha messo a referto pur nelle sue difficoltà più tiri nello specchio di tutti in Serie A, ha fatto più gol di tutti su piazzato, sei, ed è seconda assoluta per tiri di media totali a partita. Se, fin qui, il punto di debolezza principale della squadra gigliata è stata la tenuta difensiva, ora è arrivato il momento di cambiare decisamente il trend. Lo aveva già detto prima del Genoa Vanoli, adesso con la sosta e il grande lavoro fatto su questo tema, è il momento di vedere i primi importanti miglioramenti DUE. Solidità dietro, ma anche in mediana. In tal senso Simon Sohm potrebbe dare una grossa mano. I progressi dello svizzero sono apparsi subito evidenti. Ora è il momento di proteggere la retroguardia, con muscoli, recuperi e intelligenza tattica. Meno fino, più muscoli. Una squadra operaia, che faccia fase difensiva già con gli attaccanti, che non sia trasparente in mediana e che, col giusto timing, metta anche in moto gli attaccanti. TRE. La condizione fisica, ritmo e intensità. Sì perché non si ricordavano doppie sedute d’allenamento ormai da tempo. La Fiorentina in questi 15 giorni sta mettendo benzina nel suo serbatoio. Perché quando sei laggiù, e sei in difficoltà mentale, devi riuscire a compensare con l’atletismo. Spesso, infatti, con Pioli si era vista una squadra che resisteva per manciate di minuti, mai per tutta la gara. Ora, QUATTRO. L’intesa tra Kean, sempre che giochi, e Gudmundsson. Qualcuno ha fatto notare che a Genova, senza Moise, Gud e Piccoli abbiano evidenziato un feeling migliore di quanto non si sia ora l’islandese e Kean. Ora, è il momento di mettere da parte ogni discorso singolo ed egoistico. In ballo, qui, c’è la sopravvivenza in Serie A della Fiorentina, per cui Moise, Albert, Edin, Roberto, con l’aggiunta di Fazzini o chi che sia, mettetevi lì, decidete come trovarvi e come fare il meglio per la Fiorentina, non per il vostro bottino personale. CINQUE. Forse è ancora un po’ presto per pensare che pochi giorni di ‘cura Vanoli’ possano stravolgere chissà che cosa. Ma, a livello di singoli, c’è più di un giocatore che ci aspettiamo di vedere decisamente più incisivo. Da Nicolussi Caviglia e Fagioli in mediana, passando per lo stesso Gudmundsson, ma anche Dodo, Ranieri e altri singoli che hanno messo a referto un avvio di stagione orrendo. Da loro, anche a livello individuale, ci si attendono dei grossi passi in avanti. Non è che da sabato ci attendiamo lanci di 40 metri millimetrici di Nicolussi e tre gol più tre assist di Dodo, ma almeno qualcosa di sufficiente sì. Ecco, un piccolo e sommario riassunto di quello che ci attendiamo di vedere migliorato sabato pomeriggio. Il resto deve venir da solo, trattandosi di Fiorentina-Juventus. Perciò, ragazzi, sveglia. E’ il momento di cominciare una nuova stagione.

Arriva la Juve, una sfida come le altre (sì, come no)

Sabato c’è Fiorentina-Juventus. Tra ieri, oggi e domani

C'è chi si è presentato in piazza Savonarola a fare la guerriglia con le forze dell'ordine nei giorni di Baggio, chi era a Cagliari nell'82 e/o Avellino nel 90. C’è chi ha invaso i binari di Santa Maria Novella per protestare contro quei soprusi che vessavano la Fiorentina di Della Valle (che poi avremmo conosciuto come Calciopoli) per cui o ti piegavi, come poi fecero gli stessi fratelli Tod’s, oppure ne finivi schiacciato. Dagli Agnelli a Moggi, passando per i recenti Nedved (con le sue passeggiate al Franchi), Antonio Conte e un’altra sequela di emblemi della sfida tra il potere e i ribelli, tra chi rubava e i ‘meglio secondi che ladri’, appunto. Per tutti coloro che, ancora oggi, tramandano quei racconti, c’è ancora chi taccia di provincialismo coloro che vivono con un’attesa spasmodica questa marcia di avvicinamento contro ‘Lei’, come la chiamava il grande Ciuffi, quelli brutti, sporchi e cattivi, senza identità, loro contro un popolo, contro Firenze e chi, quei soprusi, li ha spesso dovuti subire e ingoiare, facendosi forza dinanzi a quei torti. Questa è la storia di Fiorentina-Juventus, che oggi vive di vita propria, come da tradizione, ma un po’ meno. D’altronde, in questo momento storico particolare che vive la squadra viola, ultima in classifica, ancora senza una singola vittoria in Serie A dopo 11 giornate, con una fottuta paura di finire di sotto, c’è poco spazio per disperdere energie per pensare ad una rivalità che negli anni si era creata in termini di valori sì, ma anche di obiettivi comuni. Oggi, invece, il gap è enorme tra la Fiorentina e la Juventus, per punti, traguardi e obiettivi. Da queste parti resta di che godere quando loro prendono abbagli spendendo valanghe di quattrini per i vari Vlahovic, Chiesa e Bernardeschi, mentre noi prendiamo a due spiccioli Moise Kean, quando loro non entrano in Champions League e/o escono da quella competizione mentre la Fiorentina vola nel girone di Conference contro i cechi del Sigma Olomouc o robe sconosciute varie, ed eventuali. Ecco, in questo ridimensionamento della Fiorentina c’è molto del calo di appeal di questa sfida. Che, sia chiaro, resta sentitissima, ma anche un po’ meno. Oggi, paradossalmente, viene sentita di più una sfida all’ex Vincenzo Italiano, all’antipatico Gasperini e/o ad infamare il Comune per lo Stadio Franchi che ha scalato le gerarchie del nemico. Eh vabbè, d’altronde, anche quest’anno, figuriamoci se la Fiorentina potrà lottarsi qualcosa con la Juve. Tempi moderni, coi suoi pro e i suoi contro, per cui oggi non si fa più guerriglia urbana perché arrivano i bianconeri (e questo è un pro), ma anche tempi in cui ‘ah, c’è la Juve. Vabbé, è una partita come le altre’. Ecco, quello che 20-30 anni sembrava un’utopia anche solo al pensiero, oggi è visto più come una cosa ‘normale’. Certo, se poi, capitasse una giornata storica come il 4-2 di Pepito, i gol a Torino di Osvaldo e Papa Waigo, magari si ri-alimenterebbe il mito, della piccola Fiorentina che annienta quelli che volevano essere una grande Juve. Farlo adesso, che la classifica ne ha un bisogno quasi vitale, sarebbe ancor più importante.

Missione Fiorentina: ritrovare il fortino Franchi

I viola devono rifare del Franchi il luogo dove costruire la salvezza

Mentre il gruppo viola continua ad allenarsi a ritmi intensi sotto la guida del neo tecnico della Fiorentina Vanoli, prosegue il countdown verso la gara contro la Juventus. Una sfida che, quest’anno ancor di più, potrebbe rappresentare un piccolo primo passo verso la risalita di una squadra che, ad oggi, è ultima in classifica e con un piede nel baratro.L’OCCASIONE GIUSTA. “Dobbiamo essere bravi a riportare i nostri tifosi allo stadio e a sostenerci. Se adesso ci criticano e contestano dobbiamo solo accettare queste critiche”, cit. Paolo Vanoli. Nel clima di contestazione e rabbia che si respira a Firenze, la gara contro la Juve potrebbe essere l’occasione giusta per ricompattare un ambiente che si aspetta coi bianconeri una reazione forte. La classifica parla chiaro: per uscire dai bassifondi servirà fare dei punti anche in gare col pronostico avverso, come altre concorrenti per la salvezza hanno già fatto e stanno facendo. Potrebbe essere l’occasione per azzerare quella voce eloquente che recita ancora un rotondo zero alla casella vittorie in questa Serie A. Difficile, sì. Quasi impossibile se ci si soffermasse a quanto visto sin qui. Ma con la sosta e il lavoro intenso che il neo tecnico ha svolto già in questa settimana e farà nella prossima, è lecito attendersi un’altra Fiorentina sabato prossimo.FORTINO FRANCHI. Fiorentina-Juventus sarà la prima di Vanoli al Franchi. Un battesimo di fuoco contro quella che è stata la sua rivale nel derby da tecnico del Toro e che, da ex calciatore viola, sa benissimo quanto conti per chi ha a cuore la storia del club gigliato. Non solo, per risalire la classifica la Fiorentina dovrà tornare a fare del proprio stadio il proprio fortino. Nell’ultimo posto che occupa oggi la Fiorentina c’è moltissimo dell’avvio orribile in gare interne. Quello che tradizionalmente era un luogo dove passavano in pochi, è stato sin qui una terra di conquista praticamente per tutti. Ci hanno preso tre punti il Napoli, il Lecce, il Como e la Roma, mentre ne ha preso uno il Bologna. In 5 partite casalinghe la Fiorentina ha racimolato la miseria di 1 punto. Tra l’altro, al netto del gol sbagliato a porta vuota da Dodo col Bologna, il bottino ottenuto è stato anche meritato. Netti i ko col Napoli e anche col Como, per quanto arrivato allo scadere e pure col Lecce. In termini di prestazione, l’unica gara da salvare è stata quella con la Roma, tra pali e occasioni clamorosamente fallite, mentre almeno col Bologna, dove per oltre 60-70 minuti la Fiorentina era apparsa in balia degli avversari, una reazione la si è intravista. Dal match con la Juve inizierà una nuova stagione per la Fiorentina.RIDOTTO. E ok che ci sono i lavori, che la capienza è ridotta e che la Fiesole non è altro che un cumulo di cemento con dinanzi delle gru, ma lo stesso scenario c’era anche l’anno scorso quando, con Palladino in panchina, la Fiorentina ottenne 40 punti in 19 sfide casalinghe. Meglio fecero solamente Napoli (45), Inter (43) e Roma (41). Volendo fare dei raffronti, in pochi hanno fatto storicamente meglio nell’era del calcio a tre punti e a 20 squadre. Ci son riusciti due volte Prandelli, 1 volta Montella e 1 Italiano, stop. Anche nei (tristi) tempi del Covid, tra stadi chiusi e poi a capienza massima di mille persone, la Fiorentina di Iachini era riuscita a costruirsi le sue due salvezze facendo del proprio stadio un punto di grande forza.PROSSIME. Il primo avversario della Fiorentina in casa sarà la Juventus, poi ci saranno le sfide con Verona, Udinese e Cremonese che chiuderanno il discorso gare interne del girone d’andata. Nel girone di ritorno (con una gara interna in più rispetto all’andata, dove la Fiorentina ha in programma un match in più in trasferta), in successione, la Fiorentina ospiterà Milan, Cagliari, Torino, Pisa, Parma, Inter, Lazio, Sassuolo, Genoa e Atalanta. Il Franchi, anche se a capienza ridotta, deve tornare fortino per i viola. La salvezza passa anche da qui.

Difesa da ritrovare. Pongracic, Comuzzo e Ranieri su tutti

Singoli e reparto da solidificare in vista della ripartenza

Lo ha detto chiaramente anche Paolo Vanoli, tra le priorità della Fiorentina c’è il ritrovare una solidità difensiva importante. In pratica, senza addentrarci troppo nei numeri (orribili), c’è da invertire un trend che ha visto sin qui la porta viola sostanzialmente sempre e troppo bucata. Basta vedere il numero dei gol subiti per prendersi spavento, 18 in 11 partite. Una vera e propria banda del buco. Collettiva, ma anche come sommatoria dei vari singoli. Per quanto, quest’anno, anche David De Gea ne abbia almeno un paio sulla coscienza, come quello a Cagliari e col Genoa, anche sforzandosi non si trovano difensori in questa rosa che possano anche solo avvicinarsi alla sufficienza. Dagli errori e svarioni di Comuzzo, passando per il momento disastroso di capitan Luca Ranieri, passando per Pongracic, ogni singola partita li ha visti protagonisti in negativo. Non sempre tutti assieme, ma nelle giornate negative di uno non si è mai contraddistinto in positivo nessun altro. Senza dimenticare i vari Dodo e Gosens, con Vanoli chiamato a dare una sonora sveglia ai suoi esterni. Tornando ai centrali, con Viti e Pablo Marì da aggiungere al conto dei calciatori da cui sarebbe stato lecito attendersi qualche svarione in meno, partendo dalla gara di Cagliari alla prima giornata fu proprio l’ex Monza a perdersi Luperto, su calcio piazzato. Col Napoli fecero una frittata Comuzzo sul rigore di De Bruyne, una da bollino rosso Pongracic cercando l’anticipo su Hojlund, poi ci fu la sagra dello svarione sul gol di Beukema, su calcio piazzato. Col Como altro gol concesso da palla inattiva prima, e con svarione di Pongracic su Addai al 90’, mentre con la Roma fu Cristante a metterla dentro su calcio d’angolo, con tutti i difensori a guardare. Il tutto fino al gol del Genoa su punizione con le marcature a uomo perse e la linea del fuorigioco che non ha funzionato, con una compartecipazione di errori sul gol di Colombo e un rigore concesso ai rossoblu per uno svarione di Ranieri. Ok, meglio dimenticare. Adesso c’è solo una cosa da fare, invertire questo triste andazzo. Intanto non prenderne, poi migliorare nel darne. La ripartenza del campionato sarà con la Juventus, seconda squadra che tira di più in assoluto in Serie A, prima per tiri nello specchio di media e squadra che ha segnato più gol di tutti in campionato da calcio piazzato. Ecco, l’occasione per dimostrare che sbagliando s’impara. E si migliora. Per forza.

La paura fa…quaranta

Vademecum per allontanare lo spettro della retrocessione

La paura fa…quaranta, come i punti che teoricamente servirebbero a salvare la pelle. Numeri, precedenti e statistiche non sorridono alla causa della Fiorentina, questo è chiaro. Basta guardare la classifica, il dato sui gol subiti e su quelli segnati e la triste voce zero vittorie in 11 giornate di Serie A per rendersi conto di quanto la risalita della truppa viola sia complicata. Ma, da qui a pensare che la Fiorentina sia già spacciata e retrocessa, al netto di quello che dica la vostra calcolatrice nel fare proiezioni e nel calcolare come, dove e quando la Fiorentina possa fare quei punti che le serviranno per evitare il baratro della Serie B, un po’ ce ne passa. O meglio, ce ne deve passare. Per convincervi (o almeno provare a farlo) ecco il vademecum coi consigli utili per allontanare lo spettro della retrocessione: NUMERO UNO: I VALORI. Le avversarie (dirette, in questo momento) della Fiorentina non possono contare sul parco giocatori che ha a disposizione Vanoli. Kean, Gudmundsson, De Gea, Piccoli, Dodo, Gosens più vari ed eventuali. Ok, molti dei ‘big’ viola stanno vivendo un avvio di stagione orribile. Ma tra questo Kean e quello dell’anno scorso ci dovrà essere una via di mezzo no? Il portiere spagnolo, l’anno scorso sul podio dei migliori estremi difensori della Serie A, ha sulla coscienza qualche errore di troppo in questo inizio di stagione, ma è comunque lo stesso che nella passata stagione fece miracoli su miracoli. Dodo e Gosens non possono essere quelli visti sin qui, etc etc. Sulla carta, ovviamente. Se poi dovessero continuare tutti a fare disastri, bè…Ma, in tal senso, potrebbe anche piovere per i prossimi 365 giorni, in teoria. NUMERO DUE, LA PARTE ATLETICA. Con Vanoli ci si attende un grosso miglioramento in termini fisici da parte della Fiorentina. Ormai è chiaro: la preparazione estiva è stata sbagliata. Spesso, con Pioli, la squadra viola è stata in campo a livelli accettabili per pochissimi minuti per poi sparire e restare ampie fasi di partita in balia degli avversari. Lo testimoniano i tanti gol subiti nei secondi tempi, così come il non essere mai riusciti a tenere un vantaggio. Anzi, quando la Fiorentina è passata avanti nel punteggio ha praticamente sempre perso. Il lavoro di questa sosta servirà a mettere un po’ di benzina nelle gambe di una squadra che è sempre stata fisicamente moscia e poco intensa. In tal senso c’è da essere ottimisti che questo aspetto cambierà. NUMERO TRE, LA TESTA. Paolo Vanoli dovrà toccare le corde giuste per far rapidamente capire a questa rosa che il momento è di quelli complicati. La Fiorentina è ultima in classifica, non può più regalare un singolo pallone. Per finezze e bel calcio ripassare (eventualmente) più avanti. Non a caso è uno dei punti su cui si è immediatamente soffermato Vanoli. Evidentemente, col trascinarsi della disastrosa gestione Pioli, questo tasto non era stato approfondito, o metabolizzato. E’ il momento della consapevolezza. Capire la situazione in cui ci si trova è già il primo passo verso la guarigione. In tal senso c’è da essere ottimisti che l’atteggiamento cambierà. Ridare fiducia e consapevolezza ad alcuni giocatori chiave sarà fondamentale per Vanoli. NUMERO QUATTRO, LE ALTRE. L’ultimo turno di campionato ha insegnato che i punti ci sono, si trovano. Ovviamente vanno sudati e conquistati, ma non ci sono avversari così troppo ingiocabili. Esempi? Il Parma che rimonta due gol al Milan, il Toro che ferma la Juve, il Sassuolo che vince 0-3 a Bergamo. Poi ci sono state le vittorie della Cremonese a San Siro col Milan, il pari del Pisa ancora coi rossoneri, la vittoria dell’Udinese contro l’Inter al Meazza etc etc. Le prossime due partite sono di quelle da circoletto rosso, cioè dall’alto coefficiente di difficoltà (oggettivo). Juventus e Atalanta attendono la Fiorentina, poi ci saranno Sassuolo, Verona, Udinese, Parma e Cremonese in rapida successione. Se, come da tradizione, le tabelle e il ‘calendario facile’ sono spesso stati un grosso e doloroso trabocchetto per chi tifa viola, per cui sarebbe meglio evitare, è altrettanto vero che se, neppure contro quelle formazioni dovessero arrivare una serie di risultati utili, allora… NUMERO CINQUE, GENNAIO. Il mercato invernale non è così lontano. Cosa manchi a questa Fiorentina è evidente: un difensore di livello e un centrocampista/due di interdizione. Non è semplice fare chissà quali investimenti a gennaio, ma qualcosa si può/dovrà fare. Mettete via la calcolatrice. E anche un po’ di rabbia. E mattoncino dopo mattoncino (cit. Paolo Vanoli) vedrete anche 'andrà tutto bene' (altra cit.). O almeno, si spera.

Inizia l’era del Sergente Paolo Vanoli

Da domani doppie sedute al Viola Park

Signori, non si scherza più. Il Sergente Paolo Vanoli, da domani mattina, suonerà la sveglia al Viola Park in pieno stile militare. Doppie sedute tutti i giorni, richiamo di preparazione, lavoro su tattica e testa. La Fiorentina, durante questa sosta, dovrà cambiare pelle e...palle, o attributi, o carattere (a seconda di ciò che urta di meno la vostra sensibilità). CARATTERE E TESTA. Partendo dall’ultimo aspetto, Vanoli a Marassi ha iniziato a sbraitare ancor prima che iniziasse la partita. Il povero Fortini, che lo aveva sulla sua corsia nel primo tempo, non vedeva l’ora di arrivare all’intervallo per andare dall’altra parte del campo nella ripresa: indicazioni, consigli, urla e stimoli. Sì, perché la nuova Fiorentina deve mettersi nella testa che per uscire da questa situazione di classifica non si può allentare la tensione neppure per un secondo, che ci si deve sporcare le mani, che c’è da lottare con le unghie su ogni pallone, senza fare regali. In tal senso, anche a Marassi contro un Genoa modesto, gli errori di alcuni singoli sono stati disarmanti, così come alcune letture collettive. C’è da lavorare, insomma. E il tempo per farlo non mancherà viste le doppie sedute in programma a ripetizione al Viola Park. Meno finezze, più testa, più carattere e attributi. Alla ripresa ci sono Juventus e Atalanta, squadre contro cui c’è da provare l’impresa. LAVORO ATLETICO. Un grande e duro lavoro sarà fatto anche sull’aspetto fisico. Qualcuno aveva già evidenziato che la condizione atletica potesse essere uno dei problemi di questo avvio di stagione. Negli ultimi giorni sono stati  alcuni protagonisti stessi a dirlo, da Goretti a Piccoli. Vanoli è pronto a fare un richiamo, nei limiti del possibile visti i 13 giorni che separano la Fiorentina dal match contro la Juventus. Più e più volte la squadra di Pioli aveva passato fasi (più o meno lunghe) di partita in balia degli avversari, magari partendo bene, salvo poi scomparire, per poi riaccendersi (a seconda dell’andamento delle gare). Adesso, invece, Vanoli proverà a trasformare la Fiorentina in una squadra che stia nelle partite per novanta e più minuti, magari non a massima intensità sempre, ma almeno più presente. TATTICA. Vanoli dovrà lavorare molto anche sull’aspetto tattico. I numeri parlano chiaro: la Fiorentina è la peggior difesa della Serie A e il sesto peggior attacco. Con questa fase difensiva, con questo attacco e con questo centrocampo, la Fiorentina non riuscirebbe mai a salvarsi. Dietro stanno facendo malissimo i singoli, ma non è solamente un problema di giocatori (Ranieri, Pongracic, Comuzzo, Pablo Marì sono gli stessi che l’anno scorso avevano fatto un’ottima stagione) bensì di meccanismi. Davanti Piccoli si è sbloccato solamente domenica, Gudmundsson ha forse fatto la sua miglior prestazione proprio a Marassi, mentre Kean quest’anno sembra il lontano parente di quello visto l’anno scorso. E, come detto, quando nessuno si esprime a livelli accettabili, il problema non sta nel singolo. La mediana, invece, non sta né creando né schermando. E sarà che in quella zona del campo mancano giocatori di un certo livello, forse, ma un rendimento del genere non era immaginabile. Insomma, di lavoro da fare al sergente Vanoli non ne mancherà. La Fiorentina, come detto, dovrà cambiare pelle e palle. E per i giocatori, adesso, non c’è più da scherzare, con anche qualche gerarchia che potrebbe essere rivista. Domani, per la prima vera volta, inizierà l’era del Vanolismo, sperando che dia la (vera) scossa.

Benedetta sosta

Due settimane per risalire

Benedetta sosta. La pausa per le Nazionali arriva nel momento giusto per la Fiorentina. Questo stop al campionato, infatti, potrà permettere a tutta la truppa viola di riordinare le idee dopo giorni caotici, con diversi punti di domanda sul recente passato, molta paura per il presente e altrettanta per il futuro. Alla ripresa ci saranno Juventus e Atalanta sul cammino dei viola, un percorso in salita che è rimasto tale e quale col pareggio di Marassi, nonostante qualche piccolo e timido segnale di miglioramento. Quattordici preziosi giorni di lavoro per Vanoli, che terrà a battesimo il suo esordio al Franchi da allenatore viola nella madre delle partite, in un ambiente che ribolle di delusione e rabbia per il tracollo delle ambizioni sventolate in estate e per l’essersi trovato a sperare di tirarsi fuori alla svelta da un tunnel inatteso e profondo in cui è piombata la Fiorentina. Un lasso di tempo benedetto per Vanoli, che dopo 48 ore dal suo primo arrivo al Viola Park era già seduto in panchina a guidare i suoi in una sfida in cui, in caso di ko, il mondo viola sarebbe potuto sprofondare ulteriormente. Per tanti singoli che continuano a fornire prestazioni talmente brutte da essere difficilmente spiegabili, se non sperando che sia solamente un momento di confusione e scarsa lucidità. Su tutti Dodo, passando per Ranieri e Pongracic. Più in generale per una rosa intera che deve assimilare i concetti del nuovo tecnico e mettere nelle gambe un po’ di benzina che, evidentemente, non era stata inserita in maniera adeguata . Che questa squadra avesse già evidenziato problemi di tenuta e condizione era abbastanza palese. Aa confermare la tesi ci hanno pensato Goretti prima e Piccoli poi, sottolineando tale lacuna e l’esigenza di dover spingere forte durante questa sosta. Quelli che…la sosta. Dopo questi giorni di pausa dal campionato la Fiorentina dovrà ripartire con un ‘gran premio della montagna’, fatto di tappe dall’altissimo coefficiente di difficoltà, senza potersi permettere di sbagliare niente. In ballo c’è la sopravvivenza. Il burrone è dietro l’angolo. Dopo la sosta ci sarà da uscire dall’inferno.

De Rossi, Vanoli e gli intrecci (particolari) pericolosi

I due tecnici debuttano in una gara da paura

 Daniele De Rossi da una parte, Paolo Vanoli dall’altra. L’incrocio di Marassi è di quelli pericolosi, anzi, pericolosissimi. Basta vedere la classifica per capire l’importanza della posta in palio, con Genoa e Fiorentina che oggi sarebbero clamorosamente retrocesse in Serie B. Va da sé che, per le premesse con cui era iniziata la stagione, la situazione più complicata sia quella che ha ereditato Vanoli. Anche perché, almeno il Genoa, pur nelle difficoltà in cui si sta trovando, innanzitutto era partito con l’idea di dover fare un campionato per la lotta salvezza, mentre la Fiorentina aveva iniziato coi proclami di Pioli, almeno il Genoa una partita l’ha vinta, mentre la squadra viola no, e in più la Fiorentina è reduce dalle fatiche di Magonza, col carico di aver perso in quel modo lì. In sintesi: ‘loro’ in fiducia, in casa e con un surplus motivazionale che DDR ha subito dato all’ambiente, ‘noi’ stanchi, in confusione e sfiduciati dalla partita di Conference. Un incrocio di destini tra Vanoli e De Rossi con anche altre particolarità. L’ex Roma, infatti, era tra i profili che Pradè aveva sondato nei giorni dei primi attriti con Pioli, salvo poi approdare in rossoblu. Vanoli, a sua volta, era uno dei tecnici che potevano approdare in viola già prima dell’arrivo di Pioli, che seguiva Pradè ma che ha scelto Goretti, perché Pradè non è più il ds della Fiorentina. Vanoli debutterà domenica nell’inferno del Ferraris, come ha auspicato di trovare De Rossi chiamando a raccolta il tifo rossoblu. Ecco, un altro aspetto che rende particolare l’incrocio tra Fiorentina e Genoa è anche quello ambientale, con carica, passione e rabbia positiva da una parte, depressione e rabbia negativa dall’altra. Tirare fuori dal tunnel in cui si è infilata questa Fiorentina sembra tutt’altro che impresa scontata. Non tanto per i valori tecnici (anche se, visti gli errori a ripetizione commessi da tanti calciatori viola, forse qualcuno è stato un po’ sopravvalutato), quanto perché da queste parti il pallone scotta e la responsabilità della giocata pesa, mentre da quelle parti non si ha paura di tirare una pallonata in tribuna. De Rossi e Vanoli, ‘un incrocio di destini in una strana storia’, due tecnici diversi all’apparenza ma col medesimo obiettivo: tirar fuori dalle sabbie mobili la Fiorentina e il Genoa. Il traguardo è ancora lontano. E la strada sembra ancora in salita. 

‘Nel buio della sala correvano voci incontrollate, si diceva che…’

Panchina Fiorentina (per ora) affidata a Galloppa. Goretti ds

‘Nel buio della sala correvano voci incontrollate, si diceva che l’Italia stava vincendo 20-0, e che aveva segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo’ cit. Le ultime 48 ore della Fiorentina assomigliano molto a quelle voci incontrollate che giravano nella sala in cui Fantozzi e colleghi ‘ammiravano’ la corazzata Potëmkin, cercando di sapere cosa stesse facendo la Nazionale. Si diceva che Pioli avrebbe potuto guidare la Fiorentina ieri, oggi e pure domani a Magonza, mentre dal club si faceva trasparire una notevole delusione perché Pioli non stava minimamente pensando né a dimettersi né ad accettare una buonuscita per risolvere il suo oneroso contratto con la società. Si diceva che D’Aversa fosse già sostanzialmente preso, con più di qualcuno che giura di averlo visto al casello di Firenze Sud, che in pochi minuti, con D’Aversa lì, era già stato retrocesso a Firenze B-Sud, come da sue precedenti tradizioni. Qualcuno aveva già pronto il cappellino, altri pensavano a Vanoli, con un sorpasso last-minute di Roberto Mancini, passando per De Rossi e, ovviamente, immancabili, le voci di una Fiorentina che fosse partita in massa verso Mugnano di Napoli alla disperata ricerca di Raffaele Palladino, con tanto di citofonate porta a porta cercando l’ex tecnico, quello che aveva fatto fare una figura di m…a tutta la società, Commisso in primis. E poi, si diceva che la Fiorentina avesse chiamato Giuntoli, Petrachi, Sabatini, Corvino (no dai, questo era abbastanza improbabile)…ovviamente stiamo facendo delle ricostruzioni paradossali, per chi non lo avesse capito. E invece, alla fine, al momento in cui stiamo scrivendo questo articolo cosa è cambiato? Niente di ché, se non che Pioli è stato esonerato, Galloppa promosso dalla Primavera alla prima squadra, Goretti promosso al ruolo di direttore sportivo, con avanzamento di carriera per Valentino Angeloni e a cascata di Rubino. Cambia tutto, ma non cambia nulla. Almeno per queste prossime ore, quando la Fiorentina sarà impegnata prima in Germania a Magonza, col Mainz, e domenica a Genova contro il Genoa. E chissà…hai visto mai che Galloppa non raddrizzi la rotta? Non sarà semplice, non è scontato, ma neppure impossibile. La cosa principale è che questa Fiorentina dia dei segnali, e parliamo dei giocatori. Ora tocca a loro. Il problema era Pioli? Era Pradé? Bene, ora non ci sono più, tocca a loro. Perché magari questa rosa non era da Champions, ma non può essere da ultimo posto in campionato. No? Se poi questa Fiorentina dovesse continuare a perdere partite su partite, con Galloppa o eventualmente Vanoli in panchina, allora sì che sarebbero problemi grossi. Ma vogliamo pensare che questo non accada, che questo spogliatoio ritrovi un briciolo di dignità e via via fiducia e autostima. La risalita parte da qui. Come detto via via, pian piano, un passo per volta.

“Ah sh*t, here we go again”

Momento critico per la Fiorentina

In un linguaggio gergale, familiare soprattutto ai più giovani, l’espressione “Ah sh*t, here we go again” sta ad indicare "ah, eccoci di nuovo" o "ah, si ricomincia". Diventata un meme su internet, viene usata per esprimere rassegnazione di fronte a una situazione, spesso frustrante o fastidiosa, che si sta per ripetere. Il tutto calza a pennello per chi ha la Fiorentina nel cuore e si appresta a vivere una domenica in cui, in caso di altro tonfo, potrebbe succedere di tutto. Contro il Lecce in palio ci sono non soltanto i punti, comunque vitali per una Fiorentina che ha messo a referto 4 punti in 9 giornate come praticamente mai le era successo nella storia, ma c’è anche in ballo la sopravvivenza. Parliamoci chiaramente, non siamo ancora all’ultima giornata o dinanzi ad una finale, ma in caso di ko coi salentini si potrebbero aprire scenari inimmaginabili, tra la posizione di Pioli, quella di Pradè, quella di chi dovrebbe andare a sostituire Pioli e in caso pure Pradé, con poi all’orizzonte due gare nei successivi 7 giorni col Mainz, in una competizione che è rimasta l’unica via per non rendere già a inizio novembre fallimentare questa stagione, poi col Genoa. E per quanto qualcuno possa sperare nello scossone, il momento è dei più delicati anche solamente per immaginarsi a quello che potrebbe accadere. E, come da premessa: “ah sh*t, here we go again”. In uno strano scherzo del destino, ecco che dinanzi ci sarà il Lecce. Quella squadra con cui già una volta, col gol di Cerci, i viola rischiarono di sprofondare. Un Lecce costruito da quel Corvino che indusse alle dimissioni Pioli nell’era Della Valle e con cui condivise la difficile gestione del dramma di Astori, con un Ricky Sottil che sta scaldando i motori per giocare domenica e condannare chi non ha creduto in lui e chi lo ha criticato (giustamente, sia chiaro). La beffa sembra già scritta. Ma a quel punto, l’eventuale gol di Sottil sarebbe l’ultimo dei problemi, perché la Fiorentina si troverebbe nella fossa, quasi nel dramma. Ora, meglio non pensarci. C’è ancora speranza, c’è da vincere a tutti i costi. Come ha detto Pradè: ‘vittoria, o morte’.

Mission impossible. Ma anche l’Inter ha punti deboli

Fiorentina a caccia dell’impresa a San Siro coi nerazzurri

‘Mission impossible’. Qualcuno avrà anche pensato ‘ma che si va a fare a San Siro?’ Bisogna essere onesti, alla Fiorentina oggi contro l’Inter serve l’impresa, o meglio a questa Fiorentina, quella che anche col Bologna è stata in balia dell’avversario per 70 minuti e più, ma che almeno ha avuto la forza di raddrizzarla grazie agli episodi, quella che a San Siro contro un Milan incerottato e a cui ha portato via un 2-2 il Pisa e a cui l’Atalanta, ieri, avrebbe potuto farne un secchio, non è riuscita a tenere il vantaggio per più di 10 minuti, riuscendo a perdere, sì per il controverso rigore di Parisi su Gimenez, ma che ha anche fatto 1 tiro in porta in tutta la partita, quello del gol. Questa Fiorentina, appunto, che non ha solamente una classifica che fa paura, ma che in fin dei conti se l’è pure meritata. Certo, col Cagliari ha preso gol allo scadere, con la Roma ha centrato due legni e sbagliato un gol da due passi, col Bologna ha sbagliato un gol già fatto con Dodo, col Milan ha perso per un rigore che non c’era (come detto da Rocchi) e via discorrendo. Ma…se i punti sarebbero potuti essere almeno 8-9, come prestazioni non ha mai convinto. Si, perché il vero problema della Fiorentina sembra essere proprio la Fiorentina. Se questa squadra non si ritrova, non prende fiducia e cresce in mentalità e identità potrebbe perdere da ogni avversario, almeno a livello di campionato italiano, visto che in questa fase di Conference League gli avversari sono di un livello più basso (come detto dallo stesso De Gea). E che di fronte ci sia l’Inter o il Lecce (prossimo avversario) poco cambia. Ma, lasciando da parte le debolezze della Fiorentina, anche la squadra di Chivu non è del tutto priva di punti deboli. Basti pensare che i nerazzurri hanno già perso 3 gare in queste prime 8 giornate, mentre l’anno scorso ne avevano perse 5 in tutta la stagione. Tra l’altro, non solo col Napoli, che comunque è l’attuale capolista, ma anche contro la Juventus che ha vinto solo altre 2 partite oltre a quel 4-3 inflitto all’Inter e in casa con l’Udinese. Come a dire, più di qualcuno è riuscito a batterli. E poi c’è quel dato che può ridare un po’ di ottimismo alla Fiorentina: l’Inter ha incassato 11 reti, quinta peggior difesa della Serie A. All’Inter hanno segnato una rete Cremonese, Sassuolo, due l’Udinese, tre il Napoli e quattro la Juventus. Solo 3 gare su 8 hanno visto i nerazzurri rimanere con la porta inviolata. Ora, non è che la Fiorentina si stia dimostrando una macchina da reti, anzi. Ma, l’Inter ha dei punti deboli, soprattutto là dietro. E sarebbe il caso di provare a sfruttarli. Oggi alla Fiorentina serve una gara perfetta. E punti.

L’ora delle scelte forti. Fortini in palla, a San Siro dal 1’?

Il giovane della Fiorentina si candida ad una maglia con l’Inter

La lista di cose che non funzionano per la Fiorentina è lunga. Tra le tante c’è il ‘problema’ esterni. Dodo da una parte e Gosens dall’altra, infatti, continuano a mettere in serie prestazioni negative. Negli occhi di molti resta ancora l’immagine di quel gol sbagliato dal brasiliano col Bologna, non troppo differente da quello del tedesco con la Roma. Due palloni che chiedevano solo di essere messi dentro, da pochi metri, nel caso di Dodo addirittura da pochi centimetri, due errori clamorosi. E se nel calcio ci sta di sbagliare un gol, per carità, il problema non è tanto l’aver fallito occasioni da rete incredibili, quanto il sembrare i lontani parenti dei due esterni che l’anno scorso aravano le corsie laterali viola facendo gol e assist, più Gosens che Dodo in tal senso, si prendevano rigori e facevano anche salvataggi difensivi decisivi come nel caso dell’ex Atalanta. Nessuno dei due, da inizio stagione, è mai riuscito a mantenere un ritmo accettabile, a saltare l’uomo, ad essere brillante e decisivo. In bene, s’intende. E se la soluzione Lamptey è stata abbandonata ancor prima di essere provata per via del ko dell’ex Brighton, ecco che il buon impatto di Fortini potrebbe offrire una via d’uscita. Il giovane esterno viola scalpita, chiede spazio e per dirla meglio: merita spazio. Fortini, infatti, nel buio assoluto di questo avvio di stagione della Fiorentina è stato una delle poche note positive. SCELTE FORTI. Certo, panchinare uno tra Dodo e Gosens richiede attributi. Due figure non proprio banali nello spogliatoio di questa Fiorentina, due a cui, in un momento così (sportivamente) drammatico, meglio aggrapparsi piuttosto che andarci allo sconto. Scelte forti, ma se non ora quando? Fortini ha evidenziato subito grinta e personalità, oltre che un buon dinamismo e tanta spinta. Non che Dodo sia diventato improvvisamente scarso e impresentabile, ma se quando c’è da provare la giocata si è preda di paure e pressioni, per esempio non tentando mai di andare via all’uomo sulla corsia, meglio affidarsi a qualcun altro. Fortini, ora e subito. Non potrà far peggio del Dodo ultima versione, o del fantasma di questo (irriconoscibile) Gosens.

Là, dove a volte è successo l’imponderabile

A San Siro viola a caccia del ‘miracolo’

La leggenda narra che contro l’Inter siano spesso successe cose inattese, imprevedibili, imponderabili. Come quando a Firenze nacque il coro del ‘pallone è quello giallo’, perché la corrazzata meneghina veniva sommersa di gol dalla Fiorentina senza vedere mai il pallone, come quando a San Siro la Fiorentina vinse 1-4 e si regalò una sosta da ‘salutate la capolista’, o quando riuscì a vincere restando in nove. E come dimenticare quella palombella del Re Leone che mandò la Fiorentina in finale di Coppa Italia nel 1995-96. In realtà gli incroci con l’Inter hanno anche regalato agli archivi eventi negativi, tanti a dire il vero. L’anno scorso un gol segnato dai nerazzurri dopo che il pallone era uscito di un metro, con topica del protocollo VAR (curiosamente l’arbitro era La Penna, sì, quello di Fiorentina-Bologna), il malore di Edoardo Bove e quella trebbiata di Taribo West su Kanchelskis che ripensandoci oggi…mah. Ed eccoci all’oggi, con una Fiorentina che dopo 8 giornate di campionato viaggia ad una media di 0,5 punti a partita, che è ancora a secco di vittorie in Serie A e che è sull’orlo di un pericoloso baratro. La squadra di Pioli ha bisogno dell’impresa per uscire dal Meazza con almeno un punto, del miracolo per farne tre. Poi, nel calcio si sa, tutto può succedere. Ma le sensazioni che questa squadra ha trasmesso anche col Bologna, dove ha riacciuffato un pareggio ormai insperato, sono state terribili. C’è bisogno di togliersi questa ‘fottuta’ paura che sta accompagnando questo gruppo, che era partito con sogni di gloria e che sta andando a ritmi da retrocessione (tra l’altro, largamente anticipata). In fin dei conti, se a San Siro non fosse stato dato quel rigore su Gimenez, se col Bologna Dodo non avesse sbagliato un gol al 96’ a porta vuota, se con la Roma fossero entrati quei due legni…Come si dice a Firenze del ‘se e ma’ lo sappiamo tutti. Quel che resta sono i punti, 4, mentre la paura è in costante crescita, a differenza di gioco e identità dei viola, che non cresce. E dunque, cercasi miracolo. A volte ne sono successi, anche contro l’Inter. Ma a questo giro sembra davvero dura.

Un punto, quasi tre. Ma la paura aumenta sempre più

La Fiorentina rimonta il Bologna, ma continua a sbandare

Quando De Gea aveva raccolto dalla porta il pallone dello 0-3, la Fiorentina era sostanzialmente morta e sepolta. Lo ha detto anche lo stesso spagnolo: “Lì, pensavo che avremmo perso 0-6”. Pochi centimetri di fuorigioco hanno tenuto a galla una squadra che, anche grazie agli episodi (favorevoli) è riuscita a raggiungere un pareggio che poteva trasformarsi in vittoria se Dodo non avesse sbagliato un gol più difficile da sbagliare che da fare. UN PUNTO, QUASI TRE. Dal match coi rossoblu la Fiorentina ne esce con un punto, che potevano essere tre, ma in mezzo a cori di contestazione e fischi, sonori. Giusti, perché se la squadra di Pioli avrebbe potuto segnare 4-5 reti, tra l’errore di Dodo allo scadere e l’altro incredibile errore di Ranieri nel primo tempo, è altrettanto vero che la Fiorentina è stata per quasi tutta la partita in completa balia di un Bologna che in campo sapeva cosa fare. Poteva finire 0-5, così come 3-2, perché gli episodi ti avrebbero anche potuto aiutare, così come a San Siro, se non fosse stato dato quel rigore su Gimenez. La classifica avrebbe, dunque, potuto dire altro. Ma per quanto visto in campo nei 180’ è più o meno giusto così. In sostanza: se Dodo avesse messo dentro quel pallone e se non fosse stato dato quel rigore al Milan, la Fiorentina avrebbe oggi  4 punti in più. Magari sarebbe cambiato l’oggi, ma per quello che ha fatto vedere in campo le sensazioni sul domani non sarebbero cambiate granché. BAD VIBES. Non si vede identità né gioco, si vede solo tanta confusione e paura. Ora arriva l’Inter, mercoledì. I punti in classifica sono 4 dopo 8 giornate, sarebbero potuti essere di più se…Ma, guardando con onestà quanto accaduto dalla prima giornata a ieri, in fin dei conti la Fiorentina merita quello che ha ottenuto, più o meno. E questo fa spavento. Progressi non se ne sono visti. Anzi. Quando poi un allenatore preferisce affidarsi a Sabiri lasciando in panchina Sohm (16 milioni), Fazzini (10 milioni) e Piccoli (27 milioni), vuol dire che la barca è fuori rotta, è in acque pericolose. Pericolosissime. Ora un’altra prova d’appello, a San Siro, contro l’Inter. Sperando di non essere già sulla via dell’affondamento. E le sensazioni non sono affatto buone.

Bologna, l’ennesimo bivio

Fiorentina in cerca della svolta

Si chiama Bologna, ma si legge bivio per la Fiorentina. Non è la prima volta, soprattutto in questi ultimi anni, ma domenica la sfida ai rossoblu felsinei ha il classico sapore del ‘dentro o fuori’. Il successo di giovedì in Austria col Rapid Vienna ha spazzato via qualche nuvolone su Firenze, ma il cielo è ancora scuro all’orizzonte. Basti vedere la classifica, col Pisa che nel dubbio si è andato a prendere un punto a San Siro col Milan, per capire quanto sia delicata per i viola la sfida col Bologna. 3 punti ottenuti in 7 giornate è un bottino orribile, anzi, spaventoso. Perché con questo trend…inutile dirlo. Ma è anche inutile negarlo. C’è da prenderne consapevolezza. Certo, diverse vicissitudini hanno condizionato questa prima parte di cammino in Serie A della Fiorentina, dal rigore di San Siro al gol subito a Cagliari allo scadere passando per gli errori sotto porta contro la Roma, ma ora gli alibi si azzerano. Sarà un vero e proprio bivio quello di domani al Franchi per la Fiorentina, che mercoledì tornerà in campo a San Siro contro l’Inter. Due impegni in cui il coefficiente di difficoltà si innalza. Sicuramente di molto rispetto al Rapid affrontato e battuto giovedì. Ma, come detto, ora è il momento di reagire. Non c’è più tempo da perdere. Il Bologna è l’occasione ideale per iniziare ad uscire dal tunnel. Contro l’ex, Vincenzo Italiano, a cui mandiamo un augurio di pronta e completa guarigione ovviamente, che l’anno scorso riuscì a interrompere quella straordinaria cavalcata dei viola di Raffele Palladino che al Dall’Ara persero 1-0, stoppando la serie record di 8 vittorie consecutive con cui l’ex tecnico gigliato aveva trasformato un avvio di stagione complicato in un cammino da sogno. Quella fu una partita in cui accadde di tutto, dal lutto pre gara che colpì Palladino, che lasciò il ritiro in Emilia per tornare a casa per la morte della madre, con un avvio travolgente dei viola tra errori sotto porta ed un rigore non dato clamoroso, salvo poi cadere nella ripresa. Al fischio finale Italiano esultò e nel dopo gara Pradé gliene disse di tutti i colori, poiché accusato di essere stato poco rispettoso visto il lutto che aveva colpito il tecnico avversario. Al ritorno, invece, Vincenzo Italiano tornò a Firenze da fresco vincitore della Coppa Italia, con tutto quello che ne conseguì a livello emotivo (visto che da allenatore viola le tre finali le aveva perse tutte e tre), mentre la Fiorentina era appena uscita dalla Conference League per mano del Betis, in una serata in cui il Franchi espresse tutto il suo malcontento per un’annata che stava vedendo i viola sempre più lontano dai sogni di gloria e sempre più vicini al flop. Palladino, Pradé, Commisso, la squadra….tutti contestati. Nonostante ciò la Fiorentina vinse in rimonta, allo scadere, e si tenne aperta una porta verso la ri-qualificazione in Europa, che sarebbe stata poi ottenuta a Udine all’ultimo tuffo, anche se ancora in Conference. Tante volte gli incroci col Bologna sono stati un bivio, come quando Paulo Sousa salvò la sua panchina vincendo al Dall’Ara, o quando sempre in Emilia debuttò Iachini come allenatore della Fiorentina. O ancora quando Pioli espugnò il Dall’Ara 1-2 con gol di Federico Chiesa dopo due reti dalla bandierina, ma soprattutto dopo il 4-1 subito in casa col Verona, con doppietta di un certo Moise Kean, che fece scattare la contestazione del popolo viola. Da lì a breve, sappiamo tutti cosa sarebbe accaduto, con la scomparsa di Davide Astori.Bologna, il Bologna, un bivio. Domani la Fiorentina non può sbagliare. Deve vincere a tutti i costi. Magari provando a sfruttare l’onda lunga del convincente successo di Vienna, in cui si è vista forse la miglior versione della viola di Pioli di questo inizio di stagione. Ora, però, è tempo di riprove.

Eppur si muove

Viola ok col Rapid. Col Bologna le riprove

La Fiorentina torna al successo. Lo fa in Conference, con un rotondo 0-3, contro un modesto Rapid Vienna. Era scontato? No, non solo perché in Europa ogni gara nasconde le sue insidie, ma anche perché in Austria i viola avevano molto da perdere e poco da guadagnare. Un passo falso anche in coppa, dopo i miseri 3 punti raccolti nelle prime 7 giornate di campionato, avrebbe dato un’altra mazzata alle speranze di risalita in Serie A e alimentato il vento del pessimismo. Eppur si muove! La Fiorentina è viva. Lo ha dimostrato andando a prendersi un successo a Vienna con pieno merito, ritrovando un po’ di fiducia sia a livello collettivo che individuale. Bene Fagioli, finalmente, positivo Ndour, prezioso Dzeko, ottime risposte da Fortini e buoni segnali di ripresa anche da Comuzzo. Non benissimo, invece, Pablo Marì e Piccoli. Poi, come accade da ormai 4 anni a questa parte, va sempre parametrato il livello dell’avversario, per cui guai a pensare che la Fiorentina sia guarita. Anzi. Domenica contro il Bologna i viola saranno chiamati a nuovi esami. La classifica del campionato è orrenda. La Fiorentina è ultima, con due sfide all’orizzonte dall’alto coefficiente di difficoltà come quella di domenica coi rossoblu di Italiano e quella di mercoledì contro l’Inter, prima di ritrovarsi a sfidare il Lecce in quella che sarà la decima giornata di campionato. I punti ottenuti sin qui sono 3. Arrivare alla gara coi salentini con almeno 4 punti in più in classifica rispetto agli attuali sarebbe vitale. Se dovessero arrivare altri due ko, o comunque non più di un punto, allora ci sarebbe di che preoccuparsi (seriamente). Ma, intanto, la Fiorentina si muove. E considerando com’erano arrivati i ko con Roma e Milan nelle due partite precedenti, fa parzialmente ben sperare.

Torna la Conference. Col dilemma di come affrontarla

Per la Fiorentina il momento è dei più delicati, tra coppa e campionato

Gira e rigira, il tema torna sempre d’attualità: come affrontare la Conference? Giunti ormai alla quarta partecipazione consecutiva, il dilemma è sempre quello. Tante volte in passato la Fiorentina ha ‘pagato’ dazio dal dover (e voler) affrontare la terza coppa europea in maniera più o meno ‘seria’. TURNOVER. Italiano e Palladino hanno approcciato la Conference in maniera opposta in tema di turnover: per il primo, il modo migliore per arrivare in fondo a coppe e campionato era dare spazio e minuti a tutti, pagando oggi per avere risultati domani; il secondo, invece, fece una scelta netta, per cui una Fiorentina A giocava in campionato e una B in coppa. Entrambi si sono scottati, a loro modo, chi più chi meno. E ora? Il dilemma si ripropone, a maggior ragione per come la Fiorentina di Pioli ha iniziato questa stagione. Se è vero che, proprio in virtù del pessimo inizio di campionato, la Conference può essere la via principale per andare in Europa l’anno prossimo e salvare la stagione, è anche vero che c’è una classifica di Serie A che pone la Fiorentina all’ultimo posto, con Bologna e Inter all’orizzonte un concreto rischio di trovarsi invischiati in un percorso molto (ma molto) pericoloso. Quindi, qual è la priorità adesso? DELICATO. Il momento è delicato. Ogni singola scelta sarà da calibrare in maniera massimale. Non c’è margine d’errore. Perché se vincere aiuta a vincere, perdere aiuta a perdere. Uscire da Vienna con un altro risultato negativo, con Bologna e Inter alle porte, rischierebbe di aumentare la negatività generale che si respira attorno a questa Fiorentina. Allo stesso tempo, impiegare tutti i migliori e spendere troppo in Austria, potrebbe avere ripercussioni sulla sfida di domenica, match dal coefficiente di difficoltà decisamente più alto, ma anche dal sapore della gara della vita. Cioè, se la Fiorentina perdesse anche col Bologna, con poi l’Inter nella gara successiva, allora ci sarebbe davvero di che aver paura. 3 punti in 7 partite, che potrebbero diventare 3 in 8, e 3 in 9. Allo stesso tempo, per com’è stata riformulata la fase a girone di Conference, ogni punto lasciato per strada pesa in chiave classifica, per cui non si può ‘scialare’ troppo. Tanto più che quest’anno ci sono avversari di un livello superiore rispetto alle squadre trovate l’anno scorso. Per cui, non affrontare le gare di coppa col giusto piglio, pensando alla partita successiva di campionato, potrebbe portare a dover salutare anticipatamente anche la Conference, quindi privarsi di una eventuale via per tornare in Europa.  Insomma, un bel grattacapo per Pioli, che si ritrova a fine ottobre a navigare in acque davvero e quanto mai pericolose. Ma, soprattutto, con l’apparente incertezza di riuscire a ritrovare la rotta.

Altro ko. E gira pure tutto male

Fiorentina sempre più giù

In fin dei conti sono stati gli episodi a condannare la Fiorentina a San Siro, come con la Roma erano stati i legni. Fosse quello il problema...non sarebbe certo la prima volta che i viola subiscono torti a Milano o che la buona sorte non assiste la Fiorentina, si riparte. Poi, però, c'è la classifica e l’annessa paura di doversi ritrovare a lottare per la salvezza, cosa che non era nelle attese, ma soprattutto c’è una caterva di cattivi pensieri che portano nubi su Firenze. Punti persi, rimonte subite, poca incisività davanti e una serie di cose che, se possono andarti male, ti stanno andando pure peggio. La Fiorentina è impaurita.  Sta giocando contro la natura con cui era iniziata la stagione, passando dal tridente Gudmundsson, Piccoli e Kean, volendo stare in attacco e dominare partite e avversari, per finire a fare una partita tutti dietro e col solo Kean davanti, senza mai tirare in porta e lasciando Kean senza nessuno neanche nei pressi. Neppure dieci minuti dopo aver sbloccato la gara, in qualche modo, al primo tiro, dopo aver fatto una partita difensiva, anche col Milan la Fiorentina ha preso gol e poi è sparita. Il tutto contro un Milan senza i propri giocatori migliori. E sarà davvero Pioli l'unico che può risolvere la situazione delicata della Fiorentina, come detto dal ds viola Pradé dopo il ko di San Siro, ma qualche (enorme) dubbio sorge. Sarà un momento? Forse sì. Ma è chiaro che all'orizzonte ci sia tutt'altro che un sole splendente. E non c’è altra via possibile per uscire dallo sprofondo in cui è piombata questa Fiorentina se non il lavoro. Con progressi e passi avanti? Sì, qualcuno,  timido, ad una velocità troppo ridotta rispetto a quelli necessari. Evidentemente, come detto da Pioli, i tre mesi di lavoro dal suo arrivo non sono bastatati per stravolgere la mentalità di un gruppo che doveva alzare l’asticella e che adesso, invece, si trova a dover raddrizzare una rotta che si sta facendo sempre più preoccupante.

Luci (viola) a San Siro. O almeno si spera

Fiorentina a caccia dell’impresa col Milan

Basterebbe guardare il conto delle volte in cui Milan e Fiorentina si sono sfidate in casa dei rossoneri per ricordarsi quanto per i viola sia inusuale tornare a casa coi tre punti. In 85 precedenti, infatti, si registrano 51 vittorie Milan, 21 pareggi e solamente 13 vittorie gigliate. Basti pensare che l’ultima volta risale al 2019, quando in campo c’era un certo Franck Ribery, che quella sera decise di dare sfoggio della sua immensa qualità, e che da lì a breve sarebbe stato tranciato da Tachtsidis per star fermo metà stagione. La storia che ne seguì ce la ricordiamo. Altre fiorentine hanno scritto pagine di gloria nel fortino dei rossoneri alla scala del calcio. Lo hanno fatto quei tre tenori della mediana, Borja Valero, Pizarro e Aquilani che in faccia a Montolivo, espugnarono il Meazza due volte di fila nel 2012-13 e nel 2013-14, dando seguito ad un successo che arrivò in maniera a dir poco inattesa nel 2011-12, quando il Milan lottava per lo Scudetto, la Fiorentina era in piena zona retrocessione, ma con Jovetic e Amauri andò a battere i rossoneri di Allegri conquistando tre punti che permisero alla squadra di Delio Rossi di cambiar passo nella volata salvezza conclusasi poi a Lecce alla penultima giornata. Una vittoria contro il Milan al Meazza prima di quell’1-2 mancava da una vita. Esattamente dal 17 maggio 2001, con doppietta di Chiesa e gol di Shevchenko. Come a dire, non proprio evento da tutti i giorni. Come il Milan-Fiorentina del 25 agosto 1996, quando a Milano la Fiorentina conquistò la sua 1° Supercoppa Italiana (prima squadra nella storia a vincere quel trofeo da vincitrice della Coppa Italia contro i campioni d’Italia). Erano quelli gli anni di Batistuta, che da solo rifilò un tris a Lehman e ai rossoneri nel 1998 che lanciò la Fiorentina verso il titolo di Campione d’Inverno. Poi, anche lì, sappiamo bene come andò a finire quella stagione. Nel 1987-88 fu invece Roberto Baggio a scherzare tutta la difesa rossonera e a portare la Fiorentina al successo per 0-2 a Milano con rete anche di Diaz. Prima di questa, per ritrovare altri successi viola a Milano si deve risalire al 1966-67 con uno 0-2 targato Hamrin e Brugnera, al 1965-66 1-2 con doppietta di Merlo. Vittoria anche nel 1955-56, 0-2 Montuori e Virgili, quindi nel 1942-43, 1-3 con reti di Bollano. Questo recap, giusto per ricordare che vincere a San Siro non è cosa di tutti i giorni, anzi. Ecco, ma ogni tanto è successo. Anche in maniera inattesa, come potrebbe essere questo Milan-Fiorentina. Sì perché, i viola di Pioli pagano già 10 punti di distacco dai rossoneri dopo 6 giornate, non hanno ancora mai vinto una partita in questa Serie A, sono pieni di problemi dietro, in mezzo e davanti e soprattutto si ritrovano a dover fare i conti con una crisi d’identità che fa spavento. Poi c’è la cabala, coi viola a 0 vittorie dopo 6 giornate, come era successo solo altre 2 volte in 100 anni di storia, per cui ‘prima o poi, oh’…ma anche il fatto che Pioli tornerà in quel San Siro che lo ha reso grande e vincente, dove potrebbe ri-cominciare a ri-scrivere la sua storia di un ritorno a Firenze che fin qui ha tutti i crismi del flop. Fin qui, appunto. Poi c’è la scintilla, il click, il cambio di passo, il bivio e chiamatelo come più vi pare e piace: a San Siro, la vittoria che dette alla Fiorentina di Pioli lo slancio da cui ripartire, il primo acuto di un percorso che da disastroso si trasformò in trionfale. La serata di domenica ce la vogliamo immaginare così. Altrimenti…le cose rischierebbero di mettersi male.

Ottimismo in salsa viola

Fiorentina a San Siro, cercando l’impresa

Dopo 10 giorni passati ad analizzare tutto ciò che non ha funzionato di questa Fiorentina, è arrivato il momento di buttarsi alle spalle problemi e complotti della Dea Bendata e di spargere un po’ di sano ottimismo. Di fronte per i viola ci sarà il Milan, a San Siro. E ok che loro hanno 13 punti in classifica contro i 3 ottenuti dalla Fiorentina, ma è anche vero che in casa i rossoneri hanno sì vinto col Napoli, ma pure perso con la Cremonese. Dal canto suo, invece, la Fiorentina ha fatto i suoi 3 punti tutti lontano dal Franchi. Se Pioli non ha sorriso per questa tornata di gare delle Nazionali visto l’infortunio di Kean, Allegri ha fatto lo stesso. Stanotte, infatti, è suonato l’allarme Pulisic per i rossoneri, con l’americano che, dopo essere partito titolare, è stato costretto a lasciare il campo al 31' per un infortunio al bicipite femorale. Oggi, quando colui che ha messo dentro 4 reti e 2 assist sulle 9 segnate dal Milan tornerà in Italia, se ne saprà di più sulle sue condizioni. In caso di forfait, molto probabile, si potrebbe ri-bilanciare il piatto degli assenti, visto che già Saelemaekers è un sicuro assente. Solamente oggi in serata torneranno in Italia anche Santiago Gimenez e Estupiñán, col secondo che sarà tutto da valutare dopo gli acciacchi degli ultimi giorni. Comunque, al netto di tutto, saranno a disposizione di Allegri solamente da domani. In questa sosta il Milan è stato il club di Serie A che ha visto partire il maggior numero di nazionali, per cui non sarà una preparazione semplice per Allegri. Intanto il caso Leao, tra presunte litigate con Allegri e una condizione non propriamente da miglior Leao, in questi giorni sembra essere tornato carico dal Portogallo. Sembrerà una bestemmia, perché sulla carta Leao è fortissimo, ma in questo avvio di stagione ha spesso se non sempre steccato. Poi c’è l’assortimento della rosa di Allegri da considerare. Senza Saelemaekers, ad esempio, potrebbe giocare Athekame, che è sostanzialmente alle prime armi in Serie A e che non è Saelemaekers, appunto. L’altro in corsa per quella maglia è l’Under 21 Bartesaghi. Insomma, nulla da temere. Luka Modric, invece, si è confermato essere Luka Modric, facendo tutta la differenza del mondo anche a 40 anni. Ma, anche lui, reduce dai 121’ giocati in Nazionale. E si sa, a quell’età si recupera più lentamente. O almeno vogliamo sperarlo. Per quanto riguarda il campo, non serve dire granché delle qualità dei vari Rabiot, ma anche Nkunku, Maignan e via discorrendo. In perfetto stile allegriano’, il Milan ha concesso solo 3 gol in 6 giornate, tutti in casa e di cui 2 alla Cremonese, è la squadra che dopo l’Inter concede di meno ma…non è tutto oro ciò che luccica. O almeno, ecco lo vogliamo sperare. E se poi, qualcuno dei viola si decidesse a dare dei segnali di vita, da Gudmundsson a Dodo passando per Gosens, Piccoli etc, non sarebbe male. Tradotto: serve via punti da San Siro.

Davanti e dietro, serve la (prima) partita perfetta

A San Siro serve cinismo davanti (pur senza Kean) e più attenzione dietro

“Serve la partita perfetta”. Chissà se Pioli lo dirà in avvicinamento alla gara della sua Fiorentina col Milan. Lui, che appena arrivato era stato il primo ad alzare l’asticella delle aspettative citando le parole di Allegri (“ho visto che non ci ha messo nella corsa per la Champions, l’ho già scritto sulla lavagna” ndr), che adesso si trova a dover fare i conti col boomerang generato da quelle parole in relazione all’avvio disastroso di questo campionato della Fiorentina, lui che domenica tornerà per la prima volta da ex a San Siro dove deve venir via con dei punti. PROGRESSI. Lo deve fare, se non per forza, quasi. La classifica piange e all’orizzonte non c’è di che star tranquilli visti i tre impegni post Milan che attendono viola: Rapid a Vienna, Bologna in casa e Inter ancora a San Siro. Passare dalla tristezza alla paura è un attimo. Per questo la Fiorentina va a caccia della prima partita perfetta di questo inizio di stagione. Con la Roma già si era visto qualche progresso. Lì furono un palo e una traversa a dire di no al raggiungimento di un risultato positivo, oltre a vari errori clamorosi tra cui quello sul gol della Roma di Cristante e quello di Gosens sotto porta. Per provare ad uscire da San Siro coi tre punti servirà migliorare in tutto: dietro, davanti ed anche in mezzo al campo. DAVANTI. Senza Kean toccherà a Piccoli prendersi sulle spalle l’attacco viola. Sin qui l’ex Cagliari ha trovato solamente il gol col Sigma in Conference, prendendo il montante superiore coi giallorossi e, così come Kean, dimostrando di trovarsi più a suo agio se impiegato da unica punta. Ecco perché, domenica a San Siro, si va verso l’opzione Gud-Fazzini alle spalle di Piccoli. Tutti, dal centravanti al trequartista islandese, sono chiamati a dare qualcosa in più. Gud più degli altri, visto che con l’Islanda ha messo dentro due reti e sfornato assist, mentre qui è reduce da partite orrende con Roma e Pisa. Qualche segnale di progresso è atteso anche da Dzeko, che qui è fermo ad un gol segnato al Polissya come unico cenno di vita, mentre con la Bosnia ogni tanto qualcosa ha combinato. Il tutto, ovviamente, senza dimenticare la solidità del Milan, che con Allegri è tornato a blindare la propria difesa. IN MEZZO. Servirà molto di più anche in mezzo. Troppo male il centrocampo viola sin qui, sia a livello individuale che collettivo. Se almeno Mandragora ha messo dentro un paio di reti, gli altri sono ancora tutti più o meno sotto la sufficienza. Servirà una prova maiuscola di Nicolussi Caviglia, che si è preso i complimenti di Gattuso ma non è riuscito ad andare neppure una volta panchina con la Nazionale, servirebbe qualche cenno di ripresa da parte di Fagioli, finito stabilmente in panchina, mentre su Sohm regna il mistero: la fascite plantare non lo sta aiutando, ma non è che abbia mai convinto Pioli dal suo arrivo. Armi in più: Ndour (punto fermo dell’Italia Under 21) e Richardson (quest’ultimo scomparso da tutti i radar). Progressi sono attesi da Gosens, irriconoscibile e lontano parente di quello visto l’anno scorso, e Dodo. I due esterni devono tornare punti di forza della Fiorentina come lo erano stati nella passata stagione. DIETRO. Per uscire con punti dal Meazza servirà evitare regali dietro, sia individuali che collettivi. Comuzzo, Pongracic, Ranieri, Viti, Pablo Marì tutti, nessuno escluso. Regalare gol su palla inattiva come accaduto con Cagliari, Como, Roma e Napoli non è più concesso. Ecco, riassumendo: la partita perfetta. La prima, magari non l'ultima. Va fatta.

Quando la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo

Tra errori, legni e infortuni la Fiorentina cerca buone notizie

 La corsa al toto-ricordo di avvenimenti funesti con tragici epiloghi è già partita. Da quando si fece male Enrico Chiesa all’annata della retrocessione in B del 1992-93, passando per l’infortunio di Antognoni e/o Baggio fino ai ‘cattivi pensieri’ di Dino Zoff, l’ondata di pessimismo che si respira attorno alla Fiorentina richiede uno sforzo di ottimismo notevole per allontanare fantasmi e paure.   CATTIVI SEGNALI. I segnali di preoccupazione, in effetti, non mancano. La lista è lunga: Pongracic che esce anzitempo per problemi con la Croazia; Kean, che dopo un inizio di stagione complicato con la Fiorentina (e clamorosi errori sotto porta) si sblocca segnando alla Roma, parte dal 1’ con l’Italia e fa gol dopo pochi istanti, ma poi si fa male da solo ed esce dal campo, è solo l’ultimo di una lunga serie di situazioni per cui ci sarebbe di che pensare male. Basti pensare all’ultima sfida di campionato andata in archivio per i viola, tra il palo di Kean e la traversa di Piccoli, che potrebbero far pari con la sfida di Pisa in cui gli episodi hanno girato a favore della Fiorentina. Poi c’è Gudmundsson, giocatore che al Genoa aveva saltato tre partite in un anno e mezzo, che qui ogni tre per due si è dovuto fermare, che con l’Islanda fa gol a ripetizione mentre in maglia viola non la struscia per partite intere. Volendo si potrebbe aggiungere al listone di situazioni sfigate il fatto che De Gea, autore di miracoli a ripetizione, si sia addormentato a Cagliari allo scadere (non solo lui, certo - chissà come sarebbero cambiate le cose per la Fiorentina se fosse partita con tre punti). Mettici poi l’urna della Conference che, a differenza di altre annate, non ha disegnato un cammino propriamente agevole per la Fiorentina. Aggiungici poi i punti persi da situazioni di vantaggio, 8, gol incassati allo scadere (con Cagliari, Como) ed un calendario in campionato per niente in discesa, tanto che all’orizzonte ci sono Milan fuori, Bologna in casa e Inter fuori che, come da premessa, inducono a fare ‘cattivi pensieri’. Alla lista si potrebbe aggiungere Lamptey, preso, neanche visto e ko per oltre metà stagione.   SPESA/RENDIMENTO. In un mix tra errori (di tutti - acquisti, tecnico e giocatori, troppi lontani parenti di se stessi), difficoltà inattese e circostanze avverse, c’è la forte necessità di far quadrato attorno alla Fiorentina. La Curva lo ha già fatto, incitando i calciatori al fischio finale del terzo ko interno di fila (su 3 gare) rimediato in casa (gli stessi che erano arrivati in tutto lo scorso campionato). I primi a dover trovare la forza di reagire sono quei giocatori a cui viene riconosciuto dal club il settimo monte ingaggi della Serie A e per cui la proprietà ha speso 92 milioni di acquisti (non è il saldo tra uscite ed entrate), con un tecnico da oltre 3 milioni di stipendio, che sin qui hanno commesso errori su errori. Magari sì, ci potrebbe essere stata una sopravvalutazione di questa rosa, forse anche di Pioli, passando per gli innesti e il loro riuscire ad amalgamarsi. Ma, comunque, non basterebbe a giustificare quanto visto e ottenuto sin qui.   ADESSO. Ora, c’è solo una cosa da fare: sperare che Kean non ne abbia per troppo tempo, che Piccoli torni da Udine senza neppure un raffreddore e che, a San Siro, scocchi quella scintilla che permetta alla Fiorentina di scacciare paure e fantasmi. Magari, al netto di meriti e (molti) demeriti, un po’ di buona sorte non guasterebbe (come, ad esempio, una rapida guarigione di Kean). Ce n’è bisogno. In questo momento quanto mai, uno di quei classici periodi in cui ‘la fortuna è cieca, ma la sfiga sembra vederci benissimo’.

Ricominciamo?

Fiorentina chiamata a ripartire

Quante volte vi è capitato di iniziare una partita ad un videogame, magari di toppare tutto e…tack, spegnere, riavviare e ricominciare? E’ un po’ quello che tutti ci auguriamo accada alla Fiorentina, cioè che da domenica prossima, quando i viola saranno impegnati a San Siro col Milan, scatti un reset generale e da lì inizi una stagione tutta nuova. All’orizzonte ci sono quattro partite in cui o questa squadra risorge o rischia di sprofondare, non definitivamente, ma quasi. Milan a San Siro, Bologna al Franchi, Rapid Vienna in Austria e Inter a San Siro. Che siate pessimisti, ottimisti o realisti, non c’è molto altro da fare per la Fiorentina se non prendere e ricominciare. Non serve essere degli abili calcolatori umani della Normale di Pisa per rendersi conto che, coi 3 punti ottenuti sin qui in 6 gare, con due trasferte contro candidate allo Scudetto e l’insidioso Bologna di Italiano all’orizzonte, dopo 9 giornate la squadra di Pioli potrebbe ritrovarsi in zone di classifica ancor più basse di quelle in cui già si trova oggi. Se le cose dovessero mettersi come nessuno si augura, tra un mese la Fiorentina potrebbe trovarsi a dover fare i conti con un campionato di sofferenza, in cui dover lottare per un traguardo per cui non era partita, lottare per non perdere piuttosto che scendere in campo per vincere. Lo scenario, insomma, sarebbe di quelli più complicati. Meglio non pensarci, ma guardare positivamente ad un tris di partite che, se fatte bene, con punti, potrebbe rappresentare la scintilla per un nuovo inizio, un ricalcolo delle propria meta con maggior fiducia e consapevolezza. Per quanto visto sin qui, come da premessa,  ci sarebbe solamente una cosa da fare: spegnere e riaccendere. Pioli, che era partito alzando notevolmente un’asticella che adesso rasenta il terreno, che fin qui ha cambiato quasi sempre modulo, giocatori e assetti, davanti, dietro, in mezzo al campo, senza trovare mai la quadra; Gudmundsson, che quando indossa la maglia viola sembra un fantasma e che, quando invece va in Islanda, fa gol a ripetizione con la Nazionale; Kean, che almeno con la Roma, quando ha giocato da solo, cioè nel primo tempo, ha fatto un eurogol e preso un palo, che con la Nazionale ha fatto 3 gol in 2 partite dimostrando di saper giocare anche con un’altra punta al suo fianco; Dodo e Gosens, lontani parenti di quei giocatori che l’anno scorso avevano trascinato la Fiorentina; Fagioli, Nicolussi Caviglia e gli altri centrocampisti che sin qui hanno fatto una fatica immane contro chiunque, Sohm su tutti; la difesa, che ha preso 4 gol identici da palla inattiva, con un Comuzzo disastroso e tutti gli altri sottotono; etc etc. Tutti, adesso, sono chiamati a buttarsi questi due mesi e mezzo passati alle spalle. Dal primo all’ultimo. Ora c’è da resettare, ripartire e risollevarsi. Altrimenti, come dicono i professori della Normale citata in precedenza, 'so’ caz..'.

100 milioni spesi negli ultimi 2 anni. Ma la mediana viola non va

Tanti soldi spesi per il centrocampo. Ma le cose non girano

Bei tempi quelli dei tre tenori Pizarro, Borja Valero, Aquilani. Un centrocampo fatto con pochi soldi che, dopo gli anni di Lazzari, Kharja e Montolivo più vari ed eventuali, riconciliò i tifosi della Fiorentina col gioco del calcio. Artefice della costruzione di quel centrocampo fu quel Daniele Pradè (col supporto di Macià) che, da qualche tempo a questa parte, in quella zona del campo non riesce a ripetersi. Senza tornare troppo indietro nel tempo, tra i 16 milioni spesi per Alfred Duncan e gli oltre 20 per Amrabat, passando per Pulgar e Badelj e via discorrendo, da due anni a questa parte il centrocampo è oggetto di costanti rivoluzioni. E se qualcuno ricorda ancora come l’uomo giusto al momento giusto fosse quel Lucas Torreira per cui bastava versare quei 15 milioni di euro che servivano per prenderlo dall’Arsenal (sì, ok, le commissioni, gli agenti etc etc), tornando agli ultimi due anni il centrocampo della Fiorentina continua ad essere un grosso e oneroso punto debole. Un anno fa vennero presi Adli, Cataldi, Bove in prestito per 4 milioni di euro totali (senza considerare gli ingaggi). A titolo definitivo arrivò Richardson per 10 milioni. A gennaio arrivò Folorunsho, a sua volta per 1 milione di prestito, Fagioli per 2,5 milioni di prestito e Ndour per 5 milioni di euro.  Quest’anno sono stati presi Sohm per 15 milioni, Nicolussi in prestito a 1 milione con diritto a 7, Fazzini a 10 ed è stato riscattato Fagioli per 16. Vogliamo fare due rapidi e sommari calcoli? 71,5 milioni di euro spesi per i cartellini, ma un centrocampo che ancora sta avendo enormi difficoltà. Tanto che, il migliore per rendimento medio, continua ad essere Rolando Mandragora. E ok che Fazzini qualcosa ha fatto intravedere, che Nicolussi è giovane e adesso è in Nazionale, questo e quell’altro, ma… Volendo tener fuori dai conteggi i milioni spesi (o meglio buttati) per Sabiri, Infantino, quelli non incassati dalle uscite di Barak, Castrovilli, Duncan e altri giocatori regalati, emerge una situazione critica. Non solo per una questione di tanti soldi spesi per una resa deludente, quanto perché sembra di dover andare incontro ad una nuova e necessaria rivoluzione. Dove? In mediana, ovviamente. Con tutte le incongruenze del caso, da ‘Fagiolino che doveva diventare Fagiolone’ passando per il ‘punto e mi aspetto molto da Richardson’, concetti espressi da Pradè per un giocatore che non è praticamente mai sceso in campo e un altro che è finito ormai stabilmente in panchina. Di Sohm, invece, è stato lo stesso Pioli a dire di non esserne convinto. E adesso, con Mandragora ormai prossimo al rinnovo, oltre 70 milioni di euro di spese, che arrivano ad un centinaio sommando al conteggio anche gli ingaggi, più tardi, la mediana sembra ancora un grosso punto di domanda. O meglio di certezza: così non può andare avanti. In quella zona del campo serve qualche rinforzo, ed anche di livello. Lo schema che adottò Palladino, cioè il palla lunga per le punte passando spesso sopra la mediana, sta tornando anche con Pioli. Perché? Semplice, il centrocampo attuale non crea, non produce, non costruisce e nemmeno fa filtro. Insomma, visto quanto ci è stato speso, un bel problema.

‘Problemi, problemi, problemi’

Stagione viola al bivio, tra rischi e paure

Come per la Ferrari, ogni maledetto weekend sono ‘problemi, problemi, problemi’, idem dicasi per la Fiorentina. Anzi, per dirla meglio, il problema della Fiorentina è che c’è sempre un problema. L’anno scorso fu il mercato tardivo. Poi ci furono le difficoltà di un allenatore inesperto nell’apportare cambiamenti quando necessario e l’assenza totale di un gioco che permettesse di battere anche le piccole, oltre al poco feeling che si è sempre percepito tra il ds e il tecnico. Quando iniziò l’era Commisso il problema fu la scelta di confermare Montella, l’anno dopo di confermare Iachini, quindi di non assecondare (fino in fondo) col mercato le idee tattiche di Italiano. Per qualcuno il problema è sempre stato Commisso, per altri l’allenatore di turno, per altri il ds che, curiosamente, è sempre lo stesso ma che, agli inizi doveva fare i conti con Barone, poi si è trovato a dover portare avanti il lavoro senza Barone. E ora? Neanche due mesi di gare ufficiali e sembra già tutto da buttare. Quest’anno con l’aggravante di aver alzato tantissimo l’asticella durante l’estate, aumentando di conseguenza le aspettative, rischiando di dover fare i conti con una caduta ancor più rovinosa. Il problema, dicevamo, è che c’è sempre un problema. Anni addietro è stato imputato alla società che facesse troppo i conti e poco calcio, come  quando fu venduto Vlahovic a metà stagione (perché sarebbe andato via un anno e mezzo dopo a parametro zero) o quando a gennaio il tecnico chiedeva esterni d’attacco ma vennero presi Belotti e Faraoni. Quest’anno, invece, alla proprietà si può dir poco avendo speso 92 milioni di euro per acquisti e riscatti (non vuol dire che il saldo estivo è -92, giusto per chiarire). Spesso si è imputato a Commisso di non voler allargare le maglie degli ingaggi, tentando fino in fondo di provare a tenere i propri big, mentre quest’anno sono stati trattenuti a suon di milioni De Gea e Kean. E’ stato preso un allenatore esperto come Pioli, a sua volta con oltre 18 milioni lordi di stipendio per tre anni. La rosa dell’anno scorso, che è arrivata sesta, è rimasta quasi inalterata, dando un senso di continuità e non dando vita alle solite rivoluzioni estive. In tutto ciò c’è un comune denominatore: la dirigenza. Se la Fiorentina non sta funzionando ci sono solo due possibili cause: l’allenatore è stato sbagliato e non si trova con la squadra o la dirigenza ha sbagliato completamente il mercato. In ogni caso c’è un solo responsabile, a cui andrebbero chiesti chiarimenti e in caso pensare di cambiare. Altrimenti si è d’accordo con le scelte fatte e vuol dire che va tutto più o meno bene così. Che sia stato sopravvalutato qualche giocatore? Ci può stare. Ma i valori che questa Fiorentina ha, sulla carta, non si stanno vedendo minimamente sul campo. Il tempo per raddrizzare la rotta c’è. E’ presto per fare processi, ma potrebbe diventare tardi se non se ne facesse alcuno. I problemi ci sono, sembrano anche tanti e qualcuno più grave di altri. Trovare la chiave per risalire spetta in primis a Pioli, poi ai giocatori e quindi alla società/proprietà. Dopo la sosta ci saranno Milan, Bologna e Inter. Alla nona giornata, dunque, la Fiorentina rischia di ritrovarsi con così pochi punti in classifica da dover iniziare a preoccuparsi davvero. Se le cose dovessero proseguire su questo trend, tra tre gare di Serie A la Fiorentina avrebbe 4-5 punti in classifica. E, dal rischio mediocrità a cui già sembra essere destinata questa stagione (coppe a parte), si passerebbe al dover evitare clamorosi scivoloni. Con annessi, a quel punto, necessari e doverosi ribaltoni. 

Come ‘diavolo’ è possibile tutto ciò?

Fiorentina in crisi profonda. Sosta di riflessioni

Niente da fare per la Fiorentina. Neanche quando di fronte capita una Roma normale, che è lassù non si sa come, che ricorda tanto quel ‘magic moment’ che i viola di Palladino vissero un anno fa di questi tempi quando misero a referto 8 successi di fila in campionato. Minimo sforzo, vittorie e primato in classifica, loro; Massimo sforzo, altro ko e piena zona retrocessione, la Fiorentina,. Poco conta se, almeno coi giallorossi, la squadra di Pioli abbia messo a referto la ‘miglior’ prestazione di questo avvio di stagione, con due legni e un paio di occasioni clamorosamente fallite. Può incidere se si vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, evidenziando magari che, rispetto al nulla che si era visto sin qui, con la Roma almeno la Fiorentina ha prodotto qualcosa. Poi, però, basta buttare un occhio alla classifica per ritrovare quel bicchiere completamente vuoto. 3 punti in 6 giornate, 0 vittorie, 1 punto in più delle ultime in graduatoria. Sì perché, la domanda delle domande è chiara: come ‘diavolo’ è possibile tutto ciò? Si potrebbe applicare tale quesito pensando ai singoli: Fagioli (scomparso), Gudmundsson (altra prova indecorosa), Comuzzo (sparito ed entrato facendo subito due errori), Gosens (fratello di quello dell’anno scorso), Nicolussi Caviglia (quanti errori!), Dodo (ci svegliamo?), tutti…in ordine crescente o decrescente che si voglia, stanno facendo prestazioni orribili a livello individuale. Poi c’è il discorso collettivo, il manico: possibile che un tecnico dell’esperienza di Pioli non sia riuscito, in tre mesi di lavoro, a dare un minimo di gioco a questa squadra? Il ritorno al lancio lungo per Kean fa paura, perché vuol dire che non c’è modo di uscire da quello ‘schema’. Lo spogliatoio lo segue? Commisso non ha mai amato licenziare i suoi dipendenti, che fa cambia modus operandi proprio adesso che a Pioli dovrebbe dare 18 milioni per i prossimi tre anni? Era l’uomo giusto Pioli? E’ ancora credibile la figura del ds Pradé, che ha speso 92 milioni di euro in estate per una sequela di giocatori che si stanno rendendo protagonisti di uno dei peggiori inizi di stagione della storia viola? I problemi in questa Fiorentina sono talmente tanti che potremmo star qui ad elencarli per pagine e pagine. Ognuno potrebbe proporre la sua soluzione: esonerare il tecnico, licenziare il ds, rivoluzionare la dirigenza, aspettare ancora. C’è solo una persona che può fare qualcosa in tal senso: Rocco Commisso. Non avrebbe granché senso esonerare Pioli e affidare la scelta di un nuovo tecnico a Daniele Pradè, visto dal tifo organizzato come il principale problema (per prendere chi? De Rossi? A quel punto davvero apriti cielo nel rapporto piazza-Pradè). Non avrebbe senso licenziare adesso Pradè, perché la scelta di un nuovo ds dovrebbe ricadere nelle mani del dg Ferrari, che nell’organigramma della Fiorentina dovrebbe occuparsi di altre mansioni. Il mercato, inoltre, è chiuso fino a gennaio. Chi ha sbagliato maggiormente sin qui? Il tecnico, il ds che ha scelto il tecnico, il ds che ha speso 92 milioni di euro, i giocatori? Si tornerebbe al punto precedente, cioè la lunga lista dei problemi. La grossa paura è che non vi siano soluzioni, almeno nell’immediato, cioè che per come è organizzata la Fiorentina si sia creato un cortocircuito per cui le cose siano destinate ad andare avanti così. Tutti devono dare di più, sì. In teoria. In pratica, come? Il tempo ne dirà di più. Ad oggi ci sono due vie: rivoluzione, coi suoi (onerosi) costi e le responsabilità di fare scelte delicatissime; sperare che la rotta di raddrizzi lasciando tutto più o meno così. Probabilmente si andrà sulla seconda via. Sperando in bene, ovviamente.

Gasp, Roma, Pioli e le svolte. Caccia al click

La Fiorentina ospita i giallorossi per il primo successo in A

Alzi la mano chi, al fischio finale di Fiorentina-Sigma Olomouc di giovedì, ha pensato ‘oooh, siamo guariti’. Difficile da crederlo fino in fondo. Piuttosto, il successo sui cechi sembra tanto quel momento in cui si ha la febbre alta e con la tachipirina si riesce ad abbassare la temperatura. La speranza, ovviamente, è che quello sia l’ultimo picco, che da lì si intraveda la via della guarigione. Ed ecco che per la Fiorentina arriva l’esame Roma, test utilissimo per capire se l’influenza sta passando. Nei vari incroci tra Pioli e Gasperini, tra l’altro, sono spesso arrivate delle goleade roboanti da cui, poi, sono arrivate varie svolte. Il tecnico viola, ad esempio, al Milan ne prese 5 contro l’Atalanta di Gasp, da lì iniziò il suo percorso di risalita che lo portò a vincere lo Scudetto e restare imbattuto per quasi un anno. Ovviamente, non ci auguriamo che la Fiorentina di Pioli, domani con la Roma, ne prenda cinque. Magari, sempre guardandoci indietro, la speranza è che Gasperini ne prenda 7 come in quel 7-1 di San Siro quando Pioli era all’Inter, gara che per Gasp fu la svolta visto che da lì in avanti non perse più e portò i bergamaschi al quarto posto nel suo primo anno di cavalcata con la Dea. Fa piacere ricordare come spesso gli incroci con la Roma siano coincisi con serate di gloria, tra cui il 5-1 dello scorso anno e il 7-1 che la Fiorentina di Pioli rifilò ai giallorossi in Coppa Italia nel gennaio del 2019. Curiosamente, poche settimane dopo quel 7-1, Gasperini venne a Firenze da tecnico dell’Atalanta, sbottò contro Chiesa, e da lì il rapporto tra il tifo viola e Gasp si incrinò definitivamente. La svolta, dicevamo. La Fiorentina e Pioli la stanno ancora cercando. Non può certo essere stato un 2-0 come quello al Sigma di giovedì a indurre a pensare che ‘ok, ora siamo guariti’. La Fiorentina è ancora al palo per vittorie in Serie A, con 3 punti in 5 giornate che, tra l’altro, sono stati meritati. Nel senso, non meritava nulla di più di quanto ha raccolto. Alcune prestazioni sono state al limite dell’orribile. Anche a Pisa non è che si sia visto una Fiorentina migliorata. Almeno col Sigma si è visto qualche piccolo progresso: Piccoli, che si è sbloccato, Dodo che è sembrato in palla e decisamente diverso rispetto a quello di Pisa, Ndour, che da desaparecido è tornato almeno a giocare con gol e assist, poi poco altro. Il valore dell’avversario, ovviamente, sarà decisamente differente tra i cechi e la Roma. Quella di domani sarà un bivio vero e proprio per la Fiorentina. Pioli e la sua squadra dovranno mandare segnali di crescita. Serve un click. Se dovesse arrivare un altro risultato negativo, con poi Milan, Bologna e Inter alla ripresa post sosta, si aprirebbero scenari di classifica preoccupanti. Conterà il risultato, sì, ma anche come esso arriverà. Perché fin qui non sono mancati solo i punti, ma anche gioco e identità. Serve svoltare. Ora, con la Roma. Non importa vincere di goleada, per carità (anche se farlo contro Gasperini e/o contro i romanisti ha un suo grosso perché). Sarebbe già qualcosa: provare ad evitare di concedere 3-4 palle gol clamorose come fatto dai viola a Pisa; vedere un centrocampo che gira, gioca, fa filtro; i due esterni che spingono e contengono; l’attacco che produce, si trova e segna; Kean che torna a fare il Kean, Gud che torna a fare qualcosa. Ecco, il click, appunto.

‘Vinciamo? È troppo tempo che non lo facciamo...’

Per i viola due gare spartiacque. Con Sigma e Roma serve solo vincere

La Fiorentina ha bisogno di vincere. In generale, vista la lunga astinenza di trofei che dura da oltre 20 anni, ma anche (più) nel particolare: oggi coi modesti cechi del Sigma Olomouc e domenica contro la capolista Roma.   Due gare che i viola di Stefano Pioli giocheranno al Franchi, davanti al proprio pubblico, che sui gradoni di Campo di Marte non vedono la loro squadra vincere da quando su quella panchina c'era ancora Palladino e, ironia della sorte, sull'altra c'era Italiano, fresco vincitore della Coppa Italia. Quel 3-2 del 18 maggio al Bologna, di cui si ricordano soprattutto cori di contestazione, striscioni e fischi permise a quella Fiorentina di tenersi aperte le porte per l’Europa, che sarebbe stata poi ottenuta a Udine. Ma anche lì…nonostante fosse arrivato il miglior piazzamento della gestione Commisso, ovvero il sesto posto, arrivarono sonori fischi e contestazioni. Il resto è storia recente.   Con l’arrivo di Pioli si è alzato l’asticella, ‘si diceva’. Lo diceva il club, il tecnico e i giocatori. Fin qui, però, sul campo non si è visto nulla di minimamente corrispondente tra fatti e ambizioni sventagliate in estate. Due vittorie ottenute nel playoff di Conference contro gli ucraini del Polissya, di cui quella interna giocata a Reggio Emilia in uno straziante 3-2 in rimonta, poi un battesimo al Franchi terribile, col Napoli, ed un secondo tempo orribile col Como, per un altro ko. Anche queste due gare, in continuità con l’ultima dell’anno scorso giocata al Franchi, seguita da copiosi fischi e contestazioni. 7 gare ufficiali, di cui l’ultima a Pisa, 3 terminate tra fischi e contestazioni. Le ultime 3, dettaglio non da poco.   Ecco dunque l’occasione per ritrovare un po’ di fiducia. Oggi, col Sigma, serve vincere e farlo mostrando progressi. Un giovedì da cui trarre ottimismo in vista di domenica, quando a Firenze arriverà la Roma che guida la Serie A, con poi all’orizzonte una sosta e soprattutto un poker di avversari terribili come Milan, Bologna e Inter. Nel mezzo anche il Rapid a Vienna in Conference. Un filotto di partite, a cominciare da quella di oggi, in cui o la Fiorentina svolta, o Pioli trova la chiave, oppure quei sogni di gloria che c’erano un paio di mesi fa potrebbero trasformarsi in incubi.   Meglio non pensarci. D’altronde, fin qui, è stato tutto talmente brutto da apparire già, a suo modo, come un incubo. Da cui, però, c’è ancora modo di svegliarsi. Come? Vincendo, iniziando a trovare una propria identità di gioco ed evidenziando passi in avanti. Perché se, oggi col Sigma e domenica con la Roma, la Fiorentina dovesse uscire ancora con le ossa rotte, fischi e contestazioni potrebbero farsi ancor più sonori. E a quel punto davvero ci sarebbe di che preoccuparsi. Quindi, come da premessa: ‘Vinciamo? E’ troppo tempo che non lo facciamo…’.

Quelli che ‘la scossa’. Collettiva e individuale

Fiorentina chiamata a reagire con Sigma e Roma

Il discorso sul cosa non ha funzionato fin qui sarebbe fin troppo ampio. Perciò, siccome la scossa tanto attesa già col Como prima e col Pisa poi non c’è ancora stata, meglio essere ottimisti e pensare che la volta buona per svoltare sia domani contro il Sigma e, soprattutto, domenica con la Roma. La prima, ovviamente, da intendersi come apripista per la seconda. Sarebbe un flop epocale toppare anche la gara coi modesti cechi di Olomouc, non solo nel punteggio ma anche nella prestazione. Serve ritrovare fiducia all’interno e trasmetterla all’esterno. Perché,  quando siamo solamente a inizio ottobre, questa Fiorentina è stata più contestata e criticata che applaudita. Le premesse erano altre, ora è il momento in cui iniziare a rispettarle. Il rischio che a inizio ottobre sia già tutto da buttare non è nemmeno da considerare. Questo a livello collettivo, poi c’è tutta una schiera di singoli che sono chiamati a darsi una svegliata. Chi più grossa, chi meno, ma nessuno è esente da ‘colpe’ per questo avvio difficile. Col Sigma tornerà a giocare in mediana Fagioli, che dopo un inizio complicato è finito ‘panchinato’. Il rischio che l’investimento su di lui sia stato sbagliato c’è. Un altro è Comuzzo, per il quale la Fiorentina non ha incassato milioni e milioni, a gennaio scorso per decisione di Commisso e in questa estate per decisione del giocatore stesso. Il difensore viola, tuttavia, ha messo a referto una serie di prestazioni horror, tanto da finire a sua volta in panchina. L’altro su cui saranno concentrate molte delle attenzioni è Piccoli. L’attaccante del Cagliari, dopo un impatto positivo, si è via via spento. Contro il Sigma non ci sarà Kean, per cui tocca a lui mettersi in mostra. Quindi ci potrebbe essere spazio per Dzeko, che fin qui è apparso in tremenda difficoltà nel tenere i ritmi del calcio italiano, poi ci sono tutti gli altri che devono cogliere l’occasione: da Ndour, scomparso dopo aver giocato con Polissya e Cagliari, passando per i vari Fortini, Parisi, Viti, Fazzini e chi per loro scenderà in campo col Sigma. Con vista, come detto, sulla Roma. Perché coi giallorossi non c’è più margine d’errore. Comunque vada domani. Kean, Gudmundsson, Dodo, Gosens e gli altri, Pioli compreso: è il momento della scossa. Ora. Non si può più rimandare.

Un passo avanti, due indietro

La Fiorentina non c’è. Solo un punto a Pisa

La Fiorentina si prende un punto dal derby col Pisa e fa un passo avanti in classifica. Ma ne fa due indietro alla voce gioco, identità e ambizioni. Così com’era accaduto con Como e Napoli, in parte anche con Toro e Cagliari, ancora una volta la squadra di Pioli non ha meritato niente di più di quello che ha raccolto. Anzi. Tra viola e nerazzurri sono stati loro a meritare, con una traversa, un palo, un rigore dubbio negato e un gol annullato. Per la Fiorentina solo un paio di occasioni di Kean e un tiro alto di Mandragora, oltre a due reti annullate per evidente fuorigioco di Kean. Tante difficoltà dietro, Gosens sottotono e Dodo mai pungente ma saltato quasi sempre come un birillo, centrocampo ancora una volta trasparente e attacco dalle polveri bagnate. Gudmundsson non pervenuto. E non soltanto. 5 partite, 3 punti, 0 vittorie, attacco che non segna, difesa che fa fatica e mediana che non fa gioco né filtro. Nulla, insomma. L’identità di questa Fiorentina non la si è ancora capita. L’unica nota positiva dalla gara di Pisa è che, almeno dal punto di vista atletico la squadra di Pioli non è sparita dal campo fino al termine della sfida. Con diverse pause, sì, soprattutto nella prima parte di gara e nella seconda metà del secondo tempo, con la possibilità di uscire da Pisa con 3-4 gol al passivo. Insomma, un passo avanti, due indietro. Ora arriva il Sigma Olomouc in Conference, giovedì, poi la Roma domenica. Due gare interne, con la missione chiara per la Fiorentina: reagire, non partire male anche nel girone europeo e riconquistare un tifo che sperava di aver trovato la via per sognare e che, invece, a fine settembre ha già fischiato e contestato la propria squadra, ma che soprattutto inizia ad avere paura di doversi abituare ad una mediocrità che non era nelle aspettative.

Un film, due copioni

Fiorentina a caccia della svolta

Se il momento che la Fiorentina sta vivendo fosse un film, l’effetto sonoro di sottofondo sarebbe probabilmente quello del thriller. Lo ha fatto capire anche Pioli in conferenza stampa. ‘La Fiorentina, a Pisa, deve vincere’. Non c’è altra via possibile. I copioni del film per domenica sono due, semplici: La sceneggiatura negativa, quella più pessimistica, che sembra per lo più già scritturata. Il Pisa che attende questa partita da più di 30 anni, gioca in casa dove non ha ancora né vinto una partita dal ritorno in Serie A, né ancora segnato 1 gol avendo perso 0-1 con Udinese e Roma, una piazza che ha maturato nel corso di decenni un senso di rivincita che domenica culminerà col fischio d’inizio di Pisa-Fiorentina, le frecciatine del patron nerazzurro Corrado e la sua antipatia per la Fiorentina che cova dentro da sempre e, ovviamente, il fatto che a guidare l’attacco del Pisa sia proprio lui, quello M’Bala Nzola che a Firenze è stato mandato via a pesci in faccia, giustamente sia chiaro, che ha l’occasione di diventare il Re di Pisa e di affossare definitivamente la sua ex Fiorentina. O magari con un Cuadrado che vola per terra con la facilità con cui ha imparato a farlo a Torino, si prende un fallo che non c’era che provoca un rigore o un cartellino, perché in sala Var domenica le immagini non chiariscono l’episodio, per cui ‘becchi e bastonati’, come si dice a Firenze. Un copione già apparecchiato. E, se tutto o anche solo parte di tutto ciò dovesse accadere, le ripercussioni sarebbero da psicodramma per la Fiorentina. Poi c’è l’altro copione: Pioli che trova la quadra per la sua Fiorentina, Kean che segna due/tre gol e si sblocca, la prima vittoria in campionato da cui scatta quella scintilla che dà vita alla risalita della truppa viola, come un anno fa, con la Lazio, quando accadde qualcosa al limite del cinematrografico: Fiorentina sotto, allo sbando, senza vittorie, senza idee, senza nulla e sotto nel risultato. Entra dalla panchina Gudmundsson, dopo 2’ si prende un rigore, lo segna, poi ne batte un altro allo scadere e la rimonta è completata. Da lì, a proposito di sceneggiatura, la Fiorentina di Palladino inizierà la sua striscia di risultati utili che culminerà con le 8 famose vittorie di fila. Film che, sempre per un copione già scritto, vedrà il dramma sfiorato con Bove e la fine del filotto da record dove? Proprio a Bologna, contro l’ex, Italiano. Un caso? Difficile da credere. Ora, va da sé quale sia il copione che speriamo venga sceneggiato domenica a Pisa. Lo speriamo, lo vogliamo, lo invochiamo. Perché se a verificarsi fosse l’altro, come detto, sarebbe rischio psicodramma per la Fiorentina. E non soltanto per i pochi punti in classifica che la truppa di Pioli avrebbe dopo 5 giornate, quando perché sarebbero seriamente da rivedere tutti quei sogni di gloria che avevano fatto da intro a questa stagione, già di per sé incrinati, ma che potrebbero rialimentarsi in caso di click. Ora o forse mai più. Fiorentina, devi solo vincere.

Come con la Lazio un anno fa

Torna Gud, sperando sia l’uomo della provvidenza

Come dodici mesi fa, almeno questo è l’augurio. Era la quinta giornata quando la Fiorentina di Palladino, fino ad allora mai vincitrice in Serie A e alle prese con una ricerca della propria identità più o meno simile a quella di oggi, rimontò la Lazio con un gran secondo tempo e da lì iniziò la sua scalata fino al sesto posto finale. Uno su tutti fu il protagonista di quel successo: Albert Gudmundsson. L’islandese, arrivato in viola con un problema fisico, subentrò coi laziali facendo il suo esordio in maglia gigliata segnando due rigori che scacciarono fantasmi e aprirono le porte dei sogni. Domenica, a Pisa, Gud tornerà dal 1’ a supportare Moise Kean. Le indicazioni dicono che l’esperimento delle due punte non sta funzionando. Almeno adesso. La via migliore, dunque, sembra quella che porta all’islandese a supporto di Kean. Ovvio che serva una crescita generale di tutta la Fiorentina per pensare ad una risalita, collettiva, ma anche a livello di singoli. Ed ecco che il talento, le qualità di Albert potrebbero rappresentare un buon viatico per ri-accendere la scintilla di una Fiorentina che ha bisogno di non naufragare, di ritrovare la rotta e arrivare in porto. Contro la squadra di Gilardino, proprio lui, che lo ha accolto in B al Genoa, con cui ha fatto vedere le cose migliori in Italia in Serie A due anni fa, Gud potrebbe vestire i panni dell’uomo della provvidenza. Seguendo un copione da film, col classico finale…e vissero tutti felici e contenti. Questa è la speranza, a cui  ci aggrappiamo anche per scongiurare la fobia del gol dell’ex di M’Bala Nzola e lo psicodramma che si potrebbe venire a creare in caso di altro passo falso della Fiorentina, contro un Pisa che attende la gara di domenica da oltre 30 anni e che…vabè, ci siam capiti. Meglio non pensarci neppure. Gud, pensaci tu!

Per la svolta

Fiorentina in cerca (disperata) di tre punti col Pisa

Dopo appena 6 partite disputate il clima attorno alla Fiorentina si è già fatto pesante. Va da sé che, se domenica non dovesse arrivare la vittoria col Pisa, potrebbe farsi incandescente. Fin qui, nel mirino della critica ci è finita soprattutto la squadra, invitata al fischio finale della gara col Como a ‘tirare fuori le p…’ e a ‘dare di più’, dopo i 2 punti rimediati nelle prime 4 di campionato, con accenni di contestazione rivolti anche al ds viola Daniele Pradé, in continuità con quanto accaduto nello scorso finale di campionato. Il prossimo a finire nel calderone potrebbe essere Stefano Pioli. Per qualcuno il suo ritorno è già una delusione. Ci si attendevano altri risultati, ma soprattutto identità e gioco. Ma fin qui si è vista una Fiorentina che non ha funzionato in nulla. Non è mai stata solida dietro, mai propositiva in mediana, dove quasi tutti i centrocampisti avversari hanno giganteggiato, quasi mai incisiva davanti. Riassumendo, il nulla, da unire a scarsa intensità, ritmo e tenuta atletica. Idee e gioco? Non ne parliamo. Ora arriva la gara col Pisa, domenica, sfida che per i nerazzurri di Gilardino è attesa da oltre 30 anni e in cui i viola non possono sbagliare. Lo psicodramma che ne deriverebbe potrebbe essere di quelli epocali. Perché Pioli doveva essere l’uomo della svolta, a cui viene corrisposto un ingaggio da 3 milioni netti per 3 anni, perché il mercato fatto in estate aveva portato Commisso a fare acquisti per 90 milioni di euro, perché a Kean e De Gea sono stati rinnovati i contratti con ingaggi mai visti prima da 5 e oltre 3 milioni di euro netti, perché…il calendario mette in programma Pisa fuori, Roma in casa, poi Milan, Bologna e Inter, con nel mezzo Sigma Olomouc e Rapid in Conference. Se il ridimensionamento delle proprie ambizioni è un processo già parzialmente in corso, il passaggio successivo sarebbe l’iniziare ad aver paura. Con tutto il caos che ne potrebbe derivare. Meglio non pensarci. A Pisa, domenica, serve riaccendere la scintilla e provare a rimettersi in riga. Anzi, è obbligatoio.

Pressioni? Ma non scherziamo

Fiorentina a caccia del riscatto

90 milioni di euro spesi sul mercato per innesti e conferme, nessun ‘big’ ceduto, rinnovi con ingaggi mai visti in precedenza, in panchina uno dei soli 5 allenatori in Serie A che hanno vinto uno Scudetto con ingaggio di 3 milioni netti, 6 partite e…una marea di dubbi sulle scelte fatte. Non è disfattismo, nè una critica prematura, ma è la fotografia della situazione in casa Fiorentina. Si potrebbe discutere da qui all’infinito e non troveremmo l’esatto peso specifico delle componenti di queste inattese difficoltà. Nel calcio, d’altronde, quando le cose non vanno non è mai solamente colpa di A, B o C, quanto un po’ colpa di A, un po’ di B e un po’ di C. Da Pradé e il suo mercato a Pioli, passando per la sopravvalutazione di qualche giocatore arrivato e/o confermato fino allo stadio a capienza ridotta, la preparazione al Viola Park e le guerre nel Mondo. Tutto può aver inciso, per carità. Il problema vero, semmai, è come se ne esce? Ad oggi non s’è visto nulla di quanto fosse lecito attendersi dalla Fiorentina. E non lecito in senso astratto perché chiamandosi Fiorentina, allora…, quanto perché le basi c’erano, anzi ci sono. Questa rosa è sostanzialmente la stessa dei titolari che ha chiuso al sesto posto l’anno scorso, ha un allenatore che ha uno status opposto rispetto al precedente, ha delle alternative più importanti rispetto a chi c’era l’anno scorso, ma fin qui non ha messo in mostra nulla di quanto ci si aspettasse. Né in termini di identità e gioco, né di carattere, personalità e grinta. Ora arriva il derby col Pisa, che davanti gioca con Nzola, ma che ha messo in difficoltà quel Napoli che a Firenze ha passeggiato. Pioli cerca ‘la chiave’, quella che Palladino trovò dopo 4 partite di Serie A. Non è un paragone, non c’è nulla di che rallegrarsene pensando che anche l’ex tecnico viola ci avesse messo qualche settimana in più per trovare la via della risalita. La scelta di puntare su Pioli era stata fatta proprio per ridurre questo lasso di tempo di esperimenti e schiaffi. Allora c’erano molti più alibi, come l’aver fatto il mercato gli ultimi giorni di agosto/primi di settembre. Oggi non c’è neppure più quello, visto che Pioli ha avuto quasi tutta la rosa a disposizione dal primo giorno di lavoro. E, attenzione, questo non è mettere pressione. Vorremmo ricordare a chi parla di ambiente negativo, di critiche e disfattismo, che in questa rosa ci sono un allenatore che prende 3 milioni d’ingaggio, un centravanti da quasi 5 milioni e una serie di calciatori che sono costati quanto una finanziaria. Delle due l’una: o chi li ha scelti e comprati ha sbagliato tutto, oppure chi prende quegli stipendi ed è costato quei soldi non li vale, perché non ha la personalità per giocare in una Fiorentina che vuole stare in alto. Non ci sono altre vie: reagire. Ora. Altro che pressioni e ‘ambiente negativo’.

Ridimensionati, in tutto

Fiorentina ko anche col Como

Dopo il Napoli anche il Como vince a Firenze. Due punti in quattro giornate, zero vittorie in Serie A e, soprattutto, il fatto che la Fiorentina non abbia meritato niente di più di quello che ha ottenuto sin qui.Anzi. La squadra di Pioli esce dal Franchi tra fischi, cori di disappunto e con le ossa rotte. Di nuovo. La situazione inizia a diventare allarmante in casa viola. Non stanno mancando ‘solamente’ risultati e punti, ma sostanzialmente tutto. Delle 6 partite giocate sin qui tra Serie A e Conference, infatti, si fatica a ricordare qualcosa di positivo. Al limite si potrebbe ripensare ad una parte del playoff d’andata in Ungheria, attaccarsi agli ultimi 15’ col Napoli, quando la partita era già sullo 0-3 o ai primi 40’ col Como per essere riusciti nell’impresa di limitare gli attacchi della squadra di Fabregas, tutte cose che non sono affatto in linea coi proclami di inizio estate. L’attacco con più uomini schierati da Pioli non produce, non tira, non segna. Anche col Como l’unico tiro in porta della partita è arrivato da parte di Mandragora. Kean? Non pervenuto. L’intesa tra Kean e Piccoli? Non pervenuta. Cross per sfruttare i colpi di testa di Piccoli? Pochi, se non nulli. Interdizione in mediana? Un po’ nel primo tempo. Tenuta fisica? Mezz’ora. Ed ecco che il Como, dopo aver gigioneggiato nei primi 45’, nella ripresa ha messo a referto 14 tiri totali di cui 5 nello specchio. Stavolta non è bastato neppure San De Gea. La Fiorentina esce ridimensionata in tutto da queste prime uscite stagionali. Non c’è gioco, identità né tenuta atletica per provare a mettere in pratica i dettami del tecnico: l’uno contro uno a tutto campo, soprattutto per i difensori, non sta dando alcun frutto. Anzi, ogni partita Ranieri/Pongracic/Comuzzo o chi per loro finisce la benzina con largo anticipo, come evidenziato dalla valanga di occasioni concesse al Como nel secondo tempo e il gol di Addai su cui Pongracic non si regge in piedi. La mediana non fa filtro e non produce, che ci siano Fagioli, Nicolussi Caviglia, Mandragora, Sohm, Tizio, Caio o Sempronio. Gosens sembra già in affanno dopo 6 partite, come dall’altra parte Dodo. E su tutti, fin qui, ne esce ridimensionato Stefano Pioli. In due mesi di lavoro non sembra ancora essere riuscito a dare qualcosa a questa Fiorentina. Sembrano già lontane mesi quelle parole sulla mancata investitura a candidata Champions di Allegri, sul bel gioco, sul dominare gli avversari etc etc. E ora, che si fa? C’è solo una cosa da fare: lavorare, trovare la quadra, migliorare e tornare sulla retta via.

Parole e idee da big. Ma fin qui rimaste solo teorie

Contro il Como cercasi svolta per i viola di Pioli

“Il Como? E’ un opportunità” cit. Pioli. Come la gara col Napoli era “un esame per capire se il gap con una big era stato colmato”, come quando uscì il calendario e Pioli disse ‘non è tosto, ma bello”. In queste tre frasi c’è racchiusa la mentalità del tecnico della Fiorentina, da unire alla querelle sulle frasi di Allegri e la sua mancata investitura della squadra viola tra le candidate alla lotta Champions. Sulla stessa lunghezza d’onda alcune scelte di formazione come il trittico Gud-Kean-Piccoli schierato a Torino dal 1’, il tentativo di giocarsela a viso aperto col Napoli e l’insistita richiesta ai propri difensori di provare a costruire e al confronto uno contro uno. A parole, nei concetti e col lavoro. Poi, però, ci sono i fatti. L’ambizione, teorica e pratica, che Pioli sta alimentando dal primo giorno di lavoro con la Fiorentina, infatti, sta cozzando con quello che la squadra viola sta proponendo sul campo. Alla vigilia della gara col Como è stato lo stesso tecnico a sottolineare come si aspettasse che il percorso di crescita della sua creatura fosse decisamente più avanti. L’interrogativo, però, sorge spontaneo: il materiale umano che Pioli ha a disposizione può supportare quelle idee? Da cui nascono due altri quesiti: se sì, perché non si sta vedendo? E se no, perché non si sta cambiando? Come risposta ad entrambe le ultime due, il comune denominatore potrebbe essere il tempo. Eppure, ad oggi, sono due mesi che Pioli ha in mano questo gruppo, non propriamente poco. E, tra l’altro, gruppo già quasi interamente pronto al primo giorno di ritiro estivo. I 90’ col Como chiariranno un po’ di cose. Quella coi lariani di Fabregas sarà la prima di un filotto di 4 partite in cui la Fiorentina deve svoltare. A seguire Pisa, Sigma Olomouc in Conference e Roma. Serve un deciso cambio di rotta per non dover rivedere al ribasso le proprie ambizioni. Alla prossima sosta, che arriverà dopo il match coi giallorossi, saranno andate in archivio 9 partite ufficiali e ormai tre mesi che il tecnico lavora con questa rosa. Un lasso di tempo sufficiente (o almeno così dovrebbe) per dare gioco e identità ad una squadra, tanto più se colui che lo deve fare è un allenatore arrivato con lo status di scudettato, con un ingaggio top, con tutti i riconoscimenti del caso e avendo a disposizione una rosa che l’anno scorso è arrivata sesta su cui Commisso ha speso altri 90 milioni di acquisti (90 milioni non è il passivo tra innesti e partiti). Il tutto, nel complesso, faceva legittimamente pensare di trovare già ad oggi una Fiorentina che fosse decisamente più avanti. Non tanto in classifica, perché i punti non sempre arrivano quando meriti, quanto in identità, concetti, ritmo, manovra, organizzazione e mille altre cose. La preoccupante prestazione col Napoli, le non convincenti con Torino, Cagliari e col Polissya al ritorno sono lì a testimoniarlo. Ora, o si svolta, si inizia a vedere qualcosa, miglioramenti un po’ ovunque, altrimenti le preoccupazioni potrebbero aumentare ancora. Perché le parole sono importanti, ma se restano fini a sé stesse… 

Ora tocca a Pioli

La svolta deve arrivate dal tecnico

Dovessimo andare in terapia, una buona parte dei nostri ‘problemi’ sarebbe il rapporto con le ex. Sì, perché per un tifoso della Fiorentina, che di carattere ha questa indole di tendere sempre a bubare, a sentirsi competente (più o meno a ragione) e a criticare oggi quello che poi, spesso, viene rimpianto domani, c’è forte questa componente per cui...Facendo un esempio: Italiano era all’inizio soluzione rispetto a Iachini, con l’ex troppo chiuso e catenacciaro, diventando poi il problema perché troppo offensivo, sbilanciato e perdente nelle finali. Palladino era all’inizio soluzione rispetto all’ex Italiano, col suo blocco basso, col poco gioco ma con pochi gol subiti, salvo diventare problema perché si vedevano cose orribili sul campo. Quindi arriva Pioli, visto all’inizio come soluzione su gioco, identità e appeal, per cui ora sì, che prima no. Passano cinque partite ufficiali, Pioli ci mette molto del suo, in negativo, e la paura che le idee del neo tecnico non si sposino con il materiale a disposizione cresce. Ed eccoci qua, in un loop, a pensare: ‘bhè, in fondo, Palladino…’.  Ora, capito il problema, serve trovarvi una soluzione. Gli ex sono il passato, pensiamo all’oggi. Pioli è arrivato tra le ovazioni di tutti. Le prime cose che ha manifestato come obiettivi erano state la voglia di alzare l’asticella, di vincere qualcosa e provare a lottare per la Champions e di dare un gioco offensivo alla sua Fiorentina. Fin qui, ribadendo che si sono giocate 5 gare ufficiali, la Fiorentina ha tirato in porta in campionato meno di 10 volte complessive, ha concesso trenta/quaranta occasioni ai vari Polissya, Cagliari, Torino e Napoli, ha palesato difficoltà di personalità, di condizione e di compiti che alcuni calciatori viola non sembrano avere nelle loro corde. La settimana pre-Napoli era stata descritta da tutti i protagonisti viola come un esame, un test per capire se quell’asticella che era stata messa su carta e nella mente si sarebbe poi tramutata in realtà sul campo. Quello che si è visto sabato ha detto che no, ancora non ci siamo. Per niente. Da qui la ricerca delle soluzioni: le scelte di Pioli, le sostituzioni, il modulo, la condizione fisico/atletica sono una componente del problema. Ora tocca al tecnico trovarvi dei rimedi. Sì perché, che si rimpianga o meno l’ex di turno, non va dimenticato che Pioli è stato preso proprio per invertire il trend che vedeva tra gli errori del recente passato l’essersi affidati ad allenatori emergenti. Coi loro pregi e difetti. Gli/le ex, appunto. Da Pioli ci si attendeva che la Fiorentina fosse già molto più avanti su una caterva di aspetti: identità, personalità, concetti, idee e letture. Ora, ribadendo che si sono disputate solamente 3 gare di campionato e 5 partite ufficiali, qualche ricordo dall’ex di turno inizia già a riaffiorare. Ora arrivano Como al Franchi, derby col Pisa, Sigma Olomouc in Conference e Roma. In queste prossime 4 partite si attendono risposte. Altrimenti, tornando alla premessa, la sindrome dell’ex potrebbe esplodere. Riassumendo: Pioli, ora tocca a te, facci vedere qualcosa. Perché, come cantava qualcuno…‘non vorremmo aver sbagliato la nostra spesa, o la nostra sposa’, da intendersi con la prima il mercato, con la seconda il tecnico.

Ci vorrebbe la bacchetta magica

Tante difficoltà per i viola. Col Como serve solo vincere

Siamo solamente alla terza giornata, per carità. C’è stato il playoff di Conference, il mercato aperto, per carità. Il Napoli è molto forte, il Cagliari è insidioso, il Torino è una buona squadra, giocavi in trasferta, per carità. La preparazione, i carichi di lavoro, le Nazionali, per carità. Anche altre big stanno facendo fatica, per carità. Sì ok, tutto più o meno vero. Ma…dopo cinque partite ufficiali in cui si è visto poco, pochissimo, con tante ombre e poche luci, la domanda vien da sé: e se anche quest’anno ci fosse qualcosa che non va? Se neppure questo fosse l’anno della svolta e del salto di qualità? Il ko col Napoli fa un male che più male non si potrebbe. Non c’è mai stata partita. Senza De Gea il passivo sarebbe potuto essere ancora più largo. Che poi, in realtà, il punteggio è forse forse l’ultima cosa che ‘deprime’ della sfida coi Campioni d’Italia. Piuttosto, a destare preoccupazione sono i mille problemi evidenziati dalla Fiorentina, da Pioli, dai singoli e, soprattutto, dal timore che si sia vissuta un’estate d’illusioni. Non campate in aria, non invenzioni, ma sopravvalutazioni. Su tutti Pioli. Non stiamo dicendo che il tecnico viola sia bollito, non all’altezza o che fosse meglio Palladino. Ma semplicemente che, aver scelto un allenatore sulla carta top e con tanta esperienza internazionale piuttosto che un semi-esordiente com’erano Italiano o Palladino, potesse dare da sùbito un surplus. E invece, sin qui la carta non ha avuto riscontri sul campo. Evidentemente dare un gioco offensivo, una mentalità da grande squadra, chiedere un lavoro tecnico (come impostare il gioco dal basso con difensori che non lo hanno come doti, Comuzzo e Ranieri su tutti) e fisico (chiedere a molti giocatori di lavorare uomo su uomo, come nel caso di Ranieri), pensare di avere un centrocampo che supporti e sopporti un tridente come Gudmundsson, Kean e Piccoli (come provato a Torino) e che si potesse vedere una Fiorentina che giochi bene, vinca e convinca, che se la possa giocare a viso aperto contro le piccole ma anche con le grandi, in casa e in trasferta, non è cosa che si può ottenere da un giorno all’altro. In pratica, quello che si sperava è che non ci fosse bisogno di troppo tempo per trovare il miglior sistema di gioco. E, di conseguenza, anche i risultati. E invece, sembra che servirà ancora del tempo. Domenica c’è il Como, altro avversario che non è propriamente tra i più facili da affrontare e battere. Che tra l’altro corre molto, è veloce e tecnico. Mentre questa Fiorentina è sembrata andare piano, anzi pianissimo. Il tempo è l’ultima cosa che ha la Fiorentina per evitare di dover riporre già dopo 4 partite di campionato i sogni di gloria. Servirebbe la bacchetta magica, che però non c’è.

Take me home, to the place I be-long…

La Fiorentina torna a casa. Di fronte il Napoli

118 giorni dopo la vittoria col Bologna del passato campionato e dopo aver giocato in Ungheria, a Reggio Emilia, Cagliari e Torino, la Fiorentina torna finalmente a casa, nel suo Franchi. Bhè, tecnicamente non proprio ‘suo’, al massimo potrebbe diventare ‘anche suo’ nel caso in cui Commisso e il Comune  trovassero un accordo per una concessione. Ma di questo ci sarà tempo per parlarne. Intanto la Fiorentina torna a casa, là dove tornerà a rotolare il pallone che non scorre da quella serata di metà maggio in cui Italiano tornò da vincitore della Coppa Italia, la squadra di Palladino e lo stesso tecnico, Pradé e Commisso presero fischi, cori e striscioni di contestazione durante la partita, poi vinta, pur restando in corsa per un posto in Europa, poi ottenuto a Udine, lì dove tornerà Stefano Pioli, 2351 giorni dopo l’ultima volta che lo fece da allenatore della Fiorentina, col Frosinone, perdendo, e dando poi le dimissioni in seguito a comunicati offensivi della dirigenza di allora. Tornano a casa Moise Kean e David De Gea, non era scontato. Entreranno per la prima volta nella loro nuova casa i vari Piccoli, Sohm, Nicolussi Caviglia, Lamptey, Fazzini, Dzeko e Viti. Ma soprattutto ci torneranno gli oltre 21 mila tifosi viola che stasera proveranno a difendere il fortino di Campo di Marte dalla corrazzata di Conte, sperando di regalarsi una serata da ricordare, tipo quel 20 ottobre in cui l’allora tecnico della Juve prese 4 pere, si dovette asciugare le lacrime e tornare a casa sua con le pive nel sacco. Si torna là, imprecando (come starete facendo proprio adesso) per il traffico che vi separa dall’arrivo e già sapendo che stanotte farete lo stesso, se non peggio, per andare via. Chi col solito rito scaramantico, chi con le farfalle nello stomaco, chi con la voglia di vedere se, dopo le tante parole estive, questo è davvero l’anno bono. Si torna là, con l’orgoglio, le mani, la voce e coi decibel di sempre, con le bandiere e i vessilli alti. Magari anche con qualche brusio e mugugno, d’altronde a Firenze si sa, siamo così. Ci sarà il solito vicino di posto? Questa è casa. Magari non quella dei sogni, coperta, confortevole, vicina al campo, eh vabè. A ognuno la propria emozione…Si accendono i riflettori su Campo di Marte e sul Franchi. E speriamo anche sulla Fiorentina.

E se toccasse a Fazzini col Napoli?

Il giovane viola è un’opzione visti i problemi di Gud

In un’estate in cui sono arrivati Pioli, Dzeko e Piccoli, sono rimasti a suon di milioni De Gea e Kean, è stato riscattato Gudmundsson più varie ed eventuali come le voci sull’uscita di Comuzzo, Dodo etc etc,Jacopo Fazzini di copertine se n’è prese pochissime. Eppure, in fin dei conti, il suo innesto è nella top5 degli acquisti più costosi di questa sessione di calciomercato della Fiorentina. I 10 milioni di euro versati dalla società viola nelle casse dell’Empoli, infatti, sono inferiori solamente ai 25+2 di Piccoli, ai 15 per Sohm, ai 13,5 per il riscatto di Fagioli e i 13 spesi per riscattare Gudmundsson. Quasi il doppio di quelli tirati fuori per Lamptey, più di quelli versati all’Union Berlino per prelevare il cartellino di Gosens e di quelli che teoricamente, trattandosi di diritto/obbligo di riscatto a determinate condizioni, finiranno al Venezia per Nicolussi Caviglia. Pradè ha volato alto, almeno in prospettiva: “Quella di Fazzini è la prima operazione che abbiamo fatto successivamente all’arrivo di Pioli. Diventerà un giocatore importante anche in ottica della Nazionale”. C’è grande fiducia nelle doti del talento classe 2003. Fin qui è sceso in campo sempre a livello di presenze, cioè 4 volte su 4 gare, per almeno 1’. Di minuti totali, tuttavia, ne ha collezionati solamente 119 sui 360 totali (recuperi esclusi). Dal 1’ ha giocato solamente a Reggio Emilia col Polissya, essendo tra i pochi a non demeritare nel disastroso approccio avuto dalla Fiorentina, con una grande azione personale sfociata con un palo da ‘urlo’. Tornando alla premessa, se quella palla fosse entrata…in copertina ci sarebbe finito di diritto. Ma potrebbe essere solamente questione di tempo. Sabato contro il Napoli, con Gudmundsson non al meglio, la possibilità che Fazzini prenda il posto dell’islandese per fare da supporto a Moise Kean c’è. Non è la principale, perché resiste l’ipotesi del tandem Kean-Piccoli, ma c’è. Ci sarebbe anche Dzeko in corsa, in un pacchetto offensivo in cui Fazzini si trova a confrontarsi con il bomber della Nazionale azzurra e vice capocannoniere della scorsa Serie A, una punta pagata 25 milioni, Gudmundsson e il veterano Dzeko. Non proprio come Nzola, Cabral, Jovic e Belotti. Nonostante la concorrenza di spazio ce ne sarà. Se, come dichiarato, l’obiettivo è vincere un trofeo, con le basi che ci sono, quest’anno potrebbero esserci 38 partite di campionato, 6 del girone più 7 in caso di arrivo in finale, che potrebbero diventare 9 se la Fiorentina dovesse passare dal playoff post girone, più 5 in caso di arrivo in finale di Coppa Italia. In totale, dunque, si va dalle teoriche 56 alle 58 partite in caso di arrivo in entrambe le finali. Nel caso di almeno una finale sarebbero almeno 49 (in caso di eliminazione inattesa dal girone senza passare neppure dai playoff e raggiungimento della finale di Coppa Italia). Occasioni, insomma, ce ne saranno. Per tutti, ma per uno dal talento di Fazzini qualcuna di più.

‘Fagiolino’, è il tempo di diventare ‘Fagiolone’

Il centrocampista viola è chiamato a spiccare il volo

‘Abbiamo tenuto Fagioli. Fagiolino, ora deve diventare Fagiolone’, cit. Daniele Pradè. E’ arrivato il momento, proprio quello, in cui da promesse si deve diventare realtà, da speranze ci si trasforma in certezze. Continue, non ogni tanto. Ora tocca a Fagioli diventare uno dei leader tecnici della Fiorentina. L’investitura ce l’aveva messa Commisso spendendoci 13,5 milioni di euro, il carico ce lo ha messo il ds viola eleggendo il centrocampista ex Juve tra coloro dai quali ci si attende un salto di qualità che non può più aspettare. Cosa è Fagioli? Regista, mezz’ala, interno di costruzione, rifinitore? Non lo si è ancora capito. L’impatto fu illuminante, con quell’ingresso a San Siro in Inter-Fiorentina, con quel pallone in profondità per Kean e con alcuni tocchi di palla d’alta classe. Poi, però, quelle premesse sono state spesso disattese. Certo, quel modo di giocare che aveva dato alla Fiorentina Palladino, con palla lunga da dietro per la punta, non hanno contribuito alla messa in mostra delle sue doti. Anzi. Le prime quattro gare di questa stagione sono poco indicative, ma hanno chiarito che Fagioli non è propriamente un regista. Molto meglio dovrebbe andare con l’inserimento di Nicolussi Caviglia a cui affidare i compiti di regia, chiedendo a Fagioli di fare la mezz’ala. Ecco, sì, ora che è arrivato l’ex Venezia ci sono tutti i presupposti per iniziare il percorso che porti Fagioli-no a diventare Fagiol-one. Dal punto di vista tecnico, ma anche mentale. Di sicuro quegli spettri del passato non lo avevano lasciato indifferente, ma ora è giunto il momento di buttarsi definitivamente tutto alle spalle. E iniziare a volare.

Conte e Napoli, sfatare i tabù

Fiorentina a caccia del colpo grosso

E’ caccia ai primi tre punti di questa Serie A per la Fiorentina di Stefano Pioli. Il ritorno al Franchi coinciderà con il big match contro il Napoli per i viola, chiamati sabato a centrare il primo successo in questo campionato, ma soprattutto a dimostrare che davvero ci sia di che poter sognare in grande in questa stagione. Con un Kean così, ri-tirato a lucido dai tre gol segnati con la Nazionale e dalla scarica di 8 in pagella contro Israele (dopo un inizio un po’ sottotono con la maglia gigliata), con la spinta del Franchi, con la voglia di mandare un messaggio forte all’alta borghesia di questa Serie A e con l’esigenza di sfatare alcuni tabù che resistono, ormai, da troppi anni. Su tutti c’è proprio quell’Antonio Conte che, contro la Fiorentina, non perde da quel famoso e storico 4-2 del 20 ottobre 2013. L’anno scorso Conte fece bottino pieno coi viola, l’unico a riuscirci sia all’andata che al ritorno contro l’ammazza grandi Palladino. Prima del 4-2 aveva vinto 3 volte su 3 da mister della Juve, tra cui il sonoro 0-5 del 2011/12. Dopo quel 4-2, con l’Inter ottenne 4 vittorie e 2 pareggi e 2 vittorie con la Juve e 1 pareggio in Coppa Italia con il gol di Mario Gomez a Torino. Facendo due rapidi calcoli, 12 anni fa, 11 partite fa.  L’altro, e unico ko di Conte contro la Fiorentina risale al 2009/10, quando perse 2-0 a Firenze con l’Atalanta. Anche il Napoli è diventato da anni un tabù per la Fiorentina, soprattutto nelle gare giocate al Franchi. Se con Italiano era arrivata qualche gioia in Campania, ben tre tra quella in Coppa Italia ai supplementari, quella con l’eurogol di Cabral e l’1-3 in cui segnò pure Brekalo, a Firenze il segno 1 manca dai tempi in cui Fiorentina e Napoli avevano lo stesso numero di Scudetti in bacheca. Era il 2018, Simeone stese con una tripletta gli azzurri di Sarri nel famoso ‘Scudetto perso in albergo’. Era il 2018, appunto. Negli ultimi 16 incroci tra viola e campani a Firenze, la Fiorentina ha vinto solo in quella circostanza, con Pioli in panchina (magari è solo una coincidenza). Per la legge dei grandi numeri, prima o poi…E l’occasione è già qua, dietro l’angolo. Riscrivere la storia delle statistiche, sfatare i tabù e annientare le proprie bestie nere. Fiorentina-Napoli è molto di più. Senza dimenticare che, anche nel caso in cui dovesse andare nel migliore dei modi, sarebbe comunque solo l’inizio. La mentalità da grande squadra, d’altronde, si costruisce così.

L’estate sta finendo. Poteva andare peggio

Dopo la sosta la vera Fiorentina

L’estate sta finendo. Per come era iniziata, tra le improvvise dimissioni di Palladino, le contestazioni e i comunicati, i dubbi sulla permanenza dei vari De Gea, Dodo e Kean più varie ed eventuali, diciamo che poteva andare molto ma molto peggio. E invece, a fine estate, la Fiorentina la si ritrova più forte, sulla carta, più ambiziosa, non solo a parole ma anche nei fatti e con una voglia immensa di fare quell’1 che è sempre mancato al 30 per fare 31. Ora c’è da iniziare a fare sul serio. Dopo aver scherzato coi due pareggi nelle prime due di Serie A e l’approdo al girone di Conference, inaspettatamente messo a rischio dal terribile primo tempo di Reggio Emilia, dal dopo sosta si parte coi primi veri esami del corso di laurea che potremmo denominare ‘corsa al salto di qualità’. Docente, va da sé, Stefano Pioli. Le materie saranno toste. C’è subito il Napoli di Antonio Conte che, a memoria, non si ricorda essere sulla carta così forte dai tempi di Maradona. Basti pensare alla mediana degli azzurri, già Campioni d’Italia pochi mesi fa e rinforzata dall’innesto del signor Kevin De Bruyne. Poi ci saranno a ruota l’ambizioso Como, che ha speso sul mercato 105 milioni di euro e che per molti addetti ai lavori potrebbe essere la vera sorpresa di questa stagione, il Pisa di Nzola, il Sigma Olomoucin Conference e la Roma di Gasperini. Un tour de force in cui, davvero, la Fiorentina saprà chi è. O meglio capirà chi potrebbe essere. L’asticella è stata nettamente alzata. Magari non nell’undici titolare, che più o meno è quasi lo stesso dello scorso anno tranne che per l’innesto di Nicolussi Caviglia e Sohm in mediana, ma con una raffica di alternative che fanno ben sperare. E’ rimasto Gudmundsson (ko in Nazionale), con l’aggiunta di Fazzini, dietro è tutto uguale con l’aggiunta del giovane Kouadio e di Viti, sulle corsie ci sono gli stessi con l’aggiunta di Lamptey e Fortini, davanti sono usciti gli esuberi e sono stati sostituiti da Dzeko e Piccoli, in mediana sono andati via Cataldi e Adli e sono arrivati Nicolussi Caviglia e Sohm. Fin qui la carta, dal dopo sosta serviranno le prime riprove del campo.Quando a inizio ottobre l’estate sarà ormai già finita ne sapremo di più.

Quelli che la sosta

La Fiorentina si avvicina al big match col Napoli

Tempo di sosta, periodo in cui per qualcuno è tempo di recuperare, per altri di accelerare e per altri ancora di inserirsi al meglio nel nuovo contesto. Nel caso della Fiorentina, ad esempio, chi sfrutterà questi giorni per riprendersi dai problemi intestinali è Pietro Comuzzo, che dopo essere stato sostituito a Torino all’intervallo ha dovuto dare forfait anche nell’Italia Under 21, sempre per gli stessi problemi. Poi c’è chi, in questi giorni, avrà modo di conoscere un po’ meglio le richieste di Pioli e come muoversi in un contesto di gioco nuovo, come Piccoli, ma anche e soprattutto Nicolussi Caviglia. Se l’ex Cagliari ha avuto già modo di lavorare coi compagni dalla settimana del ritorno col Polissya, giocando poi titolare a Torino, l’ex Venezia è invece ai primi allenamenti con la maglia viola. E, tra l’altro, sarà chiamato ad accelerare il suo percorso di inserimento visto che, già col Napoli, potrebbe toccare a lui dal 1’ in una mediana che Pioli potrebbe varare, passando a tre con Nicolussi Caviglia in versione regista, Fagioli al suo fianco con licenza di verticalizzare e uno tra Mandragora e Sohm a fare sia interdizione che inserimenti. Di fronte ci sarà il centrocampo del Napoli, che è forte, forse il più forte della Serie A con McTominay, Anguissa, De Bruyne e Lobotka, per cui c’è poco da scherzare. Tra ‘quelli che la sosta’, c’è chi come Moise Kean avrà l’occasione di riassaporare la gioia del gol con l’Italia, contro Estonia e Israele, due sfide in cui la Nazionale dovrà vincere e segnare. Chissà che, dopo l’avvio di stagione sottotono in maglia viola, Moise non ritrovi il sorriso con la maglia azzurra, che vorrebbe dire benzina per il ritorno a Firenze. Poi ci sono quelli che useranno questi giorni di lavoro per migliorare la loro condizione, come Viti, Mandragora, ma anche coloro che hanno evidenziato un po’ di stanchezza come Dodo e Gosens. Senza dimenticare Pioli, perché adesso la Fiorentina ha tutto per iniziare a fare punti, pesanti, dopo averne raccolti due con Toro e Cagliari, ma soprattutto dovrà assimilare un’identità che ancora non si è vista. Ed è abbastanza logico così. Dopo la sosta arriverà un treno di gare in cui c’è da ‘trottare’. Di fronte Napoli, Como, Pisa, Roma, nel mezzo il primo impegno europeo col Sigma Olomouc e altra sosta. Lì sarà già tempo di analisi, si spera positive.

Firenze e il ‘vaia vaia’ diffuso (forse prematuro ?)

Tempo di sosta, la Fiorentina lavora in vista del Napoli

“Firenze spara i fochi quando arriva San Giovanni, noi si guardano e si dice l'eran meglio quegli altr'anni”. Solo un fiorentino potrà capire, ma quanto c’è di vero?! Il bello è che lo sappiamo anche, quanto a Firenze ci sia sempre di che bubare. Questo articolo (ironico, ovviamente) lo dedichiamo alle ‘vedove’, cioè quelli che rimpiangono, sempre, a prescindere. Che poi non è un rimpiangere vero e proprio, non è che si rimpiange i fochi degli anni precedenti, che magari neanche si ricordano appieno. E’ più un ‘mood’, cioè il voler dire che non ci si accontenta, mai. Siamo fiorentini, siamo abituati al bello, ne siamo circondati e neanche ce ne accorgiamo. E allora bubiamo, spesso, quasi sempre, siamo così per natura. Specifica, non siamo tutti così, ma qualcuno c’è, magari è lì di fianco a voi. E dunque, passate 4 partite, con 2 punti in Serie A e il passaggio ai gironi di Conference, c’è già chi ricorda che ‘con Palladino…ah, com’era grande Palladino, com’era vincente Palladino, Pioli? Vaia, 3 milioni per fare icché?’. Dopo aver passato un anno a criticare Palladino perché ‘vaia, si gioca solo a pallonate lunghe per Kean’, arriva Pioli, prova a dare un gioco alla Fiorentina, e dopo 4 partite ‘vaia, macché gioco, palla lunga!’. Cosa che, tra l’altro, era successa anche in precedenza: ‘Italiano, sempre gol subiti in contropiede, alla fine, con la difesa alta, perché attacchi sempre e fai tiki taka. Hai visto Palladino? Zero gioco, palla lunga, difesa bassa e si vince. Grande Raffaele, buu Vincenzo’. E allora ‘Commisso devi spendere’, e quando spende come quest’anno ‘Commisso non c’era bisogno di spendere tutti quei soldi, li hai spesi male, pe’ffare icchè? Vaia. Della Valle sì, mica Rocco. E poi ‘Cecchi Gori pezzo di m...’, ma poi ‘grande Vittorio, con lui sì che vinceva’. Poi ci sono quelli che ‘Sohm? Vaia, Cataldi e Adli sì che erano grandi centrocampisti’, quando lo svizzero è appena arrivato. E ‘Nicolussi Caviglia? Vaia’…e lui non lo si è neppure ancora visto. Si vende Vlahovic, ‘vedi, si vende sempre i migliori’. Si tiene Kean, ‘vaia, 5 milioni di ingaggio a Kean, hai visto che gol si è mangiato a Cagliari e col Torino? Lo dicevo che era meglio venderlo’. Mancava il vice Kean, e per un anno ‘devi spendere, manca il vice Kean…’. Prendi Piccoli, spendendo 25 milioni + 2 di bonus e ‘s’è speso troppo per un vice Kean’. Pensi se riscattare o meno Gudmundsson ‘vaia, dobbiamo riscattarlo, è buono’. Lo riscatti, con lo sconto, ed ecco il ‘vaia, ma icché s’è riscattato a fare? Non è buono’, dopo 3-4 partite. Ti mancava il vice Dodo e per un anno ‘vaia, c’è solo Dodo lì’. Ora che ci sono Lamptey, ci può giocare Fortini, dall’altra parte ci sono Gosens, Parisi e lo stesso Fortini ‘vaia, son troppi!’. Prendi Dzeko e ‘vaia l’è vecchio’, prendi Fazzini e ‘vaia l’è giovane’. Non prendi giocatori dall’Empoli ‘vaia, giocano qui a 20 km e non si sono comprati’ (Vicario, Di Lorenzo e mille altri che sono esplosi altrove), prendi giocatori dall’Empoli (Parisi, Fazzini) ‘vaia, che si compra a fare dall’Empoli?’. Pensi di vendere Comuzzo e ‘vaia si vende sempre i migliori’, tieni Comuzzo e ‘vaia, unn’è bono’. Metti in discussione Dodo ‘vaia, si vende sempre i migliori’, tieni Dodo ‘vaia, questo corre e basta’. Giocavi a palle lunghe ‘vaia, con queste pallonate’, provi a far impostare dal basso ‘vaia, ma giocate lungo’. Rompi con un giocatore perché vuole più soldi d'ingaggio e 'vaia, sempre col braccino', dai ingaggi alti come a De Gea e Kean e 'vaia, tutti quei soldi a Kean e De Gea'. Tieni Kayode e 'vaia, andava venduto', vendi Kayode e 'vaia, andava tenuto'. Non compri Tizio e 'vaia', lo compri e 'vaia, se era bono non veniva alla Fiorentina'. Hai Corvino ds e 'vaia Corvino', prendi Pradé ds e 'vaia Pradé, era meglio Corvino '. Riprendi Corvino e 'vaia Corvino ridateci Pradé ', riprendi Pradé ds e 'vaia, era meglio Corvino'. Fai la Conference e ‘vaia, ancora la Conference, usciamo a pensiamo al campionato’, esci dalla Conference ‘vaia, si doveva fare la Conference’. Vabè, potremmo andare avanti per ore. D’altronde, a Firenze, siamo così. A noi non ci va mai del tutto bene qualcosa, ci si deve sempre trovare il modo di discuterci sopra. Che sia una cosa buona, meno buona, fatta bene o meno bene. Siamo fiorentini, e va bene così. Magari, suggerimento non richiesto, a volte potremmo aspettare un po’ a dire che ‘l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare’? Forse sì, forse no. E vaia s’aspetta, e vaia icche’ s’aspetta a fare? Appunto.

Senza (ultimi) acuti

La parola ora passa al campo

La Fiorentina si appresta a chiudere il mercato senza colpi last minute. L’aria che tira dalle stanze del calciomercato non sembra portare notizie differenti. In entrata, ma neanche in uscita. Fabiano Parisi rimane, così come Pietro Comuzzo. Ikoné è andato al Paris Fc, Barak alla Sampdoria in prestito, Bianco al Paok. Beltran? Bho. La possibilità che rimanga c’è, salvo occasioni lastminute. E’ stato proposto al Valencia, da qui al gong del mercato sarà una corsa contro il tempo. Dopo aver già visto all’opera Piccoli, a Torino, con una prova discreta da parte dell’ex Cagliari, ora sarà tempo di vedere all’opera Lamptey, arrivati a Firenze domenica e preso dal Brighton. Si dovrebbe chiudere così, dunque, il mercato della Fiorentina. Dietro non è arrivato nessuno dei difensori tecnici e bravi coi piedi che Pioli aveva richiesto. Perché? Semplice, doveva uscire qualcuno, Comuzzo su tutti. L’Atalanta, però, non è andata sopra i 20 milioni di offerta, troppo poco. Lindelof è andato all’Aston Villa, mentre in mediana è già stato preso Nicolussi Caviglia. In bilico c’è Richardson. Facendo un rapido riepilogo, alla corte di Pioli sono arrivati: Lamptey, Lezzerini, Sohm, Dzeko, Fazzini, Nicolussi Caviglia, Piccoli e Viti. Sono andati via: Barak, Nzola, Christensen, Terracciano, Zaniolo, Adli, Cataldi, Bove, Folorunsho, Sottil, Bianco, Brekalo, Moreno, Kayode, Ikoné e Colpani. Soprattutto sono stati riscattati Gudmundsson, Gosens e Fagioli, rinnovati i contratti con (sensibile) aumento di ingaggio di De Gea e Kean, avvicendato Palladino con Pioli e a breve sarà rinnovato pure il contratto di Mandragora. Senza voler fare i ‘commercialisti’ della situazione, di materiale ce n’è per nutrire ambizioni. Magari andando ben oltre i due pareggi con Cagliari e Torino visti sin qui, oltre all’orribile primo tempo del playoff di ritorno col Polissya. Al campo, dal dopo sosta, il compito di dare le sue risposte.

Ci pensa Lucci. (Anche) per Nicolussi Caviglia

Per l’approdo in viola sarà chiave il ruolo dell’intermediario

No problem, ci pensa Alessandro Lucci. Il noto procuratore romano, che vanta ottimi ‘uffici’ con la Fiorentina, sta lavorando in queste ore per sbloccare un’altra trattativa che vede i viola su Nicolussi Caviglia. La distanza tra la valutazione del cartellino che ne fa il Venezia e l’offerta che propone la Fiorentina permane. Da una parte si chiedono 10-12 milioni, dall’altra si viaggia su un prestito oneroso con diritto che diventerebbe obbligo a determinate condizioni per 7-8 milioni. E’ in questo frangente che l’intermediazione di Lucci potrebbe giocare un ruolo chiave. Il centrocampista piace moltissimo alla dirigenza viola e a Pioli. Gli ottimi rapporti con l’agente potrebbero venire incontro alla causa gigliata. Come, tra l’altro, in quest’estate è già accaduto con Edin Dzeko prima, con Kean poi e qualche giorno fa anche con Roberto Piccoli, tutti giocatori della scuderia di Lucci, appunto. Della scuderia fanno parte anche i giovani Caprini e Leonardelli. Lucci ha giocato un ruolo chiave nell’approdo dell’attaccante in viola dal Cagliari. Come noto, l’interessamento della Fiorentina era partito da lontano, già nei giorni in cui aleggiava lo spettro dell’Arabia Saudita per Kean. Ora, con Lucci, ci sarà da continuare a trattare per il rinnovo dello stesso Moise e, con grande probabilità, anche da chiudere il passaggio in viola di Nicolussi Caviglia. Intanto, uno dei calciatori migliori del Venezia, è ancora in B al 28 di agosto. Forse proprio in attesa che la Fiorentina affondi?  In virtù di quanto detto in precedenza, visto che col procuratore romano la dirigenza viola ha sempre portato a dama gli obiettivi, c’è di che ben sperare.

Febbre da Edin. Dzeko verso la prima dal 1’

Edin Dzeko guiderà l’attacco viola col Polissya

Il conto alla rovescia è già scattato. Col Polissya Edin Dzeko partirà dal 1’ con la maglia della Fiorentina.  Domani a Reggio Emilia, visto il 3-0 con cui è finita la gara d’andata e sperando che l’entrata in Conference sia ormai nient’altro che una pura formalità, molti se non tutti gli occhi dei tifosi viola saranno rivolti al cigno di Sarajevo. Lui, che è arrivato a Firenze sì a 39 anni, ma anche avendo messo a referto 46 reti in 99 partite col Fenerbahce tra campionato, coppe turche ed Europa negli ultimi due anni, dopo aver fatto sempre il titolare nel tridente provato da Pioli con Gudmundsson e Kean durante il prestagione si è ritagliato sin qui 20’ a Presov e niente più. 20’, tra l’altro, in cui non ha quasi toccato il pallone. Col Polissya e col Cagliari Pioli ha preferito schierare Ndour, nel mentre la dirigenza è andata a prendere Piccoli. Se tanto ci dà tanto, dunque, Dzeko sarà il vice Gudmundsson durante la stagione, e non il vice Kean com’era nelle aspettative iniziali. Quanto Edin possa dare alla causa viola è tutto da vedere. Lui, fin dal giorno in cui è arrivato qui, ha ribadito di non essere venuto a Firenze per fare il vecchietto o il pensionato. L’innesto di Piccoli, tuttavia, potrebbe aver spostato le gerarchie di un attacco in cui il bosniaco è scivolato inesorabilmente indietro. Anche perché, dalle prime indicazioni, è apparso subito chiaro quanto Dzeko fosse indietro a livello di condizione. Ma…col Polissya ecco l’occasione per mettersi in mostra. Ci vogliamo scommettere… Se su Edin Dzeko ci credete davvero, questo è il momento di dimostrarlo. Domani a Reggio Emilia contro il Polissya il bosniaco partirà dal 1’ e sarà chiamato a guidare l’attacco della Fiorentina. Il banco lo regge il nostro direttore David Guetta, che non vince una scommessa dagli anni in cui l'Alsazia e la Lorena erano contese da Francia e Germania, perciò l’occasione è ghiotta. Ed ecco, dunque, l’occasione. Dzeko farà almeno 10 gol in tutta la stagione? Se ci credete è semplice: prendete il telefono, inviate un messaggio al 3475551285 indicando nome e cognome, e iniziate a tenere il conto delle reti di Dzeko. Ma affrettatevi, perché domani sera potrebbe già essere troppo tardi. Domani, al Mapei, la prima occasione per Dzeko per far scattare il conto alla rovescia verso la soglia delle dieci reti. O almeno questa è la speranza. In tal caso, tra Kean, Piccoli, Gudmundsson, Fazzini, Gosens, Mandragora, Sohm …ci potrebbe essere di che gioire durante la stagione, e soprattutto a maggio/giugno.

Chi sì, chi no. Occhio al taglio, ultimi giorni di valutazioni

Pioli alle prese con le ultime scelte per la sua Fiorentina

“Non voglio tanti giocatori, ma tanti titolari”. Parole e musica di Stefano Pioli. Concetto espresso dal primo giorno in cui è arrivato a Firenze, confermato nel corso delle settimane e ribadito domenica a Cagliari. E in tal senso, occhio al taglio last minute. Sì, perché a finire fuori dai piani ci vuole un attimo, ovviamente se già eri in bilico. Qualcuno è stato tagliato subito, come Ricky Sottil, con quella reazione a Grosseto che ha alimentato il vento d’uscita che già soffiava su di lui. E’ bastato qualche scampolo di amichevole, invece, per capire che Beltran non facesse per Pioli, né per la Fiorentina. Guarda caso, dal match col Leicester in poi, l’argentino non ha quasi mai più messo piede in campo neanche nelle amichevoli, fino a non essere neanche convocato per ragioni di mercato in queste prime due uscite ufficiali. Si attende soltanto che arrivi l’offerta giusta. Anche Pablo Marì non sta brillando. Già dal ritiro inglese, infatti, l’ex Monza è dapprima finito nelle gerarchie dietro a Comuzzo, poi a Pongracic, Viti e anche al giovane Kouadio. L’ingresso a Cagliari, poi, ha accelerato le voci su una sua possibile partenza. D’altronde, se entri nel finale di una partita che stai vincendo, di mestiere fai il difensore, sbagli tutto e non tieni Luperto in area su palla inattiva, non puoi certo meritarti gli applausi. Anche Richardson non ha propriamente brillato nella prima parte di lavoro con Pioli, tanto che alla fine è stato Ndour a prenderne il posto in quel ruolo ibrido, un po’ trequartista un po’ mezz’ala, con Polissya alla prima e a Cagliari domenica. E, anche nel caso di Richardson, non ci sarebbe da sorprendersi se alla fine partisse. Poi c’è il caso del buon Fabiano Parisi, che in nessuna amichevole si è particolarmente messo in mostra, che quando è subentrato, anche a Cagliari, ha sbagliato tutto ciò che poteva sbagliare, entrando tra i colpevoli sul pareggio dei sardi. Addirittura Parisi aveva dato segni di difficoltà già col Grosseto, così come li aveva confermati in Inghilterra. Riassumendo: non ci siamo. E occhio anche a Luca Ranieri. Non che il capitano sia in uscita dalla Fiorentina, sia chiaro. Ma a Cagliari Pioli non si è nascosto: “Ho tolto Luca perché non lo avevo visto brillante, perché in alcune situazioni in impostazione non ha avuto le letture giuste”. Riassumendo: scelta tecnica. Esacerbando: se la Fiorentina prendesse un altro difensore dotato di maggior tecnica e più in grado di costruire il gioco…In tal senso anche le voci su Comuzzo. Attenzione, bis, se partirà o meno sarà tutto da vedere. Ma che Comuzzo non sia un fenomeno coi piedi non è certo una novità. Da qui le voci su Lindelof oggi, sul giapponese Itakuranelle settimane scorse e altri nomi che potrebbero uscire in base a quello che dirigenza e tecnico decideranno. Insomma c’è chi sì, chi no (come i vari Barak, Ikoné, Infantino per cui la Fiorentina cerca ancora sistemazione dopo non esser stati neppure presi in considerazione da Pioli, com’erano stati subito scartati i vari Brekalo e Nzola, e poi lo sono stati i vari Sottil e Beltran) e chi forse, da intendersi come chi rischia il posto da titolare e chi potrebbe lasciare la Fiorentina. Sono i giorni delle ultime valutazioni. Qualcuno ha ancora pochi allenamenti e due partite, o scampoli di tali, per far cambiare idea a Pioli, in positivo o in negativo.

Voglia di volare, caccia ad altre buone risposte

Viola verso l’esordio in Serie A a Cagliari

Neppure il tempo di archiviare la pratica Polissya che per la Fiorentina c’è già da trovare i primi (tre) punti della Serie A 2025/26. Sulla strada dei viola c’è il Cagliari, in Sardegna, in un campo tradizionalmente ostico, con qualche energia da gestire dopo l’impegno in Europa di giovedì, ma col compito di dare già ulteriori segnali. I voli ‘pindarici’ che hanno accompagnato l’estate sono stati alimentati dal rotondo 0-3 rimediato in Slovacchia. E poco importa se dinanzi c’era un avversario di basso livello, se c’è stato un po’ da soffrire etc. La Fiorentina è partita col piede giusto, confermando sul campo quello che c’era già sulla carta, cioè che ci sono tutti i presupposti per fare di questa stagione quella del definitivo salto di qualità. Ecco perché, coi rossoblu di Pisacane, la truppa di Pioli è già chiamata a dare le prime risposte. Come si dice ‘chi ben comincia è già a metà dell’opera’. Nel caso della Fiorentina non è soltanto un proverbio, ma è ciò che sta realmente facendo la differenza. La squadra mercato si è mossa sin qui in maniera ottimale: dall’arrivo di Pioli al riscatto di Gudmundsson passando per il rinnovo di De Gea a quello ormai in arrivo di Kean, fino agli innesti di Viti, Fazzini, Dzeko, Sohm, la permanenza di Dodo e il prossimo arrivo di Piccoli. A tutto va aggiunto il tempismo con cui queste operazioni sono state fatte, visto che un anno fa il grosso degli innesti fu portato a termine negli ultimissimi giorni di mercato. Quest’anno, invece, Pioli (che a livello d’esperienza non è certo Palladino) ci ha potuto lavorare sostanzialmente dal primo giorno di ritiro, o quasi. E i risultati si sono già in parte visti in Slovacchia. Rispetto alla Fiorentina di un anno fa, questa sembra un altro mondo. Allora si respirava scetticismo e perplessità, oggi c’è entusiasmo e voglia di sognare. Clima che già in Sardegna andrà alimentato. Poi ci sarà il ritorno col Polissya per chiudere la pratica e accedere al girone di Conference, quindi il Torino. Andare alla prima sosta col rafforzamento di questo entusiasmo potrebbe dare altra linfa vitale ai sogni di gloria. L’obiettivo è stato dichiarato: provare a vincere un trofeo e lottare per la Champions. Per ora la partenza fa ben sperare. Ma c’è già la ricerca di ulteriori riprove.

E ora parola al campo. Buona stagione Fiorentina

Per i viola prima gara ufficiale. È già spartiacque

“Vincere un trofeo per Davide, nell’anno del centenario del club, sarebbe qualcosa di incredibile”, parola di Stefano Pioli a Repubblica. Il concetto non è nuovo. Il neo tecnico viola lo aveva già detto e ridetto nelle prime interviste: quest’anno c’è voglia di provare ad alzare al cielo una coppa. Non che gli altri anni ci fosse stata un’ambizione differente, ma ai nastri di partenza di questa è un obiettivo. Con tutte le sottili, ma neppure troppo, differenze del caso nell’utilizzo del vocabolo. Veder vincere trofei al Bologna (a Italiano), all’Atalanta e un altro Scudetto al Napoli non ha lasciato indifferenti. Soprattutto dopo aver perso tre finali negli ultimi quattro anni. Due delle quali, tra l’altro, erano più che alla portata. La stagione della Fiorentina parte dalla Slovacchia, col Polissya, in una gara che potrebbe già essere spartiacque. Eliminare gli ucraini è vitale per i viola. Non esisterebbe partenza peggiore se non quella di fallire l’ingresso in Conference League. Per quanto a più di qualcuno non ecciti granché rifare questa competizione, è una via per raggiungere l’obiettivo. I valori ci sono, gli avversari non sembrano trascendentali e, a proposito della premessa, sarebbe la chiusura del cerchio. Soprattutto dopo aver perso due volte sul più bello l’appuntamento con la storia. E, di conseguenza, anche la possibilità di fare quello step in avanti per abbandonare definitivamente questa dimensione. Nel mezzo al doppio confronto europeo ci saranno due sfide dal coefficiente di difficoltà elevato come quelle con Cagliari e Torino, entrambe in trasferta. Due incroci in cui, l’anno scorso, i viola di Palladino fecero sei punti. Senza voler fare confronti o raffronti, tra gli obiettivi dichiarati c’è anche quello di provare a lottare fino in fondo per la Champions. Per cui, con sardi e granata, servirebbe partire nel migliore dei modi. L’ideale sarebbe fare un risultato che indirizzi la qualificazione in Conference già in Slovacchia, in modo tale da poter provare a gestire le energie nella gara di ritorno. In questo primo mini tour de force stagionale conterà tutto: gli ucraini hanno già 7 gare ufficiali nelle gambe contro le 0 dei viola; per loro sarà una sfida della vita, vista la ‘condizione’ del loro paese e il fatto che il Polissya non ha mai partecipato ad una competizione europea; Cagliari e Torino avranno meno fatiche da sostenere; la Fiorentina giocherà 4 sfide praticamente in trasferta (il ritorno si gioca in campo neutro a Reggio Emilia); con lo staff di Pioli la squadra ha fatto un lavoro fisico ‘pesante’. Partire con un flop sarebbe già un passo indietro nei legittimi sogni di gloria con cui inizia questa stagione. La parola passa al campo: buona stagione Fiorentina.

Aspetta e spera, e gli altri chiudono

Sfuma Zortea. Manca ancora qualcosa alla Fiorentina

Il grande vantaggio che aveva accumulato la Fiorentina con gli innesti a inizio mercato di Dzeko, Fazzini e Viti è stato arricchito dall’arrivo di Sohm, ma…quello che mancava per ritoccare e, soprattutto, completare la rosa viola non sta arrivando. I nodi sono sempre i soliti, non tanto legati alle uscite degli ‘esuberi’, aspetto che comunque è un problema, ma quanto perché le caselle da riempire non sono di così facile reperimento. Cioè, chiariamoci, ciò che serve è ormai noto: un centravanti che faccia l’alternativa a Kean, un esterno che faccia il vice Dodo, un centrocampista che si alterni con Sohm e Fagioli, o che si completi con loro in caso di passaggio al centrocampo a tre. Più varie ed eventuali. Il problema sta proprio nel prefisso, vice. Non solo perché non è così scontato trovare dei giocatori che si accontentino di fare da alternativa all’attaccante della Nazionale o all’esterno brasiliano, ma anche perché non avrebbe senso andare a spendere milioni e milioni per due ‘panchinari’. Attenzione, non avrebbe senso se si pensa alla politica economica della Fiorentina, al nodo ingaggi e fair play finanziario etc etc. Se invece si stesse parlando dell’Inter, o del Napoli, lo avrebbe eccome. Ma…(bis). Intanto quei calciatori a lungo corteggiati, o almeno accostati alla Fiorentina, intanto si stanno accasando altrove. Da giorni, ormai, Esposito è approdato al Cagliari. Doveva essere lui il sostituto di Lucas Beltran per il ruolo di alternativa a Dzeko, ma traccheggia oggi, traccheggia domani, coi no dell’argentino al Flamengo e ad altre destinazioni se non in prestito come vorrebbe il River, Seba Esposito domenica sarà vestito di rossoblu e giocherà contro la Fiorentina. E vabè. Nel dubbio Beltran è ancora qui, chissà che non possa accettare la destinazione russa, ma non è affatto scontato. Poi c’è la casella di esterno di destra, dove Fortini non ha granché convinto anche per le problematiche fisiche con cui ha dovuto fare i conti, e su cui per settimane è stato lì, vicino, ad un passo, Zortea del Cagliari. Poi, traccheggia oggi, traccheggia domani, ecco che su Zortea è arrivato il Bologna di quell’Italiano che lo ha praticamente preso. Calabria, invece, è finito in Grecia, per cui la Fiorentina ha ancora quella casella vacante. Certo, si torna alla premessa: 10 e più milioni per Zortea avrebbero avuto un senso per sostituire Dodo, ma visto che il brasiliano pare instradato verso la permanenza, quell’investimento appariva già da qualche giorno come di difficile esecuzione. L’altro capitolo riguarda il centrocampista, con tutto in bilico per l’affaire Mandragora. Rolly che fai? Rinnovi? Rimani? Te ne vai? Arrivato Sohm, infatti, un conto sarebbe ripartire con Mandragora, Fagioli, Sohm più Richardson e Ndour, oltre ad un Sabiri che nel dubbio è stato almeno inserito in lista Uefa, un altro sarebbe dover trovare un sostituto di Mandragora. E, ma…(tris) Se la candidatura di Kessie è stata presto messa in soffitta viste le alte richieste di ingaggio dell’ex Milan, il nome di Asllani è un altro che potrebbe essere vicino al depennamento dalla lista. Su di lui ci sono Bologna e Torino, a loro volta su Nicolussi Caviglia. Il centrocampista del Venezia piace da tempo ai viola, ma…(poker) traccheggia oggi, traccheggia domani, arrivano gli altri e chiudono. Non ancora, sia chiaro. Ma…(pokerissimo). Tra poche ore sarà Polissya-Fiorentina, qualche casella della rosa va ancora completata. Il grosso c’è, ed è pure di buon livello. C’è il telaio, ci sono le ruote, la carrozzeria, manca la verniciatura. Ma…e ci siamo capiti.

L’importanza dei preliminari. Soprattutto farli bene

La Fiorentina si appresta a sfidare il Polissya

Una volta si chiamavano preliminari, non per caso, oggi li chiamano playoff. E’ di nuovo da lì che la Fiorentina deve passare per poi fare l’Europa. Purtroppo è ancora Conference League, sappiamo perché e per come, con l’orgasmo (a proposito della premessa) in programma a Lipsia il 27 maggio 2026. Come a dire, c’è da sudarselo. Giochi di parole erotici a parte, per quanto non ecciti granché ri-fare questa competizione per chi tifa Fiorentina ed è stato abituato a ben altri palcoscenici, il primo ostacolo è il Polissya, i lupi ucraini che cercano la gloria, alla prima partecipazione in una competizione europea della loro storia, che hanno come miglior piazzamento storico un quarto posto in Ucraina (o meglio ciò che ne rimane dopo le note vicende che hanno stravolto anche il settore calcistico), una semifinale di Coppa d’Ucraina e che, fino a qualche anno fa, erano stati al massimo in Serie B. Chi stesse pensando: bhè, passeggiata di salute per la Fiorentina, no? Ecco, è qui che deve subentrare la prudenza. D’altronde, come si dice, ogni partita in Europa è difficile. Che è un po’ come dire che la palla è rotonda, o che non ci sono più le mezze stagioni e mettiamoci pure un bel 'non si deve mai andare in Germania, Paolo'.  La recente storia dei preliminari della Fiorentina sono lì a testimoniarlo. Con tutte le specifiche del caso. Col Twente quattro anni fa fu una sudata vera e propria. C’era una rosa di giocatori che non aveva grande esperienza internazionale, un tecnico all’esordio in competizioni europee, e un avversario che è stato il più forte (sulla carta) di quelli incrociati in questi quattro playoff. Lassù, soprattutto, fu Terracciano a vestire i panni di San Pietro e dare una grossa mano all’approdo in Europa dei viola. Poi ci fu il Rapid del secondo Italiano, un ibrido come livello ma, come da tradizione, più avanti di condizione e comunque insidioso. Abbiamo visto, l’anno scorso, come un Lask qualunque, avversario di quel rango lì, sia stato regolato con un 7-0, come a dire nulla di trascendentale, ecco. Anche lì ci fu da soffrire, con quella Fiorentina che già iniziava a palesare un problema che poi avremmo riconosciuto come cronico: l’assenza di un centravanti, uno di quelli veri, che fa gol, che risolve le partite, non certo i Cabral, Jovic, Kouame e compagnia cantante che si sono alternati nel dopo Vlahovic. L’anno scorso, invece, l’impresa più titanica per come si misero le cose nel doppio confronto contro una formazione sconosciuta, ancor più di quella che giovedì sarà sulla strada dei viola, come il Puskas Academy, un apostrofo tra il ‘chi?’ e il ‘ah bhe’. Ma lì ci furono una valanga di aspetti che complicarono le cose: un mercato che doveva ancora essere fatto, la sottovalutazione delle difficoltà (come da ammissione dello stesso Pradè), la rivoluzione che stava per essere messa in pratica con l’epurazione di almeno i tre quarti di quelli che erano stati i titolari nel ciclo precedente, un tecnico inesperto con le sue scelte tutte sbagliate: dall’undici titolare ai cambi, passando per concetti di gioco inesistenti, una mentalità non da ‘grande squadra’ e una schiera di giocatori che poi sarebbero stati o ceduti o svenduti o comunque panchinati. Basti pensare che all’andata giocarono De Gea (fermo da un anno), Quarta (poi panchinato e infine ceduto), Kayode (panchinato e poi venduto), Bianco (ceduto pochi giorni dopo), Parisi (divenuto poi alternativa), Colpani (che poi ha fatto sempre malissimo), Beltran centravanti (idem come il precedente), Sottil (panchinato, poi ceduto). Al ritorno giocarono Biraghi (poi panchinato e svenduto), Amrabat (era già stato ceduto al Fenerbahce), Ikoné (panchinato e venduto), con subentri dell’inesperto Comuzzo e Kouame. Tutte cose che, giovedì in Slovacchia contro gli sconosciuti del Polissya, non sono tra i problemi di questa Fiorentina. In panchina c’è un signore che ha guidato il Milan fino alla semifinale di Champions League, che ha già messo a referto 65 presenze da allenatore nelle competizioni europee. La rosa è già pronta, con qualche ritocco da fare, ma è quella che Pioli ha trovato fin dal primo giorno in cui è arrivato qua. A disposizione ci sono uno dei migliori portieri di Serie A e nella top10 d’Europa come De Gea, il vicecapocannoniere della scorsa Serie A come Kean, uno dei soli 5 tecnici che hanno vinto uno Scudetto come Pioli, la conferma del blocco che ha chiuso sesto l’anno scorso, l’innesto di Sohm, il riscatto di Gud, il rinnovo con (cospicuo) aumento del portiere spagnolo e i 3 milioni d’ingaggio che saranno corrisposti al tecnico. Insomma, l’asticella è stata alzata, a parole, in parte anche coi fatti. Il tutto, ovviamente, andrà unito al tentativo di stare a ridosso della lotta per la Champions League in Serie A, provando ad entrarci. Facile? No. Ma neppure impossibile. Ora tocca al campo dare le sue risposte. Il primo passo verso Lipsia è già dietro l’angolo. E vabé che loro sono più avanti di condizione, con 7 gare ufficiali già nelle gambe, ma a livello di valori non c’è paragone: il Polissya vale un dodicesimo della rosa della Fiorentina. Si parte, via!

Fiorentina, 362 giorni dopo sembra un altro mondo

Sarà il campo a dire se le ambizioni di qualificazione in Champions e l’obiettivo dichiarato di vincere un trofeo saranno state ‘sogni di una notte di mezza estate’ o traguardi raggiungibili

362 giorni dopo, la Fiorentina sembra un altro mondo. Di quell’undici che scese in campo al Tardini non è rimasto quasi niente. Non c’è più Terracciano, avvicendato con De Gea, non c’è più Biraghi, al cui posto c’è Gosens, davanti a sostenere Kean non ci sono Kouame e Colpani, ma Dzeko e Gudmundsson. In mezzo al campo non ci sono Amrabat e Mandragora, ma Sohm e Fagioli. In panchina c’era un tecnico reduce da due salvezze col Monza e 0 panchine in Europa, come Palladino. Oggi c’è uno dei soli cinque che in Serie A hanno vinto uno Scudetto e che ha portato il Milan ad una semifinale di Champions, come Pioli.UPGRADE. Tra l'altro, anche chi c'era allora come oggi, ha uno status del tutto differente. In meglio, s'intende. Basti pensare a Kean, alla prima ufficiale della scorsa stagione coi crismi della scommessa, reduce da 0 gol nel precedente campionato, oggi centravanti da 20-25 gol sicuri, almeno sulla carta. O De Gea, portiere che dodici mesi fa veniva da un anno di inattività e che, oggi, è tra i 2-3 migliori portieri in Italia, forse anche tra i migliori 10 d’Europa. Dietro c’era Comuzzo, reduce da qualche presenza tra i grandi, mentre oggi vale già sui 30-35 milioni, c’era un Pongracic che non riusciva a trovarsi nella difesa a tre, mentre in questo pre-campionato è stato tra i migliori. Ranieri partì in panchina a Parma, oggi è il capitano della Fiorentina.SFORZI. Tra l’altro, c’erano anche delle spese differenti: Pioli prenderà il doppio di stipendio di Palladino, De Gea prenderà col rinnovo quasi il triplo e Kean quasi il quadruplo, sempre che firmi il nuovo accordo con la Fiorentina. Non per voler fare i commercialisti, sia chiaro, ma giusto per ricordare come ci siano stati degli sforzi per provare a fare quel gradino che, fin qui, è mancato.CANTIERE VS PRONTA. C’è anche l’aspetto della Fiorentina cantiere 2024-2025 rispetto alla Fiorentina pronta 2025-2026 da tenere in considerazione. A Parma, dodici mesi fa, mancavano ancora l’esterno titolare a sinistra, tutto il centrocampo e molto altro. Palladino aveva dovuto lavorare tutta l’estate senza la mediana, non potendo provare granché. Pioli, invece, ha potuto contare sull’avere a disposizione tutta la rosa praticamente già pronta, dal primo giorno. Più i vari Dzeko, Fazzini, Viti presi subito e Sohm a quasi 20 giorni dalla prima gara stagionale. Qualcosa dovrebbe contare tutto ciò, no?TROFEO. La Fiorentina si appresta ad affrontare il playoff di Conference sapendo che quest’anno non ci sono squadroni ingiocabili. Non c’è il Chelsea, c’è il Crystal Palace che, sì ok, ha vinto l’FA Cup battendo il City e la Supercoppa battendo il Liverpool ai rigori, ma che sta cedendo Mateta e rischia di vendere anche Eze, due da 50-60 milioni di euro. Poi ci sono Strasburgo, Magonza e Vallecano. Se non quest’anno, quando? La maledizione delle finali perse, d’altronde, prima o poi dovrà terminare no? Ma di questo se ne riparlerà tra 286 giorni, cioè quando è in programma la finale di Conference, a Lipsia. Nel dubbio, tra 272 giorni ci sarà la finale di Coppa Italia. Così, giusto per info, per non farvi trovare impreparati.E’ tutto un altro mondo, insomma. O almeno così sembra, perché poi sarà il campo a dire se le ambizioni di qualificazione in Champions e l’obiettivo dichiarato di vincere un trofeo saranno state ‘sogni di una notte di mezza estate’ o traguardi raggiungibili. La fine del digiuno si avvicina. Per forza, prima o poi…C’è riuscito il Bologna, l’Atalanta, il Napoli, perfino Lotito e la Lazio hanno vinto dei trofei, come la Roma. Ora tocca alla Fiorentina.

Là, nel teatro dei sogni. Cercando solide realtà

Per la Fiorentina è tempo di riprove, contro lo United

Theatre of Dreams’, così Sir Bobby Charlton chiamava Old Trafford. Là, contro il Manchester United, la Fiorentina di Stefano Pioli concluderà la sua tournée inglese. Eccezion fatta per la sfida con la ‘misteriosa’ selezione universitaria del Giappone, quella coi Red Devills sarà l’ultima vera riprova in vista della prima uscita ufficiale della stagione. Una prima che, tra l’altro, sarà già decisiva per la Fiorentina, contro una tra Polissya e Paksi (3-0 per gli ucraini ieri nell’andata), con in palio l’accesso alla fase a girone della Conference League. Due squadre che con lo United non c’entrano niente (già la Fiorentina fa fatica ad entrarci qualcosa con gli inglesi), ma giovedì 21 agosto, con ritorno il 28, non conterà niente l’appeal, forse neppure i valori reali. Da sempre, infatti, in questo periodo dell’anno sportivo squadre di livello infimo rischiano di mettere in estrema difficoltà anche squadroni. L’anno scorso ci ricordiamo tutti l’enorme fatica che la Fiorentina fece contro gli sconosciuti del Puskas Academy, equivalenti del Paksi, giusto per dare dei riferimenti. Fare o non fare l’Europa sposterebbe tantissimo per la Fiorentina. Da Pioli a molti degli elementi della rosa viola, infatti, dal primo giorno di lavoro vanno ribadendo quanto ci sia voglia di vincere un trofeo. Voglia, ma anche obiettivo, due concetti differenti. Partire con l’eliminazione dalla Conference ancor prima di iniziarla, contro un avversario di tale calibro, sarebbe un disastro. Sarà fondamentale, dunque, approcciare al meglio il preliminare, così come le prime sfide di Serie A con Cagliari e Torino. Partire bene, a differenza di quanto accadde un anno fa, potrebbe alimentare la fiducia che si respira attorno a questa Fiorentina. E, tornando alla premessa, l’amichevole di domani contro il Manchester United ne dirà già di più. Al netto della differenza di valori, per quanto i Red Devills stiano attraversando uno dei momenti più grigi della loro storia, la Fiorentina dovrà mettere sul campo i concetti già in parte intravisti col Nottingham (un po’ meno col Leicester). Sarà un test molto importante per avere conferme sulla solidità difensiva evidenziata col Forest, per capire quanto Pongracic si sia davvero ritrovato, per vedere all’opera Sohm al fianco di Fagioli (anche solo per un eventuale spezzone), per apprezzare i progressi dell’ex centrocampista della Juventus, la brillantezza e la ricerca di una maggiore incisività di Dodo e, soprattutto, se quel tridente fantasia è davvero sostenibile oppure no. Fin qui, d’altronde, il trittico Kean-Dzeko-Gud non ha quasi mai tirato in porta, eccezion fatta per un paio di tentativi. E se la condizione fisica potrebbe aver inciso, è altrettanto vero che alcuni meccanismi non sono ancora sembrati oliati. Di contro, ovviamente, ci sarà il tenore di un Manchester United che tra una settimana giocherà la sua prima della nuova stagione, con l’imperativo di dimenticare i disastrosi ultimi anni. Con un nuovo centravanti, Sesko, pagato quasi 80 milioni di euro (sempre così, giusto per dare dei riferimenti), con alcuni giocatori in rosa che hanno vinto, singolarmente, più trofei di quanti ne abbia vinti la Fiorentina in tutta la sua storia. A Old Trafford, nel teatro dei sogni, la Fiorentina cerca riprove e solide realtà (cit.). Là, dove anni fa Toldo, Batistuta e Rui Costa facevano sognare, là dove domani i vari De Gea, Kean e Dzeko proveranno ad alimentare nuove speranze e sogni di gloria.

Lucas non parte (per ora), ma è ormai in uscita

L’argentino dice no al Flamengo e blocca le entrate viola

Può sembrare scortese da dire, ma è la realtà dei fatti: Lucas Beltran sta bloccando il mercato in entrata della Fiorentina. Il suo no al Flamengo sta complicando i piani dei dirigenti viola, a caccia di un vice-Kean e/o di un attaccante con caratteristiche di seconda punta. Certo, un lavoratore non  può essere obbligato ad accettare una destinazione se non di suo gradimento, ma quali siano gli scenari attorno all’argentino sembrano essere abbastanza evidenti. Se il fatto che Pioli lo abbia lasciato a guardare gli altri col Nottingham, facendo entrare il giovane Braschi, potrebbe anche essere stata una curiosa coincidenza, che la Fiorentina avesse accettato l’offerta da 12 milioni + 3 di bonus del Flamengo, invece, è un chiaro indizio: la sua posizione è di giocatore in uscita. Anche col Leicester si è rivisto il solito Beltran, ‘incapace’ di reggere un pallone e quasi sempre sconfitto nei contrasti. Una bella giocata, un tiro, stop. Può bastare a indurre Pioli a pensare che Lucas possa essere utile alla causa di una Fiorentina da Champions? Difficile da credere. Beltran non può fare il vice Kean, ormai lo si è capito. Per quanto si possa apprezzarne la generosità, l’impegno e lo sbattimento nell’andare a fare pressing e recuperi in tutto il campo, alla Fiorentina serve altro. Cercasi squadra, dunque, per Lucas Beltran. Il problema vero è che l’argentino vorrebbe scegliersi la destinazione. Cosa legittima, per carità, d’altronde è ‘diritto del lavoro’. Lo stesso per cui i vari Kouame, Brekalo, Barak, Sottil e compagnia restano a libro paga della Fiorentina, a meno che… Se nel caso degli esuberi l’unico obiettivo è quello di liberarsi dei vari ingaggi pesanti, tanto nessuno sembra volerci spendere dei soldi per acquistarli a titolo definitivo, la situazione Beltran è un po’ differente. Non è un giocatore né scarso da accettarne la partenza solamente in prestito (come offriva il River) né forte da pensare che possa trovare qualcuno disposto ad investirci quei 10-15 milioni che potevano entrare dal Flamengo. O meglio, è difficilissimo che qualche club europeo decida di spendere quelle cifre per un giocatore che in Serie A, come punta, ha fatto pochissimo. Paradossalmente è stato più semplice cedere Nzola, perché l’obiettivo era liberarsi dell’ingaggio, perché in Serie A da centravanti ha comunque fatto buone cose allo Spezia e soprattutto perché, anche in questo caso potrebbe sembrare scortese, la Fiorentina avrebbe fatto di tutto pur di liberarsene. Per Beltran servirebbe l’offerta giusta e da un club di suo gradimento. Difficile. E se qualcuno è stato già apparentemente rigenerato dalla cura Pioli, vedi Pongracic e Comuzzo, su Beltran ci vorrebbe un lavoro tecnico, fisico e mentale. All’argentino serve fiducia, sentire fiducia. Cosa che qui non avrebbe, né da parte di tifo né da dirigenza e tecnico, con la prima che lo aveva sostanzialmente già venduto e il secondo che lo sta vedendo solamente come ‘ultima’ alternativa.

Dodo subito in palla. Può essere un altro ‘top’ dei viola

Con o senza rinnovo…questo Dodo può essere un altro top della Fiorentina

Pioli lo disse subito: “Mi dice che ha fatto qualche assist, ma io lo vorrei più incisivo sotto porta. Ci puntiamo”. Riferimento a Dodo, nei giorni in cui il futuro del brasiliano sembrava molto più in bilico rispetto a quello che si respira ad oggi. Erano bastati pochi minuti a Leicester per vedere come i carichi della preparazione di Pioli non lo stessero affatto condizionando. Anche contro il Nottingham Dodo è stato tra i più brillanti. Anche più incisivo, con quel taglio verso l’interno che permette di saltare una linea avversaria e di creare superiorità numerica. E, sarà un caso, ma da quando Pioli proferì quelle parole, Dodo ha iniziato a sganciarsi molto di più, trovando subito il gol contro la Primavera e andandoci vicinissimo col Nottingham. Una sorta di avviso a coloro che, fino a qualche giorno fa, avevano negli occhi un’immagine di Dodo non così da top player. Come a dire, in caso di offerta da 20-25-30 milioni, quasi quasi…Le prime impressioni del Dodo 3.0 sembrano ricalcare quelle del Dodo 1.0, quello che era arrivato a Firenze dopo aver fatto ottime cose con lo Shakthar tra campionato ucraino e soprattutto Europa e Champions League. Tanto che su di lui erano arrivati diversi top club, tra cui il Bayern, a cui il club allora allenato da De Zerbi disse di no per poi ritrovarsi sotto le bombe di Putin e dover interrompere ogni attività sportiva e cedere i propri migliori giocatori, tra cui Dodo, appunto. L’unico gol del brasiliano resta quello alla Sampdoria, poi un brutto infortunio e il lungo stop, col ritorno a tempi di record per un Dodo 2.0, spesso molto generoso, a volte straripante, ma con quella sensazione di poter fare qualcosa di meglio, soprattutto in fase di assist e tiro. L’anno scorso qualche gol se l’è mangiato, anche apparentemente facile, uno bellissimo lo fece a San Siro, ma venne annullato per pochi centimetri di fuorigioco. Eh il resto è l’oggi. Le difficoltà nel trovare l’accordo col rinnovo, le commissioni, le voci su un suo addio…Ad oggi Dodo c’è, Pioli ci punta, e il brasiliano che stiamo vedendo in queste prime uscite amichevoli della Fiorentina sembra poter fare un gran comodo alla causa viola. Chissà che, assieme ai vari Kean, De Gea e Gosens, Dodo non possa rivelarsi uno di quei ‘top’ che fanno la differenza, quella vera. E con costanza. Con o senza rinnovo.

(Ri)cercasi vice-Kean: non è Dzeko, ne va trovato un altro

E se Beltran partisse potrebbero essere due i rinforzi in attacco

Quello che era arrivato coi crismi del vice-Kean, cioè Edin Dzeko, si sta riscoprendo sempre più partner d’attacco del centravanti viola. Il tridente con Gudmundsson ha subito stuzzicato Pioli, che lo sta provando. Ma, se il bosniaco, l’islandese e Kean giocano assieme…chi parte dalla panchina per entrare a gara in corso? Da qui la domanda delle domande. Beltran anche col Leicester ha dimostrato che quel ruolo di centravanti proprio non lo ha nelle corde. Lo aveva provato lì Italiano, lo ha fatto all’inizio Palladino e lo ha voluto vedere anche Pioli. Tre tecnici, stesso risultato. Tanto che ormai il Vikingo è dato in uscita, anche se l’ipotesi non sembra più così scontata, tanto meno con direzione Flamengo. Con la sua eventuale partenza i giocatori da reperire sul mercato diventerebbero due. L’identikit è più o meno chiaro: una seconda punta e un centravanti più alla Kean. Il vice-Kean, appunto. Un forte indiziato è Ioannidis del Panathinaikos. Il centravanti dei greci, che nel doppio confronto contro la Fiorentina fu frenato da problemi fisici, tanto che appena entrato al Franchi la mise dentro, continua a piacere. Per lui servono 15 milioni di euro. Non poco, ma neanche tantissimo.  Classe 2000, 50 reti in 180 partite tra campionato e coppe europee col Pana, punta titolare della Grecia. Ma…resta sempre il nodo dell’ambientamento in Italia, dell’adattamento alla Serie A e mille altre variabili da considerare, tra cui fare il vice del centravanti titolarissimo della Fiorentina. Proprio per questo tipo di ragionamento, sembra assai improbabile la pista Roberto Piccoli. Il centravanti del Cagliari, classe 2001, 27 reti in 141 partite in Serie A, è in ascesa, viene da una stagione da 10 reti col Cagliari e ha diversi occhi addosso. Soprattutto una valutazione che il Cagliari fa di 30 milioni. Eh, il ruolo di vice Kean…Se poi lui accettasse di arrivare a fare il vice di Moise, e la Fiorentina spendesse 30 milioni per una riserva, allora…Per questo pare difficile. Resta poi da tenere d’occhio Cristian Shpendi, classe 2003 del Cesena per cui i viola avevano chiesto informazioni prima della finestra di trattative invernale. Le cifre sarebbero più o meno le stesse del greco di cui prima. E, in questo caso, 10-15 milioni per un giocatore che non ha ancora mai giocato in Serie A, bah. Il mercato degli svincolati, infine, potrebbe offrire qualche occasione interessante, vedi Dominic Calvert-Lewin, accostato alla Fiorentina mesi fa. L’altro filone, come detto, sarebbe quello del sostituto di Beltran. In tal senso si allontana quasi definitivamente Seba Esposito, su cui il Cagliari sta spingendo forte con l’Inter, e ogni valutazione andrà fatta nei prossimi giorni.

Road to Lipsia. Let’s start

La Fiorentina sfiderà Polissya o Paksi

L’avventura in Conference League della Fiorentina è pronta a ricominciare. Si riparte dalla sfida tra gli ucraini del Polissya e gli ungheresi del Paksi, match che sancirà la prima avversaria ufficiale della stagione 2025/2026 dei viola di Stefano Pioli. Due formazioni più o meno sconosciute, come del resto la gran parte delle squadre che la Fiorentina ha affrontato nei tre anni precedenti salvo rare eccezioni, fino al Betis Siviglia, ultima squadra con cui la formazione allora di Palladino uscì in semifinale. Il viaggio verso Lipsia, sede della prossima finale, inizierà il 21 agosto prossimo, con la partita d’andata che la Fiorentina giocherà in trasferta, dove non si sa ancora vista la tipologia di avversarie.  Nella prima fase di qualificazione e nel match d'andata contro il Paksi previsto per il prossimo giovedì 7 agosto, infatti, gli ucraini del Polissya hanno scelto il campo di Presov in Slovacchia per le proprie gare interne. Altrimenti sarebbe Ungheria, a Paks, dove fin qui hanno giocato i magiari le loro gare europee. Con tutta la differenza del mondo, ovviamente, tra giocare in un terreno neutro o nella piccola casa degli ungheresi, stadio da 6mila posti dove non passeggiano propriamente tutti. Il ritorno sarà il 28 agosto, in casa, si fa per dire, visto che per i lavori al Franchi la squadra gigliata giocherà a Reggio Emilia, con un Mapei che vedrà alcuni settori chiusi per decisione dell’Uefa in seguito a quanto accadde sugli spalti col Betis. Fin qui le info ‘di servizio’. Andando più nello specifico, per tutti coloro che hanno pensato ‘Polyssia o Paksi, come se fosse antani?’, val bene ricordare che anche un anno fa, quando dall’urna di Nyon uscì l’accoppiamento Puskas Academy – Ararat Armenia, il clima era più o meno lo stesso. Poi, ci ricordiamo tutti le pene dell’inferno che la squadra di Palladino dovette superare per approdare alla fase a gironi. Va da sé sottolineare tutte le differenze del caso, quella scellerata decisione da parte di Pradé di aspettare l’ultimo giorno utile per comprare Cataldi, Adli, Tizio, Caio e Sempronio, tanto che l’inesperto Palladino dovette quasi pregare il già venduto Amrabat di non tirare indietro la gamba perché non c’erano giocatori da schierare in mezzo al campo. Quest’anno, invece, la rosa è già in gran parte pronta, al netto di quello che si è visto in amichevole a Leicester e di eventuali movimenti in uscita su cui ancora c’è da sciogliere dei dubbi. C’è un tecnico decisamente più esperto, c’è De Gea, c’è tutto per approdare con meno patemi d’animo intanto alla fase a gironi, contro due avversari che non sono neanche paragonabili a Twente e Rapid Vienna con cui dovette confrontarsi la Fiorentina di Italiano, merito di un ranking che adesso vede la società gigliata testa di serie. Anche qui, comunque, info di servizio. Andando ancor più nello specifico, gli ucraini non hanno mai vinto niente nella loro storia, erano in B fino al 2022/23, ed hanno potuto riscrivere la loro storia arrivando quarti nello scorso campionato ucraino, anzi di quello che è rimasto per le note vicende che hanno a dir poco stravolto quello che già allora era riassumibile in un testa a testa tra Shakthar e Dynamo Kiev. Il Polyssia non ha mai partecipato ad una competizione Uefa, lo sta facendo quest’anno per la prima volta. Sin qui ha giocato contro la squadra di Andorra del Santa Coloma, perdendo in casa 1-2 ma vincendo in Andorra al ritorno 1-4. L’anno scorso è arrivata al suo apice storico giocando la semifinale della coppa d’Ucraina, persa ai supplementari con lo Shakthar, facendo 0-0 al 90’, perché è quella la loro forza principale, prendere pochi  gol, tanto che l’anno scorso ne hanno segnati solamente 38 in 30 giornate, ma ne hanno presi solamente 28. In pratica, tutti dietro e vediamo. Valore di mercato di transfermarkt 23,5 milioni di euro, neanche così malaccio se si rapporta al valore del Puskas Academy di un anno fa, che era di poco meno di 10 milioni di euro complessivi. Un’altra particolarità sta nel fatto che la sua rosa è composta quasi interamente da ucraini, più un paio di brasiliani. Il Paksi, invece, è ormai da qualche anno l’antagonista principale di Ferencvaros e Puskas Academy per le prime tre posizioni del campionato ungherese, ma soprattutto ha vinto le ultime due edizioni della Coppa d’Ungheria. Non ha una rosa con nomi di spicco, ma piena di ungheresi e dall’età media molto alta, dal valore complessivo di 8,5 milioni di euro circa. In pratica una scarica di ungheresi di 28-29-30 anni che in Europa non è mai andato oltre le fasi preliminari di Europa League nel 2011-12 e l’anno scorso, quando poi venne eliminato ai preliminari di Conference dal Mlada Boleslav, dopo aver eliminato l’Aek Larnaka e il Mornabar. In questa edizione di preliminari, invece, ha perso col Cluj 4-0 in Romania venendo eliminato dall’Europa League, mentre ha eliminato il Maribor dalla Conference vincendo 1-0 in casa e pareggiando 1-1 in Slovenia. Insomma, nulla di che, ma neanche troppo da sottovalutare. Quest’anno, viste le avversarie che ci sono in questa edizione di Conference, dal Crystal Palace o Nottingham che sia all’Az, passando per Besiktas e Magonza fino al Vallecano e lo Strasburgo, la strada per Lipsia non è propriamente in salita. Magari, stavolta, potendo portare a casa questo maledetto/benedetto trofeo.

Là, dove è stata scritta la storia. Sperando sia di buon auspicio

La Fiorentina ri-parte da Leicester, sperando in una stagione da sogno

Dopo la sgambata con la Primavera e le gare con Grosseto e Carrarese, la Fiorentina aumenta il livello delle sue amichevoli in Inghilterra. Si parte col Leicester, proprio là, dove è stata scritta una pagina epica di storia del calcio. Era il maggio del 2016 quando Claudio Ranieri alzò al cielo il suo primo Scudetto della carriera. Lui, detto il ‘Normal One’, che non aveva vinto granché in carriera se non Coppa Italia e Supercoppa a Firenze e un paio di trofei col Valencia, che ebbe la meglio dei colossi della Premier con una squadra che l’anno prima si era salvata per il rotto della cuffia e con una rosa di giocatori normali. Poesia. Tutti i tifosi del calcio, non quelli delle squadre ‘abituate’ a vincere, guardarono quel successo con una tremenda, ma sana, invidia. Tutti in quei giorni, in quei mesi, volevano essere tifosi del Leicester. Tutti, poi, hanno pensato almeno una volta ‘se ce l’ha fatta il Leicester…”, dando adito ai propri sogni di gloria.  Di quella magnifica favola non è rimasto praticamente niente. Non c’è più il Presidente, tragicamente deceduto nel crollo dell’elicottero avvenuto a due passi dallo stadio mentre stava andando via dopo una partita. Adesso non c’è più neanche l’icona Jamie Vardy, ultimo baluardo di quell’annata pazzesca, che dopo la retrocessione di poche settimane fa ha salutato le Foxes. Lui, l’operaio, che in un paio d’anni si ritrova Campione e in Nazionale. Alla Riganò, alla Torricelli. Oddio, non ce ne vogliano, un po’ di più. Unendo il momento nostalgia all’oggi, l’auspicio va da sé. Perché da queste parti c’è una voglia, anzi una necessità, quasi una smania di vincere che la metà basta. Rispetto a quel 2016, infatti, realtà storicamente inferiori o comunque alla pari della Fiorentina si sono costruite uno status di ‘big’ che all’epoca non si immaginavano neppure. Basti pensare che l’Atalanta aveva appena salutato Edi Reja e si apprestava a inaugurare l’era Gasperini, che il Napoli aveva lo stesso numero di Scudetti vinti della Fiorentina e il resto…Lo sappiamo. Chissà che con l’arrivo di Pioli, la conferma di Kean, di De Gea etc etc, il momento dell’inversione di tendenza non sia arrivato, che non si sia di fronte al giorno zero, quello da cui iniziò la ‘favola Fiorentina’. E, in caso, da dove sarebbe potuta iniziare se non proprio là, a Leicester?

Voglia di sognare

La Fiorentina può pensare in grande

Se non fosse che la stagione deve ancora iniziare, basterebbe vedere le prime mosse di mercato della Fiorentina (allenatore compreso) e sentire le prime parole di Pioli per poter sognare. In grande. E con cognizione di causa. Ad oggi c’è tutto alla Fiorentina per poter pensare in grande. Forse non lo Scudetto, o almeno non ancora, vista la distanza decisamente ampia che persiste con alcune corrazzate, chi già lo era e chi con gli anni lo è diventata, ma gli ingredienti per poter alzare l’asticella sembrano esserci tutti. Sia per quanto riguarda la Serie A, dove sarebbe giunta l’ora di andare un po’ più su della qualificazione in Conference League, che nelle coppe. Salvo situazioni impronosticabili tipo infortuni, dietrofront sul mercato e/o invasioni di cavallette, la serie di eventi che si stanno succedendo a Firenze fa davvero ben sperare. Dalla conferma con rinnovo di David De Gea, tutt’altro che scontata nei giorni in cui Palladino si era appena dimesso, al riscatto con sconto di Albert Gudmundsson, altra cosa che in alcuni momenti è stata ben lungi dall’essere in discesa, passando per il sì di Stefano Pioli fino ad arrivare agli arrivi di Edin Dzeko, Fazzini, Viti e la permanenza di Moise Kean. Poi c’è tutta una serie di situazioni in divenire, Dodo e Mandragora in primis. Il brasiliano pareva già altrove settimane fa, ma ad oggi è ancora qui e chissà…Il centrocampista sembrava già diretto verso Siviglia sponda Betis, ma ad oggi è ancora qui, con un rinnovo quanto mai vicino. Tornando con la memoria indietro di un mese, chi lo avrebbe mai immaginato? Guardandosi attorno, poi, quasi nessuno ha fatto chissà che cosa. Anzi. L’Atalanta ha incassato tanti soldi ma ha perso il suo capocannoniere, oltre che uno degli artefici, se non il principale, della sua scalata, cioè Gasperini, sostituendolo con un tecnico che a Roma ha fatto un disastro e poi, in Inghilterra, ha fatto una decina di punti in quasi tutta una stagione. La Roma si sta muovendo ma ha problemi economici, come la Lazio. In entrambe le sponde della capitale sono approdati due nuovi tecnici, per cui una loro partenza in discesa sarà tutta da vedere. Poi ci sono Milan e Inter, coi rossoneri che si avviano ad una rivoluzione totale e i nerazzurri che sono pieni di rebus, a cominciare da Chivu. La Juventus è un’incognita, visti i tanti movimenti di mercato, così come sarà tutto da vedere l’assemblaggio del Como. Il Napoli, invece, sembra lontano anni luce. Detto tutto ciò, la Fiorentina può ripartire all’insegna della continuità e con un allenatore decisamente di un altro rango rispetto al precedente. Poi, ripetiamo, ad oggi. Se Kean dovesse ricevere un’offerta monstre dalla Premier, se questo e quest’altro…Ma, ad oggi, le premesse per poter sognare ci sono. In Serie A, ma anche in Conference e Coppa Italia.

Moise c’è! E ora niente scherzi

La clausola sta per finire. Kean è ancora viola

Niente Al Qadsiah, niente Napoli, niente Al Hilal, niente United, niente Atletico Madrid. Niente. Moise Kean resta alla Fiorentina. Finalmente questi 15 ann…questi 15 mes…questi 15 giorni di clausola stanno ormai volgendo ufficialmente al termine. Tecnicamente mancherebbe ancora qualche ora. Ma, se Kean dovesse andarsene oggi, dopo quello che ha detto ieri…Cioè, se dovesse lasciare oggi, nell’ultimo giorno di clausola…no dai. Non è pensabile. Orsù. Non scherziamo. E allora ci sbilanciamo. Tutto è bene quel che finisce bene. Kean rimane a guidare l’attacco della Fiorentina, con Pioli in panchina e con un Dzeko in più a completare il reparto. Rimane con un contratto che sarà aumentato fino a oltre 4 milioni di euro netti a stagione, raddoppiato praticamente. Rimane, sì. Non vogliamo neppure immaginarci un assalto da qui a fine mercato, cioè post clausola. No. Perché vogliamo credere al messaggio che ha mandato ieri sera. Vogliamo pensare che abbia capito quanto qui sia amato e coccolato, quanto quest’anno ci siano tutte le premesse per fare una grande annata. A suon di gol, come quelli che ha fatto l’anno scorso, alcuni inventandoseli da solo. Moise c’è, è ancora qua, con la voglia di esultare in quel modo lì, di flexare dinanzi a qualche energumeno avversario che prova a fermarlo con le cattive. E pazienza se hai tenuto tutta una piazza col fiato sospeso in questi giorni, come faceva Batistuta che ogni estate…vabè, lo sappiamo. Poi, tornava, si tirava su il colletto, entrava in campo e la buttava dentro a ripetizione. Questo è l’augurio, caro Moise. Che tu possa fare come faceva il Re Leone, e mi raccomando: da qui a fine mercato, anche post clausola, non facciamo scherzi eh! 

Dalla ‘contestazione’ alla gran voglia di Fiorentina

Volano abbonamenti e il Viola Park oggi è soldout

Sono ormai passati 50 giorni dal fischio finale di Udinese-Fiorentina, da quell’ultimo successo della gestione Palladino che, col contemporaneo ko della Lazio col Lecce, permise alla squadra viola di arrivare sesta in classifica, dunque in Europa, anche se Conference. 50 giorni da quei fischi e lamenti di malumore provenienti dal settore ospiti dello stadio friulano. Chiamarla contestazione sarebbe un po’ eccessivo, ma la manifestazione di dissenso andò in continuità con quanto era successo col Bologna al Franchi tra striscioni, cori e susseguenti comunicati da parte del tifo organizzato nei giorni in cui Palladino rassegnò le dimissioni. 50 giorni in cui dai malumori generalizzati si è passati ad una tangibile euforia. L’aria di sbandamento che si respirava dopo l’addio dell’ex tecnico viola sembrano lontani ormai anni luce. La dirigenza si è mossa in maniera lineare, rinnovando il contratto di David De Gea, portandogli l’ingaggio a livelli top, passando da 1,2 a quasi 3 milioni, riscattando Gudmundsson strappando lo sconto dal Genoa, prendendo il giovane talento dell’Empoli Fazzini, l’esperto Edin Dzeko e anche Mattia Viti. Ma soprattutto, anziché avvicendare Palladino con un altro allenatore emergente di turno, è andata dritta da Pioli e gli ha consegnato le chiavi del progetto tecnico viola. Con ingaggio top, senza precedenti, e status top, tanto che per ritrovare un allenatore che sia arrivato a Firenze dopo aver vinto uno Scudetto si deve ritornare agli anni del Trap. 50 giorni in cui dal dilagante pessimismo si è passati ad un sempre maggiore ottimismo. Già stasera il Viola Park sarà soldout. Un’occasione di dare il ben ritornato a Pioli, di salutare prima squadra, Primavera e Femminile ma soprattutto di dimostrare quanta voglia di vincere abbia questa piazza. E i 3000 biglietti disponibili sono andati polverizzati in poche ore. Anche la campagna abbonamenti sta facendo registrare numeri molto importanti. In meno di una settimana sono già state staccate oltre 7mila tessere, più della metà del tetto massimo di 12mila che la Fiorentina può mettere in vendita per la capienza ridotta del Franchi. Le code, intanto, continuano, a testimonianza di come quella soglia massima possa essere raggiunta nel giro di pochi giorni. Un entusiasmo che, ovviamente, potrebbe essere alimentato o stroncato da quello che accadrà nelle ultime ore della clausola di Moise Kean. Ma i segnali sembrano portare a schiarite. Sul bomber e pure sul brasiliano Dodo. Se non dovessero esserci scossoni da qui a brevissimo, insomma, Pioli potrebbe iniziare i suoi lavori con una squadra già quasi pronta per intero. Mancherebbe solo un centrocampista di livello. Non vi è dubbio che questa strategia lavorativa della Fiorentina abbia trovato riscontri positivi da parte del tifo gigliato. L’entusiasmo resiste, 50 giorni dopo. E non era affatto scontato.

Blindature e nuovi ingaggi top. Cercasi salto di qualità

Sforzo economico importante della Fiorentina per fare passi in avanti

Senza voler fare (troppo) i ‘commercialisti’, ribadendo che in campo non ci vanno i soldi o gli ingaggi e che non è sempre automatica l’equazione ‘chi spende di più vince’, il biglietto da visita con cui la Fiorentina si presenta ai nastri di partenza della stagione 2025-2026 è di tutto rispetto. Alla voce stipendi, infatti, lo sforzo per ricercare il salto di qualità è già stato decisamente importante. Già a partire dall’allenatore, ad esempio, la società viola passa dall’avere un tecnico come Palladino che guadagnava 1,6 milioni di euro di ingaggio ad uno come Stefano Pioli che guadagnerà praticamente il doppio, coi suoi circa 3 milioni di euro di stipendio. Cifra che mai la società di Commisso (ma anche le precedenti) ha elargito ad un allenatore, in linea con lo status con cui Pioli torna a guidare la Fiorentina. I pali saranno difesi da David De Gea, che col rinnovo firmato nei giorni immediatamente successivi all’addio di Palladino passerà da un ingaggio da 1,2 milioni di euro che percepiva l’anno scorso ai 3 milioni attuali (e per i prossimi tre anni). Poi c’è Pietro Comuzzo, anche lui fresco di rinnovo, che andrà a guadagnare il doppio di quello che prendeva l’anno scorso, passando da 500mila euro a 1 milione (più vari bonus). Quindi i capitoli ancora aperti legati a Moise Kean e Dodo. L’attaccante, se non dovesse partire nelle ultime ore della validità della clausola, avrà sul piatto un’offerta di rinnovo con aumento dello stipendio dagli attuali 2,2 milioni di euro a poco più di 4 milioni. Il brasiliano, invece, non ha ancora dato risposte all’offerta di rinnovo che la Fiorentina gli ha proposto ormai varie settimane fa. Non è detto che lo faccia, né che resti, per quanto ad oggi sembrino esserci molte più possibilità, con o senza nuovo contratto, con ingaggio ad oggi di 1,6 milioni che potrebbe aumentare in caso di rinnovo. Verso l’aumento anche l’ingaggio di Rolando Mandragora. Il tutto senza dimenticare gli 1,8 milioni di euro che saranno corrisposti a Edin Dzeko. Inutile stare a fare i conti esatti, visti bonus e decreti crescita vari. Superfluo ricordare ancora una volta quanto pesino gli ingaggi di tutti coloro che tornano dai vari prestiti, per un totale di circa 11 milioni. Ciò che appare evidente, al netto di scossoni, è la concreta volontà di provare a fare un ulteriore salto in avanti. Traduzione? Provare ad abbandonare la dimensione di ‘squadra da Conference’, via Serie A e nelle coppe. Equazione non automatica, come detto, ma aumentare gli investimenti potrebbe aiutare.

Dov’eravamo rimasti?

La Fiorentina ricomincia con Pioli

Era il 9 aprile 2019 quando Stefano Pioli rassegnò le dimissioni in seguito al ko interno rimediato dalla sua Fiorentina per 0-1 contro il Frosinone. In realtà non fu per la sconfitta che decise di andarsene, ma in seguito a quei due comunicati firmati Acf Fiorentina in cui veniva invitato, al pari della squadra, a dimostrare maggior impegno e professionalità. E Pioli, dinanzi a ciò, non ci pensò due volte: arrivederci e grazie. E tenetevi i quattrini. Un gesto non da tutti, quello che Stefano fece all’epoca. Rinunciò ai soldi come ha fatto adesso con l’Al-Nassr, a quel tempo per difendere la sua immagine di professionista, oggi per amore della Fiorentina. Oltre che, ovviamente, per la voglia di tornare a Firenze, in Italia e in Serie A. Sappiamo bene cosa sia successo dopo il suo addio, tra il ritorno di Montella ,il tracollo verticale dei risultati e la salvezza all’ultima giornata col pari contro il Genoa di Prandelli e la contemporanea sconfitta dell’Empoli. E, ovviamente, la cessione della società a Rocco Commisso. Dov’eravamo rimasti? Quella era una Fiorentina che viaggiava in completo autofinanziamento, o meglio che con i ricavi doveva sostenere tutte le uscite. O meglio ancora, era in dismissione. E si capì poi, anche se era già abbastanza evidente, che le ragioni del declino non erano da ricercare nel lavoro del tecnico. Ma ormai quella è storia. Il Pioli che oggi torna a guidare la Fiorentina lo fa con uno status decisamente differente rispetto a quel tempo. E’ uno dei pochi allenatori che arriva a Firenze dopo aver vinto uno Scudetto, lo ha fatto con un Milan che ha portato anche in semifinale di Champions e che, dopo il suo addio, non è più riuscito a fare niente di neppure avvicinabile. Pioli sarà l’allenatore più pagato di sempre dell’era Commisso, anzi della storia della Fiorentina, coi suoi tre milioni di euro all’anno, poco più poco meno. La scelta del profilo di Pioli è, al di là dell’ingaggio, una rivoluzione per la società viola, che abbandona la via dell’emergente di turno per affidarsi ad uno degli allenatori più esperti su piazza. Tra l’altro, al netto delle ultime ore della clausola di Kean, della situazione Dodo e del regista che manca, la rosa con cui potrà lavorare Pioli è già quasi fatta per intero. Non ci sarà, ripetiamo al netto di scossoni, da stravolgere tutto. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per partire bene, continuare meglio e finire ancora meglio. Il riferimento al raggiungimento di una coppa europea differente in Serie A dalla Conference va da sé, e perché no, magari provando a vincere questa benedetta/maledetta competizione europea, facendo bene anche in Coppa Italia. In bocca al lupo e buon lavoro Stefano. 

Moreno va. Se e come tornerà si vedrà

L’argentino passa agli spagnoli del Levante

Il difensore argentino Moreno, che un anno fa arrivava dal Belgrano per quasi 5 milioni di euro, è passato in prestito con diritto di riscatto al Levante. Ma la Fiorentina si è tenuta anche il controriscatto. Perciò, se Moreno diventasse buono, il Levante dovesse sborsare i 15 milioni di euro del diritto di riscatto pattuito a fine stagione, la Fiorentina potrebbe riprenderselo tirando fuori 17 milioni di euro. Il prestito è comunque oneroso, con circa 500 mila euro che gli spagnoli verseranno per il classe 2003. Cifra che, in caso di non riscatto a fine anno da parte degli spagnoli, sarà leggermente aumentata con delle penali. Insomma, se Moreno facesse bene potrebbe tornare cresciuto pagando ‘qualche mila euro’, se facesse male potrebbe tornare senza aver speso o incassato quasi niente. I discorsi saranno comunque rinviati a fine stagione. Impossibile, dopo quella che è finita poche settimane fa, farsi un’idea sul valore del giocatore. I crismi con cui era arrivato lasciavano pensare che si sarebbe visto qualcosa di meglio. Le prime uscite nel girone di Conference League non furono esaltanti, anzi. Dal Tns al San Gallo passando per Apoel Nicosia, Pafos  e Lask, Moreno non rubò certamente l’occhio, forse anche per il livello degli avversari spesso ingiudicabile per chi di mestiere dovrebbe fare il difensore. Poi arrivò la sfida col Napoli: primo tempo spettacolare, chiusure, uscite palla al piede, poi il patatrack, con quell’errore da circoletto blu, o rosso che sia. Da lì il suo minutaggio è crollato. In Serie A ha rimesso piede in campo per 66’ con l’Inter quando Palladino giocò a San Siro con la difesa a mille, 3’ col Lecce e 16’ a Napoli. Nel mezzo un altro disastro ad Atene, col Panathinaikos e un impiego in Slovenia col Celje da esterno a tutta fascia decisamente obbrobrioso. Facendo ‘la cuenta’, Moreno lascia Firenze dopo aver messo assieme 545’. Chissà se tornerà e come, eventualmente, lo farà. Anche perché là dietro ci sono già Viti, Ranieri, Pongracic, Pablo Marì e Comuzzo tra coloro dati per restanti, più il connazionale Valentini, altro partente come Moreno. Valentini che, tra l’altro, di minuti con la maglia della Fiorentina non ha avuto il privilegio di farne ancora neppure 1, nonostante sia stato preso mesi prima del suo arrivo, facendogli rompere col Boca da cui non accettò il rinnovo, ma che almeno a Verona non ha fatto male nel semestre scorso. Intanto Moreno va, vedremo se e come tornerà.

L’anno di Fagiolino. O almeno si spera

Il centrocampista viola cerca la sua svolta

Il contemporaneo successo last minute di Udine e quello del Lecce contro la Lazio, non ha solamente mandato in Europa la Fiorentina, ma ha anche fatto scattare l'obbligo di riscatto di Nicolò Fagioli. Il cartellino del centrocampista è diventato, dunque, di intera proprietà della società viola. E, dopo le difficoltà riemerse in seguito ad una vicenda che ne aveva già rallentato la carriera, per cui l’ex Juventus ha già pagato, questo potrebbe essere l’anno della svolta per il classe 2001. Quell’ingresso a San Siro contro l’Inter, con quel pallone in profondità per Kean, se lo ricordano ancora in molti. Fu un lampo, seguito da qualche altra giocata, soprattutto contro la sua ex Juventus, 1 gol col Panathinaikos e 1 all’ultima giornata contro l’Udinese. Lampi, dicevamo. In mezzo ci sono state anche una sequela di partite in cui è sostanzialmente stato trasparente ed altre in cui ha messo a referto un errore dietro l’altro. Anche nelle cose semplici, segno evidente che, con la testa, era ripiombato in vecchi fantasmi, per vecchie situazioni, con vecchie intercettazioni e presunti scoop dei quali, sinceramente, ad oggi ci interessa poco e niente. Quello è il passato, è già stato analizzato e giudicato dalle autorità, perciò pietra sopra e guardare avanti. Da fuori parrebbe facile. Poi, però, se ti ci ritrovi dentro, non è così. Detto ciò, tra qualche giorno inizierà un nuovo capitolo. Fagioli si è già messo al lavoro, come testimoniato da alcuni scatti social. Tra una settimana Pioli aprirà i cancelli del Viola Park, una figura di garanzia con cui eventualmente anche parlare. E sappiamo bene che Stefano non è una persona banale. Non che Palladino lo fosse, ma insomma. Lo spessore umano di Pioli lo conosciamo. E poi c’è l’aspetto tecnico. Con Palladino il pallone passava sostanzialmente sempre sopra la testa di Fagioli, con palloni lunghi per Kean, senza valorizzare mai le qualità tecniche dei centrocampisti. Con Pioli il copione si annuncia differente. Non per caso la dirigenza viola sta continuando a provare a prendere Bernabé, dopo gli innesti di giocatori tecnicamente e qualitativamente di spessore come Fazzini e Dzeko. E, dunque, la valorizzazione di Fagioli. Presupposti per sperare in un’ottima stagione, generale ma anche di Fagioli, ce ne sono, dunque. Dopo il tourbillon in cui era finito nell'ottobre 2023, era rientrato stabilmente l’anno scorso in un caos come quello generato da Thiago Motta, per poi arrivare a Firenze a metà stagione, con tutte le difficoltà del caso a cui aggiungere il non gioco impartito ai suoi da Palladino. O meglio, un contesto tecnico-tattico che mal si addice alle caratteristiche di uno come il centrocampista di Piacenza. Ora, con l’arrivo di Pioli, con la possibilità di lavorare assieme a compagni e tecnico dal primo giorno di ritiro, con una ritrovata serenità…si spera possa essere l’anno in cui Fagiolino esploda definitivamente.

L’anno della possibile svolta. Squadra (quasi) pronta, salvo scossoni

Potrebbe iniziare una stagione fondamentale per la Fiorentina

Potrebbe essere l’anno della svolta per la Fiorentina. In parte un upgrade c’è già stato col passaggio ad una guida tecnica esperta e di primissimo livello come Pioli, piuttosto che il solito giovane emergente di turno. Il resto della Serie A è una grossa incognita, con stravolgimenti in quasi tutte le panchine delle big e diversi club alle prese con varie difficoltà. Può essere il momento in cui fare quel salto che da tempo la Fiorentina va cercando, dando l’assalto alla Champions League. Non stiamo facendo voli pindarici, ma è il contesto generale a indurre all’ottimismo. Fotografando lo stato delle cose al giorno di oggi, se tutto andasse come deve andare, la Fiorentina potrebbe presentarsi al ritiro estivo con la squadra già pronta. Manca un regista, o comunque un centrocampista centrale importante, poi c’è già tutto. E quello che c’è è anche molto buono. Pesano due/tre grossi se: Dodo, Kean e Mandragora. Se l’attaccante dovesse partire cambierebbe tutto. Ma Moise, ad oggi, è qui. Anche su Dodo la situazione è in divenire e potrebbe trovare schiarite col lavoro di mediazione di Pioli, così come su Mandragora. La squadra che ha raggiunto il sesto posto vedrà lo stesso undici tipo di partenza confermato, tranne Cataldi. Gli altri che sono andati via non erano dei titolarissimi (Folorunsho, Adli, Colpani, Zaniolo). Il blocco titolare c’è ancora tutto, con Dzeko, Fazzini e Viti in più, oltre ai rientranti dai prestiti. Un anno fa di questi tempi Palladino iniziò a lavorare puntando su sistemi di gioco sperimentali, cercando di rilanciare Sottil e con in mediana i soli Mandragora, Bianco e Amrabat, dovendo attendere fine agosto/inizio settembre per avere il grosso degli innesti. Ed era giovane. Al suo posto, adesso, ci sarà un allenatore esperto e top, e la squadra è già pronta quasi al completo. Se si trovasse il modo di avere garanzie da Kean (anche post clausola) e si ricucisse con Dodo, basterebbe comprare un centrocampista di qualità e ci sarebbe già tutto per partire in quarta. Sarebbe superfluo ricordare quanto sia cruciale abbandonare la dimensione di ‘squadra da Conference’ per andare a fare investimenti differenti. Il Como è un’eccezione, l’Atalanta è l’esempio. E’ vitale fare quello step, svoltare. Rispetto a tante annate precedenti, a questo giro ci sono basi molto più solide. Aver rinnovato De Gea, riscattato Gudmundsson, avere una difesa già completa, un pacchetto di esterni composto da Dodo, Gosens, Parisi e Fortini, poter ripartire da Fagioli, Kean, Dzeko, Fazzini con qualche altro innesto funzionale al posto dei tanti esuberi….lascia ben sperare. Sempre che, come da premessa, quei due/tre se si risolvano nel migliore dei modi.

Quelli che ‘sono ancora qua, eh già’

Esuberi di rientro. In attesa di nuova sistemazione

‘Io sono ancora qua, eh già’. Sarà più o meno questo il mood con cui alcuni giocatori della Fiorentina torneranno al Viola Park il primo giorno di ritiro il 14 luglio, dopo aver cercato fortune altrove. E ce ne sono tanti. Se Kouame è già qua, visto che ad Empoli si è nuovamente rotto tutto ed è rientrato a Firenze già prima che la scorsa stagione terminasse, torneranno alla base anche i vari Barak e Brekalo, oltre ai vari Amatucci, Christensen, Bianco, Lucchesi, Favasuli, Fortini e Nzola. In pochi avranno chances di essere considerati da Stefano Pioli. Sicuramente ce le avrà Fortini, forse Bianco. Poi, il resto, ha già l’etichetta di esubero ancor prima di varcare i cancelli del centro sportivo di Bagno a Ripoli. Come ad esempio Infantino, Sabiri, mentre qualcuno sarà venduto ancor prima, come Valentini. Una squadra B, praticamente, che sulle casse della Fiorentina pesa in maniera esorbitante: 11 e più milioni di euro, per l’esattezza.  Ricky Sottil e Jorko Ikoné sono gli attori principali di questa lista. Almeno il francese un po’a Como ha giocato, 13 presenze per 538’. L’altra ala di rientro, invece, ha collezionato al Milan 141’, praticamente il tempo di arrivare, mettersi a sedere al tavolo e chiedere ‘il conto’ (cit.). Nell’esperienza in riva al lago, tutto sommato, Ikoné non ha fatto malissimo, con due reti messe a segno e la ‘Jorkofobia’ che dilagava nel giorno di Fiorentina-Como. Al netto di come quella partita finì, cioè con un ko, almeno la beffa del gol dell’ex fu evitata. Nonostante Fabregas, non uno qualunque, avesse detto che “a Firenze Jorko non era stato capito, che non era stato coccolato” ed altre smancerie varie, alla fine nemmeno lui e i ricchissimi proprietari comaschi-indonesiani hanno deciso di non riscattare l’esterno. Eppure continuano a comprare un giocatore da 15-20 milioni di euro al giorno, per la serie ‘8 milioni per Ikoné potevate anche spenderli eh…che diamine!’ E invece Jorko è ancora qua. In attesa. Come un anno fa. Al Viola Park venne pure fischiato durante allenamenti aperti e amichevoli. All’epoca, infatti, sembrava stesse bloccando il mercato col suo no a Qatar ed Emirati, per cui più di qualcuno lo invitò ad andarsene. Poi, però, è rimasto, ha pure dato il suo contributo facendo qualcosa, ma insomma…Tanto che a gennaio fu ceduto e addio. Anzi, arrivederci, perché il Como e Fabregas gli hanno fatto una carezza, stretto la mano e detto ‘vai bello vai’. Il problema, nel suo caso, è che la scadenza di quell’accordo che lo lega alla Fiorentina è ancora lontana 12 mesi. Perciò, campa cavallo. La scadenza di altri è ancora più lontana: Kouame 2027, Barak 2026, Christensen 2028 più vari ed eventuali. Anche Sottil, come il francese, sarà qui regolarmente tra qualche giorno. Qualcuno ipotizza che Pioli possa prenderlo in considerazione. Un anno fa accadde lo stesso con Palladino, ma poi anche il neo tecnico viola si dovette arrendere. Verrebbe da dire: ben arrivato! Vedremo se, dopo anni in cui abbiamo atteso a gloria il suo salto di qualità, la sua maturazione, la sua esplosione…vabè, ci siamo capiti. Di Nzola non diciamo niente. Perché…anche in questo caso ci siamo capiti. Almeno lui un po’ di richieste le ha. Probabilmente in prestito, come gli esterni sopracitati e Brekalo, Barak etc etc.

Il tempo delle decisioni. Anche tra i pali

Chi farà il vice De Gea? Martinelli? O il giovane viola va a giocare?

I gradi di ‘San’ li ha persi da un bel po’. Il buon Terracciano, ormai, di nome fa solo Pietro, senza soprannome. L’appellativo di ‘San’, d’altronde, lo ha preso di diritto David De Gea che, dopo aver passato un anno in ritiro sull’eremo, è tornato tra i comuni mortali, a Firenze, a fare miracoli. E per fortuna che in conclave hanno trovato subito l’intesa su Leone XIV, perché si vociferava che tra i papabili ci fosse anche lo spagnolo della Fiorentina, tanto che Pradé ci ha dovuto lavorare con forza per convincerlo a restare qua, con un rinnovo da 3 milioni netti all’anno. Blasfemie a parte, quanto sia stato spaziale il rendimento di De Gea a Firenze ,ormai, è noto. Uno di quei portieri che, come ai tempi di Frey e Toldo, senza andare troppo indietro con la memoria, spostano gli equilibri, portano punti, un po’ come Kean davanti. Detto ciò, per quanto non sia stato facile per Palladino panchinare definitivamente Terracciano dopo il disastro di Atene col Panathinaikos, adesso è arrivato il momento di guardare a presente e futuro. E’ arrivato il momento delle decisioni: Terracciano va via e Martinelli vice di De Gea? Terracciano resta come vice De Gea, sapendo che (toccando ferro) giocherà una manciata di gare, magari quelle del girone di Conference e via, e Martinelli va a giocare, con Christensen come terzo? O Ancora, Christensen vice di De Gea, Terracciano va via e Martinelli va a giocare? Ecco, sì, perché in fondo il danese, che dopo un inizio difficile alla Fiorentina era finito praticamente fuori rosa, a Salerno è stato assoluto protagonista nei sei mesi passati in Campania. Decisioni, importanti, dicevamo. Perché Martinelli, classe 2006, ha messo a referto 2 presenze tra i professionisti da quando si è affacciato in prima squadra, con l’Atalanta in una partita inutile dopo la finale di Atene e contro il Lask Linz nel girone della scorsa Conference, dovendo fare una sola parata in una partita vinta 7-0 contro una squadra di livello infimo. E, per quanto ad allenarsi con un mostro sacro come De Gea ci sia ogni giorno di che imparare, misurarsi col campo, con le pressioni, col dover reagire ad un eventuale errore è un’altra cosa. E’ lì, o almeno così dicono gli ex portieri, che si cresce di più. E quindi, o Martinelli si promuove come vice, facendogli giocare la Conference e la Coppa Italia, o lo si manda a giocare. Tra l’altro, un’eventuale finale, chi la giocherebbe? Martinelli o De Gea? Vabè, c’è  tempo per pensare a ciò. Come da premessa, c’è sempre da decidere cosa fare con Terracciano e pure con Christensen. Ma tutto sarà legato a quella che sarà la scelta su Martinelli. Sperando che un giorno i gradi di San De Gea passino sulle spalle di San Tommaso, Martinelli ovviamente.

Valentini come Do Prado

L’argentino di nuovo in uscita

Ci sono storie che restano impresse nella memoria. Molti si ricordano di Do Prado, che in due anni a Firenze non ha mai giocato neppure un minuto per due gravi infortuni, e per quello striscione ‘Do Prado, un ti s’è mai adoprado’. Poi ci fu il ‘colpo’ Toledo e…oggi c’è Nicolas Valentini. A lungo corteggiato, poi preso a parametro, ma alla fine mai utilizzato. Così come a gennaio scorso,  l’argentino si avvia a lasciare nuovamente la Fiorentina senza aver collezionato neppure una presenza. Per il classe 2001, infatti, è molto vicino il ritorno al Verona. Valentini era approdato a Firenze lo scorso 1° gennaio, dopo aver passato mesi da separato in casa al Boca Juniors perché, almeno allora fu questa la versione, il difensore voleva la Fiorentina e quindi disse di no al rinnovo con gli xeneizes. E, dopo aver visto giocare gli altri per quasi sei mesi in patria, è arrivato qua a parametro zero. Ma, negli stessi giorni, la dirigenza viola andò a prendere anche Pablo Marì, lasciando partire immediatamente Valentini. E adesso, dopo che l’argentino ha trovato spazio a Verona facendo, tutto sommato, prestazioni abbastanza convincenti, il copione si ripeterà, tanto che pronti via la Fiorentina ha preso Mattia Viti. Il debutto dell’argentino, dunque, slitterà di nuovo. Non che all’Hellas Valentini abbia fatto miracoli, ma…Così come nella sessione invernale risultava difficile da comprendere il contemporaneo acquisto di Pablo Marì, oggi risulta difficile capire perché la Fiorentina sia andata ad aggredire un profilo come quello di Viti piuttosto che far almeno vedere a Pioli l’argentino. E ad oggi, là dietro, ci sono 7 difensori centrali: Comuzzo, Pablo Marì, Viti, Ranieri, Pongracic, Valentini e Moreno. Difficilmente capibile, a dire il vero, furono anche i 5 milioni spesi per Moreno un anno fa, ma questa è un’altra storia. Come detto, tornando all’oggi, qualcuno deve uscire. I due indiziati principali sono proprio Valentini e Moreno. Su entrambi c’è l’interessamento del Verona, per quanto su Moreno siano in arrivo proposte dalla Liga. Chissà. Il tutto dando per scontato che Pioli riparta dalla difesa a tre. Se fosse difesa a 4, invece, i posti si ridurrebbero ancora. Eh vabbè, ci sarà da lavorare, insomma. Anche perché le sirene su Comuzzo potrebbero riaccendersi nuovamente dopo la mancata cessione al Napoli a gennaio. Occhi aperti, insomma. Intanto nuovi Do Prado crescono, come Valentini appunto.

I giorni dell’attesa. E della speranza

Secondo giorno di quindici della clausola di Kean

La tensione inizia a tagliarsi a fette. In giro per Firenze e dintorni si iniziano a vedere cose strane,  orde di persone in stato confusionale, quasi come zombie, che vagano in cerca di notizie: ‘Scusi, Moise Kean è ancora qui? Non lo abbiamo mica venduto vero?’. Siamo solamente al giorno 2 di 15, ma il traguardo è ancora lontano. Gli arabi continuano ad aumentare le loro folli proposte, incombono le inglesi, potrebbe esserci il Milan e chissà che non torni pure l’Atletico Madrid etc etc. E in tutto ciò, ovviamente, ci sono quei tifosi che sperano: che resti Kean, s’intende. Sì perché, mai come con Moise, c’è quella forte sensazione che la Fiorentina non possa in nessun modo migliorare cedendo il proprio attaccante. Il tutto condito dal fatto che, dopo aver visto alternarsi i vari Piatek, Cabral, Jovic, Belotti e Kouame, finalmente era stata azzeccata la punta. Quel centravanti che, come negli anni di Batistuta, Toni e Gilardino ti faceva partire praticamente sempre da 1-0. E almeno per Vlahovic erano entrati 80 milioni, ma per il Kean visto l’anno scorso, in fin dei conti, 52 milioni sarebbero pure pochi. E, come detto, andare a migliorare sarebbe pressoché impossibile. Almeno nell’immediato. Poi, magari, la Fiorentina prende Piccoli e nel giro di un paio d’anni diventa un fenomeno e, perciò, tutti contenti. Il problema, tuttavia, resta l’oggi. Perché se il Napoli vendette Cavani e prese Higuain, poi vendette Higuain e prese Osimhen, ora vende Osimhen ed ha già Lukaku più uno tra Lucca e Darwin Nunez, riuscendo ad alzare stipendi e, soprattutto, a vincere, da queste parti è impensabile che, nel caso uscisse Kean, possa arrivare un attaccante che dia le stesse garanzie dell’ex Juventus. Che poi, sia chiaro, non è nemmeno detto che Kean si ripeta come quest’anno l’anno prossimo, ma nel dubbio… Il giorno 2 dei 15 è ancora in corso. Ed è ancora lungo. Non resta far altro che aspettare. E sperare.

Giorno 1 di 15, Kean c’è (ancora). Beltran out, Seba Esposito in

L’altro mercato viola: l’argentino in uscita, può arrivare il nerazzurro

Quando sta ormai per terminare il giorno numero 1 dei 15 in cui sarà possibile portar via dalla Fiorentina Kean pagando i 52 milioni della clausola, i rumors sull’attacco viola sembrano portare in una direzione chiara: Lucas Beltran lascerà Firenze e sarà sostituito da Sebastiano Esposito. Attenzione, premessa: questo avvicendamento non c’entra niente con la situazione Kean. Se Moise dovesse partire, ovviamente, servirebbe un nove ‘pesante’. In tal senso Piccoli è ancora il nome in cima alla lista dei desideri della Fiorentina. Ma, tornando all’altro mercato, sembra ormai tutto apparecchiato per un avvicendamento che potrebbe convenire a tutti. Che Beltran abbia fatto fatica ad imporsi in Europa e alla Fiorentina è ormai acclarato. Si dovessero guardare solamente i tabellini, l’argentino ha messo a referto 16 gol e 9 assist in 98 presenze con la Fiorentina. Né tanti, né pochi, considerando la giovane età e il logico periodo di adattamento al ‘nostro calcio’. Il problema, però, non è tanto nei numeri, quanto nelle forti lacune che Beltran ha evidenziato dal primo giorno in cui è arrivato e su cui non è mai migliorato. Tante volte è stato tra i calciatori in campo col maggior numero di palloni persi, mostrando un’evidente incapacità nel reggere i contrasti e nel difendere col corpo la palla. Altrettante volte ha disputato partite intere senza calciare in porta. Certo, non ha giocato quasi mai nel suo ruolo, cioè quello di seconda punta. Ma...le sensazioni trasmesse dal Vikingo sono sempre state quelle di non essere ancora pronto per il calcio italiano e per la Fiorentina. In tal senso, per quanto Beltran abbia tutta la voglia di rimanere a giocarsi le sue carte in Europa, è molto più probabile che si riaprano per lui le porte del calcio argentino, in particolar modo quelle del River Plate, da cui era arrivato due anni fa. Converrebbe a lui, alla Fiorentina che andrebbe a rimetterci qualcosa in termini di minusvalenza ma che almeno potrebbe svoltare chiudendo la classica porta sperando che si apra un portone, con Sebastiano Esposito. E, tra l’altro, nelle casse viola resterebbe pure qualcosa. Converrebbe a tutti, insomma. Seba Esposito, dicevamo, seconda punta e all’occorrenza anche prima, con all’attivo 9 reti in Serie A, 2 meno di Beltran, ma con dalla sua un anno in meno rispetto all’argentino e soprattutto la sensazione di essere in ascesa. Al contrario di Beltran. Generosità in fase di ripiegamento simile, corsa, ma molto più attaccante l’ex Empoli dell’ex River. Insomma, un’operazione che, se andasse in porto, non sarebbe accolta dai proverbiali caroselli in città, ma che ci starebbe alla grandissima. Il tutto in attesa che i giorni di Kean passino, finiscano, e che Moise il 15 di luglio sia ancora qua. Ovviamente.

15 giorni di passione. Sperando non accada nulla

Ad ore sarà valida la clausola di Kean

Tra poche ore scatterà il giorno 1 della ‘passione di ogni tifoso della Fiorentina’, 15 giorni di sofferenza in cui sperare che non accada quello che sarebbe un disastro epico. Due settimane in cui mettersi lì, prendere il telefono e togliere internet per non ricevere le notifiche dei siti calcistici, al limite sentire la radio a basso volume, per sapere, ma anche no, magari comprare i giornali ma senza leggerli, coprendo con le mani come si fa quando c’è da controllare i risultati della schedina…Un patimento, insomma. Ogni giorno così, per i prossimi 15.  Magari sperando che nel frattempo Lucca vada al Napoli, Gyokeres vada al Milan, Tizio vada qui, Caio vada là e Sempronio resti dov’è. Come Kean. Come si può pensare di sostituire uno come Moise? Impossibile. O meglio, sostituirlo con uno che dia le stesse garanzie di Kean, così, pronti via? Un nome ci sarebbe, Retegui. Ma…ecco, ci siam capiti. Dopo anni in cui si sono alternati Cabral, Jovic, Kouame, Piatek e Belotti, cioè dal dopo Vlahovic, con Kean (finalmente) c’era l’idea di aver trovato un centravanti da Fiorentina, uno di quelli alla Gilardino, Toni, Batistuta, Riganò. Un bomber, uno di quelli che ti fanno partire sempre da 1-0, insomma. Certo, è arrivato Dzeko, ma come vice Kean, si spera. Anche i nomi dei vari Piccoli, Pinamonti, Colombo, Lucca e compagnia cantante, anzi segnante, potrebbero andar benissimo per la Fiorentina, se si parla di vice-Kean. Ma, non certo, come sostituti di Kean. E dopo settimane intere passate a cercare di convincerci che nell’anno del Mondiale, che se volesse pensare ai soldi comunque li potrebbe andare a prendere più avanti, che qui non avrebbe concorrenza mentre se andasse in top club sì, che la riconoscenza, che qui sta bene, che ‘bla bla bla’, adesso che sta per scattare il giorno 1 tutti quei discorsi stanno lasciando spazio all’attesa. Con la paura che sale. Arabia? United? A saperlo. Anzi, a non volerlo sapere. Ecco, il mood di sofferenza sarà più o meno questo per 15 giorni. C'è da aspettare. E sperare. Perché come sostituire Kean è impossibile. Certo c'è chi come il Napoli, a suo tempo, vendette Cavani e prese Higuain, vendette Higuain e prese Osimehn, ora venderà Osimehn ed ha Lukaku con forse Lucca e, soprattutto, due scudetti in più in bacheca. E intanto, tra poche ore, inizierà il giorno uno. Perciò, tutti in apnea, cercando di credere che il 15 luglio sia dietro l’angolo.

Traoré, dopo i due (arrivi sfumati) arriva al tre?

La Fiorentina prova a prendere l’ex Empoli per la terza volta

Non c’è due senza tre, e chissà che stavolta non arrivi davvero Traoré. Così abbiamo fatto pure la rima.Tra i vari profili su cui sta lavorando la Fiorentina per la propria mediana c’è anche quello di Hamed Traoré. L’ex Empoli e Sassuolo, dopo due volte in cui era già stato praticamente preso, potrebbe (finalmente) vestire la maglia viola alla terza. Riguardandosi indietro, i suoi due arrivi saltati sono da romanzo, dove non c’è un finale positivo. Almeno fin qui. Quanto accadde ai tempi in cui era all’Empoli, quando non aveva neppure 20 anni, è ancora avvolto da ricostruzioni misteriose. La Fiorentina, pare, lo avesse già preso dall’Empoli assieme a Rasmussen. All’epoca, per far tornare i conti di Fabrizio Corsi, la dirigenza viola strapagò il difensore danese e pagò meno il centrocampista ivoriano. Ma, alla fine, Rasmussen arrivò per 7 milioni e vari prestiti, Traoré venne lasciato all’Empoli fino al termine del campionato in prestito ma poi…a fine stagione Corsi disse che i documenti non erano completi. “I documenti firmati non sono stati depositati entro il 31 gennaio e quindi non valgono più niente. Il giocatore non è della Fiorentina ma dell'Empoli”, disse Corsi. Bah, un’altra ricostruzione racconta che il giocatore avesse dei problemi fisici, cioè che non passò le visite mediche. Su questo piovvero smentite, ma il dubbio è sempre rimasto. E, nel dubbio, poi finì al Sassuolo. per 16 milioni con la regia della Juventus. Quattro anni dopo passò al Bournemouth per 30 milioni. Inutile ricordare, invece, che Rasmussen non abbia mai messo piede in campo con la Fiorentina. Ma questa è un’altra storia. Dicevamo del Bournemotuh, sì, il club dove era stato già venduto Castrovilli. Ma poi, l’ex centrocampista non superò le visite mediche, e quindi quell’abbozzo di trattativa che venne fatto all’epoca per riportare in Italia Traoré nell’ambito dell’operazione Castrovilli restò solo un accenno. Più avanti, arrivando al gennaio del 2024, la Fiorentina ci riprovò, lo aveva praticamente preso, ma sul più bello…prese la malaria. E allora virata viola. E siamo a due. Il Napoli lo prese comunque a fine gennaio, in prestito gratuito con diritto di riscatto fissato a 25 milioni di euro, e un eventuale conguaglio di 1,5 milioni di euro in caso di mancato esercizio dell'opzione, ma in Campania giocò pochissimo senza lasciare traccia. L’estate scorsa finì in prestito all’Auxerre, dove ha messo a referto 25 presenze e 10 reti in Ligue 1. Mica male. Ora è tornato di gran moda in ottica Fiorentina. Il prezzo è ovviamente calato. Ma siamo ancora nell’ottica dei 15-20 milioni. Non proprio noccioline. A livello di caratteristiche sono note: non è proprio un regista, più trequartista e all’occorrenza anche mezz’ala e/o attaccante esterno. Il suo nome circola, però. E chissà che dopo le due volte in cui è stato quasi preso, alla terza l’epilogo non possa essere differente. 

Fin qui tutto ok (anche qualcosa di più). D’ora in poi?

Le prime mosse viola sono incoraggianti. Ora viene il difficile

Tra due giorni esatti sarà trascorso un mese da quel giorno che, a tutti gli effetti, potrebbe aver segnato un prima e dopo nella vita sportiva della Fiorentina. Quella conferenza stampa di Daniele Pradé, seguita meno di 24 ore più tardi dalle dimissioni di Palladino, ha portato a quello che ad oggi ha tutti i crismi per essere definito un nuovo ciclo. Andando cronologicamente, si può tranquillamente dividere il tutto in ‘fino ad oggi’ e in ‘da oggi in poi’. Fin qui è arrivato il vice Kean, un signore che avrà pure 39 anni ma che è reduce da 50 reti in Turchia negli ultimi due anni come Edin Dzeko, è rimasto, con tanto di rinnovo, David De Gea, Gudmundsson è stato riscattato, con tanto di sconto, è arrivato uno dei giovani fantasisti più talentuosi del calcio italiano com’è Fazzini, è stato preso un giovane che fino a due anni fa prometteva benissimo come Mattia Viti, è ormai prossimo a diventare ufficialmente il neo tecnico della Fiorentina Stefano Pioli e…Insomma, una serie di mosse che fanno ben sperare, molto ben sperare. Poi c’è il contorno. Biraghi che non torna e viene riscattato dal Torino, il fatto che la rosa possa essere quasi già pronta ai primi di luglio e che ci sia tutta l’intenzione di andare a prendere un bel regista alla Bennacer che possa completare un pacchetto di centrocampo interessante. Peccato che in tutto ciò non sia rientrato il riscatto di Cataldi, ma almeno resterà Fagioli, così come ci sarà da rinnovare il contratto di Mandragora. Sì, fin qui. E da oggi? Siamo infatti entrati nei giorni in cui ci sarà da trattenere il fiato per Moise Kean e Dodo. La punta della Fiorentina, infatti, continua ad essere accostato a Milan, Premier e pure Arabia. A queste si è aggiunto in queste ore anche l’Atletico Madrid. D’altronde, quella clausola che pareva a inizio stagione utopia, ad oggi si può tranquillamente definire un affare per chiunque lo venga a prendere. Parlando in maniera oggettiva, sarebbe strano se nessuno si facesse avanti per prendere il vice caponnoniere della Serie A, che ha 25 anni, che ha segnato anche in Nazionale dove si contenderà il posto da titolare con Retegui, che da solo s’inventa gol, fa reparto, flexa…sarebbe. Poi, ovviamente, tutti coloro che hanno il viola nel cuore sperano che Moise resti qui. Su Dodo, invece, il discorso sarebbe più ampio. Sul fatto che il brasiliano sia un ottimo giocatore c’è poco da discutere. Sì, ok, ma a referto restano 1 gol e 10 assist in 114 presenze da giocatore della Fiorentina. Non proprio numeri sbalorditivi. Magari ammascati da qualche incitamento, qualche sorriso, qualche sgroppata, ma nulla per cui strapparsi i capelli. Basti pensare che allo Shakthar, prima della guerra, veniva da 5 reti e 17 assist in 97 presenze, Champions compresa. Vabè. Chiariamoci, se Dodo dovesse restare, con o senza rinnovo, ne saremmo abbastanza felici eh, semplicemente perché un esterno come Dodo non sarebbe così banale da trovare per la Fiorentina. Ecco, e si torna alla premessa. Fin qui, tutto bene, molto bene, con Fazzini, Dzeko, Viti, Pioli, il rinnovo di De Gea, Gudmundsson…ma d’ora in poi? E da qui passerà molto di quelle che saranno le ambizioni della prossima stagione.  

So Gud! E ora facci (ri)vedere chi sei!

Albert è un nuovo giocatore della Fiorentina

E dunque, pure con lo sconto, Albert Gudmundsson diventa un nuovo giocatore della Fiorentina. Attenzione, la formula lessicale che utilizziamo è ‘diventa un nuovo’, non per caso. Potremmo anche dire ‘resta’, ma il senso del nostro discorso sta proprio in questa sottile differenza. Al netto dello sconto, la speranza di tutti è che il Gud che vedremo quest’anno possa essere un giocatore diverso da quello dello scorso. Magari che goda di miglior salute, che si butti definitivamente alle spalle il processo che pende su di lui in patria e che torni ad essere quello che al Genoa rubò gli occhi a quasi tutti gli addetti ai lavori. Tanto che su di lui piombò l’Inter, che però non affondò, e arrivò qui. Le premesse erano state ottime, dopo un avvio condizionato da un problema al polpaccio: esordio, rigore procurato dopo 1’, gol del pareggio con la Lazio E gol della vittoria allo scadere. Non solo: quel modo di toccare la palla, wao. Talento. Di certo il suo inserimento in quella Fiorentina di Palladino non è stato semplicissimo, così come il rapporto con alcuni compagni di squadra. Tanto che Kouame, ad Empoli, disse che davanti non si passavano la palla, per non parlare dei litigi su chi dovesse battere rigori e punizioni. Poi, a Lecce, altro infortunio, un rientro difficile, e il resto è storia. Al netto dei numeri celebrativi che spesso sono filtrati da chi ne cura gli interessi, è vero che Gud abbia comunque segnato 8 gol con anche 3 assist, per cui c’è tutta una schiera di statistiche che lo vedono con 0,43 gol segnati ogni 90 minuti, 9° assoluto in Serie A per media realizzativa. Tanto che, sotto il profilo degli Expected Goals (xG), la crescita è evidente: 0,45 xG per 90 minuti a Firenze contro lo 0,31 fatto registrare al Genoa. Costante il dato dei non-penalty xG (0,26), segnale di una capacità offensiva che si esprime al di là del tipo di contesto tattico. Sì, ok, ma, alla Fiorentina Gudmundsson ha disputato 23 partite con una media di 54,5 minuti per presenza, contro gli 86,2 dell’anno prima. Le gare concluse sono state pochissime, solo tre (13% del totale), e soprattutto è spesso sparito per partite intere nel momento in cui la squadra viola si è giocata il clou. Quello che poteva essere, ormai, è il passato. Ora, come da premessa, vorremmo vedere un Gud diverso. Che magari non venga sulla mediana a prendersi il pallone perché, sennò, a stare lassù, col non gioco di Palladino, il pallone lo vedeva passare solo sopra la sua testa, altissimo, per via delle palle lunghe con cui l’ex tecnico viola faceva non giocare la sua Fiorentina. In tal senso, l’arrivo di Pioli potrebbe venire in suo soccorso. Che Gud sia un giocatore un po’ anarchico, da non ingabbiare in eccessivi compiti tattici, questo si è ormai capito. Altrimenti si incupisce, si inalbera, sparisce e diventa inutile. Chi lo conosce bene lo descrive come un ragazzo dal carattere un po’ particolare, un po’ ‘prima donna’. Anche su questo l’arrivo di Pioli potrebbe dargli una mano. D’altronde, il neo tecnico viola è riuscito a gestire gente come Leao e Theo, cosa che altri al Milan non sono riusciti a fare. Poi, attenzione: come e dove giocherà? Bho. Spetterà, anche questo, a Pioli. Intanto Gud resta, anzi, arriva. Perché quel modo di toccare il pallone, quel tiro improvviso e chirurgico c’erano prima e ci sono stati in parte l’anno scorso. Ora si tratta di tirar fuori questo, in maniera costante, continua e toccare quei tasti giusti che possano far tornare il Gud che a Genova aveva fatto cose eccellenti. Ci speriamo, anzi ce lo aspettiamo.

Ci vorrà tempo, maledetto tempo…Il 15 luglio è ancora lontano

Su Kean non c’è altra via se non quella dell’attesa

Tempo, benedetto quando viene in soccorso nel lenire le ferite, maledetto quando scorre lento, troppo lento, dannatamente lento. Al 15 di luglio mancano ancora 21 giorni, 504 ore poco più poco meno, 30240 minuti sempre poco più poco meno. E ogni minuto passato a pensare quanto cambierebbe per la Fiorentina avere o no uno come Moise Kean sarebbe sprecato. Certo, c’è già Edin Dzeko, entrerebbero 52 milioni cash con cui andare a poter prendere giocatori che lo sostituiscano e…appunto, tempo perso. Perché come Kean, come il Kean dello scorso anno, attaccanti a cui la Fiorentina potrebbe arrivare non ce ne sono. Ci si può arrovellare il cervello quanto si vuole nel trovare altre idee o soluzioni. Un giocatore che metta dentro 25 gol, praticamente senza rigori, non si vede tutti i giorni con la maglia della Fiorentina. E non c’è plusvalenza che tenga, non c’è introito o mega offerta che possa portare a miglioramenti in termini sportivi. L’ultimo esempio porta sempre a quel Vlahovic che venne sostituito con Cabral, Piatek, poi Nzola, Jovic e Belotti. Un disastro, non economico (perché comunque su Cabral la Fiorentina ci ha pure fatto plusvalenza, mentre gli altri erano arrivati praticamente tutti in prestito. E, inoltre, il serbo ha pure disatteso le aspettative facendo fare un bagno di sangue finanziario alla Juventus) bensì sportivo, avendo giocato tre anni senza centravanti. Ecco, adesso il rischio è che accada lo stesso. E non preoccupatevi, ci sta che vi capiti, come a tutti, magari mentre siete lì, assorti, sotto l’ombrellone o bloccati nel traffico dei viali, leccando un gelato fissando il vuoto o facendo f5 sulle pagine web di un sito di calciomercato, di pensare: ma Kean che ci andrebbe a fare in Arabia? Ha già guadagnato tanti soldi; Commisso gli alzerebbe l’ingaggio qui; a Firenze non avrebbe grandissima concorrenza come avrebbe eventualmente in qualche grande club; lo United? Ma dai, prende schiaffi da tutti; qui giocherebbe sempre, ottimo in vista del Mondiale (sì, come se l’Italia fosse sicura di andarci, ma figuriamoci)…Ecco, tutti discorsi validi, qualcuno pure sacrosanto, ma si torna a quanto detto prima, tempo perso. O meglio, sprecato. Quei 52 milioni di clausola che, quando uscì la notizia, parevano una cifra folle, quasi una boutade, oggi sembrano essere quasi pochi. E, in più, c’è anche il fatto che il manico del coltello sia tutto in mano al giocatore. La Fiorentina, dal canto suo, non può far altro che attendere, fiduciosa, magari pure rassicurata da Kean o dal suo entourage. Sì, ok, ma fino ad un certo punto. E si torna alla premessa: maledetto tempo, che in questo caso non passa mai. E ancora la clessidra è quasi piena. Mettetevi l’anima in pace. Non si può far altro che aspettare.

Quelli che arrivano da retrocessi. Tanti flop, ma anche dei top

Fazzini e Viti. Viaggio nei predecessori arrivati dopo una retrocessione

La Fiorentina chiude per gli innesti di Jacopo Fazzini e Mattia Viti. Entrambi giovani, classe 2003 il centrocampista e 2002 il difensore, sono reduci dall’annata complicata vissuta ad Empoli, culminata con la retrocessione. Un tema, secondo i più scettici, sta proprio in questo: ‘ci si può rinforzare andando a prendere giocatori retrocessi’? Dibattito aperto. Come sempre, ci sono mille discriminanti del caso per ogni singolo giocatore, con altrettante svariate premesse. Intanto, non retrocede mai un singolo giocatore, ma la squadra. Le annate storte nel calcio ci stanno, come quella Fiorentina che retrocesse con Effenberg, Laudrup, Batistuta e uno stuolo di grandissimi calciatori. Stava per retrocedere la Fiorentina degli ultimi Della Valle, la prima e la seconda di Commisso, com’è capitato ad altre realtà che non erano certamente partite per lottare per la salvezza. Ma tant’è. Detto ciò, tornando ai retrocessi, gli ultimi esempi non sorridono granché, visti gli arrivi di Christensen dal retrocesso Hertha Berlino e Nzola dal retrocesso Spezia. Idem Sabiri, preso dalla retrocessa Sampdoria, meglio fece Igor, preso dalla retrocessa Spal. Da retrocesso tornò in viola anche Nastasic, reduce dall’ultimo posto in Bundesliga con lo Schalke 04. Prima ci fu Ceccherini, preso dal retrocesso Crotone e ancora a Laurini, retrocesso con l’Empoli come Terracciano. Andando a ritroso, ce ne sarebbero molti altri. Non tutti esempi tragici, sia chiaro. La Fiorentina che con Montella tornò a lottare per la Champions, dopo essere quasi retrocessa l’anno precedente, lo fece basandosi su due che erano appena retrocessi dalla Liga, ovvero Borja Valero e Gonzalo Rodriguez. Dal Villarreal, poi, arrivò anche Pepito Rossi. Adesso, attenzione: inutile fare paragoni. Quei giocatori lì erano retrocessi non si sa neppure come e perché, come accadde alla Fiorentina sopracitata, quella del 1992-93. Non che Colpani e Pablo Marì siano arrivati dal Real Madrid, così come Pongracic o lo stesso Parisi, ma anche in precedenza i vari Barak, e via discorrendo fino a suo tempo a Biraghi, retrocesso col Pescara.  La lista dei calciatori che sono arrivati a Firenze da formazioni di basso cabotaggio (come Verona, Empoli, Lecce, Monza etc etc) è lunghissima. Ma, come detto, ogni situazione fa storia a sé. Nel calcio, di solito, serve un mix di giocatori di un certo calibro a cui si possono integrare calciatori che quel calibro non ce l’hanno, o ancora non lo hanno raggiunto. Fare un undici di soli giovani o soli retrocessi, o comunque di calciatori presi da squadre che lottano per salvarsi, difficilmente permetterà di raggiungere le primissime posizioni di classifica. Una combinazione, invece, può funzionare decisamente meglio. Discorsi in assoluto a parte, ora toccherà a Fazzini e Viti. I prossimi potrebbero essere Anjorin e Sebastiano Esposito, anche loro reduci dalla retrocessione con l’Empoli. La speranza, va da sé, è che possano contribuire in positivo all’attesa svolta viola e che rispetto ad alcuni recenti e/o meno predecessori possano incidere e lasciare il segno. Se non oggi, trattandosi di giovani, domani. Prima o poi, ecco.

Da Empoli-Firenze, arriva Fazzini. Sperando faccia meglio dei predecessori

Il talentino classe 2003 arriverà in viola per circa 10 milioni di euro

 Torna a circolare il talento sulla Fi-Pi-Li, con ingresso a Empoli e uscita a Firenze. Jacopo Fazzini sarà viola, per una cifra vicina ai 10 milioni di euro. Il classe 2003 andrà ad allungare la lista dei giocatori che dal club di Corsi sono passati in maglia gigliata, sperando che possa incidere molto di più, e anche un po’ prima, rispetto ai suoi predecessori. Raramente, infatti, i calciatori che hanno fatto quel tragitto sono riusciti a rispettare le aspettative. Quelli che invece hanno preso altre destinazioni, spesso verso Napoli o Milano, hanno poi contribuito a fare le fortune di quei club. Anche allenatori, s’intende (Sarri su tutti). Da Vicario a Hysaj, passando per Di Lorenzo, Asllani, Bennacer, Baldanzi, Viti e molti altri, altrove hanno fatto cose straordinarie, chi più chi meno, mentre i vari Saponara, Rasmussen e anche lo stesso Parisi hanno avuto in viola tante difficoltà. I 9 milioni di euro che la Fiorentina spese per Saponara sono stati a lungo considerati un investimento flop, tanto che solo quando il trequartista ha trovato Italiano è riuscito a far qualcosa di importante. Anche i 10 milioni spesi per Parisi non hanno ancora dato i frutti sperati. Il campano, infatti, solamente quest’anno è riuscito a fare qualche prestazione sufficiente, dopo un periodo d’adattamento a dir poco complicato. Poi ci sono i flop ‘storici’. Su tutti quello Rasmussen, che la Fiorentina pagò 10 milioni e più, ma che in viola non si è mai visto. Cosa accadde realmente in quell’operazione è solo un rumor: la Fiorentina voleva Hamed Traoré, con l’Empoli si decise di strapagare il danese come acconto per il centrocampista, che fece anche le visite mediche col club viola, ma qui non è mai arrivato. Misteri del calciomercato. Tra l’altro Traoré è ancora nel mirino della dirigenza gigliata. Lo fu anche per il mercato invernale del 2024, quando era già finito al Bournemouth. Era tutto fatto, poi prese la malaria e saltò tutto. Evidentemente l’operazione Fiorentina-Traoré non s’aveva da fare. Anche Laurini non fu propriamente un innesto da ricordare. Tra Fiorentina ed Empoli ci sono poi state molte altre operazioni di contorno, come quando arrivò a Firenze Terracciano per 1 milione, o quando vennero girati in prestito ad Empoli i vari Vecino, Dragowski, Kouame, Zurkowski, Diks, Bittante, Camporese, Benassi, Terzic, Brillante etc etc. Ecco, tornando alla premessa, la speranza è che Fazzini possa riuscire a rendere i 10 milioni di euro poco più poco meno, che la Fiorentina verserà nelle casse dell’Empoli un investimento azzeccato, finalmente. Sarebbe forse il primo, e magari non l’ultimo. Sempre che Parisi intraprenda un percorso virtuoso e che non si riveli alla lunga un altro flop. E chissà che in FI-PI-LI, il traffico tra Firenze ed Empoli e viceversa, non possa intensificarsi ancora.

Pronto Rolly? Rinnoviamo?

Il contratto di Mandragora è in scadenza

Un anno fa di questi tempi, in molti lo consideravano praticamente un esubero. Poi, pian piano, Rolando Mandragora si è preso dapprima la titolarità del centrocampo di una Fiorentina che aspettava rinforzi in mediana, poi lo ha fatto alternandosi con Adli, Richardson, Bove e Cataldi, e lo ha fatto ancora dopo che a gennaio sono arrivati Folorunsho, Ndour e Fagioli. Da alternativa a titolare inamovibile, Rolly, un percorso in cui ha saputo, col lavoro, mettersi dietro tanti colleghi, buttando dentro 9 reti e mettendo a referto anche 6 assist. La miglior stagione della sua carriera, in pratica. Non soltanto nei numeri, perché in fin dei conti avrebbe potuto segnare 7 reti al TNS in una sfida di Conference League e via, ma lo ha fatto segnando con regolarità, fornendo prestazioni di buon livello in maniera costante, andando a superare quello che era sempre stato il suo punto debole: la continuità. Tanto che ci fu un periodo in cui non passava partita senza che Rolly la mettesse dentro, come fatto tra marzo e maggio. Quel rammarico di quella finale, quel pallone sprecato col West Ham a Praga, che avrebbe potuto riscrivere la storia recente della Fiorentina, è ancora lì nei ricordi. Quelli, ovviamente, peggiori, quei secondi che di tanto in tanto ti capita di rivivere, sognando un esito differente. Con la voglia di vendicare, che gli è sfuggita nella finale con l’Olympiakos e sul più bello quest’anno. Ma…con la possibilità di riprovarci, ancora, l’anno prossimo. Nella seconda parte di stagione è apparso abbastanza evidente come Mandragora riesca ad esprimersi al meglio, cioè nei tre di centrocampo, potendosi inserire. Da qui si potrebbe ripartire. Prima, però, ci sarebbe da rinnovargli il contratto, in scadenza nel 2026, con un’opzione fino al 2027. Ancora c’è tempo, insomma. A differenza di altri (Dodo su tutti), Mandragora qua sta bene e non vorrebbe andarsene. Dal canto suo la Fiorentina, dopo averlo atteso a lungo, non si vede perché debba rischiare di perderlo proprio adesso. Sarebbe davvero una beffa. Qualche sirena di mercato si è accesa sull’ex Udinese e Torino, anche in virtù del suo avvicinamento alla scadenza. Perciò, sarebbe il caso di firmare e scrivere altri capitoli assieme. Magari, stavolta, sperando in un epilogo differente, vincente.

Dodo…20-30 milioni di dubbi

Il brasiliano potrebbe lasciare la Fiorentina

I rumors su Dodo aumentano di giorno in giorno. La sensazione di freddezza tra le parti è emersa lampante già in occasione della conferenza stampa dello scorso 27 maggio, quando il ds viola Daniele Pradé svelò ufficialmente che la Fiorentina fosse in attesa di risposte da parte del brasiliano. A giudicare dalle voci che quotidianamente riempiono le pagine dei giornali, una risposta a quell’offerta di rinnovo non è arrivata, probabilmente neppure arriverà mai. Il segnale è ormai chiaro: Dodo sta seriamente pensando di andarsene. Ora, attenzione. Per coloro del partito per cui 'non firma, vuole andare via? Tribuna!', non si può fare. E poi, che senso avrebbe? Per dargli una punizione? In teoria, sì. Ma poi c'è la pratica. Se la Fiorentina non fosse così legata alla politica dello spendere in base ai ricavi, ancora ancora. Ma, ormai è abbastanza evidente, sappiamo bene come ragiona la proprietà viola. Certo, fa un po’ specie pensare che Dodo, l'aizzatore di folle, l'innamorato della Fiorentina e di Firenze voglia andarsene. Ma ormai, dinanzi ad un mondo del calcio in cui un giorno il Presidente parla del suo allenatore come se fosse ‘un figlio’ e il giorno dopo quello stesso dà le dimissioni, non c’è molto di che sorprendersi. E dunque, tornando al tema, sembra ormai solamente da capire quando, come e dove Dodo andrà a giocare l’anno prossimo. Ma soprattutto quanto porterà nelle casse viola. O meglio ancora, con chi sarà sostituito. Sì perché con l’uscita di Kayode sono già entrati 17,5 milioni, e coi soldi del brasiliano ne potrebbero entrare tra i 25 e i 30. E il nome di Calabria scalda come il ritorno di Ikoné. In tutto ciò, ovviamente, c’è anche l’aspetto tecnico: sì, ok, Dodo buon esterno, generoso ma…1 gol da quando è arrivato, qualche assist, ma nulla di trascendentale. Perciò, diciamo che si può trovare qualcuno che faccia il suo lavoro? Sì. E intanto occhio a Fortini, giovane che potrebbe essere una pedina su cui puntare, potendo giocare sia a destra che sinistra, oltre ad un altro s’intende. E se Dodo, dunque, volesse rompere per andarsene, e che vada. Se, invece, dovesse restare…la speranza è che le parti possano ricucire. Altrimenti sarebbe un gran bel problema.

Cataldi ai saluti (salvo ripensamenti)

Il centrocampista verso il non riscatto

Salvo ripensamenti last minute, tutto porta a pensare che Danilo Cataldi sia destinato a far ritorno a Roma, sponda Lazio. Il cartellino del centrocampista classe 1994, dunque, non verrà riscattato dalla Fiorentina nonostante un diritto fissato a 4 milioni di euro. Cifra tutt’altro che proibitiva. Non solo per le doti tecniche e tattiche che di Cataldi non abbiamo certamente scoperto nell’annata passata a Firenze, ma anche per quelle umane che, invece, non erano note ai più. Ma tant’è. Quell’esperienza e leadership che la Fiorentina perderà lasciando andar via l’esperto centrocampista la acquisirà con Pioli. Forse poggio e buca non faranno proprio piano, ma poco ci manca. Anche perché, ad oggi, con la permanenza di De Gea (con rinnovo) e l’innesto di Dzeko, dal punto di vista della saggezza ci siamo. Tra le ragioni di tale decisione ha probabilmente inciso il ripetersi di problemi fisici che ne hanno limitato l’impiego. Su tutti lo stop a Siviglia, dopo giorni in cui già non era al meglio. Facendo il conto della serva, Cataldi ha collezionato 33 presenze totali sulle 49 che avrebbe potuto giocare (era ancora alla Lazio nelle prime due giornate di Serie A e nel playoff di Conference), arrivando a 2049’ totali sui 4620’ che avrebbe potuto giocare. Neanche la metà, dunque, minuto più minuto meno. Considerando poi l’aspetto tattico, se (come ad oggi sembra più probabile) con Pioli la Fiorentina dovesse ripartire dal 3-5-2, la mediana avrebbe bisogno di un regista classico, un play vero, forte, affidabile e continuo. Non Cataldi, più mediano che regista. Comprando un profilo tipo Bennacer, Fagioli tornerebbe al ruolo di mezz’ala, con compiti di costruzione (soprattutto in avanti) e Mandragora potrebbe continuare a fare quello che ha fatto nella seconda parte della scorsa stagione, ovvero inserirsi (proprio da quando Palladino ha virato verso la mediana a tre). Poi ci sono Richardson e Ndour, da valutare, col rientro alla base di Amatucci e Bianco. Tutti profili che Pioli dovrà valutare attentamente. Attenzione: se Cataldi dovesse restare, non ci sarebbe certo di che strapparsi i capelli. Così come se dovesse andar via. Tempo e modo per fare un bel centrocampo ce n’è. Basta avere le idee chiare. E, nel dubbio, rinnovare il contratto a Mandragora potrebbe essere un altro buon punto di ripartenza. Non sarà certo un fenomeno Rolly, ma se accompagnato da buona salute come nella passata stagione e coi compiti giusti, può dire la sua. Magari non per giocare 50 o 60 partite, tutte dal 1’ al 90’, ma con la crescita che ha evidenziato l’anno scorso mai dire mai. Tornando alla premessa, intanto, Cataldi viaggia verso il ritorno a casa. Peccato, visto che a quelle cifre…forse forse, si poteva pure tenerlo qui.

Dzeko/Immobile e altri ‘vecchi’. L’esempio del Toni bis

Caccia a gol di scorta. Sperando resti Kean

Quando la Fiorentina prese Luca Toni sul gong dell’ultimo giorno di mercato, la seconda volta ovviamente,  un po’ tutti ebbero la stessa reazione: Toni? O che gioca ancora?  Domanda lecita trattandosi di un trentacinquenne che, dopo la parentesi alla Roma di rientro dal Bayern, era sparito tra Al Nasr, Juventus e Genoa segnando 8 reti in 3 stagioni tra mille problematiche fisiche. Poi, però, Luca Toni si rimise in gioco, tornò qua, mise dentro 8 reti facendo perdere la scommessa al nostro direttore David Guetta e, beffa ulteriore, a fine stagione venne giudicato ormai finito dalla stessa Fiorentina che lo aveva riportato qua. Gli venne offerto un ruolo in società, lui rifiutò, prese e andò a Verona, dove segnò 20, 22 e 6 reti nelle tre stagioni successive dove vinse pure il titolo di capocannoniere. Sì, ok, tutto ciò a cosa porta direbbe Mario Ciuffi? Bè, il riferimento, ovviamente, va a Edin Dzeko e Ciro Immobile, due che negli ultimi giorni sembrano essere finiti nel mirino della Fiorentina per un ruolo che, ad oggi, sarebbe di vice-Kean in attesa che scada la clausola. Il bosniaco classe 1986, il napoletano classe 1990, rispettivamente 39 e 35 anni, di rientro dalla Turchia, che a differenza di quel Luca Toni di cui parlavamo in precedenza hanno messo a referto nell’ultima stagione 21 reti in 53 gare giocate l’ex Roma e 19 in 41 l’ex Lazio. In Turchia, sì, però. Bè, rispetto a quelli che segnò Cabral in Svizzera prima di arrivare qui…vabè, meglio non ripensarci. Due profili diversi, che ormai conosciamo un po’ tutti visto i 200 e più gol segnati da Immobile in Italia tra Lazio, Torino e Genoa e gli oltre 100 di Dzeko tra Roma e Inter. Uno più prima punta, l’altro più attaccante di profondità, due che ogni volta che vedevano viola spesso facevano male. Vabè, si vedrà. La cronistoria recente racconta di due centravanti che non hanno alcuna intenzione di appendere gli scarpini al chiodo, che non hanno perso il vizio del gol, che magari saranno pure un po’ in là con gli anni, sì, ma val bene ricordare che Beltran e Kouame sono molto più giovani, ma loro col gol ci hanno litigato da ragazzi. E quando non c’è stato Kean, o comunque quando Moise non è stato al top, arrivederci ai sogni di gloria. Perciò, ecco, aspettiamo a dargli di bolliti. Perché, come insegna il Toni bis… 

Con Pioli nuova era, filosofica ed economica

Basta emergenti. Status e ingaggio da top per il tecnico viola

C’è ancora da attendere, ma Stefano Pioli sarà il nuovo allenatore della Fiorentina. I motivi sono ormai noti e sono di natura fiscale. Da inizio luglio, dunque, la società viola inaugurerà una nuova era, filosofica ed economica. Pioli, infatti, tornerà a guidare la Fiorentina con uno status ben differente da quando arrivò la prima volta. Per quanto già all’epoca venisse da esperienze su panchine ‘top’, Inter su tutte, stavolta ci arriverà come l’ultimo ed unico allenatore ad aver portato il Milan a livelli ‘da Milan’, riuscendo a vincere uno Scudetto e arrivando in semifinale di Champions League, cose che non possono vantare i vari Tudor, Chivu, Juric, per fare esempi di tecnici che guideranno delle squadre d’alta classifica nella prossima stagione. La Fiorentina cambia filosofia, dunque, abbandonando la strada del tecnico emergente come fatto con Palladino, con Italiano, col primo Montella, con Mihajlovic, con Paulo Sousa e in parte anche con Gattuso (ovviamente con due proprietà differenti). In panchina, quest’anno, ci sarà un tecnico top, con esperienze importanti e con doti umane importanti. Esperienza, dicevamo, quella che ha acquisito Italiano sbagliando a Firenze, perdendo 3 finali (non certo solamente per colpa sua), riuscendo poi a vincere altrove, che probabilmente è mancata a Palladino per arrivare un gradino più su in classifica e a fare un po’ meglio nelle coppe (con una rosa più forte di quella a disposizione di Italiano), così com’era mancata a Montella nel gestire il triplo fronte con una rosa fortissima (quando perse le semifinali di Coppa Italia ed Europa League) etc etc. C’era, insomma, la necessità di abbandonare l’idea che la Fiorentina potesse continuare ad essere la palestra per l’allenatore emergente di turno che magari qui sbaglia, impara, cresce e poi vince altrove. Su questo aspetto, dunque, la scelta di Pioli è perfetta. Poi c’è l’altra virata, quella economica. Mai nessun tecnico della Fiorentina, infatti, ha guadagnato quanto percepirà Pioli dal club di Commisso. Neanche lontanamente. Che siano 3 milioni di euro netti all’anno o poco meno, non fa grande differenza. Per due anni con opzione o per tre, idem.  Inutile fare raffronti con ere in cui gli stipendi degli allenatori viaggiavano su standard molto più bassi. Ma, se si guarda agli ultimi anni di gestione Commisso/Della Valle, nessun tecnico si è mai neppure avvicinato a queste cifre. Il primo Pioli viola percepiva 1,1 milioni di euro netti di ingaggio. In entrambe le esperienze a Firenze, Montella non ha mai guadagnato più di 1,5 all’anno, cifra simile a quella che prendeva Paulo Sousa. Palladino si era fermato a 1,6 milioni, mentre Vincenzo Italiano era arrivato a 1,7 milioni dopo il rinnovo (con i bonus cifra vicina ai 2). La scelta su Gattuso fu una piccola anomalia, coi 2 milioni circa di ingaggio per un accordo, tuttavia, finito dopo un paio di giorni. Altrove scelte del genere hanno spesso pagato. Conte al Napoli è solamente l’ultimo esempio, anche se in questo caso siamo su un’altra dimensione. Sarri alla Lazio nella prima avventura potrebbe essere più simile al caso di Pioli alla Fiorentina, ma anche Mourinho alla Roma (ha vinto una Conference League e perso una Finale di Europa League l’anno successivo), lo fu Benitez sempre al Napoli. Tecnici già affermati, figure d’esperienza e garanzie messe al centro di un progetto di ripartenza per realtà ambiziose, che con queste scelte forti e onerose hanno poi svoltato. Non sempre, sia chiaro. Ancelotti al Napoli è stato un flop come Garcia, Fonseca al Milan e l’ultimo Allegri della Juventus. Nel dubbio, tra Pioli ed un tecnico con poca esperienza, cent’ori la scelta fatta dalla Fiorentina. Una buona base per ripartire e mantenere lo status di società ambiziosa. Ovviamente, a ciò dovrà far seguito un mercato di ulteriore rafforzamento, perché da solo Pioli non può vincere trofei e/o andare più su di una dimensione da Conference League. Sicuramente può aiutare, ma non basta in sé e per sé.

Esuberi, possibili tesoretti, di nuovo esuberi, punto e daccapo

Ingaggi pesanti di ritorno alla Fiorentina, in cerca di nuova sistemazione

Tra qualche giorno il copione si ripeterà, puntuale, come le migrazioni degli uccelli. Lo stormo di coloro che rientreranno a Firenze dai vari prestiti è già in viaggio verso il Viola Park. Di passaggio, per trascorrerci i mesi estivi, per poi puntualmente ripartire verso altri lidi dopo settimane di rumors di mercato all’insegna del ‘tizio piace al club x, ma il problema è l’ingaggio’. Ogni anno la storia si ripete, tale e quale. Magari, sul gong, qualcuno trova sistemazione, con annesso diritto di riscatto a x milioni, ma poi…figuriamoci se quel club lo riscatta. E così, come ogni estate o inverno, da esubero si passa al possibile tesoretto, che poi diventa nuovamente esubero e via discorrendo. In pratica un oneroso fardello per le casse della Fiorentina. L’esempio di Kokorin è quello che i detrattori di Pradé portano sempre ad esempio, con altri che rischiano di fare lo stesso percorso. Christian Kouame è il capofila. Per lui, dopo il semestre fallimentare ad Empoli, condito da un grave infortunio, le porte del Viola Park si sono già aperte. Resterà? Mah. Qualcuno lo comprerà? Mah. Andrà in prestito? Ci sta. D’altronde la Fiorentina gli aveva rinnovato il contratto fino al 2027 a 1,7 milioni di euro netti a stagione, e figuriamoci chi glieli dà. Poi c’è il buon Riccardo Sottil, altro che a gennaio era approdato al Milan in prestito con diritto di riscatto a 10 milioni. E figuriamoci se sarà riscattato dai rossoneri. Neanche per sbaglio. Tornerà qui, con ingaggio a 1,3 milioni di euro netti fino al 2027. Poi ci sono i vari Barak e Brekalo, due che percepiscono dalla Fiorentina 1,5 milioni di euro netti fino al 2026, che quest’anno erano passati al Kasimpasa in Turchia, con due diritti di riscatto a 6 e 3 milioni di euro. Anche nel loro caso, ‘ma figuriamoci’. Di ritorno anche M’Bala Nzola, un altro che avrebbe potuto portare 10 milioni nel caso in cui il Lens avesse voluto esercitare il diritto di riscatto, ma anche nel suo caso ‘figuriamoci’. Tornerà a Firenze, forte del suo mega ingaggio da 1,5 milioni di euro netti fino al 2027. Alla lista andrebbero aggiunti Sabiri e Infantino, due che la Fiorentina ha pagato in tutto poco più di 6 milioni, che non hanno mai giocato, e che gli ultimi mesi li hanno passati rispettivamente all’Al Faiha e all’Al Ain, con diritto di riscatto per entrambi fissati in 3 e 7 milioni. Ed anche nei loro casi ‘ma figuriamoci’. Sabiri guadagna 900mila euro e il suo contratto scadrà nel 2026, mentre Infantino ne guadagna 350 mila, ed il suo contratto scadrà nel 2028. Poi c’è Christensen, legato alla Fiorentina fino al 2028 a 500 mila euro netti a stagione, che per giocare è dovuto scendere in B alla Salernitana, e quindi Ikoné, che il Como potrebbe riscattare a 8 milioni. Volessimo prendere la calcolatrice, senza tener di conto degli spiccioli che la Fiorentina ha incassato dalle loro partenze onerose tipo il milione preso per Nzola o qualche centinaia di migliaia di euro per gli altri, e quelli risparmiati per gli ingaggi, gli ammortamenti, il decreto crescita che prima c’era, poi no, poi forse lo toglieranno…Vabè, è anche inutile fare i calcoli. Non vogliamo fare i commercialisti, ma semplicemente sottolineare come questa valanga di quattrini sia stata spesa male, anzi malissimo. Magari qualcuno di questi ripartirà in prestito, passando prima dall’etichetta dell’esubero, poi da quella di possibile tesoretto fino al ritorno punto daccapo. Almeno il contratto di qualcuno scadrà tra un anno, non come quello del buon Salifu che, nella gestione precedente, per 10 anni è stato a Firenze senza giocare praticamente mai. E’ già qualcosa.

A.A.A Cercasi allenatore per club con forte ambizione

Casting aperto per il (forse) dopo Palladino

A.A.A Cercasi allenatore professionista per club con forte ambizione. Il mood di queste ore è più o meno questo in casa Fiorentina. Si cerca il dopo Palladino, anche se ancora non c’è stata neppure la comunicazione del fatto che Palladino non sia più l’allenatore viola. Due righe? Che si fa? Vogliamo davvero dare l’idea che si provi a ricucire? Ma dai. Non scherziamo, questa è la Fiorentina signori. E se, dopo le bordate arrivate dal tifo organizzato, appare evidente la necessità di riporre l’ascia di guerra, intraprendendo la via del dialogo, l’unico modo che ha la proprietà, adesso, per calmare le acque è prendere in mano la situazione, annunciare un nuovo allenatore e ripartire. Inutile, signori, che riempiate le città di volantini col faccione di Maurizio Sarri. Non tanto perché Lotito, ormai, è molto avanti nel trovare l’intesa, ma quanto perché qui, un allenatore che ha osato smentire la versione di Commisso e a suo tempo Barone, non ci verrà mai. E non vogliamo riaprire la questione. Sarri non verrà, anche se nelle ultime ore qualcuno ha sperato che si componesse la coppia con Giuntoli, qui, a Firenze. Quello sì che sarebbe stato un bel calmante sul clima di tensione coi tifosi.  Come detto, è casting. Pioli, Farioli, Baroni? Certo, visto il clima che si è creato, Pioli sarebbe forse la scelta migliore, visto come riuscì a gestire le difficoltà della scomparsa di Astori e prima di quel dramma, il rapporto conflittuale tra una parte di tifoseria e l’allora proprietà. Curiosità, all’epoca Pioli dette le dimissioni, come ha fatto Palladino, per divergenze con la dirigenza. Tra l’altro, Pioli, riuscì non si sa come ad andare a rimettere i cocci a posto al Milan, arrivando a vincere lo Scudetto, punto più alto dei rossoneri negli ultimi anni. Quindi è finito all’Al Nassr, dove ha allenato Ronaldo, ma soprattutto ha strappato un accordo triennale per un compenso pari a 12 milioni di euro a stagione, per cui, ad oggi, se venisse a Firenze, rinuncerebbe a 24 milioni di euro dei restanti due anni di contratto che ha. Difficile, dunque, che venga qui a due spiccioli. Ma mai dire mai. In fondo conosce la piazza, a cui è legatissimo, e chissà che la voglia di tornarci non possa fare la differenza. Poi ci sono gli altri, come Daniele De Rossi, che ha fallito alla Spal in B, ha fatto una buona prima parte di semestre alla Roma l’anno scorso, salvo poi cadere sul finale e venire esonerato dopo 1 mese di stagione quest’anno. C’è sempre il problema dell’ingaggio che prendeva, anzi prende, dai giallorossi fino al 2027 di 3 milioni di euro netti all’anno dalla Roma. E comunque, sarebbe una grossa scommessa, un azzardo, tutt’altro rispetto a quello che servirebbe a questa Fiorentina adesso. Farioli? Bah, nome che stuzzica. Ha fatto bene al Nizza, benino all’Ajax dove ha perso lo Scudetto avendo 9 punti di vantaggio a 5 giornate dalla fine, ma almeno lui è già libero, avendo dato le dimissioni dai lancieri. E’ di scuola De Zerbi, di cui ha fatto il vice per vari anni per poi intraprendere l’avventura da allenatore in Turchia, chiudendo quinto al Nizza fino all’ultima esperienza in Olanda. E’ toscano, di Barga, ma forse ancora un po’ acerbo? Poi c’è Baroni, che di esperienza ne ha un po’ di più, ma sempre in realtà da zona salvezza, tranne quest’anno, dove dopo aver fatto un grande inizio di stagione è precipitato nel finale, uscendo dal Bodo/Glimt in Europa League e finendo dietro alla Fiorentina in Serie A, fuori dall’Europa. Lui è fiorentino, per cui saprebbe come ragiona questa piazza, ma resterebbe un nome da 0-0, cioè non quello che servirebbe adesso per riaccendere un po’ di entusiasmo e calmierare l’aria che tira. In tal senso, sarebbero più facili i nomi di Gilardino e Aquilani, con quest’ultimo che pare indirizzato a Bari, in B. Facili, sì. Ma non osiamo immaginare come profili del genere verrebbero presi da chi in questi giorni sta contestando il contestabile. Occhio anche agli outsider: Vieira su tutti, ma anche Igor Tudor, nome che circolava già nei giorni in cui Palladino pareva in bilico, profilo che piaceva molto a Daniele Pradè. Ecco, appunto, tra l’altro: Pradè? Decide lui? Si cambia? Un bel caos, non c’è che dire.   A.A.A, cercasi allenatore. Il casting è aperto. E speriamo che la scelta si riveli azzeccata.

È successo di nuovo. E adesso?

Il clima società-tifosi si fa pesante. E ora?

E’ successo di nuovo. La situazione rischia di aver preso davvero una brutta piega. Non bastavano le dimissioni di Palladino, che già di per sé hanno creato una serie di voci incontrollate e incontrollabili in pieno stile ‘si diceva che avesse segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo’, adesso si è passati ad un livello superiore. In fondo si sarebbe potuto far girare le voci che si vuole, su Palladino diciamo, ma fin dal momento in cui dalla bocca del Presidente sono uscite quelle parole sulle critiche, con annesso messaggio di stizza nei confronti della Curva Fiesole, c’era la sensazione che qualcosa di grosso stesse per accadere. Ed eccoci qua. Il tifo organizzato non si è nascosto, non le ha mandate a dire, anzi, le ha proprio dette. Grosse. Attacchi per tutti, per Pradè, ma anche verso lo stesso Commisso. E la sensazione, o meglio il rischio, è che questo sia solo l’inizio. “Maggioranza e minoranza”, ahi. Quel tasto dolente, quello che ha portato il tifo organizzato ad intraprendere negli anni una battaglia coi Della Valle, quel fuoco che ardeva sotto la cenere, ha fatto divampare un vero e proprio incendio. Ognuno si faccia l’idea che meglio crede nel merito. Se siano davvero i fiorentini brutti, sporchi e cattivi o se, dall’altra parte, non si potesse comunicare (e fare) in maniera differente. Il problema, una volta pensato a quanto sopra, è chiaro: e adesso? Si ricomincerà con la rumba della contestazione aspra alla proprietà come già accaduto in passato? E la proprietà, in caso, come reagirà? E poi, chi verrebbe in questo clima ad allenare? A giocare? Chi resterebbe? Incognite che già si erano create 20 ore fa, quando si è iniziata a diffondere la notizia che Palladino avesse rassegnato le proprie dimissioni, poche ore dopo che Commisso aveva parlato di “rapporto buonissimo con Raffaele, un figlio”, che Pradè aveva difeso ed elogiato il lavoro del tecnico, che si era parlato di incontro con cui si era iniziato a pianificare il futuro di tanti singoli e, dunque, con automatica reazione: “è uno scherzo?!”. No, non lo era. Non lo è. Neanche che si stia per accendere, ahinoi, un nuovo conflitto tra le parti in causa, i tifosi e la proprietà, di nuovo. Sappiamo tutti cosa questo possa provocare, i rischi giganteschi che ne conseguono, come già accaduto pochi anni fa. E’ successo di nuovo, sì. Purtroppo. A prescindere da chi abbia cominciato, da chi abbia ragione o torto. A questa proprietà le critiche non sono mai piaciute. Sono sempre rimaste indigeste. Ma qui, come detto, si torna nel merito della questione, per cui ognuno può farsi l’idea che meglio crede. Un dato è fattuale: e adesso? Come se ne esce? Appunto, è successo di nuovo, sì. E a dirla tutta, era quasi inevitabile.

Kayode, the ending story

Dall’esordio col Genoa alla cessione imminente

Alzi la mano chi, quando venne annunciato il passaggio di Kayode al Brentford, si aspettava che gli inglesi tirassero fuori 17,5 milioni di euro per esercitare il diritto di riscatto. Pareva impossibile, e invece è ciò che accadrà. Il terzino italiano classe 2004, che dopo vari problemi fisici è riuscito a ritagliarsi un importante spazio col club di Premier, è ormai prossimo a lasciare definitivamente la Fiorentina. Tra l’altro, lo farà dopo aver lasciato un ricordo assai sbiadito, visto l’inizio di stagione vissuto con prestazioni bruttissime e tante difficoltà. Lontano quel 19 agosto 2023, quando a Marassi Vincenzo Italiano lo schierò titolare tra lo stupore di tutti. Tifosi e addetti ai lavori. Per quanto avesse vinto un Mondiale Under 19 con l’Italia giusto un mese prima, tra l’altro con gol decisivo, e avesse già fatto intravedere delle qualità in Primavera, nessuno si sarebbe mai potuto immaginare un impatto così…così…eccitante da parte di Kayode. Scatti continui su e giù sulla corsia destra, dribbling, chiusure, velocità, quei falli laterali a gittata monstre e una personalità pazzesca, se si considera che quello era per lui l’esordio tra i professionisti e, tra l’altro, avvenuto in uno stadio che già di per sé è sempre stato complicato e caldo, che quella sera era strapieno per la prima del ritorno in A del Genoa. Wao! Con tanto di inchino da parte di Dodo al momento della sostituzione nel finale. No, non fu un sogno di una notte di mezza estate. Kayode si confermò ad ottimi livelli anche nelle settimane successive, disimpegnandosi bene anche in Conference League, riuscendo a rispondere presente, alla grande, nel momento in cui Dodo si distrusse un ginocchio a Udine. Contratto da pro, scadenza prolungata al 2028, ingaggio da 250 mila euro netti, a ottobre. Fino al primo gol in Serie A, arrivato con la Lazio a fine febbraio 2024. Ovviamente, col rientro del brasiliano, trovò un po’ meno spazio, ma quando fu chiamato in causa già lasciava intravedere delle difficoltà, un calo, che lì per lì apparve fisiologico. Che avesse dei limiti tecnici lo si era intravisto, ma poi, l’estate scorsa, fin dal primo giorno di ritiro sembrava essere il lontano parente del Kayode che si era visto nel suo primo anno di Serie A. Tanto che il ds Daniele Pradè, di lui, disse qualcosa di inaspettato: “Lui neanche lo sa ma di offerte ne ha avute, più di una. Se mi chiedi, personalmente ho anche pensato a cederlo, ma il presidente non l’avrebbe mai fatto e non ho avuto neanche il coraggio di chiederglielo. Lui in più è un ragazzo eccezionale che ha margini importanti e credo non fosse pronto già adesso a un passo così importante. Guardate Iling Junior e Barrenechea, andati in Premier League e poi altrove dopo 40 giorni. Per Kayode c’era anche un top club. E poi in Premier League, per quello che fatturano, sono tutti top…”. Non che le voci non ci fossero, ma dirlo così, pubblicamente. Bah. Nel frattempo Kayode si presentò al Viola Park con un corpo raddoppiato in massa muscolare, meno brillantezza, sprint e velocità, stessi limiti tecnici. E pure tattici. Sì perché con Palladino le richieste erano differenti rispetto a quelle di Italiano. L’ex Monza, infatti, iniziò il ritiro puntando sul 3-4-2-1, con Kayode provato braccetto di destra o esterno a lunga percorrenza.  Ma l’impatto è stato un disastro. Fin dalle prime uscite Kayode è sempre apparso grave difficoltà. Col Puskas sbagliò tutto, regalando un rigore e sbagliando l’uscita palla a terra sul secondo gol degli ungheresi. L’ultima presenza, anche quella non certo impeccabile, fu con l’Udinese, nell’1-2 del Franchi in cui mise a referto 20 palloni persi, un record. Poi la cessione al Brentford, un inizio complicato, un infortunio e poi il finale in crescendo, con le ultime 6 giornate giocate da titolare in Premier. Il resto è storia. Non con quell’epilogo che quella sera d’agosto faceva sperare. Ma tant’è. Almeno entrano diversi quattrini nelle casse della Fiorentina, soldi utili da reinvestire.

Quelli che vincono e fanno la Champions. Anche senza stadio

E la Fiorentina spera di (ri)entrare in Conference League

Altro trofeo in bacheca per Aurelio De Laurentiis. E che trofeo: lo Scudetto. Il secondo in tre anni. Da aggiungere a 3 Coppe Italia e 1 Supercoppa Italiana. L’anno prossimo il Napoli farà la Champions per la nona volta e per la quindicesima volta sarà in Europa (almeno League), non Conference. Se un bello ‘e sti caz--’ viene spontaneo, basta ripensare al punto di ripartenza dei campani dopo il fallimento, avvenuta un anno dopo quello della Florentia Viola, per notare come in vent’anni il mondo del calcio si sia ribaltato. Le ‘strisciate’, le potenti del nord, adesso, non sono le uniche a vincere. Il conteggio dei trofei che allora parlava in favore della Fiorentina, adesso è impietosamente a favore del Napoli. Non vorremmo rosicare, figuriamoci. Il problema, semmai, sta nel capire perché loro abbiano svoltato, mentre qui si sia ancora a sperare di andare almeno in Conference League. Eppure anche il Napoli non ha lo stadio di proprietà, si allena a Castelvolturno che rispetto al Viola Park non vale una cicca. E allora come fanno a chiudere i bilanci in attivo? Come hanno fatto ad aumentare vertiginosamente i ricavi? Negli anni anche l’Atalanta ha messo la freccia nei confronti della Fiorentina. Lì, adesso, hanno lo stadio di proprietà, ed hanno investito tanto su Zingonia. Ma, guarda caso, è con l’ingresso ripetuto in Europa League e Champions League che hanno svoltato. Il Bologna? Pareva un exploit quello fatto l’anno scorso con la qualificazione in Champions, mentre quest’anno ha alzato al cielo la Coppa Italia. E rifaranno l’Europa League. Già la Lazio di Lotito, che comunque in questi anni ha vinto  tre Coppe Italia e tre Supercoppe italiane, e si è qualificato 4 volte per la Champions e 12 volte in Europa League. E qui? I ricavi non aumentano, maledetto stadio di proprietà! E vabbè. Gli altri hanno svoltato, la Fiorentina no. Da anni è lì, settima se va bene, quest’anno sesta se la Lazio perdesse in casa col Lecce. A quel punto di nuovo in Conference League. Evvai! Poi, però, bisognerebbe chiedersi perché altrove vincano, inizino percorsi virtuosi, aumentino i ricavi e ambiscano, sì, sul serio. Non come qui, dove si fa solamente a parole.

Chi va, chi resta e chi torna. Ultimo tango a Udine

Per la Fiorentina domenica sarà l’ultima della stagione

Non è detta ancora l’ultima parola. Chissà. La Fiorentina ha ancora una piccolissima percentuale di entrare nella prossima Conference League. Per farlo dovrà vincere a Udine e sperare che la Lazio perda in casa col Lecce. Salentini che, al pari di Empoli e Venezia, ma anche Parma e Verona, affideranno agli ultimi 90’ di campionato la permanenza in Serie A. Difficile, sì, ma non impossibile. Come detto, chissà. Dall’esito dell’atto finale di questo campionato potrebbe dipendere tutto o niente. Col tonfo di Venezia, infatti, la Fiorentina si è preclusa la possibilità di provare ad entrare in Europa League o anche Champions, perciò non dovrebbe spostare granché un eventuale ingresso o meno nella prossima Conference per decidere se e chi confermare e se e chi lasciar andar via. Così come su chi tornerà la Fiorentina potrà far poco, dipenderà da decisioni degli altri. CHI VA E CHI NO. Chi sicuramente lascerà Firenze è Edoardo Bove. La sua avventura alla Fiorentina è terminata. Tornerà a Roma, intanto, poi si vedrà dove e se tornerà a giocare. Dovrebbe andar via anche Andrea Colpani, così come Nicolò Zaniolo. Spendere ad oggi i 12 milioni che servirebbero per l’ex Monza sembra follia, così come i 17 che servono per prelevare Zaniolo dal Galatasaray. Verso l’addio anche Yacine Adli, che ha pagato una seconda parte di stagione assai deludente dopo aver fatto una gran bella prima parte. Con grandissime probabilità lascerà Firenze anche Lucas Beltran, ormai prossimo a far ritorno in patria. Chi sarà ancora a Firenze è Robin Gosens, così come Pablo Marì, Mandragora, Ranieri, Parisi, Pongracic e con altissime probabilità pure Cataldi.   CHI E’ IN BILICO. La lista di coloro che potrebbero essere all’ultima presenza in maglia viola è lunghissima. I rumors su Comuzzo non si placano, così come su Dodo. Poi c’è da sciogliere il nodo De Gea, da aspettare e sperare che nessuno paghi la clausola di Kean (sempre che lui dica sì all’eventuale acquirente), mentre su altri sarà tempo di decisioni e riflessioni: da Fagioli a Gudmundsson, passando per Folorunsho, i dubbi sono tanti. L’ex Juve ha iniziato benissimo ma poi ha sbagliato quasi tutte le ultime partite, per l’islandese servono 18 milioni ma ne sono già stati spesi 8, per l’ex Napoli servirebbero 8 milioni. Poi ci sono quegli acquisti che non hanno funzionato granché, su cui ci sarà da valutare: Richardson, Ndour, Moreno CHI TORNA. Torneranno sicuramente Valentini, Amatucci, Bianco, Fortini, Favasuli, Kouame, Sottil, Brekalo, Sabiri, Christensen, Barak, Nzola e Infantino. Di rientro, probabilmente anche Ikoné e Kayode. No Biraghi. Insomma, l’estate che sta per cominciare sarà piena di lavoro per la dirigenza viola. Sia che domenica arrivi l’Europa che no. Sempre che rimanga l’allenatore, o il ds. Non si sa mai, anche in questo caso…chissà…

Come i gamberi, davanti e dietro: 21 volte ‘bucati’ su 26 gare

I numeri della crisi della Fiorentina di Raffaele Palladino

Quanto sarebbe potuta durare? La domanda se la sono fatta in tanti nel periodo delle 8 vittorie consecutive, fatte di partite bruttine, senza grandi sussulti davanti, con Kean o Gudmundsson che al primo tiro spesso facevano gol, con qualche miracolo qua e là di De Gea e con diversi 1-0 all’insegna della compattezza. Poi, dal problema di Bove in poi, molto è cambiato. Non tutto, perché il gioco della squadra di Palladino è sempre stato ben poco convincente. Ma finché arrivavano i risultati…poco male. Poi sono venuti meno anche quelli, e la crescita che ci si aspettava da parte del gioco e del tecnico non è mai arrivata. Tanto che, contro le grandi sono continuati ad arrivare vittorie e prestazioni, mentre con le piccole sono continuati ad arrivare tonfi e difficoltà. Ma se questo sarà, o meglio dovrebbe essere, motivo di analisi per dirigenza, società e proprietà, sia sul valore di alcuni singoli che del lavoro dell’allenatore, un altro dato balza all’occhio: considerando le gare di Serie A del girone di ritorno, la Fiorentina è riuscita non subire gol solamente in 4 gare su 18. Nel girone d’andata erano state ben 8 su 19. L’andazzo non è andato meglio se si considerano tutte le partite giocate dalla squadra di Palladino nel 2025, a cui dunque vanno aggiunte le sfide col Napoli di inizio gennaio e quella con l’Inter del Franchi, finita 3-0 per i viola, con annesse 6 sfide dirette di Conference League con 3 avversari che hanno sempre segnato. Dal modesto Celje passando per il Panathinaikos fino al Betis, con anche Monza, Venezia, Verona etc etc, delle 26 partite che la Fiorentina ha disputato De Gea e Terracciano hanno preso almeno 1 gol 21 volte. Un trend opposto rispetto a quello che i viola erano riusciti a mantenere nella prima parte di stagione, per quanto fossero arrivati gol al passivo dal Puskas due volte, dall’Apoel, dal Pafos ed altri avversari di basso valore. Ma, almeno in quei casi, giocava la Fiorentina B, mentre quella che giocava in A riusciva a portare a casa l’1-0 e via. Il ‘paradosso’ del girone di ritorno, semmai, sta nel fatto che 3 di quelle 5 partite in cui la Fiorentina ha messo a referto il ‘clean sheet’ sono state con Juventus, Atalanta, Inter. Tra l’altro, tra bianconeri, nerazzurri e bergamaschi, De Gea non ha quasi dovuto fare interventi, con una fase difensiva  collettiva perfetta.  Non sarà tutta qui la motivazione del progressivo indietreggiamento in classifica dei viola, ma sicuramente anche questo ha contribuito. Nonostante Palladino abbia cambiato moduli, interpreti e assetti, partendo con una mediana inizialmente troppo scoperta, poi infoltita, con una difesa a 4, poi corretta e schierata a 3 e togliendo dalle rotazioni Terracciano (dopo il flop in Grecia) per far giocare solamente De Gea. Gioco e schemi offensivi hanno continuato a latitare, così come è venuta meno anche la compattezza in fase difensiva che aveva contraddistinto la prima parte di campionato. E questi sono i risultati.

Conference, ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Alla Fiorentina serve un miracolo per tornare in Europa

La Fiorentina batte il Bologna e si tiene aperta un barlume di speranza di poter tornare in Europa anche l’anno prossimo. Servirà un miracolo all’ultima giornata, cioè che la Lazio perda in casa col Lecce e che, a prescindere, i viola vincano a Udine. Il successo coi rossoblu è arrivato alla solita maniera per la squadra di Palladino, fischiato e contestato da buona parte del Franchi (assieme al ds Pradé e in parte anche alla proprietà), cioè giocando malissimo. Poco male, diranno i risultatisti. In fondo contano i punti, non come si raggiungono. Il problema, però, è la prospettiva. Con questo tecnico è così da inizio stagione. Anche quando sono arrivate le 8 vittorie consecutive, molto del merito andava dato alla compattezza difensiva, a De Gea, Kean e, più in generale, ai lampi dei singoli. Perciò, ripartire di nuovo da Palladino, sembra ai più un grosso azzardo. O meglio, un tappo alle ‘forti ambizioni’ sbandierate dalla dirigenza e dalla proprietà da inizio anno. Tra le ambizioni tendiamo a pensare che non ci fosse il ritrovarsi a 90’ dal termine della stagione ad avere una flebile speranza di ri-entrare in Conference League per il quarto anno di fila. A tratti qualcuno ha parlato di obiettivo Champions, poi corretto in entrare in Europa League. Dopo il tracollo di inizio 2025 le strade rimaste erano due: vincere la Conference o farlo via Serie A. Ma prima il tonfo col Betis e poi il disastroso ko col Venezia hanno spazzato via ogni speranza. Basterebbe aggiungere quei punti lasciati al Penzo per trovare una classifica totalmente differente. Se poi si volessero aggiungere i 6 punti, o almeno i 4 che andavano fatti col Monza… ‘se e ma, il patrimonio dei bischeri’ cit. Il problema è che questo non è avvenuto. Che adesso, a 90’ dal termine di questa stagione c’è solo da sperare che si possano riaprire le porte dell’ultima competizione Uefa, perché anche a questo giro in Champions ed Europa League ci andranno le solite, non la Fiorentina. E tra quelle ‘solite’, ormai c’è sempre anche l’Atalanta, da due anni anche il Bologna, che nel dubbio ha pure vinto una Coppa Italia, mentre il Napoli è ad un passo da vincere un altro Scudetto. Quelli che sembravano exploit, si stanno rivelando conferme. Come che la Fiorentina sia da settimo posto, se va bene, quindi una squadra da Conference, (ancora tu? Ma non dovevamo vederci più? ). Forse, di nuovo, a questo punto speriamo.

Palladino, Pradè, la rosa, la proprietà. Chi ha sbagliato?

Chi poteva fare di più e meglio? Forse tutti?

Se questa rosa è la più forte dell’era Commisso e rischia (eufemismo) di restare fuori dall’Europa un motivo ci deve pur essere. Premessa: non è una caccia al colpevole, semmai la ricerca di dove e come migliorare. Sempre che ci siano stati degli errori. O meglio, che ci sia la percezione di averne commessi. Forse è stata sopravvalutata la rosa a disposizione del tecnico? Forse è stato sbagliato l’allenatore? Delle due l’una. Perché se davvero c’è la convinzione che questa Fiorentina sia la più forte dell’era Commisso, di questi risultati (da unire a prestazioni, qualità di gioco e una crescita mai avvenuta, anzi) non si può essere né contenti né soddisfatti. Di conseguenza: non avrebbe senso continuare con Palladino. Se, invece, si considera meritevole di rinnovo il lavoro del tecnico, com’è stato fatto dalla proprietà prima del doppio ko con Betis e Venezia, allora vuol dire che più di questo Palladino non potesse fare (forse qualcosa sì, ma non ha fallito del tutto) e che magari alcune scelte di mercato non siano state all’altezza. Quindi, andrebbe rivalutato in negativo il lavoro della squadra mercato. Poi, certo, ci sono i giocatori. Molti hanno steccato. E probabilmente se ne andranno. Ma si torna al concetto di partenza: chi li ha voluti? chi li ha presi? chi ha pagato oltre 20 milioni di prestiti onerosi per giocatori come Zaniolo, Fagioli, Colpani, Gudmundsson, Adli e via discorrendo? Sono state scelte e valutazioni sbagliate? Il tecnico ha tirato fuori dalla rosa il meglio? Chi ha pensato che potesse non essere un problema non avere un vice-Kean o un vice-Dodo? E di quesiti, senza risposta, ce ne sarebbero molti altri. Al solito saranno i fatti a dirne di più. Se resteranno sia Pradè che Palladino vorrà dire che, agli occhi della proprietà, nessuno ha colpe eclatanti. Se, invece, ne dovesse restare uno solo, il quadro cambierebbe. Il domani sarà influenzato dall’oggi e dalla valutazione sullo ieri. Sempre che ci sia la percezione che anche quest’annata, iniziata coi proclami delle ‘forti ambizioni’, si stia chiudendo all’insegna della mediocrità. Sì, tale è.

Forse per l'Europa non basterà, ma ora fuori la dignità

La Fiorentina ritrova Italiano e deve batterlo per forza

Resta solo una flebile speranza legata ad incroci vari, complicati e cervellotici alla Fiorentina per tornare in Europa. Il ko contro il Venezia ha steso i rimanenti sogni di gloria di una squadra che, nel giro di 5 giorni, ha buttato la propria stagione. Tra il Betis e lunedì è cambiato anche l’umore della piazza. Se con gli spagnoli, infatti, il pubblico gigliato aveva comunque applaudito i suoi calciatori riconoscendogli l’impegno per averci provato, a Venezia sono arrivati i primi fischi e l’invito a tirare fuori gli attributi. Perché una partita la si può anche perdere, un obiettivo si può pure fallire, ma così no. E ora ecco la sfida contro Italiano, proprio lui, che dopo le 3 finali perse a Firenze si è tolto lo sfizio di vincere la Coppa Italia col Bologna, che domenica potrebbe ammazzare sportivamente ed emotivamente chi nel giro di pochi giorni si è già visto crollare il mondo addosso. C’è da vincere a tutti i costi per Palladino, non per essere osannato, non per chissà quali obiettivi, perché ormai la corsa all’Europa sembra compromessa, ma almeno per la dignità. Perché salutarsi con un’altra prova orribile come quella di Venezia non è concesso, anzi non è ammesso. Non perché di fronte ci sia Italiano, ma soprattutto perché qui siamo a Firenze, questa è la Fiorentina. Forza e coraggio, ma anche con la consapevolezza che non si può svaccare e calpestare la passione di un popolo che non è Monza e non è il Cosmos. Sì, perché vale per tutti. A buon intenditor poche parole.

E domani? Ritorni (sgraditi), dubbi sui riscatti e paura degli addii

Scenari tutti in divenire per la Fiorentina. Rischio rivoluzione

‘Chi vuol essere lieto sia, del doman non v'è certezza’ cit. Già oggi, rispetto all’undici che scese in campo un anno fa ad Atene in Finale di Conference, i sopravvissuti si contano sulle dita di una mano. E a settembre il rischio è che lo scenario possa ripetersi. Del doman non v’è certezza, appunto. Molto sarebbe potuto dipendere dallo ieri, da intendersi come il raggiungimento della Finale di Conference League e/o dal riuscire nella non certo titanica impresa di fare punti a Venezia. Ma nel giro di 5 giorni il mondo Fiorentina è imploso su se stesso, col rischio di non fare neppure una coppa europea nella prossima stagione. L’oggi, insomma, è legato ad una percentuale misera di speranze che possa aprire le porte di una ormai assai improbabile qualificazione in Europa, coi viola che devono fare 6 punti e pregare perché si avverino una serie di incroci altrove cervellotici. L’Europa che conta, come l’ha definita il ds viola Pradè, è ormai andata. E il rischio è di non entrare neanche in quella che non conta, con conseguente programmazione da rivedere al ribasso. La non qualificazione per le coppe potrebbe provocare il classico ridimensionamento, oppure un rilancio. Ma questo non è scontato. Se ormai la situazione di alcuni singoli è abbastanza tracciata, da Adli a Zaniolo passando per Colpani e Folorunsho, tutti verso il non riscatto, ci sono poi i vari Cataldi, Gudmundsson e Fagioli su cui andranno prese delle decisioni. Vanno ricordate anche le cifre degli accordi. Per il centrocampista ex Lazio ci vorrebbero 4 milioni di euro, per l’islandese 17 (oltre agli 8 già pagati per il prestito oneroso) e per l’ex Juve 13,5 milioni per il riscatto + 2,5 milioni di bonus. Nei casi sopracitati, invece, sarebbero da sborsare 10,5 milioni per Adli, 12 per Colpani, 8 per Folorunsho e 15,5 milioni di euro per Zaniolo. Di questi val bene anche ricordare i costi dei prestiti onerosi: 8 già sborsati per Gudmundsson, 4 per Colpani, 1 per Folorunsho, 2,5 per Fagioli, 3,2 per il prestito di Zaniolo, 2 per Adli, 1 per Cataldi, 750 mila euro per Gosens e 1,5 per Bove.  Facendo due rapidi calcoli, 24 milioni di euro solamente di prestiti onerosi, per una lista di calciatori di cui soltanto Gosens è certo di restare. Gli altri…quasi tutti no, tranne che Cataldi e Gud. Non che i 10 milioni di euro per l’acquisto definitivo di Richardson si siano rivelati un grande investimento, così come i 5 per Moreno, ma almeno da questi calciatori la Fiorentina potrà monetizzare nel caso in cui decidesse di rivenderli. Idem per Ndour, pagato 5 milioni, che in caso vedrebbe il 50% sulla rivendita finire al Psg. Insomma, una valanga di quattrini che di per sé vuol dire tutto e niente, viste le cessioni effettuate e i soldi che entreranno da precedenti operazioni. C’è, però, un altro problema che si riproporrà a giugno: il ritorno di quello stuolo di giocatori mandati altrove. Sottil, Kayode, Kouame, Christensen, Ikoné potrebbero portare da soli 10,5 dall’esterno d’attacco al Milan, 17,5 milioni dall’esterno difensivo dal Brentford, 8 dal francese dal Como. Di questi quasi nessuno intravede il riscatto, forse solamente Ikoné. Biraghi porterà 1 milione con il riscatto del Torino, mentre Nzola tornerà bello bello qui a fine stagione, visto che al Lens è pure finito fuori rosa per intemperanze. Poi ci sono Barak, col piffero che il Kasimpasa tirerà fuori 6 milioni e dulcis in fundo Brekalo, Sabiri e Infantino. L’ex Samp porterebbe 3 milioni se l’Ajman Club decidesse di riscattarlo, mentre il croato è anche lui al Kasimpasa, che dovrebbe spendere 3 milioni per prelevarlo dai viola. Ah, così, per dire, i turchi sono decimi in classifica, perciò che tirino fuori 9 milioni per i due viola appare veramente un’eresia. Insomma, ci vorrebbe un altro Viola Park per metterci anche quelli che torneranno, oltre ai tanti giovani in prestito qua e là. Detto tutto ciò c’è anche una discreta paura che qualcuno dei big voglia prendere e andarsene altrove: Kean, Dodo e De Gea su tutti. E qui torniamo alla premessa: del doman non v’è certezza. Aver buttato via l’Europa così, in 5 giorni, non aiuterà. Il rischio rivoluzione c’è. E non promette nulla di buono, a meno che non si decida di mantenere questa ossatura e rilanciare con investimenti sostanziosi da parte di Commisso. Il tutto, ovviamente, dovendo fare i conti con un crollo dei ricavi senza Europa. Tornando alla premessa, ‘chi vuol essere lieto sia’.

Per sperare in qualcosa di più

Col Betis in ballo l’oggi e il domani per la Fiorentina

C’è ancora qualcosa in cui sperare. A 20 giorni dal termine della stagione, la Fiorentina di Palladino può scrivere uno dei capitoli più belli della recente storia del club viola. Dove per recente si intende un quarto di secolo come astinenza da trofei, ma anche il quasi decennio di mancanza almeno dall’Europa League, mentre la possibilità di ritornare a distanza di 15 anni in Champions sembra ormai definitivamente sfumata. Tutto, qualcosa o niente. In caso di eliminazione o non vittoria della Conference League, infatti, la Fiorentina rischierebbe di restare fuori da ogni competizione europea per la prossima stagione, come non le accade da tre anni a questa parte, ma anche di dover sperare di rifare un’altra volta la Conference la prossima stagione, visti gli incastri che si stanno creando in Serie A (il sesto posto, ad oggi, darebbe il pass per quella competizione). A quel punto servirebbe il quinto posto, che però dista 4 lunghezze da recuperare nelle ultime 3 giornate a due tra Roma, Lazio e Juve (il Bologna non lo consideriamo perché coi rossoblu la Fiorentina deve solamente vincere, altrimenti ogni conteggio sarebbe vano e superfluo). In palio giovedì c’è la speranza di ottenere qualcosa per l’oggi, ma anche di progredire in ottica domani. Alzare al cielo la Conference League non sarebbe ‘soltanto’ una rivincita dopo le due finali consecutive perse e interrompere un digiuno storico (periodo più lungo senza trofei per la Fiorentina), ma anche di accedere all’Europa League. In sostanza: fare uno step, crescere. Perché se è vero che per i viola c’è la possibilità di ri-fare una finale europea (per il terzo anno consecutivo), è altrettanto vero che si tratta sempre della stessa competizione, che è l’ultima di quelle Uefa. In pratica la Fiorentina è sempre lì, da tre anni, anzi quattro: una squadra da Conference. E mai come in questa stagione l’etichetta sembra stare stretta a questa rosa. Sia per come si era messa la stagione dopo le otto vittorie di fila del girone d’andata, sia per i valori assoluti che Palladino ha a disposizione: portiere forse più forte della Serie A, o comunque nella top 3 e centravanti vice capocannoniere del campionato su tutti. C’è voglia di crescere. La prospettiva, in caso di uscita col Betis, sarebbe devastante. Già lunedì sera a Venezia, infatti, le porte dell’Europa League via campionato potrebbero chiudersi. A quel punto lo spettro del niente sarebbe concretissimo. Poi, certo, in Finale ci sarebbe comunque un ostacolo che sulla carta sembra insormontabile. Ma lo si è visto con l’Inter, mai dire mai, neanche quando subisci 6 gol dal Barcellona, sei sotto al 92’, con gli avversari che sbagliano occasioni su occasioni e sei inferiore. Battere il Chelsea sarebbe molto (moltissimo) difficile. Ma oltre alle incognite che propone una gara secca, ci sarebbe soprattutto il prolungamento della speranza di un futuro migliore, non del solito (in caso di accesso in Conference via Serie A) o di un passo indietro (nel caso in cui la Fiorentina restasse fuori da tutto).

Testa di Zaniolo buona per portare cappello. E piedi pure

Altra giornata negativa per l’attaccante all’Olimpico

‘Tua testa buona solo per portare cappello’. Così Vujadin Boskov si riferì ad un giornalista in conferenza stampa. Poi, il detto, è stato riadattato in ‘testa di giocatore buona solo per portare cappello’. Nel caso di Nicolò Zaniolo, purtroppo, siamo più o meno  lì. E non ce ne voglia il calciatore viola, ma quella di ieri all’Olimpico, tra errori su errori tecnici, tra cui un liscio da pochi metri sotto porta, sbracciate e battibecchi con Mancini e col rosso rimediato a gara terminata per proteste col direttore di gara, sa tanto di ultima occasione. Persa, ovviamente, purtroppo. Non ci siamo. La scommessa fatta dalla Fiorentina su di lui non sta pagando, dove il tempo verbale è volutamente non al passato visto che, giovedì o in una eventuale finale di Conference League, potrebbe comunque ancora cambiare il senso del suo semestre a Firenze. Poi, il futuro, sarà quasi sicuramente altrove. Anche se dovesse fare il gol decisivo col Betis, o col Chelsea, al netto del referto del giudice sportivo che lo terrà fuori dalle prossime sfide in Serie A dei viola, quello che Zaniolo è riuscito a dare alla causa della Fiorentina è stato fin qui un grosso niente. Se l’alibi del fuori ruolo, quando Palladino lo aveva schierato da prima punta, poteva anche reggere, dopo cinque mesi in cui indossa la maglia gigliata cosa possa dare Zaniolo lo si è più o meno intuito. Le gambe e il motore non sembrano essere quelli di qualche anno fa, la testa, da intendersi come carattere, invece, sì. Non per caso Gasperini, uno che ha pochissimo di simpatico, gli ha rifilato bordate su bordate. Pian piano stiamo capendo perché. Ed anche ieri, con quel rosso a gara finita, Zaniolo ha confermato di essere assolutamente inaffidabile. Dispiace, ma è così. A prescindere da cosa farà (se lo farà) negli scampoli di stagione in cui, teoricamente, potrebbe ancora mettere la propria firma decisiva in due-tre partite che potrebbero cambiare la storia del club viola ed anche la sua, chissà. Intanto, ad oggi, il detto di Boskov continua a calzare a pennello per un ragazzo che ‘testa buona solo per portare cappello’, e piedi pure.

Un azzardo che non ha granché pagato

Ora per i viola è all-in su giovedì col Betis

La premessa è che, comunque, la Fiorentina avrebbe meritato molto di più, che forse forse anche il pareggio le sarebbe andato stretto, che giovedì c’è il Betis in una gara vitale e che….’lo saprà lui cosa fare’. Come spesso suol dire qualcuno quando qualcun altro osa criticare prima. Perché, sai ci sta che troppe critiche…come se nello spogliatoio si ascoltasse il pregara di Radio Bruno e se ne possa essere condizionati. Vabè. In fin dei conti, dicevamo, la Fiorentina ha pure fatto una signora partita all’Olimpico. Certo, se Kean non si fosse divorato almeno un paio di occasioni da gol clamorose, cosa a cui non ci aveva mai abituato in questa stagione, se l’arbitro avesse fischiato la fine del primo tempo senza far battere quel corner alla Roma, o sulla respinta della difesa viola, se questo, quello e quell’altro…Ma, anche qui come si suol dire, chi vince festeggia e chi perde spiega. Tant’è. In fin dei conti Richardson qualcosa ha fatto, anche se nulla di trascendentale, Parisi non ha neanche sfigurato, a destra, anzi, mentre Zaniolo ha sbagliato lo sbagliabile e Ndour non si è praticamente mai visto. Ecco, quello che resta è un risultato che vede la Fiorentina uscire sconfitta dall’Olimpico, con una sorta di all-in da fare sul match di giovedì contro il Betis. Con gli spagnoli tornerà Folorunsho, risparmiato a Roma, tornerà Dodo, forse, giocheranno dal 1’ Gudmundsson risparmiato all’Olimpico, tornerà Ranieri che ieri era squalificato e poi, si spera in condizioni sufficienti, Fagioli e Adli al posto di un Cataldi quasi sicuramente out. L’azzardo di Roma non ha pagato granché in termini di risultato, con la classifica che adesso piange per la Fiorentina che rischia di vedere il treno per l’Europa via Serie A andarsene del tutto, visto che quinto e sesto posto adesso sono a 4 lunghezze con 3 giornate ancora da giocare. E, val bene ricordarlo, il sesto posto potrebbe dare l’accesso alla sola Conference League, ancora…L’azzardo non ha pagato, dicevamo, più per il risultato che per altro. Aver rischiato ieri, così, impone alla Fiorentina e a Palladino di stendere il Betis giovedì, sperando poi nell’impresa contro un Chelsea che, nel dubbio, ieri ha battuto il Liverpool campione d’Inghilterra. Insomma, sì, giovedì conta da 1 a 10 11, ma il rischio è che quella di ieri contasse allo stesso modo, e che quelle scelte fatte dal 1’ all’Olimpico rischino di presentare un conto salato.

Caccia all’impresa. Contro un Ranieri che non perde da 18 gare

Ai viola serve vincere all’Olimpico

Non ci è riuscito Simone Inzaghi, né Baroni, né Vincenzo Italiano, né Igor Tudor…La lista dei tecnici che dal 22 dicembre 2024 hanno provato, invano, a battere Claudio Ranieri in Serie A è lunga. E’ dalla giornata numero 17, infatti, che il tecnico della Roma non perde una partita in campionato, arrivando a 18 risultati utili consecutivi in una stagione in cui, per l’ennesima volta, sta facendo qualcosa di miracoloso. Non sarà come quello che fece al Leicester, ma dopo aver salvato una Sampdoria che già all’epoca navigava in cattive acque, dopo aver preso un Cagliari nei bassifondi della B, portandolo prima in Serie A e poi salvandolo, Don Claudio sta facendo anche quest’anno un’impresa. La speranza, ovviamente, è che la sua rincorsa che dura ininterrotta ormai da 5 mesi e mezzo possa arrestarsi, tra 24 ore, quando all’Olimpico arriverà la Fiorentina di Raffaele Palladino. Quello stesso tecnico che nel girone d’andata propiziò l’esonero di Ivan Juric con un 5-1 da sballo, in un periodo in cui la Fiorentina tutta era da sballo, tanto che quella manita arrivò dopo la sestina rifilata al Lecce, con nel mezzo il poker di San Gallo, il tutto in una settimana. Allora, era fine ottobre, Ranieri faceva il ‘pensionato’, tenendo fede al suo addio al calcio dato dopo aver mantenuto la categoria coi sardi. Poi, come noto, arrivò la chiamata della Roma, e da lì è riuscito a recuperare 12 punti alla Fiorentina prima, portandosi poi a +1, per un totale di +14 sotto la sua gestione rispetto a quanto fatto nello stesso lasso di tempo dai viola. E soprattutto, lo ha fatto in maniera continuativa, non perdendo per praticamente un girone, dove il praticamente sta nella gara numero 19 che sarebbe quella di domani nel caso in cui non dovesse perdere neppure con la Fiorentina. Cosa che chi ha il viola nel cuore, ovviamente, spera non accada. La classifica è ancora corta, stretta. Il paradiso è a 3 lunghezze per la Fiorentina. Col rischio di finire all’inferno se chiudesse dove si trova oggi. Riassumendo, c’è da vincere domani. La Fiorentina ha il dovere di provarci, domani come giovedì col Betis. Una cosa per volta: intanto c’è da sfatare il tabù Ranieri, provando a stendere chi viene da 18 partite in cui non c’è mai riuscito nessuno. E prima o poi…

Salvate il soldato Comuzzo

Errore anche col Betis, cerca il riscatto con la Roma

Ci sono momenti in cui sbagliare non è concesso. Per chi scende in campo con la maglia della Fiorentina, questo è uno di quelli. In ballo c’è il presente e il futuro della squadra viola, che col Betis si gioca l’accesso alla finale di Conference League e domani con la Roma sarà chiamata a tenersi aperte le porte dell’Europa via Serie A. Ecco perché l’errore su Bakambu di Comuzzo di giovedì, deve essere prontamente riscattato dal Soldato, che per sua fortuna già domani, all’Olimpico, avrà subito l’immediata occasione di buttarsi alle spalle quanto accaduto a Siviglia e rimettersi a fare quello che meglio sa fare: il marcatore. Domani, se non altro, potrà contare sulla presenza al suo fianco di Pablo Marì. Sarà l’ex Monza a guidare la retroguardia di Palladino, ancora improntata sulla linea a tre, con Ranieri out per squalifica. E giovedì prossimo, ancora col Betis, Comuzzo sarà ancora lì, in campo dal 1’, vista l’indisponibilità in Europa di Pablo Marì poiché non in lista. 180’ minuti in cui il classe 2005 gigliato dovrà distinguersi in positivo, come negli ultimi mesi difficilmente gli sta riuscendo. O fa partite normali, o fa errori. Non buche clamorose, ma comunque sbagli a cui non aveva abituato nello scintillante inizio di stagione. Ecco, l’esigenza per lui e per la Fiorentina è di ritrovare quella versione di Comuzzo, quella che aveva conquistato la titolarità indiscussa della difesa viola scalzando il senatore Quarta, mettendosi alle spalle Pongracic e stregando Luciano Spalletti, che gli ha fatto saltare l’Under 21 chiamandolo direttamente in Nazionale A, finendo per essere cercato con forza dal Napoli a gennaio, quel Napoli che è capolista e in corsa per lo Scudetto, dove non è approdato perché Commisso voleva 40, e De Laurentiis arrivava a 5+25. E se già tra dicembre e gennaio Comuzzo aveva palesato alcune difficoltà, da lì in avanti è finito costantemente in panchina col cambio modulo. C’è poco da fare, nella difesa a tre Comuzzo fa fatica. Soprattutto quando deve fare il Pablo Marì della situazione, ovvero quello che dei tre deve guidare la difesa e fare il perno centrale. Meglio, invece, quando è entrato per fare il centrodestra con Marì al suo fianco o quando veniva schierato da terzino destro nel vecchio modulo. Ma tant’è. Quello è il passato, l’altro ieri. Lo ieri è l’errore di Siviglia, l’oggi è la necessità di rifarsi subito a Roma e il domani è l’esigenza di confermarsi in positivo anche giovedì prossimo. Salvate il soldato Comuzzo, che in parte ha anche il compito di doversi salvare un po’ da solo.

Never give up. La Fiorentina è ancora viva

Tutto è ancora possibile per questa Viola

Anche in Spagna nella bolgia del Villamarin, come in Ungheria contro gli sconosciuti del Puskas Akademy o in Grecia nella tana del Panathinaikos, ci sono stati momenti in cui la Fiorentina è stata sull’orlo del precipizio, sul baratro, in balia degli avversari, rischiando di vedere la morte sportiva in faccia. Ma nonostante ciò, grazie alla grande capacità di reagire che questo gruppo ha evidenziato più e più volte, la squadra di Palladino è ancora viva, vivissima, con la possibilità di raggiungere ancora i propri obiettivi. In Conference League, come in Serie A. Certo il Betis non è il Celje, così come non è il Lask, il Tns, il Basilea, il Panathinaikos o il Lech Poznan, giusto per fare degli esempi. Lo si è visto quando il pallone transitava dai piedi di Isco, Antony, Lo Celso e Bakambu. Ma a Siviglia, in uno stadio che spingeva e faceva tremare, Palladino non ha potuto contare su Dodo e sul miglior Kean, a differenza di quanto si spera possa fare giovedì prossimo. Che i biancoverdi di Pellegrini abbiano grandi valori tecnici e qualitativi è stato abbastanza evidente, così come che dietro concedano. Al ritorno, inoltre, il Betis non potrà fare affidamento sul suo pubblico. Al netto di tutto ciò, che questa Fiorentina abbia dentro di sé una capacità di non mollare mai pazzesca è altrettanto evidente. Poteva farlo quando stava precipitando in Ungheria ad agosto scorso, quando non ingranava col 3-4-2-1 di inizio campionato, quando ha perso Bove, quando non ritrovava la luce dal tunnel in cui era piombata tra dicembre e gennaio in Serie A, quando dal niente si è ritrovata sotto col Celje, quando ad Atene rischiava il cappotto dopo un inizio shock e mille altre volte. E invece, a inizio maggio, dopo aver visto gli spettri dell’imbarcata anche a Siviglia, la squadra di Palladino si è rialzata, ha reagito ed ha ancora tutto a portata di mano. Certo, non sarà semplice. Né domenica, quando la Fiorentina si presenterà all’Olimpico per affrontare la Roma di Ranieri, né giovedì quando ci sarà la riavuta col Betis. Ma tutto è ancora possibile, aperto, vivo. Che poi sarà l’essenza di questo finale di stagione della truppa gigliata: tutto o niente; storia o flop; Champions o fuori dall’Europa. In pochi giorni si decideranno presente e futuro della Fiorentina. Con mille difficoltà del caso, come dover affrontare una Roma che con Ranieri non perde da 18 partite in campionato, essendo tornata da Siviglia a 48 ore dal match dell’Olimpico e il dover pensare alla rimonta da fare giovedì prossimo contro una formazione che concede, sì, ma che in fase offensiva ha una qualità da stropicciarsi gli occhi. Tutto o niente, appunto. Sarà questo il finale di questa stagione. Ma è ancora tutto aperto. La Fiorentina in quel baratro non ci è ancora né finita né voluta finire.

‘Manco fosse il Real Madrid’. Viola, si può fare!

Per la Fiorentina c’è il Betis sulla via della Finale

Così come poteva essere eccessivo considerare il Celje una manica di sprovveduti, o almeno di totalmente inadatti a disputare un quarto di finale di una competizione europea, allo stesso tempo appare eccessivo pensare che il Betis sia un avversario imbattibile. Al limite potrebbe avere quei crismi il Chelsea, se si considerassero solamente i valori e la carta, senza pensare che poi le partite iniziano da 0-0 e che, da stra favorita, la Fiorentina ha già perso una finale dodici mesi fa. La carta, tra l’altro, dice che la Fiorentina è pure più forte del Betis. E non di poco, ma di oltre 100 milioni di euro di valore complessivo della rosa. Non vorrà dire niente, visto che rispetto ai 173 e più milioni che vale il Betis il Celje ne valeva 13,5, e la Fiorentina non ha propriamente passeggiato, nonostante la squadra a disposizione di Palladino ne valga 281,8 di milioni. Certo, l’ambiente caldo che ci sarà al Villamarín, la maggiore esperienza che ha Pellegrini rispetto al tecnico viola, la caratura internazionale che possono avere Isco, Antony, la vena realizzativa di Bakambu e via discorrendo, inducono alla cautela. Ma in fondo resta pur sempre il Betis, non è il Real Madrid. Gli spagnoli sono sesti in Liga, stanno facendo una grande seconda parte di stagione, sì, ok. Ma guardando alla classifica e ai risultati anche la Fiorentina sta facendo più o meno come gli spagnoli, con la differenza che in questo campionato la Serie A ha una classifica più compatta nelle zone alte per cui, ad oggi, nonostante la Fiorentina abbia una media punti in campionato di 1,74 rispetto all’ 1,64 degli spagnoli, rischi di ritrovarsi fuori dalla prossima Europa via Serie A. Impossibile fare dei paragoni tra due campionati diversi, così come tra valori matematici di mercato che, per quanto oggettivi possano essere, restano discrezionali. E poi, la somma dei singoli non porta quasi mai ad un risultato collettivo garantito. Ci sono momenti in cui anche un modesto TNS risulta difficile da battere, altri in cui rifili tre gol ad una semifinalista di Champions come l’Inter senza subire un tiro in porta. Cosa che, tra l’altro, la Fiorentina quest’anno ha fatto e rifatto contro tutte le ‘big’, faticando un po’ di più in Conference o contro squadre che lottano per salvarsi. Nelle ultime due partite, tuttavia, la Fiorentina ha fatto sei punti contro due piccole, non esaltando per supremazia e qualità, ma arrivando al risultato come raramente le era capitato in stagione. Certo il Betis non è il Celje. Ma la Fiorentina non è il Jagiellonia, avversario che gli spagnoli hanno regolato nei quarti con un 2-0 interno e pareggiando 1-1 al ritorno. Al netto di tutti i cambiamenti che sono stati fatti a gennaio per quanto riguarda la squadra spagnola, i rientri degli infortunati e la carica che avranno nel match d’andata giocando in casa, non va dimenticato che in questa stagione di Conference League il Betis non è arrivato alla semifinale passeggiando, cosa che invece ha fatto il Chelsea. La squadra di Pellegrini, infatti, ha eliminato negli spareggi di inizio stagione gli ucraini del Krybas, vincendo 0-2 all’andata e 3-0 in casa al ritorno. Nel girone ha perso col Legia Varsavia in trasferta, pareggiato in casa 1-1 con l’FC Copenaghen, vinto 2-1 al 94’ contro il Celje, 1-0 con l’HJK, 0-1 coi rumeni del Petrocub e perso in Repubblica Ceca col Boleslav. Poi hanno vinto nel playoff col Gent in Belgio 0-3, perdendo 0-1 in casa il ritorno. Quindi hanno eliminato il Vitoria Guimaraes pareggiando 2-2 in casa ma vincendo 0-4 fuori. Insomma, quando ha spinto sul gas hanno fatto poca fatica, ma hanno anche avuto tante amnesie e diversi passi falsi. Anche tra le mura amiche, ad esempio, nelle ultime tre sfide interne di Conference League ne hanno vinta solamente una. Più in generale, delle 7 gare europee giocate in casa, hanno ottenuto un ruolino di 4 vittorie, 2 pareggi e 1 ko. In Liga, idem: 9 vittorie, 5 pareggi e 3 ko in 17 partite interne, con 32 punti conquistati per una media di 1.88 punti a partita (la Fiorentina viaggia a 2,06 di media in casa). Insomma, come detto in precedenza, è il Betis, non il Real Madrid, vale 100 milioni di euro in meno complessivamente della Fiorentina e il ritorno si giocherà a Firenze. Loro non hanno De Gea, Kean, Gudmundsson, Gosens etc etc. Riassumendo: ‘Si può fare!’.

Crash test Betis

Si avvicina la gara di Conference di Siviglia

La Fiorentina batte di misura l’Empoli, come aveva fatto a Cagliari, si prende altri tre punti e resta attaccata al treno per l’Europa via Serie A. Ma soprattutto si avvicina alla gara di giovedì contro il Betis di Conference League, sfida che rappresenterà un vero e proprio crash test per la formazione di Raffaele Palladino. I motivi sono svariati: è una semifinale di una coppa europea; in palio c’è il pass per la finale; il Betis è l’avversario forse più forte affrontato in due anni e mezzo di questa manifestazione; l’andata si gioca in Spagna, in un ambiente che sarà caldissimo; mancherà Dodo, come con l’Empoli, ma con la contemporanea assenza dietro anche di Pablo Marì, per cui a disposizione ci saranno solo 3 difensori centrali più Moreno, aspetto da tenere in considerazione in ottica doppio confronto e cartellini; Kean, sempre che ci sia, non sarà al massimo della condizione visto che è mancato una settimana; il Betis ha un valore della rosa che vale 20 volte quello del Celje, con cui la Fiorentina ha faticato più del previsto e quasi doppio di quello del Panathinaikos, contro cui la Fiorentina ha sofferto e non poco per passare il turno; loro hanno un tecnico dalla lunga esperienza come Pellegrini, mentre per Palladino questa è la prima annata in Europa etc etc. La lista per definire quello di giovedì un crash test potrebbe allungarsi ancora. Basti pensare che ad oggi la Fiorentina sarebbe ancora fuori da ogni competizione europea per l’anno prossimo, perciò è fondamentale mantenersi viva la speranza di alzare al cielo la Conference League per entrare in Europa League (a maggior ragione dopo che in finale di Coppa Italia sono approdati Bologna e Milan, per cui potrebbe mancare uno slot per l’Europa League dal campionato se vincessero i rossoneri). E vista la situazione ancora ballerina di tanti giocatori viola, dal riscatto di Gudmundsson al rinnovo di Dodo, dalla permanenza di De Gea al riscatto di Fagioli, Adli e altri, sarebbe vitale riuscire a non restare fuori dalle coppe per la prossima stagione. E poi ancora: nonostante i sei punti arrivati con Cagliari ed Empoli, oltre ad aver passato il turno col Celje e il fatto che a 4 giornate dal termine del campionato la Fiorentina di Palladino abbia un punto in meno rispetto a quelli con cui terminò la scorsa Serie A quella di Vincenzo Italiano, per cui ci sono ottime possibilità che Palladino chiuda con più punti, in teoria anche molti di più, c’è sempre un alone di critica che accerchia la figura del tecnico. D’altronde, si sa: “se a Firenze vinci 4 a 0 ti chiedono perché non hai vinto 5 a 0” diceva il Barone Liedholm. Eh vabbè. La qualità del gioco della Fiorentina di Palladino non convince e non piace. Ma i risultati stanno arrivando, perciò…Tutti, in pratica, aspettano al varco le prossime tre gare dei viola (con Betis e Roma e ancora Betis) per dire: ve l’avevo detto! Qualunque sia la sponda del proprio pensiero, se pro Palladino ‘ve l’avevo detto io, altro che critiche, la Fiorentina vince’ oppure se anti Palladino ‘ve lo avevo detto io che con questo allenatore si andava poco lontano’. Il tutto, ovviamente, con critiche a chi critica, e viceversa, annesse. Ecco perché sarà un crash test quello di Siviglia. La speranza, ovviamente, è che a prescindere di come la si pensi sul lavoro del tecnico e sul gioco la Fiorentina esca indenne dal prossimo trittico di gare. Vorrebbe dire che sarebbe ancora in corsa per l’Europa League via Serie A e via Europa, oltre che essere in finale di Conference per il terzo anno di fila.

Tutti i tabù del ‘derby’. Fiorentina, missione tre punti

Dai pesanti forfait ai passi falsi con l’Empoli e D’Aversa

Non sono poche le difficoltà che dovrà affrontare la Fiorentina contro l’Empoli domani al Franchi. Non solo per le assenze pesanti, anzi pesantissime, di Moise Kean e Dodo, ma anche per mille altri tabù che vanno a contraddistinguere la sfida tra gli azzurri di D’Aversa e i viola di Palladino. Contro l’Empoli, infatti, la Fiorentina vanta uno score tutt’altro che invidiabile da qualche anno a questa parte. All’andata fu solamente 0-0, a dicembre invece l’Empoli espugnò ai rigori il Franchi eliminando la Fiorentina dalla Coppa Italia. Negli ultimi 6 incroci la formazione viola non ha mai vinto. Fu pareggio l’anno scorso al Castellani a febbraio, tra i fischi e i mugugni del tifo viola per un trend che quella Fiorentina aveva preso ormai da inizio gennaio, fu vittoria Empoli a Firenze 0-2 nella partita d’andata, un tonfo inatteso che arrivava dopo la vittoria di Napoli e che fu una mazzata ai sogni di gloria di una Fiorentina che pareva lanciata verso le zone alte della graduatoria. L’ultimo successo risale all’aprile del 2022, ed è l’unica delle ultime 9. Nelle ultime 10 sfide tra viola e azzurri, insomma, il ruolino dice 2 successi viola, 5 pareggi e 3 vittorie Empoli. Mettici poi che per l’Empoli questa sfida è da sempre vista un po’ come quella della vita, aggiungici poi che quest’anno potrebbe esserlo ancor di più, visto che la squadra di D’Aversa è ormai alle prese con una crisi di risultati quasi senza precedenti. L’Empoli, infatti, non vince una partita dall’8 dicembre in Serie A. E abbiamo detto tutto. Dal canto suo, storicamente Roberto D’Aversa non è che sia proprio l’allenatore più facile da battere per i viola. Quella di domenica sarà l’11° volta da allenatore contro la Fiorentina, che contro i viola ha rimediato due sorrisi quest’anno alla guida dell’Empoli, riuscì a rimontare dall’1-2 al 3-2 l’anno scorso quando guidava il Lecce al Via Del Mare e da 2-0 a 2-2 a Firenze, con l’ultimo ko coi viola che risale al 2021/22, quando allenava la Sampdoria. Riuscì a fare 3-3 col Parma, quando una Fiorentina disperatamente in cerca di punti salvezza, con Prandelli in panchina, riuscì a pareggiare solo allo scadere con un autogol nel 2020/21. Nel 2019/20 fu vittoria Fiorentina al Tardini 1-2 con doppietta di Pulgar su rigore e 1-1 al Franchi. Nel 2018/19, invece, D’Aversa vinse due volte su due per 1-0 contro la Fiorentina di Pioli prima e Montella poi. In totale, dunque, D’Aversa ha vinto 3 volte, pareggiato 5 e perso solo 2 volte contro la Fiorentina fin qui. Tornando agli assenti, sarà un caso, o forse un rischio che poteva capitare visto che in rosa non ci sono né un vice Kean né un vice Dodo, ma i loro forfait vanno a complicare ulteriormente la vita di una Fiorentina che contro l’Empoli dovrà vincere a tutti i costi per restare agganciata al treno per l’Europa. E se senza Kean sono arrivati comunque 3 successi in Serie A, ultimo su tutti quello col Cagliari di mercoledì, l’assenza del bomber viola ha un peso enorme. Così come quello di Dodo, visto che Palladino sarà costretto a cambiare e adattare. Potrebbe tornare alla difesa a 4, adattare Moreno come col Celje, esperimento disastroso quello, o mettere lì Folorunsho o Fabiano Parisi, altro che quando ha giocato a destra, contromano, ha fatto dei disastri. Insomma, c’è poco da sorridere in tal senso. La speranza è che col successo in Sardegna la Fiorentina abbia sfatato almeno il tabù piccole, aspetto fondamentale per provare ad avere la meglio di assenze, sfighe e ricorrenze (sfortunate o comunque negative) varie .

Si può fare!

La Fiorentina vince con una piccola, in trasferta e senza Kean

In fin dei conti la vittoria di Cagliari non ha cambiato granché la vita della Fiorentina. Hanno vinto Atalanta, Bologna, Lazio e Roma, per cui la truppa di Palladino ottava era prima di ieri e ottava è rimasta oggi. Almeno ha perso la Juventus, per cui la zona Champions è a 4 lunghezze di distanza e il quinto posto a 3 lunghezze. Nulla di irraggiungibile, insomma. Resterà tuttavia da capire chi alzerà al cielo la Coppa Italia tra Milan e Bologna e dove rossoblu e rossoneri saranno in classifica a fine stagione per decidere quale posto darà l’accesso all’Europa League. Ma oltre alla statistica e ai numeri, intesi come quello che dice la graduatoria del campionato, la vittoria della Fiorentina in terra sarda ha molteplici ottimi significati. Il primo è che la squadra viola sa vincere anche contro una piccola. Non le riusciva da tempo. In stagione non ha mai vinto contro una delle ultime 3 della classifica, facendo solo 3 pareggi in 4 gare tra Venezia, Empoli e Monza. Non era assolutamente scontato dopo la prestazione assai scialba fornita nel turno precedente col Parma che aveva minato un po’ le certezze e le consapevolezze di una squadra che per qualche minuto se l’è vista brutta, anzi bruttissima, pure col modesto Celje. Il secondo è che la Fiorentina sa vincere anche in trasferta. Anche questo non le riusciva da tempo, almeno in campionato. Negli ultimi tre mesi la squadra viola aveva rimediato solamente 1 punto in 4 trasferte, con l’ultima vittoria esterna in Serie A che risaliva al 26 gennaio, all’Olimpico, contro la Lazio. E non è un qualcosa da sottovalutare, visto che da qui al termine del campionato la Fiorentina giocherà in casa solo con Bologna ed Empoli, mentre giocherà in trasferta con Roma, Venezia e Udinese. Era molto importante, insomma, sfatare anche il tabù dei successi fuori casa. E il terzo è forse quello più importante: la Fiorentina può vincere anche se non gioca Kean. O meglio, se Moise ha un problema, sperando che non gli ricapiti mai più, la formazione di Palladino può anche provare a vincere lo stesso.   Insomma, riassumendo: ‘si può fare!’. Cosa? Ad ognuno la libertà di sognare il traguardo che più reputa raggiungibile. E’ gratis…

Di nuovo una piccola, cercasi progressi

La Fiorentina sarà di scena a Cagliari lunedì

Sarà un caso, forse no. La sensazione è che anche lunedì a Cagliari la Fiorentina sia destinata a fare una partita di quelle in stile Celje, Parma, Monza, Verona...quelle lì. Di fronte difficilmente ci sarà un Cagliari in versione big, che lascia spazi, che fa pressing alto, che imposta dal basso e che fa la partita. Il pallino del gioco, con grande probabilità, sarà lasciato dai sardi alla Fiorentina. Esattamente ciò che la squadra di Raffaele Palladino soffre maggiormente. Il canovaccio tattico sembra già apparecchiato. In più, cosa da non sottovalutare, la squadra viola è reduce dalla fatica europea di giovedì, con qualcuno che rientrerà, su tutti Dodo, ma anche Pablo Marì, Zaniolo e Gosens, che dopo aver fatto qualche minuto col Celje potrebbe tornare anche dal 1’, mentre i sardi tra le mura amiche hanno raccolto quasi tutti i punti fatti sin qui: 19 su 30, per la precisione, quindi il 63%. La Fiorentina, invece, ultimamente va molto peggio in trasferta che in casa, come dimostrano i 19 punti fatti lontano dal Franchi sui 53 che ha in graduatoria, ovvero il 36%. Il tutto su un campo dove tradizionalmente la Fiorentina fa fatica, avendo vinto 7 volte su 42 incontri. Ma al netto di tutto ciò, anche se si fosse giocato a Firenze, la sensazione è che per la Fiorentina affrontare il Cagliari sarebbe stato duro, anzi, durissimo. Quella rossoblu, infatti, è la classica squadra che per tipologia di gioco la formazione di Palladino soffre. Ormai è abbastanza noto. E’ così da inizio stagione, tanto che contro le ultime 3 della classifica di Serie A la Fiorentina non ha ancora ottenuto un successo: 1 pareggio e 1 ko col Monza, 1 pareggio con l’Empoli ed 1 pareggio col Venezia, ovvero 3 punti in 4 incontri. Se si amplia il conto alle ultime 7, il computo è praticamente lo stesso, dovendo aggiungere 2 vittorie col Lecce, ma quella di poche settimane fa sofferta, 2 pareggi col Parma, 1 vittoria sofferta col Cagliari, 1 vittoria e 1 ko col Verona. Riassumendo, contro le ultime 7 della classifica la formazione di Palladino ha ottenuto 17 punti in 11 partite, ovvero 1,5 di media. E con questo ruolino difficilmente si va in Europa. Per fortuna che sono arrivati successi contro le grandi, come mai avvenuto in precedenza. Ma tornando alla premessa, all’orizzonte adesso ci saranno Cagliari ed Empoli per la Fiorentina, due gare da dentro o fuori per la lotta all’Europa via Serie A, accoppiata arrivata dopo il deludente pareggio interno col Parma. Coi ducali la squadra viola non ha praticamente quasi mai tirato in porta. E il fil rouge della sofferenza contro le formazioni modeste, che si chiudono, che lasciano costruire il gioco alla Fiorentina, è stato più o meno lo stesso da inizio anno, nonostante la qualità inserita via via col mercato. Ecco perché, già lunedì, ci si aspetta un passo in avanti incoraggiante da parte dei viola e di Palladino. D’altronde non può essere sempre e solo Kean ad inventarsi i gol e/o De Gea ad evitarli con miracoli.

San David e Moise trascinano la Fiorentina

Per gioco, schemi e idee ripassare più avanti

Dove sarebbe la Fiorentina senza David De Gea e Moise Kean? La domanda, ovviamente, è retorica. Non richiede risposta. Non avrebbe neanche senso farsela, perché la Fiorentina li ha, è stata brava a prenderli in estate, tra l’altro a pochi soldi, ed è giusto che il portiere e il centravanti titolari di una squadra come la Fiorentina trascinino tutti gli altri. Lo hanno sempre fatto Toldo e Batistuta, Frey e Toni, Frey e Gilardino etc etc. Sicuramente in partite contro squadre piene zeppe di campioni o con vari fenomeni, ma col modesto Celje sarebbe lecito attendersi qualcosa di più? Schemi, idee, qualcosa che permetta di fare la voce grossa contro chi è decisamente inferiore? Eppure anche con gli sloveni sono stati sempre e solo loro due a distinguersi in positivo. De Gea, nei 180’, è stato decisivo come sempre, con 2-3 parate prodigiose che hanno tolto le proverbiali castagne dal fuoco. Kean, invece, si è inventato il gol del 2-2 sfruttando al meglio quello che, ormai da inizio stagione, è diventato lo schema prediletto di questa Fiorentina: palla lunga, Kean, gol. Ad oggi, il rendimento stagionale di De Gea e Kean va ben oltre il 7,5 di media. Cosa positiva, sia chiaro, perché come detto la Fiorentina è stata bravissima a prenderli la scorsa estate. Ma…senza di loro, dove sarebbe la squadra di Palladino? E si torna alle premesse. Sperando godano entrambi di straordinaria salute da qui all’ultimo minuto di questa stagione, la mancanza di idee collettive e di gioco contro squadre inferiori (o decisamente inferiori) continua ad essere il problema di questa Fiorentina. Tant’è che, paradossalmente, fa meno paura sfidare Betis ed eventualmente Chelsea che Cagliari ed Empoli. Ormai è questa la pelle e l’identità della Fiorentina di Palladino. E va bene così, in fondo la squadra viola è ancora in lotta per l’Europa via Serie A ed in semifinale di Conference League. Anche se ha sofferto le pene dell’inferno col Puskas Akademy, col Celje ed ha perso con Monza e Verona. Nulla di nuovo. E chissà dove sarebbe la Fiorentina senza David De Gea e Moise Kean. Ma De Gea e Kean ci sono, quindi…

Occasione persa (sì, che ne dicano Citterio e Pradè)

La Fiorentina non va oltre il pari col Parma

Lo 0-0 rimediato dalla Fiorentina col Parma cos’altro potrebbe essere se non un’occasione persa? In casa, dopo aver fatto 7 punti tra Juventus, Atalanta e Milan, in una giornata in cui vincere avrebbe permesso ai viola di recuperare 3 punti al Bologna, 2 a Lazio e Roma, di non perderne dalla Juventus e dal Milan, contro una squadra che nel 2025 ha vinto una partita, che…che… Si potrebbe continuare a lungo nell’elencare le difficoltà del Parma (decisamente più solida dietro con Chivu rispetto a Pecchia), mentre quelle della Fiorentina sono sempre le stesse. Di nuovo, al cospetto di una medio-piccola, la squadra di Palladino è andata in crisi profonda. Non che avesse brillato per idee e trame di gioco a Celje, ma se in quel caso poteva esserci l’alibi delle tante alternative mandate in campo, col Parma c’erano tutti i big sul terreno di gioco. La Fiorentina esce dalla gara coi ducali perdendo altri punti sui rossoneri di Conceicao, resta ottava e vede il quarto posto allontanarsi a 6 lunghezze, l’Europa League ancora lì a 3 punti, a meno che non si incastrino risultati avversi dalla vincitrice della Coppa Italia che manderebbe la sesta in Conference. Ma al netto di tutto ciò, quella col Parma è un’occasione persa non soltanto per l’aspetto numerico, statistico e di classifica, ma anche perché la Fiorentina era chiamata a dimostrare di poter fare la voce grossa non solo contro le big, ma anche contro squadre che si chiudono. Le cosiddette piccole, come Celje, Cagliari ed Empoli, prossimi 3 avversari dei viola, filotto di sfide che stabiliranno il destino a cui questa Fiorentina andrà incontro. E se il buongiorno si vede dal mattino, su questo aspetto ancora non ci siamo. Che ne dicano Citterio (vice di Palladino), il ds viola Pradé e chi che sia. Pareggiare in casa col Parma, tra l’altro così, è un’occasione persa. Sì.

Più di qualcuno rimandato. Ancora, e ancora

La Fiorentina vince, ma più di qualcuno non convince

Da Moreno a Folorunsho, dalla fatica di Adli passando per i pochi lampi di Beltran e Zaniolo. Sono ben più di uno i calciatori schierati in Slovenia da Raffaele Palladino che continuano a non brillare. Sarebbe riduttivo chiamarle seconde linee, ma le risposte individuali arrivate dal match col Celje non lasciano troppo di che ben sperare. Chiariamoci subito, vanno fatte diverse premesse. In primis: nessun dramma, la Fiorentina ha vinto, ha ulteriormente messo in discesa l’accesso alle semifinali di Conference League e potrà contare sul fattore campo al ritorno per chiudere la pratica Celje; molti dei sopracitati sono stati schierati fuori ruolo, con tanti alibi a loro parziale discolpa; c’è chi rientrava dal 1’ dopo mesi di inattività. Detto tutto ciò, Moreno ha fatto un’altra partitaccia. Non può fare il vice Dodo in questo sistema di gioco, da esterno a tutta fascia. Idem dicasi per Folorunsho, dall’altra parte o a destra dove è stato schierato a inizio secondo tempo. Il difensore argentino continua a non convincere, con occasioni sprecate una dopo l’altra. Anche l’ex Napoli, per quanto abbia messo lo zampino sul gol dello 0-1, ha fatto una fatica enorme nel trovare la giusta intesa con Ranieri a inizio gara, con Matko spesso lasciato troppo libero e tutti i pericoli per la porta di De Gea arrivati proprio da lì. Poi c’è Zaniolo. Ok, non è il suo ruolo il centravanti. Ma anche in Slovenia si è visto solo per una porzione di secondo tempo. Il resto del match è stato il solito Zaniolo, con annesso un fallo inutile che gli costa la squalifica al ritorno. Per quanto riguarda Adli ci sono altri discorsi da fare. Il francese non giocava dal 1’ dalla sfida con la Lazio di 3 mesi fa. Ci stava che il suo reinserimento potesse avere delle controindicazioni. Di certo non è Fagioli, almeno dal punto di vista della condizione e della brillantezza. Ma l’ex Milan, val bene ricordarlo, è anche stato uno dei trascinatori della Fiorentina di Palladino nel periodo delle 8 vittorie di fila. Si tratta solamente di aspettare che ritorni in condizione. Beltran, invece, ha confermato le difficoltà di incidere in fase offensiva, come aveva fatto anche a San Siro e sostanzialmente quasi sempre da quando è arrivato a Firenze. Non c’è paragone con Kean per fare (eventualmente) in centravanti, ma neanche con Gudmundsson che, magari garantisce molta meno dedizione in fase difensiva, ma quando ha la palla tra i piedi in zone pericolose o la mette dentro o fa, comunque, la differenza. Non ha certamente brillato nemmeno Comuzzo, ma anche nel suo caso pesa il ruolo di guida del reparto a tre, cosa che non ha nelle corde, così come il fatto che tutta la linea difensiva sia stata rivoluzionata a Celje. Se, invece, entra con Pablo Marì al fianco e deve fare il marcatore, come accaduto nelle ultime sfide di Serie A, ha sempre fatto ottime cose. Insomma, non è tutto rose e fiori ciò che la Fiorentina si porta dietro da Celje. Ma tant’è. Ora altre prove del nove, come i punti che si spera possano arrivare tra Parma, Cagliari ed Empoli, con vista sulla semifinale contro il Betis.

Altro (piccolo) passo. Altre 4 gare da dentro o fuori

Per la Fiorentina continua il periodo di gare da vincere

Non c’è stato di che entusiasmarsi, ma per adesso può andare bene così. La Fiorentina batte il Celje in trasferta, si avvia ad affrontare il Parma domenica per proseguire poi ancora con gli sloveni in casa nel match di ritorno di Conference, il Cagliari fuori e poi con l’Empoli al Franchi in campionato. Quattro gare in cui si attendono risposte dai viola, ma soprattutto punti e vittorie. In ballo c’è il destino per la formazione di Palladino, non certo brillante nel match coi modesti avversari di ieri e col solito dubbio legato al perché questa Fiorentina faccia così tanta fatica contro squadre piccole mentre riesca ad essere esaltante e dominante contro squadre di livello. Basti pensare che, al netto del turnover fatto a Celje, la Fiorentina ha subito più tiri ieri che con Atalanta e Juventus messe assieme. Poco male, se non fosse che i prossimi 4 impegni saranno ancora con formazioni di basso livello, già da domenica. Di fronte ci sono tutte formazioni che daranno la vita per trovare punti salvezza, così come farà il Celje, tecnicamente modestissimo ma con la fame di chi cerca l’impresa della storia. Fin qui, come detto, va bene così. Ma alcune risposte che qualche giocatore ha dato ieri non sono state granché incoraggianti, da Moreno alle difficoltà di Adli, Folorunsho, Zaniolo, Beltran e altri. Di loro, però, c’è bisogno, per forza, magari non di tutti assieme, ma…Insomma, giudizio rinviato. In Slovenia contava vincere, come domenica e in generale nelle prossime 4 partite. Altrimenti ogni discorso su ambizione, obiettivi e quant’altro potrebbe svanire in un grosso nulla di fatto.

Occhio alla figuraccia. Vietato sottovalutare (troppo) il Celje

Nessun avversario in Europa va preso troppo sotto gamba

“Celje chi?”. Qui ridiamo e scherziamo, ma occhio a sottovalutare troppo gli sloveni. Non sarebbe la prima volta che la Fiorentina nel suo percorso in Conference League arriva in qualche posto sperduto e si ritrova a dover fare molta più fatica del previsto. E’ accaduto a Nicosia, pochi mesi fa, quando la squadra di Palladino perse coi ciprioti dell’Apoel facendo una figuraccia. Apoel che, tra l’altro, ha incrociato anche lo stesso Celje nello spareggio post fase a gironi, con gli sloveni che hanno pareggiato 2-2 in casa e vinto a Cipro 0-2. Ecco, così, giusto per ricordare che poi, si fa presto a sottovalutare, ma…Non che sia stata proprio una passeggiata di salute per la squadra di Palladino in Portogallo, col Guimaraes, nell’ultima giornata della fase a gironi, quando arrivò il pareggio in extremis dopo una partita sofferta, anzi soffertissima, coi portoghesi che ebbero più di un’occasione per fare altri gol. E come dimenticare la gara col Puskas tra agosto e settembre, quando la squadra gigliata fece 3-3 in casa e pareggiò anche là, riuscendo a passare solamente ai rigori con una caterva di occasioni da gol sprecate da una formazione che, dati alla mano, vale 1 milione di euro in più della rosa del Celje. Ecco, così, giusto per ricordare che poi, si fa presto a sottovalutare, ma… In realtà è successo pure al Franchi, con lo stesso Puskas, ma anche coi gallesi del TNS, quando la Fiorentina dovette ricorrere ai titolarissimi per riuscire ad avere la meglio di una formazione semiprofessionistica, che il Celje ha battuto 3-2 nel girone, sempre giusto per dare dei riferimenti. E a proposito di ciò, il Celje ha perso 3-1 a Guimaraes, 2-1 col Betis e 2-0 col Pafos, eliminando il Lugano ai rigori, sempre per dare dei riferimenti. Ecco, ma tornando alle figuracce inattese, non va dimenticato il pareggio interno con l’RFS Riga, il ko 3-0 col Basaksehir, il tonfo in Grecia col Panathinaikos ed altre fatiche di un triennio di Conference League che nel precedente biennio ha visto la Fiorentina arrivare sempre in fondo, ma vedendo vincere gli altri, anche di molto inferiori, come l’Olympiakos. Ma in questo caso, meglio dimenticare. O meglio, cose di cui trarne lezione. Sarà il Celje, come lo stesso si diceva di Puskas Akademy, TNS, Apoel e altre squadrette. Ma se non le si affrontano nel modo giusto…il rischio è dietro l’angolo.

Cinque gare ‘facili’, ma è ora che viene il difficile

Tre sfide di campionato e due di coppa sulla carta agevoli

Dopo i 7 punti ottenuti tra Juventus, Atalanta e Milan, quest’ultima sfidata in trasferta, non si può certo essere scontenti del recente rendimento della Fiorentina. Tanto che, essere usciti da San Siro con un punto, ha lasciato quasi l’amaro in bocca. Molti ci avrebbero messo la firma prima del trittico sopracitato, a cui va aggiunto anche il successo interno col Panathinaikos che ha permesso alla squadra di Palladino di tenere vivo anche il percorso di Conference League per raggiungere un posto nella prossima Europa. Dopo aver affrontato tre scontri diretti, adesso arriva il ‘calendario facile’. All’orizzonte per i viola  ci sono infatti gli sloveni del Celje, giovedì in trasferta, poi Parma in casa, Celje in casa, Cagliari fuori, Empoli in casa. Ed è qui che, paradossalmente, arriverà il difficile. Tante volte nel recente passato, infatti, dopo risultati straordinari contro le grandi e/o momenti di forma eccellenti, la Fiorentina è incappata in ko tremendamente inattesi. C’è chi ancora si ricorda i tonfi con Verona, Cagliari e Pescara negli anni di Montella, mentre con Italiano è successo più di una volta. A maggior ragione quest’anno, per come è stata tutta la stagione dei viola di Palladino, c’è da aver più paura di affrontare un Parma che un Milan, un Monza più che la Juventus, un Empoli più che un’Atalanta, un’Udinese piuttosto che la Lazio o l’Inter. Ecco, dunque, che adesso che sembra arrivare il facile, per questa Fiorentina arriverà il difficile. Già da giovedì, in Slovenia. Poi ci sarà da affrontare tre squadre che in campionato sono alla ricerca di punti salvezza, che adesso scarseggiano essendo quasi a fine stagione, con nel mezzo il ritorno contro una formazione praticamente sconosciuta, contro cui la Fiorentina ha tutto da perdere. Quindi sì, arriva il calendario facile, con la consapevolezza che per i sogni di gloria non si può sbagliare. I segnali di ripresa ci sono stati, notevoli, così come si è visto qualcosa di molto incoraggiante su gioco, idee e identità. Ora la riprova dei fatti. Si spera, positivi.

Un turno di scontri diretti, serve l'X2 a San Siro

La Fiorentina sfida il Milan in turno pieno di sfide da 1 X 2

Questo weekend di campionato che è iniziato ieri, sta proseguendo oggi e terminerà lunedì è il classico turno di Serie A dove regna l’ 1 X 2 in schedina.  Un turno in cui si può decidere tutto, molto o niente. Può succedere qualunque cosa, con la Fiorentina che ha il proprio destino nelle mani a San Siro, dove sfiderà il Milan, ma con anche tanti possibili scenari che potrebbero aprirsi, sbloccarsi o chiudersi nel caso in cui… Va da sé che la cosa migliore sia uscire da Milano con tre punti. A quel punto adios ai sogni di rimonta dei rossoneri, già oggi a meno 4 e a quel punto a meno 7 con lo scontro diretto a favore della Fiorentina. Poi, per le stesse posizioni di classifica, si affronteranno Atalanta-Lazio, Roma-Juventus e lunedì Bologna-Napoli. Tra le opzioni dell’ 1 X 2, lo scenario migliore sarebbe vincere col Milan e che tutte le altre pareggiassero (purtroppo non possono perdere tutte). In questo scenario idilliaco la Fiorentina rosicchierebbe 2 punti a tutte le sue concorrenti davanti, col quarto posto che sarebbe distante solo 4 punti. Per chi mira alla Champions, potrebbe andare bene anche il segno 2 al Dall’Ara, con altri due segni X a Bergamo e Roma, con a quel punto tre punti recuperati al Bologna, 2 ad Atalanta, Lazio, Roma e Juve. E via discorrendo. Come detto, tutto può succedere in questo turno. Paradossalmente, anche pareggiando a San Siro stasera, con tutti pareggi negli altri tre scontri diretti resterebbe tutto inalterato, con all’orizzonte per la Fiorentina Parma, Cagliari ed Empoli. Prima del fischio d’inizio nessuno firmerebbe per un pareggio, anche se…Va da sé (bis) che la Fiorentina debba assolutamente evitare di perdere oggi. In caso di sconfitta, infatti, potrebbero anche finire quasi definitivamente i sogni di gloria di chi tifa viola, sia perché il Milan si porterebbe a meno 1 dalla Fiorentina, restando dunque ancora vivo, ma anche perché con alcuni risultati sfavorevoli potrebbero scappar via quelli che sono quarti. Facendo un esempio, in caso di ko col Milan, se vincesse il Bologna il quarto posto andrebbe a 8 punti di distanza. Se non vincesse il Bologna ma vincesse la Juve il quarto posto si allontanerebbe lo stesso. Se invece vincessero anche soltanto Lazio e Roma si allontanerebbe anche un posto in Europa League. Insomma, guai a perdere stasera. In caso di successo la Fiorentina arriverebbe al trittico di partite ‘facili’ (sulla carta, che sono anche quelle in cui paradossalmente la squadra di Palladino ha fatto più fatica) lanciatissima, reduce da tre vittorie di fila con Atalanta, Juve e Milan. Come detto, tuttavia, anche in caso di pareggio potrebbe comunque crearsi una situazione di classifica positiva per i viola, migliore di quella con cui questo weekend è iniziato. Oppure no. Ecco, come detto, il classico weekend da 1 X 2, praticamente ovunque. Sperando che a San Siro esca almeno il segno X 2.

Big con le big. Ora il Milan, poi le piccole

Per la Fiorentina continua la rincorsa all’Europa

Se la Fiorentina avesse giocato solamente contro le prime della classe sarebbe seconda in classifica. La media punti parla chiaro. Se quella assoluta, coi 51 punti fatti in 30 partite, è di 1,70 punti a partita, quella contro le prime 9 squadre della Serie A è di 1,69. Il che vuol dire che, contro le ultime 11 squadre di Serie A la Fiorentina ha di poco fatto meglio. D’altronde, con le ultime 3 della classifica che sono Monza, Venezia ed Empoli, in 4 partite giocate in stagione sono arrivati 3 pareggi ed 1 ko. Ed ecco che il discorso numerico e statistico torna perfettamente. Ma questo è già chiaro: “Obiettivi? Migliorare soprattutto quanto fatto fin qui contro le medio-piccole”, cit. Palladino la scorsa settimana. A parole, sì, ma anche nei fatti. Perché è abbastanza evidente che la Fiorentina di Palladino abbia cambiato un po’ faccia. Si vedono trame di gioco differenti dal palla a lunga a Kean, che ogni tanto viene usato come strategia eh, sia chiaro, ma alternato al palleggio via Fagioli o via Gudmundsson. Trame che potrebbero tornare molto utili dopo il Milan, quando la Fiorentina se la dovrà vedere con Parma, Cagliari ed Empoli. Tre sfide contro cui all’andata arrivarono 1 vittoria e 2 pareggi, ovvero una media di 1,67 punti, inferiore a quella con le prime nove della classifica. Ecco, tornando a questo aspetto, con la vittoria arrivata domenica al Franchi contro l’Atalanta la squadra di Palladino ha messo a referto un’altra ‘V’ in uno scontro diretto giocato in casa. Solo contro il Napoli la Fiorentina non ha fatto punti al Franchi, laddove invece ha steso Roma (5-1), Lazio (2-1), Milan (2-1), Inter (3-0), Juventus (3-0) e Atalanta (1-0). All’appello manca solamente un’altra delle prime 9 della classifica che devono ancora giocare a Firenze, ovvero il Bologna di Vincenzo Italiano, sfida che potrebbe essere uno scontro direttissimo alla penultima giornata. Nel computo della classifica tra le prime 9 di Serie A, completano il conto anche la vittoria con la Lazio all’Olimpico e il pari ottenuto a Torino con la Juve. Ko, invece, con Bologna, Inter, Napoli e Atalanta. E sabato ci sarà un altro incrocio che potrebbe migliorare ancora la classifica dei viola, sia quella di Serie A che quella degli scontri diretti, visto che ci sarà la partita tra Milan e Fiorentina. Altra gara in cui serve mantenere il trend di risultati contro le big che ha avuto la formazione di Palladino quest’anno. Fare prestazioni come quelle fornite nelle ultime due sfide con Juve e Atalanta potrebbe aiutare la causa viola.

Gli altri volti della risalita (e del lavoro di Palladino)

Da Marì a Mandragora e Pongracic, tutti quelli che ora sì, che prima no

Mea Culpa? Sì, ci sta, ‘quando ce vo ce vo’. Mentre brillano le stelle di Moise Kean, De Gea, Gudmundsson, Fagioli, Dodo, Gosens e altri più o meno attesi protagonisti di una Fiorentina che è tornata ad alimentare sogni di gloria, ci sono anche tutti quelli che via via stanno convincendo sempre più. Tanti singoli che dopo settimane, mesi o addirittura anni un po’ così, non proprio brillanti (diciamo così), adesso stanno meritando applausi. Basti pensare a Rolando Mandragora. Qualche gol ogni tanto lo aveva fatto anche in passato, ma alternandolo a prestazioni spesso incolore, tanto da essere spesso definito dai più ‘trasparente’. Negli ultimi mesi, invece, Mandragora è sempre più protagonista. Gol, assist, giocate, pressing, falli presi e dinamismo. Una rinascita vera e propria per lui che, per quanto abbia trovato molto spazio sin da inizio stagione, ha visto la concorrenza aumentare progressivamente e costantemente in mezzo al campo, da Adli, Cataldi e Bove prima a Fagioli, Folorunsho e Ndour poi. Ma, poco male. A suon di prestazioni Mandragora è passato stabilmente da alternativa, magari per le gare di coppa, a titolare inamovibile. Poi c’è Pablo Marì, arrivato un po’ in sordina ma che, da quando è stato schierato titolare nel 3-5-2 con l’ex Monza a guidare la difesa, ha ridato solidità ad una retroguardia come quella viola che aveva un po’ perso efficacia. I dubbi erano diversi al suo arrivo, tanto che appariva quasi inspiegabile il suo innesto con contemporanea cessione di Valentini, appena arrivato. E invece, ‘mea culpa’, Pablo Marì si sta confermando acquisto azzeccatissimo, con buona pace di Comuzzo che da essere stato uomo mercato a gennaio, da due mesi è ormai un panchinaro fisso. D’altronde il reparto, adesso, funziona alla grande, come testimoniano i quasi 0 rischi patiti con Atalanta e Juventus negli ultimi 180’. Col 3-5-2, con Pablo Marì a guidare la difesa, è tornato ad ottimi livelli Ranieri ma anche Marin Pongracic. Un altro che, dopo aver fatto un inizio di stagione orribile tra errori, espulsioni, infortuni e mesi di panchine, adesso è un altro titolare fisso. Con merito, sia chiaro. Perché il croato non sta sbagliando nulla in fase di copertura, dimostrando che coi meccanismi e coi compagni di reparto giusti sa districarsi bene anche in una difesa a tre (d’altronde, a inizio stagione, nel terzetto difensivo c’erano Quarta e Biraghi) riscoprendosi anche abile costruttore di gioco. Tutti giocatori che ora sì, che prima no. E che stanno brillando sempre più.

Singoli, collettivo e manico. Fiorentina da Champions

La svolta dal ritorno al 3-5-2. Ora la Viola vola

Riavvolgendo il nastro, la chiave della svolta sta nel cambio modulo. Anche se Palladino ha provato a sviare il discorso, non volendosi prendere tutti i meriti e volendoli condividere con giocatori e società, è ormai evidente come dalla virata verso il 3-5-2 la Fiorentina sia cambiata radicalmente. E per Palladino, trattasi della terza ‘strambata’, come quando ad inizio stagione passò dal 3-4-2-1 al 4-2-3-1, approdando adesso al vestito tattico che meglio sembra adattarsi a questa Fiorentina. Quando le cose non vanno, d’altronde, c’è chi ‘muore’ continuando su una strada che non sta dando risultati e chi è bravo a trovare la via del cambiamento. In positivo, ovviamente. E sarà un caso ma oggi come negli altri momenti in cui Palladino ha stravolto le cose la Fiorentina ha improvvisamente ripreso a marciare. Dal cambio modulo dell’intervallo con la Lazio arrivarono 9 vittorie e 1 pareggio in 10 partite di campionato, tra cui le 8 di fila che hanno portato in alto la squadra viola. Adesso siamo a 3 nelle ultime 4 di Serie A, più 1 su 2 in Conference. E il bello è che, gara dopo gara, la Fiorentina sembra crescere ancora, e ancora, e ancora. La prima col nuovo modulo, infatti, fu col Lecce, poi c’è stato il Panathinaikos in Grecia, il Napoli, quindi Panathinaikos in casa, Juventus e Atalanta. Contro quest’ultime due De Gea non ha dovuto neppure sporcarsi i guanti. La difesa a tre funziona da manuale, o quasi. Anche dinanzi alla ‘corrazzata’ di Gasperini, che aveva numeri da sballo per punti e gol fatti in trasferta sino a ieri, il reparto guidato da Pablo Marì non ha sbagliato niente. Adesso, guarda caso con l’arrivo dell’ex Monza, anche Pongracic sta facendo prestazioni ottime. La mediana a tre adesso gira a meraviglia, col rientro di Cataldi, un Fagioli che da quando ha ingranato sta mettendo a referto partitoni in serie, oltre ad un Mandragora che si è improvvisamente acceso. E ora anche lui è quasi un intoccabile. Da ricordare che in panchina ci sono a disposizione anche Adli, Folorunsho, Ndour e Richardson. Con il passaggio al centrocampo a tre Palladino ha svoltato. In quella zona del campo la Fiorentina aveva patito le pene dell’inferno, per settimane e mesi, per l’appunto quando i risultati hanno iniziato a scarseggiare. Risultati, punti ed anche prestazioni. Adesso è tutt’altra Fiorentina. Davanti, ovviamente, sta facendo la differenza un Kean monumentale, spaziale, fenomenale, fantasmagorico e chi più ne ha più ne metta. Ma anche il graduale rientro di Gudmundsson sta dando una mano alla causa di Palladino, a sua volta bravo nel dare più libertà all’islandese che sta facendo buone cose. Palladino ha svoltato anche grazie ai nuovi compiti dati ai due esterni di centrocampo, Dodo e Gosens su tutti hanno fatto tre/quattro gare di altissimo livello ultimamente. Chi più chi meno lo aveva fatto anche in precedenza, ma nella ripartenza hanno dato quantità e qualità come pochi altri esterni sanno fare in Serie A. Nel dubbio, adesso che le cose stanno funzionando, anche l’assenza del tedesco contro l’Atalanta non ha provocato stravolgimenti o danni. Anche Parisi, infatti, si è disimpegnato in maniera molto positiva. Segnale evidente che la via è quella giusta, anzi, giustissima. All’orizzonte c’è un altro scontro diretto, a San Siro, col Milan. Dopo aver steso tutte le prime della classe in casa, tranne che il Napoli (unica delle prime 9 di Serie A ad aver portato via punti dal Franchi), la Fiorentina dovrà continuare il suo recente trend anche in trasferta, dove in stagione ha fatto 1 punto con la Juve e 3 con la Lazio, cadendo con Inter, Bologna,  Napoli e Atalanta. Poi ci sarà il trittico Parma, Cagliari, Empoli. E l’altra svolta sarà da fare lì, in quelle sfide contro le ultime della classifica contro cui la Fiorentina ha buttato via una valanga di punti che, tra qualche settimana, si spera non siano un grosso rimpianto.

‘Fiorentina ora sì, oh!’

La squadra di Palladino vola

Ora sì. La Fiorentina è ripartita. E lo ha fatto alla grande. Dopo le prime incoraggianti risposte con Panathinaikos al Franchi e Juventus, il tris è stato servito alla grande, anzi alla grandissima, anche con l’Atalanta. Un’altra classica prestazione da Fiorentina di Palladino, che contro le grandi continua a fare la voce grossa, anzi grossissima. Al Franchi non si passa, non ce n’è per nessuno. Solo  il Napoli delle prime nove della classifica è riuscito a portar via punti. Poi sono cadute Lazio, Milan, Roma, Juventus, Inter e ieri pure l’Atalanta. Tra l’altro, anche coi bergamaschi, con pieno merito, così com’era accaduto quasi sempre, eccezion fatta per un po’ di circostanze fortunose con la Lazio e col Milan. Ma senza aver rubato nulla, sia chiaro. Ancora una volta, come sta piacevolmente spesso capitando di recente, De Gea non si è neppure sporcato i guantoni. E dire che di fronte c’era la macchina da guerra del Gasp, che in trasferta aveva numeri da record tra vittorie, punti e gol fatti. Ma al Franchi l’Atalanta non ha fatto sostanzialmente nulla. I meriti sono da individuare nella retroguardia di Palladino che, dalla virata al 3-5-2 in poi, è tornata un muro. Poi Fagioli che gira in mediana e un Kean che così in forma non lo è stato mai in carriera. Neppure al Psg. Oggi dare palla a lui vuol dire dover prendere la rincorsa per andare ad abbracciarlo dopo che il pallone è finito in rete. Oppure fargli un applauso per aver difeso un pallone come in pochi altri sanno fare, magari facendo un bel sorriso quando fa quella flexata, mostrando i muscoli, che verrebbe da dirgli ‘ancora! Fallo ancora!’. Pongracic, rispetto ad inizio stagione quando, a tre, sembrava il peggior Tomovic, adesso in confronto sembra Baresi. Ranieri, errore sotto porta a parte, è costantemente tra i migliori in campo. Anche in una giornata in cui manca Gosens, la sua assenza non pesa più di tanto. Gud non fa chissà cosa, ma almeno c’è. E poi tutti fanno la guerra, contro ogni avversario, su ogni pallone. E la Fiorentina torna a volare. Non troppo, se si guarda la classifica. Ma col Milan all’orizzonte e con un tris di gare sulla carta non impossibili come Parma, Cagliari ed Empoli, c’è di che ben sperare. Se la Fiorentina è questa. Senza dimenticare la Conference League. E non stiamo facendo i classici voli pindarici, ma è quello che questa squadra sta mettendo in mostra dal giovedì del Panathinaikos in poi. Ora sì, ovvia.

Allievo vs Maestro. Gasp avanti 4-0 su Palladino

Il tecnico viola cerca la prima gioia contro Gasperini

“Per me Gasperini è un maestro, mi ha fatto vedere il calcio in maniera diversa. Da lui mi ispiro tanto ma rimane comunque unico, è impossibile fare copia e incolla in un altro contesto” cit. Quella di domani al Franchi è la classica sfida tra Allievo e Maestro, Palladino da una parte e Gasperini dall’altra. Il tecnico viola non è il primo, forse neppure l’ultimo tra i giovani allenatori che si sono ispirati al bergamasco. Un tipo poco simpatico, spesso sopra le righe, irrispettoso, arrogante, anche un po’ str…, ma tremendamente bravo. Col Genoa sfiorò la Champions che perse proprio in favore della Fiorentina di Prandelli per gli scontri diretti, poi è riuscito a scrivere una pagina di sport clamorosa a Bergamo, portando una provinciale a diventare una big, non per un anno o due, ma da quasi 10 anni. La vittoria dell’Europa League dello scorso anno è stato l’apice, a meno che non riesca a vincere lo Scudetto in questo finale di stagione. Difficile, ma non impossibile. Allievo e maestro, dicevamo. Gasp arriva alla sfida del Franchi di domani contro Palladino con un ruolino di marcia non esaltante negli ultimi tempi, ma con un tris di trasferte da 0-4 alla Juve, 0-5 all’Empoli e 0-5 al Verona. In trasferta la Dea vola, mentre Palladino potrà sfruttare il fattore Franchi. In questa stagione a Firenze sono già cadute Inter, Juventus, Milan, Roma e Lazio. Da qui alla fine mancano solamente l’Atalanta e il Bologna. Palladino ci prova, ci proverà, deve provarci. Contro il suo maestro, tra l’altro, il bilancio è pessimo. Quella di domani sarà la quinta volta da allenatore contro l’Atalanta per il tecnico della Fiorentina Raffaele Palladino. Fin qui, ha perso in questa stagione, all’andata 3-2, così come aveva sempre perso alla guida del Monza. L’anno scorso finì 1-2 in casa e 3-0 a Bergamo per l’Atalanta, e nell’ultima giornata del 2022-23 fu 5-2 per l’Atalanta. Il tecnico della Fiorentina, dunque, va ancora a caccia del primo risultato utile in carriera coi nerazzurri e contro Gasperini. Fin qui, insomma, tanto da recriminare. Nella sfida d’andata Palladino assaporò il gusto della prima vittoria, per prenderne poi 2 in 5’ nel finale di primo tempo e rischiare di prenderne molti altri nella ripresa. Gasp che, col predecessore di Palladino, ha spesso preso scoppole. Italiano vinse 2-3 nella gara del recupero post Atene, vinse in Coppa Italia all’andata 1-0 salvo poi perdere 4-1 al ritorno, vinse 3-2 in campionato un anno fa a Firenze, vinse 1-0 nel 21/22 e 1-2 a Bergamo, così come nel primo anno vinse Italiano al Gewiss 2-3, eliminando i nerazzurri dalla Coppa Italia. Sarà un caso? Forse sì. Ma Italiano contro Gasperini a Firenze ha un ruolino di 6 vittorie, 1 pareggio e 2 ko in 9 incroci. Una bestia nera vera e propria per il bergamasco. Non si può dire lo stesso, fin qui, per Palladino. Domani un nuovo capitolo, col tecnico viola che cerca ancora il primo sorriso. Pieno, ma anche parziale. Interrompere il tabù Gasp, magari anche con un pareggino, potrebbe essere un buon punto di partenza.

Dov’eravamo rimasti?

Parte il tour de force finale della Fiorentina

Sarà perché è arrivata la Primavera o perché sta tornando l’allergia, combo che si sa, concilia con il sonno e genera un po’ di intontimento; sarà perché c’è stata di mezzo la Nazionale, o meglio ancora perché c’è stato un sabato in cui si sono visti giocare assieme Batistuta, Pepito Rossi, Mario Gomez, Toldo, Borja Valero, Pizarro e tutti coloro che hanno partecipato alla gara del Franchi in onore dell’ex numero 49 viola; sarà perché Moise Kean ha fatto una partita da urlo in Germania, con annessi rumors sempre più forti sul suo futuro e sulla clausola, per cui non ci siamo annoiati granché. Sarà…ma, precisamente, dov’eravamo rimasti? Ah sì, giusto. Al 3-0 con la Juventus. Basta chiudere gli occhi per un istante che la memoria ci riporta a quella esaltante serata del Franchi che ha rilanciato appieno le ambizioni di una Fiorentina che poteva addirittura già abbandonare ogni aspirazione di classifica a metà marzo. Così come avvenuto 72 ore prima, in Conference League, quando il 3-1 rifilato al Panathinaikos ha riacceso la luce della speranza e della fiducia, oltre a spalancare le porte verso almeno la semifinale, poi chissà. Ecco, sì, giusto. Non solo risultati, ma anche tantissime buone indicazioni, generali, collettive e dei singoli. Con la difesa a tre e l’impiego di Pablo Marì la retroguardia viola ha ritrovato grande solidità. Anche Pongracic è tornato a buoni livelli da quando Palladino ha virato verso il 3-5-2, forse perché con l’ex Monza a guidare la difesa i meccanismi funzionano, a differenza di inizio stagione. Gosens e Dodo volano con questo modulo. Il tedesco soprattutto, tra gol, assist e salvataggi miracolosi sulla linea. A tutta fascia l’ex Atalanta è tornato incisivo e decisivo. Con questo assetto Gudmundsson ha maggiore libertà di muoversi dove più gli pare in attacco. L’islandese è tornato, segna, gioca e può fare la differenza in questo finale di stagione per la Fiorentina. Kean è sempre lo stesso, che la Fiorentina giochi a tre, quattro, cinque. Fagioli si è preso il centrocampo. Con Cataldi e Mandragora sono stati assoluti protagonisti delle ultime due vittorie dei viola. Giusto, Mandragora, un altro che in 72 ore ha messo dentro due reti e si è ripreso la titolarità del centrocampo viola. Intanto Adli e Folorunsho sono tornati a disposizione, ma possono tranquillamente attendere il loro momento. Fin qui il dove eravamo rimasti, adesso il dove andremo. Domenica alle 15, al Franchi, l’Atalanta del Gasp, una delle tre squadre che in classifica sono nelle prime 9 con cui la Fiorentina non ha ancora fatto almeno un punto, l’altra è il Bologna, mentre col Napoli non ci sarà un’altra occasione. Nerazzurri crollati ultimamente in casa, ma macchina da guerra in trasferta, con un 0-4 alla Juve e due 0-5 a Empoli ed Hellas nelle ultime tre trasferte. Dopo l’Atalanta ci sarà il Milan fuori, quindi il tris di gare in cui devono arrivare 9 punti, per forza, con Parma, Cagliari ed Empoli. Ovviamente resta il doppio confronto col Celje per andare avanti in Europa. Che non si sa mai. Insomma, si riparte. Pronti? Non c’è tempo da perdere. Almeno questo weekend si sposteranno le lancette in avanti, per cui mancherà un’ora in meno al ritorno in campo della Fiorentina. Da domenica alle 15 non ci sarà più di che annoiarsi. Sperando di poter vivere un finale di stagione positivo, esaltante, storico, piuttosto che deludente e pieno di rimpianti.

La quiete prima della tempesta

Per la Fiorentina è alle porte il tour de force decisivo

Ancora qualche ora e inizierà ufficialmente il countdown verso il rush finale di questa stagione per la Fiorentina. Un conto alla rovescia che potrebbe mandare in Paradiso o all’Inferno la truppa di Palladino, chiamata almeno a centrare un posto nella prossima Europa. Il meglio deve ancora venire, ha detto lo stesso tecnico viola. Non vi è dubbio su questo. E potrebbe essere bello, bellissimo, addirittura trionfale, oppure un nulla di fatto, addirittura un flop. Dalle prossime 9 partite di Serie A e dal percorso che la Fiorentina riuscirà a fare in Conference League dipende sostanzialmente tutto. Che questa rosa sia forte, molto forte, la più forte dell’era Commisso, lo ha testimoniato il 3-0 rifilato alla Juve, arrivato dopo un altrettanto esaltante 3-0 all’Inter, dopo aver battuto Roma, Milan e Lazio. Praticamente tutte le big, almeno in casa. E domenica arriverà l’Atalanta, unica delle primissime della classe assieme al Napoli e al Bologna (con cui la Fiorentina giocherà il ritorno alla penultima giornata) contro cui la squadra di Palladino non ha fatto almeno un punto. Coi bergamaschi e a seguire contro il Milan la Fiorentina non può far altro che dare risposte. Altre. La parola d’ordine è e deve essere continuità. La classifica è ancora corta. La vittoria con la Juve ha ridato entusiasmo e fiducia, un bis dopo quella col Panathinaikos che ha certificato che la Fiorentina è ancora viva. Il rischio che la stagione fosse già finita a marzo c’era. Così non è stato. Colpo di reni o scintilla vera per un finale esaltante? Già domenica le prime risposte. Certo, di fronte ci sarà l’Atalanta, non proprio l’avversario più facile da battere, soprattutto quando la truppa del Gasp gioca in trasferta. Nelle ultime 4 uscite esterne i bergamaschi hanno fatto 0-4 alla Juve, 0-5 al Verona e all’Empoli. Insomma, non male. Poi sarà la volta del Milan, del Parma, del Cagliari, dell’Empoli, della Roma, del Venezia, del Bologna e dell’Udinese. Nel mezzo le gare col Celje e poi…si vedrà. Probabilmente il Betis e il Chelsea in finale di Conference. La tempesta, appunto. Adesso la calma, prima di scatenare l’inferno, sperando di volare in Paradiso.

Con un Kean così…

Altra super serata per l’attaccante della Fiorentina

Un gol più bello dell’altro, anche in Nazionale. Moise Kean è sempre più bomber, mai come quest’anno. E sono 23 centri in 40 partite tra Fiorentina e Italia, da agosto fino a marzo, con quella speranza che il bello possa (o debba) ancora venire, come detto da Palladino. Quella che in estate poteva essere (legittimamente) vista come una scommessa, tra l’altro onerosa visti i 13 milioni di euro tirati fuori più altri 5 di eventuali bonus per prenderlo dalla Juventus, si sta trasformando sempre più in una scelta clamorosamente azzeccata da parte della società viola. Un colpo alla Kvaratskhelia, alla Mertens, alla…quelli, insomma, che presi a cifre ragionevoli nel giro di pochi mesi si moltiplicano di valore economico e garantiscono un rendimento tecnico ‘da wao’. In quei giorni, Daniele Pradé sbandierò pubblicamente la volontà di acquistare un centravanti di sicuro rendimento, uno di quelli da doppia cifra, uno che avrebbe dovuto cancellare i tanti (troppi) errori sui numeri nove compiuti dalla dirigenza gigliata nel corso degli ultimi anni. La lista è lunga, meglio dimenticare. La Fiorentina aveva già preso Kean, ma in città erano in molti a chiedersi se non dovesse arrivarne un altro di attaccante, uno ‘vero’, visto che l’ex Juventus arrivava da una stagione da 0 reti. C’erano in ballo i vari Dallinga, Lucca, Sorloth, Retegui...Ma per la squadra mercato della Fiorentina non ci sono mai stati dubbi: era e sarebbe stato Moise Kean il centravanti titolare della Fiorentina. E mai come in questa occasione si può, anzi si deve, dire ‘chapeau’. Intanto Kean si è preso la Fiorentina a suon di gol. Si è riconquistato la maglia della Nazionale dove ha fatto gol e prestazioni, diventandone il numero 9, con Retegui che nelle gerarchie non è più così davanti al centravanti viola. Domenica, tra l’altro, chissà che il nerazzurro non riesca a rientrare, coi due che saranno faccia a faccia, l’uno contro l’altro. Mai così prolifico Kean, dicevamo, con  un gol ogni 135’ in maglia viola, 1 ogni 103’ in Nazionale. Quando ha giocato al Psg fece 17 reti in poco meno di 2400’, con 1 gol ogni 141’. Alla Juve nel 2022/23 segnava con una media di 1 gol ogni 170’, nel 2018/19 fece meglio con 1 gol ogni 97’, ma trovando solamente 7 reti in 17 presenze. All’Hellas fece 4 reti in 19 presenze alla prima stagione in A etc etc. Si perché, numeri a parte, quello che oggi sta facendo vedere Moise Kean pare qualcosa di mai visto prima. Tanto che più di qualcuno sta iniziando a monitorare la situazione. La clausola che pareva folle fino a mesi fa sta diventando ormai sempre più una cifra quasi ridicola rispetto al rendimento che Kean sta mettendo in mostra. 52 milioni di euro, in pratica, la metà di quanto è stato pagato a suo tempo Lukaku dall’Inter, meno della metà con cui il Bayern ha preso Harry Kane e di quanto la Juve ha pagato Vlahovic o il Napoli Osimhen. Insomma, meglio non pensarci. La speranza è che il meglio debba ancora venire. Che Kean continui a segnare a raffica, magari portando alla Fiorentina quella benedetta/maledetta Conference League, o l’ingresso in una coppa un po’ più accattivante e remunerativa rispetto a quella da cui, ad oggi, la squadra di Palladino non avrebbe neppure accesso per la prossima stagione se non vincesse la Conference. E comunque, brava Fiorentina, bravo Kean. Avanti così.

Fiorentina made in Italy. Ieri, oggi e domani

La Fiorentina punta sugli italiani

Appena arrivato a Firenze Rocco Commisso lo disse e ribadì più volte: “Ero qui nel 2006…”, celebrando la vittoria dell’Italia ai Mondiali. Non aveva ancora ben chiaro il rapporto tra una parte di tifosi viola e la Nazionale (quelli per cui lo Scudetto del 1982, la FIGC, Matarrese, Baggio, Avellino, Moggi, il fallimento, Calciopoli etc etc), ma questa è una vecchia storia. Commisso non ha mai nascosto di sognare una Fiorentina che diventasse un serbatoio per la Nazionale. Anche attraverso la realizzazione del Viola Park, con forte lavoro nella direzione della valorizzazione dei giovani del territorio e dell’italianità. In principio c’erano i vari Biraghi, Bonaventura, Castrovilli e Chiesa. Mattoncino dopo mattoncino il percorso è continuato, fino ad oggi, quando ad indossare la maglia numero 9 della Nazionale è proprio il centravanti della Fiorentina: Moise Kean, qualcosa che non accadeva dai tempi di Alberto Gilardino e Luca Toni, ultimi bomber viola-azzurri. Il centravanti della Fiorentina e dell’Italia è in buona compagnia. Sì perché, per quanto non stia ancora trovando spazio, tra i viola-azzurri c’è pure Pietro Comuzzo. Uno, giusto per intendersi, che ha saltato lo step dell’Under 21 approdando direttamente in Nazionale maggiore e che, salvo cessioni in estate (rumors stanno già ritornando a circolare, come a gennaio), sarà uno dei difensori della Fiorentina e dell’Italia del domani. Come Kean sarà, appunto, assieme a Retegui il nove dell’Italia e della Fiorentina (sempre che quella clausola…). A questa girata sono solamente loro a difendere i colori dell’Italia di Spalletti, ma rispetto allo ieri, l’oggi profuma molto anche di domani. Assieme a loro, infatti, potrebbero trovare nuove maglie azzurre in diversi che oggi indossano quelle viola. Su tutti c’è, ovviamente, Fagioli, che già Spalletti si era portato agli ultimi Europei nonostante fosse appena rientrato dalla lunga squalifica. In seconda fila ecco Folorunsho, altro che ha fatto parte della spedizione azzurra agli Europei, che potrebbe presto ritornarci. Sempre che, il primo ma anche il secondo, vengano riscattati dalla Fiorentina a fine stagione, s’intende. In tutto ciò c’è chi è stato il leader delle Under, ovvero Luca Ranieri, che magari chissà…così come quel Sottil che per anni è stato un titolarissimo dell’Under 21, che se dovesse definitivamente esplodere chissà…sempre che, a fine stagione torni qua, dal Milan, cosa non del tutto scontata. E da molti neppure sperata. Chi un posto nell’Italia del domani sembra averlo senza ancora aver fatto granché in prima squadra è anche Tommaso Martinelli. Il giovane portiere azzurro, ovviamente, dovrà prima prendersi la ribalta con la maglia della Fiorentina, prima o poi…Chissà che non rientri nel giro degli azzurri anche Rolando Mandragora, che dopo mesi e anni è tornato a fare prestazioni e gol. Non va dimenticato che anche lui, a suo tempo, è stato per anni il capitano dell’Italia Under 21, salvo poi perdersi per strada. Peccato per Bove, ma come per altri chissà. Ovviamente, nel caso del centrocampista, le motivazioni sono di ben altro tipo. Poi c’è quello Zaniolo che fino ad un paio d’anni fa era considerato un titolare dell’Italia, ma che infortunio dopo infortunio, flop qua e flop là, rischia di non essere nemmeno tra i protagonisti della Fiorentina, con un prossimo ritorno in Turchia che sembra più vicino che lontano. Chi si è perso nell’ultimo anno è Michael Kayode. Un protagonista dell’ultimo Mondiale Under 20, della scorsa prima parte di Serie A, che poi si è involuto in maniera inaspettata fino a terminare in Premier, al Brentford, dove non gioca mai. Spalletti lo seguiva, chissà che non torni a Firenze in estate e che sbocci, ritornando in orbita Nazionale. Nell’Under 21 gioca quasi sempre titolare Cher Ndour, anche ieri contro l’Olanda. Un altro il cui futuro potrebbe essere  viola-azzurro. Altri futuribili viola e azzurri sono Bianco e Amatucci, che a fine anno faranno ritorno a Firenze, mentre Colpani, che tra gli obiettivi aveva quello di consacrarsi dopo l’annata a Monza, probabilmente ha perso il treno, sia viola che azzurro. Chi ci spera è anche Fabiano Parisi, altro che non ha confermato le aspettative, ma mai dire mai. In rosa, oltre a quelli sopracitati, ci sono anche i vari Terracciano, Cataldi più una valanga di giovani che si stanno mettendo in luce in B: su tutti Fortini e Favasuli, oltre a Caprini già nel giro della prima squadra e adesso in Under 20. Insomma, c’è tanto viola-azzurro, oggi e domani.

Kean-Italia; tra apprensione e motivazione

Il bomber viola guiderà l’Italia di Spalletti

 Allo stadio Giuseppe Meazza di San Siro è ormai tutto pronto per Italia-Germania. Dal 1’ tocca a Moise Kean guidare l’attacco della Nazionale, con la maglia numero nove sulle spalle, non viola ma azzurra. Ok, dettaglio non da poco, soprattutto per chi come tanti che hanno la Fiorentina nel cuore mantengono da anni un rapporto conflittuale (diciamo così) con la Nazionale, in un mix di apprensione e motivazione. Va da sé che tutti coloro che tengono alle sorti della squadra viola siano lì col fiato sospeso, fin dal primo momento in cui il bomber della Fiorentina è approdato a Coverciano, poi alla Pinetina, quindi stasera a San Siro e poi, probabilmente, pure domenica in Germania, tutti a sperare che al centravanti gigliato nessuno dei tedeschi o dei compagni azzurri in allenamento tiri una botta, una pedata, una pallonata. Se possibile neppure un raffreddore. Per tutti coloro che…’magari prendesse un raffreddore così torna subito a Firenze e torna carico per Fiorentina-Atalanta’; oppure quelli del ‘speriamo prenda un giallo stasera, visto che è diffidato e non gioca domenica’…sì, ok, però…Non va dimenticato l’aspetto motivazionale, a maggior ragione nel caso di Kean. Stiamo parlando di un ragazzo di 25 anni che è passato dall’essere considerato un predestinato all’etichetta di incompiuto, che è rinato a Firenze, che ha ritrovato la Nazionale a cui tiene, che stasera giocherà titolare contro la Germania (ok, è un quarto di finale di Nations League, ma è sempre un’Italia-Germania), che assieme a Retegui è uno dei due centravanti principali dell’Italia e che, soprattutto, in ottica Mondiali del 2026, ha tutto per mantenere questo status, aspetto che potrebbe anche giocare in favore della Fiorentina stessa. Sì perché prima o poi qualcuno busserà alla porta di Kean. Non importerebbe, tra l’altro, neppure passare da quella della Fiorentina, vista la clausola da 52 milioni che l’attaccante ha voluto inserire nel suo contratto quando ha detto sì alla società viola. Una cifra che un club di Premier potrebbe spendere ad occhi chiusi. In caso di ok da parte del giocatore, a quel punto la Fiorentina non potrebbe far nulla se non prendere atto della cosa e cercare un altro centravanti. Ecco perché, il fatto che Kean faccia bene anche con l’Italia, potrebbe essere un motivo ulteriore per la Fiorentina per convincere il proprio numero 20 a restare qui, a rinunciare ad eventuali mega offerte dall’Inghilterra perché qui sì, altrove non è detto, avrebbe continuità, una piazza che lo ama e una Fiorentina che gioca per lui. Cosa che lo ha fatto rinascere, che in ottica Mondiale 2026, non sarebbe così scontato da abbandonare. ‘Sai ciò che lasci, non sai ciò che trovi’, recita un detto, che spiega bene il senso del discorso. Certo, molto potrebbe influire il piazzamento finale della Fiorentina, cioè l’eventuale qualificazione all’Europa dell’anno prossimo oppure no. Ma anche fino ad un certo punto. Quindi, ecco: turarsi il naso se venisse abbracciato da qualche ‘gobbo’, se non starà a riposarsi come altri suoi compagni viola, e un po’ di apprensione sperando vada tutto bene. Ma anche che faccia bene, trovando ulteriore carica e motivazioni per dare tutto anche con la Fiorentina.

(Rin)corsa all’Europa. Tutto è ancora possibile

La Fiorentina spera di agganciare un posto europeo

La speranza è sempre l’ultima a morire. Ma, poi, c’è da fare i conti con quello che è realmente raggiungibile e cosa no. Per la Fiorentina, dopo il 3-0 rifilato alla Juventus, si è riaccesa la possibilità di acciuffare un treno per l’Europa che, tra risultati, prestazioni e sensazioni si era allontanato. Sì perché, oltre ai punti che non arrivavano, per lunghi tratti si è vista una Fiorentina che non dava mai l’impressione di aver meritato di più. Anzi. Dopo il tris rifilato ai bianconeri, arrivato dopo quello al Panathinaikos, il peggio può dirsi superato. La classifica non è certamente idilliaca, ad oggi, ma la speranza si è unita ad un po’ di fiducia in più. A questa sosta, la graduatoria della Serie A dice che dalla quarta alla nona posizione ci sono 6 punti di distacco: Bologna 4° con 53 punti, Juventus 5° con 52 punti, Lazio 6° con 51, Roma 7° con 49, Fiorentina 8° con 48, Milan 9° con 47. Nel prossimo turno i viola se la vedranno con l’Atalanta. I bergamaschi hanno ormai detto addio al sogno Scudetto, stentando soprattutto in casa. In trasferta, invece, i nerazzurri vengono da 4 vittorie di fila, di cui le ultime tre 0-4 con la Juve, 0-5 ad Empoli e 0-5 a Verona. Insomma, non staranno benissimo, ma neanche poi così male.  Poi ci sarà il Milan, in trasferta, coi rossoneri reduci da due vittorie di fila ma a dir poco sofferte con Lecce e Como. Avversario temibile, sì, sulla carta, ma che sta tutt’altro che bene. Quindi il classico calendario ‘facile’, con Parma, Cagliari ed Empoli per i viola. Tris con cui la Fiorentina, questa Fiorentina che ha dilapidato un sacco di punti nel 2025 trovandosi da scappare a rincorrere, non può far altro che filotto. A seguire Roma, Venezia, Bologna e Udinese. Un calendario non proprio impossibile, se la Fiorentina è quella vista con la Juve o nel filotto delle 8 vittorie di fila. Proibitivo, invece, se fosse quella che ha perso con Monza e Verona. Guardando alle concorrenti, il Bologna di Italiano, quarto, a +5 sui viola, avrà Venezia fuori, Napoli in casa, Atalanta fuori, Inter in casa, Udinese fuori, Juventus in casa, Milan e Fiorentina in trasferta e Genoa in casa. Calendario, dunque, dall’alto coefficiente di difficoltà per i rossoblu. La Juve, che se fosse quella di Firenze potrebbe perdere con tutti, sfiderà Genoa in casa, Roma fuori, Lecce in casa, Parma fuori, Monza in casa, Bologna e Lazio fuori, Udinese in casa e Venezia in trasferta. La Lazio giocherà col Torino in casa, Atalanta fuori, derby con la Roma, Genoa fuori, Parma in casa, Empoli fuori, Juve in casa, Inter fuori e Lecce in casa. La Roma, avanti di 1 punto rispetto ai viola, sfiderà Lecce fuori, Juve in casa, derby con la Lazio, Verona in casa, Inter fuori, Fiorentina all’Olimpico, Atalanta fuori, Milan in casa e Torino fuori. Il Milan, che è dietro di 1 punto, se la dovrà vedere col Napoli fuori, Fiorentina in casa, Udinese fuori, Atalanta in casa, Venezia e Genoa fuori , Bologna in casa, Roma fuori e Monza in casa. Da chi vincerà la Coppa Italia dipenderà anche quello che assegneranno i posti in classifica. Oltre a cosa farà la Lazio in Europa League, ovviamente. Insomma, tutto è ancora possibile. La rincorsa della Fiorentina si spera sia già iniziata. Senza dimenticare la via di fuga chiamata Conference League, che sarebbe un gran bel fuggire.

Nessuno vuole essere Robin (cit.), o forse sì

Gosens tuttofare. Gol, assist, salvataggi e km

“Ti sei accorta anche tu, che in questo mondo di eroi nessuno vuole essere Robin?” Così cantava Cesare Cremonini.  Da queste parti, invece, in molti vorrebbero esserlo. Riferimento a quel Robin Gosens che macina chilometri su e giù sulla fascia sinistra con la maglia della Fiorentina. Lui, che è arrivato a Firenze a 30 anni dopo una carriera in cui ha vinto 3 coppe con l’Inter, con cui ha pure giocato una finale di Champions League, che è stato il miglior difensore nei top 5 campionati europei per gol (9) ed assist (8) nel 2020, arrivando ad 11 gol l’anno successivo diventando un pilastro di quell’Atalanta che sfiorò l’impresa in Champions arrivando ai quarti, che col sacrificio e col sudore si è conquistato una maglia in Nazionale a 26 anni, che dopo un grave infortunio non si è scoraggiato, ripartendo poi dall’Union Berlino e via discorrendo, proprio lui, Robin, che secondo molti era un giocatore ormai finito e (forse?) già sazio, ogni volta che indossa la maglia della Fiorentina fa luccicare gli occhi. E quando apre bocca, pure. Mai banale nei concetti. D’altronde, nonostante sia un calciatore (preconcetto e stereotipo? Forse), una laurea in psicologia non viene regalata. E a fine carriera, come da lui stesso più volte detto, sarà proprio quello il suo lavoro: la testa, magari dei calciatori o sportivi stessi. Fin qui la biografia. Poi c’è l’oggi. Che poi, sarà un caso, forse no, che sia un leader di questo gruppo lo si vede in campo, quando incita tutti i compagni, sia dopo una giocata positiva che dopo un errore. Sempre facendo su e giù. Finché ne ha. Leader morale, emotivo e tecnico. Un esempio. Bhe, certo, pure Biraghi faceva su e giù sulla stessa corsia, ma qui siamo su un altro livello. Le cartoline del match di giovedi col Panathinaikos se l'è prese tutte Kean. Tra gol, tizio dei greci scaraventato in aria in stile wrestling, flexata ad ostentare che sul duello fisico con lui non si scherza e non si passa, gol, esultanza e ciao ciao ad un altro tizio dei greci. Ma quei due salvataggi di Gosens? Semplicemente determinanti. Il tutto dopo aver fatto due assist all'andata, dopo aver messo dentro il gol dell'unica vittoria dei viola in Serie A nelle ultime 5 giornate, col Lecce, come da trazione, dopo aver fatto su e giù. Dopo aver fatto gol all'esordio con la Fiorentina, appena arrivato, subito titolare e subito decisivo. 4 reti e 7 assist il suo bottino sin qui, mica male. E domani arriva la Juve. Sicuramente Gosens, che adesso va per i 31, non avrà il pieno nel serbatoio. Ma, in questo mondo di eroi, in cui tutto vogliono essere Kean, c'è anche chi vorrebbe essere Robin. Gosens, s'intende.

Aggrappati a Gud

Sperando che l’islandese si sia sbloccato

Tutto ebbe inizio in un turbolento intervallo di Fiorentina-Lazio. Viola in balia degli avversari, come sempre accaduto da inizio stagione fino a quel minuto 45. Entra Gudmundsson, pochi minuti, si prende il rigore, lo segna e pareggia. Poi allo scadere va dal dischetto di nuovo, tiro e gol del 2-1. Da lì in poi la squadra di Palladino non ha più perso per 10 domeniche, mettendo in fila 8 vittorie consecutive che, col senno di poi, per fortuna sono arrivate, altrimenti chissà dove sarebbe oggi in classifica. Gudmundsson ebbe il tempo di buttarla dentro col Milan, per poi rifermarsi dopo pochi minuti a Lecce. Poco male. Al Via Del Mare entrò Beltran e la Fiorentina continuava a volare. Fino al ko di Bove, da lì in avanti tutto è diventato più difficile del previsto, mentre Gudmundsson...bho. qualche minuto ogni tanto, tra l'altro con gol, ma un rientro che non si è mai concretizzato a pieno. Anche perché, ogni volta che l'islandese rientrava non è che brillasse particolarmente. Come in Fiorentina-Como, quando dopo pochi minuti, quasi come in una barzelletta, di quelle che non fanno ridere per niente, fu costretto ad uscire di nuovo. Da lì, altro mini calvario, con rientro col Lecce. E anche lì, pochi minuti nel finale ma due errori sotto porta clamorosi. E vabbè. Il tutto mentre la Fiorentina non vedeva la luce in fondo al tunnel, tra tonfi, partite orrende, con ingressi dell’islandese che, per quei tratti di gara in cui giocava, non toccava palla, come in Grecia, ad esempio. Poi, si spera, la svolta. Gudmundsson, che dal nulla scaraventa un destro che si infila alle spalle di Meret, e da lì, come detto, la possibile più classica delle sliding doors. Sì, perché già tra due giorni la Fiorentina dovrà superare un ostacolo divenuto il vero spartiacque di questa stagione, contro il Panathinaikos, gara da dentro o fuori, non solo per la Conference League, ma anche per il proseguo di un’annata che da magnifica rischia di divenire orribile, sì in caso di eliminazione agli ottavi per mano dei modesti greci, ma anche perché da quel tunnel in cui si è infilata la truppa di Palladino non si intravede via d’uscita. E all’orizzonte, oltre al Pana, ci sono Juventus, Atalanta e Milan. E quel ‘sento troppe critiche, troppo pessimismo. In fondo siamo sesti’, che Palladino proferì in conferenza stampa giusto 15 giorni fa, rischia di diventare il proverbiale canto del cigno. Anche perché, già oggi, la Fiorentina è ottava in classifica e col Milan a -1. Ok, ma per questi aspetti ci sarà tempo. Ora tocca a Gudmundsson. Ok, toccherebbe anche a Palladino riuscire a mettere in condizione il giocatore forse più talentuoso di questa rosa di esprimersi, l’altro è Fagioli, definito ‘campione’ dal tecnico viola ma fin qui, non si capisce neanche bene perché, utilizzato col contagocce (ma anche questa è un’altra storia). Insomma, Gud, dicevamo, che almeno con Kean, litigi sui rigori a parte, ha dimostrato di sapersi trovare. Non ci sembrano schemi, nel senso di qualcosa di provato, ma più qualcosa di legato alle qualità individuali. E ora, caro Gud, è il tuo momento. Dimostra qualcosa, fai qualcosa, sentiti libero, come al Genoa, di fare un pò quello che ti pare, senza troppi tatticismi. Tanto, non ce ne voglia Palladino, per quelli meglio lasciar perdere.

Non resta altro che sperare. Per idee e gioco ripassare più avanti

La Fiorentina perde anche a Napoli. E giovedì arriva il Pana

Altro giro, altro ko per la Fiorentina. Ci può stare di perdere col Napoli? Sì. A Napoli? Certo che sì. Contro questo Napoli? Per carità. Il problema è tutto quello che si è visto prima della sconfitta del Maradona, che anche lì si è ri-confermato. Poco gioco, poche idee, poche soluzioni e tanta speranza che De Gea parasse tutto, che Kean facesse qualcosa da solo, che Gud tirasse fuori dal cilindro il coniglio (come poi accaduto). Progressi? No. Continuano ad esserci soliti problemi e solite difficoltà. Quelle che si riproporranno anche giovedì, poi ancora contro la Juventus domenica, contro l’Atalanta nella giornata successiva, contro la Roma quella ancora dopo etc etc. Probabilmente, insomma, da qui a fine stagione. Al netto dei risultati che arriveranno. In fondo anche col Lecce la Fiorentina ha sofferto le pene dell’inferno, ma ha vinto. Chi ha detto che per qualche congiunzione astrale ciò non possa accadere anche giovedì, domenica, ancora e ancora? Il calcio non sempre premia i più forti, i migliori, i più ingegnosi e i più meritevoli. A volte vincono anche quelli che vanno in campo sperando che un compagno faccia la magia, che gli altri prendano pali e traverse, che il proprio portiere pari l’impossibile etc etc. Che poi è ciò che sembra fare negli ultimi 3-4 mesi la Fiorentina. Quella delle otto vittorie di fila, che non  illuminava ma almeno stava chiusa bene, ripartiva benissimo, subiva pochissimo e alla prima palla gol segnava, ormai non esiste più. C’è poco da fare. Amen. La speranza è che la buona sorte, per una volta, stia dalla parte di chi ha il viola nel cuore. Se poi, in futuro, si volesse provare a metterci qualcosa di proprio piuttosto che sperare e basta…male non sarebbe.

Niente paura, con le big la Fiorentina va

Sperando che i viola si ritrovino

Nessuna paura, la Fiorentina affronta una delle prime in classifica. E fin qui è proprio nei big match che la formazione di Palladino ha dato il meglio di se stessa. Al contrario, invece, c’è più da aver paura di quei Verona, Lecce, Genoa, Monza…squadre che si chiudono, che ripartono e contro cui i viola hanno sprecato una valanga di punti. Di fronte, domani, ci sarà il Napoli. No problem, o almeno speriamo. Guardando i dati degli scontri diretti tra le prime nove della Serie A, infatti, la Fiorentina è la seconda per media-punti. Il dato che riguarda l’andamento fin qui in Serie A è di 1,6 punti a partita (lo stesso dell’Atalanta) che è inferiore soltanto a quello del Napoli, in testa per appena uno 0,1 di differenza (la cifra che riguarda gli azzurri è infatti 1,7 punti di media a gara). Tutte le altre big del campionato (dai campioni in carica dell’Inter passando per la Juventus fino alle due romane, al Bologna e al Milan) si trovano alle spalle dei viola, che nel loro percorso stagionale con le altre «otto sorelle» hanno fin qui totalizzato un bilancio di cinque vittorie, un pari e quattro ko (nello specifico, sedici punti in dieci gare). Non sarà un caso, forse, se l’ultima bella prestazione che si ricordi di queste ultime settimane sia proprio quella del recupero del Franchi contro l’Inter, un 3-0 fatto di difesa organizzata, con pochissimi pericoli, contropiedi ragionati, veloci e ben finalizzati. Poi c’era stato l’ottimo primo tempo con la Lazio, a cui fece seguito una ripresa sofferta, sì, ma neanche poi troppo, al netto del gol e del palo colpito all’ultimo minuto dai laziali. Nel girone d’andata arrivò il successo con Milan, Lazio (anche al ritorno), Roma e Inter a Firenze, il pari con la Juve, i ko con Atalanta, Bologna, Inter a San Siro e Napoli. Perciò, anche un po’ per volersi attaccare a qualcosa che ci ri-dia un po’ di speranza e fiducia dopo quello che si è visto in settimana in Grecia e prima col Lecce, c’è da augurarsi che la Fiorentina si ritrovi proprio in una gara come quella del Maradona che, sulla carta, ha tutti i crismi della ‘mission impossible’, come sembravano tanti altri big match che, però, la squadra di Palladino era riuscita a far propri.

64 giorni dopo. Loro ancora lì, la Fiorentina no

Rispetto alla gara d’andata col Napoli i viola sono crollati

Sono passati solamente 64 giorni dalla sfida d’andata col Napoli, eppure per chi tifa Fiorentina sembra una vita fa. Era quella l’ultima partita del girone d’andata, la prima del 2025, con la formazione di Palladino che era reduce dal pari in extremis allo Stadium con la Juve che aveva segnato una piccola ripresa dopo il doppio tonfo con Bologna e Udinese, dopo un allenamento a porte aperte al Viola Park con entusiasmo e sogni di gloria, con la classifica che vedeva i viola al quinto posto a meno 3 dal quarto e con una sfida da recuperare. Da quella sera in poi, il tracollo, tra il ko col Monza (coi brianzoli che poi hanno preso goleade un po’ da tutti), il pari col Toro e qualche vittoria soffertissima tra Lazio, Genoa e l’ultimo acuto che si possa definire tale, con l’Inter, nel recupero del Franchi, la classica rondine che non fa Primavera. E 64 giorni dopo, la graduatoria vede la Fiorentina a rincorrere chi allora era dietro come Juve e Bologna, a doversi guardare le spalle dalla Roma che ormai è lì, e pure dal Milan, che sta facendo una delle annate più disastrose degli ultimi anni. Il tutto, tra l’altro, meritandoselo. Perché è proprio questo che spaventa di più chi ha la Fiorentina nel cuore: questa squadra ha enormi problemi, che giochi contro chi è la peggior difesa del campionato come il Verona o il peggior attacco come il Lecce, ed anche col Panathinaikos, formazione modesta contro cui giovedì molti, ad un certo punto della partita, hanno sperato soltanto che finisse in fretta perché tutto si era messo male, anzi malissimo. 64 giorni dopo, dicevamo. Loro sono ancora lì, per quanto abbiano fatto solo 16 punti in 10 gare, mentre i viola sono tornati laggiù, vicini alla zona Europa, sì, ma col rischio di finirne fuori visto il prossimo poker di sfide che attende la Fiorentina con Napoli, Juventus, Atalanta e Milan, oltre al rischio di dover battere il Panathinaikos di due gol di scarto giovedì al Franchi e sperare. Lontani i tempi in cui la Fiorentina guardava davanti e al prossimo incontro con chi che fosse con quel mood del ‘sotto a chi tocca’, dopo aver steso Milan, Roma e altre nel filotto delle 8 vittorie consecutive che avevano illuso che questa potesse essere l’annata della svolta. Un’era fa, appunto. Ora c’è solo la speranza che Palladino trovi, come detto da lui stesso, la chiave per raddrizzare un trend che nelle ultime settimane si sta facendo davvero preoccupante. Già da domani, a Napoli, 64 giorni dopo.

Tre mesi di fatica alle spalle, altri tre all’orizzonte

Poche idee e gioco, tanta sofferenza. Ma non è una novità

Da dicembre ad oggi, la Fiorentina di Palladino continua a fare una fatica enorme contro tutti. Che di fronte ci sia il peggior attacco o la peggior difesa della Serie A, come rispettivamente erano Lecce e Verona, squadre derelitte e allo sbando come il Monza, un modesto Panathinaikos o chicchessia, al netto di chi c’è e chi non c’è in campo, in panchina o in infermeria, il trend delle gare dei viola è più o meno sempre lo stesso. Può cambiare il risultato, chi si macchia di errori più o meno determinanti e chi toglie le proverbiali castagne dal fuoco, ma problemi e difficoltà sono sempre gli stessi. E le soluzioni? Non si intravedono, almeno fino ad ora. La sensazione è che possa andare avanti così fino al termine di questa stagione, salvo improvvise strambate, come quella che avvenne all’intervallo di Fiorentina-Lazio quando Palladino stravolse tutto riuscendo a trovare la quadra dopo una serie di partite che somigliano maledettamente a quelle che si stanno ripetendo negli ultimi tre mesi. Certo ‘San’ De Gea o ‘San’ Kean potrebbero tornare a fare miracoli, Gudmundsson potrebbe ingranare e la Fiorentina ripartirebbe. Perché la storia del calcio insegna che è quasi impossibile riuscire a dare un'identità di gioco e idee ad una squadra dall'oggi al domani, a maggior ragione a stagione in corso, tra l’altro nel momento cruciale con impegni decisivi uno dietro l’altro. Perciò la Fiorentina dei prossimi mesi sarà più o meno la stessa di questi ultimi. Ma la Dea Eupalla non è prevedibile. Da un giorno all'altro può mollarti, come nel caso di Guardiola, dare una mano a chi ha meno idee, dogmi e teoria, ma bada più alla pratica. Di storie ce ne sono infinite, come quando il Chelsea vinse quella Champions con Di Matteo a suon di catenacci o quando Mourinho vinse il triplete con Eto’o terzino. Perciò, ribaltare il Panathinaikos e fare 12 punti nei prossimi 4 big match con Napoli, Juventus, Atalanta e Milan sarà difficile, certo, ma non impossibile. Come niente lo è, perfino vincere un Gran Premio di Formula 1 con una utilitaria perché tutti gli altri escono di pista o rompono. Forse sarebbe un po’ ingeneroso dipingere la Fiorentina attuale così, perché in fondo la rosa a disposizione di Palladino sembra avere dei valori importanti. Ma poi, le idee in campo sono quelle che sono, la squadra fatica a giocare più di qualche minuto per tempo, non riesce a gestire ed ha una tremenda paura di sbagliare, tanto che se fa un gol, anche contro un Torino in dieci o in casa col Lecce, si mette tutta dietro, e con tutta intendiamo proprio tutta, e spera. E a volte va bene. Ma quanto può durare? In teoria anche per sempre. Ma anche no. All’orizzonte, dunque, si prospettano altri 3 mesi di sofferenza per questa Fiorentina e per chi la tifa, che non vuol dire priva di soddisfazioni. In fondo la Dea Eupalla non sempre aiuta i più meritevoli o gli audaci.

Nella tana del Pana. Solo 3 ko interni per i greci

Solo Ajax, Chelsea e Asteras hanno vinto in casa del Panathinaikos

Riparte dalla Grecia e da Atene l’avventura europea della Fiorentina, proprio là, dove svanirono al fotofinish i sogni di gloria del popolo viola pochi mesi fa contro l’Olympiakos. Stavolta per i viola ci sarà l’ostacolo Panathinaikos da superare, con un cammino europeo ancora molto lungo ma che, in caso di superamento del crash test coi verdi greci, sarebbe tutt’altro che impossibile. La strada verso la Polonia, sede della finale di questa edizione di Conference, vedrebbe infatti la vincente di Celje-Lugano, continuando poi con una tra Jagiellonia o Cercle Brugge o Betis o Vitoria Guimaraes in semifinale, sperando che dall’altra parte del tabellone qualcuno elimini lo spauracchio Chelsea. Ma per questo ci sarà tempo. Meglio pensare all’oggi, e al Pana stesso. Sono poche le squadre che in questa stagione sono riuscite a fare risultato sul campo della squadra del Pireo dove la Fiorentina di Raffaele Palladino giocherà giovedì l’andata degli ottavi. Tra le mura amiche il Pana ha disputato in stagione 13 gare di campionato, 2 della Coppa di Grecia, 2 dei preliminari di Europa League, 1 dei playoff di Conference League, 3 del girone di Conference League e 1 degli spareggi di Conference League. Per quanto riguarda le formazioni elleniche, in campionato ha fatto bottino pieno sul campo del Pana solo l’Asteras Tripoli, alla prima giornata, con poi 9 vittorie e 3 pareggi rimediati nelle successive 12 partite, di cui 6 vittorie consecutive nelle ultime 6 giornate. Nella coppa nazionale il Panathinaikos ha vinto con l’Atromitos e pareggiato con l’Olympiakos. In totale, dunque, su 15 gare giocate in casa tra campionato e coppa ha messo a referto 10 vittorie, 4 pareggi e 1 solo ko. E se il livello degli avversari ellenici potrebbe non apparire come irreprensibile, tra cui gli stessi biancorossi dell’Olympiakos, anche in Europa il Panathinaikos non ha concesso granché tra le mura amiche. A partire dai preliminari di Europa League caddero i bulgari del Botev, mentre ci vinse l’Ajax, gara che poi venne risolta ai rigori nel match di ritorno in Olanda con conseguente eliminazione dall’Europa League e conseguente retrocessione in Conference. Nel preliminare fecero fuori il Lens perdendo in Francia 1-0, ma vincendo in casa 2-0 e arrivando alla fase a gironi dove ha steso l’HJK Helsinki 1-0 e la Dinamo Minsk 4-0, cadendo sonoramente col Chelsea 1-4. Nello spareggio, dopo il ko 2-1 col Vikingur Reykyavik all’andata, hanno ribaltato il tutto in casa, giustappunto, vincendo 2-0 in casa. In totale, dunque, su 7 gare europee giocate in casa, il Panathinaikos ha messo a referto 5 vittorie e 2 ko (con Chelsea e Ajax). Si annuncia tutt’altro che una passeggiata di salute per la Fiorentina di Palladino, dunque, almeno la gara d’andata, là, in una bolgia, dove il Pana proverà ad indirizzare il proprio cammino verso i quarti e dove i viola dovranno provare ad evitarlo, magari utilizzando le proprie armi migliori: difesa e contropiede.

Dov’eravamo rimasti?

Riparte la Conference per la Fiorentina

Rispetto a quel pareggio in extremis arrivato in Portogallo, con conseguente accesso da terza del girone agli ottavi, la Fiorentina ha visto ridursi in maniera importante le proprie ambizioni di classifica. Era il 19 dicembre quando Mandragora acciuffò l’1-1 col Guimaraes, pochi giorni dopo il tonfo arrivato al Dall’Ara col Bologna che mise fine alla striscia delle 8 vittorie di fila in Serie A, e già in quella partita portoghese si iniziarono ad intravedere i primi campanelli d’allarme a cui hanno poi fatto seguito i 14 punti ottenuti dalla squadra di Palladino nelle successive 12 sfide, recupero con l’Inter compreso. Prima del match col Guimaraes la Fiorentina aveva 31 punti in graduatoria, era quarta a 4 punti dal Napoli e a 6 dalla capolista Atalanta, con una partita in meno. Giovedì per i viola tornerà la Conference League, 77 giorni dopo quella partita  in Portogallo, con una classifica di Serie A che vede i viola essere scivolati al settimo posto, con la quarta posizione adesso distante 7 punti, con dietro Roma e Milan a rispettivamente 2 e 4 punti di distacco (che prima del Guimaraes erano rispettivamente a 15 e 8 punti di distacco). In pratica, all’ultima partita giocata in Europa la Fiorentina si presentava con concrete speranze di arrivare in Champions. A quella col Panathinaikos, invece, ci arriva con il concreto rischio di restare addirittura fuori dalle prossime competizioni Uefa. Ironia della sorte, tutt’altro che divertente, c’è da aggiungere a tutto ciò che la Fiorentina ritrova Atene, proprio lì dove svanirono, per l’ennesima volta, i sogni di gloria di un popolo intero, in una Finale che è rimasta indigesta a molti, ancor più di quella col West Ham. La via per la Polonia, dove si giocherà il prossimo ultimo atto della Conference League, ripassa dal luogo dove tutto finì pochi mesi fa. Altra ironia della sorte, proprio contro gli avversari storici dell’Olympiakos, i verdi del Pana, che hanno sofferto un po’ come i tifosi della Fiorentina nel vedere i nemici di sempre essere il primo ed unico club a vincere un titolo europeo. Per il Panathinakos è stato uno smacco, una tragedia sportiva, come lo è stato per la Fiorentina. La rivincita ce l’avrà una soltanto. E rispetto a quando si disputò l’ultima partita di questa Conference League, quando in tanti pensavano che potesse essere l’anno buono per tornare in Champions League, o per andare almeno in Europa League, la Fiorentina rischia di avere nella stessa Conference una delle uniche vie per provare ad andare nuovamente in Europa. Resterebbe comunque lo spauracchio Chelsea. Se, però, ripensiamo alla fatica che ha dovuto fare questa Fiorentina nel battere il Lecce, che negli ultimi 75 giorni ha perso col Monza, col Verona e altre formazioni che sarebbero inferiori di gran lunga alla terza/quarta squadra del Chelsea, bhè…l’ottimismo non è propriamente dei più alti. Ma mai dire mai.

La Fiorentina arriva alla gara decisiva con il Lecce tra infortuni e dubbi

A centrocampo ancora dubbi su Adli e Folorunsho. Perché Fagioli non fa il play?

La Fiorentina si appresta ad affrontare una partita cruciale contro il Lecce, con una pressione enorme sulle spalle. Le ultime sconfitte hanno fatto vacillare la squadra e sollevato dubbi sul tecnico Palladino. La partita di domani sera è fondamentale per ritrovare la fiducia e la serenità perdute. Il popolo viola, nonostante la contestazione di Verona, sarà al fianco della squadra, consapevole che la partita vale quasi una stagione.La situazione non è semplice per Palladino, che deve fare i conti con numerosi infortuni. Moise Kean è out per la partita contro il Lecce, mentre la presenza di Folorunsho è incerta. L'assenza di Folorunsho è un duro colpo per il centrocampo viola, la cui struttura ne risente. Anche Gudmundsson e Colpani sono indisponibili per un periodo più lungo.Anche Adli, ex Milan, è assente da diverse partite, lasciando un vuoto importante nel centrocampo viola. Le sue geometrie e la sua vena realizzativa lo avevano reso un uomo chiave per Palladino. Il suo ritorno è imminente, ma la Fiorentina sta procedendo con cautela per evitare ricadute al suo infortunio alla caviglia. Fagioli potrebbe sostituirlo, ma Palladino continua a non schierarlo titolare o a assegnargli posizioni non consuete in campo. 

Dal Lecce al Lecce, dal volo al rischio sprofondo

Per la Fiorentina è obbligatorio vincere venerdì

Com’è lontana Lecce…non tanto in chilometri, quanto nel tempo. Era il 20 ottobre, 129 giorni fa, che potrebbero sembrare pochi, ma che per la Fiorentina sono moltissimi. Un’era, praticamente. Contro il Lecce, all’andata, la squadra di Palladino stava iniziando a mettere le ali. Al Via Del Mare i viola continuarono il primo filotto utile stagionale, venendo dalla vittoria con la Lazio, dal pari ad Empoli e soprattutto dalla vittoria col Milan. Pochi giorni prima fece 4 gol al San Gallo in Conference League, in Salento ne fece 6, pochi giorni dopo ne rifilò 5 alla Roma e iniziò a scalare la classifica a suon di risultati. Coi giallorossi allora allenati da Gotti, arrivò la seconda delle 8 vittorie di fila in A che hanno portato Palladino, la Fiorentina e la piazza viola a sognare in grande. In quella gara del Via del Mare si sbloccò anche Andrea Colpani, per quelli che sono stati fin qui gli unici suoi acuti stagionali, con doppietta e assist. Certo, si fece male Gudmundsson, dopo pochi minuti, ma sul momento la cosa non destò troppe preoccupazioni. D’altronde, in quel momento lì, funzionava tutto. Al posto dell’islandese, infatti, entrò Beltran, fece un partitone, segnò e trovò una discreta continuità nelle sfide successive facendo passare Gudmundsson come un assente qualunque. Quella Fiorentina volava, come Dodo, che faceva chilometri su e giù per il campo andando a cento all’ora, prendendosi una punizione su un taglio in velocità che costò il rosso a Gallo e vide Cataldi metterla dentro su punizione. L’ex Lazio fece addirittura doppietta, mentre Adli, alternava momenti di assenza dal gioco a palloni illuminanti, come quello che mise giustappunto per Dodo, con anche Fabiano Parisi che subentrò e la mise dentro, a proposito del ‘funzionava tutto’ di cui sopra. Et voilà. 129 giorni più tardi sembra di parlare di preistoria, con un’involuzione che sembra non conoscere fine. L’ultima versione della Fiorentina non è solamente crollata nei punti, con una media che è passata da oltre 2 a meno di 1 a partita prima e dopo la sfida col Bologna della giornata numero 16, cioè dal turno in cui la squadra viola ha iniziato ad arrancare, ma in tenuta fisica, fase difensiva, fase offensiva, idee e gioco. In tutto, insomma. Quel Palladino che prima del tonfo del Dall’Ara era visto dai più come l’uomo della svolta, oggi è visto da quasi tutti come il problema di questa involuzione. Nel mezzo, tra l’altro, la dirigenza ha fatto di tutto e di più per accontentarlo, epurando coloro che potevano creare problemi al gruppo, tra cui capitano, vice capitano e senatori vari, sostituendoli con uomini e giocatori voluti dal tecnico, ultimo su tutti Pablo Marì. A gennaio Palladino voleva centrocampisti per infoltire la mediana e non voleva più esterni offensivi per cambiare modulo e idea di gioco, ma nonostante la società lo abbia assecondato inserendo qualità (Fagioli, Zaniolo) e quantità (Folorunsho), cedendo esterni di ruolo (Sottil, Ikoné – non che qualcuno li rimpianga eh), Palladino continua a giocare con esterni che non fanno quello di ruolo. Il gioco? Non ne parliamo. Lo schema resta il solito, palla per la punta e speriamo accada qualcosa. Se poi quella punta non c’è, addio. Ok le prestazioni esaltanti e i tanti punti fatti contro le grandi, ma la Fiorentina è stata capace di perdere con Verona e Monza, coi brianzoli che hanno fatto 4 punti sui 14 totali ottenuti coi viola. Contro le squadre che si chiudono Palladino non è mai riuscito a dare ai suoi un’idea di gioco. E adesso arriva il Lecce, venerdì, 131 giorni dopo quella gara al Via Del Mare che sembra davvero di anni fa per come questa Fiorentina si è involuta. Ora c’è da rialzarsi e ripartire. Il rischio di precipitare ancora, con poi Napoli, Juventus, Atalanta e Milan e il doppio incrocio in Conference coi greci del Panathinaikos all’orizzonte, c’è. Qualcosa che fino a qualche settimana fa pareva impossibile. Com’è lontana Lecce…preistoria, appunto. Con un futuro che richiede un’immediata sterzata per non passare dalle proverbiali stelle alle altrettanto proverbiali stalle.

Di nuovo bivio al Bentegodi

La Fiorentina deve reagire

In situazioni molto differenti, questo va detto, ma quella di Verona al Bentegodi è stata spesso un crocevia che ha segnato le stagioni della Fiorentina. L’ultima volta fu con Vincenzo Italiano nel febbraio 2023, quando la squadra viola arrivò al Bentegodi con una classifica che si stava facendo assai deficitaria, un successo che mancava da più un mese e mezzo, riuscì ad allontanare gli spettri di una zona retrocessione che rischiava di avvicinarsi pericolosamente. Da lì in poi Italiano riuscì a rimettere in piedi la stagione, arrivando in due finali e risalendo fino all’ottavo posto, che volle dire qualificazione alla Conference League per via della squalifica della Juve. Anche con Iachini, nell’aprile del 2021, a Verona arrivò una vittoria chiave per la lotta salvezza, sofferta, la prima per Beppe dal suo ritorno a Firenze, che valse il +8 sul Cagliari terzultimo. Senza scomodare mostri sacri del passato, quella col Verona fu l’ultima vittoria in Serie A della AC Fiorentina, con Morfeo e Adriano, prima della retrocessione e del fallimento. Anche al Franchi ci sono stati incroci col Verona che sono stati a loro modo dei bivi per le stagioni della Fiorentina. Il ko per 1-4 che rimediò la squadra di Pioli con doppietta di un giovanissimo Kean la ricordano ancora in molti. Fin qui la storia. Poi c’è l’oggi. Anche quella di domenica è un crocevia chiave per la stagione della Fiorentina. Almeno stavolta non c’è in palio la salvezza, ma se la squadra di Palladino non riuscisse a vincere coi gialloblu di Zanetti, se dovesse confermare la prestazione orribile vista col Como domenica scorsa, allora sì che ci sarebbe da preoccuparsi. Non tanto per tracolli pericolosi, quanto perché vorrebbe dire che questa Fiorentina non sta guarendo, con conseguente corsa all’Europa, League o a quel punto anche (ancora) Conference che si metterebbe decisamente più in salita. Non tanto per il gap, quanto per il trend che la truppa gigliata sta avendo. Nelle ultime 10 gare, infatti, solo 4 squadre hanno fatto meno punti della Fiorentina. In caso di passo falso anche a Verona sarebbero 11 le partite in cui la squadra di Palladino sta raccogliendo poco. E, tra l’altro, meritando quanto sta raccogliendo. Per questo a Verona conta solo vincere. E’ fondamentale. Un bivio. Da non sbagliare per nessun motivo.

Disastro italiane. La Champions si allontana per la Fiorentina

E i viola devono ritrovare se stessi

‘Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare’. Con le eliminazioni dai playoff di Milan, Atalanta e Juventus il quinto posto Champions diventa ormai una chimera per la Serie A. Quello che è accaduto l’anno scorso, insomma, difficilmente si ripeterà anche quest’anno visto che il gap con la Spagna si è allungato ancora grazie al Real Madrid. L’Inghilterra guida, nonostante l’eliminazione del City, ma l’Italia arretra. Oggi tocca alla Roma, in Europa League. Nel caso in cui dovessero uscire anche i giallorossi resterebbero in Europa solamente Inter in Champions, Lazio in Europa League e Fiorentina in Conference League. E se dalle parti di Firenze non si registrano suicidi di massa per le eliminazioni di Gasperini, Vlahovic e Gonzalez o per i rossoneri, come ancor prima per l’uscita del Bologna, va anche ricordato come questo disastro delle italiane in Europa porterà la Champions League ad allontanarsi ulteriormente per la Fiorentina di Raffaele Palladino. Il quinto posto, infatti, difficilmente darà l’accesso alla prossima Europa che conta, quella che porta ad incassare una valanga di quattrini anche solo per parteciparvi, molti di più rispetto a quelli che potrebbe incassare la Fiorentina vincendo la Conference, quella che permette davvero di poter fare un salto di qualità. Il Bologna, ad esempio, pur avendo fatto solamente 6 punti ha incassato 37 milioni di euro. Quasi gli stessi che la Fiorentina ha incassato giocando due edizioni complete di Conference League e perdendo in Finale, ovviamente giocando 32 partite rispetto alle almeno 8 di chi fa la Champions. E qui, spazio al dibattito tra gli ottimisti e i pessimisti. Per i primi, e questo è un dato di fatto, la classifica dice che quarta e quinta hanno gli stessi punti, 4 in più dei viola, quindi non un gap incolmabile. Tra l’altro, quarta e quinta sono Lazio e Juventus, con la prima contro cui la Fiorentina ha lo scontro diretto a favore e la seconda con cui ancora c’è da giocare il ritorno dopo il 2-2 dello Stadium. I pessimisti, invece, diranno che Milan e Bologna sono ormai arrivate, a -1 dalla squadra di Palladino ed entrambe con una gara in meno, da recuperare tra loro. E se gli ultrapessimisti diranno: e a -5 c’è la Roma. Gli ottimisti, inoltre, potrebbero dire che le eliminazioni delle squadre a strisce dalla Champions di questa settimana potrebbe portare delle grosse ripercussioni sul loro cammino. I pessimisti, invece, diranno che le stesse squadre eliminate, potendosi concentrare da adesso in poi solo sul campionato o sulla Coppa Italia, saranno più toste da tener dietro. Insomma, punti di vista. E in tutto questo c’è un altro problema, forse ancor più grosso: la Fiorentina è quella vista col Como o quella che ha steso 3-0 l’Inter? La sensazione è questa squadra stia vivendo un momento difficile. Non solo per i risultati, sicuramente non eccellenti se paragonati al filotto di 8 vittorie consecutive di qualche mese fa, ma anche per la difficoltà di uscire dallo schema ‘palla a Kean e speriamo accada qualcosa’. Tanto che proprio coi comaschi, nel giorno in cui Kean non c’era, la Fiorentina è stata inerme dinanzi al Como facendo qualcosa solo nei primi 5’ di partita. Per quanto già andare in Europa League possa essere visto come un upgrade per la Fiorentina, impantanata nella melma della Conference League da ormai tre anni, non vanno dimenticati fatti e parole. Alla prima voce c’è la classifica di oggi, che vede ancora i viola in scia del quarto posto, ci sono i tanti risultati importanti contro le grandi ottenuti da Palladino in questa stagione e quel filotto di 8 vittorie di fila di qualche mese fa. Alla seconda voce ci sono le dichiarazioni di Palladino e Dodo, col primo che disse di avere come obiettivo ‘nel girone di ritorno fare meglio del girone d’andata’, mentre il secondo parlò apertamente di obiettivo Champions League. Le ultime prestazioni della Fiorentina, tuttavia, hanno detto che quel traguardo si sta facendo sempre più difficile. E in tutto ciò il Ranking non sta dando una mano. Anzi. Come detto resta l’Inter in Champions. Serviranno punti su punti per competere con la Spagna che ha in corsa Atletico e Barcellona, oltre al Real. In Europa League Lazio e Athletic Bilbao sono già agli ottavi. La Roma cercherà di strappare il pass contro il Porto, ma c’è anche la Real Sociedad che nell’andata ha vinto in Danimarca contro il Midtjylland. E poi la Conference: Fiorentina qualificata, oggi dovrebbe essere raggiunta dal Betis. E attenzione a Germania e Portogallo, ancora lontane per carità. Ma se dovesse continuare così il trend c’è il serio rischio che in un paio di stagioni passino avanti pure loro. Come accadde negli anni in cui la Fiorentina con Montella arrivò tre volte quarta quando in Champions andavano solamente in tre. E tornando alla premessa, non ci vogliamo neanche pensare: se la Fiorentina dovesse arrivare quinta, nell’anno in cui in Champions ne vanno solamente quattro…sarebbe un’altra e ulteriore beffa.

Spauracchio Ikoné

Il francese alla prima da ex

Diciamocelo chiaramente, c’è chi spera che domani Jorko Ikoné non giochi e chi mente. Cioè, ma vi immaginate? L’esterno, approdato al Como dopo tre anni di poco e niente, che in estate venne fischiato e invitato dai tifosi stessi della Fiorentina a fare le valigie, andarsene, che è rimasto qua ancora metà stagione, compicciando poco e nulla, se non in qualche partita di Conference contro avversari di basso livello che torna al Franchi, da ex, e la butta dentro? No vabbè. C’è anche chi spera che giochi, invece, proprio perché tanto…’è Ikoné, ma figuriamoci se fa qualcosa’. Bah, punti di vista e caratteri. C’è chi tende a prefigurare sempre gli esiti peggiori di una qualunque situazione, chi il contrario. Nel dubbio, ormai ci siamo, Ikoné dovrebbe partire dalla panchina domani al Franchi, ma se entrasse pronti a fare tutti i riti scaramantici del caso per evitare la beffa. Nel dubbio, almeno Belotti al Como non c’è più, per quanto ci sia Cutrone, altro da cui prendere gol non sarebbe proprio il massimo visto il poco apporto alla causa viola che dette Patrick nel suo periodo a Firenze. A proposito di legge dell’ex, un’altra beffa ancor più clamorosa di quella di Ikoné sarebbe riuscire a prendere gol da Nicolas Valentini domenica prossima, quando la Fiorentina affronterà il Verona al Bentegodi. L’argentino, infatti, nemmeno ha giocato in maglia viola, venendo ceduto ai gialloblu di Zanetti senza neanche avere il tempo di vedere il Ponte Vecchio. Vabè, questo sarebbe oggettivamente troppo. Ma occhio, perché un weekend in cui Biraghi entra a 10’ dalla fine, fa un autogol goffo allo scadere, regala il successo al suo ex allenatore Vincenzo Italiano, a quel Bologna in cui doveva approdare a gennaio…ecco, ci siamo capiti, tutto può succedere. Almeno all’andata contro la Juventus la Fiorentina riuscì ad evitare il gol dell’ex da Vlahovic e Nico Gonzalez, tra l’altro esultando allo scadere con quel gol di Ricky Sottil che regalò il pari ai viola. Ecco, quel Sottil, che tra qualche settimana vestirà la maglia rossonera in Milan-Fiorentina, forse, perché fin qui il campo lo sta vedendo poco e nulla. Come detto, dopo quella con lo spauracchio Ikoné di domani col Como, la Fiorentina se la dovrà vedere con Verona e Lecce. Poi ci saranno Napoli, Juventus, Atalanta e appunto il Milan.  Tutti avversari contro cui la legge dell’ex varrà da una parte e dall’altra, tra Zaniolo contro Gasp, Fagioli e Kean contro la Juve, Adli contro il Milan etc etc. E poi…dulcis in fundo, ci sarà la sfida col Bologna di Italiano, con nel frattempo l’incrocio con Kouame in Fiorentina-Empoli che saprebbe di beffa come, appunto, quella di Ikoné domani. Meglio toccare il toccabile. Se poi, arrivassero tutte vittorie nonostante tutti gol dell’ex, bhe…Andrebbe bene lo stesso.

Voglia di Fagioli

Possibile esordio dal 1’ contro il Como

C’è voglia di vedere all’opera Nicolò Fagioli. Inutile far finta di nulla. Se una certa curiosità c’era già prima del suo ingresso a gara in corso lunedì a San Siro, è bastato vedergli giocare 3-4 palloni contro l’Inter per intravedere una discreta qualità. Quel lancio in verticale per Kean su cui l’attaccante viola non è arrivato per un soffio ha fatto brillare gli occhi di molti (palla col contagiri quasi perfetto, in profondità, facendo fuori tutta la difesa nerazzurra), anche perché fatto con una naturalezza che tradotto vuol dire qualità. Domenica contro il Como Fagioli si candida con forza ad una maglia da titolare. In primis perché il suo alter ego nel centrocampo della Fiorentina Adli non è ancora del tutto recuperato dal problema alla caviglia che lo ha costretto a saltare la sfida di San Siro, ma anche perché gli altri hanno tutti caratteristiche differenti rispetto all’ex Juve, Cataldi su tutti. Se Ndour è ancora tutto da scoprire, che Richardson e Mandragora partano dietro come qualità rispetto a Fagioli sembra abbastanza evidente. Poi c’è Folorunsho, che Palladino sta utilizzando in altre zone di campo. Ecco che il tandem Cataldi-Fagioli intriga. Eccome! Potrebbe essere questa la coppia di centrocampisti da mettere in campo domenica col Como. Difficile credere che Palladino rinunci a Folorunsho come esterno, anche perché Zaniolo dovrebbe giocare davanti al posto di Kean (out per squalifica). Quindi Dodo torna dietro a destra, togliendo a Fagioli un competitor per la mediana come l’ex Napoli. Curioso come Palladino lo abbia inizialmente schierato come trequartista a San Siro, più libero di muoversi tra le linee piuttosto che agire da play basso. Da capire, inoltre, come il tecnico viola deciderà di utilizzarlo con la rosa al completo. Che Fagioli abbia doti, qualità, visione di gioco e tecnica è sembrato lampante. Ma lo era stato anche per Pirlo (che lo fece esordire in Serie A a 20 anni), per Pecchia (che lo volle con forza alla Cremonese in B), per Allegri che lo lanciò stabilmente in prima squadra a 21 anni, per Mancini (che lo convocò in Nazionale) e per Spalletti (che lo ha portato all’Europeo nonostante avesse saltato oltre metà stagione per le note vicende personali). Thiago Motta non lo ha molto considerato alla Juventus, cose che capitano a quelle latitudini (ogni riferimento a Kean non è casuale). E ora c’è voglia di vederlo giocare. Magari già dal 1’, domenica, col Como.

Se e ma…Scelte, atteggiamento e Var

Poteva andare tutto in maniera molto differente

La Fiorentina esce con 0 punti da San Siro. Se nel gioco, nelle occasioni e nell’atteggiamento l’Inter non ha rubato niente, essendo stata la squadra di Inzaghi decisamente più pericolosa di quella di Palladino, per quanto riguarda il risultato finale la si può pensare come si vuole, ma il gol dell’1-0 dell’Inter è inaccettabile in tempi di Var e tecnologia. Lo avrebbero fatto comunque? Bho, non c’è la riprova. Sicuramente aveva creato molti più presupposti per sbloccare la gara, con una rovesciata di Barella, una parata di De Gea, un palo e una traversa. Ma…non sarebbe stata la prima volta che una squadra rimanesse a bocca asciutta dopo aver sbagliato occasioni su occasioni. E in fin dei conti, è la storia del calcio a raccontarlo. Come si possa andare avanti con un protocollo Var del genere è inspiegabile. In termini di regolamento, come noto, se l’arbitro e il guardalinee non hanno visto che quel pallone era uscito (di mezzo metro almeno), il Var non può cambiare l’esito dell’azione successiva. In soldoni, se il pallone recuperato da Bastoni fosse finito sulla testa di Pongracic e quindi dentro, allora il Var lo avrebbe potuto annullare. Così, invece, no. Paradossale che sia accaduto proprio a vantaggio dell’Inter, o forse no. Tra l’altro al termine di un weekend in cui Gatti ha giocato con le mani in area restando impunito, e Tomori è stato espulso per un doppio giallo su cui il Var non poteva intervenire nonostante l’attaccante dell’Empoli fosse partito in evidente fuorigioco, non ravvisato da arbitro e guardalinee. Bho, se, ma…Che sia venuto il giorno di cambiare questo ‘stupido’ protocollo? O vogliamo continuare così? Tralasciando tutto ciò, che però sarebbe intellettualmente disonesto perché con quel gol l’Inter ha sbloccato la partita, resta l’amaro in bocca per come la Fiorentina ha deciso di affrontare la squadra di Inzaghi. Non solo per le scelte di Palladino, con lo stesso undici di giovedì scorso eccezion fatta per Moreno al posto di Comuzzo, ma anche perché con l’ingresso dei nuovi acquisti di gennaio si è vista tutt’altra Fiorentina. Si poteva, forse, farli prima quei cambi, magari all’intervallo? In fondo, per quanto il punteggio con cui era iniziata la ripresa dicesse 1-1, l’inerzia della gara si era più o meno vista: Inter dominante, Fiorentina chiusa dietro a riccio, ma con tanta fatica nel ripartire. E così è stato anche l’inizio della ripresa, identico, fin quando coi cambi la Fiorentina ha preso coraggio. Se e ma, col senno del poi…Etc etc. Ormai è andata così, poco male.

Cooperativa del gol e piazzati, la Fiorentina ci (ri)prova

Di nuovo l’Inter sul cammino dei viola di Palladino

Neanche il tempo di archiviare l’impresa di giovedì che per la Fiorentina è nuovamente tempo di affrontare l’Inter. Al netto del 3-0 rifilato dai viola ai nerazzurri al Franchi, quella di San Siro di lunedì sarà tutt’altra storia. Difficile immaginarsi la squadra di Inzaghi che stecca due volte di fila in Serie A. Quest’anno, ad esempio, solo 1 volta i nerazzurri hanno mancato l’appuntamento con la vittoria in campionato per due gare di fila, a inizio stagione, pareggiando col Monza e perdendo il derby. Se si estende il computo alla gestione Inzaghi, l’anno scorso è accaduto solo nelle ultime due giornate, a Scudetto già vinto, con due pareggi. Due anni fa steccò due volte di fila tra 7° e 8° giornata quando perse con Udinese e Roma, mentre non vinse addirittura per 5 gare consecutive tra la 26° e la 30°. Nel primo anno di Inzaghi successe tra 8° e 9° e tra 24° e 27° giornata e tra 29° e 30°. In pratica, nel suo cammino alla guida dei nerazzurri giunto al quarto anno, Inzaghi ha mancato l’appuntamento col successo in Serie A per almeno due partite di fila solamente 7 volte. Due negli ultimi due anni. Ma com’era inatteso il 3-0 di giovedì…hai visto mai? Nel frattempo, con il gol messo a segno da Ranieri all’Inter giovedì sera, il conto dei calciatori della Fiorentina che hanno messo a referto almeno una rete in questa Serie A è salito a 13. Stando al solo campionato, infatti, a segno sono andati 15 volte Kean,  4 Beltran e Gudmundsson, 3 Adli e Cataldi, 2 Colpani e Gosens, 1 Ranieri, Sottil, Quarta, Bove, Parisi e Biraghi. Considerando anche la Conference League il numero sale ancora con le segnature di Ikoné, Kouame, Richardson e Mandragora, portando il totale dei calciatori andati a segno almeno una volta in stagione a 17. In pratica, quelli che ancora sono al palo sono solamente Comuzzo, Dodo, Moreno e Pongracic, oltre ai portieri ovviamente. Dei nuovi solo Folorunsho ha messo a referto i primi minuti, poi sarà la volta di Zaniolo, Fagioli, Ndour  e Pablo Marì provare a trovare il primo gol in viola. Magari già a San Siro. Dove potrebbero risultare molto utili i calci da fermo, arma preziosa per la Fiorentina di Palladino che con l’Inter, come già accaduto col Genoa, ha sbloccato la partita segnando da calcio piazzato. Coi rossoblu, su punizione, fu Mandragora per Kean. Con l’Inter da corner, Mandragora per Ranieri. In totale sono 9 i gol segnati dalla Fiorentina in questa Serie A su sviluppi di piazzati, 9 su 40 totali. Meglio hanno fatto solo Venezia e Inter, a 10. Dopo quella di giovedì c’è voglia di fare l’impresa. Anzi, di rifarla. E per quanto si è visto al Franchi non è così impossibile.

Palladino l’ammazza grandi

Una viola esaltante vola sempre più

La Fiorentina stende l’Inter e continua a vivere una stagione da sogno. Anzi, anche l’Inter, come già aveva fatto con Milan, Lazio (due volte) e Roma al Franchi, confermandosi sempre più ‘ammazza grandi’. Terzo successo di fila per la truppa di Raffaele Palladino, impreziosito dall’emergenza con cui è scesa in campo contro la corrazzata nerazzurra, fino a ieri imbattuta in trasferta in Serie A e con numeri da record, potendo contare su 14 giocatori alla vigilia, divenuti poi 13 col forfait last minute di Gudmundsson. Non proprio uno qualunque. Tutti dietro, compatti, uniti e solidi, pronti a ripartire per far male con un Kean che sta macinando record su record. 15 gol in poco più di metà campionato per il centravanti gigliato, una facilità nel buttarla dentro impressionante, da unire ad un gran lavoro di sacrificio per la squadra nel reggere palloni con un fisico che fa invidia. E l’Inter? Quasi ridicolizzata. Tanto possesso per i nerazzurri, ma sterile dinanzi al muro viola. Anche quando la squadra di Inzaghi ha messo nella propria area di rigore quella di Palladino non è quasi mai riuscita ad impensierire De Gea. Piano coi voli pindarici. Non va dimenticato quanto la Fiorentina aveva sofferto nei precedenti 180’ con Genoa e Lazio. A San Siro lunedì sarà un’altra storia. Paradossalmente lo sarà più per Palladino che per Inzaghi, visto che il tecnico viola ritroverà Folorunsho, Fagioli, Ndour, Pablo Marì e Zaniolo, oltre alla speranza di recuperare Adli e Gudmundsson.  Quasi metà squadra. E con tanta fiducia in più arrivata dall’impresa fatta ieri. Palladino e la Fiorentina sono sempre più un’ammazza grandi. Con la legittima convinzione di essere divenuta essa stessa una grande. Lo dice la classifica, straordinaria dopo 23 turni.

Davide contro Golia

Fiorentina con gli uomini contati contro l’Inter

Non che altri anni e con tutti gli effettivi a disposizione si annunciasse come una passeggiata di salute, ma quella di stasera contro l’Inter per la Fiorentina ha tutti i crismi di Davide che affronta il gigante Golia. Non solo per valori sulla carta, ma anche perché la formazione nerazzurra ha nel mirino il primo posto della Serie A. Meglio non pensare ai numeri della Serie A, dove l’Inter è imbattuta nelle gare esterne, segnato 56 reti meglio di tutti gli altri e subite solo 19, con 7 trasferte su 11 chiuse senza concedere gol agli avversari e segnandone 30 in 11 gare. Così, per dare un riferimento, la Fiorentina ne ha fatte 37 nel doppio di gare. Oltre a tutto ciò, c’è l’emergenza del caso a complicare le cose. Niente da fare neppure per Adli, alle prese con una botta alla caviglia, oltre ai nuovi innesti  non arruolabili per il regolamento, con 75’ da giocare in apnea sperando di fare l’impresa. Basti pensare alle panchine che Palladino da una parte e Inzaghi dall’altra avranno a disposizione. Al netto delle scelte iniziali, nella ripresa Inzaghi potrà guardarsi indietro verso la panchina, pensarci, scegliere e pescare tra Acerbi se giocasse De Vrij dal 1’, o viceversa, Pavard e Darmian come braccetti difensivi, Di Marco se giocasse dal 1’ Carlos Augusto, Frattesi, Arnautovic e Taremi. Tra l’altro, riprese in cui ultimamente la Fiorentina ha sofferto le pene dell’inferno con tutti, anche con Genoa, Toro, Udinese, Cagliari, Lazio, Bologna. Tutti insomma. L’autonomia fisica della squadra di Raffaele Palladino è sembrata esaurirsi in largo anticipo, con annesso ‘braccino’ nel difendere i vantaggi abbassandosi e mettendo dentro difensori su difensori. Stasera Palladino si girerà verso la panchina e troverà Terracciano, Martinelli, Moreno, uno tra Cataldi o Richardson a seconda di chi giocherà dal 1’, Parisi, Colpani e sostanzialmente basta. Certo, tanti giovani, come Harder, Caprini e via discorrendo. Servirà un’impresa alla squadra viola. In attesa di poter schierare già da lunedì i vari Folorunsho, Ndour, Fagioli, Zaniolo, forse Pablo Marì e Adli.

E adesso con chi ce la prenderemo?

I bersagli della critica tutti altrove

‘E ora che si fa?’ – ‘Lo sci d’acqua’ cit. Amici miei e l’ironia fiorentina, imparagonabile e irraggiungibile. Ora che la Fiorentina ha mandato altrove i più bersagliati dalla critica, che si fa? Con chi ce la prenderemo?   In pochi giorni la dirigenza viola ha preso, impacchettato e spedito altrove i vari Biraghi, Ikoné, Kouame e Sottil, tutti assieme, tutti coloro con cui era ormai diventata usanza prendersela per un tifoso medio della Fiorentina.   E non fate i puristi, ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’ cit. Vi sarà capitato almeno una volta di dire (o almeno pensare) ‘Biraghi, ma che fai?’, o un ‘Ikonè sveglia’, o ancora un ‘Kouame ma come stoppi la palla?’ e/o un ‘Sottil, ma va a …’. Se non lo avete mai fatto perché non si critica qualcuno che indossa la maglia viola, chapeau. Ma sappiatelo, siete una mosca bianca.   In estate erano già stati mandati altrove i vari Nzola, Amrabat e tanti altri con cui chi più, chi meno, ogni tanto veniva da prendersela. E adesso, dicevamo? Ora che non gioca più neppure Terracciano…Per fortuna che è rimasto Colpani, tra i più deludenti di questo inizio di stagione e nell’ultima sua apparizione al Franchi subissato di fischi. Non perché qualcuno ce l’abbia con lui, che in fondo sembra davvero il prototipo del bravo ragazzo, ma perché tecnicamente ci si aspetterebbe molto di più da un calciatore che l’anno scorso col Monza segnava, scartava e faceva assist. Peccato, però, che per lui lo spazio vada ulteriormente riducendosi con l’arrivo di Zaniolo e una probabile virata verso il 4-3-2-1.   Un altro da cui ci si aspettava, aspetta e aspetterebbe di più è Amir Richardson. Dai ragazzone, ok che sei mingherlino, ma fai qualcosa diamine! Non per caso sono arrivati Fagioli e Ndour in mediana. Mi sa mi sa che per Richardson lo spazio vada ulteriormente a ridursi. Dietro che vuoi dire a Gosens? O a Dodo? Figuriamoci a De Gea, Kean, Folorunsho. Qualcosa si potrebbe dire ad Adli che, tuttavia, quando gira è un talento come pochi, mentre Ranieri potrà fare qualche errore ogni tanto, ma sta comunque facendo una signora stagione. Beltran è uno di quelli che in campo ci mette sempre l’anima, Cataldi idem, se c’è e sta bene, Mandragora…è Mandragora, non un fenomeno ma un altro a cui si può dir poco. Certo, Gudmundsson, si svegliasse pure lui. La speranza è che il gol segnato al Genoa possa avergli dato la scossa. Pongracic è un altro che sembra in ripresa dopo mesi da ‘chi l’ha visto’. Insomma con chi deve brontolare il tifoso viola? Con Commisso e Pradé? Bhe, adesso, dopo questo mercato di gennaio, sarebbe un po’  gratuito. Ah giusto, c’è Palladino. In effetti tutto si può dire tranne che questa Fiorentina stia esprimendo un bel calcio. Ma è lassù, quindi…i risultati parlano per lui. Ah, già, c’è sempre Italiano. Male male…Eh sennò, che si fa? Ormai prendersela con la tramvia, con la politica, con le buche, per le multe è un po’ inflazionato. Con qualcuno dovremo pur brontolare no? Non saremmo fiorentini sennò.

Solo 7 ‘superstiti’. Rosa viola rivoluzionata in due mercati

Della vecchia guardia sono rimasti in pochissimi

Comuzzo, Dodo, Ranieri, Mandragora (ma solo se ce ne fosse bisogno) e Beltran. Stop. Della vecchia guardia, considerando i titolabili della Fiorentina, sono rimasti solamente loro. La lista dei superstiti si allunga, di poco, con quelli che sono rimasti ma che, ad oggi, sono delle semplici alternative come Parisi e Terracciano. Con l’uscita di Quarta, Ikoné, Sottil, Kouame, Biraghi, Christensen e Kayode, la rivoluzione iniziata la scorsa estate è stata quasi del tutto completata dalla Fiorentina. Nella sessione di luglio-agosto erano andati via Castrovilli, Arthur, Maxime Lopez, Belotti, Faraoni, Bonaventura, Nzola, Milenkovic, Amrabat, Barak, Bianco e Amatucci in prestito, Duncan, Nico Gonzalez, Brekalo, Sabiri e Infantino. Una rosa intera, praticamente. L’epurazione della vecchia guardia non ha fatto granché rumore. Gli ex capitani Biraghi a Quarta, d’altronde, non è che siano stati ceduti da un giorno all’altro, come Ikoné e Kouame, diventati via via sempre più alternative per Palladino. L’uscita di Sottil, invece, ha un po’ spiazzato, ma tant’è. Se le uscite non hanno provocato grandi malumori lo si deve in primis alla non partenza di Comuzzo, ma anche allo spessore dei calciatori arrivati in entrata. Pablo Marì ha delle ottime referenze, Fagioli andrà rimesso in moto dopo gli ultimi mesi difficili, Ndour vuol dire futuro, Folorunsho ha subito avuto un ottimo impatto, Zaniolo divide, sì, ma al tempo stesso intriga. Non va dimenticato, inoltre, lo spessore delle squadre di provenienza. Partendo dall’estate, De Gea, svincolato ma con anni passati allo United, Adli dal Milan, Bove dalla Roma, Cataldi dalla Lazio, Kean dalla Juventus, Gosens, più calciatori che venivano da un’annata super come Gudmundsson, Pongracic e Colpani, o comunque importante come Richardson. A gennaio sono arrivati Zaniolo dall’Atalanta via Galatasaray, Fagioli dalla Juve, Folorunsho dal Napoli, Ndour dal Besiktas via Psg, più Valentini dal Boca che andrà a giocare a Verona e lo stesso Marì, un fedelissimo di Palladino. Insomma, una rivoluzione quasi totale. Fin qui i risultati hanno detto che il restyling della Fiorentina ha funzionato. Gli innesti di gennaio potrebbero ulteriormente far avanzare le ‘ambizioni’ di questa squadra.

Rivoluzione in mezzo. Con Fagioli mediana tutta nuova

Dei vecchi resta solamente Mandragora

Con l’arrivo di Nicolò Fagioli, la Fiorentina completa la rivoluzione in mezzo al campo. Della vecchia guardia non è rimasto praticamente nessuno se non Mandragora. Già in estate erano stati mandati altrove Amrabat, Duncan (a parametro), Bonaventura (a parametro), Arthur (non riscattato), Infantino e Barak (in prestito) e Castrovilli (a parametro), oltre ai giovani Amatucci e Bianco andati a Salernitana e Monza in prestito. Con l’innesto dell’ex Juve, arrivato assieme a Cher Ndour e dopo che era già stato preso Folorunsho, il centrocampo viola sarà adesso composto da tutti giocatori nuovi rispetto all’anno scorso. Per caratteristiche, sulla carta, è difficile assemblarli. Adli/Fagioli/Richardson hanno più o meno le stesse caratteristiche, Cataldi/Mandragora anche, così come Folorunsho/Ndour. Se l’ex Napoli può fare praticamente tutto, mezz’ala, esterno di centrocampo o offensivo e trequartista, Ndour è un giovane che garantisce prospettiva, mentre Mandragora è l’usato sicuro. Adesso sono 7 i calciatori in mediana a disposizione di Palladino, da far ruotare per 2-3 maglie a seconda degli avversari e del modulo. Le partenze di Ikoné, Sottil e Kouame col contestuale arrivo di Zaniolo fanno pensare che la Fiorentina cambierà anche assetto tattico, rinunciando agli esterni offensivi ma andando ad accentrare il fulcro dell’attacco. Di fatto, per quanto Zaniolo possa fare tutti i ruoli davanti, Gudmundsson, Beltran, Colpani e Zaniolo stesso sarebbero più sottopunte che ali. E da qui l’idea di infoltire il centrocampo con un uomo in più lì, e un esterno offensivo in meno. Quindi, tradotto, 4-3-2-1. All’occorrenza, ovviamente, la Fiorentina potrà tornare al 4-2-3-1 adattando uno dei quattro sopracitati o confermando Folorunsho esterno. Il percorso di crescita di Fagioli, come noto, si è un po’ interrotto per la vicenda gioco d’azzardo, che si è messo alle spalle perdendo il ritmo partita, restando poi fuori alla Juventus , ma godendo della stima di uno come Spalletti che se l’era portato comunque agli ultimi Europei, lui come Folorunsho. Le doti e le qualità c’erano e per forza di cose ci sono, resta solo da ritrovare continuità. Sette per due maglie, forse tre, anche se Richardson è rimasto solo perché nessuno lo ha preso a titolo definitivo. Altrimenti, l’ex Reims, sarebbe potuto già partire. Come a dire, se non ci fossero emergenze da bollino rosso, Richardson parte in fondo nelle gerarchie. Ndour ha giocato pochissimo quest’anno, è un giovane, deve essere rimesso in condizione e ritrovare ritmo partita, Mandragora rappresenta l’usato sicuro, mentre Adli, Cataldi e Folorunsho partono una spanna sopra tutti gli altri. Con Fagioli, pronto ad inserirsi in questo ultimo terzetto. A patto che, l’ex Lazio riesca a superare i problemi fisici che lo hanno costretto a saltare praticamente metà stagione, e che Adli aumenti un po’ la tenuta fisica, visto che l’ex Milan è sembrato spesso finire le batterie con largo anticipo rispetto agli altri. Dalle poche risorse all’abbondanza.  Insomma, si cambia. La mediana, ma forse anche la filosofia. Più o meno. Ora, come sempre, la parola passerà al campo.

Viola Made in Italy: Folorunsho, Zaniolo e Ndour

La Fiorentina parla sempre più italiano

A parte Pablo Marì, comunque arrivato dal mercato italiano e in Italia dal 2022, la Fiorentina prosegue il suo calciomercato in entrata andando a puntare su giocatori italiani. Il primo è stato Folorunsho, arrivato a Firenze dal Napoli, nato a Roma nel 1998, a cui farà seguito l’arrivo di Cher Ndour e Nicolò Zaniolo, rispettivamente nati a Brescia nel 2004 e a Massa nel 1999. Attenzione, poi, a Nicolò Fagioli, anche lui italiano, nato a Piacenza nel 2001, il cui nome resta in orbita viola nel caso in cui dovesse partire Richardson. Una Fiorentina, dunque, sempre più made in Italy quella che sta nascendo. Non per caso o per necessità, ma più per volontà. Il patron viola Rocco Commisso non ha mai fatto mistero di tenerci particolarmente ad avere una squadra con più calciatori italiani possibili, magari facendo da serbatoio per la Nazionale. Lui, che partendo dall’Italia si è fatto da solo in Usa, che da ragazzino guardava le partite della Serie A, ammirava i giocatori italiani e tifava la Nazionale, come quando era a Firenze proprio nel 2006 quando l’Italia vinse il Mondiale in Germania (anche per quello prese Gattuso come allenatore). In tal senso ha trovato una spalla, o meglio un braccio, in Daniele Pradé, da sempre dirigente più avvezzo al mercato interno piuttosto che estero. La scorsa estate erano arrivati Cataldi, Bove, Kean e Colpani. Fino a pochi giorni fa, la coppia di difensori centrali della Fiorentina era composta da Pietro Comuzzo e Luca Ranieri, mentre Cataldi e Bove erano degli intoccabili, prima di dover fare i conti con piccoli ma continui problemi fisici il primo e con uno ma grande il secondo. Anche grazie alla rinascita in maglia viola Kean è tornato ad essere il centravanti della Nazionale assieme a Retegui, mentre fino a pochi mesi fa avevano un ruolo chiave nello spogliatoio viola i vari Biraghi, Terracciano, fino all’anno scorso Bonaventura. La storia di Kayode, invece, meriterebbe un capitolo a parte, ma anche il terzino fino a pochi mesi fa era un violazzurro. Vanno aggiunto alla lista Parisi, Sottil, Mandragora e Martinelli. Adesso anche Folorunsho, coi prossimi che saranno Zaniolo e Ndour. Occhio a Fagioli e…chissà, magari qualche mister X, anzi signor X (in tema di made in Italy).

Dal Toro al gol con la Lazio: Adli da record

Domenica non ci sarà, ma il bilancio gol/assist è ottimo

Con il gol che ha sbloccato la sfida di domenica contro la Lazio, il centrocampista della Fiorentina Yacine Adli ha ritrovato la via della rete che gli mancava dal 24 novembre scorso, a Como. Segnatura, tra l’altro, molto simile a quello siglato coi biancocelesti. Dopo il periodo difficile a livello individuale vissuto nel filotto horror collettivo dei viola di Palladino, conclusosi proprio a Roma, domenica sera Adli ha mandato segnali di ripresa. Lui, autore dello 0-1, Beltran, autore dello 0-2, ma anche i vari Dodo e Gosens, autori dei due assist con cui la Fiorentina ha espugnato l’Olimpico. Con quello segnato alla Lazio Adli è salito a quota 4 reti in stagione, già di per sé un piccolo record visto che nella sua giovane carriera il classe 2000 non era mai arrivato a raggiungere questo bottino. Al massimo era arrivato a 3 con Bordeaux, PSG B e Milan. Facendo il conto degli assist, l’ex rossonero è già arrivato a 4. In numeri, vuol dire che tra reti e suggerimenti Adli è stato decisivo in 8 reti totali della Fiorentina. Per fare dei raffronti con chi di mestiere fa altro rispetto al regista, Colpani è fermo ai 2 gol e 1 assisti di Lecce, Sottil è a 5 reti e 3 assist, Kouame a 1 gol e 6 assist, mentre Beltran è a 4 gol e 6 assist. Altro che passaggio da qui a lì, insomma. Il record di assist in una singola stagione è ancora lontano per Adli. Nel 2021/22 col Bordeaux, infatti, arrivò addirittura a quota 8. Praticamente in linea con quanto fatto sin qui in metà stagione, con una Fiorentina che deve ancora giocare quasi metà campionato e ha dinanzi a sé tutta la fase ad eliminazione diretta della Conference. Insomma, Adli va a caccia di record personali di reti e assist, non domenica col Genoa visto che sarà squalificato, ma già da quella successiva contro l’Inter.

Under pressure

Non è una gara decisiva, ma…

Palladino predica calma. La Fiorentina si prepara alla sfida di domani sera all’Olimpico, contro la Lazio in zona Champions e in testa al girone unico di Europa League, con l’obiettivo di liberare la mente dai pensieri negativi, ripartire e mettersi alle spalle questo trend che da un mese e mezzo vede la squadra viola in costante calo, per non dire crollo. Palladino predica calma, “non ci deve essere l’ossessione della vittoria”, ok. “Ci vuole equilibrio”, ok. Lo stesso concetto il mister gigliato lo esprimeva anche quando tutto andava bene, forse pure troppo, tra miracoli di De Gea, gol al primo tiro di Kean, risultati utili messi in serie e un filotto di 8 vittorie consecutive che avevano spedito in paradiso la Fiorentina. Da cosa sia dipeso questo momento difficile che sta vivendo la squadra viola resta un mistero. E sembra più difficile del previsto riuscire a trovare una o più soluzioni. Può bastare mettere un centrocampista in più? Un esterno in meno? Far giocare Folorunsho come Bove? Trovare un nuovo ruolo a Gudmundsson? Difficile da dire. Probabilmente no. La paura e la difficoltà di uscire dal momento complicato sembra essere il problema più grosso per questa Fiorentina. L’ossessione del dover trovare la vittoria sembra essere arrivata quando, dinanzi ad una classifica bellissima costruita a suon di risultati, la formazione di Palladino è passata dal ‘diamo il massimo e vediamo quello che viene’ al ‘dobbiamo dare il massimo per vincere e restare in alto’. Sembra una banalità, ma a livello mentale è un qualcosa di difficilissimo. E che evidentemente questa Fiorentina ha sofferto. Ora serve ritrovarsi. Ci vuole una scintilla, un click. All’Olimpico, domani, serve ripartire.

Reagire, per l’oggi e per il domani

La Fiorentina si appresta a sfidare la Lazio

Più che mai ostico l’Olimpico sponda Lazio per la Fiorentina. Negli ultimi anni, l’unico acuto che si ricorda in casa dei biancocelesti è quel 2-4 dell’ultima giornata di Serie A del 2016, sfida praticamente inutile che sancì la fine del primo anno di Paulo Sousa, quello del gennaio di Benalouane per intendersi, che poi vide il ritorno di Corvino al posto di Pradè e tutto quanto ne conseguì. Ecco, la Lazio, un po’ come la Roma, forse ancor più dell’Atalanta è uno di quei target che la Fiorentina dovrebbe provare ad aggredire. Una realtà quella laziale che per storia, tradizione, bacino d’utenza, potenzialità delle proprietà etc etc, dovrebbe stare dietro nelle gerarchie alla Fiorentina, cosa che negli ultimi anni, invece, non è successa. Ok gli exploit di Cragnotti, ma da quando è arrivato Lotito alla guida dei biancocelesti, dopo un iniziale periodo in cui la società di Della Valle stava stabilmente davanti, il quadro si è poi invertito, ricambiando con Montella, ricambiando ancora dall’arrivo di Commisso fino ad oggi. In molti si ricorderanno quel ‘vi meritereste Lotito’, formuletta che anni fa veniva utilizzata per criticare coloro che criticavano i Della Valle. Peccato che, comunque, la Lazio abbia vinto qualcosa con Lotito, nello specifico tre Coppe Italia e tre Supercoppe italiane, mentre da queste parti il conto sia fermo alla Coppa Italia del 2001. Certo, con le due finali di Conference e quelle di Coppa Italia con Montella e Italiano potevano riscrivere la storia. Senza voler riaprire tasti dolenti e ferite varie, resta un dato: anche quest’anno, ad oggi, la Lazio sembra poter stare davanti alla Fiorentina. O meglio, sembra oggi, perché fino ad un paio di mesi fa la squadra di Palladino pareva aver imboccato la strada giusta, quella del sorpasso. Non tanto in classifica, quanto in termini di ambizioni e obiettivi. Peccato che nelle ultime sei gare la squadra viola si sia persa, mentre Baroni e la sua Lazio sono riusciti a ripartire dopo lo 0-6 interno patito dall’Inter e il ko nel derby. Qui, invece, c’è come la sensazione che la Fiorentina sia entrata in un tunnel da cui stia risultando particolarmente complicato riuscire ad uscirne. Per questo quella di domenica potrebbe un po’ la partita della possibile svolta per la squadra di Palladino, un po’ come accadde all’andata. Loro stanno meglio, sì, fisicamente e mentalmente, come all’andata. Ma nel filotto delle otto vittorie di fila che ha messo a referto la Fiorentina, la truppa viola ha dimostrato di avere doti, qualità, unione d’intenti, compattezza e valori tecnici importanti, che nell’ultimo periodo sembrano essersi smarriti. Oggi la Lazio di Lotito ha rimesso la freccia, ritornando a lottare con forza per un posto in Champions, oltre all’ottimo percorso in Europa League che sta facendo la truppa di Baroni, mentre la Fiorentina rischia di sprofondare nuovamente verso la lotta per un posto che possa permettere di entrare almeno in Conference League. Cioè…la mediocrità. Qualunque siano le cause di questa involuzione che ha colpito la squadra di Palladino c’è da trovare in fretta il modo di uscirne. Già da domani. Quanto di buono fatto fin qui, infatti, permette alla Fiorentina di avere la possibilità di provare a rimettere la freccia. In caso, tra le più aggredibili in chiave classifica ci sarebbe proprio la Lazio. Ecco perché sarebbe fondamentale riuscire a vincere domani all’Olimpico, dove non succede da troppo tempo e dove è successo poche volte, solo 14 su 75 incontri in Serie A.

Dalla Lazio alla Lazio: ri-cercasi svolta

La Fiorentina si deve ritrovare

Così come nel match del Franchi dello scorso 22 settembre, la squadra di Raffaele Palladino è alla ricerca di se stessa. Quella vista nelle ultime sei partite, in cui sono arrivati solamente 2 punti, sembra aver perso identità, organizzazione tattica, idee e risultati. Nell'intervallo coi laziali, dopo un primo tempo orribile, con tante occasioni ospiti e una Fiorentina che non riusciva a fare niente, il tecnico viola cambiò tutto: abbandonò la difesa a tre, tolse i 'senatori' Biraghi e Quarta, all'epoca capitano e vice, passò a quattro dietro, mise Bove esterno a sinistra e da lì mise in serie una raffica di risultati utili di fila da 9 vittorie e 1 pareggio in 10 partite. La svolta, appunto, fino al recente tracollo. Domenica all’Olimpico, come detto, la squadra viola dovrà ritrovare in primis se stessa. La difesa da muro invalicabile è diventata banda del buco, con più reti subite nelle ultime 6 gare che in tutte le 14 precedenti. L’attacco, da intendersi non solamente in Kean che è l’unico che sta mantenendo i suoi ritmi, sta segnando la metà rispetto a prima. La mediana è in enorme affanno. Molti singoli si sono persi e dai sogni di gloria di una piazza che stava riassaporando dimensioni che negli ultimi anni erano state lontanissime si è tornati a vedere tutto nero. O comunque grigio. Ri-cercasi svolta, dunque, ancora contro la Lazio. Chissà che coi biancocelesti, come all’andata, Palladino non ritrovi il bandolo di una matassa che si è fatta quanto mai intricata. Come? Tocca a lui. La squadra non sembra averne a livello fisico e mentale. Si percepisce paura da parte dei calciatori e poca unità di intenti all’interno dello spogliatoio stesso. Anche le parole di Pradè, Gosens e Ranieri sembrano confermarlo. Il mercato? Ovvio che potrebbe dare una mano. Sicuramente in una mediana rimasta con poca quantità e qualità dopo il forfait di Bove, i problemi di Cataldi e il difficile inserimento di Richardson. Così come sulle corsie offensive o sulla trequarti dove né Colpani, né Sottil, né Beltran, né Gudmundsson né nessun altro sta facendo qualcosa di utile. Ma difficilmente uno/due pedine potrebbero stravolgere la situazione. Il nodo sembra più stare nella testa. E su questo aspetto solo Palladino può cambiare le cose.

Nei secondi tempi la Fiorentina non c’è più

Dal Bologna in poi i viola sono spesso scomparsi nei secondi tempi

Se dividessimo la stagione della Fiorentina tra prima e dopo il Bologna, gara che si è giocata il 15 dicembre scorso, quindi non ere geologiche fa, sembrerebbe di avere a che fare con due squadre totalmente differenti. Molti numeri parlano da soli. Non solo perché dal match del Dall’Ara in poi la truppa di Palladino ha rimediato solamente 2 punti in 6 partite, quindi con una media di 0.33 punti a partita, mentre prima ne aveva fatti 31 in 14, quindi per una media di 2.2 a partita; il muro che Palladino aveva eretto per la sua fase difensiva è crollato, visti gli 11 gol incassati in 6 partite a fronte dei 10 che aveva subito nelle precedenti 14, passando da 0.7 gol incassati a 1.83 gol di media a partita, non tenendo mai la porta inviolata; l’attacco, invece, ha messo dentro 5 reti nelle ultime 6 gare, contro i 28 delle precedenti 14, dimezzando il proprio potenziale sotto porta. Oltre a tutto ciò ci sono le sensazioni da unire ai numeri. La Fiorentina non riesce a fare 90 minuti ad alti livelli, come pochi riescono a fare. Il problema è che progressivamente la squadra viola è riuscita a stare in partita per sempre meno minuti. A Bologna fece un bel primo tempo, sfiorando diverse volte il gol e non concedendo nulla, prendendo poi il gol del ko nella ripresa. Con Udinese e Torino, dopo una buona prima parte di gara, i viola sono scomparsi nella ripresa. Col Napoli e col Monza l’autonomia era stata ancora meno. Quella con la Juve fa un po’ storia a sé. I numeri, tuttavia, dicono che nelle ultime 6 partite la Fiorentina ha incassato nei secondi tempi 1 gol dal Bologna, 2 dall’Udinese, 2 dal Napoli, 1 dal Monza, 1 dal Torino e 1 dalla Juventus. In tutto, dunque, nelle ultime sei riprese sono stati 8 i gol subiti dalla truppa gigliata. Nelle precedenti 14 partite, invece, erano stati solamente…1, quello di Pulisic, ininfluente, in Fiorentina-Milan.  Nessuna squadra dei ‘big 5’ d’Europa era riuscita a fare meglio dei viola nella fase difensiva considerando solo i secondi tempi, riuscendo a stare senza gol al passivo negli ultimi 15’ di partita  a lungo, fino all’ultimo periodo. L’ultima Fiorentina, invece, nei secondi tempi non c’è quasi mai stata in campo, riuscendo a dare la sensazione di poter addirittura perdere, in casa, in superiorità numerica, con un derelitto Torino che ha fatto più dei viola per provare a vincerla una volta arrivato l’1-1 di Gineitis. Ecco, è questo ciò che spaventa di più. Il trend è da invertire prima che sia troppo tardi. Altrimenti anche chi è dietro arriverà, come ha già fatto il Bologna, come sta facendo la Roma e pure il Milan. C’è da ripartire, subito, e possibilmente stando in partita un po’ più di qualche minuto come avvenuto nelle ultime 6.

75 (e 40) giorni dopo…

Fiorentina in cerca di se stessa

Era il 3 novembre quando la Fiorentina andava a vincere in quasi scioltezza a Torino coi granata. Lo fece a suo modo, sbloccando la gara praticamente alla prima occasione, con Moise Kean su lancio da dietro, concedendo praticamente nulla se non un’occasione agli avversari, amministrando e…volando. 75 giorni più tardi quella Fiorentina sembra non esistere più. Da squadra cinica ed ermetica sembra essere diventata sterile e fragile, fa fatica a riprendersi e a mantenere i ritmi, fisicamente e mentalmente. 75 giorni fa quella Fiorentina mise a referto la quinta di fila in Serie A, con l’ennesimo clean sheet, con il più classico del ‘1 tiro e 1 gol’. E via, altri 3 punti, 4 trasferta consecutiva senza subire gol, terza vittoria esterna consecutiva e sogni di gloria. Oggi la realtà è opposta. Non soltanto perché è stato racimolato solamente un punto nelle ultime 5 partite, ma anche perché la Fiorentina ha meritato di fare solamente quel punto. Dei momenti in cui le cose girano male ci sono sempre stati e sempre ci saranno nel corso delle stagioni, ma la sensazione che dà questa squadra è che si sia di fronte ad un vero e proprio tracollo verticale. E soprattutto senza apparente via d’uscita. La Fiorentina prende gol con grande facilità, segna molto più a fatica, sta in partita per meno di un tempo e può perdere da tutti. E questo è accaduto dall’intervallo col Bologna in avanti. Costantemente, una volta dopo l’altra. 75 giorni dopo quello che era stato il manifesto di cosa era diventata la Fiorentina, cioè quella che come fanno le big vanno, segnano alla prima occasione, non concedono, compatte, unite e continue, la missione di Palladino è fin troppo evidente: raddrizzare la barra, correggere la rotta e rimettere la Fiorentina in careggiata. Domenica al Franchi arriverà un Torino che è messo molto peggio dei viola, ma che Vanoli sta provando a tenere a galla tra pareggini e punticini qua e là. Ma l’Udinese che arrivò al Franchi veniva da 1 vittoria nelle precedenti 7 gare giocate, mentre il Monza non vinceva da 11 partite. Al netto di chi sia l’avversario di turno, insomma, serve che si ritrovi in primis la Fiorentina. 40 giorni dopo l’ultimo sorriso, quello col Cagliari. Sarebbe anche l’ora.

Bastoni e carote; botte e risposte

L’analisi del momento della Fiorentina

Far finta che lunedì sera non sia successo nulla sarebbe intellettualmente disonesto. Il botta e risposta andato in scena nel dopogara di Monza tra Daniele Pradé e Raffaele Palladino evidenzia che non ci sia tutta questa armonia all’interno dello spogliatoio viola. Se e quanto il confronto di ieri al Viola Park e la settimana di lavoro che porterà alla gara di domenica possano permettere alla Fiorentina di tornare a fare quello che faceva due mesi fa si capirà proprio nella gara col Torino. Nessuno, ovviamente, pretende che la Fiorentina torni a vincerle tutte come era riuscita a fare nel periodo delle 8 vittorie di fila che avevano portato la truppa di Palladino a lottare per Champions League e primato in classifica, ma prestazioni come quella col Monza non sono ammissibili. Ci può stare una serata storta, perdere col Napoli o col Bologna, ma non che il trend intravisto dal dopo infortunio di Bove continui in questo modo preoccupante. La Fiorentina non sembra più in grado di poter battere nessuno, non regge neanche un tempo come tenuta, commette errori marchiani, non riesce a sostenere il centrocampo a due e…in sostanza, sembra quella che rischiò di uscire dalla Conference League contro degli illustri sconosciuti ungheresi. Se qualcuno fosse andato sulla Luna all’indomani del match col Puskas e fosse tornato lunedì pomeriggio, forse noterebbe qualche differenza appena…peccato (o meglio per fortuna) che nel mezzo c’era stata un’evoluzione marchiana della Fiorentina capace di divenire solida, equilibrata, concentrata e cinica. E continua. Certo, pensare che la Fiorentina potesse vincerle tutte, sempre, e lottare per il primato della classifica, era cosa transitoria, ma lo sprofondo in cui si è infilata questa squadra deve essere a tutti i costi buttato alle spalle. Dicevamo botte e risposta. In tal senso il dg Ferrari è stato chiaro nel sottolineare l’unità di intenti che si respira al Viola Park, la voglia di andare avanti assieme a Palladino e la fiducia che la società ha in un tecnico che è apparso un po’ in difficoltà nelle ultime gare. Anche più di un po’, a dire il vero. Ora servirà un altro tipo di risposta, quella del campo. Palladino sin qui si è spesso comportato da ‘padre’ o ‘fratello maggiore’ coi suoi ragazzi. Dalle coccole pubbliche anche per chi non sta rendendo (Colpani, ad esempio) alla difesa di chi non ha mai reso (Ikoné, ad esempio), fino alla rigenerazione di giocatori come Sottil, Dodo e soprattutto Kean (non c’è dubbio che nell’avvio super di Moise ci sia molto del lavoro psicologico di Palladino) per arrivare alla settimana di ferie durante la pausa per le Nazionali che il tecnico concesse ai suoi nel periodo in cui volavano. Poi ci sono dei casi particolari, dall’epurazione degli ex capitani Biraghi e Quarta, fino ai misteri Gudmundsson e Pongracic. L’islandese non sta rendendo, il croato neppure sta giocando. Ecco, in questo momento, come detto da Pradé, ci vuole il bastone. Se fin qui Palladino ha spesso usato la carota coi suoi, ora serve strigliare il gruppo. C’è bisogno di ritrovarsi. Subito. Già da domenica.

Ritrovare: muro dietro, gol davanti e tre punti

La Fiorentina sfida il Monza con l’obiettivo chiaro

‘Tre sono le cose che devo ricordarmi di fare’, cantava Malika Ayane. Un po’ come quello che deve fare oggi a Monza la Fiorentina di Raffaele Palladino: ritrovare solidità difensiva, la facilità nel buttarla dentro e (o con la prima, o con la seconda oppure con tutte e due) ricominciare a mettere tre punti alla propria classifica. Alla base del pensiero di Palladino, fin dal primo giorno c’era stato l’input di alzare un muro davanti a De Gea, sfruttando anche lo stesso portiere spagnolo, con la convinzione che per vincere serve intanto non prenderle. Il punto debole della Fiorentina precedente, d’altronde, era proprio quello, subire troppi gol. E se la primissima parte di stagione era stata un flop alla voce gol subiti, con 2 reti incassate da Parma, Monza, 3 dal Puskas, 3 dall’Atalanta etc etc, dal cambio modulo la Fiorentina aveva svoltato. Sia nei risultati, ma anche nel mantenere la propria porta inviolata. Quindi, riassumendo, col passaggio alla difesa a quattro quella viola era diventata una delle migliori della Serie A con 10 reti al passivo nelle prime 14 giornate, quindi recuperando ampiamente le reti prese fino all’intervallo con la Lazio. Poi il disastroso ultimo periodo con 8 gol al passivo nelle ultime quattro giornate: uno contro il Bologna, due a testa con Udinese e Juventus, tre contro il Napoli. Il tutto da intendersi come difficoltà di reparto, di fase e di singoli. Le ultime prestazioni di Comuzzo, Ranieri e gli errori di Moreno, Dodo e altri, non per caso, hanno caratterizzato gli ultimi incontri della Fiorentina. E il crescendo della fragilità difensiva ha portato in dote alla formazione gigliata appena un punto in quattro giornate.  Anche perché, ai tanti gol subiti dietro non è corrisposto un grande aumento di reti davanti. Anzi, 0 gol all’attivo col Napoli, col Bologna, 2 con la Juve e 1 con l’Udinese. E insomma, se Kean ha fatto il suo mettendola dentro 2 volte, quasi 3 se col Napoli non ci fosse stato quel tocco di mano, l’altro a trovare il gol è stato Sottil a Torino. Poi…il vuoto cosmico. Gudmundsson non pervenuto, Beltran quasi mai pericoloso se non con quello sciagurato errore col Napoli da due passi, Ikoné (vaia vaia, cit), Colpani (vaia vaia ri-cit.), Kouame (vaia vaia ri-ri-cit.). Poi c’è il tema filosofie, per venire al punto numero tre delle cose da fare. Che il tuo pensiero tecnico/tattico per raggiungere la vittoria farlo segnando un gol più dell’avversario o prendendone uno meno dell’avversario (su questo si basa il dibattito tra i famosi giochisti/risultatisti), l’altra cosa che la Fiorentina deve ritrovare sono i tre punti. La classifica che era bellissima, adesso è ancora bella…bellina, ecco. Vincere, facendone uno più degli altri (come fatto con la Roma, col Lecce), o badando a prenderne uno meno degli altri (come fatto a Como, col Torino, col Genoa, col Milan o col Cagliari) poco importa. Almeno stasera, a Monza, contro chi non fa un punto da ere geologiche, che in casa ne ha perse 5 di fila, che in casa non ha mai vinto in stagione e che…ok, basta così.

Albert, Colpani e il momento di iniziare ad incidere

Da diversi acquisti si attende il salto di qualità

Se la Fiorentina è lassù in classifica, più o meno dov’era un anno fa, con vista sulla zona Champions League, molto lo deve al mercato fatto dalla dirigenza in estate. Si potrà obiettare qualcosa sulla tempistica, con qualche acquisto che poteva/doveva essere fatto un po’ prima, aspetto su cui anche lo stesso Pradè, in un certo senso, fece mea culpa, ma sulla qualità immessa in questa rosa c’è poco da dire. Tanto che, degli undici che aveva a disposizione Italiano un anno fa, in questa stagione ce ne sono un paio al massimo della vecchia guardia che trovano spazio tra i titolari, ovvero Dodo, Ranieri e…praticamente basta. Comuzzo, infatti, essendo un giovane, è un caso a parte. Quello di oggi non può essere lo stesso giocatore di dodici mesi fa. A completare l’undici tipo di Palladino ci sono sempre stati i nuovi, ovvero De Gea in porta, Gosens a sinistra, Adli, Cataldi e Bove in mediana, Kean davanti, Colpani e Gudmundsson a supporto. Al massimo Beltran, comunque nei piani l’alternativa all’islandese, nelle ultime settimane, cioè dopo il problema di Bove, per forza di cose Sottil. Stop. Gli altri hanno giocato solamente in Conference, mentre altri ancora sono in uscita, ex capitani compresi (Biraghi e Quarta). Tornando agli innesti, se quasi tutto quello che ha luccicato fin qui è stato oro, qualcosa non si è ancora capito cosa sia. Da Colpani a Gudmundsson, passando per Pongracic, la Fiorentina per loro ha già speso 16 milioni per il croato, 4 di prestito oneroso più 12 circa di diritto di riscatto che può diventare obbligo al 60% di presenze per l’ex Monza, e 8 milioni di euro con un obbligo di riscatto a determinate condizioni fissato a 17 milioni di euro più 3,5 milioni di eventuali bonus, che in caso può diventare diritto di riscatto, per l’islandese. Ora, fermi tutti, che Gudmundsson sia forte lo si è intravisto, ma l’ultima versione di Albert, cioè quella dal post infortunio, ha destato più di qualche perplessità. La gara con la Juve ne è stato l’emblema del momento difficile, con lunghe fasi di gara senza strusciare il pallone. Colpani mah, Pongracic bho. Il calciatore proveniente dai brianzoli continua ad essere coccolato da Palladino, ma il suo rendimento è stato sin qui decisamente inferiore alle attese. Unica giornata da ricordare quella di Lecce, con doppietta e assist. Poi tanto lavoro di sacrificio, in copertura, per concedere a Dodo la possibilità di involarsi sulla destra, ma non ci siamo granché. Pongracic, invece, non gioca mai. Forse dopo il Napoli potrebbe ritrovare un po’ di minutaggio. Ma la stagione del croato sta assumendo sempre più i toni del più classico dei flop. Ora, se l’assenza di Pongracic non ha pesato, anzi, visto l’ottimo rendimento tenuto per un girone dalla coppia Comuzzo-Ranieri, col prossimo arrivo di Pablo Marì e quello già portato a termine di Valentini, lo scadente rendimento di Colpani e il momento difficile di Gudmundsson un po’ stanno iniziando a pesare. Anche per un discorso di equilibri, viste le difficoltà evidenziate dalla Fiorentina nell’andare avanti col centrocampo a due pur di tenere in campo l’ex Monza. E menomale che Beltran qualcosa ha fatto, soprattutto quando Albert è stato ai box. Ma ora, da tutti e tre, ma soprattutto da due di questi, è arrivato il momento di iniziare ad incidere. La Fiorentina è in zona Champions, vuole lottare per quel traguardo, e per farlo ha bisogno anche di loro, oltre che dei miracoli di De Gea e dei gol di Kean.

Il tabù e il salto di qualità. Loro sì, qui ancora no

La Fiorentina riceve il Napoli per invertire il trend

Ci sono stati anni, anzi decenni, in cui la Fiorentina era un’eccellenza del calcio italiano e il Napoli una delle tante. D’altronde, il club viola è stato il primo a disputare tutte le finali delle competizioni europee. A fine anni 60 i campani avevano vinto una Coppa Italia, mentre la Fiorentina aveva già conquistato 2 Scudetti, 1 Coppa delle Coppe e 3 Coppe Italia. Poi arrivò Maradona. La storia del Napoli cambiò, nelle gerarchie del calcio italiano raggiunse la Fiorentina, per ricambiare ancora negli anni 90. Con l’inizio del nuovo secolo entrambe sono fallite, hanno fatto percorsi di risalita simili fino a quando De Laurentiis ha iniziato a vincere, mentre Della Valle si iniziò a rompere le scatole (per varie vicissitudini, tra cui Calciopoli), fino a quando non ha passato la mano a Commisso. Fin qui la storia, che si intreccia col presente. Se si guarda allo storico dei precedenti, infatti, si fa fatica a ricordare una vittoria al Franchi della Fiorentina contro il Napoli. L’ultima fu quella del 3-0 di Simeone, quando Sarri perse lo Scudetto. Nelle ultime 10 sfide tra viola e campani a Firenze, dove per decenni il Napoli usciva con le ossa rotte, quello del 2018 è l’unico successo, con 5 pareggi e 4 successi azzurri. Nel nuovo secolo, in 19 incontri tra Fiorentina e Napoli giocati a Firenze, la formazione viola ne ha vinti 4. Certo, di gioie ne sono arrivate diverse in Campania, tra cui il 2-5 di Coppa Italia, l’1-3 dell’anno scorso e il 2-3 di Cabral, ma…il tema è un altro. C’è poco da fare, il Napoli ha fatto il salto di qualità, la Fiorentina ancora no. Sta provando a farlo, quest’anno. Ma la formazione di ADL arriva a Firenze da capolista e seria candidata allo Scudetto, mentre la truppa di Palladino prova a consolidare le sue ambizioni da Champions League. Per quanto non stia particolarmente simpatico ai tifosi del Napoli, con De Laurentiis gli azzurri hanno vinto 1 Scudetto, 3 Coppe Italia, 1 Supercoppa Italiana, facendo per anni sempre la Champions League, che sappiamo bene nel calcio di oggi quanto sposti in termini di fatturati. Sabato a Firenze, insomma, la Fiorentina proverà a riscrivere un nuovo capitolo di una rivalità anche gerarchica col Napoli. Magari non per l’immediato. Difficile immaginarsi la squadra campana che arrivi dietro in classifica quest’anno, come accadde l’anno scorso, ma la speranza è che questo 2025 possa essere un punto di svolta per la società di Commisso. Iniziare infrangendo il tabù delle gare interne contro il Napoli potrebbe essere un buon punto di partenza, anche se quello d’arrivo per fare quella svolta è chiaro: entrare nel circolo della Champions League. Ovviamente, poi, restandoci. Ma per quello ci sarà tempo.

Viola ancora imbattuti al Franchi

Solo Gasp fin qui ha fatto meglio per media punti interna

Sono solo statistiche, ma fin qui la Fiorentina con Raffaele Palladino in panchina non ha ancora mai perso una sfida tra le mura amiche. Sia in Serie A che in Conference League, nessuno è riuscito a passare al Franchi. L’unico che ci è riuscito è l’Empoli, in Coppa Italia, ma ai calci di rigore. Anche quello, dunque, ai fini statistici sarebbe da considerare un segno X. Lunedì la Fiorentina tornerà a giocare nel proprio stadio, in Serie A, dove dopo la gara contro l’Udinese tornerà a giocare a inizio 2025, col Napoli e dove dovrà recuperare la partita interrotta al 17’ contro l’Inter per il malore occorso e Edoardo Bove. Se in Conference League sono state battute sin qui Puskas Academy 3-2, TNS 2-0, Pafos 3-2 e Lask 7-0, in Serie A hanno portato via punti dal Franchi Monza e Venezia, gare finite rispettivamente 2-2 e 0-0, mentre sono cadute Lazio 2-1, Roma 5-1, Milan 2-1, Verona 3-1 e Cagliari 1-0. Tra le squadre che hanno mantenuto fin qui la propria imbattibilità interna, oltre alla Fiorentina ci sono solamente Bologna e Juventus. La Lazio ha perso 1 volta in casa, come Inter, Milan e Atalanta, mentre il Napoli già 2. Se si considera la media punti, invece, i 17 punti ottenuti in 7 gare interne portano la Fiorentina al secondo posto di questa speciale graduatoria. Meglio ha fatto solo l’Atalanta, con 18 in 7 gare. Le stesse Bologna e Juventus, imbattute in casa come i viola, hanno messo a referto rispettivamente 13 punti in 7 sfide casalinghe e 15 in 9, avendo dunque una media inferiore a quella della Fiorentina. Come detto sono solo statistiche, per aggiunta pure parziali. Il calendario, essendo a sua volta parziale, potrebbe aver influito. Ma al netto di tutto ciò, la Fiorentina si sta confermando tra le formazioni più forti e cannibali nelle gare casalinghe. L’anno scorso chiuse con 35 punti in 19 gare interne, quello prima con 33 e quello prima ancora con 41 punti (dietro solo all’Inter). Se la Fiorentina di Palladino riuscisse a mantenere il trend che ha avuto sin qui nelle partite casalinghe chiuderebbe con 46 punti in casa. Giusto per dare dei riferimenti, Prandelli chiuse con 49, 47, 47 e 40 nei quattro anni in cui la Fiorentina lottò per la Champions, mentre Montella a 43, 31 e 33. Sousa a 38 entrambe le stagioni. Come detto, trattasi di statistiche, anzi di proiezioni, avendo la Fiorentina giocato solamente 7 gare interne di campionato rispetto alle 19 in programma. Dopo l’Udinese al Franchi ci sarà il Napoli, mentre nei prossimi mesi ci saranno il recupero contro l’Inter, la Juventus, il Bologna e l’Atalanta per quanto riguarda le squadre di alta classifica. Insomma, nonostante ruspe, gru e un terzo dello stadio inagibile, il Franchi si sta confermando fortino per la Fiorentina. Lunedì contro i bianconeri friulani dovrà essere altrettanto. 

Le vie per la Finale: Pireo o Islanda, Bosnia o Lubiana

Le avversarie sulla strada della Fiorentina in Conference

Divisi a metà tra la voglia di affrontare finalmente avversari di rilievo (sì, ok, ma non il Chelsea) e di incrociare quello più debole possibile per concentrarsi sul campionato, la Fiorentina ha conosciuto oggi dall’urna di Nyon quelle che potrebbero essere le avversarie degli ottavi di finale di Conference League. Le gare di playoff che riguardano il lato di tabellone dei viola sono Vikingur Reykjavik contro Panathinaikos Atene e Borac Banja Luka contro Olimpia Lubiana. Islanda o Grecia, Bosnia o Slovenia, dunque, per la truppa gigliata, con lo spauracchio Chelsea che sarà incrociabile solamente in semifinale. E se già di per sé questa è una buona notizia, occhio a pensare che con almeno tre su quattro delle papabili avversarie dei viola si tratterà di una pura formalità. Lo ha insegnato la doppia precedente esperienza in Conference alla Fiorentina di Italiano, lo sta confermando questa con Palladino. Se le partite non si affrontano con l’atteggiamento giusto, che tu stia giocando contro ciprioti, portoghesi, gallesi o chi che siano, tra l’altro nessuna delle primissime forze di quei paesi, tutto può diventare maledettamente difficile. Lo si è visto pure col Guimaraes, dove per riuscire a fare un pareggio c’è voluta una fatica estrema, con un punteggio che poteva tranquillamente premiare il Vitoria. E dunque, come detto, Panathinaikos o Vikingur, oppure Borac Banja Luka o Olimpia Lubiana. Fin troppo banale dire che i greci siano l’avversario più forte sulla carta. Quest’anno navigano al quarto posto in campionato, dietro a Olympiakos, Aek e Paok, ma hanno chiuso solamente al 13° posto il girone europeo. La punta di diamante dei verdi del Pireo è l’attaccante Ioannidis, Tete preso dal Galatasaray, c’è la vecchia conoscenza del calcio italiano Djuricic, l’ex obiettivo viola Ounahi, che aveva incantato al mondiale col Marocco, e pure Dragowski. Insomma, una rosa di ottimo valore, stimata dal portale transfermarkt in 102 milioni di euro. Per dare dei riferimenti, la rosa viola ne vale 279. L’aspetto ambientale, come noto, potrebbe dare fastidio. Andare a giocare in Grecia non è cosa da sottovalutare. Poi ci si addentra nel mondo sconosciuto del Vikingur. L’intera rosa degli islandesi vale 4 milioni. Sostanzialmente, bho. Più o meno dicasi lo stesso anche per i bosniaci del Borac, alla prima partecipazione in una competizione Uefa. Come valore della rosa siamo sui 9,5 milioni complessivi, simile a quello della Puskas Academy. L’Olimpia Lubiana di milioni ne vale circa 12, ma comunque poca roba. Chi sarà sulla strada dei viola tra queste lo scopriremo a febbraio, quando si terranno i playoff, con la Fiorentina spettatrice interessata. La strada per la Polonia, dove si disputerà la finale, è ancora lunga.

10 motivi per cui serve vincere

La Fiorentina deve battere il Vitoria

In linea di massima, se si indossa la maglia della Fiorentina si dovrebbe sempre scendere in campo per almeno provare a vincere. Che si tratti di una gara che non conta granché o di una Finale cambia poco. Oggi contro il Vitoria Guimaraes non sarà come giovedì scorso contro il Lask Linz. Difficilmente sarà una passeggiata di salute per la truppa viola, ma la posta in palio c’è, eccome. I dieci motivi per cui oggi la Fiorentina deve vincere. NUMERO UNO, PER EVITARE IL PLAYOFF. Come noto, la nuova formula della Conference League garantisce il pass per gli ottavi alle prime otto classificate del maxi girone. In teoria la Fiorentina non ha ancora questa certezza. Col pareggio, per quanto dovrebbero vincere tutte le inseguitrici, la squadra di Palladino potrebbe anche ritrovarsi oltre l’ottavo posto, trovandosi a quel punto costretta a dover sostenere il playoff di febbraio. Gara, quella, che andrebbe in scena sul doppio confronto. Meglio evitare, soprattutto in una stagione in cui la truppa gigliata sta lottando per zone altissime di classifica. NUMERO DUE, PER EVITARE IL CHELSEA FINO IN FONDO. Vincere col Guimaraes, a meno che il Legia non vinca di goleada col Djurgarden, permetterebbe alla Fiorentina di chiudere al secondo posto in classifica. Questo vorrebbe dire evitare il Chelsea fino alla finale. Gli inglesi sono la squadra più forte della Conference League. Potrebbero tranquillamente dire la propria anche in Champions League. Meglio evitare. NUMERO TRE, PER RIPARTIRE DOPO IL KO DI BOLOGNA. Il tonfo di Bologna ha lasciato qualche scoria, soprattutto perché arrivato contro Italiano. C’è da ripartire. E da farlo subito. Lunedì ci sarà l’Udinese, poi la Juve e il Napoli. Serve ritrovare consapevolezza e buttarsi la sconfitta del Dall’Ara alle spalle. NUMERO QUATTRO, PER PALLADINO. Sono stati giorni complicati per il tecnico viola, colpito dalla scomparsa della madre. La notizia, tra l’altro, è arrivata nei momenti in cui Palladino e la squadra erano in ritiro a Bologna. Tutto il gruppo è rimasto colpito dal dolore del proprio allenatore, con cui c’è un rapporto speciale. Vincere per lui, per fargli passare una serata tranquilla e ridargli il sorriso è una motivazione in più. NUMERO CINQUE, PER IL RANKING. L’Italia potrebbe mandare in Champions cinque squadre via Serie A anche quest’anno. La lotta per il secondo posto del Ranking è col Portogallo. Anche per questo, oggi, battere i portoghesi del Guimaraes, potrebbe contare di più, visto e considerato che quest’anno in lotta per arrivare in Champions c’è anche la stessa Fiorentina. NUMERO SEI, PER I SOLDI. Ogni singola vittoria porta un incasso di 400mila euro. In caso di vittoria oggi, con dunque approdo agli ottavi, arriverebbero 800mila euro più altri 400mila euro in quanto tra le prime otto classificate del girone. Chiudendo seconda in classifica, inoltre, entrerebbero nelle casse viola altri 980mila euro di premi Uefa (35 quote da 28mila euro). Non saranno i milioni della Champions, ma insomma, sono sempre soldi. NUMERO SETTE, PER CAPIRE CHI E COME. Vincere in Portogallo potrebbe essere la conseguenza di una buona prestazione. Palladino e la Fiorentina devono ancora trovare la quadra per poter sopperire all’assenza di Bove. Beltran lì non ha granché convinto. In attesa del mercato invernale, insomma, sarebbe importante capire chi e come possa giocare in quella casella del campo. NUMERO OTTO, PER RITROVARSI. Dovrebbe toccare ancora a Kean scendere in campo dal 1’. Moise è rimasto senza gol col Bologna, col Lask e col Cagliari. L’attaccante viola ha voglia di ritrovare la via della rete e di tornare ad esultare. Sarà importante per Terracciano, reduce dalla serata non esaltante contro l’Empoli in Coppa Italia e da quella disastrosa col Pafos. Occasione di ritrovarsi anche per Quarta, così come per aumentare la propria condizione per Gudmundsson. C’è poi chi come Ikoné insegue il primato della classifica marcatori di Conference League, che dista un solo gol. Che giochi il francese o Colpani, entrambi sono chiamati a ritrovarsi, o almeno a dare segnali. Incidere a livello personale, insomma, per vincere collettivamente. NUMERO NOVE, PER METTERSI IN MOSTRA. Ci sono poi i vari Parisi, Mandragora, Richardson, Kouame ed altri che oggi dovranno sfruttare l’occasione con una grande prestazione. L’obiettivo è mettersi in mostra, magari anche per provare ad invertire gerarchie che sembrano già scritte. NUMERO DIECI, PERCHE’ SONO BIANCONERI. Non sarà un ambiente semplice quello che attende la Fiorentina. A Guimaraes saranno 30mila i tifosi di casa a spingere i portoghesi verso quello che sarebbe un traguardo storico per il Vitoria, mai arrivato ai quarti di una competizione Uefa. Sono bianconeri, come i prossimi due avversari della Fiorentina: Udinese, ma soprattutto Juventus. Vincere oggi potrebbe far crescere mentalmente la squadra viola, magari provando a prendere l’abitudine nello sconfiggere squadre a strisce bianche e nere.   Insomma, di motivi per vincere oggi a Guimaraes ce ne sono, eccome!

‘Rome wasn’t built in a day’

La Fiorentina deve ripartire

Per costruire Roma non bastò un giorno. Per trasformare una Fiorentina da settimo/ottavo posto in una squadra da Champions si potrebbe tranquillamente dire lo stesso. La ‘dimensione’ della squadra viola è stata quella nell’ultimo triennio, settima/ottava forza della Serie A, con annesse due finali di Conference League e una di Coppa Italia, anche se tutte perse. Una legge non scritta del calcio, che non vuol dire verità assoluta, racconta che di norma è più ‘facile’, o almeno più immediato, riuscire a fare il salto dai bassifondi alle zone a ridosso dell’Europa piuttosto che quello da dove ha navigato la truppa viola negli ultimi tre anni a quello della Champions. Le romane, ad esempio, da anni sono lì, come la stessa Fiorentina, ma per fare quel salto può servire tempo. Certo con Prandelli e Corvino bastò un anno, così come col primo Montella (quando in Champions ne andavano solo 3). Ma, di norma, il percorso richiede tempo. Il ko rimediato dalla Fiorentina a Bologna non deve indurre al pessimismo. Ci sta di perdere coi rossoblu, ci stava soprattutto dopo aver messo in fila 8 vittorie consecutive, cosa che non capitava da 60 anni (giusto per sottolineare quanto di straordinario era stato fatto prima del passo falso del Dall’Ara). Prima o poi doveva accadere. Peccato sia successo contro Italiano, ma chi se ne importa. Il vero nodo, semmai, sta nel prendere coscienza di alcuni limiti che questa rosa ha. La filastrocca che Palladino aveva forgiato dal secondo tempo con la Lazio (De Gea, Dodo, Comuzzo , Ranieri, Gosens, Adli, Cataldi, Bove, Gudmundsson, Colpani, Kean) ha bisogno di alternative che non facciano rimpiangere i titolarissimi. Se Beltran aveva risposto presente prima del match di Bologna, così come Sottil, altri continuano a faticare. Colpani, su tutti. Nel momento in cui Palladino ha dovuto/voluto interrompere l’alternanza totale tra Serie A e coppe, schierando con l’Empoli e col Lask tanti elementi che solitamente erano stati preservati per il campionato, il conto è subito arrivato. Poco male. Come detto non sarà certo la sconfitta di Bologna a far ridimensionare i sogni di gloria di una piazza che è tornata a respirare aria di altissima classifica come non accadeva da anni. Piuttosto, già da giovedì col Guimaraes e lunedì prossimo con l’Udinese, sarà fondamentale ripartire. Non solo nei risultati, ma anche in termini di ‘stato di salute’. La Fiorentina vista nelle gare con Empoli in Coppa Italia, Cagliari e Bologna, infatti, non è stata certamente la stessa di quella che si era vista fino al malore di Bove (il 7-0 al Linz lascia il tempo che trova). Già quella del primo tempo del Dall’Ara era stata comunque incoraggiante, con almeno 2-3 buone occasioni da gol e un rigore che sembrava netto, a differenza di un secondo tempo in cui in campo si è visto molto più Bologna che Fiorentina. Lo ripetiamo, ci stava. Ma… Se Roma non è stata costruita in un giorno, se si vuole provare a far sì che questa stagione prosegua in quelle zone di classifica senza trascurare troppo la Conference League, servirà che dal mercato di gennaio arrivi qualche pezzo buono, o comunque qualcuno che quando i big non sono al top possa dare un contributo decisamente migliore di quello dei vari Quarta, Kouame, Ikoné, Mandragora, Kayode etc etc.  O che questi si diano una mossa, sempre che ce l’abbiano nelle corde.

La sindrome del ‘che ha fatto Italiano?’

La Fiorentina sfida il suo passato

Una nuova strana malattia si sta diffondendo per le strade di Firenze. Colpisce per lo più chi ha il sangue viola, senza distinzione di sesso, età e/o patologie pregresse. La chiamano sindrome del ‘che ha fatto Italiano?’. Il picco è previsto per domani, 15 dicembre 2024, quando sul calendario è segnato con un circoletto rosso l’appuntamento del derby dell’Appennino, Bologna-Fiorentina. O meglio, la sfida contro Italiano. Che la Fiorentina vinca, di goleada o di corto muso, in Serie A o in Europa, non importa. Conta soprattutto cosa abbia fatto l’ex allenatore viola, che qualcuno si è affrettato a definire ‘Perdenzio’. Sì perché, d’altronde, le tre finali che ha disputato con la Fiorentina le ha perse tutte e tre. E le finali non si giocano, si vincono. Certo, però, arrivarci, intanto, non capita tutti i giorni se sei la Fiorentina. Ma questo è un dettaglio. Ed ecco che la ‘Biraghite’, altra sindrome che imperversava nelle vie di Campo di Marte nei giorni scorsi, è stata soppiantata rapidamente dall’esigenza, domani, di andare al Dall’Ara e godere, non tanto nel vincere ancora, nel celebrare Palladino, nell’ammirare la classifica etc etc, quanto nel poter ridere in faccia a Vincenzo Italiano. Si perché, poi, un settimo e due ottavi posti, che volevi festeggiare? Siamo la Fiorentina! E poi quella difesa alta…gol tutti identici, presi in contropiede. Tutto lecito, per carità. Altri potrebbero obiettare che a disposizione Italiano avesse avuto Cabral, Jovic, Nzola, Duncan (alternativa al Venezia), Barak e Brekalo (questi ultimi due hanno segnato nel weekend al Kasimpasa, addirittura, in Turchia, contro il glorioso Eyupspor che è quarto in classifica), Bonaventura (adesso finito in Arabia), Arthur (mai sceso in campo in questa stagione), Maxime Lopez (finito in Serie B francese), Belotti (panchinato da Cutrone al Como), Kouame, Ikoné, Terracciano, Biraghi, Parisi, Quarta (tutte riserve nella Fiorentina attuale) etc etc, ma non riuscirete a fargli cambiare idea. Anche quando la Fiorentina ha piegato il Cagliari, entrando nella storia coi suoi 8 successi di fila in Serie A, teneva banco il come avesse fatto Italiano a prendere quel gol con la Juventus al 92’ in contropiede. Qualcuno, sotto sotto, ha pure esultato al gol dei bianconeri, così, per poter dire: ‘ahahha, anche oggi, Perdenzio…’. Non riuscirete a fargli cambiare idea. Per chi la pensa così è sempre stato solo e soltanto colpa di Italiano, che è stato un limite piuttosto che una risorsa. Ok, pensiero lecito, vabbè. Ma pensare alla Fiorentina? A Palladino? A come stia volando la squadra viola? Niente. La speranza è che domani vada tutto come deve andare e che nel frattempo si trovi un vaccino per debellare questa strana malattia. Altrimenti, il rischio che la sindrome dilaghi c’è. Soprattutto dopo che Biraghi sarà andato altrove, cose non collegate, ovvio, ma tant’è. Se questa Fiorentina, con Palladino, dovesse continuare come sta facendo ormai da 8 gare di fila in Serie A, dovesse trovarsi a fine maggio ancora dov’è adesso, magari riuscendo a fare come nel 1956 o nel 1969, o almeno ad entrare in Champions League tornando a sentire una musichetta che a Firenze non si sente dal 9 marzo 2009, magari arrivando anche in Polonia, in finale di Conference…anche in quei giorni sentir dire ‘si, ma che ha fatto Italiano?’, anche no.

Palladino fa cose, tipo record su record

Il tecnico viola non ne sbaglia una

In pochi giorni Raffaele Palladino si è tolto lo sfizio di riscrivere la storia della Fiorentina. Non una volta, ma due. Prima ha battuto il Cagliari in Serie A, ottenendo l’ottava vittoria di fila ed eguagliando la striscia di successi consecutivi in campionato del club viola che resisteva dal 1959-60, poi ha messo a referto un 7-0 in una competizione europea che mai si era registrato in precedenza nella storia della Fiorentina mettendo in discesa il cammino in Conference. Palladino fa cose, non solo in termini di risultati, ma anche su dettagli che spesso fanno la differenza. La fase difensiva è ormai da mesi diventata un muro, nessuno ha incassato meno reti dei viola in Serie A; davanti le cose funzionano, a volte meglio altre un po’ peggio, ma funzionano. E poi ci sono i singoli: Palladino è riuscito anche a rigenerare giocatori che sembravano ormai aver fatto il loro tempo a Firenze. Ikoné, che aveva iniziato il prestagione tra i fischi dei tifosi al Viola Park perché non voleva andarsene, adesso è tornato utile, tanto da inseguire il primato della classifica cannonieri della Conference League; Sottil, la cui esplosione era attesa da anni, sembra aver ingranato; Parisi sta dando qualche segnale di miglioramento, oltre a tutti coloro che stanno facendo una stagione da 7-7.5-8 in pagella. Il tutto dopo aver iniziato con un’idea, averla messa da parte e trovato la quadra. Facendo scelte forti, tra l’altro, come aver messo ai margini il capitano Cristiano Biraghi, il vice capitano Martinez Quarta e l’ex portiere titolare Pietro Terracciano. I risultati parlano per lui. Piaccia o meno ad alcuni giocatori (Biraghi su tutti), tant’è. Il tutto, bis, dovendo fare a meno quasi sempre di Pongracic, difensore che doveva fare il titolare visto quanto è stato pagato, Gudmundsson, sceso in campo per una manciata di minuti in confronto a quelli giocati dalla Fiorentina, con un Colpani che ancora non ha ingranato. Insomma, Palladino fa cose, sbagliandone pochissime, quasi nessuna. L’unico scivolone recente è quello con l’Empoli in Coppa Italia, che però ha mille attenuanti del caso, che ahinoi sappiamo bene. E la Fiorentina vola, ancora e ancora.

Quelli che ‘l’occasione’. Per qualcuno la prima, per altri forse l’ultima

Fiorentina in campo contro il Lask Linz

Altro giro, altra corsa. Per la Fiorentina è nuovamente tempo di Conference League. Stavolta di fronte ci sarà il Lask Linz, squadra che vale su per giù il Pafos e il San Gallo, che quest’anno vive un periodo tutt’altro che glorioso e che, nel maxi girone europeo, è in fondo al gruppo con 2 soli punti (rimediati con Djurgarden e Cercle Brugge, oltre ai ko con Borac Banja Luka e O. Lubljana). Potrebbe nuovamente essere la Fiorentina B a scendere in campo contro gli austriaci. Non piacerà a Palladino questo appellativo, ma se in Serie A giocano sempre gli stessi e in Conference sempre gli altri, è ormai fattuale che qualcuno sia considerato più ‘forte’ di altri. Se tra i pali, come detto da Palladino stesso dopo il ko con l’Empoli, sarà la prima occasione per Tommaso Martinelli, per qualcun altro sarà l’ennesima chance per rispondere presente, o almeno per dimostrare di non essere da ‘Fiorentina B’. Forse non l’ultima, ma poco ci manca. A sinistra, ad esempio, rispetto a questo Gosens tutti partirebbero come alternative. Forse non Theo Hernandez o Di Marco, ma sicuramente Parisi e Biraghi. Per il campano e l’ormai ex capitano, con gennaio alle porte, c’è sia da dimostrare a Palladino che ad eventuali acquirenti. Fin qui, Biraghi ha spesso steccato, Parisi ancor di più. Almeno l’ex Empoli, però, ha dalla sua l’età, 2000 vs 1992. Magari deve solo ritrovarsi, mentre Biraghi pare ormai in fase calante e destinato a proseguire su quel trend. Poi ci sono i vari Kayode, Martinez Quarta e Moreno, col primo che rispetto all’anno scorso non sembra neppure lo stesso, il secondo che da centrale o da centrocampista continua a fare partitacce e il terzo che sin qui si è visto poco e nulla. E quando si è visto non ha propriamente esaltato. Il tutto senza dimenticare Marin Pongracic, che prima o poi dovrà pur dimostrare qualcosa. Sempre, ovviamente, che sia in grado di scendere in campo piuttosto che dover stare in infermeria. A gennaio arriverà Valentini, perciò dietro ci sarà sovrabbondanza di difensori centrali. Qualcuno uscirà, e queste ultime occasioni saranno da cogliere al balzo per chi gioca dietro in questa Fiorentina. Avanzando di qualche metro ci sono Richardson e Mandragora. Due casi diversi, ovviamente, visto che il marocchino è arrivato da pochi mesi mentre chi sia Rolly è ormai noto. Ma se Cataldi e Adli sono sempre più intoccabili, con Bove costretto ai box, servono risposte da entrambi anche in vista di gennaio. Un conto, infatti, è sapere che Richardson possa essere un titolabile, un conto è se possa essere solo un’alternativa. Avanzando ancora, se Beltran ha cambiato passo nelle ultime settimane sfruttando al meglio l’assenza di Gudmundsson, Sottil ha evidenziato progressi, mentre Ikoné e Colpani continuano a deludere. Che il francese fosse questo, al netto delle coccole di Palladino, era più o meno noto. Semmai, da Colpani era lecito attendersi molto di più. Di tempo ne avrà ancora, ma anche per l’ex Monza è arrivato il momento di iniziare ad incidere. Gudmundsson è un caso a parte. Fin qui è stato più fuori che dentro per problemi fisici, ma che abbia colpi e numeri lo si è visto già dai pochi palloni che ha toccato nelle poche partite giocate. Poi c’è Kouame, il cui impegno è sempre da rimarcare e apprezzare, ma…si torna lì. Per lui potrebbe esserci un’altra chance di dimostrare di essere da Fiorentina, anche se B. Insomma, quelli che l’occasione…appunto. Per qualcuno la prima, per altri forse l’ultima.

Rialzarsi e tornare a sorridere

La Fiorentina riceve il Cagliari

La Fiorentina di Raffaele Palladino si appresta a tornare in campo dopo l’eliminazione dalla Coppa Italia di mercoledì. Al Franchi arriva il Cagliari di Davide Nicola, con l’obiettivo che è fin troppo scontato e superfluo anche solo da pensare: buttarsi alle spalle quanto successo con l’Empoli e soprattutto quanto accaduto domenica scorsa. Poco male se il cammino in Coppa Italia si è già fermato. Non considerare il contesto in cui la Fiorentina era scesa in campo contro gli azzurri di D’Aversa sarebbe intellettualmente disonesto. C’era più di qualcuno che non ha dormito, chi anziché lavorare sul campo ha fatto avanti e indietro tra il Viola Park e Careggi, chi ha avuto più di un sussulto nel tornare sul manto erboso dove pochi giorni prima si era sfiorata la tragedia. Tutta la Fiorentina ha preparato in maniera anomala la partita di Coppa. Quindi, come detto, poco male... Resta la Conference League, ma soprattutto l’inseguimento di un posto Champions via Serie A che riparte già da domenica. L’obiettivo primario della Fiorentina, in questo momento, non può essere che quello di restare in scia delle primissime posizioni della classifica. Dopo la grande paura c’è una gran voglia di riscossa in casa Fiorentina. E non solo nei calciatori, ma in tutto l’ambiente. C’è bisogno di tornare a sorridere, esultare e sognare, almeno per qualche ora. C’è, insomma, l’estrema necessità di rialzarsi, e di ricominciare.

Il momento della sveglia

Da Colpani ci si attende di più

Per Andrea Colpani è arrivato il momento di iniziare a fare qualcosa, dopo, s’intende, la doppietta di Lecce. Di gare memorabili con la maglia della Fiorentina se ne ricordano pochissime. Forse, giustappunto, solo quella del Via Del Mare. E non solo per la doppietta, bella, tra l’altro, nella sestina rifilata ai salentini, ma anche per presenza in campo, giocate, qualcosa, appunto. Negli occhi resta qualche difficoltà iniziale, con un paio di buone occasioni qua e là ad esempio a Parma, una crescita a livello fisico, ma anche un certo filo di delusione rispetto a quelle che erano le premesse con cui ‘El Flaco’ era arrivato in estate. Nel periodo in cui la Fiorentina ha scalato la classifica della Serie A, coinciso col cambio modulo nell’intervallo con la Lazio e dall’impiego costante di alcuni titolarissimi (De Gea, Dodo, Comuzzo, Ranieri, Gosens, Adli, Cataldi, Bove, Beltran al posto di Gud e Kean davanti oltre all’ex Monza), Colpani è stato l’unico a restare costantemente sotto la sufficienza. Tanto che, qualcuno, qualche volta, dinanzi al grigiore delle sue prestazioni, ha addirittura pure pensato che, forse forse, Ikoné sarebbe potuto essere più incisivo. Il fedelissimo di Palladino, però, ha mantenuto praticamente sempre il suo grado di titolare. In Serie A è stato impiegato sempre dal 1’, così come era accaduto anche mercoledì con l’Empoli in Coppa Italia quando Palladino, a differenza delle partite non di Serie A, ha messo in campo l’undici quasi tipo (solo Terracciano tra i pali e Quarta a centrocampo erano i protagonisti della ‘Fiorentina B’) e probabilmente sarà così anche domani contro il Cagliari.  Facendo finta che non sia successo quello che è successo domenica scorsa, pensando che Bove sia ai box per una pedata (diciamo così), l’assenza dell’ex Roma e il contestuale rientro dell’islandese Gudmundsson impongono al tecnico gigliato di fare delle valutazioni. Tante le ipotesi al vaglio, da quella più scontata con Sottil a sinistra, Beltran/Gudmundsson e Colpani a destra a supporto di Kean, a quella più rivoluzionaria con Gud-Beltran a supporto di Kean in un 4-3-2-1, oppure con Gud a supporto di Kean e Kouame in un 4-3-1-2 etc etc. Di varianti ce ne sono tantissime, toccherà a Palladino trovare quella giusta. Nel frattempo, già contro i sardi di Davide Nicola si dovrebbe rivedere il classico assetto con Sottil da una parte e Colpani dall’altra, assieme a Beltran dietro a Kean. A gara in corso si rivedrà Gudmundsson, con Ikoné che ha mostrato qualche segnale di miglioramento qua e là, soprattutto in Conference League, che insidia il posto dell’ex brianzolo. Per Colpani, fermo alla doppietta di Lecce e soprattutto ancora sotto la complessiva sufficienza e ampiamente al di sotto delle aspettative, è arrivato il momento di iniziare ad incidere. Di più e meglio. E non solo perché è stato pagato 4 milioni di prestito oneroso più 12 di riscatto, ma anche perché tra gli obiettivi c’era quello di superare quella soglia di 8 gol, da unire a 4 assist, messi a referto l’anno scorso. Come si dice in questi casi, il momento di cambiare marcia è arrivato.

The show must go on. Ma che fatica

La Fiorentina affronta l’Empoli

“The show must go on” cantavano i Queen. Ma che fatica. La Fiorentina si appresta a tornare in campo stasera in Coppa Italia, con l’esigenza di dimenticarsi dello spavento vissuto domenica, del fatto che Edoardo Bove sia ancora in ospedale e provando a trovare energie nervose che vadano a sopperire quelle fisiche che il mondo viola ha lasciato nel percorso Stadio Franchi-Careggi prima e Viola Park-Careggi poi. Lo show non si può fermare. Volendo la Fiorentina avrebbe anche potuto prendersi qualche giorno in più chiedendo di rimandare la gara con l’Empoli, ma su invito dello stesso Bove la truppa gigliata non lo ha fatto. E allora oggi sarà giornata di partita per i viola. Tra l’altro non proprio una partita qualunque, ma una gara secca, in cui o la Fiorentina vince o esce dalla Coppa Italia. E tra l’altro (bis) non contro un avversario qualunque, ma contro un Empoli che da anni vive gli incroci contro la Fiorentina come una gara della vita. Tra l’altro (tris), in caso di approdo ai quarti ci sarebbe la possibilità di incrociare la Juventus. Insomma, sfida non certo banale. E quindi lo show riparte. Col pensiero a quanto accaduto e con la speranza che tutto si evolva per il meglio. Sia a livello di salute che per il ritorno alla professione di un ragazzo di 22 anni che dal nulla, durante una partita di calcio, si è accasciato a terra facendo ripiombare tutto il popolo viola nel baratro di un incubo già vissuto, purtroppo, con esiti ben più drammatici. Sarà faticoso dimenticarsi di tutto, anche solo per qualche ora (a seconda della sensibilità che ognuno ha). Sia per chi oggi indosserà la maglia della Fiorentina che per chi la sosterrà. E non è retorica. Ma è realtà. Anche per questo potremmo stare minuti e ore a ricordare gli ultimi incroci con l’Empoli, le ultime sfide di Coppa Italia, i ballottaggi di una formazione che oggi sarà tutta da inventarsi per Palladino. Lo facciamo, lo stiamo facendo, ma comunque in tono minore. La speranza è quella che tutto vada per il meglio e che per un paio d’ore si possa provare a dimenticarsi di cosa sia la carenza di potassio, di terapie intensive e delle sirene di ambulanza che risuonano in sottofondo nei collegamenti con gli inviati da Careggi. Insomma, lo show riparte, perché forse è giusto così. Ma che fatica.

Con l’Inter per sognare. Per Rocco conta di più

Per i viola si avvicina lo scontro al vertice

In principio fu Mr. Lee, poi gli Agnelli e quindi Zhang. “Dov’è finito Zhang?”, disse Commisso a settembre, quando mise sotto pubblica accusa la situazione debitoria del club nerazzurro, nel frattempo passato a Oaktree con Marotta nominato presidente. “Non invidio i club che hanno vinto in questi anni: lo hanno fatto grazie a situazioni debitorie assurde che hanno portato i club quasi alla bancarotta e poi nelle mani di Fondi per la mancata restituzione da parte delle proprietà dei prestiti ricevuti. E io mi chiedo ancora se chi ha vinto in certi anni poteva essere iscritto al campionato”. Marotta rispose piccato: “L’Inter ha sempre rispettato le regole e continua a farlo”. Quella dei debiti fu solamente l’ultima delle stoccate del patron della Fiorentina alla società interista. In precedenza, infatti, c’erano state le situazioni poco chiare delle plusvalenze, per cui venne punita solo la Juventus, dell’indice di liquidità e del fair play finanziario. Poi quello che accadde al termine del famoso Fiorentina-Inter 3-4. ‘Finale di partita molto agitato, pare, al Franchi, anche quando l’arbitro Valeri ha mandato definitivamente negli spogliatoi le squadre. Secondo quanto riportato da alcuni dirigenti dell’Inter, il presidente della Fiorentina Rocco Commisso si sarebbe scagliato contro la porta degli spogliatoi, dove ci sarebbe stato anche un alterco tra i presenti. Situazione smentita categoricamente dalla Fiorentina, interpellata sull’accaduto, con la società viola che ha sottolineato che non è assolutamente avvenuto niente di quanto era circolato in precedenza e non c’è stato nessun intervento da parte del presidente Rocco Commisso o altro dirigente’ (ndr ANSA). Insomma, tutt’altro che rose e fiori. La partita di domenica per il patron viola conterà di più. Non solo perché l’Inter è esattamente ciò di più lontano di quello che per Commisso dovrebbe essere un club di calcio (cioè una società che ha una proprietà nota, chiara, magari facente capo ad una persona che si sa chi è e cosa fa, piuttosto che un fondo d’investimento che rileva un club passato negli anni nelle mani di Suning, con l’intermezzo di Thohir tra prestiti, debiti e quant’altro), che spende in base ai ricavi e ai debiti che ha piuttosto che fare sempre il passo più lungo della gamba (anche quest’anno i nerazzurri hanno il monte ingaggi più alto della Serie A, triplo rispetto a quello dei viola) e che rispetta le regole finanziarie che vincolano altri club (come ormai noto, la Fiorentina ha la proprietà ricca sfondata ma per le regole del fair play finanziario non può investire più di un tot perché ha ricavi limitati, per cui le regole sono regole), ma anche perché battere l’Inter vorrebbe dire restare lassù e magari iniziare a pensare che questo sia davvero l’anno buono. Vogliamo scientemente ignorare il fatto che ad arbitrare la sfida ci sia Doveri con Mazzoleni al Var. Meglio non pensarci, almeno prima. Poi si vedrà, in caso, se qualcosa sarà andato storto (non sarebbe la prima volta). Arriva l’Inter, signori. In palio c’è il pass verso il Paradiso. Al Franchi la Fiorentina non riesce a battere l’Inter dal 2017, coi nerazzurri che nelle ultime 9 partite giocate coi viola a Firenze hanno messo a referto 5 vittorie (di cui una ai supplementari in Coppa Italia) e 4 pareggi. Un’astinenza lunghissima, insomma, dovuta anche alle enormi differenze di rose con cui Inter e Fiorentina iniziavano le rispettive stagioni, oltre che ai diversi obiettivi. Ma, guardando la classifica di questa Serie A, la squadra di Palladino può arrivare al match coi nerazzurri sapendo di non avere nulla da perdere, così come di poter far male a chiunque (come testimoniano le 7 vittorie consecutive in Serie A e il fatto che siano già cadute Milan, Roma e Lazio al Franchi). Se domenica la Fiorentina dovesse battere anche l’Inter…allora sarebbe ulteriormente legittimo pensare di poter ambire a qualcosa di inimmaginabile. In caso di successo, infatti, la formazione viola metterebbe a referto la vittoria consecutiva numero 8 in Serie A, cosa che è accaduta solamente una volta nella propria storia, con a seguire il match interno col Cagliari che potrebbe far aumentare ulteriormente la striscia. Non solo: sarebbe la quarta big sconfitta su cinque affrontate e segnerebbe un punto di svolta. Vorrebbe dire che: ‘la Fiorentina è ufficialmente in lotta per il terzo Scudetto’, cit.

Tabù Inter. Al Franchi niente vittorie dal 2017

Fiorentina a caccia dell'impresa

Dopo aver steso Roma, Lazio e Milan, la Fiorentina di Raffaele Palladino si appresta a ricevere l’Inter, quinta ‘big’ (oltre all’Atalanta, già affrontata con vittoria dei nerazzurri per 3-2) in calendario a cui faranno seguito la Juventus a fine dicembre e il Napoli a inizio gennaio. Quello del Franchi è un vero e proprio scontro diretto per la zona Champions, in teoria anche per il primo posto della Serie A, col Napoli che dista un solo punto per viola e nerazzurri. Al Franchi la Fiorentina non riesce a battere l’Inter dal 2017, coi nerazzurri che nelle ultime 9 partite giocate coi viola a Firenze hanno messo a referto 5 vittorie (di cui una ai supplementari in Coppa Italia) e 4 pareggi. Un’astinenza lunghissima, insomma, dovuta anche alle enormi differenze di rose con cui Inter e Fiorentina iniziavano le rispettive stagioni, oltre che ai diversi obiettivi. Ma, guardando la classifica di questa Serie A, la squadra di Palladino può arrivare al match coi nerazzurri sapendo di non avere nulla da perdere, così come di poter far male a chiunque (come testimoniano le 7 vittorie consecutive in Serie A e il fatto che siano già cadute Milan, Roma e Lazio al Franchi). Se domenica la Fiorentina dovesse battere anche l’Inter…allora sarebbe ulteriormente legittimo pensare di poter ambire a qualcosa di inimmaginabile. In caso di successo, infatti, la formazione viola metterebbe a referto la vittoria consecutiva numero 8 in Serie A, cosa che è accaduta solamente una volta nella propria storia, con a seguire il match interno col Cagliari che potrebbe far aumentare ulteriormente la striscia. Non solo: sarebbe la quarta big sconfitta su cinque affrontate. Guardando i dati l’Inter è la squadra più forte di questo campionato. E’ quella che spende di più, con oltre 140 milioni di monte ingaggi contro i 60 della Fiorentina. L’Inter in trasferta ha rimediato sin qui 4 vittorie e 2 pareggi in 6 gare, unica squadra assieme alla Juve ancora imbattuta fuori casa, con 15 gol fatti e 5 subiti. I nerazzurri in trasferta sono reduci dallo 0-5 inflitto all’Hellas, con 4 vittorie di fila lontano da San Siro. La viola in casa da 4 successi di fila.L’Inter ha messo a segno sin qui 31 gol, 2° dato del campionato, segnando in 13 partite su 13. La Fiorentina ne ha siglati 27, 4° dato, segnando in 11 partite su 13. L’Inter ha messo a referto fin qui 15.6 tiri di media a partita, 1° dato del campionato, la Fiorentina 13.7 8° dato. L’Inter ha una capacità realizzativa del 15%, la stessa della Fiorentina. 5 le reti segnate dall’Inter di testa, miglior dato della Serie A, 1 dalla Fiorentina. A segno per l’Inter sono andati fin qui 9 volte Thuram e 5 volte Lautaro, con 13 giocatori andati in rete almeno una volta, nessuno ha fatto meglio in A. Per i viola hanno segnato 9 gol Kean, 3 Gudmundsson, 2 Beltran, Adli, Cataldi, Colpani e Gosens, 1 Quarta, Bove, Parisi e Biraghi, con dunque 11 marcatori diversi. 14 i gol subiti dall’Inter, 5° difesa del campionato, con 6 gare su 13 chiuse senza gol al passivo, 3 volte in trasferta. Per la Fiorentina sono arrivati 10 gol al passivo, 3° difesa del torneo, con la porta gigliata rimasta inviolata in 6 partite su 13, ma con 11 tiri di media concessi agli avversari, 7 ne hanno concessi di meno. Fin qui tabù, numeri e dati. Poi ci sarà il campo a dirne di più.

Il bello di esser brutti

La Fiorentina vince senza esaltare. E arriva l’Inter

“Chi vuole divertirsi vada al circo”, diceva Max Allegri a chi gli contestava che la sua Juventus vincesse giocando male (aspetto che finché vinceva stava in piedi, quando poi ha smesso di vincere un po’ meno, ma tant’è). La Fiorentina di Raffaele Palladino ha ottenuto un altro successo non esaltando, forse neppure convincendo più di tanto, ma chi se ne importa. Col Pafos contavano i tre punti, come a Como, col Genoa, col Torino, col Verona e praticamente sempre. Obiettivo centrato, dunque, con un’altra vittoria che va a rimettere in piedi anche la situazione del girone di Conference League, in attesa dell’Inter. Ultimamente la Fiorentina non ha granché divertito, ma ha sempre vinto (tranne che a Nicosia). Quasi sempre di corto muso, badando al sodo, portando via da campi come quello di Como, Marassi e Torino il massimo col minimo sforzo. Anche grazie al cinismo del suo attacco e al muro della propria difesa, da intendere come tutti i difensori più De Gea. ‘Il bello di esser brutti’ è proprio questo. Perché quando la Fiorentina è andata a Lecce e ne ha fatti 6 o ne ha dati 5 alla Roma, ha dimostrato di saper vincere giocando alla grande e divertendo. Cosa che, a dir la verità, spesso era accaduta anche ad altre fiorentine del passato, con una differenza: quando c’era da vincere gare sporche, lì spesso mancava. Quest’anno, invece, vincere gare sporche è divenuta quasi una specialità della casa. Ed è così che i viola hanno steso Lazio, Milan e tante altre, riuscendo a portare a casa il bottino pieno anche quando non si metteva tutto in discesa (come con Lecce e Roma).Ecco, domenica arriva l’Inter al Franchi, in quello che a tutti gli effetti è definibile uno scontro diretto vista la situazione della classifica, coi viola e i nerazzurri a pari punti a meno 1 dal Napoli capolista. Scontro diretto per obiettivi inimmaginabili qualche settimana fa. Sarà una domenica da sogno. Chi tifa viola sta sognando. Non c’è nessuna voglia di svegliarsi. Ed è anche questo il bello di esser brutti, perché in pochi riescono a vincere essendo belli. Può capitare nella singola partita o per un periodo. Ma coloro che vincono i campionati o arrivano in zone altissime di classifica lo fanno alternando gare bellissime e giocate bene a tante altre un po’ meno belle, ma in cui arrivano comunque punti pesanti. E questo è il caso di questa Fiorentina. Sperando che i sogni di gloria proseguano ancora a lungo.

Dr. Jorko e Mr. Ikoné. In A sprecone, bomber in Europa

Oggi altra chance per il francese della Fiorentina

Chissà come si è alzato oggi Ikoné? La domanda è ormai divenuta un classico quando nell’undici di partenza, o a gara in corso, tocca a Jorko. Un tipico ‘strano caso del Dottor Jorko e Mr. Ikoné’, col francese che quando è in giornata può fare cose straordinarie, quando non lo è può fare ciofeche su ciofeche.Che non fosse un bomber di razza lo si era intuito sin dalle prime apparizioni in maglia viola. Lo dicevano anche i numeri a dire il vero, con le sue 213 presenze in Francia per sole 23 reti. In maglia viola è arrivato a 15 gol in 125 partite, confermando la scarsa vena realizzativa, passata da 1 gol ogni 9,2 presenze prima di arrivare alla Fiorentina a 1 gol ogni 8,3. Non proprio un killer sotto porta, insomma. Se si ripensa alle ultime uscite di Ikoné si ha immediatamente la fotografia di quello che è il francese. Dopo aver messo dentro 3 reti in Conference League, 2 al San Gallo e 1 all’APOEL, arriva la sfida di Como. Entra,  fa tutto bene nel saltare l’uomo, si porta la palla sul destro ma spara in curva. Poi riparte in contropiede, arriva a tu per tu con Audero, con Kean solo in mezzo all’area, poteva scegliere tra svariate opzioni tra cui saltare il portiere, servire il compagno e/o provare a calciare alzando il pallone per superare Audero. Ma alla fine calcia addosso al portiere. A volte aveva fatto pure peggio, come a Monza, quando scartò anche Di Gregorio ma poi, anziché metter dentro a porta vuota, traccheggiò per portarsela sul sinistro anziché appoggiare in porta di destro, con tiro respinto dal difensore dei brianzoli rientrato sulla linea. Poi, però, con l’Inter (prossima avversaria dei viola), vertice dell’aria, a destra, sinistro a giro ed eurogol al sette opposto. Senza dimenticare i ‘golassi’ al Cukaricki, al Napoli ed altri messi a segno di quei 15 sopra citati.Ecco, appunto, Dottor Jorko e Mr. Ikoné. Oggi per il francese dovrebbe esserci un’altra chance di partire dal 1’ contro i ciprioti del Pafos. Tra l’altro, in una competizione com’è la Conference League in cui svetta nei piani alti della classifica cannonieri. Se Ikoné dovesse trovare il gol anche oggi, infatti, potrebbe agguantare chi comanda la classifica marcatori della Conference, guidata da Pululu del Jagiellonia, Joao Felix e Nkunku del Chelsea a quota 4 reti. Poi arriva Jorko a 3 reti.Ecco, facciamo spoiler. Ore 20 circa, esce la formazione ufficiale della Fiorentina, gioca Jorko e la domanda viene da sé: “Chissà come si è alzato oggi Ikoné?”. Molto dipenderà proprio da questo.

Non svegliateci

La Fiorentina vola, domenica c’è l’Inter

L’incredibile filotto continua. La Fiorentina vince anche col Como, mette a referto il settimo successo consecutivo e resta in scia del Napoli capolista. Un sogno, da cui nessuno vuole svegliarsi. Domenica arriva l’Inter a Firenze in quella che è a tutti gli effetti una sfida da ‘Scudetto’. Toccate pure quello che volete. 13 giornate saranno anche poche per capire dove potrà arrivare questa Fiorentina, ma le premesse per sognare sembrano esserci tutte. D’altronde De Gea continua a fare miracoli, Kean a buttarla dentro al primo tiro, mentre quasi tutti gli altri continuano a fare prestazioni eccellenti con estrema naturalezza. Bove, ad esempio, nella giornata in cui non è apparso al meglio dal punto di vista tecnico, ci ha messo tutto quello aveva recuperando palloni qua e là; Adli ha sparato in porta un missile che ha sbloccato la partita e ha dato un cioccolatino a Sottil sul gol dello 0-2; lo stesso Sottil è entrato e ha fatto assist;  Comuzzo e Ranieri non stanno sbagliando nulla; Dodo vola, e anche se fa un errore come a Como la Fiorentina non lo paga; Colpani non sta incantando, ma se non incide davanti lo si ritrova spesso a recuperare palloni dietro; Beltran idem, con tanto di giocata sul gol di Adli etc etc. E poi c’è Gudmundsson. Già’, Albert, pronto a rientrare. E non è uno qualunque, ma il più pagato dell’estate e il giocatore (tecnicamente) forse più forte di questa rosa. Ecco perché è giusto sognare. Un sogno da cui nessuno si vuole svegliare. Dopo il Pafos giovedì (gara da vincere ma…risparmiando ogni goccia di sudore dei big in vista di domenica) arriverà l’Inter. In caso di altro successo…ognuno continui a suo piacimento.  

Como-Fiorentina, sfida tra i due Paperoni della A

I fratelli Hartono vs Commisso

52 miliardi di dollari per i fratelli Hartono, 8 per Rocco Commisso. Quella tra Como e Fiorentina sarà la sfida non solo tra i comaschi e i viola, non solo tra Cesc Fabregas e Raffaele Palladino, ma anche tra le due proprietà più ricche della Serie A. E per ricche intendiamo proprio ricche, che in confronto ‘una poltrona per due’, classico film di Natale, spostati proprio. Così per fare degli esempi, se volessero i fratelli Hartono potrebbero comprare 6,5 volte il patrimonio di Rocco Commisso. Qualcosa di incalcolabile e inimmaginabile per noi comuni mortali, ma che rende l’idea di quanto la proprietà del Como sia ricca, un patrimonio che Forbes ha stimato (ad agosto 2024) tra il 72° e il 76° posto nella speciale classifica degli uomini più ricchi al mondo. Gli Hartono vivono a Kudus in Indonesia, sono nati nel 1939 (Michael) e nel 1941 (Robert), e controllano un vero impero. Il loro papà acquistò un’ azienda di sigarette che negli anni '60 cambiò il proprio destino quando entrambi presero le redini. Sigarette Kretek, sigarette ai chiodi di garofano. Il loro patrimonio è diviso in modo quasi equo, hanno investito tanto e bene tra partecipazioni in banche indonesiane, centri commerciali oltre allo sport. La storia di Commisso, invece, è quella del classico self-made man, emigrato da bambino negli Usa, partito da zero e con le sue idee diventato chi è oggi. Di fronte, insomma, ci saranno i due ‘Paperoni’ della Serie A. E se siete già lì a fantasticare sul ‘cosa farei se avessi 50 mila, 50 milioni, 50 miliardi’…o in preda al mal di testa per capire quanti diamine siano quei quattrini, vi basti pensare che, se volessero, gli Hartono potrebbero comprare 10,5 volte tutta la Serie A, che viene stimata in un valore di 4,95 miliardi, Commisso quasi 2 volte. Vabè, soldi a parte, quella tra Como e Fiorentina è però anche la sfida delle ambizioni e degli investimenti mirati. Gli Hartono hanno investito, e tanto, soprattutto per la scalata alla massima serie. Basti pensare che a gennaio scorso, in B, tirarono fuori 5 milioni di euro per prendere Strefezza, cifra con cui molti club cadetti spendono per farci tutta la stagione. Quest’anno si sono presentati ai nastri di partenza della Serie A con un monte ingaggi lordo di 36 milioni, più del Bologna che fa la Champions, più di altre 10 società, il doppio del Lecce. Certo, Varane, uno degli innesti più noti dell’estate, si è rotto ancor prima di iniziare, finendo la sua esperienza che gli avrebbe portato 3 milioni di euro netti di ingaggio. Sergi Roberto ne prende 2 netti, Belotti 1,5, come Mazzitelli. Se il monte ingaggi lordo dei viola si aggira sui 61 milioni, fin qui la Fiorentina ha messo a referto dati tutti oltre il doppio dei comaschi. La classifica dice Fiorentina 25 e Como 10, i gol fatti dicono 25 Fiorentina e 13 Como, i gol subiti 10 Fiorentina e 23 Como. Domenica al Sinigaglia la squadra di Palladino cerca altri tre punti che la porterebbero al settimo successo consecutivo in Serie A. Nelle ultime 6 giornate, dunque, i viola hanno fatto 6 vittorie, il Como 0, per un parziale di 18 punti a 2. Vabè, abbiamo capito. Il gap tecnico è notevole, nonostante gli Hartono abbiano tanti di quei miliardi di dollari da non sapere come fare a spenderli. Il pronostico dice Fiorentina. E in caso di vittoria si aprirebbe una settimana non certo banale per i viola, con in programma il big match contro l’Inter.

Nessun limite né obiettivi. Solo orizzonti

Riparte il cammino della Fiorentina

Uno dei mantra di Vincenzo Italiano recitava ‘nessun limite, solo orizzonti’. Uno di quelli che ha contraddistinto l’estate della Fiorentina è stato ‘abbiamo forte ambizione’, anche quando le cose non sembravano andare nel modo migliore. Adesso che la squadra di Raffaele Palladino vola, tanto da essere diventata una seria candidata almeno alla zona Champions, il ritornello che risuona da tutte le interviste rilasciate dai protagonisti gigliati è quello di ‘non porsi limiti, neppure obiettivi’. Il senso è chiaro: fare il massimo, poi si vedrà. Gli orizzonti potrebbero essere speciali per questa Fiorentina. Entrare nell’Europa che conta potrebbe modificare introiti e status di un club che ha dimostrato sin qui di avere tutto per poter stare lassù. Momenti difficili ce ne saranno, per forza. Li hanno tutti, anche le corrazzate. Ma da qui a fine anno la Fiorentina disputerà 10 gare tra Serie A, Conference League e Coppa Italia. In un mese e poco più sapremo se questa squadra fin qui è andata oltre, in caso anche quanto lo ha fatto, oppure se l’orizzonte che attende i viola potrà portare con sé ambizioni, sogni e gioie. Si riparte da Como. I numeri parlano tutti in favore della Fiorentina. I viola sono reduci da 3 successi di fila in trasferta, fuori casa non incassano gol da quattro partite. Nelle ultime 6 giornate la squadra di Palladino ha messo in fila solo vittorie, ha il terzo miglior attacco della Serie A e la terza miglior difesa. Il Como ha la seconda peggior difesa, ha una capacità realizzativa del 7% contro il 14% della Fiorentina, che tradotto vuol dire spreca un sacco e pecca di cinismo. In casa i lariani sono reduci da un 1-5 con la Lazio, hanno subito 2 gol da Bologna e Verona e più in generale non hanno ancora chiuso una partita di questa Serie A con la propria porta inviolata. Insomma, sulla carta il segno 2 è quasi obbligatorio. Alla Fiorentina il compito di trasformarlo in pratica.

Quelli del dopo sosta

La Fiorentina riparte, qualcuno deve accelerare

T’immagini quello che potrebbe fare la Fiorentina con anche Gudmundsson e Pongracic? La domanda corre e ricorre nei pensieri di chi tifa viola e si sofferma a vedere la classifica con cui è iniziata questa sosta. In fondo, l’islandese e il croato sono stati tra i calciatori più pagati del calciomercato estivo fatto da Daniele Pradè, ma tra infortuni e problemi vari hanno visto il campo pochissimo.Gudmundsson per 234’ totali, con 3 gol all’attivo e tutti decisivi, Pongracic per 235’, con prestazioni tutte al limite dell’orribile tra cui l’espulsione rimediata a Parma. Ma quella era un’altra Fiorentina, mentre questa ha iniziato a diventare ciò che è oggi proprio grazie all’ingresso di Gudmundsson, all’intervallo di Fiorentina-Lazio, con un nuovo modulo e una sfilza di vittorie di fila che è arrivata a 6 considerando solo la Serie A, e comunque 7 nelle ultime 8 giornate. Il nuovo modulo, in teoria, potrebbe favorire proprio il rientro di Pongracic, che intanto si è rivisto, almeno in panchina, sia con la Fiorentina che con la Croazia e che, assieme all’islandese, sarà uno di ‘quelli del dopo sosta’.Di partite ce ne saranno una dietro l’altra fino a Natale, con 9 impegni ufficiali tra Serie A, Conference League e Coppa Italia prima di chiudere il 2024 affrontando anche la Juventus ed aprendo il nuovo anno giocando contro il Napoli il 4 gennaio. Riassumendo: 10 partite da qui al 31/12, quindi nei prossimi 42 giorni, 11 arrivando al 4/01, quindi nei prossimi 46 giorni. Spazio non ne mancherà. O meglio non ne mancherebbe. Se per Gudmundsson una soluzione si trova, che sia panchinare Beltran (cosa che comunque, visto il rendimento dell’argentino nelle ultime gare, già non sarebbe scontato), spostare Bove in mezzo e defilare a sinistra Albert o sperimentare altre varianti tattiche, per Pongracic il compito sarà più arduo. Dietro Comuzzo e Ranieri sono stati forti e continui, alzando un muro davanti a De Gea che ha contribuito assieme allo spagnolo a trasformare la difesa della Fiorentina da banda del buco com’era apparsa nelle prime partite della stagione a bunker nelle ultime. Il tutto dovendo già condividere il ruolo d’alternativa con Quarta e sapendo già che a gennaio arriverà Valentini. Insomma, pochissimi margini di errore.Tra ‘quelli del dopo sosta’ ci sono anche il rientrante Danilo Cataldi, uno degli intoccabili di Palladino che dovrebbe rientrare a disposizione dopo l’infortunio, ma anche chi non ha avuto particolari problemi fisici nelle ultime settimane, ma che dopo la sosta dovrà provare ad incidere di più, ovvero Colpani. Fin qui l’ex Monza ha avuto un paio di alti e diversi bassi. Sicuramente è cresciuto dal punto di vista fisico, ma adesso è chiamato a dare maggior qualità alle sue gare.Va da sé che in ‘quelli del dopo sosta’ ci siano i soliti noti, da Biraghi a Parisi passando per Kayode, Moreno, Ikoné, Mandragora, Kouame e tutti gli altri che fin qui hanno fatto chi malino, chi molto male, chi malissimo, chi qualcosa e chi nulla di che, ma almeno c’è stato. Poi ci sarebbe la speranza/necessità che Adli riesca a ritrovare brillantezza e continuità, che Bove ritorni al meglio dopo aver fatto un inizio di stagione da urlo, ma con la lingua di fuori, al pari di Gosens e altri come Dodo che hanno fatto benissimo ma che non si sono riposati quasi mai (chiamata col Brasile inclusa). Per Sottil ci sarà da confermare i buoni segnali intravisti nelle ultime gare, come per Beltran. Oltre all’augurio unanime di tutti: che Kean e De Gea continuino così (e il grosso sarebbe già quasi fatto).Tra una quarantina di giorni ne sapremo di più.

Il gennaio che verrà…

Commisso e gli investimenti nel mercato invernale

“Se l’operazione è buona, sono pronto a intervenire. Se dobbiamo fare uno sforzo lo faremo. Ma andiamo avanti un giorno alla volta. Siamo lì e vogliamo rimanerci e vorrei regalare a Firenze qualcosa che si ricorderanno per sempre”. Così ha detto Rocco Commisso poche ore fa a La Nazione a domanda sul mercato invernale. Parole importanti da parte del patron viola, attese e nel merito logiche. La Fiorentina è seconda in classifica, vola, con diverse pedine come Gudmundsson e Pongracic ancora tutte da scoprire che legittimano i sogni di gloria. In città c’è un entusiasmo dilagante che non si respirava da tempo, ed è giusto non spegnerlo. Poi, però, come da proverbio: ‘tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare’. Se la Fiorentina dovesse proseguire più o meno su questo trend fino all’apertura del calciomercato invernale, la formazione di Palladino potrebbe arrivare al 4 gennaio (data in cui sfiderà il Napoli) coi gradi di candidata allo Scudetto. E a quel punto… A quel punto il calciomercato invernale potrebbe essere il classico spartiacque che, ahinoi, spesso e volentieri ha spento i sogni di gloria di chi tifa Fiorentina. Molti ricordano ancora quel ritornello del ‘non ci faremo trovare impreparati’ di dellavalliana memoria, tra Mammana, Benalouane e un tracollo quasi inevitabile che fu più o meno lo stesso di quando arrivò Ficini con Cecchi Gori. L’anno scorso, invece, il compianto Joe Barone parlò di ‘frigo pieno’, tanto che arrivarono Belotti e Faraoni, e anche lì il tracollo fu inevitabile. Ecco, non vorremmo spegnerlo noi quell’entusiasmo di cui parlavamo in precedenza, anche perché le parole di Commisso lasciano intendere che la società sarebbe, in caso, pronta ad intervenire per alimentarlo. Cosa serve? Toccando ferro, ovvero augurando a Moise Kean e De Gea di continuare così, le priorità sono abbastanza note: un vice Kean, ovvero un calciatore che sia un centravanti, forte fisicamente, magari con esperienza e che abbia ben chiaro il compito da svolgere, ovvero giocare ogni tanto, un esterno offensivo che possa rappresentare un passo in avanti rispetto a Ikoné (e anche a Sottil) e un centrocampista visto che lì la Fiorentina è corta. Il resto potrebbe dipendere da eventuali uscite, tipo Biraghi, Parisi ed eventualmente un difensore centrale visto che arriverà anche Valentini. Il tutto, come noto, sapendo che gennaio non è mai un mercato semplice. Nel frattempo, però, parola al campo. 10 gare separano la Fiorentina dal 2 gennaio, 11 dal 4, con nel mezzo le sfide di Coppa Italia con l’Empoli e le tre gare che mancano a completare il girone di Conference League, oltre a vari scontri diretti in Serie A come con Inter, Bologna, Juventus e il Napoli. Quando inizierà il 2025 si vedrà dove sarà la Fiorentina. Sperando che sia dov’è adesso, ovviamente.

Tira più un discorso su Biraghi che un carro di buoi

Il contratto del capitano è in scadenza

Tira più un discorso su Biraghi che un carro di buoi. Potremmo riassumere così, rivisitando un proverbio popolare che in epoca di politacally correct è meglio non approfondire, ma nel senso della metafora ci siamo capiti. Neppure in una sosta in cui la Fiorentina è ad un punto dalla vetta della classifica, con alle porte una ripresa che vedrà la squadra di Palladino dover scendere in campo 9 volte fino a Natale, 10 fino al termine del 2024, c’è modo di evitare di parlare di CB3. “Bastava togliere Biraghi…” diranno quelli che non lo sopporta(va)no, “ma perché dovete avercela con Biraghi?” diranno quelli che non sopportano quelli che non lo sopportano, e la discussione è presto fatta. Basta guardare i social o ascoltare i messaggi che arrivano nei dopo partita per notare come il tema sia sempre caldo. D’altronde Gosens va come un treno, è di un’altra categoria c’è poco da fare. Da quando Biraghi è stato relegato ad alternativa del tedesco, inoltre, la Fiorentina viaggia a ritmi da Scudetto (è un dato di fatto), mentre quando gioca Biraghi la Fiorentina torna a faticare (altro dato di fatto, tipo in Conference). Mettici poi che gennaio si avvicina, che il suo procuratore ha già fatto intendere che le cose non stanno funzionando, né per lui né per Parisi, per cui a gennaio si vedrà il da farsi, ma ecco che spunta un’offerta di rinnovo da parte della dirigenza viola per cui il dibattito si è riacceso immediatamente. Poco da fare, non se ne uscirà forse mai da questa diatriba. Intanto, in attesa di ulteriori novità, la scadenza di contratto di Biraghi resta fissata a giugno 2025. Per cui, salvo ufficialità di rinnovo, il tema continuerà ad essere sollevato da coloro che dicono “bastava togliere Biraghi…” e quelli che risponderanno “ma perché dovete avercela con Biraghi?” etc etc. Tira più di un carro di buoi, c’è poco da fare.

La quiete prima della tempesta

Raffica di gare per la Fiorentina all’orizzonte

Tra una gara delle Nazionali e l’altra, sperando che tutti i calciatori della Fiorentina tornino a casa salvi, ma soprattutto sani, visto che col ko di Richardson col suo Marocco avremmo già dato, il conto alla rovescia verso la ripartenza delle ostilità continua. E sarà un gran bel ripartire. Non solo Serie A e Conference attendono la formazione di Raffaele Palladino, ma anche il debutto in Coppa Italia col derby con l’Empoli e tre gare di Conference League, un poker di sfide che sanciranno se, come e quanti saranno gli impegni stagionali della Fiorentina oltre al campionato. Da qui a Natale saranno ben 9 le sfide in programma, 11 se si estende il computo alla partita col Napoli in calendario il 4 gennaio 2025. La ripartenza delle sfide ufficiali sarà a Como domenica 24, tra 8 giorni, e da lì non ci sarà più tempo per riposarsi. Già quattro giorni dopo la sfida coi comaschi, infatti, ci sarà il match interno di Conference League col Paphos, altra squadra cipriota che sarà l’occasione per riscattare il ko rimediato a Nicosia e rimettere in ordine la situazione del girone europeo. Quindi la sfida Scudetto, in teoria, con l’Inter al Franchi. Poi ancora in casa l’Empoli in Coppa Italia il 4 dicembre, e sempre al Franchi il Cagliari in Serie A e quindi gli austriaci del Lask Linz, sempre a Firenze il 12 dicembre per quella che sarà la quinta partita interna consecutiva. E visto come sta marciando la formazione di Raffaele Palladino tra le mura amiche…sarebbe un fattore da sfruttare. Sicuramente in Europa, dove l’obiettivo è fin troppo scontato: fare sei punti contro due avversari non certo irresistibili e andare poi a Guimaraes a gestire. In campionato, invece, l’obiettivo è il solito di sempre: fare il massimo e continuare ad alimentare una classifica che è bella, anzi bellissima, anzi splendida, anzi incredibile etc etc. Quella in Portogallo chiuderà la fase a gironi di Conference League, ed è in calendario il 19 dicembre prossimo, 4 giorni dopo il match col Bologna di Vincenzo Italiano, il 15 dicembre. A seguire ci saranno l’Udinese in casa il 23 e poi la sfida di Torino con la Juventus del 29, che completerà gli impegni del 2024, col 2025 che si aprirà il 4 gennaio col Napoli. Come detto 9 gare da qui a Natale, 11 fino alla sfida con gli azzurri di Antonio Conte. Chissà che quella del 4 gennaio coi partenopei non possa essere anche allora quello che sarebbe oggi, cioè una sfida per il primo posto della classifica. In tal senso, al netto di chi fa il pompiere e chi l’incendiario, val bene ricordare che fin qui non si è ancora visto Gudmundsson, in campo per meno di 250’ con comunque 3 gol già all’attivo (tutti decisivi), rientrerà Pongracic e si spera che Kean possa godere di buona salute. Lui, De Gea, Bove, Adli (magari superando gli acciacchi che ha avuto sin qui), Cataldi (prossimo al rientro), Gosens, Dodo e tutti gli altri che, chi più chi meno, stanno contribuendo ad alimentare un sogno tipico di quel senso di quiete prima della tempesta. Positiva, si spera.

Gli errori di ieri, da cui imparare per il domani

Si avvicina il mercato invernale, da sfruttare

Signori, si vola. La Fiorentina si gode questa sosta sognando. Cosa? Non si sa, ognuno sogni pure quello che vuole. D’altronde, il primo posto, davanti, dista un punto così come, dietro, è ad un punto il sesto. E nel caso in cui il recupero tra Bologna e Milan non finisse in parità, il settimo sarebbe a quattro. Perciò, come detto, ognuno si senta libero di ambire a ciò che ritiene più realistico. Di sicuro, dal dopo sosta a Natale ne sapremo di più.   CICLO. Non ci si annoierà di certo da qui all’arrivo di Babbo Natale. La Fiorentina ripartirà dalla trasferta col Como il 24, per inaugurare il filotto di partite interne che si aprirà col Paphos in Conference il 28, aspettando l’Inter il 1° dicembre, per poi sfidare ancora in casa l’Empoli in Coppa Italia mercoledì 4 dicembre e il Cagliari ancora al Franchi l’8 dicembre, quindi altra sfida interna con il Lask Linz del 12 dicembre. Quindi altre sfide di Serie A, con Bologna, Udinese e Juventus. Nel mezzo anche il Guimaraes in Conference. Poi sarà 2025, con la Fiorentina che affronterà subito il Napoli, il 4 gennaio. 9 partite fino a Natale, 11 arrivando al Napoli. Ci sarà da trottare, insomma.   PASSATO, PRESENTE E FUTURO. Inutile stare a rivangare il passato ma, semmai, potrebbe essere utile ‘imparare’ quello che esso ha rappresentato. Riferimento immediato al mercato invernale. Da Benalouane con Sousa a Ficini negli anni di Cecchi Gori, fino al mercato di un anno fa, quando la Fiorentina di Italiano era quarta in classifica, con la già allora concreta possibilità che via Serie A andassero in Champions League cinque squadre, ma che l’allora dirigenza non sfruttò. Servivano esterni d’attacco, arrivò un centravanti, uno di quelli che potevano fare qualcosa, ma che difficilmente avrebbero fatto la differenza, come Belotti. Senza dimenticare Faraoni, quando lì c’erano un Kayode rivelazione della Serie A (tutt’altra cosa rispetto a quello di oggi) e il rientrante Dodo. Detto ciò, al netto che altri anni sia andata pure peggio, come quando i viola cedettero Vlahovic alla Juventus non percependo la possibilità di arrivare in Champions, adesso la Fiorentina arriverà a gennaio già sapendo bene cosa serve, o meglio cosa servirebbe. Poi starà alla dirigenza decidere di agire, di non farlo e/o di riuscire a farlo.   RITOCCHI. Serve come il pane un vice-Kean, da intendersi non come un calciatore che faccia quello fa Moise, impossibile, ma qualcuno che abbia le caratteristiche del centravanti, cosa che non hanno né Kouame né Beltran. Dietro la coperta sarà lunga, con l’arrivo di Valentini, mentre qualcuno potrebbe uscire, Biraghi e Parisi su tutti. Servirebbe un centrocampista che faccia rifiatare Adli, Cataldi e Bove, per quanto Richardson e Mandragora siano delle valide alternative. Ikoné e Sottil, in teoria, sarebbero le alternative di Gudmundsson e Colpani, magari su quello si potrebbe lavorare un po’. Soprattutto se la Fiorentina dovesse andare avanti in entrambe le coppe, per non arrivare col fiato corto e la super usura di qualche calciatore che già in questo tour de force ha mostrato segni di stanchezza (Gosens, Adli, Bove su tutti). Non sfruttare la finestra di mercato invernale, sempre che la Fiorentina continui a stare lassù in classifica, sarebbe delittuoso. L’occasione è ghiotta, ghiottissima, quasi unica. Non coglierla, di nuovo, sarebbe un autogol.

E vola vola si sa…sempre più in alto si va

La Fiorentina va ad un’altra sosta volando

La Fiorentina di Raffaele Palladino continua a volare. Se alla scorsa sosta per le Nazionali la squadra viola ci era arrivata battendo il Milan, stavolta ci arriva dopo aver messo a referto 6 vittorie consecutive in Serie A e con una classifica da guardare, riguardare e ammirare. Da qui al 24, quando i viola torneranno in campo contro il Como, la graduatoria non cambierà e sarà lecito se non legittimo sognare quello che più si vuole per chi tifa Fiorentina. Stavolta, rispetto ad un anno fa, ci sono anche ben più concrete speranze che i sogni di gloria non si tramutino in un disastroso cammino a rilento in cui gli altri avanzano e la Fiorentina arretra. Il perché è dato dai fatti: se De Gea e Kean dovessero continuare così, magari con qualche logica pausa, questa Fiorentina può arrivare ovunque. In fondo il calcio è semplice, mettici un portiere che para e un centravanti che segna e il gioco è fatto. O meglio, non del tutto, ma il grosso sì. A tutto ciò andrebbe unita una solida coppia difensiva, un centrocampo che gira e qualcuno che trovi il modo di mettere la punta in condizioni di segnare. E tutto ciò, adesso, c’è. Senza dimenticare che ancora non si è praticamente visto Gudmundsson. Ecco perché le condizioni per sognare in grande ci sono tutte. La Fiorentina segna a raffica, col terzo miglior attacco del campionato e subisce pochissimo, con la terza miglior difesa del torneo. Kean è quasi una sentenza, De Gea è un muro. Uno fa gol, l’altro li evita. E il gioco è quasi fatto, giustappunto. La squadra di Palladino è diventata in grado di vincere contro le piccole, perché no con partite sporche, alternando a gare dominate con goleade, contro piccole ma anche contro le cosiddette grandi.  E vola vola si sa, sempre più in alto si va. Anche se più in alto di così sarebbe Scudetto. Forse un po’ difficile da pensarci, ma in questi 15 giorni di sosta ogni fantasia è lecita. A proposito dei sogni di gloria di cui sopra.

Missione chiara: vincere e risparmiare più big possibili

Per la Fiorentina è serata di Conference

Tra qualche ora sapremo l’undici di partenza con cui la Fiorentina affronterà l’Apoel  Nicosia in Conference League. Ma con grande probabilità, al netto di assenze e forfait, la formazione ufficiale di Palladino sarà piena zeppa di calciatori che fin qui hanno avuto meno spazio. Potrebbero essere al massimo un paio i ‘titolari’ che saranno chiamati a scendere in campo dal 1’ a Cipro, dove per titolari si intende quelli che dall’intervallo con la Lazio in poi hanno messo a referto un filotto di risultati utili da sballo, con 5 vittorie consecutive in Serie A e 7 di fila se si considerano anche le sfide di Conference League. Grazie a questo rendimento, soprattutto in campionato, gli orizzonti sono cambiati per la Fiorentina. Palladino e i protagonisti viola non lo diranno mai, ma la gara di domenica col Verona potrebbe mandare alla sosta la truppa gigliata a ridosso della prima in classifica, visto che nel weekend di Serie A c’è in programma anche lo scontro diretto tra Inter e Napoli. Battendo l’Hellas al Franchi, dunque, in caso di segno X tra nerazzurri e partenopei…Giusto pensarci, magari non troppo, ma un pochino sì. Tornando alla gara di oggi coi ciprioti, val bene sottolineare come tutte le alternative, o comunque chi giocherà dal 1’, debba trasformarla in una serata da non sbagliare. Possibilmente da subito, magari indirizzando il match nella giusta direzione per evitare patemi d’animo e spreco di energie, mentali e fisiche, oltre che di dover ricorrere a qualche ‘big’ per raddrizzarla. Evitare, in pratica, tutto ciò che è accaduto nelle due sfide giocate fin qui nel girone. Sia coi modestissimi gallesi del The New Saints che coi modesti svizzeri del San Gallo, infatti, la Fiorentina è riuscita a vincere giocando soprattutto la ripresa. In Svizzera chiuse addirittura sotto al 45’, trovando poi la goleada nel secondo tempo, mentre col TNS chiuse 0-0 all’intervallo. In entrambi i casi Palladino aveva fatto ampio ricorso al turnover negli undici di partenza, dovendo metter dentro alcuni big nei secondi tempi. Sicuramente oggi non giocheranno Kean e Cataldi rimasti a Firenze, con la speranza che il centravanti torni a guidare l’attacco viola domenica col Verona, ma oltre ad essere una grande occasione per i vari Quarta, Kayode, Moreno, Biraghi, Parisi, Kouame, Sottil, Ikoné, Pongracic e chi per loro, quella con l’Apoel è anche una grande occasione per la Fiorentina tutta. La missione è chiara: vincere a Cipro, sprecare meno energie possibili e arrivare al meglio alla gara col Verona di domenica. In pratica, servirà che tutti coloro che saranno schierati dal 1’ diano qualcosa in più rispetto alle due partite con TNS e San Gallo, dove i ‘big’ sono stati risparmiati solamente in parte, dovendo disputare delle riprese importanti per rimediare a primi tempi scialbi o sciagurati. Cosa, stavolta, da evitare assolutamente.

Alla scoperta dell’Apoel. Sulla carta non c’è partita

La rosa dei viola vale 17 volte quella dei ciprioti

Sulla carta non c’è confronto tra l’Apoel Nicosia e la Fiorentina. Poi, però, c’è il campo, dove spesso la carta non ha cantato.Non serve andare troppo in là nel tempo per averne la riprova. Basta tornare indietro di qualche settimana, dal primo tempo coi gallesi del The New Saints al doppio incrocio con gli ungheresi del Puskas Academy, fino al sofferto primo tempo col San Gallo. E quelli dotati di maggiore memoria sicuramente avranno già pensato alle sfide coi lettoni dell’RFS Riga, al Basaksehir e ad altri avversari che sulla carta parevano essere più che abbordabili, giustappunto, ma che poi hanno dato filo da torcere alla Fiorentina e, qualcuno, anche qualche mazzata. Come a dire, mi raccomando, guai a sottovalutare troppo l’avversario, sia dal punto di vista mentale e psicologico, che attraverso un eccessivo turnover.Certo, a differenza di altre sfide di Conference League, in questo momento la Fiorentina si trova in zone di classifica in Serie A che inducono a sognare. Perciò, a maggior ragione, tenere a riposo più di qualche big a Cipro potrebbe essere un’idea.Cipro, dicevamo, dove in occasione dell’incontro coi viola di giovedì l’Apoel Nicosia festeggerà 98 anni di storia. Lo farà in uno stadio che si prospetta tutto esaurito: il Neo Gsp Stadium, impianto da 22mila spettatori in cui non saranno presenti tifosi viola a causa della squalifica della Uefa, sarà vestito a festa per una gara che per la Fiorentina mette in palio il pass per l’ottavo successo di fila tra campionato e coppe e il primato del girone di Conference. Per loro, però, conterà paradossalmente di più. Perché dopo aver cambiato allenatore, l’Apoel è ad 1 solo punto nella classifica europea, rimediato in due gare contro gli irlandesi dello Shamrock Rovers e in bosniaci del Borac. In campionato, inoltre, sono già esimi, quarti in classifica, a 8 punti dal Pafos capolista, a sua volta tra i prossimi avversari della Fiorentina nel girone di Conference. Quindi, giovedì o mai più, per l’Apoel, che comunque l’anno aveva vinto il campionato cipriota e quest’anno, pronti via, aveva vinto la Supercoppa.  I gialloblù guidati dall’andaluso Manuel Jimenez, potranno contare sul pubblico delle grandi occasioni, ma su una rosa poteva di talento. Tra i pali, ad esempio, ci sarà quel Belec che ha militato per anni nell’Inter, salvo non giocare mai se non tre volte in Coppa Italia. Davanti c’è quel Luís Miguel Afonso Fernandes detto Pizzi, che ha più anni che nomi e cognomi, giunto ormai a 35 primavere, che anni fa segnava a raffica al Benfica. La stella, si fa per dire, è il trequartista tedesco Max Meyer, classe ’95 prelevato in estate dal Lucerna per 1,7 milioni, cifra record per un club cipriota. Per il resto una rosa composta da solo quattro calciatori ciprioti, per un valore complessivo stimato attorno ai 15 milioni. Per dare e avere dei riferimenti, l’Apoel vale in tutto 10 milioni meno del San Gallo e circa 5 in più del Puskas Academy mentre, sempre sulla carta, la Fiorentina ne vale 258 di milioni, quindi 17 volte tanto dei ciprioti.Poi, come detto, la carta in campo non ci va. Fiorentina avvisata, mezza salvata.

Occasione d’oro per i ‘panchinati’. Da sfruttare

Tra assenze e rotazioni giocheranno molte alternative

Vincere a Marassi col Genoa non sarà facile, ma neppure impossibile. Al netto delle assenze, alcune pesanti, la Fiorentina ha il dovere di provare ad allungare il filotto di successi consecutivi, arrivato a tre stando al solo campionato e cinque considerando pure la Conference. Le assenze di Kean e Gudmundsson pesano. Fin qui hanno messo a segno 7 dei 20 gol segnati in Serie A dai viola, con le loro giocate che ne hanno propiziati altrettanti. Verso il forfait anche Comuzzo e Cataldi, due pilastri della Fiorentina di Palladino che il tecnico non ha mai tolto da quando ha trovato la ‘retta via’. Potrebbe riposare anche uno tra Dodo e Gosens, così come non è certo di scendere in campo dal 1’ Colpani. Fin qui chi non c’è e chi potrebbe non esserci. Poi c’è la schiera di calciatori che stasera a Marassi dovranno rispondere presenti, per la classica occasione da non sprecare. Su tutti Christian Kouame, chiamato a prendere il posto di Moise Kean in attacco. Se per caratteristiche non c’è neanche paragone tra l’ivoriano e l’azzurro, la media gol è ancora più impietosa, visto che Kouame ha messo a referto solamente 10 reti da quando veste la maglia viola. Praticamente, tra tre gol, Kean lo avrà già superato in poche settimane. Ikoné è un altro che oggi non può sbagliare. Dopo tanti passaggi a vuoto, infatti, il francese si è ripreso gli applausi per un secondo tempo ottimo in Conference League col San Gallo. Ma una rondine, si sa, non fa primavera. Se dovesse toccare a lui a destra al posto di Colpani, serviranno conferme da parte del francese. Altrimenti sarebbe punto e a capo. Servirà un’altra prestazione importante da parte di Lucas Beltran, reduce da due prove convincenti tra la sfida di Lecce e quella con la Roma. Quarta è un altro elemento su cui sarà puntata la lente d’ingrandimento. Il difensore argentino, infatti, è stato protagonista di un avvio di stagione molto complicato, tanto da perdere il posto in favore del giovane Comuzzo, che in tandem con Ranieri è diventato un titolarissimo per Palladino. L’ex River, panchinato all’intervallo con la Lazio, anche quando è stato messo dentro in coppa ha continuato ad avere difficoltà, anche col San Gallo. Non tanto sotto porta, ma quanto in quello che sarebbe il suo mestiere: difendere. Se, come sembra, dovesse toccare a lui, a Marassi servirà una gran partita dietro. Anche Richardson sarà un osservato speciale del match col Genoa. Da quando Palladino si è affidato in mediana a Cataldi, Adli e Bove, per quanto l’ex Roma agisca più sulla sinistra che in mezzo al campo, la Fiorentina ha svoltato. L’ex Reims, invece, ha fatto intravedere qualcosa, ma ha trovato meno spazio. Oggi, anche per lui potrebbe contare di più. Poi ci sono i vari Biraghi e Kayode, col primo che è finito dietro a Gosens e sente il fiato sul collo di Parisi, mentre il giovane azzurro si è reso protagonista di un avvio di stagione difficile. Al contempo, invece, Dodo sta volando. Chissà che nello stadio in cui si rese autore di una prova stratosferica, all’esordio in Serie A, non possa toccare a Kayode. In caso, sarebbe d’uopo non sprecare la chance. Insomma, un’occasione per molti singoli, ma anche a livello collettivo. Oggi per la Fiorentina conta di più, perché vincere a Marassi col Genoa potrebbe alimentare sogni di gloria per una stagione che si metterebbe davvero bene.

Don’t stop me now

La Fiorentina cerca la quarta (sesta) di fila

Caccia al poker di vittorie di fila in Serie A per la Fiorentina. La squadra di Raffaele Palladino sta volando, a suon di successi, prestazioni e tanti gol. Se col Milan ci aveva messo del suo anche San De Gea, con Lecce, San Gallo e Roma sono arrivati 15 gol all’attivo e, eccezion fatta per il primo tempo in Svizzera, vittorie schiaccianti.Come dice il proverbio ‘non c’è due senza tre’, a cui spesso segue il ‘e il quattro vien da sé’. E’ proprio ciò che va inseguendo a Marassi la Fiorentina, reduce da tre vittorie di fila in campionato, andando a caccia della quarta come era successo solo 1 volta a Italiano nel triennio precedente, tra febbraio e marzo 2023, quando quella Fiorentina ne ottenne cinque di fila. Solo campionato eh, perché se si considerano tutte le competizioni Palladino è già a cinque consecutive, avendo vinto anche coi gallesi del Tns e col San Gallo, per cui in caso di vittoria col Genoa salirebbe a sei di fila.Don’t stop me now, dunque. Anche perché di fronte ci sarà un Genoa che pare essere sull’orlo del baratro, capace di fare un pareggio nelle ultime 5 di campionato in cui ha segnato 3 gol subendone 15, che in tutto ne ha segnati 7, secondo peggior dato del campionato, con la seconda peggior difesa del campionato, con 1 gara su 9 chiusa senza gol al passivo, mai in casa. Ma…attenzione, a Marassi il Genoa ha fermato sul pari la Roma, il Bologna e pure l’Inter. Quindi, occhio a non sottovalutare l’avversario. O meglio, non farlo troppo.La scalata alle zone dov’è adesso la Fiorentina passerà molto anche da queste partite qui. Perché se è vero che Palladino sta ricoprendo i panni dell’ammazzagrandi, con 3 vittorie su 4 scontri diretti con Roma, Milan e Lazio, è anche vero che i piazzamenti importanti in classifica si ottengono soprattutto battendo le squadre di rango inferiore. E non va dimenticato che, per quanto fossero le primissime giornate di campionato, la Fiorentina ha rimediato solo pareggi con Parma, Venezia, Monza e Empoli. Quindi: ok le vittorie inaspettate, ma contro squadre come il Genoa vanno messi a referto tre punti, come fatto a Lecce.Il calendario ne dirà di più anche sulla striscia di record che potrà mettere a referto Palladino. Come detto, in campionato sono tre le vittorie di fila ottenute dai viola, in tutto cinque. All’orizzonte ci sono Genoa e Torino e Apoel Nicosia fuori casa, poi il Verona in casa, la sosta, il Como fuori e il Paphos in casa, quindi arriverà l’Inter. Insomma, non tutto facile, ma neanche tutto impossibile. Soprattutto per come la Fiorentina adesso si sta esprimendo. A maggior ragione…’don’t stop me now’.

Cataldi, Bove, Adli: con loro in mezzo la Fiorentina vola

Da quando Adli, Bove e Cataldi giocano assieme c’è stata la svolta

Bene, bravi, bis! Anzi, tris! La Fiorentina si appresta ad andare a Marassi per affrontare il Genoa di Gilardino in cerca del poker di vittorie consecutive in Serie A, che vorrebbe anche dire sesta di fila considerando anche la Conference League. L’occasione è invitante, non solo per il livello dell’avversario, ma anche perché le vittorie in goleada con Lecce, Roma e anche San Gallo hanno dato risposte e segnali che fanno più che ben sperare. I 15 gol messi a referto dalla squadra di Palladino a fronte dei 3 incassati potrebbero parlare da soli, ma oltre alla prolificità dell’attacco viola ci sono tanti altri indicatori che inducono all’ottimismo. Al netto degli assenti, dietro la squadra viola ha fatto balzi da gigante, la mediana ancor di più. Sarà un caso, forse no. Da quando Palladino ha virato per un centrocampo in cui convivessero Adli, Bove e Cataldi contemporaneamente c’è stata la svolta. Insieme sono stati schierati per la prima volta dal 1’ col Milan, guarda caso, poi a Lecce e con la Roma. Percorso netto, dunque, con Richardson che ogni tanto ha fatto rifiatare uno dei tre, ad esempio a San Gallo, mentre Mandragora è stato ai box per infortunio. Sarà un caso, bis, ma dopo aver trovato la casella perfetta per Bove a sinistra, in questo ruolo un po’ fluido tra l’esterno, il mediano, il tornante (o uomo ovunque), con Adli a costruire assieme a Cataldi e Colpani a destra la Fiorentina ha iniziato a volare. L’ex Roma macina chilometri come un ossesso, ma guai a pensare che sia solo ‘un cane malato’ come lo definì Mourinho. Bove non fa solo quantità, ma ha nei piedi e nella testa anche tanta qualità. E lo si è visto con la Roma, tra rigore procurato e gol di pregevole fattura. Adli continua col suo essere apatico per lunghi tratti di partita, ma quando si accende inventa calcio, come a Lecce, con quel filtrante per Dodo che ha portato al rosso di Gallo che ha ricordato a molti come si giocasse al calcio prima dei tempi di Italiano, cioè in verticale. Fu lui stesso a dirlo in sede di presentazione, dichiarando di non essere interessato ad avere il 100% di accuratezza nei passaggi facendoli solo a pochi metri, in orizzontale. Meglio cercarne di più difficili, ma in verticale, cercando di propiziare azioni pericolose. E lo si è visto. Anzi, lo si vide subito, quando col Monza mise quel pallone dalla bandierina sulla testa di Gosens che volle dire 2-2. Poi c’è Cataldi, altro che ha avuto un impatto super con la Fiorentina. Prestazioni negative o sbagliate non se ne ricordano fin qui da parte dell’ex Lazio, che ci sia stato da costruire o interdire, con anche due reti a Lecce che male non hanno fatto, anzi. Intanto Mandragora è rientrato almeno tra i disponibili avendo giocato ieri con la Primavera. Sarà, ovviamente, da vedere quanto e se ne avrà già per giovedì. E poi c’è la soluzione Quarta, che nel finale di partita con la Roma Palladino ha utilizzato da centrocampista. Poi, come detto, c’è Richardson, apparso ancora un po’ acerbo, ma di cui si intravedono qualità e doti tutte ancora da scoprire. Insomma, la mediana va. Ora sì, guarda caso da quando giocano tutti e tre, quelli che la Roma, la Lazio e il Milan hanno considerato scarti, che la Fiorentina ha preso al volo e che adesso stanno facendo la differenza. Sperando che, già per giovedì, stiano tutti bene, ancora.

E vola vola si sa…sempre più in alto si va

La Fiorentina stende anche la Roma e vola in classifica

‘E vola vola si sa, sempre più in alto si va’…Quella canzone dei Ricchi e Poveri accompagnava spesso gli immediati post gara del Franchi negli anni in cui la Fiorentina volava in alto in classifica. Niente meglio di quel ritornello potrebbe spiegare cosa si respira in questo momento a Firenze. Dopo un inizio difficile in cui non funzionava quasi niente, proprio quando le cose sembravano vicine a precipitare, la Fiorentina si è trasformata. Quell’intervallo con la Lazio potrebbe essere la classica ‘sliding door’ che sconvolge il destino. In questo caso in positivo. Aver steso tre big in quattro incroci, segnato 15 gol nelle ultime tre partite, concesso poco e nulla a tutti, questa Fiorentina inizia davvero a volare. Piedi per terra, sì, sacrosanto. Ma gli indizi che la strada intrapresa dalla truppa viola sia quella giusta iniziano a moltiplicarsi e ripetersi con costanza. Dietro Comuzzo sembra Cannavaro, il tandem con Ranieri funziona a meraviglia, De Gea para anche gli spifferi; davanti Kean si sta confermando straordinario, sia nella difesa del pallone che sotto porta, oltre che nel fare sempre la cosa giusta anche quando si tratta nel mettere in moto i compagni. In una settimana Palladino è riuscito nell’impresa di far risorgere Beltran, Ikoné e Sottil, mentre il Dodo che stiamo vedendo viaggia ad un ritmo straordinario. La mediana ora gira, così come sta diventando prassi il cinismo di questa squadra che la butta dentro con grande facilità. Mancava la continuità, ora c’è anche quella. Insomma, c’è tutto per potersi divertire, ma anche per unire il dilettevole all’utile, ovvero fare risultati. E per quello che si era visto nelle primissime partite…non era certo scontato.  

Voglia di volare. Cercasi quinta di fila

Poker di successi per la Fiorentina. E domenica arriva la Roma

'La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare', cit. La Fiorentina vista a San Gallo, soprattutto nel primo tempo, non avrà illuminato, ma stic---, come dicono a Roma. Ecco, appunto, perché se domenica contro i giallorossi dovessero arrivare altri tre punti, allora sì che ci sarebbe di che sognare. O almeno ben sperare, se si vuol mantenere cautela e non lasciarsi andare ai proverbiali voli pindarici. In fondo, potrebbe apparire ‘normale’ trovare la Fiorentina a 13 punti in classifica dopo 8 giornate di campionato e in testa al girone di Conference League con 2 vittorie su 2 gare. Palladino, fin qui, non sarà il tecnico che può vantare la miglior media punti della storia viola, ma stic--- (bis). Ogni stagione fa storia a sé, e visto l’andamento a rilento nelle zone che contano della classifica, quella coi giallorossi potrebbe essere un’altra sfida di quelle che valgono doppio. Tipo quella col Milan, per intendersi, mentre con la Lazio ha avuto un valore X, esponenziale, non tanto per la vittoria in sé ma per la svolta che quel secondo tempo ha dato al cammino dei viola. O meglio sembra aver dato, perché adesso viene il bello. Quattro vittorie di fila, per quanto rimediate contro il Milan, sì, ma anche con Tns, San Gallo e Lecce, lasciano di che ben sperare. Segnali di crescita e progressi ce ne sono stati tanti, con qualche lacuna e aspetto da migliorare, ma stic--- (tris). Per come ad un certo punto (neanche troppo lontano indietro nel tempo) si erano messe le cose , trovare la Fiorentina in questo stato fa specie. Va detto. Non c’è niente di male a dire che dopo le prime uscite ci fosse un po’ di preoccupazione. Bastava vedere la fatica che faceva quella squadra nel non subire, nel creare e nel…tutto. Poi, però, la virata. E adesso la strada imboccata sembra essere quella giusta. Se ‘poggio e buca fanno pari’, dunque, possiamo dire che adesso la Fiorentina è tornata in linea con quelle che erano le aspettative, perché il valore dei singoli era apparso subito essere importante, al netto dei problemi fisici con cui qualcuno è arrivato. Mancava l’identità, mancava la squadra, come ammesso dallo stesso Palladino qualche settimana fa. Adesso no, le cose vanno. Non in modo scintillante, perché comunque ci sono diversi aspetti che devono essere migliorati, ma vanno.   E se domenica dovesse arrivare la quinta di fila, allora sì che le vertigini potrebbero farsi sempre più forti.

Non c’è due senza tre. E il quattro vien da sé (?)

Fiorentina a caccia del quarto successo di fila

Dopo aver ingranato, per la Fiorentina è tempo di continuare col ritmo giusto. Col successo di Lecce ottenuto domenica scorsa, la squadra di Raffaele Palladino non solo ha centrato la prima vittoria esterna della stagione, arrivata dopo i pareggi (sofferti) di Parma, (soffertissimi) in Ungheria col Puskas Academy, (scialbo) con l’Empoli e il ko rimediato con l’Atalanta, ma ha anche trovato per la prima volta in stagione tre affermazioni consecutive tra Serie A e Europa. Non c'era riuscito neppure Vincenzo Italiano da inizio del 2024, nonostante fosse arrivato in Finale di Conference, semifinale di Coppa Italia e comunque avendo confermato l'ottavo posto in Serie A. Così, giusto per dare dei riferimenti. Certo, di mezzo, c'è stata la sfida ai 'temibili' gallesi del The New Saints, ma per come si era messa si è avuta l’ennesima riprova che in Europa ogni sfida racchiude mille insidie se non affrontata a dovere. Ecco, appunto, a dovere. E’ quello che la Fiorentina dovrà fare a San Gallo. Gli svizzeri non attraversano certamente il proprio momento di massimo splendore, visto il 6-2 rimediato in Belgio col Cercle Bruges, il sesto posto su dieci squadre occupato in campionato e la sensazione che quest’anno più di qualcosa non abbia funzionato nell’allestimento della rosa, ma giocare a San Gallo non è mai semplice, per nessuno. Certo, i riferimenti sono quelli che sono, perché trattasi comunque del campionato elvetico, ma basta ripensare al doppio confronto col Basilea di due stagioni fa per avvalorare la tesi. Basilea che, tra parentesi, è avanti solo di 2 punti al San Gallo in questo campionato ed ha vinto in casa proprio nel weekend 2-1 con gli avversari della Fiorentina in pieno recupero, che l’anno scorso arrivò a 10 punti dal San Gallo e a +2 sugli stessi due stagioni fa, cioè nel momento in cui mise in seria difficoltà quella Fiorentina. Altre squadre, altri tempi, altri allenatori, altro tutto. Ma se si guarda all’andamento nel campionato svizzero, il San Gallo ha rimediato 10 punti sui 14 totali ottenuti in 10 giornate in casa. Tra le mura amiche ha rimediato 3 vittorie, 1 pareggio e 1 ko, strapazzando la capolista Zurigo 4-1, 4-0 i campioni di Svizzera dello Young Boys, battendo il Grasshoppers 1-0, pareggiando 1-1 col Servette secondo in classifica. Ko, invece, 2-3 col Lucerna terzo in graduatoria. Nello scorso campionato chiusero la stagione (regolare e playoff) con 11 vittorie, 4 pareggi e 4 ko in casa, peggio solo dello Young Boys. Le due annate precedenti, invece, avevano visto il San Gallo perdere 8 volte in tutto tra le mura amiche su 36 incontri di campionato. Tutto questo giusto per ribadire che non sarà affatto una passeggiata di salute per i viola giovedì, come sembrava non doverlo essere col Lecce ma doveva esserlo col The New Saints e col Puskas. Ma…se la Fiorentina scenderà in campo con la testa giusta, la stessa evidenziata nelle ultime due gare con Milan e Lecce, allora sì. Magari non vincerà di nuovo 0-6 come al Via Del Mare, ma insomma, ci siamo capiti. Certo servirà che le ‘alternative’ diano qualcosa in più rispetto a quanto messo in campo in questo avvio di stagione. I vari Quarta, Sottil, Ikoné, Biraghi, Richardson, Beltran , Kayode, Parisi ma anche Kouame saranno chiamati a dare chi segnali, chi risposte. A San Gallo la Fiorentina deve uscire coi tre punti, magari senza troppi patemi e possibilmente senza infortuni, visti i ko a Lecce di Kean (comunque convocato) e soprattutto Gudmundsson. Vincere in Svizzera vorrebbe dire quarta vittoria consecutiva. Come si dice: ‘non c’è due senza tre. E il quattro vien da sé’.

Centrocampo che gira non si cambia (?)

La mediana viola ora funziona

L’artista Yacine Adli, l’uomo d’ordine Danilo Cataldi e il tuttofare Edoardo Bove. Tre giocatori che in mezzo al campo stanno facendo girare la Fiorentina, chi più avanti, chi un po’ più indietro, chi anche un po’ più largo, a sinistra, come l’ex Roma.  La mediana di Palladino adesso sembra funzionare, anche grazie alla versatilità del trittico di centrocampisti che fino a 24 ore dalla chiusura del mercato erano un assolo, perché c’era (da poco) solo Adli, mentre gli altri due prendevano la via dalla Capitale a Firenze. Una delle sfide di Raffaele Palladino è stata quella di farli convivere, senza dover scegliere ogni volta. E dire che in partenza c’è stato quasi sempre Amrabat, assieme a Mandragora, poi la virata. Prima uno dei tre più Mandragora, in tal senso fu Cataldi a giocare subito dal 1’ appena arrivato, col Monza, poi pian piano Bove e Cataldi fino a farli giocare tutti e tre assieme.  Così è stato col Milan prima della sosta, quando sono scesi in campo in contemporanea tutti e tre da titolari, con caratteristiche diverse e soprattutto compiti diversi.  Un ruolo particolare lo sta recitando Bove, un po’ trequartista, un pò mezzala e un po’ in mediana. Una pedina strategica che Palladino non toglie mai. E se all’inizio l’ex Roma veniva schierato più alto, da trequarti, come a Bergamo, pian piano il tecnico viola ne ha trovato la collocazione ideale. Adli, poi, sta agendo un po’ da regista un po’ da incursore, alla Bonaventura, con le prime due reti che hanno sbloccato le gare col Tns in Conference e quella col Milan che parlano da sole sulle qualità dell’ex rossonero.  Cataldi sta facendo da metronomo, con Palladino che gli ha dato le chiavi del centrocampo e lui ha sfruttato al massimo la fiducia, facendo bene anche con il Milan quando ha dato ordine alla manovra. Impossibile ora metterlo da parte. E come detto, tutti e tre assieme, sembrano funzionare davvero. Non ce ne voglia Mandragora, al quale auguriamo un pronto rientro, e neppure Richardson, altro centrocampista che ha lasciato intravedere buone doti e capacità, ma è molto probabile che anche a Lecce Palladino riparta dai suoi tre tenori, anzi tre motori, in mezzo al campo, della sua Fiorentina.  Poi, la prossima estate, sarà tempo di prendere decisioni, a meno che non scattino varie clausole. Tutti e tre, infatti, sono arrivati in prestito, chi con diritto semplice a 4 milioni come Cataldi e a 13 milioni per Adli, chi in prestito con diritto di riscatto fissato a 10.5 milioni che diventa obbligo in caso del 60% delle presenze per Bove.

Highlander Kouame. L’unico dei ‘vecchi’ davanti che gioca

L’unico superstite del vecchio attacco viola che gioca

Dei ‘vecchi’ calciatori offensivi che aveva a disposizione Vincenzo Italiano l’anno scorso, l’unico che sembra ancora poter dire la sua con la maglia della Fiorentina è Christian Kouame. Una sorta di Highlander, visto che i vari Sottil, Ikoné e Beltran continuano a fare panchine e a deludere quando chiamati in causa. Certo, Kouame non sta propriamente brillando, ma come diceva Italiano è quel classico soldatino che si sarebbe portato sempre con sé in guerra. Metafore infelici a parte, visti i tempi che corrono, miglior descrizione per l’ivoriano non potrebbe esserci: dove lo metti sta e qualcosa comunque fa, a differenza degli altri tre. E dire che l’estate con Palladino era iniziata con tutt’altri crismi. Kouame aveva un piede fuori dalla Fiorentina, con offerte da Germania e Spagna molto importanti, su tutte quella del Maiorca. La società viola aveva fatto valere l’opzione di rinnovo che aveva portato il suo ingaggio a 2 milioni netti, un po’ troppo per la qualità messa in campo da Kouame, come forse si è accorto anche lui stesso, tanto che questa è stata la settimana del suo rinnovo con ingaggio più basso e prolungamento della scadenza (e bravo Christian, ce ne fossero come te!). Nel frattempo, invece, pronti via Palladino aveva tessuto le lodi di Ricky Sottil, salvo poi relegarlo sempre più indietro nelle gerarchie, mentre Jorko si è relegato indietro da solo a suon di partitacce, nonostante Pradè avesse detto “Palladino si è innamorato di Ikoné”, frase che poteva apparire un po’ come una ‘supercazzola’ di Amici Miei, ma tant’è. Beltran, invece, è stato utilizzato da Palladino come vice Kean per tutta l’estate, provato lì, poi messo sottopunta, ma niente. L’argentino ‘nun ce la fa’. E poi c’è Kouame, che non sarà un bomber, non sarà un centravanti, non sarà un esterno d’attacco, non sarà un trequartista, non si sa cosa sia, ma che fin qui ha giocato 9 volte su 10 partite, 3 volte dal 1’ e 3 volte subentrando, per 466’ totali. Sottil è a 248’, con 3 gare da titolare, ma tutte in Conference, e tutte partite non proprio esaltanti, al netto del gol segnato al Puskas. In campionato, invece, Sottil non è mai partito dal 1’, con 58’ totali, 25’ nelle ultime 5 partite, con solo panchine con Monza, Lazio e Milan. Jorko di minuti ne ha fatti 285’, ma con oltre 180’ in coppa. Mai titolare in Serie A, meno di mezz’ora giocata in campionato nelle ultime tre. Beltran di minuti ne ha messi a referto 191’, titolare solo in Conference due volte (e tolto per disperazione) e col Monza (tolto per disperazione). Nelle ultime 4 di campionato ha giocato 19’. Come detto, fin qui, il Vikingo è stato una grossa delusione. E poi c’è Kouame, come detto, ridetto e ripetuto. Che non si sa bene cosa faccia, ma qualcosa fa sempre. Ad esempio saltare di testa sui rilanci di De Gea, o correre velocemente quando la Fiorentina riparte in contropiede. E che almeno c’è, dà segnali, fa. Gli altri, anche se ci sono, non si vedono. Anzi, purtroppo sì, ma in negativo. Toccando ferro, la speranza è che Kouame possa trovare tanto spazio ma in Conference o sempre a gara in corso, perché vorrebbe dire che Kean, Gudmundsson e Colpani stanno al top della forma. Ma intanto, soldatino Kouame c’è.

È la scelta definitiva? L’accendiamo?

Le decisioni forti di Palladino

Chi vuol esser Palladino? Per il tecnico della Fiorentina è arrivato il momento di continuare la scalata, sì, come nel gioco di chi vuol essere milionario. Dopo aver battuto Lazio e Milan, quindi due big, ma aver fatto fatica ad Empoli e pure coi gallesi del The New Saints nel mezzo a quelle stesse due vittorie, adesso è arrivato il momento di battere il Lecce, iniziare un tour de force di gare in cui dovrà anche essere bravo a gestire bene forze, energie e qualità sul doppio fronte. Lecce e San Gallo fuori, poi la Roma in casa, quindi tre trasferte di fila tra Genoa, Torino e APOEL Nicosia, prima del Verona al Franchi il 10 novembre. Una vera e propria raffica di sfide in cui, con grande probabilità, si deciderà il destino della Fiorentina. Serve, infatti, continuità a questa squadra. Sia per la classifica, ancora non esaltante ma comunque intrigante, che per il percorso di crescita che è stato contraddistinto fin qui di pochi alti e tanti bassi. Ed ecco che, dopo l’aiuto da casa, cioè gli acquisti fatti dalla dirigenza negli ultimi giorni di mercato, quello del pubblico, con una forte pressione mediatica e dei tifosi che sicuramente non avrà influenzato un allenatore di Serie A come Palladino ma, magari, lo ha indotto a pensarci bene e cambiare modulo, adesso la scalata al milione è pronta a iniziare. Rimane soltanto l’aiuto del cinquanta e cinquanta, che toglie due opzioni sbagliate. E proiettandole sul caso Fiorentina si può ben intuire cosa possa essere, ovvero la scelta degli uomini a cui affidare la propria vittoria. Fin qui, Palladino è partito in un modo, perché quello aveva nelle corde e negli uomini a disposizione, ma lo ha cambiato solo cammin facendo quando ha fatto anche scelte forti. Fuori Biraghi, il capitano, dentro al suo posto Gosens, che magari a quattro potrà risultare un po’ sprecato, ma tant’è. Fuori Quarta dietro, dentro il giovane Comuzzo. A destra fuori Kayode, ma quello perché Dodo in questo momento metterebbe a sedere molti terzini in Serie A, per quanto sia teoricamente un calciatore per cui la società ha rifiutato quasi 20 milioni in estate. Ha anche invertito le gerarchie dei portieri, relegando un titolare inamovibile degli ultimi anni come Terracciano a vice De Gea. Oddio, anche questa scelta, magari non sarà stata così difficile visto il rendimento che sta avendo lo spagnolo. Beltran fuori, dopo essere stato vice Kean o sottopunta in estate e soprattutto pagato quasi 25 milioni, Kouame alternativa, Parisi terza scelta a sinistra, Sottil e Ikoné…bhè, si sono messi fuori da soli. La mano di Palladino nella (parziale) svolta viola è stata evidente. Non solo per il passaggio alla difesa a 4, ma anche per certe ‘scelte forti’. Ma adesso, la fatidica domanda: Raffaele, è la tua risposta definitiva? L’accendiamo? Si va avanti così? Domenica a Lecce le risposte.

Ieri e oggi: Lecce vuol dire bivio

Cercasi conferme al Via del Mare

La gara di Lecce, soprattutto in Salento, è stata spesso un bivio per la Fiorentina.  L’anno scorso, con quei minuti finali senza senso, la tifoseria viola iniziò a manifestare un diffuso malumore per il trend che aveva intrapreso la Fiorentina di Italiano, in picchiata da inizio gennaio e capace di prendere due reti in pochi secondi senza nemmeno rendersene conto. E da lì in avanti, al netto del cammino europeo, la Fiorentina iniziò a dire addio ai sogni di gloria di qualificarsi per la Champions, obiettivo per cui era in lotta fino a pochi giorni prima. E come dimenticare quella in cui Martin Jorgensen la mise dentro mandando in Champions League la squadra di Cesare Prandelli? Tutt’altro obiettivi in palio in un altro Lecce-Fiorentina, quello famoso con Guerini in panchina, in cui la squadra viola si guadagnò con Cerci la salvezza dopo un’annata incredibilmente negativa, così come fu un bivio salvezza la partita del 2020 quando la squadra di Beppe Iachini espugnò il Via Del Mare 1-3 dando un colpo quasi decisivo verso la salvezza in un finale di stagione che poi concluse a metà graduatoria.  Là, dicevamo, ma anche qua. Perché quell’entrata killer di Tachtsidis su Ribery ce la ricordiamo ancora tutti. Quel grave infortunio che rimediò il francese fece della stagione del primo Commisso, che già non era iniziata nel migliore dei modi, un calvario che vide poche partite più tardi l’esonero di Montella, l’arrivo di Iachini e la salvezza sofferta di cui in precedenza.  Fin qui la storia. L’oggi, per fortuna, vede in Lecce-Fiorentina una gara che non dovrebbe rappresentare bivi particolari in termini di traguardi per la squadra di Raffaele Palladino, ma che a suo modo può indirizzare il cammino di una Fiorentina che sta bene, o meglio sembra star bene, e che appunto deve dimostrare di star bene. Insomma, andare a Lecce, fare prestazione e risultato. La continuità, concetto un po’ astratto ma anche molto concreto che si traduce in punti in classifica, sarà fondamentale. In pratica: dal Via Del Mare la squadra di Palladino dovrà venir via con buone indicazioni, dimostrando di essersi buttata alle spalle le difficoltà di gioco, identità e risultati che hanno contraddistinto l’avvio di stagione, ma anche gli intermezzi tra i successi con Lazio e Milan giocati in Conference con il Tns e l’Empoli. E insomma, tradotto: bivio Lecce per la Fiorentina, un po’ meno decisivo di altri, ma comunque rilevante.

Quelli che la sosta: cercasi Pongracic

Il difensore dovrà dare risposte dopo la sosta

Sosta che vai, calciatore che deve ritrovarsi che trovi. Se alla pausa per le Nazionali precedente, a dir la verità, era un po’ tutta la Fiorentina a doversi ritrovare, in questo mini ‘stint’ di partite si sono visti diversi miglioramenti, non totali se si pensa ad alcune prestazioni come Empoli e The New Saints, ma la percezione che la quadra sia stata finalmente trovata dopo la domenica vissuta col Milan c’è. Bene, bravi, bis! Anzi, tris, visto che alla serie di progressi va inserita anche la seconda frazione di gioco con la Lazio e il primo tempo di Bergamo con l’Atalanta. Ma poi…c’è tutta quella serie di calciatori che in questa sosta dovranno rimettersi in moto e tornare a livelli accettabili. Difficile immaginarsi che questa pausa per le Nazionali possa permettere a Ikoné e Sottil di diventare finalmente decisivi, ma mai dire mai. Chi invece in questo lasso di tempo dovrà ritrovarsi è Marin Pongracic. E non solo perché la Fiorentina per lui ha speso 15 milioni di euro, ma anche perché proprio nel momento in cui questa svolta è arrivata, o meglio, sembra essere arrivata perché forse forse ancora è presto per parlare di svolta, ma col passaggio alla difesa a quattro Pongracic dovrebbe tornare a suo agio. E tra l’altro, non sarà scontato, una volta rientrato, restare stabilmente nei due titolari, perché Comuzzo e Ranieri stanno dando ottime risposte. E anche con continuità, più o meno, visto qualche errore qua e là soprattutto del classe 1999. Ma insomma, ora c’è tutto affinché Pongracic rientri e dia il suo contributo. Hai visto mai che, come ha fatto adli col Milan, la legge dell’ex non possa permettere anche alla cabala di dare una mano alla causa.

Cataldi, Bove e Adli: ora sì (che prima no)

Il nuovo trittico in mediana convince

In 72 ore Yacine Adli non solo si è preso lo sfizio di buttarla dentro due volte, tra l’altro sbloccando entrambe le sfide con The New Saints e con il gol dell’ex al Milan, ma ha anche convinto sempre più che adesso, finalmente, la mediana della Fiorentina ha ufficialmente un senso, un bel senso. Adli a costruire, Cataldi al suo fianco e Bove a fare su e giù come un cane, no via malato è brutto, affamato, ecco, già meglio. Assieme a loro dentro anche Richardson, altro elemento che sembra essere dotato di buoni piedi, intelligenza calcistica e che presto potrebbe prendersi i gradi di titolare. A questo pacchetto va aggiunto anche Mandragora, per quanto ai box per infortunio, che non solo è l’unico superstite del vecchio centrocampo, ma è anche l’unico superstite del centrocampo con cui Palladino ha lavorato tutta l’estate e affrontato le primissime sfide stagionali, ovvero con Amrabat e Bianco, entrambi ceduti. Ecco, dunque, che quella col Milan segna la transizione definitiva dal vecchio al nuovo, tra l’altro con ottimi risultati, un bel 4 3 2 1 con tanta qualità in più data da Adli, geometrie da Cataldi e interdizione data da Bove. Ed ecco che i vari Duncan, Castrovilli, Maxime Lopez, Arthur, Barak e Infantino sono già un lontano ricordo, qualcuno più e altri meno piacevoli, mentre qualcuno di questi è già stato rimosso dai cassetti della memoria. E poi c’è Jack Bonaventura, che meriterebbe un capitolo a parte se non fosse che il tema su cui ci stiamo concentrando è legato a presente e futuro piuttosto che al passato. Ed ecco che Adli rispetto ad Arthur, magari avrà meno regia ma ha più gol nei piedi, più verticalità e soprattutto più costanza a livello fisico. Toccate scaramantiche a parte, infatti, Adli non ha mai trovato grande continuità al Milan ma non perché continuamente ai box per infortuni o acciacchi come il brasiliano. Cataldi e Bove, rispetto a tutto il resto del pacchetto mediano sono già sulla carta di un altro livello rispetto ad Alfredino Duncan, a cui vogliamo tutti più o meno bene, ma che non ha piedi e tecnica alla Iniesta. Il Maxime Lopez visto l’anno scorso a Firenze non sembrava già all’epoca quello che si era visto al Sassuolo, per cui anche di lui non se ne sente molto la mancanza, ecco. A Barak ci siamo un po’ tutti affezionati per alcuni gol in Conference, magari allo scadere o ai supplementari come a Basilea, ma dopo l’infortunio che lo costrinse a saltare tutta la scorsa preparazione non si è più avvicinato a buoni livelli, comunque sempre lontanissimi rispetto a quelli di Verona. Poi, come detto, c’è Bonaventura. Che a qualcuno mancherà, ad altri meno ed altri no. Ma comunque la si pensi su Jack, sulle voci di quel gennaio sulla Juve, sull’approdo all’Al Shabab e sui tira e molla per il rinnovo di contratto durato tutto l’anno scorso, sembrava già in fase calante da ormai diversi mesi. Per memo rivedersi i clamorosi gol sbagliati ad Atene in Finale di Conference. Castrovilli era mezzo rotto e ormai fuori dai piani a livello di rapporti col club, perciò è impossibile avere paragoni o fare paralleli. Ma come detto, il tema su cui ci stiamo concentrando è legato a presente e futuro piuttosto che al passato. E la serata col Milan di domenica scorsa potrebbe essere davvero quella della ‘storia’, non (sol)tanto perché De Gea ha parato due rigori o perché la Fiorentina ha battuto i rossoneri ed è risalita in classifica, ma anche perché il trittico di centrocampo Adli, Cataldi e Bove sembra essere un gran bel presente, con un sapore di futuro che si chiama Richardson. Più Mandragora, s’intende. Con buona pace di chi rimpiangeva Torreira, Arthur e chi ha ringraziato Amrabat per aver ‘fatto un favore’ alla Fiorentina scendendo in campo a inizio stagione (e invece sarebbe solamente il suo dovere), forse forse Palladino ha trovato davvero la quadra. Ah, giusto per ricordare un aspetto: Richardson è l’unico di proprietà, costato 10 milioni, gli altri sono in prestito con diritti o obblighi condizionati per rispettivamente 13 milioni Adli, 4 Cataldi e 11,5 Bove. Quindi, ecco, intanto pensiamo all’oggi, poi per il domani si vedrà.

Goleada al Tns e vittoria col Milan. Allora sì…

Cercasi segnali dalla Fiorentina di Palladino

Vincere divertendo coi gallesi del The New Saints giovedì e vincere domenica col Milan, o almeno fare una gran partita coi rossoneri. Non ha alternative la Fiorentina di Raffaele Palladino, reduce da un’altra domenica deludente come quella di Empoli e col sempre più concreto rischio che quanto visto sin qui sia davvero ciò che aspetta i tifosi viola per tutto l’anno. Fiducia, tempo e pazienza, sì, ma fino a quando e quanto? La mediocrità di prestazioni e risultati a cui si è assistito sin qui nelle prime 8 partite ufficiali di gestione Palladino non hanno ancora trovato la parola fine. I tre punti con la Lazio sono rimasti un lampo, a cui ha fatto seguito un altro pomeriggio di niente al Castellani. Si può essere soddisfatti di un pareggio a Empoli? E di non aver concesso granché alla squadra di D’Aversa? Punti di vista. E ok che anche altre ‘big’ stanno faticando, che la classifica è ancora corta e che il mercato ha portato in dote a Palladino i migliori calciatori solo sul finale di sessione estiva, con Gudmundsson che è arrivato infortunato, ma i segnali lanciati da questa squadra a livello di gioco, identità e risultati sono stati a dir poco sconfortanti. E da queste parti la mediocrità si sa, non piace granché.  C’è poi il pensiero societario, con Commisso, Ferrari e Pradè che più volte hanno espresso il concetto per cui questa squadra sia più forte di quella dell’anno scorso. Quindi, ora è arrivato il momento di dimostrarlo. Vincendo in goleada giovedì e riprendendosi un po’ di punti persi qua e là domenica col Milan. O almeno dando l’idea di aver trovato la retta via. Perché si può anche giocare male una partita, o due o tre. Ma la fortuna poi gira. E non ce ne vogliano i diretti interessati ma la Fiorentina sin qui ha raccolto forse anche più di quanto avrebbe meritato a livello di prestazioni. Ed il timore è proprio questo: che il cammino a cui questa squadra sia destinata sia proprio quello.

Riserve extralusso: 60 e più milioni da rivalutare

Beltran, Kayode, Parisi e Richardson. Tanti soldi spesi, pochi minuti giocati

Premessa: lo saprà Palladino cosa fare! Tuttavia, c’è una schiera di calciatori a disposizione della Fiorentina che sin qui non hanno trovato granché spazio e che tra Empoli, TNS in Conference e Milan nei prossimi 8 giorni potrebbero risultare utili alla causa viola. Qualcuno, tra l’altro, è stato anche pagato diversi milioni. Anzi, la particolarità sta anche in questo: chi è già di proprietà della Fiorentina sta trovando poco se non nessuno spazio mentre giocano altri giocatori che sono in prestito. E’ il caso di Lucas Beltran, pagato dalla Fiorentina 12,5 milioni di euro subito più 12,5 di bonus, ma che fin qui non ha trovato né spazio né ruolo. L’argentino preso dal River ha messo a referto 114’ in tre presenze, deludendo praticamente sempre. Richardson, invece, è stato pagato 10 milioni dal Brest, ed è l’unico dei centrocampisti arrivati a Firenze in estate che è stato acquistato subito, cash, mentre gli altri sono tutti stati presi in prestito con diritto (Adli, Cataldi e Bove). Ma dopo aver giocato un paio di partite, anche lui è pressoché sparito. Poi ci sono Kayode e Parisi, col primo che in estate poteva anche partire sponda Premier, con offerte vicine ai 20 milioni rifiutate dalla Fiorentina, mentre l’ex Empoli, pagato un anno fa 10 milioni, l’anno scorso non ha giocato granché perché chiuso da Biraghi, e quando lo ha fatto, a destra  o a sinistra, non ha propriamente rubato l’occhio. E adesso fa il vice di Gosens, e in caso pure di Biraghi se mai il capitano verrà rischierato a sinistra e non centrale. Insomma, 10 milioni che si possono tranquillamente già ad oggi essere definiti buttati (o quasi). Ecco, facendo due rapidi calcoli: 25 Beltran, 10 Richardson, 10 Parisi e circa 20 come valore di Kayode fanno oltre 60 milioni che non stanno giocando praticamente mai. Senza considerare i 15 spesi per Pongracic, che si  spera possa ritrovarsi. Un po’, tuttavia, fa specie pensare che per riscattare tutti i cartellini di chi sta giocando di più ad oggi (Gosens – 7 milioni, Colpani - 12+2 milioni, Gudmundsson - 17 + 3.5 milioni, Adli – 12 milioni, Bove – 10,5 milioni e Cataldi – 4 milioni) la Fiorentina dovrebbe spendere un altro sacco di quattrini (circa 70 milioni), ma poco male: lo saprà Palladino cosa fare! E ci sarà tempo per pensare a ciò. Adesso arriva un terzetto di gare in cui la Fiorentina deve fare punti e prestazioni, vincere e convincere, sicuramente a Empoli e giovedì col Tns in Conference, per poi arrivare alla gara col Milan con qualche consapevolezza in più e la certezza che il peggio sia ormai alle spalle. Per qualcuno di quelli che fin qui non ha trovato spazio, insomma, è il momento di farsi trovare pronto. E se non ora…quando?

Quanto è dura vincere in provincia

Fiorentina a caccia di tre punti con l’Empoli

Fossimo in un quiz, con 10 secondi a disposizione per rispondere, vi chiedessimo: qual è l’ultima vittoria della Fiorentina con l’Empoli? Così, countdown, clessidra in mano, si fa quasi fatica a ricordarsela. Negli ultimi incroci con gli azzurri di Corsi, infatti, spesso e volentieri la Fiorentina non è riuscita a far propria la gara, soprattutto al Castellani dove l’anno scorso arrivò un deludente pareggio per 1-1 dopo una prestazione sonnolente, un gol dal nulla tirato fuori dal cilindro di Beltran, e il solito errore difensivo con, a quel giro, il povero Faraoni che la combinò e da lì in poi non trovò praticamente più spazio. E dal settore ospiti non arrivarono certamente applausi, anzi, furono copiosi fischi e contestazioni per un momento in cui quella Fiorentina pareva andare come i gamberi sempre più all’indietro e più giù. Due anni fa fu un altro pareggio, con una partita orribile, 0-0, nei giorni in cui Italiano cambiava 9-10 giocatori alla volta per affrontare anche la Conference, e al Castellani non successe praticamente nulla. Tre anni fa, invece, vinse l’Empoli, in rimonta, dopo un gol di Vlahovic, con due scoppole in 5’ nel finale che ricordano molto quando accaduto a Bergamo pochi giorni fa. E allora quattro volte fa fu ancora sconfitta per la Fiorentina, segnò Farias, in un finale di campionato che portò la squadra allora di Montella e Della Valle a salvarsi all’ultimo tuffo come tutti ci ricordiamo. Ecco, dunque, che finalmente si arriva al segno 2 in schedina, con la vittoria per 0-4 del 2016, quando segnarono Ilicic e Bernardeschi. Altri tempi.  Ovviamente, almeno a Firenze, qualche volta ultimamente la Fiorentina è riuscita ad averla la meglio sull’Empoli, cosa che, però, non è stata così frequente. L’anno scorso fu ko, clamoroso, con la gara che arrivava dopo il successo pre sosta al Maradona sul Napoli e con l’Empoli ultimo in classifica. E niente, vinsero loro. 1-1 due stagioni fa, quando Cabral la riprese allo scadere e nel post gara si scatenò una importante contestazione alla dirigenza, col famoso screzio tra Joe Barone e un tifoso. La volta prima, invece, fu vittoria 1-0 con spizzata di Gonzalez su una punizione. Ecco, quella è anche l’unica vittoria della Fiorentina negli ultimi 7 incroci. Considerando gli ultimi 10, il bilancio parla di 3 vittorie Fiorentina, 3 pareggi e 4 vittorie Empoli. Ecco, solo per ricordare quanto vincere contro una squadra come l’Empoli che, solitamente prende chili di punti di distacco in classifica, nella gara secca non è che ultimamente sia stato così semplice per la Fiorentina, quantomeno scontato. Soprattutto là, tanto più che adesso gli azzurri volano sulle ali dell’entusiasmo per un avvio di stagione sorprendente, da imbattuti, reduci anche dal passaggio del turno in Coppa Italia col Torino per cui sarà di nuovo derby agli ottavi, e dopo aver fatto 3 punti con la Roma, 1 con la Juve, vinto a Cagliari 0-2, 0-0 col Monza e 1-1 a Bologna. Come a dire, se già a livello di campanile, di precedenti e cabala è spesso stato più duro del previsto per la Fiorentina aver la meglio dell’Empoli, a questo giro si annuncia come ancor più tosto del solito. Ma dalla formazione di Palladino, dopo la vittoria sulla Lazio, sono attesi progressi. Guai a sbagliare di nuovo.

‘Se e ma…’ Empoli, Tns e Milan: cercasi riprove

La Fiorentina di Palladino cerca risposte

Un detto popolare a Firenze dice: “i se e i ma sono il patrimonio dei bischeri”. Ecco, se la sfida con la Lazio fosse terminata al 45’, con quel risultato e per quello che si era visto sin lì sul campo, il clima attorno alla Fiorentina sarebbe stato di tutt’altro tenore rispetto a quello che, invece, ha regalato la Dea Eupalla. Miglior copione non poteva esserci, con l’uomo più atteso (Gudmundsson, ovviamente) che entra nel momento più difficile, fa due reti, ribalta la Lazio e regala ai viola e a Palladino la prima vittoria stagionale. Essendo andata com’è andata, ecco che molte delle dolenti note evidenziate dalla Fiorentina anche domenica sono passate in secondo piano, spazzate via da una ventata d’ottimismo e di speranza che l’aver trovato il primo successo di questo avvio di campionato e di stagione, in quel modo e quando serviva solo quello possa dare il là ad una serie di altri risultati utili che rimetta la Fiorentina in corsa per i traguardi che le spettano, o meglio le spetterebbero. Poi, quali essi siano, si vedrà. Ma già che la Fiorentina non sia entrata in un pericoloso tunnel, che inizi a intravedere un po’ di luce, è qualcosa. E ora sono attese le riprove. Empoli, Tns in Conference e Milan attendono la squadra di Palladino prima di andare ad un'altra sosta. Se si guarda la classifica, i tre punti arrivati con la Lazio sono ossigeno puro, perché molte delle competitors dei viola sono tutte lì. Basti pensare che Atalanta, Roma e Bologna hanno gli stessi punti della Fiorentina, mentre il Milan è davanti di 2 punti come l’Inter e la Lazio è a +1. Ovviamente, essendosi disputate solamente 5 giornate, la classifica è cortissima, con un +2 sulla zona retrocessione e un -2 dal sesto posto. Ma se la Fiorentina non avesse né vinto né pareggiato con la Lazio…ah giusto, ‘se e ma’. Le riprove, dicevamo. Sì perché dai fantasmi che aleggiavano sulla Fiorentina (e anche su Palladino) all’intervallo della gara con la Lazio si è passati ai facili entusiasmi, forse anche troppo facili, che necessiteranno di conferme già dalla partita con l’Empoli di domenica. Gli azzurri di D’Aversa stanno volando, sono imbattuti, hanno eliminato il Torino (che a sua volta è la capolista di Serie A) e come da tradizione, soprattutto quando incontrano la Fiorentina in casa, giocano la partita della vita. Tanto che al Castellani il segno 2 in schedina manca da 4 edizioni del derby, con due vittorie empolesi e 2 pareggi. Conferme che dovranno poi arrivare anche dalle gare con Tns in Conference e Milan. Solo in caso di ulteriori passi in avanti e segnali di crescita potrebbe essere possibile  sperare che davvero la Fiorentina abbia imboccato la strada giusta. ‘Se e ma’, ah giusto. Un altro detto a Firenze recita: “chi visse sperando morì c…ndo”, e ci siamo capiti. Ecco, nelle prossime tre gare la Fiorentina dovrà rendere quelle speranze basate su cose un po’ più concrete e non solo su illusioni che una vittoria, così, come quella di domenica, potrebbero aver dato. Se…ma…

Tempo, alibi e fiducia ma…

Palladino deve iniziare a vincere e far punti

Premesse: nessuno vuole cacciare prematuramente Raffaele Palladino; è giusto dare tempo ad un nuovo allenatore, che ha tanti alibi in questo avvio di stagione (dal mercato tardivo a tante difficoltà dei singoli); ci vuole fiducia nel lavoro; tutti (almeno coloro che hanno a cuore le sorti della Fiorentina) speriamo che con la Lazio domenica arrivino tre punti e risposte incoraggianti sotto l’aspetto del gioco. Poi c’è un ‘ma’ grosso come una casa: e se la Fiorentina dovesse perdere anche con la Lazio (con poi Empoli, Tns in Conference e Milan prima di un’altra sosta)? A poco servirebbe fare il conto di quanti punti servirebbero per…quanti ne farebbe se…etc etc. Quel giochino del tre punti oggi, uno domani, non ha molto senso visto come la Fiorentina ha già toppato le prime tre gare stagionali con Monza, Venezia in casa e Parma fuori dove neanche il più pessimista dei pessimisti si sarebbe potuto immaginare che la squadra di Palladino avrebbe racimolato solamente 3 punti. Come a dire, la Fiorentina è già indietro per com’è partita e deve andare a riprendersi quei punti persi con brianzoli e lagunari al Franchi nelle prossime tre sfide, perché in fondo a Bergamo ci sta di perdere. Quindi, domenica, sotto coi tre punti, di riffa o di raffa. Se questo non dovesse accadere, a quel punto sarebbe da valutare la prestazione, eventuali progressi o regressi e andare poi ad Empoli davvero come un dentro o fuori in attesa del Milan. E aggiungiamo a tutto ciò un altro aspetto: fin qui non solo la Fiorentina ha fatto pochi punti e non ha mai vinto, non solo lo ha fatto sfidando il Puskas Akademy, il Venezia e il Monza in casa, ma non ha neanche giocato se non nel primo tempo a Bergamo. Perché un conto è pareggiare perché prendi pali, traverse, sbagli rigori, domini e non concedi, un altro è non vincere non meritando quasi con nessuno dei modesti avversari  con cui i viola avevano giocato prima di Bergamo. Poi ci sono le statistiche e i precedenti, ricordate Iachini? Il buon Beppe venne esonerato alla settima giornata quando aveva 8 punti in classifica. Proiettandoci ad oggi, Palladino dovrebbe vincere due delle prossime tre gare con Lazio, Empoli e Milan per fare meglio di Iachini, oppure con una vittoria e due pareggi lo eguaglierebbe. E ripetiamo, venne esonerato. Mihajlovic, invece, venne esonerato alla decima giornata quando aveva fatto 12 punti, mentre Montella fu sollevato dall’incarico dopo 17 partite con la Fiorentina che aveva 17 punti. Tornando alle premesse, nessuno vuole cacciare Palladino, ma al tempo stesso non si può pensare che in caso di altri passi falsi con Lazio domenica, Empoli e Milan, senza vittorie, almeno una, la sua panchina possa dirsi così stabile. Vero, i casi sopracitati degli esoneri di Mihajlovic e Iachini arrivarono al secondo anno, cioè dopo che ad entrambi era già stato dato del tempo. Ma nella settimana in cui Daniele De Rossi è stato esonerato a Roma, in un weekend in cui Fonseca rischia già grosso al Milan essendoci il derby, ecco che il discorso del dare tempo potrebbe cadere in un classico ‘ore di riflessioni’. E lo ripetiamo, nessuno se lo augura, ma se la Fiorentina dovesse arrivare al termine della sfida col Milan, cioè alla settima giornata, con 4-5-6-7 punti in classifica e i soliti problemi dietro, di gioco e di identità, sarebbe il caso di guardarsi attorno. Ovviamente, lo ribadiamo, non ce lo auguriamo. Ma insomma, come diceva qualcuno ‘dobbiamo dircelo chiaramente, il rischio c’è’.  

Riecco ‘Castro’…Comunque vada è stato un peccato

Ritorno da ex per Castrovilli domenica

Per Gaetano Castrovilli domenica sarà la prima da ex contro la Fiorentina. L’ultima volta che scese in campo al Franchi era un Fiorentina-Monza qualunque,  coi viola alla ricerca di punti per qualificarsi nuovamente in Europa e Palladino sulla panchina dei brianzoli, proprio lui che adesso siede su quella viola su cui, però, ancora non ha trovato la prima gioia. Era il 13 maggio, pochi giorni dopo sarebbe arrivata anche l’ultima presenza assoluta in maglia viola, il 2 giugno a Bergamo, quando la Fiorentina vinse 3-2 pochi giorni dopo aver perso ad Atene dove Castrovilli non potette scendere in campo in quanto non inserito nella lista Uefa della Fiorentina. Curiosità: anche in questa sua nuova esperienza a Roma, Castro non è stato inserito nella lista europea dai laziali, con dunque tutte le fiches che il pugliese si dovrà giocare su Serie A e Coppa Italia. Altra curiosità, statistica in questo caso: quando Castrovilli è sceso in campo per almeno 1’ nella scorsa Serie A, la Fiorentina ha ottenuto 5 vittorie e 1 ko, a Verona, proprio quando segnò il suo ultimo gol in maglia gigliata, col 17 sulle spalle, perché il 10 gli era stato ‘tolto’ dopo la vicenda legata al rinnovo di contratto. Perché la 10 della Fiorentina non è una maglia qualunque, ha il suo valore simbolico e per quella querelle Castrovilli non venne ritenuto idoneo per indossarla. E infatti venne data a Nico Gonzalez. Poi sappiamo tutti com’è andata. E così per sdrammatizzare, almeno Castrovilli non è andato alla Juventus. Se sul modo con cui verranno accolti tutti quegli ex che hanno scelto Madama, ultimo su tutti l’argentino, non ci sono grandi dubbi, sul come verrà salutato il ritorno di Castrovilli domenica potrebbe esserci di che discutere. Certo la Lazio…non sta proprio granché simpatica al tifoso viola ‘medio’, e considerando il momento che sta vivendo la Fiorentina, che domenica non può far altro che vincere, diciamo che gli onori o gli oneri da riservare a Castrovilli possono tranquillamente finire in ultimo piano tra i pensieri dei supporters gigliati. Anche se, ci perdoneranno coloro che la pensano diversamente, quell’odio e quella cattiveria che circolavano su social e online nei giorni in cui Castrovilli non volle rinnovare il contratto con la Fiorentina ‘anche no!’. Che siate della corrente di pensiero per cui Castrovilli sia stato un ingrato a non voler accettare il rinnovo della Fiorentina che gli offriva un po’ meno di quello che guadagnava allora, per cui la Fiorentina lo ha aspettato mentre era rotto e lui? Oppure che siate della sponda opposta, per cui in fondo in fondo Castrovilli si è rotto tutto, piu’ volte giocando per la Fiorentina, la società poteva offrirgli il rinnovo quando era infortunato non quando era già rientrato, entrambe lecite, per carità, ciò che resta è l’amarezza percome la storia tra quel giovanotto arrivato dal Bari, che nel primo anno di Fiorentina sembrava davvero un calciatore fortissimo che un po' come Antognoni giocava a testa alta, con classe ed eleganza, che con la sorte ha avuto più di qualche screzio, sia finita. E che un giorno di metà settembre qualcuno si sia ritrovato qui a chiedersi: ma domenica, Castrovilli, come sarà accolto dai tifosi viola?

‘I 3 (e più) qui pro quo’ di un avvio in salita

Le contraddizioni in salsa viola d’inizio stagione

E’ passato solamente un mese dalla prima partita stagionale, ma per la Fiorentina quella di domenica con la Lazio ha tutto il sapore di svolta o ufficiale ingresso nel tunnel. Ok il cambio modulo, il cambio tecnico, il dare tempo, l’avere pazienza e gli alibi, ma quanto? Il magro bottino rimediato da Palladino parla di sei gare ufficiali fin qui, con due pareggi e una sofferenza inammissibile contro il Puskas Akademy, quattro gare di campionato con 0 vittorie e 3 punti. Il tutto da unirsi ai 10 gol subiti e ad una fase difensiva che fa acqua da molte, se non tutte, le parti. Ora arrivano Lazio in casa, Empoli fuori, Tns in coppa e Milan, quindi un’altra sosta. Dire che il tecnico della Fiorentina sia già a rischio sarebbe sbagliato e non corrispondente al pensiero societario, ma che da qui alla pausa Palladino si debba dare una mossa è fin troppo evidente. Altrimenti, se alla prossima sosta la Fiorentina fosse ancora nei bassifondi della graduatoria, la stagione potrebbe già essere segnata verso la mediocrità o addirittura sprofondare verso il pericolo. Niente allarmi, attenzione. Ma ora è il tempo di sbrigarsi e accelerare. Intanto, più passano giorni, settimane e partite, più alcune cose continuano a non tornare. E allora, ecco ‘i 3 (e più) qui pro quo’ di questo avvio di stagione in salita. 1-Kayode-Parisi-Beltran.  Come ammesso da Pradè in sala stampa, fosse stato per lui Kayode lo avrebbe pure venduto. Ma a che pro fare quella dichiarazione? Sarà un caso, ma se si guarda i valori di mercato l’esterno classe 2004 è il secondo calciatore più prezioso della rosa della Fiorentina, ma è anche il giocatore che ha giocato di meno fin qui. E malissimo, col Puskas, sbagliando di tutto. Ma non si può certo relegarlo a panchinaro fisso, visto il suo valore economico e le prospettive che ha avendo appena vent’anni. Poi c’è Parisi, con la Fiorentina che ha dapprima provato a prendere Kostic, poi alla fine ha preso Gosens, relegando l’ex Empoli al ruolo di spettatore che già aveva l’anno scorso quando lì ci giocava Biraghi. E menomale che Gosens ha avuto un super impatto, ma quei 10 milioni di euro che la Fiorentina aveva speso per prendere il campano dall’Empoli hanno sempre più il sapore dell’investimento già sbagliato. Sperando che anche la scelta su Kayode non si riveli un altro errore. Stesso discorso vale per Lucas Beltran, che non si sa dove possa giocare in questa Fiorentina. Vice Kean? No. In tandem o a supporto di Kean? No, perché ci sono già Gudmundsson e Colpani. 12,5 milioni più altrettanti di bonus e la stessa sensazione: il rischio è che anche questo investimento sia destinato a rivelarsi un flop. 2-Biraghi centrale e Pongracic. Possibile che Pongracic sia quello visto nelle prime uscite con la Fiorentina? Dalle parole di Pradè in sala stampa è emersa una certa sufficienza nell’acquisto del croato. Ok che sta all’allenatore tirare fuori il meglio dai propri calciatori, ma se Palladino aveva in mente di fare la difesa a tre e Pongracic non ha mai giocato a tre, al pari di tutti gli altri difensori della Fiorentina eccezion fatta per Moreno, che senso ha avuto tirar fuori tutti quei soldi? E ribaltando il concetto, se tutti i difensori hanno sempre giocato in difese a quattro, dopo aver evidenziato tante difficoltà in queste prime sei gare stagionali perché Palladino insiste sulla difesa a tre/cinque e non cambia? E in questo contesto si inserisce il ‘caso’ Biraghi. Quanto ancora si dovrà assistere al suo impiego come terzo di sinistra? E non ce ne voglia il capitano, ma che quello non sia il ruolo a lui più congeniale sembra ormai appurato. E ancora, se la Fiorentina ha investito 15 milioni su Pongracic, perché lasciarlo fuori dopo le prime difficoltà? A quel punto meglio insisterci, piuttosto che ri-schierare Biraghi centrale. 3-Le prime gare stagionali e la preparazione pesante. Sempre rifacendosi alla conferenza stampa del ds viola e alla luce delle difficoltà che sta avendo la Fiorentina, quell’aver sottovalutato le difficoltà delle prime sfide stagionali, playoff di Conference League compreso, risuonano come sempre più ‘gravi’. Che Parma, Monza, Venezia e Puskas potessero essere delle passeggiate di salute è un modo di pensare che può avere il tifoso, non un dirigente scafato che fa quello di mestiere. Aver procrastinato alcuni innesti in un reparto chiave come quello del centrocampo perché convinti di avere già abbastanza risorse per avere la meglio di quegli avversari è un qualcosa di difficilmente comprensibile. E’ stato forse dimenticato che Palladino è alla prima esperienza in una piazza importante e alla prima volta in Europa? Poteva esserci il rischio che pagasse lo scotto del doppio impegno, come fece anche Italiano nel primo anno di Conference, e che una falsa partenza avrebbe potuto complicare il proseguo del cammino. Cosa che poi, puntualmente, sta succedendo (sì, è facile dirlo dopo che è già successo, ma chi fa quello di mestiere dovrebbe essere bravo a calcolare tutto e a prevenire ogni tipo di scenario). In questo senso non va dimenticato che la Fiorentina ha svolto una preparazione pesante. Ma il rischio che tale aspetto potesse costarle l’accesso in Conference, visto che gli ungheresi andavano il doppio dei calciatori viola, qualcuno lo aveva calcolato? Poi ce ne potrebbero essere un’altra infinità di aspetti che poco tornano, o per niente, come il fatto che ancora ci si affidi a Ikoné, che Colpani non riesca ad avere più di un’ora di autonomia e che sia il lontano parente di quello visto a Monza, che dall’insistita costruzione dal basso si sia passati al ‘palla a Kean e speriamo succeda qualcosa’, etc etc etc. Attenzione, non dateci di disfattisti perché ci concentriamo solo sulle cose negative. Di aspetti positivi ce ne sono diversi, tipo Kean, Gosens e…e…bhè, poco altro, almeno fin qui. La speranza è che da domenica la Fiorentina svolti, che Gudmundsson faccia il suo esordio, metta dentro due-tre gol e che finalmente tutto quanto detto in precedenza si dissolva in un brutto ricordo, altrimenti le cose potrebbero iniziare a prendere una piega non buona…diciamo così.

La classifica piange. E menomale c'è Kean

Dove sarebbe la Fiorentina senza Kean e De Gea? Dove sarà in classifica alla prossima sosta

Ancora una volta la Fiorentina ha incassato 3 reti nel primo tempo. Nessuno, sin qui, in Serie A ha fatto peggio della squadra di Palladino. Il tutto aggravato dal fatto di aver disputato una delle più belle prime frazioni di gioco della gestione Palladino, che fino al 40’ vedeva la Fiorentina avanti 1-2 ma poi conclusa con due minuti di follia che hanno compromesso l’andamento del match. E così, in 2’, De Gea ha raccolto due palloni in fondo al sacco. Nella ripresa c’è stata quasi soltanto l’Atalanta in campo, con almeno 3-4 occasioni da gol clamorose. La reazione della Fiorentina all’uno/due subito prima dell’intervallo? Non pervenuta. E adesso, alla quarta giornata, la classifica piange per i viola, ancora a secco di successi e con 3 soli punti in classifica.  A Bergamo si salva solo Kean, in parte anche De Gea. Il primo è centravanti vero, combatte con tutti, tiene palloni facendo sponde, prendendosi falli e la butta pure dentro. Il secondo, per quanto forse potesse fare qualcosa di più sui gol dell’Atalanta, ha tenuto in partita la Fiorentina per tutto il secondo tempo. Le domande sono due: dove sarebbe oggi la Fiorentina senza i 4 gol di Kean? E senza le parate di De Gea sarebbe ancora in Europa? Non ci siamo, insomma. Ok la prima bella frazione di gioco disputata al cospetto di un’Atalanta che, comunque, nel primo tempo non era apparsa così scintillante, ma la ripresa è stata disarmante. Il sistema di gioco non convince, la fase difensiva ancora meno. I subentrati hanno completamente toppato la partita, da Ikoné a Sottil fino all’inserimento di Pongracic a 10’ dalla fine quando la Fiorentina doveva provare ad arrivare al pareggio, piuttosto che risistemarsi dietro. E invece…Ora arriva la Lazio, poi la trasferta di Empoli e quindi il Milan. L’altra domanda sorge spontanea: quanti punti avrà in classifica la Fiorentina alla prossima sosta? Se questo è il trend…

Si riparte. Ancora a tre dietro (e Biraghi centrale?)

Anche contro l’Atalanta dovrebbe giocare Biraghi dietro

Tra poche ore ricomincerà il campionato della Fiorentina e sarà subito crash test per i viola. Di fronte, infatti, ci sarà un’Atalanta che ritroverà il pubblico amico per la prima volta in stagione, in un Gewiss Stadium interamente aperto per la prima volta da quando erano iniziati i lavori di restyling e col bisogno di riprendersi i punti persi nei ko con Torino e Inter. Insomma, sarà una bolgia quella che dovrà fronteggiare la squadra di Palladino. A sua volta, il tecnico viola è chiamato a dare risposte. Non soltanto per i punti rimediati sin qui, pochi, solamente tre, nelle prime tre gare in cui a Fiorentina ha giocato con Parma, Venezia e Monza, ma soprattutto per gioco e identità. Un crash test soprattutto per la fase difensiva che, fin qui, ha fatto acqua (anzi acquissima) contro avversari modesti per non dire ridicoli come il Puskas. Ed è su questo che Palladino ha lavorato per ore ed ore in questa sosta, come detto dallo stesso Robin Gosens l’altro giorno in conferenza stampa. Non dovrebbe cambiare l’assetto difensivo, con tre calciatori davanti a De Gea, magari potrebbe essere infoltito il centrocampo con un giocatore in più. Vedremo…Anche con l’Atalanta, intanto, è nettamente favorito per una maglia dal 1’ Cristiano Biraghi come difensore centrale. E la speranza è che non vada come le ultime volte. Il tutto in attesa che Moreno si ambienti e che a gennaio arrivi Valentini. Oppure, come fatto intendere da Pradè poche ore fa, toccherà a Palladino cambiare modulo. In caso di altra brutta prestazione difensiva a Bergamo…i tempi potrebbero già essere maturi in tal senso.

Dal nulla a troppi. Cinque centrocampisti per due maglie

Ora Palladino ha abbondanza di scelte per la mediana

Finalmente la Fiorentina potrà presentarsi a Bergamo per la sfida contro l’Atalanta con abbondanza di risorse. Al netto di chi è rientrato dalle Nazionali, chi sta meglio e chi sta peggio, per Raffaele Palladino ci sarà ampia scelta in tutti i reparti, anche in mezzo al campo. Dopo aver lavorato tutta l’estate coi soli Mandragora e Bianco, aver quasi supplicato Sofyan Amrabat di rimanere a dare una mano per poter affrontare Parma, Puskas, Venezia e ancora Puskas, in vista della sfida col Gasp Palladino avrà addirittura l’imbarazzo della scelta sul chi schierare dal 1’ in mediana. Forse forse, con questo modulo e con la scelta di affidarsi a due soli centrocampisti, adesso sono pure in troppi visto che all’ultimo tuffo la dirigenza gigliata è andata a prendere Bove, Cataldi, Adli e in precedenza aveva preso anche Richardson. Assieme a loro, dopo aver salutato Amrabat e mandato a giocare Bianco, c’è anche l’unico superstite di un reparto che è stato interamente modificato, ovvero Mandragora. Cinque interpreti teoricamente tutti titolabili, con le loro differenti caratteristiche, ma per due maglie. A meno che Palladino non passi ad un centrocampo a tre cambiando modulo alla sua Fiorentina…chissà. Se la tempistica con cui erano arrivati i nuovi innesti poteva aver influito sulle scelte per la partita col Monza, con in quel caso il tandem Cataldi-Mandragora schierato da Palladino, adesso che i nuovi hanno avuto più giorni per lavorare col loro nuovo tecnico e per inserirsi nella loro nuova squadra, sarà curioso capire come l’ex allenatore del Monza deciderà le gerarchie per la mediana della sua Fiorentina. Il tutto, ovviamente, non dimenticando che di fronte ci sarà una delle squadre più forti della Serie A, che fin qui è partita non benissimo avendo fatto solo 3 punti in 3 gare e che, per la prima volta in stagione, giocherà in casa nel suo nuovo stadio ormai terminato. Come a dire, occhio, perché affrontare l’Atalanta si annuncia come tutt’altro che una passeggiata per una Fiorentina che, a sua volta, è chiamata a dare risposte ed evidenziare progressi dopo le prime 5 partite ufficiali in cui sono arrivati altrettanti pareggi e poco di positivo e/o convincente. Una delle chiavi sarà sicuramente da chi avrà il controllo della mediana, reparto chiave che sin qui nella Fiorentina è stato ingiudicabile per quanto detto sopra. Adesso, però, gli alibi saranno molti di meno, qualcosa di maggiormente indicativo è atteso anche da chi scenderà in campo a Bergamo, ecco, sì ma chi? A Palladino la patata bollente. Nelle scelte, ma soprattutto nel farle giuste.

Ora tocca a Palladino. Tabù prima vittoria e gare post sosta

La Fiorentina cerca il primo successo stagionale

E ora tocca a Palladino. Inutile nascondersi o girarci attorno, per il tecnico della Fiorentina l’asticella si alzerà notevolmente domenica a Bergamo. L’avversario è già di per sé di quelli di livello altissimo, un’Atalanta che a sua volta non è partita benissimo avendo fatto ‘solo’ tre punti nelle prime tre giornate, gli stessi della Fiorentina che, però, ha giocato due volte in casa con Monza e Venezia e una volta fuori, a Parma, mentre la Dea ha vinto a Lecce, perso con l’Inter e col Torino giocando sempre in trasferta. Domenica ci sarà la prima dell’Atalanta nel nuovo stadio, che poi è sempre lo stesso ma coi lavori di restyling sono terminati e dove ci sarà una bolgia. Detto tutto ciò, con l’aggiunta del fatto che la Fiorentina ha messo a referto cinque prestazioni decisamente rivedibili tra Serie A e Conference League e che, adesso, dovrà mostrare progressi e segnali di crescita, quella di domenica sarà una gara che porterà con sé anche le insidie dell’essere la prima partita del post-sosta per le Nazionali. Lo sa bene il suo predecessore sulla panchina viola Vincenzo Italiano, che quasi sempre faceva una fatica immensa nella partita immediatamente successiva alla pausa per le gare internazionali. 5 vittorie, 1 pareggio e 7 sconfitte è il bilancio delle partite post sosta della gestione Italiano. Anche Palladino al Monza, spesso e volentieri ha faticato nella prima post pausa, con un bilancio di 1 vittoria, 3 pareggi e 3 sconfitte in 7 partite. Logico che debbano essere considerati i diversi valori delle rispettive realtà e degli avversari affrontati, ma anche questo potrebbe essere un fattore da non sottovalutare per la gara col Gasp di domenica. Gara, tuttavia, in cui molti degli alibi che Palladino e la Fiorentina avevano avuto nel primo ciclo di gare (mercato aperto, nuovo modulo, nuova filosofia di gioco, preparazione pesante) svaniranno, con la necessità di iniziare a far vedere qualcosa di importante. Già dalla sfida del Gewiss Stadium di domenica si attendono risposte per una Fiorentina che, poi, sarà chiamata ad affrontare Lazio, Empoli, Tns e Milan prima di fermarsi nuovamente per le Nazionali. Mini ciclo in cui Palladino dovrà sfatare il doppio tabù del primo successo da allenatore della Fiorentina e delle gare del dopo sosta del campionato.

Là dove tutto funziona…Sperando che si invertano le gerarchie

Per la Fiorentina torna la sfida col ‘modello’ Atalanta

Fa specie dirlo, forse anche male, ma l’Atalanta è un modello a cui la Fiorentina ha il dovere di ispirarsi. E se fino a qualche mese fa, per quanto fosse comunque una magra consolazione, qualcuno poteva dire ‘eh, ma l’Atalanta cosa ha vinto?’, adesso non regge più neanche quello avendo i nerazzurri vinto l’Europa League.   Non ci sta simpatico Gasperini e neppure il tifo bergamasco, sia chiaro, entrambi troppo spesso oltre le righe in vari incroci con la Fiorentina (dal razzismo territoriale nei confronti di Commisso, Terracciano fino agli ululati verso Dalbert o ai cori ‘zingaro’ rivolti a Vlahovic oltre a svariati episodi antipatici del Gasp),ma quando qualcosa funziona è anche giusto trarne ispirazione. Da anni la Fiorentina ha dimostrato di essere più o meno al livello dell’Atalanta nella gara secca, spesso giocandosela e a volte anche vincendo, tanto che Italiano è stato a lungo la bestia nera di Gasperini. Non è mai stata a livelli siderali dall’Atalanta per spese o per valori, almeno ai nastri di partenza. Tante volte, infatti, è capitato che la Dea partisse con monte ingaggi inferiori a quelli elargiti da Commisso, peccato che i loro acquisti abbiano spesso (se non sempre) funzionato, e le loro cessioni abbiano portato valanghe di milioni reinvestiti per altri calciatori che hanno ri-funzionato e così via. A Firenze, invece, gli 80 milioni incassati per Vlahovic sono stati spesi per i vari Piatek (2 di ingaggio), Cabral (16 per il cartellino, poi rivenduto a 25), Jovic (5 milioni tra ingaggio e prestito), Belotti (2 di ingaggio e prestito), Nzola (14 milioni) e Beltran (25 milioni), fino  a Kean (18 milioni bonus compresi). E menomale che l’ultimo arrivato, almeno sin qui, sta dando la sensazione di poter far fare la differenza in attacco alla Fiorentina. Molti innesti, inoltre, non hanno funzionato, da Ikoné passando per Parisi, Christensen, Mandragora , sperando che anche Pongracic non finisca tra questi. Insomma, loro ne hanno sbagliate poche, se non pochissime, la Fiorentina molte, se non moltissime. Capire il perché ciò sia avvenuto spetterebbe a Commisso, noi al massimo potremmo avere la nostra idea. Il loro fatturato è cresciuto esponenzialmente grazie alle partecipazioni in Europa, non la Conference, ma quelle che portano decine di milioni di euro anche solo dal parteciparvi, mentre la Fiorentina ha incassato circa 40 milioni totali per le due avventure in Conference.  E poi c’è pure lo stadio, che loro hanno fatto e la Fiorentina non riesce a fare. Insomma mentre là funziona tutto, qui funziona qualcosa, ma c’è da migliorare. Sì perché quello che sta facendo da diversi anni l’Atalanta lo ha fatto prima la Fiorentina, mentre questa non riesce proprio a farlo. La speranza è che con l’estate andata or ora in archivio, la Fiorentina possa iniziare un percorso simile a quello dei bergamaschi. Dunque che gli innesti si rivelino essere più funzionali dei ceduti, che Palladino le azzecchi tutte e che la Fiorentina possa alzare al cielo un trofeo, che vorrebbe dire non fare (possibilmente mai più) la Conference League ma intanto l’Europa League, e darebbe il là ad un aumento di ricavi e quindi amplierebbe gli orizzonti ad oggi sempre fermi sul settimo/ottavo posto in Serie A.

Pagherò, ricavi e ambizioni. Come si fa a crescere?

“La Fiorentina è più forte dell’anno scorso” cit. Ora va visto sul campo

Altra intervista, altra corsa. Passano i mesi e gli anni ma la situazione della Fiorentina è più o meno sempre la stessa. Anche nell'ultimo intervento di Rocco Commisso alla Gazzetta, il nodo di come questo club possa fare a crescere resta centrale. Non aumentando i ricavi (che diminuiranno a causa del tema infrastrutture), la Fiorentina sembra destinata a rimanere nel suo ‘orticello’ dove staziona da tre anni, che comunque è il punto più alto della gestione Commisso: settimo/ottavo posto, sperando di vincere o la Coppa Italia o la Conference League. Il leitmotiv del ‘fare meglio dell’anno scorso’ che aveva contraddistinto gli obiettivi delle ultime due annate è stato sostituito dalla parola ‘ambizione’. Che poi, andando su un qualsiasi dizionario, vuol dire più o meno la stessa cosa (desiderio assiduo ed egocentrico di affermarsi e distinguersi - In senso positivo, desiderio legittimo di migliorare la propria posizione o di essere valutato secondo i propri meriti). La sensazione è che anche con la recente campagna acquisti la Fiorentina attenda di capire come e se sarà possibile provare a spiccare il volo, sempre mantenendo fede al tema della sostenibilità. Il saldo tra entrate e uscite è stato più o meno a zero, con una serie di operazioni portate avanti sulla base del prestito con diritto o obbligo di riscatto. Facendo due conti volanti, alla Fiorentina servirebbero 60 milioni di euro tra dodici mesi per riscattare tutti i giocatori che ha preso questa estate (Gosens, Adli, Cataldi, Gudmundsson, Bove e Colpani), tra diritti e obblighi a determinate condizioni. Come a dire: vediamo prima cosa facciamo, poi vedremo. Il problema è anche legato alle tante risorse economiche che nel corso di questi ultimi anni sono state buttate, tra calciatori che non hanno funzionato e altri che hanno fatto disastri. Fin qui nulla di nuovo. Riuscire ad inserirsi tra le solite note e l’Atalanta, dunque, resta la base di partenza anche per questa stagione per la Fiorentina. “La squadra è più forte dell’anno scorso”, ha detto Rocco Commisso. Aspetto che sulla carta può trovarci anche d’accordo, ma che dal dopo sosta la squadra dovrà dimostrare anche sul campo. Palladino in primis, chiamato a raccogliere l’eredità di un Italiano che, con tutti i suoi limiti e difetti, era riuscito da subito a dare un’identità alla sua Fiorentina, mentre l’attuale tecnico viola non è ancora riuscito a dare (come da lui stesso dichiarato). Da domenica, dunque, si attendono riprove, al netto del fatto che di fronte ci saranno Atalanta, Lazio, Empoli, Milan con anche il TNS in Conference League. Potrebbe apparire illogico aspettarsi 5 vittorie, ma sicuramente è auspicabile, se non obbligatorio, pretendere di vedere miglioramenti e progressi. Sperando, poi, che la Fiorentina possa fare quello scalino che in questi anni, tuttavia, non è mai riuscita a fare anche, se non soprattutto, per propri demeriti.

Sulla carta Fiorentina migliore. Ora parola al campo

La rosa sembra più forte. Dal post sosta serve la riprova il campo

Alzi la mano chi pensava che l’Italia avrebbe vinto con la Francia, prima del fischio d’inizio e/o 20 secondi dopo il calcio d’avvio. D’altronde, il bello del calcio è anche questo. La carta e l’esito del campo non sempre vanno di pari passo. Un po’ come voi fantacalcisti, più o meno accaniti che siate, che quando finisce l’asta pregustate già la vittoria esclamando “senti qua che squadrone!”, ma poi... Ecco, sì, sulla carta tutti fortissimi, tutti in testa, poi però c’è sempre il Borghese di turno che può confermare o ribaltare il risultato. Nel calcio quel fattore che può ribaltare il risultato/pronostico si chiama rettangolo verde. Basti pensare all’Inter di Moratti che, negli anni ’90, ogni estate pareva destinata a vincere tutto ma che poi, però, arrivava dopo i fuochi, o alla stessa Fiorentina di dodici mesi fa, quando la coppia Cabral/Jovic veniva sostituita con quella Nzola/Beltran e tutti pensavano/pensavamo che ci potesse essere di che ‘godere’. E invece sappiamo tutti com’è andata. Venendo all’oggi, come se il passato non ci avesse insegnato niente, anche a questo giro facciamo gli stessi pensieri: sulla carta questa Fiorentina... E quindi lo diciamo, sì, la rosa sulla carta sembra più forte. De Gea è cento volte meglio di Christensen, con Terracciano che è rimasto. Gudmundsson più Colpani con Kean sono un tridente migliore di Nico e gli altri che c’erano prima e che ci sono ancora adesso come Sottil, Ikoné, Kouame, Beltran etc. In mezzo al campo Bove, Adli, Cataldi e Richardson non sembrano essere troppo peggiori dell’Arthur a metà servizio avuto l’anno scorso assieme ai vari Duncan, Maxime Lopez, Bonaventura, con quest’ultimo scomparso per metà stagione. A sinistra c’è Gosens che è molto meglio di Parisi/Biraghi, e lo si è visto subito, dietro è cambiato solamente Milenkovic con Pongracic ed è arrivato Moreno. Dodo, inoltre, è al meglio da subito, mentre l’anno scorso saltò metà stagione. Poi però…a vedere le prime cinque gare stagionali, al netto dei mille alibi del caso, il campo ha detto che Pongracic è in grande difficoltà, che la difesa a tre non sta funzionando affatto, che Colpani non è ancora in grado di fare la differenza, che Gudmundsson non si è ancora visto e che la Fiorentina gioca malissimo. Vabé, ci vuole tempo. Ok, giusto, anzi sacrosanto. Ma dopo questa sosta, di cui metà è già filata via, la Fiorentina dovrà dare risposte decisamente differenti rispetto a quanto si è visto sin qui. Molti degli alibi svaniranno, per Palladino e per i calciatori stessi. Ora è il momento di cambiare passo, di mostrare qualcosa. Ok che di fronte ci sarà subito l’Atalanta, poi la Lazio, quindi l’Empoli e il Milan, ma in questo poker di gare la Fiorentina deve riprendersi ciò che ha lasciato con le tre avversarie affrontate in campionato sin qui. E questo deve essere solo l’inizio. Nessuno si aspetta 4 vittorie, ma tutti si attendono progressi e miglioramenti. Perché sulla carta questa Fiorentina sembra davvero migliore di quella dell’anno scorso e sicuramente in grado di fare cose decisamente migliori rispetto a quello che si è visto in queste prime 5 partite dell’anno. E stavolta, tornando al discorso di partenza, l’auspicio è che il Borghese di turno confermi il risultato, cioè che il campo confermi il sulla carta.

Barak, l’eroe di Basilea è ai saluti

Il ceco lascerà la Fiorentina

“Tutti in campo, ha segnato Barak al 129’, la Fiorentina vede Praga!” cit. Uno dei gol che hanno segnato la storia recente della Fiorentina è sicuramente quello di Antonin Barak nel ritorno della semifinale di Conference League contro il Basilea, in Svizzera, ai supplementari, che mandò a Praga la squadra di Vincenzo Italiano. Quel lampo, però, è stato uno degli ultimi momenti in cui il centrocampista ceco ha scaldato i cuori dei tifosi della Fiorentina, in mezzo a mille problemi e difficoltà, tanto dall’essere ormai prossimo all’addio, o arrivederci che sia, a seconda se il club turco dove approderà deciderà di riscattarlo o meno. Era il 18 maggio 2023, da quel giorno Barak ha messo a referto tre reti in Conference League e due in Serie A in due cinquine rifilate a Frosinone e Sassuolo. Ma soprattutto ha evidenziato enormi difficoltà a ritrovare passo, brillantezza e ad incidere. E dire che la Fiorentina lo aveva riscattato addirittura in anticipo rispetto ai tempi previsti, anche per dare un segnale di fiducia al giocatore che stava attraversando un momento difficile dovuto anche ad un serio problema fisico che lo aveva costretto un anno fa a saltare tutta la preparazione. Ma al netto dei ricordi e di un’emozione forte che il ceco ha regalato in quella serata di Basilea, che Barak non fosse più quel calciatore che a Verona nel 2021-22 mise a referto  11 gol e 4 assist lo si era intuito ormai da diverso tempo. Con l’arrivo di Palladino, nonostante l’utilizzo di due trequartisti a supporto della punta, Barak è stato quasi sempre schierato nel pre-stagione da centrocampista nei due, evidenziando di non avere passo e ritmo, né in fase di costruzione né tantomeno in quella di interdizione. Col Venezia venne schierato da Palladino nei due a supporto del centravanti, non toccando palla. E lì è apparso evidente come il suo percorso in maglia viola fosse già agli sgoccioli. Per lui si era parlato più volte di un forte interessamento della Lazio ma anche del Napoli, che però è caduto sempre nel vuoto. C’era l’Anderlecht, ma alla fine andrà in Turchia. Tutto da vedere se tornerà alla base, o meno. Certo è che anche su Barak restano grosse perplessità su come sia stato preso in prestito con obbligo di riscatto a 10 milioni più 2 di bonus, che venne riscattato prima dei tempi a cifre inferiori, ma comunque a quasi 8 milioni solamente nel gennaio 2023, quindi un anno e mezzo fa, e adesso sarà regalato. Bah, che dire, in bocca al lupo Tony. Quella serata e quel gol di Basilea, con quella che a tratti è stata la ‘Zona Barak’ per i gol in extremis tipo quello al Maccabi Haifa o al Frosinone pochi mesi fa, restano, comunque, nei ricordi.

La sosta della sveglia. Per tutti

Fiorentina chiamata ad accelerare post sosta

“Ci vorrà pazienza e un po’ di tempo”, il mantra di Palladino è più o meno lo stesso da quando la sua Fiorentina è scesa in campo per la prima volta nella prima gara ufficiale. Dal match del Tardini ad oggi è cambiato tutto il centrocampo, non si è ancora visto all’opera Gudmundsson, e di alibi ce ne sono stati a migliaia per ‘giustificare’ i 5 pareggi rimediati sin qui. Ma adesso, o meglio dopo la sosta, tutti sono chiamati a invertire la rotta e ad accelerare. Tecnico in primis, visto che spetterà a lui dare identità e gioco alla Fiorentina, ma anche ad alcuni singoli che sin qui hanno fatto chi male e chi malissimo. Per molti, insomma, è la ‘sosta della sveglia’.  BELTRAN. Su tutti c’è sempre lui, Lucas Beltran. Non ce ne voglia il Vikingo, ma da un calciatore che è stato pagato 12,5 milioni più altrettanti (teorici) di bonus, sarebbe lecito attendersi dei progressi. In questo avvio di stagione, invece, quando è stato schierato ha evidenziato i soliti problemi/difetti che aveva fatto vedere l’anno scorso: non regge i contrasti, non può fare la prima punta, potrebbe fare la seconda ma anche su quello deve migliorare. La tecnica ce l’avrebbe anche, ma la si è vista veramente poco nell’arco dei 12 mesi in cui ha vestito la maglia della Fiorentina. Ora...Kean sarà in grado di giocare 60 partite (sempre che la Fiorentina arrivi in fondo a Coppa Italia e Conference anche quest’anno)? E’ dura da immaginarselo, visto che l’ex Juve non ha trovato mai grande continuità. Insomma, (anche) questa deve o meglio dovrebbe essere la sosta della sveglia. RANIERI. Da quel doppio errore tra Bruges e Verona Luca Ranieri non sembra più lo stesso. Dov’è finito quel difensore che fino a quel doppio svarione del maggio scorso aveva fatto una stagione superlativa? L’errore nel finale col Puskas è un monito allarmante. Anche per lui, al netto del discorso tattico e delle difficoltà del passaggio da una difesa a quattro ad una tre, questa deve essere la sosta della sveglia. PONGRACIC. “Non ho mai giocato in una difesa a tre”. Esordì così in sala stampa quando venne presentato da nuovo calciatore della Fiorentina. Ma da allora non ha mai evidenziato progressi, anzi. Disastroso a Parma, con tanto di rosso. Male col Puskas all’andata e al ritorno e in grande difficoltà sempre. Sia in fase difensiva che in quella di costruzione, con tanti palloni sanguinosi regalati agli avversari. Non sarà Milenkovic, ma è pur sempre costato 15 milioni e è reduce da un ottimo campionato giocato a Lecce e da un buon Europeo con la Croazia. Per lui questa deve essere la sosta della sveglia, che Palladino insista sulla difesa a tre o passi a quattro. BIRAGHI. Dalla sua ha l’alibi di non aver mai fatto il difensore centrale, per quanto non è che abbia brillato particolarmente quando (anche l’anno scorso o quello precedente) giocava terzino, soprattutto nella fase difensiva. Il gol segnato a Parma e il rigore decisivo segnato col Puskas in Ungheria non bastano. Se verrà schierato ancora da centrale deve fare enormi progressi nella fase difensiva, e se non ce l’ha nelle corde…si abbia la forza di lasciarlo in panchina e di alternarlo con Gosens e Parisi. KAYODE. Dov’è finito quel giocatore che a Marassi, un anno fa, lasciò tutti a bocca aperta? Male col Puskas, non brillante in generale. Chissà che non sia stata ‘colpa’ della pesante preparazione. E’ questa la speranza, visto che nel nuovo modulo di Palladino avrebbe tutto per esaltarsi ed esaltare con le sue doti e qualità. MANDRAGORA/SOTTIL/IKONE’ Per Sottil e Ikoné non è certo la prima sosta in cui servirebbe una sveglia. ma tant’è. Almeno col Monza il francese è entrato bene, mentre Sottil ha messo dentro il gol col Puskas all’andata e nient’altro di più. Anche Mandragora non ha propriamente brillato. Non per caso sono arrivati dal mercato Richardson, Bove, Cataldi e Adli. Come a dire che, ormai, il tempo della sveglia per lui potrebbe già essere passato. COLPANI. Sarebbe ingeneroso mettere sulla graticola un calciatore che è arrivato da un mese, dopo aver fatto metà preparazione, alla prima esperienza in una piazza importante e soprattutto dopo le prime 5 partite. Ok il ritardo di condizione, il ‘salto di categoria’ del passaggio dal Monza alla Fiorentina, ma dal dopo sosta anche lui dovrà darsi una svegliata. Fin qui del Colpani visto l’anno scorso si è visto poco e niente. Non che molti altri abbiano brillato, tipo Quarta, Comuzzo e tutto il resto, eccezion fatta per De Gea e Terracciano, al netto di qualche sbavatura e Moise Kean. Come detto sarà la sosta della sveglia anche per Raffaele Palladino. Alla ripresa ci saranno subito Atalanta e Lazio, e la speranza è che in campo ci sia anche tutt’altra Fiorentina rispetto a quanto si è visto sin qui.

Adesso la Fiorentina deve svoltare

Menomale che è arrivata la sosta

Menomale che è arrivata la sosta. Per il calcio che stava esprimendo la Fiorentina, le tante difficoltà che ha palesato e dovuto affrontare tra mercato aperto e ritardi vari, la pausa per le Nazionali arriva nel momento ideale per la squadra di Raffaele Palladino. Il primo mini ciclo di gare si è concluso con tanti punti di domanda e pochi in classifica, ma almeno con l’approdo in Conference League (quanto mai faticoso). E menomale che Gosens l’ha messa dentro allo scadere col Monza, altrimenti il clima sarebbe stato ancor po’ più pesante. Poche le cose che hanno funzionato sin qui, su tutte Kean e De Gea. L’attaccante viola si è dimostrato essere centravanti vero, nei movimenti, nel cinismo e nel riuscire a far reparto da solo, ma va servito di più e meglio. I tre gol segnati fin qui sono arrivati per guizzi o giocate individuali. Lo spagnolo, invece, è stato l’eroe di Coppa. E chissà che adesso non sia giunto il momento di invertire le gerarchie, visto il tenore degli avversari pescati in Conference e la necessità di cambiare marcia in Serie A. Moltissime, invece, quelle che non hanno funzionato. A livello collettivo non si può non evidenziare come la difesa a tre non stia dando buoni risultati, anzi. 7 gol presi in 5 gare contro Monza, Venezia, Parma e Puskas Akademy sono troppi, e potevano essere molti di più se De Gea, Terracciano, pali e traverse non avessero salvato la truppa viola. Davanti non si è visto gioco, mentre il centrocampo è stato spesso inesistente. Su questo, ovviamente, ha pesato il ritardo nei movimenti in entrata, ma è altrettanto vero come alla voce ‘identità di squadra’ ci si attendesse molto di più e prima da parte del tecnico. Col Monza si è visto qualche progresso a livello di condizione atletica e tenuta, che teoricamente dovrebbe ulteriormente migliorare nella sosta. Se davvero, come dicono calciatori e Palladino, la preparazione è stata impostata sulla lunga distanza, allora potremmo vederne presto delle belle. Ci sarà da lavorare anche sulla testa: gli approcci alle gare sono stati quasi tutti sbagliati. La Fiorentina è andata sotto di due gol col Monza come aveva fatto col Puskas e quasi col Parma, dove comunque era andata in svantaggio. Alla ripresa ci saranno Atalanta e Lazio in rapida successione. Andare sotto anche contro avversari decisamente più forti degli ungheresi e del Monza potrebbe risultare più difficile da rimontare. Poi ci sono i singoli e le loro posizioni. Biraghi ancora centrale? Gudmundsson dovrebbe tornare disponibile per la ripresa, Colpani dovrà mostrare progressi mentre ci sarà modo per lavorare sulla nuova mediana. Insomma, di alibi ce ne saranno molti meno per la squadra e per il tecnico. Alla ripresa è lecito attendersi molto di più e molto di meglio.

Girone ok: Tns, Lask, St. Gallo, due cipriote e il Guimaraes per i viola

Alla scoperta degli avversari del girone europeo della Fiorentina

‘Passat a nuttat’ ungherese, con la Fiorentina che con una immane fatica si è guadagnata il pass per la fase a gironi della Conference, è tempo di iniziare a pensare a quelli che saranno gli avversari dei viola di Palladino nel mega girone unico. REGOLE. A proposito di questo, passeranno alla fase successiva le prime 8 classificate nel girone unico che andranno direttamente agli ottavi mentre quelle dal 9° al 24° posto andranno ai playoff per promuovere altre 8 squadre; chi si piazza dal 25° posto in poi, invece, viene eliminato. Postilla, nel caso che due o più squadre finiscano a pari punti in classifica, vengono adottati i seguenti criteri in ordine di importanza per stabilire le posizioni finali: Migliore differenza reti; Maggiore numero di reti segnate; Maggiore numero di reti segnate in trasferta etc etc. Quindi le date, con le partite che si giocheranno 3 ottobre, 24 ottobre, 7 novembre, 28 novembre, 12 dicembre e 19 dicembre 2024. Poi, ancora playoff: 13 febbraio 2025 (andata) e 20 febbraio 2025 (ritorno). Ottavi di finale: 6 marzo 2025 (andata) e 13 marzo 2025 (ritorno). Quarti di finale: 10 aprile 2025 (andata) e 17 aprile 2025 (ritorno). Semifinali: 1 maggio 2025 (andata) e 8 maggio 2025 (ritorno). Finale: 28 maggio. AVVERSARI. Quindi la cosa più importante, le avversarie: Lask Linz, San Gallo, Apoel Nicosia, Pafos, The New Saints e Vitoria Guimaraes. Per chi stesse pensando, chi? Ci sta, sicuramente per quanto riguarda il Pafos e il New Saints, rispettivamente squadra cipriota la prima, come l’Apoel e gallese la seconda. Le altre, invece, sono più o meno note, sicuramente il Guimaraes, mentre San Gallo e Linz sono un po’ più di nicchia, diciamo così, ma da qualche anno si sono affacciate anche a livello europeo. TNS. Andando più nello specifico, l’avversario più ‘facile’ è proprio il TNS, la cui pronuncia completa affidiamo all’intelligenza artificiale: The New Saints of Oswestry Town & Llansantffraid Football Club , società gallese che rappresenta le città di  Llansantffraid-ym-Mechain e quella inglese di Oswestry. Per chi volesse approfondire la storia di questo club, basti sapere che militano nel massimo campionato gallese dal 1993, e da allora hanno vinto 16 campionati, gli ultimi tre di fila, vincendo anche 9 coppe del Galles. Insomma, lassù vincono tutto, anche perché mezza rosa è inglese, con allenatore inglese. Non ce ne vogliano eh, ma il loro valore della rosa su Transfermarkt è di 2,84 milioni di euro. Un quinto di quello del Puskas, poco meno di quanto vale Christensen e circa quanto guadagna Kean in un anno. Insomma, qui, visto che si giocherà a Firenze, c’è aria di goleada. DOPPIO CIPRO. Poi c’è il doppio incrocio con le cipriote. L’Apoel ha dalla sua blasone e storia, il Pafos, invece, la recente crescita. Quest’ultima fino al 2012 non esisteva, poi è salita fino alla Serie A cipriota dove negli ultimi tre anni è stata sesta, quarta e quinta, mentre ha vinto la Coppa di Cipro l’anno scorso battendo l’Omonia di Nicosia. L’Apoel, invece, ha vinto lo Scudetto. Valori? L’Apoel vale 15 milioni, il Pafos 21 milioni circa. Insomma, più o meno…Ah, ricordiamo che la Fiorentina di milioni ne vale circa 250 di milioni, giusto per dare dei riferimenti. LE ‘BIG’. Poi arriviamo alle tre squadre più conosciute. Il Lask Linz, ad esempio, è ormai da qualche anno un outsider in Austria, dove ha concluso gli ultimi due campionati al terzo posto e nell’anno della pandemia era in lotta col Salisburgo per lo Scudetto, ma poi venne beccato ad allenarsi nel periodo di restrizioni e venne penalizzato, perdendo il titolo. Qui si trovano dei giocatori già più conosciuti, tipo l’ex Lazio Berisha, non il portiere ma il centrocampista, Jerome Boateng e il croato Ljubicic, punta centrale che vale da solo 8 milioni di euro. Valore totale della rosa, 43 milioni. Quindi il San Gallo, club svizzero tornato protagonista in patria da una decina d’anni, con anche una lotta scudetto persa nel 2019/20 e un valore della rosa di circa 24 milioni di euro. Poi il Guimaraes, quinta/sesta squadra del campionato portoghese, dietro stabilmente alle solite note Benfica, Porto, Sporting e Braga. Valore della rosa circa 43 milioni di euro, con anche una vecchia conoscenza del nostro calcio come l’ex viola Bruno Gaspar. DOVE. Altra postilla, domani si saprà con chi e quando giocherà la Fiorentina che sa già, però, dove sfiderà i propri avversari: in casa affronterà Lask, TNS e Pafos, fuori Apoel, Guimaraes e San Gallo. Insomma, nulla di trascendentale. Gallesi a parte, tutti comunque almeno sulla carta due volte più forti del Puskas Akademia. Così, giusto per ricordare che anche i più infimi avversari d’Europa, in Europa, se non li affronti nel modo giusto rischi che ti facciano la festa. E sempre così, giusto per ricordare, la finale quest’anno si giocherà in Polonia, allo Stadion Wrocław di Breslavia. Hai visto mai?

E' Europa, con tanto ‘fattore C’. E molto da lavorare

Con tanta sofferenza la Fiorentina si qualifica in Conference

La Fiorentina va in Europa, evviva la Fiorentina. Ma che sofferenza. Contro una squadra sconosciuta, da un valore economico 25/30 volte inferiore a quello dei viola, solo un De Gea straordinario e un Kean che ha messo dentro uno dei pochi se non l’unico pallone giocabile hanno evitato la disfatta in Ungheria. E ora sotto col mercato, sperando che Raffaele Palladino riesca ad incidere in maniera importante e positiva su una squadra che in 4 partite giocate fin qui non ha mai meritato di vincere. Anzi, il paradosso sta qui: tra la sfida col Parma, le due col Puskas e quella col Venezia la Fiorentina non ha mai perso ma ottenuto tutti pareggi, riuscendo a strappare con le unghie e coi denti l’accesso alla fase a gironi di Conference League. Quasi sempre il migliore in campo dei viola è stato il portiere, che sia stato Terracciano (a Parma) o De Gea in Ungheria. Gli avversari hanno avuto occasioni su occasioni (tranne il Venezia, che comunque nel secondo tempo ha avuto un paio di chance), mentre la Fiorentina ha creato poco e nulla. Poi c’è il modo di giocare di questa squadra, quasi mai in grado di sviluppare trame offensive, troppo spesso in balia degli avversari di turno e quasi sempre imbarazzante dietro. Il modulo adottato non sembra dare grandi garanzie, soprattutto per come gli interpreti difensivi hanno giocato le prime 4 gare ufficiali. Le scelte di formazione, inoltre, sono state più che discutibili, tra un Ikoné col Puskas e un turnover eccessivo nella sfida del Franchi con gli ungheresi. Ma tant’è. Come detto, La Fiorentina va in Europa, evviva la Fiorentina. Fortuna? Difficile da dire dove sia la linea di confine tra buona sorte, meriti e/o demeriti dell’avversario. Ma una cosa è certa: già in fase di sorteggio Palladino ha potuto sorridere rispetto al suo predecessore, che al playoff pescò Twente e Rapid Vienna, due squadre che con questa Fiorentina avrebbero probabilmente stravinto. Dell’epilogo di queste prime 4 gare ufficiali con Palladino in panchina abbiamo detto, chissà che questa stagione iniziata in maniera così preoccupante per quanto visto sul campo, al netto di mille alibi, non possa confermare quel vecchio pensiero di Napoleone, per cui è meglio avere generali fortunati che generali bravi. E visto come Italiano e la Fiorentina avevano perso sul più bello quel trofeo, al 120’ ad Atene e al 90’ a Praga, un po’ di sano ‘fattore c’ male non farebbe di certo. Anche se…è necessario fare di più e meglio. Per quanto tu possa avere dalla tua la buona sorte, infatti, non si può sperare di andare lontano affidandosi solo a quella, o San Pietro o san De Gea. Con gli innesti delle ultime ore di mercato, il rientro di Gudmundsson, la crescita di condizione di Colpani e una mediana che sarà rifatta con gli innesti delle ultime ore di mercato, il lavoro di Palladino dovrebbe divenire più facile. O almeno questa è la speranza.

Meglio non pensarci…

Fiorentina in campo per accedere all’Europa

In ballo c’è il destino. Fa specie dirlo, visto che sono passate solamente tre gare ufficiali dall’inizio della stagione, ma tornare oggi dall’Ungheria senza una vittoria e dunque senza la qualificazione alla Conference League sarebbe un disastro clamoroso per la Fiorentina. A chi pensa che, forse forse, non sarebbe così tragico perché così si potrebbero concentrare tutte le forze sul solo campionato, val bene ricordare che in mezzo ai tanti punti alti vissuti dalla formazione viola nel biennio precedente ci sono stati anche molti momenti difficili, paradossalmente spazzati via proprio da risultati in Europa che hanno contribuito a ridare certezze e consapevolezze ad una truppa che poi è mancata, ahinoi, solamente nei due atti finali con West Ham e Olympiacos. Poi ci sono una miriade di altri motivi. Basti pensare a quanti calciatori avrebbero difficoltà a trovare minutaggio nel caso in cui la Fiorentina dovesse uscire dalla Conference. Già tra i pali, dove De Gea e Terracciano avrebbero (potenzialmente) un sacco di gare in meno dove potersi alternare, ma anche i vari Parisi e Biraghi, fino alla batteria di difensori centrali che, a quel punto, sarebbero fin troppi (Moreno, Comuzzo, Pongracic, Ranieri, Quarta più Valentini che arriverà a gennaio). Il tutto senza dimenticare quanto le gare europee potrebbero permettere alla Fiorentina di crescere nell’apprendimento dei nuovi meccanismi di gioco, o ancora quanto potrebbero essere utili a chi vive momenti di difficoltà per ritrovare minutaggio e consapevolezze. Poi c’è l’aspetto economico: nel precedente biennio nelle casse viola sono entrati più di 40 milioni dai cammini in Conference League. Non fare la Conference, inoltre, toglierebbe una via d’accesso alla prossima Europa League. Provocherebbe anche un calo nei punti ranking della Fiorentina che andrebbe ad incidere in sede di sorteggi per le future qualificazioni europee, oltre a causare un crollo di punti ranking per l’Italia (che di per sé potrebbe suscitare in molti tifosi viola anche un sonoro ‘chi se ne frega!’, ma va ricordato che è lo stesso motivo per cui l’anno scorso in Champions sono andate cinque formazioni dalla Serie A, obiettivo per cui la Fiorentina aveva il dovere di lottare, soprattutto per dove si trovava al giro di boa). Poi c’è l’aspetto ambientale. Ok l’arrivo di Adli, di Moreno, con altre operazioni che potrebbero andare a compiersi da qui a fine mercato, ma quale potrebbe essere la reazione del Franchi domenica col Monza, in caso di passo falso oggi in Ungheria? Il tutto andrebbe unito alla ‘gioventù’ di Palladino, ancora non ‘abituato’ a gestire situazioni complicate. Insomma, meglio non pensarci neppure. La Fiorentina non può sbagliare. In ballo c’è il destino, non tanto per la singola partita in sé, ma quanto per tutta una serie di situazioni che potrebbero andare ad innescarsi in caso di tonfo col Puskas Akademia.

Bivio da dentro o fuori. Guai a fallire giovedì

La Fiorentina deve assolutamente vincere in Ungheria

Quella che sembrava una formalità rischia di diventare già uno spartiacque decisivo per la stagione della Fiorentina. Altro che passeggiata di salute, eliminare il Puskas Akademia è tutt’altro che scontato. E non soltanto per il 3-3 con cui si è conclusa la sfida d’andata, che unito a come esso era maturato già di per sé potrebbe indurre a non stare affatto tranquilli, ma anche per come la squadra di Palladino ha pareggiato la gara di domenica col Venezia. Di problemi, insomma, ce ne sono. Tanti, forse troppi. E gli auspicati rinforzi che il tecnico si attendeva già da diverse settimane tardano ad arrivare. Arriveranno pure, da Adli ad altri, ma in Ungheria la Fiorentina sarà la stessa che è scesa in campo sin qui. Tre sfide, tra l’altro, tutte giocate con squadre sulla carta di livello inferiore, ma sul campo in nessuna delle tre la Fiorentina ha meritato risultati differenti da quelli ottenuti. PRESSIONE. Il tutto va unito alla pressione che si troverà a ‘dover sopportare’ e battere un tecnico come Palladino, giovane, alla prima esperienza in una piazza importante e che, per la prima volta in carriera, si troverà dinanzi ad un bivio che non ammette errori. Al netto del ritardo sul mercato e di mille alibi che può avere, infatti, non sarebbe granché accettabile uscire dall’Europa contro un avversario che ha un valore della rosa 25 volte inferiore a quello della Fiorentina. O meglio, può anche accadere, d’altronde lo sport è pieno di storie in cui Davide sconfigge Golia. Ma di solito trattasi di eventi straordinari. La cosa inaccettabile, piuttosto, sta nel fatto che un tonfo col Puskas Akademia sarebbe in linea con quanto visto nelle prime tre gare della stagione. E passi la prima, la seconda, la terza…ma poi c’è da evidenziare dei segnali di crescita. Altrimenti il cammino si mette subito in salita. E Firenze si sa, è buona e cara, ma fino ad un certo punto. FUORI DALL’EUROPA. Poi c’è il partito di quelli del “ma sì, dai! Usciamo da questa coppetta, chi se ne frega, almeno pensiamo solo al campionato”. Tesi che altre volte nel precedente biennio è stata a tratti più o meno caldeggiata, soprattutto quando le cose andavano male. Non ci sarebbe niente di più sbagliato. In caso di uscita dall’Europa, infatti, ci sarebbero una serie di situazioni di difficile gestione. Intanto un possibile mancato introito di oltre 20 milioni di euro (soldi che entrerebbero in caso di vittoria del trofeo) più quelli da stadio (anche se ridotti per i lavori al Franchi), e un crollo nel ranking Uefa oltre che la privazione di una via per provare ad andare in Europa League via coppe.  Poi ci sarebbe da gestire un ambiente già in vena di non fare troppi sconti (come testimoniato da cori e fischi col Venezia), così come ci sarebbe da difendere Palladino e squadra. A proposito di squadra, senza Europa sarebbe inutile avere due giocatori per ruolo. Dalla presenza di due portieri titolari come De Gea e Terracciano, più Martinelli che rimarrà a fare il terzo, alla batteria di giocatori offensivi tra cui i vari Beltran, Kean, Gudmundsson, Colpani, Sottil (più Kouame se resta, Barak se resta, mentre Ikoné partirà come Brekalo), fino ai due esterni sinistri Parisi e Biraghi e i due esterni destri Kayode e Dodo. Senza l’Europa, col solo campionato più qualche gara di Coppa Italia da giocare, lo spazio si ridurrebbe in maniera drastica. Insomma, c’è solo una cosa da fare: vincere giovedì ed entrare in Conference. Per battere il Puskas chi c’è ad oggi a disposizione di Palladino dovrebbe bastare. E se non dovesse essere sufficiente, a quel punto ci sarebbe di che pensare.

Ambizione e identità. Fin qui teoria, ma non in pratica

Solo pari col Venezia per la Fiorentina. Serve sùbito una scossa

La Fiorentina esce dal Franchi con un altro deludente pareggio. Dopo l’1-1 col Parma e il 3-3 col Puskas arriva lo 0-0 col Venezia. Poco male, è calcio d’agosto. C’è tempo per recuperare i punti lasciati tra la sfida del Tardini e quella coi lagunari, mentre non c’è tempo per rimediare all’harakiri di giovedì scorso con gli ungheresi. Giovedì, infatti, o la Fiorentina passa il turno accedendo ai gironi di Conference League oppure…meglio non pensarci. Intanto, dopo 270’ di gare ufficiali e un mese e mezzo di lavoro da inizio ritiro, questa Fiorentina non sembra avere ancora niente dell’identità di una squadra di Palladino. O meglio, niente identità di squadra (e basta). Sarà per il mercato ancora aperto, perché la rosa è ancora (ampiamente) da rifinire o per i carichi di lavoro che, a detta di Palladino e dei calciatori, sono stati importanti in ritiro, ma questa Fiorentina ha fornito sin qui tre prestazioni assai deludenti, a sprazzi imbarazzanti come in parte del match col Parma e col Puskas. E se col Venezia era lecito attendersi dei progressi, a parte qualche fiammata di qualche singolo e qualche buona parata di Joronen, anche con la squadra di Di Francesco si è visto poco e nulla. Di alibi, ovviamente, ce ne sono a migliaia, tra cui il fatto che Palladino sia alla prima esperienza in una piazza importante come quella di Firenze e alla prima esperienza che si articola sul triplice impegno, ma in Ungheria giovedì e col Monza domenica non possono arrivare altri passi falsi. Si può anche sbagliare 20 occasioni a partita, prendere pali, traverse e non vincere le partite. Fin qui, invece, si è vista una brutta Fiorentina, che non può certo uscire dal Franchi tra gli applausi e le ovazioni. Oltre ad un’identità che sembra ancora lontanissima dall’essere trovata, c’è quel tormentone legato alla forte ambizione che è destinato a risuonare ancora e ancora. Col Venezia anche il tifo organizzato si è esposto. D’altronde l’ennesima cessione di un big alla Juventus, al netto di come la si pensi su qualità e rendimento di Nico Gonzalez, non poteva passare inosservata. E adesso? Se Palladino e la Fiorentina non possono assolutamente sbagliare le prossime due gare, la squadra mercato viola è chiamata a dare risposte. Coi fatti. Come? Prendendo un difensore forte, un centrocampista forte (in caso due), un vice Kean e un esterno d’attacco/trequartista. Inutile fare nomi. Il tempo delle idee e delle parole è terminato, così come sta per terminare la sessione di calciomercato. E fin qui la forte ambizione non si è vista (sperando che Gudmundsson faccia dimenticare presto Nico, che Colpani trovi un minimo di condizione fisica per diventare presentabile, che Pongracic non faccia disastri come a Parma e col Puskas, che Richardson diventi il nuovo  faro del gioco viola e che De Gea torni quello che era in Premier qualche anno fa). L’occasione per renderla da parole a fatti c’è ancora. Dirigenza che facciamo? Mister che facciamo? Calciatori che facciamo? Già in queste ore sono attese novità, da Adli ad altri nomi, è l’ora di ‘quagliare’.

Indizi, non ancora prove. Ma Parisi può lasciare la Fiorentina

L’esterno non ha convinto Palladino. E se arrivasse Kostic…

"Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”, diceva Agatha Christie. Facendo un esempio di questa estate di calciomercato, il primo indizio furono le parole di Pradè su Gonzalez (Nico resta al 99%), poi ci fu il pressing su Zaniolo e infine l’arrivo di Colpani. Adesso manca solo che Nico vada alla Juventus e poi tutto sarà andato a dama secondo un copione che appariva abbastanza scritturato. L’altro giallo dell’estate non è ancora del tutto già scritto, ma il copione sembra ben indirizzato. Nell’amichevole con la Primavera che si giocò a inizio ritiro al Viola Park, Raffaele Palladino si mangiò letteralmente Fabiano Parisi. Tra Inghilterra e altre amichevoli, l’ex Empoli ha continuato a fornire prove tutt’altro che esaltanti, con errori di ogni genere. Alla prima gara ufficiale, a Parma, Parisi fuori e Biraghi titolare a tutta fascia. Nel frattempo ecco quelle voci sempre più insistenti su Kostic. Il tutto passando per alcuni rumors provenienti da Napoli su un Parisi offerto ai campani per Folorunsho. Indizi, ancora non prove. Ma…mi sa mi sa che l’esterno arrivato un anno fa dall’Empoli per 10 milioni di euro non abbia intercettato i favori di Palladino. Dopo un anno passato alle spalle di Biraghi, con quel frammento di stagione in cui venne schierato da Italiano a destra, contromano, commettendo svarioni clamorosi e decisivi in varie partite, la sensazione è che Parisi non si sia mai del tutto riuscito a riprendere. Qualche lampo ogni tanto, sì, ma in mezzo a panchine su panchine. E se con l’arrivo di Palladino tutti si attendevano un cambio di gerarchie a sinistra, a maggior ragione col cambio di modulo e la possibilità di avere meno compiti difensivi ma più di spinta, fa specie respirare tutt’altro che certezze sulla sua permanenza in viola. Quello che poteva, anzi doveva essere il suo anno, potrebbe neppure cominciare. La prova col Puskas di giovedì non ha esaltato, per quanto altri colleghi abbiano fatto decisamente peggio, Kayode su tutti. Ora…attenzione, avviso ai naviganti: Kostic non è Roberto Carlos, ma Parisi non pare dare garanzie. Domani arriva il Venezia e poi ci sarà il Puskas in Ungheria. La probabilità di vedere entrambe le volte in campo Biraghi, vista la falsa partenza che ha avuto la Fiorentina tra Parma e il playoff d’andata, è forte. Se poi dovesse davvero arrivare Kostic, a quel punto Parisi potrebbe davvero andare altrove. Da capire, in caso, come e dove, mentre appare evidente che il ragazzo debba ritrovare fiducia e consapevolezze. Quelle che aveva evidenziato ad Empoli, ma che a Firenze non è mai riuscito a dimostrare.

L’estate sta finendo…Fiorentina, caccia alla Conference

Per i viola c’è da battere il Puskas e accedere all’Europa

L’estate sta finendo, piaccia o meno a seconda di quale sia la vostra stagione preferita. Dopo aver passato giorni a dire a chi che fosse che incontravate per strada ‘caldo oggi eh?’, o a postare foto del cruscotto della macchina con quei 6-700 gradi dell’abitacolo, non vi preoccupate, tra poco il trend si invertirà e torneremo un po’ tutti a dire ‘freddo oggi eh?’ e a postare foto del cruscotto con il segno meno davanti ai gradi. Riparte, insomma, il solito tran tran, con la macchina da spostare quando c’è la pulizia delle strade, le code sul raccordo di Firenze Sud, ma soprattutto il consueto alternarsi di partite della Fiorentina.   Dopo il pari di Parma di sabato scorso, giovedì è già tempo di Conference League, con la squadra di Palladino che riparte con l’obiettivo di provare a far meglio di quanto fatto nelle ultime due stagioni. Tradotto: portare a casa quella maledetta coppa che, tra Atene e Praga, ha visto sempre la Fiorentina fare 30, ma mai 31.   Si comincia con il Puskas Academy, modesta formazione ungherese che però, ad oggi, è in testa al campionato con 4 vittorie in altrettante gare, è più avanti a livello di condizione fisica ma…resta pur sempre una squadra che come valore della rosa vale meno di 10 milioni di euro, contro gli oltre 280 della Fiorentina. Per dare dei riferimenti, il Puskas vale meno dell’RFS Riga. Insomma, nulla a che vedere con Twente e neppure Rapid Vienna. Ma…a proposito di RFS Riga, quella gara al Franchi fu solamente pareggiata, come a dire che, anche se hai un valore 28-29 volte superiore all’avversario, poi c’è da dimostrarlo sul campo.   Sarà la prima volta in Europa da allenatore per Raffaele Palladino, probabilmente la prima in maglia viola per altri calciatori della Fiorentina e altrettanto probabilmente l’ultima o forse penultima partita da calciatore gigliato per altri.   Anche in questa estate che sta finendo potrebbe esserci un’altra cessione illustre con percorso Firenze-Torino sponda Juventus. Eh vabbè, ormai non sembra più fare né troppo caldo né troppo freddo. E quindi, suerte, tanto Nico non era mica mai stato decisivo…Nelle finali europee sicuramente. Ma non va dimenticato che se la Fiorentina è arrivata a giocarsi quelle finali molto lo doveva proprio a Gonzalez. Vabé, come detto, ormai sembra essere tutto già apparecchiato. Chissene, perché la Fiorentina ha già Gudmundsson, un tridente con l’islandese, Kean e Colpani che intriga e la speranza che tutto vada come deve andare.   Già giovedì col Puskas, poi domenica col Venezia, giovedì prossimo in Ungheria e col Monza prima della sosta. Nel frattempo si spera che la dirigenza completi una rosa che ha ancora bisogno di innesti, che Kean abbia qualche pallone da calciare in porta, che Beltran esploda, che Sottil si svegli, che Pongracic non sia quello visto a Parma, che Colpani riesca ad entrare presto in condizione, che il tridente offensivo giri come da premesse, che Amrabat faccia la diga piuttosto che il regista o, come spera qualcun altro, che se ne vada altrove, che la difesa della Fiorentina difenda un pochino meglio di quanto visto al Tardini e che Biraghi metta dentro altre punizioni come sabato scorso per non ritrovarsi ogni partita a doverci scannare con la solita diatriba tra Biraghisti e Antibiraghisti che, a dire il vero, è il classico segnale che davvero ‘l’estate sta finendo’.

Rodaggio viola. Ok il punto a Parma, ma ora servono due vittorie

La Fiorentina parte con un pari. Ora due gare da vincere

Quanto ci vorrà per vedere una Fiorentina a pieno regime è ancora presto per dirlo. D’altronde, il neo tecnico viola Raffaele Palladino ha dovuto lavorare tutta l’estate senza centrocampo e con un pacchetto offensivo che sarà formato da un Colpani in evidente ritardo di condizione e da un Gudmundsson che sarà pronto tra 2-3 settimane (cit.). A Parma, intanto, la truppa gigliata è riuscita a portare via un punto che, per come si era messa la gara del Tardini, può essere accolto col sorriso. Ora, però, arriva una coppia di gare che la Fiorentina deve fare proprie, giovedì con il Puscas Academy e domenica col Venezia. Due partite in cui non si può sbagliare. Con gli ungheresi, nella sfida del Franchi, per i viola c’è la possibilità di mettere in discesa l’approdo alla fase a gironi di Conference League, traguardo minimo di questo avvio di stagione. Domenica, sempre in casa, arriverà una squadra che ha già perso la prima sfida di campionato e che, in ottica salvezza, avrà bisogno di rifarsi immediatamente. Il tutto in attesa che i meccanismi difensivi migliorino, che Pongracic si metta alle spalle la giornataccia di Parma, che Parisi dimostri di essere davvero più affidabile di Biraghi, che in mezzo al campo le cose funzioni meglio di come sono andate al Tardini. Giovedì, magari, potrebbe essere l’occasione per vedere Richardson, tra i pali De Gea e davanti anche Beltran, lasciato fuori coi ducali. D’altronde che limiti abbiano i vari Amrabat, Sottil, Kouame ed altri che hanno giocato sabato scorso lo si sapeva già. Ora è il momento di vedere all’opera i nuovi, possibilmente immettendo qualche altra pedina, soprattutto in mezzo al campo ma anche dietro. Davanti, invece, servirà solo attendere che Colpani e Gudmundsson entrino a regime. Lì sì che ci sono delle buone premesse. Come detto, tuttavia, non c’è tempo per esperimenti e/o rodaggio. Giovedì e domenica servono subito due vittorie, per poi andare in Ungheria senza patemi d’animo ed entrare in Europa, chiudendo con il Monza questo primo filotto di gare. Dal dopo sosta sì che ci potrebbe essere di che divertirsi.

Dentro Albert, fuori Nico. I due a confronto

La Fiorentina prende Gudmundsson e cederà Gonzalez

E dunque, per un Gudmundsson che è arrivato, adesso è facile immaginarsi un Nico Gonzalez che se ne andrà. Salvo stravolgimenti, perché così come l’islandese aveva un contratto col Genoa ma ha voluto raggiungere Firenze con forza, lo stesso potrebbe accadere con l’argentino. E potrà piacere o meno, ma questo è il calcio di oggi. Attenzione, se Commisso volesse blindare Nico, trattenerlo qui, dire di no alla Juventus e alla sua offerta (che non è di cash sull’unghia), a noi non dispiacerebbe, sia chiaro. Ma la logica ci suggerisce di pensare che ciò non accadrà, con l’argentino che farà la stessa strada di Vlahovic, Chiesa e Bernardeschi, quella che porta a Torino (poi, che tale scelta si riveli azzeccata o meno è un altro discorso). Nico out, Albert in, dicevamo. Il che sarebbe riduttivo se non si considerasse che a cambiare sarà tutto il pacchetto avanzato della Fiorentina. Ai nastri di partenza di questa nuova stagione, infatti, la truppa offensiva a disposizione di Palladino e teoricamente titolare sarà composta da Colpani, Gudmundsson e Kean. Più Beltran e Sottil e, al netto di chi sarà ceduto, i vari Brekalo, Ikoné, Kouame e pure Barak. Il terzetto titolare intriga (induce a sognare sarebbe troppo, ma sicuramente stuzzica la fantasia). Nel mettere a confronto dati, caratteristiche e statistiche dell’islandese e dell’argentino, quanto detto in precedenza è di fondamentale importanza. Il quadro complessivo dell’attacco viola, infatti, appare sulla carta decisamente più funzionale con l’arrivo di Gudmundsson piuttosto che con la permanenza di Gonzalez, a maggior ragione dopo che era già stato ingaggiato Colpani. Poi, ovviamente un tridente Gudmundsson-Nico-Kean, con Colpani e Beltran pronti a subentrare, sarebbe ancora meglio, ma questo non sembra essere uno scenario perseguibile. Tornando al confronto Nico-Albert, va anche sottolineato un altro aspetto: per quanto sia vero che nelle gare che contavano di più per la Fiorentina, ovvero le due finali di Conference, Gonzalez non sia stato affatto determinante, è anche vero che se la squadra di Italiano è arrivata a giocarsi due finali europee molto lo deve proprio a Gonzalez. Al tempo stesso, Gudmundsson non ha mai giocato delle finali europee fin qui. Uno gioca con l’Argentina che ha appena vinto la Coppa America e Campione del Mondo in carica, l’altro nell’Islanda. Piano, insomma, a definire Nico un pacco e Albert un fenomeno. Venendo ai numeri, l’anno scorso i due hanno messo a referto esattamente lo stesso numero di gol, ovvero 16, e anche lo stesso numero di assist, 5. Ovviamente Gonzalez ha giocato anche le coppe, Albert no. Guardando più a fondo, tuttavia, si scopre come stando solamente ai dati in Serie A l’islandese abbia un rapporto tiri/gol del 22,7%, mentre Nico si sia fermato all’11,4%. Entrambi hanno segnato spesso su rigore: Gudmundsson ne ha trasformati 17 su 20 calciati, Gonzalez 18 su 21. Albert, però, rispetto a Nico ha alternato spesso gol di destro e sinistro rispetto all’argentino, che col destro non ci sale neppure sul tram (ironie a parte, di destro ne ha comunque fatti 2 in Serie A e 5 se si considerano tutte le competizioni). Tuttavia, Gonzalez ha sempre avuto quella spaventosa dote di saltare di testa come pochi riescono a fare. Di testa, infatti, ha messo a referto 8 reti in Serie A sulle 25 totali segnate con la maglia viola (in tutto sono stati 12 su 38 segnati di testa). Albert, invece, non ha mai ancora segnato di testa in Serie A. Sui duelli aerei, Nico ha numeri spaventosi, ma anche Gudmundsson sa difendersi nei contrasti aerei. Poi ci sono tutta un’altra serie di numeri che vanno interpretati, come la capacità di saltare l’uomo rispetto a quante volte uno ci prova: Gudmundsson ha una media del 45% di dribbling riusciti rispetto a quelli tentati, contro quella del 42% dell’argentino. L’età è praticamente la stessa, con Nico che è solo di un anno più giovane di Gudmundsson. Insomma, tirabaralla. Con Gudmundsson e Colpani alle spalle di Kean, c’è di che ben sperare.

Pronti? Via! Le ultime 10 prime gare di Serie A della Fiorentina

Countdown per la prima ufficiale della stagione viola

Pronti? Attenti, via! Ci siamo, è partito il countdown verso la prima sfida ufficiale della stagione per la Fiorentina, attesa sabato al Tardini dalla gara col Parma che sancirà l’inizio della Serie A 2024/2025 della formazione gigliata. Fischio d’inizio alle 18:30, quando tornerete a sentire David Guetta urlare ‘gol gol gol’ (si spera), e soprattutto torneremo a vedere 11 ragazzi con la maglia viola rincorrere un pallone. Di fronte ci sarà una neopromossa, ma guai a pensare che sia tutto in discesa. Basti ripensare alla fatica che fece la squadra di Italiano a gennaio scorso, in Coppa Italia, col Parma che andò avanti 0-2 dominando, coi viola che la riacciuffarono in extremis e andarono a vincerla ai rigori. Ma questo, ormai, è il passato. Guardandoci indietro, anche l’anno scorso la Fiorentina inaugurò la sua nuova stagione contro una neopromossa. Dodici mesi fa fu il Genoa, a Marassi, quando dopo pochi minuti Biraghi la mise dentro di destro, poi andarono a segno Gonzalez, Bonaventura e Mandragora, con la squadra viola che si impose per 1-4, in scioltezza, scoprendo un Kayode stratosferico, ammirando un buon Arthur e pensando che Nzola, forse forse, potesse dire la sua, ma poi quello si rivelò essere solamente il classico sogno di una notte di mezza estate. Anche l’anno precedente, quindi due anni fa, la Fiorentina partì affrontando una neopromossa, in quel caso fu la Cremonese che venne battuta al Franchi 3-2. A segno andarono Bonaventura, Jovic e Mandragora su errore di Radu. Anche in quella circostanza, al netto del successo che arrivò in extremis su papera del portiere grigiorosso, il battesimo del serbo arrivato dal Real Madrid lasciava pensare a sogni di gloria, ma poi anche quello si rivelò essere solamente il classico sogno di una notte di mezza estate. Nella stagione precedente, la prima con Vincenzo Italiano in panchina, fu ko a Roma 3-1 coi giallorossi di Mourinho. A segno andò Milenkovic per i viola. Quella sera arrivarono i complimenti dello Special One, si capì che Dragowski avrebbe fatto da lì a breve una brutta fine, visto che venne espulso dopo pochi minuti, e che con Italiano alla guida dei viola ci sarebbe stato di che divertirsi. Quattro stagioni fa, con invece Beppe Iachini in panchina, arrivò il successo al Franchi contro il Torino per 1-0. Gol vittoria di Castrovilli, uno dei pochi acuti di un inizio di stagione che, al contrario di quanto dicevamo in precedenza, si intuiva già che sarebbe potuta essere tutt’altro che esaltante. Cinque anni fa, invece, c’era Montella sulla panchina dei viola, con l’avventura in campionato di Rocco Commisso che partì in Serie A con un ko 3-4 contro il Napoli. Quella gara la ricordano ancora in molti, tra un tuffo di Mertens in stile Tania Cagnotto, un arbitraggio indegno, un gol di Boateng da fuori area che fu anche l’unico della sua breve avventura a Firenze. Anche quello fu un classico sogno di una notte di mezza estate. Nel periodo di gestione Commisso, dunque, la Fiorentina ha ottenuto 3 vittorie e 2 sconfitte alla prima di Serie A. Sei stagioni fa, con Pioli in panchina, la Fiorentina partì vincendo 6-1 contro il Chievo, per quanto la prima giornata fosse in calendario contro la Sampdoria a Genova (gara rinviata per il crollo del ponte Morandi). L’anno precedente fu ko 3-0 a San Siro contro l’Inter. Nel 2016-17 fu Juventus-Fiorentina alla prima giornata con Sousa in panchina, fu ko 2-1, mentre l’anno prima fu vittoria col Milan 2-0 al Franchi con reti di Marcos Alonso e Ilicic. Nell’ultimo anno di Montella fu ko con la Roma 2-0 alla prima di Serie A. Riassumendo, dunque, nelle ultime dieci prime gare di campionato la Fiorentina ha ottenuto 5 vittorie e 5 ko. Vedremo sabato quale trend si ripeterà, ovviamente sperando sia l’ultimo a confermarsi, cioè con una Fiorentina che inizia il campionato contro una neopromossa con tre punti, come accaduto negli ultimi due anni. Nel dubbio, pronti? Via, si parte!

Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Amrabat si candida ad una maglia da titolare a Parma

Alzi la mano chi pensava che sabato a Friburgo Sofyan Amrabat partisse dal 1’. E in caso, se c’è qualcuno che ci credeva, alzi pure l’altra se immaginava di vederlo in campo dal 1’ anche a Parma nella prima uscita ufficiale della stagione (in caso, viste le premesse che c’erano attorno al marocchino, se ci volesse dare pure due numeri al Lotto…). Ironie a parte, ‘Sofy’ (come lo chiamava Italiano e così fa pure Palladino) ha dato sùbito risposte incoraggianti. Sul campo, dove in questo modulo e in questa filosofia di gioco sembra decisamente più a proprio agio, ma anche fuori. Sì, perché dopo aver passato l’estate a postare foto in cui indossava quando la nuova maglia del Manchester United quando i calzoncini dei red devills, era già arduo pensare che sarebbe tornato a Firenze, al Viola Park, ancor più difficile che lo facesse con la testa giusta per fare una buona impressione ad un allenatore nuovo che deve costruire una nuova Fiorentina. Evidentemente Amrabat lo ha fatto, come si evince dal fatto che in Germania sia partito titolare nell’ultima amichevole che precede la prima gara ufficiale della stagione, quindi quella delle ‘prove generali’, e dalle parole di Raffaele Palladino al termine della maratona di Friburgo: “Con Sofy è nato un grande rapporto. Ho conosciuto un grande uomo e mi ha dato disponibilità nonostante le voci di mercato. Perciò l'ho buttato in campo ed ha fatto una buona partita. Vedremo quello che succederà ma io sono contento di averlo e sarei felice di allenarlo tutto l'anno”. Ecco, tutto è ancora in divenire. Chissà cosa accadrà attorno ad Amrabat. Se lui decidesse di accettare la Turchia da dove sono arrivate fin qui le offerte più concrete, o se deciderà di attendere solo lo United, di nuovo, come già accaduto l’anno scorso. E se…a quel punto, partirà o no. Sì perché in tutto ciò la Fiorentina è di nuovo semplice spettatrice. Nel mentre Palladino ci ha parlato provando a convincerlo a restare, che sotto sotto il marocchino e il suo entourage stiano pensando ad altro non è del tutto da escludere. Insomma, ‘gna vedere’ avrebbe detto il buon Mario Ciuffi (e chissà quante frustate gli avrebbe dato Marione ad Amrabat, sia per come a tratti ha giocato che per le bizze fatte quando voleva andare a Barcellona a gennaio 2023 e quando ha voluto a tutti i costi lo United l’estate scorsa). Nel frattempo a Firenze è arrivato Richardson che assieme a Sabiri e Amrabat andrà ad aumentare la truppa di calciatori marocchini. Chissà al gong del calciomercato quanti ne resteranno, se solo uno (ovviamente, in tal caso l’ultimo arrivato a meno che non accada qualcosa di simile all’affaire Sabiri, rivenduto prima ancora di esordire), o se due (in tal senso Amrabat e Richardson) o tutti e tre (impossibile pensare che Sabiri rimanga visto che non è mai neanche stato a contatto col resto del gruppo). Nell’arrivo dell’ormai ex Reims pare ci sia stato proprio lo zampino di Amrabat. E adesso i due si ritroveranno anche sul campo. Per quanti giorni? Difficile da dire. Forse una quindicina, forse tutto l’anno o anche di più. Del doman non v’è certezza. E intanto Amrabat sabato a Parma potrebbe scendere in campo da titolare (sempre che si ricordi di indossare i calzoncini giusti, e non quelli del Man United). Se tutto ciò non è il più tipico dei tipici ‘ancora tu, ma non dovevamo vederci più?’…

Scusi, chi ha fatto palo?

Kean crea ma spreca e centra un altro legno

Chissà se nei bonus individuali previsti dal contratto di Moise Kean non ci sia qualche centomila euro che scatta ad ogni tot pali colpiti. In caso, povere le casse della Fiorentina! Battute a parte, anche col Montpellier l’attaccante viola si è fermato al legno, oltre ad almeno due/tre ottime occasioni respinte dal portiere dei francesi, aumentando il bottino di ‘scusi, chi ha fatto palo?’ di fantozziana memoria. Già nelle tre amichevoli in Inghilterra Kean aveva preso più legni di un castoro che costruisce la sua diga sull’Arno, che fa ridere ma anche riflettere. Ne aveva centrati due col Preston e uno col Bolton in rapida successione, raccogliendo immediatamente l’eredità di quel Josip Brekalo che nei primi 4-5 tiri in gare ufficiali da calciatore viola prese tre pali consecutivi diventando subito Brepalo. E vabbè che è calcio d’estate, che sono amichevoli, con la squadra di Palladino che è comunque tornata al successo dopo i due pareggi e il ko rimediati in Inghilterra, ma che Moise Kean non sia propriamente nel suo periodo più fortunato dal punto di vista realizzativo questo sembra piuttosto evidente. L’anno scorso con la Juventus aveva chiuso il campionato con 0 reti all’attivo, mettendo a referto solamente 16 tiri totali in 19 presenze in Serie A. Non proprio uno score invidiabile, ma quello è il passato. L’oggi di Kean parla di un attaccante che sembra in palla, che fa ottimi movimenti, sponde, ha progressione, attacca la profondità, si fa trovare nel posto giusto al momento giusto, che ha segnato due volte con Reggiana e Hull City, ma che ha anche avuto almeno una decina di occasioni nitide. Insomma, Kean c’è, si vede, lascia sensazioni diametralmente opposte rispetto ai predecessori Nzola e Beltran (che passavano ore di partita senza mai calciare in porta), ma alla voce percentuale realizzativa deve migliorare. D’altronde, ‘come gioca centravanti gioca squadra’, recita una massima calcistica. E da queste parti ne sappiamo qualcosa visto che dal dopo Vlahovic la Fiorentina è ancora alla ricerca di un nove che faccia la differenza. O meglio che faccia il suo, quello che deve fare, cioè gol. Non 25, 30, 40, ma neanche la miseria di reti che hanno messo a referto tutti gli attaccanti che si sono succeduti dopo il serbo. Stando alla sola Serie A, infatti, Nzola l’anno scorso ne fece 3, Belotti 3 in metà stagione, Beltran 6. Prima ancora Piatek ne fece 3 in metà stagione, Cabral ne ha fatti 10 in 42 partite, Jovic 6. Kouame, che spesso ha giocato da nove (quasi per disperazione), ha segnato 6 gol in due campionati. Nelle idee della dirigenza viola quell’uomo è Kean. Sperando che coi pali abbia già dato visto che tra l’altro, l’anno scorso, la Fiorentina sul legno ha sbattuto più di tutti gli altri in Serie A, quasi anche più di tutti in Europa. Quindi, non scherziamo: quest’anno va messa dentro, Kean su tutti.

Colpani alla Fiorentina. Ma…con o al posto di Nico?

Si è sbloccata la trattativa che porta Colpani in viola

Nonostante qualche timida smentita, il telefono dell'amministratore delegato del Monza Adriano Galliani ha suonato a più riprese negli ultimi giorni. Dall'altro capo c’era Daniele Pradè, col ds viola deciso a regalare al nuovo tecnico viola Raffaele Palladino il suo pupillo. Quell'Andrea Colpani che negli ultimi due anni proprio lui ha fatto rendere al meglio con la maglia del Monza, trasformandolo in uno dei talenti più cristallini e interessanti del panorama italiano. E alla fine, l'accordo le due società lo hanno trovato. 4 milioni per il prestito oneroso più 12/13 per il riscatto, questa la cifra, importante, che la Fiorentina avrebbe investito (ancora il condizionale è d'obbligo vista l'attualità della chiusura) per regalarsi il fantasista bresciano. Proprio questo pomeriggio, mentre Palladino e la squadra si trovano nella fresca Preston in Inghilterra, l'agente del giocatore ha fatto visita al Viola Park, dove ha definito i termini dell'accordo con la squadra di mercato della Fiorentina. Ancora poco e poi il passaggio di Colpani sarà ufficiale. Ma chi è Andrea Colpani? Lo chiamano "El Flaco" per quell'andatura elegante nel portare palla che ricorda Javier Pastore. Il classe 99 però dopo un primo anno di ambientamento in Serie A TIM, conclusa comunque con quattro gol importanti, si è letteralmente preso il palcoscenico del calcio italiano con il suo sinistro letale e quella tecnica che piace ai puristi del bel gioco. Del Monza di Raffaele Palladino è stato un punto fermo, anzi è stato la costante di una formazione sembrata spesso mutevole e in grado di studiare nuove strategie per vincere nel calcio moderno. Andrea Colpani può essere il talento del futuro anche per la Nazionale e non è passato inosservato agli occhi del ct Luciano Spalletti, tanto che lo scorso novembre lo ha convocato per le gare di qualificazione all’Europeo contro Macedonia e Ucraina. E poco importa se il Flaco non ha preso parte alla disastrosa spedizione dell'Italia a Euro 2024: qualora dovesse confermarsi in viola, sarà sicuramente parte integrante del nuovo corso della Nazionale azzurra. Nato e cresciuto a Brescia nel mito di Roberto Baggio, anche se nel Monza di Palladino si è imposto sulla trequarti, la crescita di Andrea Colpani è avvenuta da centrocampista centrale. Vista l'ottima tecnica di base e un carattere che gli hanno permesso di imporsi al primo anno in Serie A, Palladino lo ha spostato in avanti di qualche metro a supporto degli attaccanti in maniera tale da sfruttare il sinistro preciso e i tempi di inserimento in area. Il feeling con la porta avversaria non è un caso e lo rendono un giocatore atipico per il nostro calcio anche perché dotato di una fisicità importante con i suoi 184 centimetri di altezza. Classe 1999, ha indossato i primi scarpini con la Sarzenese e gli scout dell'Atalanta - tra i migliori del mondo - non se lo sono lasciati sfuggire portandolo in nerazzurro già all'età di otto anni. Il suo è stato un nome che spesso si è fatto per descrivere la bontà del settore giovanile della Dea che nel nuovo millennio ha prodotto, anche grazie agli insegnamenti di Gian Piero Gasperini in prima squadra, giocatori di alto livello. Colpani però con i nerazzurri non ha mai esordito e la prima stagione da professionista titolare l'ha fatta in prestito, senza mai più far ritorno a Zingonia. Nell'estate del 2019 Colpani è stato ceduto in prestito al Trapani per - come si dice - farsi le ossa. In Sicilia trova lo spazio richiesto inanellando 34 presenze, esordendo l'11 agosto a 20 anni in Coppa Italia. La retrocessione in Serie C del Trapani però resta una ferita. Il ritorno all'Atalanta è stato solo momentaneo. Delle qualità di Andrea Colpani si interessano al Monza in pieno progetto per scalare le gerarchie del calcio italiano dalla Serie C alla Serie A.   Nel 2020/21 Adriano Galliani lo prende in prestito biennale dall'Atalanta puntando sulle qualità del "Flaco" garantendosi l'obbligo di riscatto a determinate condizioni. Nella seconda stagione in Serie B Andrea Colpani è sbocciato realizzando 5 gol in campionato, ma soprattutto mostrando continuità di rendimento e un carattere migliorato in campo. Con la promozione in Serie A del Monza è scattato l'obbligo di riscatto da parte dei brianzoli per 9 milioni di euro e nell'agosto 2022 ha trovato anche il primo gol in Serie A contro l'Udinese il 26 agosto 2022. In totale nella prima stagione nel massimo campionato sono 4 i gol realizzati, mentre ancora il 26 agosto - ma questa volta nel 2023 - Colpani ha realizzato la sua prima doppietta nel massimo campionato. Proprio nella scorsa stagione Raffaele Palladino ha puntato con decisione su di lui e i risultati sono arrivati, visti gli 8 gol e 4 assist messi a referto. Adesso per lui si apre una nuova avventura, fortemente voluta da allenatore, club e giocatore stesso. E in attesa di vederlo in azione con la maglia viola, i tifosi si chiedono se Colpani andrà a formare con Nico Gonzalez un duo altissima caratura a supporto di Kean. O se l'arrivo del Flaco bresciano sia solo il prodromo alla partenza dell'argentino.

Dialoghi (immaginari) di un mercato che attende i centrocampisti

La Fiorentina deve ancora completare la mediana

Volevo prendere Lovric dall’Udinese di Pozzo - E lui? Mi ha chiesto 12 - E te? Ho offerto 6  - E lui? Vuole 12 - E te? Ho richiamato Galliani per Colpani - E lui? Vuole obbligo di riscatto - E te? Ho offerto un diritto di riscatto - E lui? Nulla, vuole l’obbligo E te? … Potremmo andare avanti per ore nell'immaginarci un dialogo tra Daniele Pradé e un interlocutore qualunque che gli chieda: "Direttore, ma chi si compra?". Il problema sorge nel momento in cui quel dialogo da immaginario diventa reale, con la Fiorentina che continua ad avere delle voragini in mediana e diverse caselle della propria rosa ancora da completare nonostante, ormai, manchino 24 giorni alla prima di campionato. Sarebbe ancora più divertente immaginarsi i dialoghi coi vari Sabiri, Amrabat e Nzola, ma difficilmente ne verrebbe fuori qualcosa di filosofico o che arricchirebbe il vostro bagaglio culturale. Meglio tornare alle urgenze, ovvero dei centrocampisti da dare a Palladino. In origine sembrava già tutto apparecchiato per Aster Vranckx. Ma il Wolfsburg voleva 10-12, la Fiorentina offriva 7-8. Intesa a metà strada? No. Poi c'era Thorstvedt, col Sassuolo che voleva 8-9 mentre la Fiorentina offriva 6-7. Intesa a metà strada? No. Quindi si arriva a Lovric, per cui l'Udinese vuole 12 ma la Fiorentina non va oltre i 6-8. Intesa a metà strada? No. E poi ecco Colpani, col Monza che vuole l'obbligo di riscatto e la Fiorentina che risponde diritto di riscatto. E quindi, per adesso: No. Tempi duri, insomma, per i refreshatori seriali del mercato. Ad ogni F5 sui siti specializzati c’è sempre la stessa storia: la Fiorentina va su tizio, ma quel club vuole 10, la Fiorentina offre 5, poi arriva un altro e lo prende. E arrivederci e grazie, come accaduto pochi giorni fa con Zaniolo e con grande probabilità accadrà pure con Brescianini. Certo, se poi Gasperini e l’Atalanta andassero a prendere calciatori trattati da altri club, magari…Nelle trasmissioni radio idem, tutti sintonizzati ad aspettare che arrivi la notizia della fumata bianca, e invece…picche, con briscola a fiori. Il tutto dopo mercati in cui il fil rouge è stato più o meno sempre il medesimo. Dalle offerte di 20 per Gudmundsson quando il Genoa chiedeva 30, passando per i 20 prima e 15 poi offerti al Sassuolo per Berardi, quando Carnevali ne voleva comunque 30. E niente, il prossimo! Morto un Papa, come si dice, se ne fa un altro. Lo disse anche Lollo Venuti nei giorni in cui Torreira non venne riscattato. Col senno del poi…quell’altro Papa ancora non si è fatto, anzi. La Fiorentina non ha più un centrocampista. Ma qualcuno arriverà, sì, dai, per forza. Giusto il tempo di fiondarsi su un altro tizio, offrire un po’ meno di quanto vuole quel club e di vedere un po’ quello che succede. Oggi ci abbiamo provato anche noi: siamo andati a fare la spesa perché il frigo era vuoto, alla cassa ci hanno chiesto 30 euro, ne abbiamo offerti 20, et voilà: pane e salame son rimasti al supermercato. Assieme al cocomero, che tanto fa andare solo al bagno a fare pipì. Il prossimo! Eccolo, Casadei, che il Chelsea ha pagato 15 milioni di euro più 5 di bonus sulla fiducia, a 20 anni, senza aver fatto presenze in Serie A e che ha girato due volte in B inglese. Ovviamente prestito con diritto di riscatto, sperando che non ci sia troppa distanza tra le cifre affinché riparta un’altra tiritera che, poi, termini in un nulla di fatto.

Nzola, un danno da 25 milioni

L’angolano lasciato a casa. Sperando che parta

La Fiorentina è partita per la tournée in Inghilterra lasciando a casa M’Bala Nzola. L’attaccante angolano, di fatto, è un separato in casa da inizio raduno. Palladino non ci ha mai puntato neppure per fare il ‘birillo’ nelle esercitazioni al Viola Park, dove si è sempre allenato non col gruppo. TOP 15 Se si guarda agli acquisti più onerosi della gestione Commisso, fino a pochi giorni fa Nzola rientrava di diritto nella top 10, coi 12,6 milioni di euro che la Fiorentina ha versato nelle casse dello Spezia. Gli innesti di Moise Kean e Pongracic lo hanno fatto slittare fuori dai primi dieci acquisti più costosi della gestione italo-americana, in cui resistono Amrabat, altro che per la Fiorentina è stato più un danno che una risorsa, Duncan, lasciato andar via a parametro zero dopo essere stato pagato 15 milioni e Ikoné, il cui futuro è ancora tutto da scrivere. Ma Nzola, anche con l’arrivo ormai prossimo di Colpani, resterà nella top 15. E soprattutto resterà al Viola Park ad allenarsi da solo, in attesa di sistemazione. VIA, MA DOVE? Facendo un rapido calcolo l’angolano è già costato alla Fiorentina 12,6 milioni di euro per il cartellino e 3 milioni di euro lordi di ingaggio. Se nessuno lo dovesse acquistare o, comunque, lo prendesse in prestito, è probabile che parte dell’oneroso stipendio dell’attaccante rimanga a carico della società viola. Parlando tra noi, chi è il folle che in Serie A spenderebbe 10 milioni di euro per il cartellino di Nzola? Sicuramente nessuna squadra che sta davanti ai viola nelle gerarchie del campionato, forse qualcuno che lotta per la medio/bassa classifica, ma col piffero a titolo definitivo, e col piffero bis corrispondendogli l’ingaggio che percepisce a Firenze. In virtù della scadenza al 2027 prevista dal contratto coi viola, Nzola guadagnerebbe dalla Fiorentina ancora 9 milioni di euro lordi. Insomma, un danno epocale, quantificabile in 25 milioni di euro. L’unica speranza è che qualche club di Bundesliga, bassa Premier, Liga o di secondo livello in Arabia o Qatar lo prenda. Già riprendere qualche milione, o risparmiarne qualcuno dell’ingaggio, sarebbe qualcosa (come accaduto per Kokorin, altro bagno di sangue economico e tecnico). STORIA. La storia di Nzola è nota. Era arrivato a Firenze dopo aver segnato 13 gol con lo Spezia, con Italiano che lo aveva avuto in Liguria nel 2020/21 in cui fece 11 gol e al Trapani. Eppure non ha mai funzionato. A parte quella bella prestazione col Genoa alla prima giornata, già col Rapid Vienna nel playoff di ritorno di Conference League, dunque alla quarta gara stagionale, il Franchi disapprovò la sua prestazione con sonori fischi per alcuni errori sotto porta imbarazzanti. L’unico lampo degno di nota il gol allo scadere al Bruges, dopo settimane in cui era rimasto fuori per scelta tecnica, o motivi personali, o quello che volete. Insomma, un flop totale.   SE VA…Se Nzola dovesse partire, a quel punto la Fiorentina potrebbe andare a prendere un vice Kean. Sempre che non decida di confermare Kouame. Ma molto dipenderà dal se e come partirà l’angolano. Se dovessero entrare dei soldi e in che tempi? E’ un rebus. Anzi, un bagno di sangue. E per chi ha le risorse contate (non in termini di ricchezza della proprietà, ma in termini di fatturati), il danno è enorme. La speranza, ovviamente, è che la Fiorentina venda Nzola a 25 milioni, come ha fatto l’anno scorso rifilando il ‘pacco’ Cabral al Benfica (che adesso non sa come sbolognarlo dopo un anno disastroso) . Ma non sempre ciò accade. Anzi…

Sottil: ora o mai più. E' il momento di svoltare

Il viola è partito col piede giusto. Questo deve essere il suo anno

Quando Riccardo Sottil fece l’esordio in Serie A, Raffaele Palladino dava gli ultimi calci al pallone prima di appendere gli scarpini al chiodo. Era il 2018, giusto per dare dei riferimenti temporali. All’epoca, per molti addetti ai lavori era Sottil quello forte che veniva fuori dal settore giovanile della Fiorentina, non Chiesa. Poi, però, uno è diventato un grande calciatore (al netto di come la si pensi sulla scelta di lasciare Firenze per andare alla Juve), mentre Sottil è rimasto una promessa, che forse esploderà. Forse, chissà. Fin qui, quell’appuntamento non è ancora arrivato. Arriverà? Ci puntò Di Francesco a Cagliari, ha avuto come tecnici Iachini, Montella, Pioli, Italiano e adesso Palladino. Tutti ne hanno sempre parlato bene, qualcuno benissimo, sperando che sbocciasse. Adesso è in arrivo un’altra occasione, probabilmente l’ultima: adesso o mai più. Il gol segnato alla Reggiana in amichevole ricorda molto quelli che aveva siglato a Club Bruges e Sassuolo quando, pochi mesi fa, sembrava aver finalmente trovato la chiave di volta per esplodere definitivamente. Poi altro infortunio, stagione finita anzitempo e appuntamento con la consacrazione ancora rimandato. E’ calcio d’estate, giusto ribadirlo. Ma Sottil, a questo giro, sembra essere partito col piede giusto. E’ il momento di svoltare, lo sa lui e lo sanno tutti. Sono passati ormai due anni da quando Daniele Pradè in conferenza stampa lo incoronò come possibile rivelazione della stagione ma nel frattempo, tra qualche alto, tanti bassi e una moltitudine di problemi fisici quell’esplosione non si è mai verificata. Già in fase di presentazione il neo tecnico viola Raffaele Palladino ne parlò benissimo. E’ stato tra i più in palla nella prima parte di ritiro al Viola Park, fino al gol messo a segno con gli emiliani venerdì sera e conseguenti altri elogi da parte del mister gigliato. "Riccardo è un giocatore forte, col quale ho parlato molto in questi giorni e che bisogna stimolare sempre. Sono sicuro che farà un grande campionato. Lui sa che deve alzare la sua media realizzativa”. Ecco, gli stimoli e la fiducia ci sono, ma va sfruttata. Stavolta, o meglio anche stavolta, Sottil inizierà la stagione nella speranza di tutti che possa essere quella giusta. Ma a questo giro sarà ‘dentro o fuori’. O svolta, oppure…  

“Good luck Nihola”. E ben arrivato a Pongracic

I 7 anni di Milenkovic alla Fiorentina, che sarà sostituito da Pongracic

Per un –ic che se ne va, un altro –ic arriva. La Fiorentina avvicenda il serbo Nikola Milenkovic col croato Marin Pongracic. A livello di età siamo lì, visto che entrambi sono del 1997, per cui la società viola non si ringiovanisce né invecchia. I costi dei cartellini sono praticamente gli stessi, coi soldi che entrano nelle casse viola che saranno girati ‘pari pari’ in quelle dei salentini del Lecce. Cambia, semmai, il costo a bilancio: Milenkovic, infatti, percepiva oltre 3 milioni di euro netti a stagione, mentre Pongracic ne prenderà 2,1 all’anno. Al netto di come la si pensi sulla politica della società viola in termini di attenzione alle spese, del taglio del monte ingaggi e sul valore tecnico di chi è stato ceduto al cospetto di chi è stato acquistato, con l’addio di Milenkovic si chiude una storia sportiva e umana durata sette anni.  264 partite in tutto, inaugurate dall’esordio in Serie A a Cagliari il 22 dicembre 2017, a 20 anni, da titolare, in un successo 0-1 targato Khouma Babacar. Curioso come proprio in Sardegna abbia messo a referto l’ultima presenza in Serie A con la maglia viola, visto che nel recupero di Bergamo contro l’Atalanta di inizio giugno non scese in campo. Tanti i momenti di alti e anche di bassi per Milenkovic, diventato col tempo per tutti Nihola in tipico ‘accento’ fiorentino. Degno di nota quel testa a testa del 2018 con un certo Gonzalo Higuain, quando El Pipita era alla Juventus e il serbo gli si presentò, a 21 anni, a muso duro senza timori reverenziali. Pochi mesi dopo arrivò anche il primo gol in Serie A, in un Fiorentina-Chievo finito 6-1, con una botta pazzesca da fuori. Poi il primo centro di quello che è sempre stato un suo punto di forza, il colpo di testa, contro la Spal in un 3-0 di fine settembre 2018, con anche la soddisfazione di aver siglato un gol alla Juventus a Torino. In quegli anni su lui suonavano sirene importanti, proprio dalla Premier dove sarebbe approdato anni più tardi. Corvino parlò di un’offerta da 40 milioni arrivata a gennaio dal Manchester United, che la Fiorentina rifiutò. Poi ci fu il passo indietro dei Della Valle, ma anche sotto la gestione Commisso, col ritorno di Pradè e Montella in panchina, Milenkovic continuò ad essere un perno della difesa della Fiorentina. A dire il vero, per lui, le richieste non sono mai mancate, Inter su tutti. Tanto che, quando Milenkovic viaggiava sempre più verso la scadenza del contratto, sembrava ormai imminente il suo approdo in nerazzurro. Ma alla fine non se n’è mai fatto di nulla. E proprio in virtù di quel pericoloso avvicinamento alla scadenza e delle tante richieste, la Fiorentina gli rinnovò il contratto fino al 2027 a 3,3 milioni di euro all’anno. Nel 2019/20 diversi anche i gol messi a segno, 5, al Napoli nella prima in A di Commisso a quelli con Udinese, Sassuolo, Roma e Bologna. In quella successiva furono 3, mentre nel primo anno di Vincenzo Italiano ne fece uno, a Roma, alla prima di campionato e due in Coppa Italia, uno al Benevento ma anche al 93’ a Bergamo contro l’Atalanta. Nel 2022/23 andò in rete 3 volte, con Spezia e Samp in campionato e col Sivasspor in Conference League. L’anno scorso, invece, sono stati 0 i gol. Diversi anche i bassi, come quel rosso ingenuo che rimediò in una gara con la Juve per un fallo a centrocampo, o per una reazione su Belotti, ma anche diverse difficoltà nel riuscire ad esprimersi ai suoi livelli nei meccanismi della difesa alta di Vincenzo Italiano. Tante anche le problematiche fisiche con cui ha dovuto convivere nei due anni passati, così come gli ultimi due appuntamenti internazionali giocati con la sua Serbia non sono stati certo da ricordare, tra un Mondiale difficile (con tanto di due reti prese dalla Serbia per suoi errori sulla linea del fuorigioco) e un Europeo incolore. Insomma, le premesse su una sua crescita fino ai livelli da top player che sembravano esserci su di lui quando muoveva i primi passi da difensore della Fiorentina, col senno del poi, non si sono avverate. Milenkovic è rimasto un buon difensore, coi suoi punti di forza e altrettanti di debolezza. Ma con un ingaggio che nel frattempo è rimasto da ‘top’, tanto da indurre la dirigenza a cambiare rotta. Anche storie umane, dicevamo. Si perché Milenkovic, fino a pochi giorni fa era uno dei reduci di quello spogliatoio che dovette superare il lutto della perdita del capitano Davide Astori. L’altro è Cristiano Biraghi, che ha ereditato la fascia che portava Davide, coi gradi di capitano che a tratti ha ricoperto anche lo stesso Nikola. Dramma umano, tra l’altro, rivissuto dal serbo nei giorni della scomparsa di Barone. Di Milenkovic ha sempre colpito il garbo nelle relazioni, per cui si può tranquillamente dire che la Fiorentina ha ceduto un gran bravo ragazzo, attaccato alla maglia viola, a Firenze e alla Fiorentina, che forse come difensore poteva fare qualcosa di più, anche in virtù dei tanti soldi che percepiva di stipendio. Ma insomma, siamo sicuri che in un eventuale futuro incrocio con il Nottingham Forest, per lui non ci saranno fischi ma solo applausi. E dunque: ‘good luck Nihola’, e ovviamente ‘benvenuto Pongracic’.

Dica 33! Tra trentatré giorni la prima ufficiale della Fiorentina

I viola si avvicinano alla prima partita della nuova stagione

Domanda, secca, orsù: “trentatré, cosa vi viene in mente”? Così, su due piedi? Qualcuno di voi lo avrà già pensato:  ‘Trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando’, facile no? Poi, dirlo rapidamente, è un po’ più difficile, ma con un po’ di esercizio si può fare. Tra l’altro, ma perché erano trentatré? E perché entrarono a Trento trotterellando? Bho! A qualcuno sarà venuto in mente il ’33, gli anni di Cristo’, pensando a qualche zio o nonno che, a Natale, dinanzi alla Tombola (a proposito, ci si gioca ancora?), dava sfoggio del suo conoscere a memoria tutta la Smorfia. A qualcun altro sarà venuto subito in mente il numero che aveva Mario Gomez, ricordandosi di tempi in cui a Firenze ‘erano giorni di grandi sogni, erano vere anche le utopie’. Altri ancora avranno pensato a concetti matematici, terne pitagoriche o cose da cui ci teniamo volutamente alla larga. Non ci faremmo una gran bella figura. E poi, ancora, il ‘dica 33!’.Ecco, nel caso della Fiorentina 33 sono anche i giorni che mancano alla prima uscita ufficiale della stagione, a Parma, prima gara della Serie A 2024/25. Detto tra noi, ad oggi, se fossero 44 o 55, forse forse sarebbe pure meglio. Anche perché, se da una parte c’è da buttarsi alle spalle delusioni e scorie del recente filotto di finali perse, unite ai due ottavi posti in classifica che non hanno certo esaltato, dall’altra c’è un mercato che fin qui non ha eccitato. Diciamocelo chiaramente: la Fiorentina ha preso Kean (evviva Kean), magari prenderà Thorstvedt e forse pure Vranckx, chissà che non stia chiudendo proprio in queste ore, ma se ci fosse l’applausometro difficilmente si registrerebbero picchi altissimi. Fin qui, piuttosto che l’avvicinarsi della prima partita della nuova stagione scalda solo il gran caldo che fa.D’altronde, il proverbiale ed eccitante ‘chi si compra?’ da queste parti è ancora fermo al ‘Pradè è alla finestra’. Anche perché, come spesso accade nel calcio moderno, prima c’è da pensare al ‘chi si vende?’. Ed ecco che i vari Ikoné, Nzola, Sabiri e pure Amrabat sono in vetrina a prezzi di saldo al Viola Park, qualcuno nel retrobottega, altri in giro per il mondo con permessi e vacanze extra, sperando che un cliente passi di là, se ne innamori e porti denari alla Fiorentina. Poi c’è il ‘caso’ Milenkovic, paperone della rosa viola con un ingaggio da nababbo che la dirigenza venderebbe volentieri, sia per abbassare il monte ingaggi che per…abbassare il monte ingaggi, senza dimenticare la necessità di abbassare il monte ingaggi. Ovviamente stiamo facendo ironia, la stessa con cui vogliamo ribadire che alla prima partita ufficiale della stagione mancano 33 giorni. Pochi? Tanti? Decidete voi.Ad oggi, la prospettiva di presentarsi al Tardini sperando che Kean imbrocchi finalmente la stagione giusta, che per Sottil sia l’anno della consacrazione definitiva e che Mandragora disegni calcio in mezzo al campo, scaldano un pizzico poco. Almeno tra qualche giorno, in realtà non meno di una quindicina, torneranno a Firenze anche i due campioni del SudAmerica, Gonzalez e Quarta, mentre per Beltran ci vorrà quasi un altro mese. Praticamente, per la sfida coi ducali di Pecchia e forse anche per l’andata del playoff di Conference League, sono tutti a rischio, tra chi sarà in ritardo di condizione e chi sarà appena rientrato. Ecco perché, forse forse, anziché 33 giorni sarebbe meglio ne mancassero 44 o 55. Ma tant’è. Nel dubbio, se la dirigenza battesse dei colpi…l’attesa potrebbe diventare un po’ meno disillusa.

E se fosse l’estate di Bianco?

Il centrocampista potrebbe scalare le gerarchie viola

Col gol segnato l’altro giorno alla Francia, coi suoi 16 anni e 362 giorni, lo spagnolo Lamine Yamal è diventato il giocatore più giovane di sempre a segnare tra Mondiali ed Europei. Record che, tra l’altro, apparteneva in precedenza ad un certo Pelé. Premessa: se (al netto della bellezza del gol, che già di per sé meriterebbe ore di applausi) la cosa non vi fa emozionare, bhè, probabilmente rientrate nella categoria degli insensibili di cui anni fa parlava Buffon, e se vi guardate bene sotto al mento, quasi certamente vi troverete addosso un bidone dell’immondizia al posto del cuore. La ventata di gioventù portata dal fenomeno spagnolo, con le mille doverose e debite differenze del caso, chissà che non investa anche il calcio italiano, perché no anche la Fiorentina. Attenzione, nonostante il grande caldo di questi giorni non siamo stati (ancora) colpiti da deliri da colpo di calore. Non preoccupatevi: non vogliamo sostenere la tesi che, a guardarlo meglio, in effetti Ikoné ricorda un po’ Yamal; non diremo che Robben ricorda Cerci (cit.); non abbiamo intravisto in Kouame la tecnica dello spagnolo. Ma chissà che questa non possa essere l’estate di Alessandro Bianco. In fondo, il centrocampista cresciuto nel settore giovanile gigliato con cui ha vinto titoli a profusione, in confronto a Yamal è quasi ‘vecchio’, coi suoi 5 anni in più. E diciamocela tutta: Alessandro di nome, Bianco di cognome, che noia! Si fosse chiamato Alexander Biancovich o Alex Van Der Biancon, probabilmente giocherebbe già titolarissimo nella Stella Rossa o nell’Ajax, mentre alle nostre latitudini, a 22 anni, è ancora alla ricerca dell’occasione. Ma…c’è un ma. L’opportunità giusta potrebbe essere ora. Magari non quella da ultimo appello, ma sicuramente la chance da sfruttare. Come in una sorta di ‘Squid game’, infatti, i concorrenti di Bianco sono usciti dal gioco uno dopo l’altro: Arthur non riscattato dalla Juve (‘taac’); Maxime Lopez non riscattato dal Sassuolo (‘taac’); Castrovilli e Bonaventura svincolati (‘taac’); Duncan via a parametro zero (‘taac’); distanza tra Fiorentina e Wolfsburg per Vranckx (‘taac’); forte inserimento dell’Atalanta su Brescianini (‘taac’); Amrabat vuole solo la cessione (‘taac’); solo Mandragora tra gli altri centrocampisti a disposizione (‘taac’). E ok che la Fiorentina ha in pugno Thorstvedt, sempre che non ci piombi sopra in extremis l’Atalanta perché tanto, ormai, gira così, ma il giovane viola pare avere tutte le carte in regola per dire la sua. In fondo l’anno scorso è stato il miglior giocatore della Reggiana in B, ha caratteristiche che a questa Fiorentina mancano, ha già fatto esperienze in prima squadra giocando in Serie A e anche in Conference League, perciò non si capisce perché non possa essere meritevole di provare almeno ad ambire di poter stare stabilmente tra i calciatori che si alterneranno nella mediana viola. Anche perché, se poi devi andare dall’altra parte del mondo a prendere un Infantino qualunque o spendere milioni per chissà chi, forse forse… Attenzione, avviso ai naviganti: chi vi parla non sceglierebbe, ad oggi, Bianco anziché Jorginho, Torreira, Calhanoglu, Kroos, Modric o chi più vi pare e piace. Ma magari, tra i tanti nomi accostati alla Fiorentina, la possibilità che Bianco possa far bene al pari di un Bondo, un Vranckx o un qualsivoglia sconosciuto che, magari, ti costa anche svariati milioni, quella sì. O almeno la speranza c’è. Anche perché, diciamocelo chiaramente: non sembra esserci tutto sto granché nei nomi che vengono accostati alla Fiorentina per la mediana. Magari in queste ore, mentre vi stiamo parlando, Pradè e Goretti stanno lavorando sottotraccia per prendere Barella, Rodri o anche Frattesi, ma questo ci appare un po’ inverosimile. Chissà, insomma, che questa non possa essere l’estate di Bianco. E che poi, alla riprova dei fatti, magari anche dopo qualche partita sottotono e qualche errore che, coi giovani, va messo in conto, non possa diventare il faro del gioco della Fiorentina. Se non ora, quando?

Da Zaniolo a Colpani e (ancora) Berardi. E se Nico partisse?

Voci, rumors e indizi. Gonzalez potrebbe essere ceduto dalla Fiorentina

‘Nico resta al 99%’. Il punto di partenza è questo, ovvero quanto quell’1% possa ampliarsi o meno anche in ottica di eventuali offerte che (e se) arriveranno alla Fiorentina per l’argentino. Con quelle parole il ds viola Daniele Pradè disse tutto e niente, perché in fin dei conti nel calcio di oggi è così. Se arriva l’offerta monstre è quasi impossibile rifiutare, per qualsiasi giocatore. Quelli che hanno detto no, come l’Inter quando rifiutò ogni offerta per Skriniar o il Psg quando ha detto di no per Mbappè, alla fine sono rimasti col classico cerino in mano, perdendo calciatore e soldi, visto che sono andati via a parametro. Tornando a vicende di casa viola e quindi a Nico Gonzalez, voci e rumors su obiettivi di mercato accostati alla Fiorentina hanno fatto il resto.  INDIZI-COINCIDENZE-PROVE. ‘Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova’, diceva Agatha Christie. Nel caso in questione, il primo indizio sono state le parole di Pradè, il secondo l’insistenza con cui la squadra mercato viola ha trattato Nicolò Zaniolo prima, poi i rumors su Colpani che si sono fatti sempre più fitti e ancora le voci rilanciate nelle ultime 24 ore su un nuovo ammiccamento a Berardi, senza dimenticare quel nome sullo sfondo che ogni tanto ritorna, ovvero Gudmundsson. Magari è tutto un caso, ma potrebbe anche non esserlo. PRO E CONTRO. Premessa: ad oggi non risultano offerte di chissà chi per l’esterno argentino, tra l’altro impegnato in Coppa America con l’Argentina dove ha anche buone chances di vincere la competizione. Ma è molto probabile che qualcosa si possa muovere, soprattutto dal mercato inglese dove i quattrini non mancano. A maggior ragione se alzasse al cielo la Copa con l’albiceleste. L’anno scorso, nel dubbio, ha messo dentro 16 reti, perciò chi sia Nico Gonzalez è difficile non saperlo. Pro e contro, dicevamo. Che l’esterno sia uno dei pochi calciatori a disposizione ad oggi di Palladino in grado di poter fare la differenza, su questo non ci sono dubbi. L’altro era Bonaventura, che non è più viola al pari di Arthur, mentre cosa potrà essere Kean sarà tutto da vedere. Al tempo stesso, però, c’è da rifare in toto il centrocampo, per cui Gonzalez sarebbe uno dei pochi da cui poter far cassa per reinvestire in calciatori che facciano non tanto numero, quanto che permettano alla Fiorentina di fare il salto di qualità. Il tutto senza dimenticare la tattica. Palladino nelle prime dichiarazioni ha fatto intendere di prendere in seria considerazione l’idea di un assetto improntato sul 3-4-2-1. E quindi Nico? Magari come trequartista ci può anche stare, sì, ok. Ma c’è un altro problema: per rifare gran parte della rosa o la Fiorentina fa tutte operazioni fantasiose, tipo prestiti con diritto o pagherò, oppure tira fuori milioni e milioni. L’ideale sarebbe far cassa coi vari Ikoné, Nzola e Amrabat. Ma fin qui, a parte l’intenzione dello United di riportare a Manchester il mediano marocchino ma non certo per valanghe di milioni, quel tesoretto utile da poter investire per altri obiettivi non sta arrivando. E quindi…Il quesito torna e ritorna: e se Nico Gonzalez partisse? Intanto rumors e voci continuano a rincorrersi per tanti profili che sembrano così simili per caratteristiche e/o collocazione tattica a Nico Gonzalez. Sarà un caso?

Paradosso Milenkovic: ingaggio alto, rendimento no. E sul mercato…

Il difensore serbo della Fiorentina potrebbe finire sul mercato

C’era una volta un ragazzone serbo che, appena 20enne, prendeva e andava a muso duro con Gonzalo Higuain. Era il 2018, Nikola Milenkovic, per tutti a Firenze ‘Nihola’ (dove l’h diventa c ma è rigorosamente muta, tipo la ‘coca cola con la cannuccia corta’), stupiva per personalità, doti fisiche di marcatore difensivo e, soprattutto, prospettive. Mentre più volte il ds viola Corvino ha svelato di aver rifiutato mega offerte (da oltre 30 milioni, si mormora anche 40, da vari top club tipo lo United, ma non soltanto) per Milenkovic, negli anni la valutazione e il rendimento del difensore viola non hanno mantenuto le premesse. Il suo ingaggio, invece, è schizzato verso l’alto, tanto da essere il calciatore più pagato della rosa ormai dall’estate del 2022 quando il suo accordo col club di Commisso era in scadenza, l’Inter pressava per portarlo in nerazzurro, la Fiorentina non voleva privarsene a parametro zero e allora fu ‘costretta’ a tirare su gli emolumenti del difensore serbo per blindarlo. Il tutto per uno stipendio da oltre 3 milioni netti. Il rendimento sportivo di Milenkovic però, anziché andare a crescere è andato a calare. Con la sua Nazionale ha fatto un Mondiale in Qatar disastroso, mentre in questo Europeo non ha propriamente brillato. In maglia viola ha vissuto due/tre stagioni ben al di sotto della sufficienza. Sarà stato per la linea alta con cui Vincenzo Italiano amava far giocare la difesa della Fiorentina o per vari problemi fisici con cui Milenkovic ha dovuto convivere, fatto sta che il suo stipendio così remunerativo sta portato il club gigliato a fare delle doverose valutazioni. Premessa: un club ambizioso, come si è detto essere la Fiorentina per bocca del ds Pradè pochi giorni fa, non vende i propri migliori giocatori. Al massimo può valutare offerte monstre, a patto di reinvestire quei soldi per migliorarsi. Questa è la base, al netto di quello che riesce a fare l’Atalanta che vende a tantissimo, ricompra a poco e si migliora costantemente. Detto ciò, in un’estate in cui la Fiorentina deve rifare oltre mezza squadra, sacrificare una pedina che porti milioni pesanti può essere una strada. Certo, c’è chi spera di monetizzare dai vari Ikoné, Nzola e Amrabat, ma pensare di lasciar partire Milenkovic per una cifra congrua, in modo tale da alleggerire anche il monte ingaggi, potrebbe essere una ‘buona’ idea. O meglio, un’idea in linea con le logiche del calcio moderno e con le politiche aziendali della Fiorentina di Commisso. Avrebbe sicuramente più senso che cedere Kayode, che potrebbe ancora crescere, mentre Gonzalez è uno dei pochi che nelle corde potrebbe far ‘fare la differenza’. Premessa bis: Milenkovic non è in vendita, ma poco ci manca. Con la difesa a tre da cui ripartirà Palladino potrebbe tornare a suo agio, magari con meno campo da dover coprire alle spalle ma potendo sfruttare le sue doti di marcatore, ma resta quel pesante ingaggio, troppo pesante, quasi fuori parametri per la Fiorentina. Il nodo Milenkovic, dunque, c’è. E andrà sciolto. Intanto occhio a Theate, che dopo il dietrofront con l’Arabia potrebbe tornare di gran moda per la Fiorentina. Ripartire da un poker di centrali composto da Milenkovic, Theate, Ranieri e Quarta sarebbe un bel ricominciare. Sempre che il gigante serbo torni a fare la differenza, in positivo s’intende.

Ritiro al via: Amrabat, toh chi si rivede?! Forse; anzi no

Il marocchino non è tra i convocati. Si spera nei soldi dello United

Ultimo weekend di ferie, poi la stagione della Fiorentina ricomincerà. Raduno previsto per lunedì al Viola Park, coi primi test fisici e le visite mediche, poi si inizierà a fare sul serio. E sarà per il caldo, o perché tutti a pensare a ‘chi si compra?!’, ma da qualche notte dormire a Firenze si è fatto più difficile. I sonni e i sogni dei tifosi viola, infatti, sono in questi giorni costantemente disturbati da un pensiero, ansioso, terrificante, un incubo: ‘ma Sofyan Amrabat va, torna, resta?’. Chi sperava che il centrocampista marocchino varcasse da subito i cancelli del Viola Park, bello carico, determinato e pronto a mettersi a disposizione del neo tecnico Raffaele Palladino, magari con annessa firmetta su un rinnovo per più anni rispetto ai dodici mesi che gli restano di contratto con la Fiorentina, può tranquillamente girarsi dall’altro lato e continuare coi suoi sonni/sogni beati, quelli in cui spesso ci si immagina al fianco di Elisabetta Canalis, su un’isola deserta o coi milioni di euro vinti al Superenalotto. Intanto, con la lista dei convocati diramata oggi dalla Fiorentina, si sono avute le prime risposte: Amrabat non c’è. La società, infatti, gli ha concesso una settimana di vacanze in più avendo giocando con la sua Nazionale. Ma lo scenario sembra chiaro: da qui al 15 luglio Pradè, Goretti e gli altri dirigenti viola si attaccheranno al telefono con l’Inghilterra sperando che lo United tiri fuori un po’ di grana. Quanta? Importa fino ad un certo punto, visto che il suo contratto è in scadenza tra un anno e la volontà di andare via da Firenze è ormai cosa nota. Una cosa è altrettanto chiara: la speranza della Fiorentina è di non restare sotto scacco di Amrabat anche quest’estate. Il centrocampo è da rifare, serve capire quanti soldi ci sono da poter spendere e se il mediano marocchino va, non va, porta denari oppure no. Possibilmente in fretta. In questo momento ancor di più, visto che Palladino lunedì avrà come centrocampisti Mandragora, Amatucci, Bianco e un paio di tifosi a sorteggio. Non proprio il massimo. Insomma, non c’è tempo da perdere, né tanto meno da inseguire un Amrabat che, con grande probabilità, se non passasse allo United da qui a pochi giorni potrebbe assumere i gradi di disertore, perché figurati se Sofy si presenta in ritiro. Di precedenti ce ne sono, anche più illustri e/o piuttosto ‘fantasiosi’. Dai certificati medici di Bernardeschi, povera stella, impossibilitato a raggiungere la squadra poiché afflitto da persistenti problemi intestinali, guarda caso improvvisamente svaniti nel momento in cui la Juventus fece l’offerta da 40 milioni che lo portò a Torino, fino alla querelle Nikola Kalinic, a sua volta disertore tra certificati medici e una presunta rapina in patria e poi, anche lui, finito altrove, al Milan. Almeno Juan Manuel Vargas a Moena si presentò, 7 chili sovrappeso ma si presentò, tra l’altro facendo fallacci un po’ su tutti e venendo rispedito a Firenze dove sotto la ‘guardia’ di Vincenzo Guerini correva ogni giorno ai 40 gradi dei campini. Poi ci fu David Pizarro, al centro di un tira e molla acceso e serrato con la dirigenza viola per cui non si capiva se il Pek c’era o meno, se sarebbe rimasto o meno, se sarebbe partito col resto della squadra per Moena oppure no. Alla fine tutto rientrò, e Pizarro salì sul pullman. Veretout, invece, voleva andare a Roma a tutti i costi, e per tutto il ritiro non fece altro se non cyclette a Moena per farsi mandare via. Ben più celebri erano le ore, anzi i giorni, o meglio le settimane in cui ogni santa estate a Firenze non si sapeva se Batistuta sarebbe tornato o meno. Poi Vittorio Cecchi Gori metteva mano al portafogli, ritocchino dell’ingaggio, ed ecco che l’argentino tornava in tutto il suo splendore. Tornando ad oggi, il riassunto potrebbe semplicemente essere ‘Amrabat, toh chi si rivede?! Forse; anzi no’. Con un titolo: ‘In attesa che Sofy parta’. Perché tanto, quando ‘testa di calciatore è buona solo per portare cappello’, c’è ben poco altro da fare. E visto che Amrabat se la sente così tanto, per cui la Fiorentina è troppo poco per lui, che vada, non c’è alternativa. Il calcio moderno, d’altronde, funziona così.

Calendario Serie A: il vademecum del tifoso viola

Il cammino della Fiorentina nella prossima Serie A

Che siate del partito del ‘tanto si devono affrontare tutte’ o che siate già lì a fare il conto di quanti punti farà la Fiorentina nelle prime tot giornate, col sorteggio del calendario di Serie A inizia ufficialmente la nuova stagione.  Vademecum utile, punto numero uno: vietato dire ‘qui c’è il calendario facile’ perché ha sempre portato male, soprattutto quando la Fiorentina era in zone alte della classifica e aveva dinanzi a sé partite contro le ultime in classifica, puntualmente anziché fare bottino pieno è inciampata rovinosamente. Vi ricordate la partita con l’Empoli l’anno scorso a Firenze? O ancora i punti lasciati a gennaio, quando la squadra di Italiano era quarta in classifica ma fece con Sassuolo, Empoli, Udinese e Lecce la bellezza di 2 punti? Ecco, meglio evitare.  Punto numero due: non è vero che ‘tanto si devono affrontare tutte’. Cioè, lo è, ma solo in parte. Perché trovare nelle ultime partite stagionali squadre che magari sono in lotta per salvarsi, già salve e senza obiettivi o già retrocesse, sposta eccome. Così come può incidere il trovarsi a ridosso di un playoff di coppa, come nel caso della Fiorentina che dovrà giocare lo spareggio per entrare in Conference League, squadroni o squadrette. Punto numero tre: segnarsi sul calendario quando ci sarà la partita con la Juventus, andata e ritorno, può essere buona abitudine. E se, in caso, qualcuno vi dirà che siete provinciali, nel dubbio  può essere utile tenersi pronto un bello e sonante ‘e chi se ne frega?!’. Detto tutto ciò, pronti, via, la gara che inaugurerà la Serie A dei viola sarà al Tardini col Parma. Quindi ci sarà il Venezia e poi il Monza, entrambe al Franchi. Quindi, per chi lo stesse pensando, ‘shhhh! Era il punto numero uno’! I viola, dunque, se la vedranno con due neopromosse. In mezzo alle sfide con ducali e lagunari ci sarà il playoff d’andata di Conference League, mentre quello di ritorno sarà in mezzo alle gare con Venezia e Monza. Se poi, il ritorno europeo, la Fiorentina lo dovesse giocare in casa, questo sarebbe il top non dovendo mai spostarsi neppure per il viaggio in chissà dove. Dopo il Monza, gara tutta speciale per Raffaele Palladino, ci sarà la prima sosta per le Nazionali.  Quindi il lungo sfilatino di partite, con la sfida all’Atalanta di Gasp e Zaniolo già in programma a Bergamo alla quinta giornata, per sfidare poi alla sesta la Lazio, alla settima il derby in trasferta ad Empoli, poi il Milan a Firenze. Quindi altra sosta, per riprendere con Lecce fuori e Roma in casa, mentre nel turno infrasettimanale di fine ottobre ci sarà la trasferta col Genoa, quindi quella col Toro. A novembre la Fiorentina sfiderà anche Verona in casa e Como fuori, magari ritirando fuori quel vecchio striscione ‘voi comaschi, noi con le femmine’, che però oggi avrebbe un vago sapore discriminatorio. A inizio dicembre ci sarà l’Inter a Firenze. Poi il Cagliari fuori ed ecco il Bologna dell’ex Vincenzo Italiano al Dall’Ara. Quindi Udinese in casa e…alla diciottesima Juventus-Fiorentina (-‘aspetta, me lo segno, il 29 dicembre…ah guarda, per capodanno’ – ‘oh provinciale’ – ‘e chi se ne frega!’-; come da punto numero tre di cui sopra). L’ultima d’andata, invece, sarà col Napoli, gara che inaugurerà il 2025 della Fiorentina. Poi si andrà con il calendario asimmetrico, o quello che è. Senza rifare tutto lo sfilatino, segnaliamo la sfida del cuore per Palladino, alla prima di ritorno cioè alla ventesima giornata, a Monza, mentre Fiorentina-Juventus sarà a metà marzo, per la 29° giornata. Il ritorno con l’Empoli, che lo vediate come un derby oppure no, sarà in programma per la 34° giornata a fine aprile, mentre nelle ultime 4 giornate la Fiorentina se la vedrà con Roma fuori, Venezia fuori, Bologna in casa (quindi col ritorno da ex di Italiano) e Udinese fuori.  Pronti? Via. All’inizio delle ostilità mancano da oggi 44 giorni, o 45 se la Fiorentina giocherà di domenica. In bocca al lupo Fiorentina.

Cercasi gigante per l’attacco di Palladino

Da Lucca a Dallinga e Pinamonti, la Fiorentina cerca un nove vecchio stile

Un gigante per Palladino. La missione affidata al ds viola Daniele Pradè per quanto riguarda il numero nove sembra ormai chiara: dare al tecnico della Fiorentina un centravanti di stazza e centimetri. Oltre a Kean, s’intende, con l’ex Juventus che potrebbe anche andare a ricoprire una casella di esterno d’attacco. Il tutto al netto delle mille variabili del caso, tra cui la collocazione tattica di Beltran, la partenza di Nzola, Ikoné, perché no anche Kouame e/o Amrabat. Quest’ultimi non c’entrano niente con la casella di centravanti, ma tra il venderli e non farlo ci corrono diversi milioni da poter o meno investire. Basti pensare che Dallinga, centravanti del Tolosa, costa 25 milioni mentre Lucca ne costa 15, con l’aggiunta che per Kean ne sono già stati spesi 13 + altri 5 eventuali e futuri di bonus. Ma tornando agli aspetti meno economici e più calcistici, il fascino del centravanti classico sembra essere tornato di grande attualità, sia nel calcio in generale che per quanto riguarda la Fiorentina stessa. In teoria anche con Italiano era stato fatto il tentativo di alternare un centravanti fisico e uno più mobile. Se in principio c’era Vlahovic, dopo la sua cessione arrivarono un nove classico come Cabral che si alternava con Piatek,  poi fu la volta di Cabral e Jovic, quindi di Nzola e Beltran, con l’innesto a gennaio anche di Belotti. Nessuno di questi, tuttavia, ha funzionato granché. Adesso, con l’arrivo di Palladino, la caccia al nove di centimetri è ripartita, su input dello stesso neo tecnico della Fiorentina. Come detto, in questo momento le strade che sembrano essere le più sondate dalla dirigenza viola sono due: Thijs Dallinga, alto 1,90 e Lorenzo Lucca, che supera i 2 metri. Poi, ma più defilato, c’è un altro ragazzone che di professione fa il centravanti, Andrea Pinamonti, alto ‘solamente’ 1,85. Certo, tra l’uno, l’altro e l’altro ancora ci possono essere, anzi ci sono, tutte le differenze del caso. Thijs Dallinga, punta olandese del Tolosa, ha feeling con il gol e la scorsa stagione ha realizzato 14 gol in Ligue 1, 4 in Europa League e uno in Coppa di Francia per un totale di 19 reti che si sommano alle 18 dell’anno precedente, sempre in Francia. A frenare sono i 25 milioni chiesti dal club di appartenenza, ma per il resto sarebbe un profilo ideale. Per quanto riguarda Lucca, dopo i gol segnati al Pisa in B e il disastroso capitolo in Olanda all’Ajax, quest’anno a Udine si è ritrovato, anche se molti tifosi viola ricorderanno come in quel match d’andata si sia mangiato un gol praticamente a porta vuota. Per lui 8 gol e 4 assist, non male, quasi il triplo di Nzola, che in questa Serie A si è fermato a 3 miseri gol. A livello di esborso l’Udinese lo valuta 15 e la Fiorentina non vorrebbe andare oltre i 12 milioni. I bonus potrebbero fare la differenza. In terza ruota c’è Pinamonti, altro profilo che piace da tempo a Pradè, ma che negli ultimi giorni è un po’ uscito dai radar, che il Sassuolo valuta tra 15 e 20 milioni. Se pensiamo al futuro, nei casi di Dallinga e Lucca il valore economico potrebbe schizzare verso l’altro, mentre nel caso di Pinamonti questo sarebbe tutto da vedere. La pista Retegui, invece, è ormai naufragata visti i 30 milioni che il Genoa vorrebbe per l’italoargentino. Resta una semi certezza: oltre a Kean, Palladino vuole un gigante per il suo attacco, come aveva fatto a Monza con Djuric, che tutto sommato ha funzionato visto il rendimento dell’ex Hellas, in gol 4 volte in meno di metà stagione, tra cui anche alla Fiorentina, come da tradizione. A Pradè il compito di trovarlo e, soprattutto, prenderlo.

È Kean la grande punta di cui parlava Pradè?

L’attaccante ex Juve arriva alla Fiorentina con non poco scetticismo

Nella storia recente dei numeri nove della Fiorentina c’è un prima e un dopo Vlahovic. Considerando solamente l’era Commisso, con dunque Daniele Pradè come ds, prima (e durante) del serbo le punte che si sono avvicendate alla Fiorentina sono state Kouame, Cutrone, Boateng, Pedro (anche se in prima squadra non si è praticamente mai visto) e Kokorin. Nel dopo Vlahovic, invece, ci sono stati prima Piatek e Cabral, poi Jovic e Cabral, quindi Beltran, Nzola e Belotti. GOL/SOLDI.  Inutile sottolineare come sul centravanti la Fiorentina abbia commesso errori in serie, almeno considerando l’aspetto sportivo/tecnico. Dal punto di vista economico, invece, tutto sommato non sono stati fatti disastri: se la cessione di Vlahovic ha portato in dote 80 milioni (circa), Jovic è stato pagato 2,5 milioni, cioè l’ingaggio, Piatek costò 1 milione di prestito oneroso più altrettanti per l’ingaggio, Kouame venne preso per poco meno di 14 milioni (ma potrebbe essere ceduto per circa 10), Pedro costò 14 ma venne rivenduto a quasi la stessa cifra, Cabral costò 16 milioni ed è stato rivenduto a 25, Kokorin fu pagato 4,5 milioni per un ingaggio netto da 1,7 (spesa da cui non è rientrato nulla), Belotti è costato un paio di milioni tra prestito e ingaggio, Boateng costò un paio di milioni tra ingaggio e cartellino, Cutrone fu un prestito mentre gli investimenti per Nzola e Beltran sono costati 14 e 25 milioni (circa, andrebbero tolti vari bonus). Ora sarà la volta di Moise Kean, che costerà circa 18 milioni di euro tra parte fissa e bonus, più oltre 10 netti di ingaggio per 5 anni. Riassumendo, facendo i ‘conti della serva’ (dovrebbero essere considerati ammortamenti, bonus, risparmi da decreto crescita, plusvalenze, commissioni etc), con la spesa per l’innesto di Kean i soldi incassati per Vlahovic termineranno. Considerando tutte le competizioni, i gol che i vari attaccanti che si sono alternati alla Fiorentina hanno messo a referto sono stati 75 (19 Cabral, 13 Jovic, Kouame 10, Nzola 7, Beltran 10, Belotti 4, Kokorin 0, Pedro 0, Boateng 1, Cutrone 5, Piatek 6). Se si considera solamente le reti segnate in Serie A il conto scende a 44. IL GRANDE ATTACCANTE (?). Come detto, da adesso toccherà a Kean. Il classe 2000 è il grande attaccante di cui parlava Pradé qualche giorno fa? Tutto ruota su questo interrogativo. Al netto dei costi, comunque importanti visto che il suo acquisto costerà quasi come quanto la Fiorentina spese per Gilardino o Simeone e poco più di Nzola, lo score di Kean è tutt'altro che entusiasmante. L'anno scorso, ad esempio, ha chiuso a 0 reti. Ok i problemi fisici e un gioco come quello di Allegri tutt'altro che offensivo, ma 0 sono pur sempre 0. Tutti i discorsi cambierebbero se Kean fosse il 'sostituto' di Nzola o Kouame, cioè o l'ala o la punta più o meno titolare, ma non la certezza a cui affidare la cura al mal di gol dei numeri nove che la Fiorentina ha da anni. Ma la Fiorentina ha in mente di andare a prendere un altro grande attaccante? Come detto il nodo sta tutto qui. Il tempo ne dirà di più. In ogni caso: ‘Kean è della Fiorentina, evviva Kean’, sperando che non sia un altro Nzola, o più in generale un altro nove sbagliato .

Accuse ed affari. Kean quinta operazione Fiorentina-Juve con Commisso

Nemici a parole e negli ideali, ma spesso al tavolo delle trattative

Dal primo giorno in cui Rocco Commisso ha messo piede a Firenze non ha mai lesinato stoccate e stecche alla Juventus. STECCHE. Tra le prime dichiarazioni ci fu il “non è bello per il calcio italiano che in Italia vinca sempre la Juventus”, passando per le accese polemiche di un post Juventus-Fiorentina 3-0 in cui il patron viola si scagliò contro Nedved “il the se lo beva lui”, assieme a “la Juventus non ha bisogno di aiuti per vincere”, oltre a quelle frasi sugli Agnelli riportate dal Financial Times: “Il prezzo delle azioni del club è sceso di circa un terzo nei giorni successivi alla notizia dell’indagine (della Covisoc, ndr). Se gli stessi eventi si fossero verificati in una società quotata negli Stati Uniti, gli azionisti che avevano subìto perdite farebbero causa a quei farabutti”. Il tutto tra “un povero immigrato ha dovuto finanziare gli Agnelli vendendo un giocatore a rate” nei giorni in cui Chiesa passò alla Juventus fino al “meglio che non parlo della Juventus” di un anno fa, quando al patron viola venne chiesto un commento sulle indagini relative all’operato del club juventino e sui debiti accumulati dalla gestione Agnelli, oltre a varie stecche riservate all’operato dei dirigenti bianconeri nell’opera di convincimento su Vlahovic. Se questa è storia, l’altro aspetto dei controversi rapporti tra Commisso e la Juventus si intreccia anche sul mercato. ACCORDI E ‘FAVORI’. Mentre da Firenze a Torino sono passati Chiesa e Vlahovic, il percorso inverso lo hanno fatto di recente Mandragora e Arthur. Il prossimo a farlo sarà Kean. Nel caso delle uscite la Fiorentina ha fatto cassa, e lo ha fatto agevolando le esigenze della Juventus attraverso formule di cessione particolari: Chiesa passò in bianconero con la formula del prestito oneroso biennale (3 milioni il primo anno, 7 il secondo) e riscatto a 40 milioni di euro che sarebbe diventato obbligo al realizzarsi di una delle tre seguenti condizioni nei due anni di permanenza in prestito del giocatore: il piazzamento della Juventus tra le prime 4 in Serie A, il raggiungimento del 60% delle presenze totali (con il giocatore in campo per almeno 30 minuti) oppure il raggiungimento di 10 gol e 10 assist. A queste cifre andavano aggiunti ulteriori 10 milioni di bonus. Vlahovic, invece, è stato ceduto per 70 milioni di euro pagabili in tre esercizi, con 10 milioni di bonus legati al raggiungimento di crescenti obiettivi sportivi. Rolando Mandragora ha fatto il percorso inverso arrivando in viola a titolo definitivo per 8,2 milioni di euro pagabili in tre esercizi, cifra che poteva essere incrementata, nel corso della durata del contratto di prestazione sportiva del calciatore, per un importo non superiore a € 1,0 milioni, al raggiungimento di specifici obiettivi sportivi. Poi è stata la volta di Arthur, preso in prestito ‘a fronte di un corrispettivo di € 2 milioni, oltre a premi fino ad un massimo di € 2 milioni al verificarsi di determinati obiettivi sportivi. Inoltre, l’accordo prevedeva la facoltà da parte della Fiorentina di acquisire a titolo definitivo le prestazioni sportive del calciatore; il corrispettivo pattuito per la cessione definitiva era pari a € 20 milioni, pagabili in tre esercizi’. Nel corso dei mesi, tuttavia, lo stesso agente di Arthur ha più volte fatto intendere che quel diritto di riscatto fosse solamente qualcosa ‘di facciata’. Sarebbe stato difficile, infatti, trovare un accordo tra il calciatore e la Fiorentina per un ingaggio fuori dai parametri viola. Quindi, in sostanza, la Fiorentina ha ‘ridato vita’ ad un calciatore che veniva da due anni senza giocare, pur sapendo che non lo avrebbe mai potuto far divenire un giocatore di sua proprietà. La Juventus, adesso, si ritrova un Arthur che dovrà piazzare altrove, ma che nella prima parte di stagione a Firenze aveva dimostrato di essersi ritrovato. E quindi un nuovo capitolo: Kean. QUINTA. L’operazione che porterà Kean in maglia viola sarà la quinta tra la Fiorentina di Rocco Commisso e la Juventus. La Juve punta a incassare 15-16 milioni; il club di Commisso, dopo la prima offerta da 10, è salito a 12. La distanza verrà colmata o lasciando ai bianconeri una percentuale sulla futura vendita o attraverso dei bonus. Perché a questo giro Kean non è solo un rumor, ma qualcosa di molto di più. Ironia della sorte: gol fatti da Moise Kean l’anno scorso? 0. E non c’è molto da ridere. Che abbia mezzi e potenzialità è fuori discussione. A livello di testa, invece, ha mostrato più di qualche punto debole negli anni. Diciamo così: se Kean è il grande centravanti di cui parlava Pradè qualche settimana fa…qualche dubbio sorge. DALLA JUVE ALLA FIORENTINA. Belli i tempi del ‘la mia proprietà non mi ha autorizzato a fare trattative con la Juventus’, frase di Daniele Pradè di ormai più di 10 anni fa. Erano quelli i giorni in cui da Torino volevano Jovetic, lo tentavano, lo spinsero a fare un’intervista alla Gazzetta in cui diceva che voleva andare altrove. Poi scese in piazza Andrea Della Valle, disse di no, e alla fine lo mandò al City. Ma non alla Juve, neppure in cambio del mitologico ‘mezzo Marrone’. La storia, poi, è cambiata col ritorno di Pantaleo Corvino, che prese Marko Pjaca con quella formula del tutto pro-Juve, prestito oneroso con diritto di riscatto e controriscatto a favore dei bianconeri. Ma poi si è capito perché, vista la gestione del Corvino bis a Firenze. Tornando ancora più indietro, da Torino sono arrivati negli ultimi vent’anni Maresca, Blasi, Amauri, Almiron, Zanetti, Balzaretti, Marchionni, Miccoli e Mutu, in parte anche Chiellini, che in viola arrivò a metà tra Fiorentina e Juventus quando ancora c’erano le compartecipazioni e Caceres, arrivato da svincolato. Qualcuno ha funzionato, altri un po’ meno. Ovviamente non ci siamo dimenticati di chi, invece, ha avuto ben altro impatto sulla piazza viola provenendo da Torino: Torricelli, Di Livio, Claudio Gentile, Buso, Cuccureddu, Massimo Orlando, Luppi e pure Hamrin (via Padova). Senza dimenticare i trascorsi bianconeri di Trapattoni e anche Prandelli, oltre che dello stesso Raffaele Palladino. Ora toccherà a Kean. La speranza è che il buon Moise, per quanto ‘gobbo’ e proveniente da quella Juventus definita più volte dallo stesso Commisso come nemica, rispetto a molti suoi recenti predecessori possa far meglio.

Il fattore ‘C’ di Spalletti, quello ‘non C’ di Italiano e…Palladino?

Inizia l’era di Palladino, sperando sia più fortunata di quella di Italiano

Meglio un allenatore bravo o uno fortunato? Se Napoleone fosse presidente non avrebbe dubbi, opterebbe per il secondo, come faceva coi suoi generali. Ecco, dunque, che dopo aver sofferto le pene dell’inferno e quando ormai sembrava tutto già finito per l’Italia, Luciano Spalletti ha strappato il pass per gli ottavi di un Europeo allo scadere, con un eurogol di Zaccagni post eurogiocata di Calafiori. E non se ne offenda il ct azzurro se diciamo che coi croati ha avuto un gran fattore C. E la mente di chi tifa Fiorentina, al netto che abbia esultato o imprecato ieri al gol dell’azzurro con la Croazia, corre subito a come Vincenzo Italiano spesso e volentieri, proprio allo scadere, abbia invece quasi sempre perso le partite che contavano. Da Bowen col West Ham al El Kaabi con l’Olympiacos passando per i gol dell’Atalanta in Coppa Italia, il finale è sempre stato più o meno lo stesso, con più o meno demeriti dell’ormai ex tecnico della Fiorentina che proprio fortunato non lo si può certo definire. E vabbè, da oggi in poi sarà un problema del Bologna. Nel dubbio, avessimo bisogno di due numeri al lotto potrebbe essere una buona idea evitare i consigli del ct della Croazia, che ha preso due gol al 100’ con Albania e Italia. Lui, proprio fortunato non ci sembra. E poi c’è Palladino. Che rapporto avrà il neo tecnico viola con la buona sorte? Essersi trovato al posto giusto nel momento giusto può essere un indizio. In fondo Palladino allenava la Primavera del Monza e si è trovato subito in Serie A perché Stroppa perdeva sempre, mentre Italiano è dovuto partire dai dilettanti, chissà che non sia un caso o un segnale. E non veniteci a dire che la fortuna o la sfortuna non esistono…Al limite potremmo accettare che il cu_o non sia così determinante, che dietro ci possa essere stata la mano divina o che semplicemente doveva andare in quel modo, a seconda che siate particolarmente credenti o fatalisti. Poi, però, ricordatevi che  centrare quei pochi centimetri di un palo sui 7,32 per 2,44 metri di porta che diventa palo-gol o palo fuori, trovare una deviazione che ti aiuta o una che ti sacrifica, un peso nello scrivere la storia lo hanno. Certo, ripensandoci, quel pallone arrivato a Zaccagni assomigliava tanto a quello che era arrivato a Kouame con l’Olympiacos, ma Zaccagni non è Kouame. E si è visto. Ecco perché, forse forse sì la fortuna e la sfortuna, i meriti e i demeriti, ma in fin dei conti la qualità ha ancora un suo peso specifico. Riassumendo, la speranza è che Raffaele Palladino, oltre che bravo, sia pure fortunato, o almeno un po’ più del suo predecessore, così come che la dirigenza gli metta a disposizione dei calciatori un po’ più di qualità. In fondo è il giusto mix che permette di fare risultati.

E se Kayode…

Tottenham in pressing, tenerlo o cederlo sarebbe un segnale

Probabilmente ci sarà già qualcuno pronto col classico ‘Kayode? Per x milioni ce lo porto io’. D’altronde ormai, nel calcio moderno in cui i bilanci e le plusvalenze eccitano come un gol al novantesimo, è diventata prassi pensarla così. Non per tutti, sia chiaro. Sicuramente questo è il ‘mood’ che caratterizza Rocco Commisso, da sempre attento alla sostenibilità dei conti nonostante abbia un patrimonio enorme, perché Rocco è ricco, sì, ma la Fiorentina no. D’altronde i ricavi del club quelli sono, e senza infrastrutture o la Champions quelli resteranno. Certo, se poi quando sei quarto a inizio gennaio e prendi Faraoni e Belotti, giochi un mese coi soli Ikoné e Brekalo come esterni d’attacco, sarà difficile riuscire ad aumentare le entrate, ma questa è un’altra storia. La filosofia di Commisso, tuttavia, è sempre stata chiara, piaccia o meno. Basta ripensare all’elogio delle vendite di Vlahovic e Chiesa e ai confronti col rendimento di Cabral e Jovic, ma anche questa è un’altra storia. Tornando a Kayode c’è un altro aspetto da tenere in considerazione. Non tanto che il Tottenham potrebbe mettere sul piatto tra i 40 e 50 milioni di euro per un ragazzo che un anno fa nessuno conosceva, che ha fatto una sola stagione tra i professionisti, che in teoria era il ‘vice Dodo’ etc etc, ma quanto che Kayode è il primo prodotto della filosofia dei giovani del Viola Park. La Fiorentina ha sempre detto che l’obiettivo del centro sportivo di Bagno a Ripoli era quello di formarsi in casa dei giovani su cui poter creare un grande futuro. Se il primo che esordisce, fa bene e si afferma venisse venduto alle prime sirene di mercato… Se Kayode partisse sarebbe difficile da spiegare. Non tanto perché in fin dei conti è un terzino, mica un centravanti che ti fa chissà quale differenza, non perché porterebbe una plusvalenza monstre da poter reinvestire sul mercato (per prendere un centravanti che faccia la differenza, visto che tutti gli altri presi dal dopo Vlahovic sono stati dei flop), non perché la sua valutazione potrebbe aumentare ancora e non di poco, non perché col caos del restyling del Franchi ci sarà un calo di entrate (stimabili in pochi milioni di euro, val bene ribadirlo), ma perché potrebbe dare l’idea che l’investimento sul Viola Park non abbia come obiettivo altro se non il formarsi dei giovani da poter vendere, quindi incassare. Cioè, e l’aspetto sportivo? Argomentazione che già ad oggi è abbastanza borderline, ma che potrebbe esplodere in caso di cessione dell’esterno classe 2004. Si mettano l’anima in pace quelli del ‘Kayode? Per x milioni ce lo porto io’. A questo giro la cessione del terzino potrebbe rivelarsi un boomerang. Molto di quanto detto potrebbe cambiare se arrivassero nomi altisonanti coi soldi di Kayode, ma nell’era Commisso quasi mai sono stati ben reinvestiti i soldi entrati da cessioni eccellenti. E anche questa è un’altra storia. Cosa farà, dunque, la Fiorentina? Domanda lecita, ai posteri la classica ardua sentenza.

Jorko che fai? Vai o…vai?

Ikoné tentenna sull’offerta dal Qatar

Che tu faccia il calciatore o il procuratore, il presidente o il direttore sportivo, da un paio d’anni a questa parte sai già che quando suona il cellulare con un numero arabo è meglio rispondere. Per un intermediario potrebbe essere l’occasione della vita con commissioni da sballo, per un calciatore di farsi una discreta pensione, ma anche per i club di poter incassare cifre fuori mercato da reinvestire. Ovviamente ci sono poi tutti quei discorsi legati al ‘Dio denaro’, alle dittature, ai valori etc etc, giusto, per carità, ma questa è un’altra storia. In tutto ciò c’è chi come la Fiorentina è lì che aspetta e chi come Daniele Pradè spera che Jorko Ikoné dica sì al Qatar, all’Al-Duhaill, per liberarsi di un calciatore che ormai si è capito cosa è e cosa può dare, ma che potrebbe portare in dote 15 sonanti milioni di euro che permetterebbero alla società viola di fare plusvalenza e soprattutto di poter avere un po’ di denaro per ricostruire una rosa che ha bisogno di un restyling enorme. E se fin qui quasi tutti i calciatori hanno fatto battaglie, alimentato tensioni e in alcuni casi anche rotto coi propri club per andare in Arabia o Qatar, eccolo lì il bastian contrario, proprio lui, Jorko, che in Qatar o Arabia non vorrebbe andarci perché in attesa di eventuali offerte dal calcio europeo. ‘E ti pareva?’. Fin qui, specifica da fare, Ikoné ha solamente preso tempo. Si ma quanto? Si mormora che Pradè sia in contatto continuo con tutte le compagnie aeree che volano sul Qatar perché non sia mai, se Jorko dovesse dire di sì, che non ci sia posto sull’aereo e poi possa avere il tempo di ripensarci, che nel frattempo, da qualche giorno il povero Ikoné si stia trovando ogni giorno le gomme dell’automobile a terra e che sul suo cellulare continuino a spammare pubblicità ‘Visit Qatar’, maledetti algoritmi! Battute a parte, fin qui…c’è attesa.   All’Al Duhaill, l’ingaggio di Jorko passerebbe da 1,5 a 3 milioni di euro e tra l’altro ritroverebbe Galtier, tecnico che aveva al Lille quando illuminava le serate di Champions League con le sue falcate, libere, spensierate (ci stiamo provando anche noi…). Si perché, se la Fiorentina si è detta ‘fortemente ambiziosa’ , è ai limiti dell’inimmaginabile che possa ripartire con Ikoné. D’altronde, ormai si è capito chi sia e cosa possa dare il francese, così come che Nzola non faccia al caso della Fiorentina. E anche nel caso dell’angolano, se in Qatar o Arabia Saudita avessero bisogno di un goleador implacabile…Qualcosa si era mosso proprio da quel mercato a gennaio scorso, così come su Ikoné è ormai un anno che circolano rumors che lo vorrebbero nel mirino di quello o quell’altro club arabo. Ma fin qui non se n’è mai fatto di nulla. Poi c’è Amrabat, su cui la Fiorentina spera di incassare qualcosa di sostanzioso. Ma anche lì, ‘vattelo a pesca’, visto che il marocchino ha spesso fatto capire di non voler andare in Arabia. Insomma, la Fiorentina è in attesa e spera che arrivino dei ‘sì, andiamo in Arabia’ o ‘sì andiamo in Qatar’. D’altronde, è difficile immaginarsi altri mercati che possano mettere sul piatto 15 milioni per Ikoné, altrettanti o anche poco meno per Nzola e che strapaghino Amrabat ad un anno dalla scadenza del contratto. E ce ne sarebbe un gran bisogno, non tanto per alimentare il virtuosismo dei bilanci o della sostenibilità economica della Fiorentina, ma perché ogni milione per dei calciatori che sono in uscita farebbe comodo, eccome.

Occhi sui retrocessi. Non sempre hanno funzionato (ma neanche mai)

Nel mirino della Fiorentina alcuni calciatori del Sassuolo

Non è la prima volta che la Fiorentina cerca innesti da squadre retrocesse, e non sarà l’ultima. E se in casa Salernitana c’era e c’è ben poco da poter prendere, con l’unica eccezione che poteva essere quel Dia che, guarda caso, la dirigenza viola ha provato più volte a portare a Firenze, idem dicasi per il Frosinone, con quasi tutti i talentini dei ciociari che erano in prestito eccezion fatta per quel Brescianini che, anche qui non a caso, è da diverse settimane accostato proprio alla Fiorentina, in forza al Sassuolo ce ne sarebbe più di uno di calciatori che potrebbero rivelarsi utili, o comunque da Serie A e qualcuno anche da Fiorentina. RETROCESSI. Val bene fare una specifica: se una squadra retrocede, difficilmente in rosa potrà annoverare campioni. Magari qualche buon calciatore sì, però. E’ la storia che lo racconta. Basti pensare a quella Fiorentina che finì in B nel 1993 pur avendo in rosa i vari Effenberg, Batistuta, Baiano e Laudrup, ma anche a quella che in tempi più recenti si è salvata all’ultimo tuffo pur avendo Vlahovic, Ribery, Caceres e altri. E come dimenticare quell’estate in cui dal Villarreal retrocesso arrivarono in maglia viola Gonzalo Rodriguez e Borja Valero, che da lì a brevissimo avrebbero fatto parte di una Fiorentina spettacolare e capace di fare tre quarti posti di fila. Sempre nel Villarreal c’era anche quel Pepito Rossi che, per quanto infortunato, era finito di sotto col sottomarino giallo, come a dire…qualcosa di buono, se si cerca bene, si trova. PRECEDENTI. Senza tornare ad anni in cui chi retrocedeva in B non era per forza di cose costretto a perdere tutti i propri calciatori migliori come accade oggi, visto che la stessa Fiorentina sopracitata si tenne quasi tutti, sempre da squadre finite in cadetteria sono arrivati di recente i vari Sabiri e Maleh a gennaio rispettivamente da una Sampdoria e da un Venezia che avevano già un piede e mezzo in B, così come da un club retrocesso è stato preso la scorsa estate Christensen dall’Hertha e dallo Spezia Nzola. Nel primo anno di Italiano venne preso Nastasic dallo Schalke 04, che era retrocesso in Bundesliga, mentre in precedenza arrivarono a Firenze Ceccherini dal Crotone retrocesso, così come arrivò Terracciano dall’Empoli retrocesso. Dal Pescara venne preso Biraghi nel 2017, dall’Empoli retrocesso Laurini e pure Lo Faso dal Palermo. Sempre dal Palermo, arrivò Josip Ilicic, mentre dall’Aston Villa retrocesso venne preso Carlos Sanchez. Cuadrado, per quanto fosse di proprietà dell’Udinese, arrivò a Firenze dopo essere retrocesso col Lecce, al pari di Tomovic, che era di proprietà del Genoa. Dal Torino che era finito in B arrivò un certo Cesare Natali nel 2009, mentre dal Lecce retrocesso arrivò Castillo. Dal Chievo retrocesso arrivò nel 2007 Semioli, dall’Atalanta Montolivo e Pazzini nel 2005 e dal Treviso Reginaldo nel 2006. Abbastanza evidente, insomma, come qualche calciatore preso da squadre retrocesse abbia funzionato, altri un po’ meno. SASSUOLO. Dicevamo del Sassuolo, classico caso particolare di un club che retrocede pur avendo in rosa dei giocatori di buon livello, magari mal amalgamati, con diverse lacune e tanti infortuni, ma comunque con dei valori. E’ il caso del solito Mimmo Berardi. Difficilmente, tuttavia, Carnevali potrà chiedere 30 milioni per privarsi dell’esterno che da anni è accostato alla Fiorentina. I poco più di 20 offerti a ripetizione dai dirigenti viola non sono mai bastati, neppure i 15 offerti l’ultima volta che Barone bussò alla porta degli emiliani, e stavolta? Fin qui non si registrano tentativi da parte di Daniele Pradé, ma mai dire mai…Coloro che invece sono più fortemente in orbita viola in questa sessione di mercato rispondono ai nomi di Pinamonti, Thorstvedt, Boloca e anche Laurienté. Per quanto il centravanti ex Empoli sia stato anche in passato, proprio prima di approdare in neroverde, un obiettivo sensibile della dirigenza della Fiorentina, le difficoltà per arrivare ai vari Sorloth e Retegui, con Lucca sullo sfondo, potrebbero riportare Pradé a puntare sull’attaccante classe 1999, che magari non scalderà particolarmente la fantasia dei più, anche in relazione alle parole dell’ultima conferenza stampa dello stesso Pradé, ma Pinamonti resta il secondo miglior cannoniere italiano della Serie A che si è appena conclusa con 11 reti, dietro al solo Scamacca. Poi c’è quel Laurienté che già nello scorso gennaio, ma anche la scorsa estate, era finito nei radar viola, oltre a due calciatori che in questo momento hanno diversi estimatori come Thorstvedt, su cui c’è anche l’Atalanta, e Boloca, con l’ambizioso Como che è in pressing da giorni su quest’ultimo. Bajrami è un altro profilo che spesso era stato accostato alla Fiorentina. Anzi, era stato praticamente preso quando era ad Empoli, con Zurkowski che avrebbe fatto il percorso inverso, ma l’operazione saltò perché la Fiorentina voleva un’opzione su Parisi che Corsi non accettò, e l’albanese andò al Sassuolo. E poi c’è l’ipotesi Maxime Lopez, che la Fiorentina non ha riscattato a 9 milioni pochi giorni fa, ma che potrebbe tornare di moda a prezzo di saldo, più avanti. Insomma, qualcosa di buono al Sassuolo c’è. Anche se, a pensarci bene, quando la Fiorentina ha comprato dagli emiliani ha spesso stra-pagato giocatori che poi, in viola, hanno fatto male: Duncan, Lirola, Maxime Lopez, Boateng, Kurtic e Falcinelli. Certo se fosse stato preso Berardi…

Quei pallini che a volte ritornano

Pradè ‘alla finestra’, da Vranckx a Zaniolo

 “Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, cantava Antonello Venditti. Difficile sapere se ’Amici mai’ compaia o meno nella playlist di Daniele Pradè, ma quella frase del cantautore romano sicuramente corre e ricorre nelle ‘idee di mercato’ del ds della Fiorentina. PALLINI. Qualcuno li chiama ‘pallini’, un modo elegante per non definirle fissazioni, ovvero tutti quei calciatori che piacciono, vengono seguiti, magari anche trattati ma che sfumano, su cui poi un club ci torna nella sessione di mercato successiva, o in quella successiva ancora (in qualche caso in quella dopo ancora e ancora e ancora). E’ il caso di Aster Vranckx che dodici mesi fa venne seguito, trattato, quasi preso ma poi sfumato, e che arriverà adesso alla Fiorentina. PRECEDENTI. Di situazioni simili ce ne sono state una valanga. Da Lucas Torreira, che Pradè aveva seguito in praticamente tutte le precedenti sessioni di mercato, tra Firenze, Genova sponda Samp dove lo comprò nel 2016, e nuovamente a Firenze, riuscendo a portarlo in viola nel primo anno di Italiano, ma anche Rolando Mandragora, che Pradè aveva già portato all’Udinese nel 2018, e che ha preso alla Fiorentina via Juventus passando per i cavalli di ritorno che il ds gigliato aveva già preso a suo tempo e che ha riportato alla Fiorentina come Borja Valero, Badelj, Nastasic e Rosati. E poi c’è stato il ‘Gallo Belotti’, altro profilo che Pradè aveva messo nel mirino ormai da diversi anni, stando lì ‘alla proverbiale finestra’, fin da quando l’attaccante era in partenza dal Torino, ma che poi è arrivato solamente lo scorso gennaio, in prestito secco, non lasciando granché il segno. SFUMATI. La lista di tutti quelli che nel corso degli anni sono stati accostati, trattati, ma poi sfumati è lunga. Llorente, Ylmaz, Berbatov e come dimenticare Cistana del Brescia, che ogni tanto torna a fare capolino in ottica viola. Per anni c’era stato Mattia Destro, oltre ovviamente ai vari Berardi, Moise Kean, a tratti Insigne, De Paul, Falcone del Lecce, Dia e Zaniolo... Ah, guarda caso, proprio quest’ultimo sta tornando di grande moda e se si guarda verso il Viola Park, eccolo lì, lo si nota chiaramente, c’è Daniele Pradè ‘alla finestra’. OGGI. Poi ci sono tutti quei pallini di oggi, come ad esempio era Roberto Goretti, figura che era già stata cercata prima che in viola approdasse Nicolas Burdisso e che entrerà nei prossimi giorni nell’organigramma gigliato. E poi ci sono tutti quei calciatori che Pradè ha seguito, a volte trattato, altre quasi preso, che poi sono sfumati e che adesso tornano di moda. Detto di Vranckx, la lista si aggiorna coi vari ritorni di fiamma per Giovani Lo Celso, ma anche Fausto Vera, ma anche Retegui, che un anno fa venne sondato ma che poi finì al Genoa, perché la Fiorentina puntò su Beltran, oltre allo stesso Lucca, già da anni nel mirino di Pradè e della Fiorentina. Un po’ lo è stato anche Milik, che però non è mai arrivato, con nuovi vecchi obiettivi che a volte fanno giri immensi, ma poi ritornano, sperando che, a differenza di altri anche sopra citati, possano non ‘floppare’, ma fare la differenza.

Dentro i 18 mercati di Pradè alla Fiorentina

L’estate che verrà non ammette errori

Premessa: sono cambiate le proprietà, gli obiettivi con cui partivano le stagioni e i parametri del calciomercato. Per Daniele Pradè il primo luglio 2024 inizierà la campagna trasferimenti estiva numero dieci (quattro con Della Valle + cinque con Commisso) da quando è direttore sportivo della Fiorentina, che unite alle finestre invernali fanno 18 sessioni totali. Al netto di come la si pensi sul lavoro del dirigente romano, vanno sottolineati alcuni aspetti: nei nove anni con Pradè ds la Fiorentina ha ottenuto 4 qualificazioni in Europa League e 3 in Conference League, per tre quarti posti consecutivi (quando in Champions andavano solamente tre italiane), un quinto, un settimo, due ottavi, un decimo e un tredicesimo posto, disputando 4 finali. Nei suoi anni da direttore sportivo ha spesso dovuto ricostruire, come fece nel 2012, quando prese Montella come allenatore e costruì con Macia una Fiorentina spettacolare, nel 2019 quando si insediò Commisso come proprietario del club e come dovrà fare anche quest’estate. COI DV, 2012-13. Il biglietto da visita di Pradè fu dei migliori. Quell’estate del 2012, col supporto di Macia e con Montella in panchina, allestì una rosa con un’idea quasi visionaria: niente mediani, tutta qualità. Furono ben venti gli acquisti in quella sessione, con Borja Valero e Gonzalo presi dal retrocesso Villarreal, Pizarro, Aquilani, Savic, Cassani, Mati Fernandez, Cuadrado, El Hamadoui, Viviano, Roncaglia, Tomovic e, proprio nelle ultime ore di calciomercato, Luca Toni. Vennero ceduti Nastasic, pagato dal Manchester City 24 milioni più Savic, Gamberini e Behrami venduti al Napoli per quasi 10 milioni (con quei soldi ci prese Gonzalo e Borja), più i vari Cerci e De Silvestri. A gennaio fu invece la volta di Giuseppe Rossi e Vecino, oltre ai vari Sissoko, Compper, Wolski e Larrondo. 2013-14. Nell’estate del 2013 arrivò Mario Gomez dal Bayern Monaco per 15 milioni più bonus. Arrivò Ilicic dal Palermo per meno di 10 milioni, Marcos Alonso, Iakovenko e Ambrosini a zero, Joaquin per 2 milioni e Rebic per circa 6. In uscita, invece, si ricordano le partenze illustri di Jovetic (26 milioni dal City) e Ljajic (11 milioni dalla Roma). Partirono anche Viviano, Cassani, Felipe, Romulo e Toni (dato ormai per finito, ma autore nelle due annate successive di caterve di gol all’Hellas). In inverno, invece, arrivarono Anderson, Diakité, Matri e Rosati. 2014-15. Nell'estate 2014 arrivarono Tatarusanu, Basanta, Badelj, Richards, Marin, Brillante e Kurtic, mentre furono mandati a giocare Roncaglia e Vecino e vennero ceduti Compper e Rebic. A gennaio arrivarono invece Salah nell’ambito della cessione di Cuadrado al Chelsea, Gilardino e Diamanti a zero di rientro dalla Cina e Rosati. 2015-16. L'ultimo calciomercato estivo di Pradè coi Della Valle vide la scelta di Sousa come allenatore, gli arrivi di Suarez, Blaszczykowski, Astori, Kalinic, Sepe e Gilberto e Verdù, mentre partì Savic, oltre alla fine dell’era Aquilani, Pizarro, Vargas, la cessione di Gomez, Joaquin e la telenovela Salah che tornò al Chelsea per andare poi alla Roma. A gennaio arrivò il mercato della discordia: arrivarono Tino Costa, Benalouane, Kone, Tello, Zarate, mentre partì Pepito oltre a Mario Suarez, Gilberto e Rebic. CON COMMISSO. Dopo la parentesi di Pantaleo Corvino in questo curioso continuo avvicendamento tra il salentino e il romano, con Pradé che sostituì Corvino nel 2012, Corvino che ha sostituito Pradé nel 2016 e Pradé che ha sostituito Corvino nel 2019, tra l’altro con frequenti e ricorrenti stoccate che il nuovo ha sempre mandato al vecchio ds, con l'arrivo di Commisso iniziò una nuova era. 2019-20. Il primo innesto fu quello di Terracciano dall’Empoli a pochi spiccioli, mentre vennero riportati a casa dai prestiti Dragowski, Zurkowski e vari altri giovani, con fiducia ad altri giovani come Luca Ranieri. Vennero presi: Terzic, Boateng, Bobby Duncan (il cugino di Gerrard, a proposito, che fine ha fatto?), Pulgar, Ribery, Caceres, Lirola, Pedro, Ghezzal, Dalbert, ceduti Lafont, Biraghi, in prestito all’Inter in cambio di Dalbert, Hugo, Laurini, Norgaard, Schetino, Zekhnini, Baez, Hancko in prestito, Veretout alla Roma e Simeone in prestito, mentre su Muriel la storia è nota. Errore storico attribuire la colpa della mancata permanenza del colombiano a Pradè, così come l’arrivo di Castrovilli. Le cose non funzionarono come ci si aspettava. A gennaio arrivarono anche Cutrone, Igor (prestito con diritto di riscatto a 8), Duncan a 16 milioni, Amrabat (preso per l’estate successiva), Agudelo, Kouame (a 14 milioni), mentre vennero rimandati via Boateng, Pedro, Zurkowski, Dabo, Ranieri, Montiel, Gilberto, Maxi Oliveira e Rasmussen. 2020-21. L’estate 2020 vide arrivare Barreca in prestito, tornare Biraghi, l’acquisto di Quarta dal River, Bonaventura a zero, i ritorni di Borja Valero, Saponara e l’innesto di Callejon al posto di Chiesa, venduto in extremis alla Juve. Simeone venne venduto definitivamente al Cagliari, Sottil ceduto in prestito con diritto ai sardi, Benassi al Verona, Boateng al Monza e altre operazioni minori. A gennaio poi il disastro: venne preso Maleh, Kokorin per 5 milioni e Malcuit in prestito, mentre i vari Lirola, Duncan e Cutrone, che avevano già fallito, rimandati altrove. 2021-22. Nel 2021 la svolta, arriva Italiano a Firenze dopo che era stato scelto Gattuso, torna Nastasic per 3 milioni, arriva in prestito Odriozola assieme a Torreira e Nico Gonzalez per 27 milioni (acquisto più caro della storia della Fiorentina). Torna anche Sottil, dopo che la Fiorentina lo ha controriscattato dal Cagliari. Partono i vari Kouame in prestito, Ribery a scadenza, Borja a scadenza, Pezzella per 3,5 milioni, Hancko per 2,5, Ceccherini per 3 milioni mentre Lirola viene ceduto al Marsiglia per 6,5 milioni. Poi si arriva al gennaio 2022, quando partì Vlahovic per 70 milioni + 10 di bonus e arrivarono Cabral a 15, Ikoné a 15 e Piatek in prestito. 2022-23. La Fiorentina, che nel frattempo ha ritrovato l’Europa, acquista Dodo dall’Ucraina per 18 milioni, cifra record per un terzino, prende Mandragora per circa 10 milioni, Gollini in prestito, Jovic in prestito e Barak in prestito con diritto. Partono Nastasic, Pulgar, Dragowski, Kokorin (in prestito). A gennaio arrivano Sirigu per Gollini che se ne va e Brekalo dal Wolfsburg. 2023-24. Si arriva così all’ultima annata, che ha visto gli arrivi a Firenze la scorsa estate di Mina a zero, Christensen dall’Hertha per circa 5 milioni di euro, Parisi dall’Empoli per circa 10 milioni, Arthur in prestito, Infantino per 2 milioni dall’Argentina, Beltran per 25 milioni tra parte fissa e bonus, Sabiri, che era stato preso a gennaio a 2 milioni, Nzola dallo Spezia a 14 milioni. Ceduti Igor a 20 milioni, Cabral a 25, Terzic, Venuti, Saponara, Sirigu e Kokorin, oltre alla quasi cessione di Castrovilli per 10 milioni al Bournemouth che però saltò a causa delle visite mediche che il pugliese non superò. A gennaio arrivano Belotti e Faraoni in prestito, e così si arriva ai giorni nostri. Va da sé che la rosa di questa Fiorentina debba essere quasi interamente rifondata. Da sottolineare anche come moltissime operazioni di mercato fatte dalla Fiorentina in entrata siano state dei flop, tanto che quasi tutti sono stati o rivenduti o rispediti al mittente. Quest’estate, inoltre, Burdisso sarà sostituito da Goretti, mentre questa sarà la prima estate dell’era Commisso in cui Daniele Pradè lavorerà senza l’affiancamento di Barone (sarà tutto da vedere cosa ciò comporterà). PIU’ 50 MILIONI. Dovessimo fare un saldo acquisti/cessioni dei mercati di Pradè, il conto è presto fatto:  2012/13 entrate 33.4 – uscite 40.7; 2013/14 entrate 41 – uscite 53.3; 2014/15 entrate 38 – uscite 9; 2015/16 entrate 26.85 – uscite 24.4; 2019/20 entrate 15.32 – uscite 56.5; 2020/21 entrate 59.89 – uscite 59.8; 2021/22 entrate 114.1 – uscite 65.05; 2022/23 entrate 50.7 – uscite 36.7; 2023/24 entrate 62.38 – uscite 45.6 (dati transfermarkt.it) per un saldo totale di +50.6 milioni tra calciatori acquistati e ceduti, anche grazie ai 140 milioni incassati dalle partenze di Vlahovic e Chiesa alla Juventus. DA OGGI. I più maliziosi diranno che trattasi del lascito di Corvino, che andrebbero considerati anche i monte ingaggi, gli ammortamenti questo e quell’altro. Ok, tutto più o meno vero. Resta un dato: quest’estate per Pradè conta di più. Non può più sbagliare, non solo il centravanti, ma quasi niente. Intanto arriverà Vranckx, ma tra fine contratti, cessioni e partenze c’è ancora molto, anzi moltissimo, da fare. In bocca al lupo.

Un’altra (forse l’ultima) occasione per Ricky

Per Sottil ultima chance per fare il salto di qualità

Ci sono frasi che sono destinate più o meno ad entrare nella storia. Dall’ ‘I have a dream’ al ‘i soldi non sono un problema’, passando per ‘Toledo? E’ un colpo’ fino a ‘Il dado è tratto’, spaziando nei secoli e in vari contesti storici. Poi c’è il: “Da chi mi aspetto l’esplosione definitiva? Sottil”, frase iconica proferita da Daniele Pradè in un giorno di mezz’estate del 2022. DUE ANNI FA. Da allora sono ormai passati due anni, ma l’esterno classe 1999 è più o meno allo stesso punto. E’ carne o pesce? Bho. Dare una risposta, ancora oggi, è sostanzialmente impossibile. Anche perché, ogni volta che Sottil aveva iniziato ad evidenziare dei segnali di crescita si è dovuto fermare per problematiche varie. Nel primo anno di Italiano partì con qualche difficoltà, poi mise in serie delle buone prestazioni fino a doversi fermare per un infortunio. Nel secondo idem, quando la schiena lo costrinse dapprima a rallentare, poi a fermarsi per finire sotto i ferri causa ernia del disco. Entrambe le volte, al rientro non sembrava più il Sottil che si era iniziato a intravedere prima dello stop. Quest’anno stessa storia: pochi lampi, come il gol al Cukaricki, bellissimo, quello alla Salernitana, spettacolare, con tanto di esultanza polemica, il rigore segnato al Parma, ma poi settimane se non mesi di niente. Fino ad un improvviso momento d’oro, tra gol e doppio assist col Sassuolo, gol simile col Bruges all’andata, prima di rifarsi ancora una volta male, stavolta alla clavicola, dovendo terminare in anticipo la sua stagione. Ancora una volta, come detto, nel momento in cui pareva essere in rampa di lancio, stavolta per la volta buona. Se si guarda al solo triennio di Italiano, Sottil ha saltato 49 partite sulle 162 giocate dai viola, il 30%. Va da sé che ogni rientro post infortunio abbia avuto le conseguenti necessarie partite per poter tornare in condizione. A maggior ragione per il ruolo che ricopre, ovvero l’esterno d’attacco, con quelle caratteristiche di rapidità ed esplosività nel saltare l’uomo e nel trovare il tiro sul secondo palo accentrandosi dalla sinistra che si sono solamente intraviste. DUE ANNI DOPO. Mentre per quanto riguarda Jorko Ikoné e Christian Kouame si è più o meno capito cosa essi siano e cosa possano dare (guarda caso, entrambi sono sul mercato), 730 giorni dopo quelle parole di Pradè, Sottil è ancora un ‘talento’ inespresso. Non del tutto bocciato, semmai costantemente rimandato, anche per cause di forza maggiore. Il dubbio se sia un giocatore forte oppure no, rimane. A maggior ragione adesso che la Fiorentina ha cambiato allenatore, per Sottil potrebbe aprirsi la classica porta dell’ultima occasione. Come intenda far giocare la sua Fiorentina il neo tecnico Raffaele Palladino è ancora tutto da valutare, ma dai primi rumors pare forte l’intenzione da parte del neo tecnico viola di provare ancora a puntare su Sottil. ASPETTA E SPERA. Va da sé che: ‘adesso o mai più’. Sottil non può più sbagliare. Questa sarà l’ultima occasione per provare a fare quell’ultimo step tanto atteso, ma mai del tutto fatto. C’è chi aspetta e spera, o forse non aspetta, o meglio, non ci spera più. Ma hai visto mai…?

“Che giocatore volete? 30 milioni!”

Una soglia che spesso ritorna per la Fiorentina

 “Chi siete? Cosa portate? Un fiorino!” - “Che giocatore volete? 30 milioni!”. Che siate Benigni e Troisi ad una dogana, o la Fiorentina che prova a trattare per un calciatore, la risposta che riceverete sarà più o meno sempre la stessa. Ovviamente, a seconda dell’obiettivo viola di turno. Lo sanno bene i dirigenti della Fiorentina che si sono approcciati al Sassuolo per Berardi, coi neroverdi che ogni volta chiedevano 30, mentre la Fiorentina offriva dapprima un po' meno, poi sempre un po' più di meno, fino ai 15 offerti nel gennaio del 2023, ma tanto Carnevali rispondeva col disco registrato: "Chi siete? Chi volete? 30 milioni!". E infatti non se n'è mai fatto di nulla. Quella cifra lì, evidentemente, deve avere qualcosa che alla Fiorentina resta indigesta. Non tanto perché sono tanti soldi visto che, in fondo in fondo, sarebbero due Ikoné, ma forse perché nessun giocatore trattato dalla Fiorentina è stato ritenuto che valesse 30 milioni. Tra l'altro cifra mai raggiunta dalla Fiorentina per l'acquisto di un calciatore nella sua storia ormai quasi centenaria, con Gonzalez che detiene ancora il record a 27. Avessero chiesto 29, magari...ma quel 30 è stato a lungo un tabù. Oltre alle telenovele legate a Berardi, dove il plurale sta ad indicare quante volte la Fiorentina ci abbia provato senza arrivare mai al lieto fine, più o meno lo stesso accadde anche ai tempi di Rodrigo De Paul. L’argentino dell’Udinese costava, guarda caso, 30 milioni, la Fiorentina era lì lì, vicina, arrivando fino ai 25, ma nulla. Pozzo non fece sconti, De Paul andò all’Atletico, e Pradè ammise che quei denari che la proprietà gli aveva messo a disposizione, alla fine, restarono in cassa. E De Paul, ovviamente, a Firenze non ci è mai arrivato. A gennaio scorso accadde lo stesso con Gudmundsson. La Fiorentina offriva 20, ma il Genoa rispondeva alla solita maniera: “Chi siete? Chi volete? 30 milioni!". E nonostante vari rialzi, nulla da fare. Anche perché a quello che chiedevano i rossoblu la Fiorentina non ci è mai arrivata. Tabù, dicevamo. E oggi sembra esserlo altrettanto. Per Sorloth il Villarreal chiede 30, per un calciatore che ha fatto quest’anno la sua prima vera grande stagione, ma che viaggia verso i 29 anni. E sembra per questo che la Fiorentina pare aver cambiato rotta. Per Retegui il Genoa ha fatto praticamente lo stesso sin qui, con vari approcci tentati dalla dirigenza viola e la solita risposta: “Chi siete? Chi volete? 30 milioni!". Ma Retegui vale 30 milioni? Per la Fiorentina non ne varrebbe più di 20, quindi, anche per l’attaccante del Grifone, la sensazione è che si vada altrove. Almeno nel caso di Pinamonti e Lucca, al momento piani B per la casella di numero nove viola da ‘regalare’ a Palladino, non sembrano esserci tali rischi. Forse… Che costi 10, 20 o 30, anzi 29 perché quel 30 la Fiorentina non sembra proprio digerirlo, l’auspicio è sempre lo stesso, ovvero che non risulti un altro acquisto sbagliato, come purtroppo (troppo) spesso ce ne sono stati negli ultimi anni.

La prima estate tranquilla (forse) di Terracciano

Quest’anno il portiere viola non dovrebbe avere concorrenti

Quando arrivò alla Fiorentina nel gennaio del 2019, Pietro Terracciano non dovette percorrere molta strada. Imboccò la Fi-Pi-Li a Empoli, dove faceva il vice di Provedel, e in una manciata di minuti arrivò a Firenze sapendo che il suo ruolo era piuttosto chiaro: il vice portiere della Fiorentina. Il vecchio numero 12, per intendersi, quello che gioca i primi turni di Coppa Italia, o una volta ogni tanto al bisogno, quello che sa che difficilmente troverà spazio, ma che se lo dovesse trovare non può sbagliare. Farsi trovare pronto, per chi fa il portiere di riserva, è una chiave fondamentale, che non è così scontato come qualcuno potrebbe pensare. Ci si deve allenare sempre al massimo, con testa e determinazione giuste, con un margine d’errore tendente allo zero visto il ruolo che si ricopre. Un conto è fare il giocatore di movimento, che magari può sbagliare quei due/tre palloni per entrare in partita, un conto è fare il portiere, in cui ogni intervento è decisivo. Di strada per arrivare da Empoli a Firenze Terracciano non ne dovette fare molta, mentre ne aveva fatta tantissima per arrivare alla Fiorentina rispetto a dove era partito. Dicevamo 2019, 29 anni, dopo anni di gavetta, tra Nocerina, Milazzo, 2 presenze in A col Catania, tanta B e 8 presenze a Empoli nel massimo campionato. Da quel gennaio 2019 di strada ne ha fatta tantissima, diventando un vero e proprio 'ammazza numeri uno'. Quell’anno era Lafont il titolare, e quando il francese si fece male Terracciano rispose subito presente, con la Lazio, per poi venire confermato nella gara successiva e finendo per essere uno dei primi acquisti della Fiorentina targata Daniele Pradè bis, a due spiccioli, dall’Empoli. Il ruolo era sempre lo stesso: il vice portiere. Il titolare designato quell’anno era Dragowski, in un curioso intreccio che aveva portato sei mesi prima Terracciano in viola e il polacco alla corte di Corsi, con Dragowski che fece benissimo in azzurro tornando coi gradi di numero uno viola. E così fu, ma quando il polacco si fece male tac, ecco Terracciano, l’uomo che risponde presente dopo mesi di panchina. Nel 2020-21 stesso film, Dragowski titolare e Terracciano vice, fino a quando arrivò Italiano a Firenze. Drago out, Pietro in, che nel frattempo iniziava a diventare sempre più San Pietro. Tante le prestazioni decisive di Terracciano, con però quel…‘uhm, bhè, forse servirebbe un portiere più forte per fare un salto di qualità’.  E così, ecco Gollini. Altro duello vinto da Terracciano. Gollini non trova spazio, e quando lo trova fa male, via Gollini arriva Sirigu. Ma il succo non cambia. Sirigu si fa male, Terracciano contribuisce al far arrivare la Fiorentina ottava, in due finali, ma non convince del tutto. Sempre in base a quel…'uhm, bhè, forse servirebbe un portiere più forte per fare un salto di qualità'. E allora arriva Christensen, per oltre 5 milioni di euro. Ma anche qui, altra vittoria per Terracciano, autore senza dubbi della sua miglior stagione a Firenze. Ma adesso, ecco che risuona già quel 'uhm, bhè, forse servirebbe un portiere più forte per fare un salto di qualità'. Anche perché, tra i punti deboli del portiere campano si sa, c’è il gioco coi piedi. E Palladino è proprio quel tipo di allenatore che richiede molta partecipazione ai propri portieri nella fase di impostazione. Quindi chissà…Anche se la strada sembrerebbe più o meno tracciata: Terracciano e Christensen portieri, col primo titolare e il secondo alternativa, Martinelli da mandare a giocare per poi puntare tutto sul giovanissimo portiere viola, tra uno-due anni. A meno che…Ad oggi non ci sono sentori che possa cambiare qualcosa su questo fronte, per una delle estati più tranquille che Terracciano abbia mai vissuto negli ultimi anni, quando ogni santo trimestre giugno/luglio/agosto si trovava costretto a fare ‘f5’ sui siti di calciomercato per sapere con chi si sarebbe dovuto giocare il posto.

Rifondazione viola, avanza il partito del ‘Made in Italy’

La ricostruzione della rosa viola potrebbe parlare italiano

Piaccia o meno, in questo momento storico/politico il ‘Made in Italy’ tira. In diversi settori, visto che c’è proprio così ci ha rinominato un Liceo, e così anche nel calcio. Forse...Perché poi se si va a vedere con la lente d’ingrandimento sono diverse le partite del nostro campionato in cui, dei 22 che scendono in campo dal 1’, si fa fatica a trovare dei calciatori italiani. A volte anche a livello di settori giovanili, come quando il Lecce di Corvino vinse il campionato due anni fa senza avere neppure un giocatore italiano. Lontani, quasi preistorici, i tempi del Piacenza tutto italiano, in un’epoca come quella degli anni ’90 in cui il mondo del calcio iniziò ad abbattere i limiti su stranieri e extracomunitari, con l’arrivo in Serie A di giocatori più o meno improbabili. E così, anche alla Fiorentina si è passati dai vari Passarella, Bertoni, Batistuta ed Edmundo ai Leandro, Tanque Silva e carneadi vari. Ora, senza voler fare sociologia o politica, il fascino di avere una rosa che sia composta da molti calciatori italiani sembra essere tornato in voga anche in riva all’Arno. Attenzione, avviso ai naviganti: tra decreto crescita e tassazione delle operazioni c’è tutto un discorso politico/finanziario da approfondire per capire meglio il perché negli ultimi anni il calcio sia andato sempre più a prendere giocatori dall’estero piuttosto che dal proprio mercato interno. E’ cosa nota, anche grazie alle battaglie di Commisso, che se un giocatore lo acquisti dall’estero e costa uno, lo paghi uno, se lo prendi dall’Italia e costa uno, non si sa perché lo paghi 2. E tutto ciò senza voler riaprire il calderone delle commissioni ai procuratori, degli svincoli e del calcio arabo, che come quello cinese, offre un pacco di quattrini a tutti, finché ci sono e finché gli va, perché poi si fa presto a fare la fine di Zhang e Suning (che non hanno finito i soldi, sia chiaro, ma a cui i regimi hanno imposto la chiusura dei rubinetti). Detto ciò, su cui molto inficiano anche i risultati della Nazionale (solo con le due non qualificazioni di fila al Mondiale dell’Italia, guarda caso, ci si è posti il problema stranieri e italiani), anche la Fiorentina sembra essere intenzionata a guardare sempre più al mercato degli italiani per rifondare la propria rosa. Basta guardare ai nomi che in questi giorni stanno circolando: da Retegui (senza, per carità aprire il dibattito sugli oriundi, naturalizzati, etc etc) a Lucca e Pinamonti, fino ai vari Brescianini, Daniel Maldini, Pobega e Zaniolo. Nelle ultime sessioni di mercato, spesso la Fiorentina ha preferito puntare su giocatori italiani. A gennaio, ad esempio, ha preso Faraoni e Belotti. Biraghi è il capitano, la scorsa estate aveva investito 10 milioni per Parisi, Kayode ha tutto per essere il futuro terzino destra della Nazionale, Castrovilli, a proposito di Europei, è Campione d’Europa. Più in generale è da quando Pradè è tornato nelle scrivanie della Fiorentina che il club viola ha avuto un occhio di riguardo ai calciatori della nostra Serie A, o comunque italiani, dovendo però combattere con tutti i paletti economici di cui dicevamo in precedenza. Nel frattempo la Fiorentina ha vinto sostanzialmente sempre la Coppa Italia Primavera, con tanti giovani che si sono poi affacciati al calcio dei grandi. Luca Ranieri era un pilastro dell’Under 19 e dell’Under 21, così come lo era Sottil. Mandragora è stato capitano di tutte le Nazionali giovanili azzurre, Siriguera campione d’Europa. Non è un caso, sia chiaro. Basti ripensare ai primi giorni in cui Rocco Commisso comprò la Fiorentina, all’orgoglio con cui raccontava di quei giorni vissuti in Italia e a Firenze quando la Nazionale vinse i Mondiali del 2006, del suo legame con gli anni in cui si guardava dagli Stati Uniti le partite della Serie A, di quando il calcio italiano era il più bello al Mondo. Non è stato un caso neppure che in dirigenza ci fosse Antognoni, simbolo internazionale del calcio azzurro, e anche di Firenze e della Fiorentina, così come l’ingaggio di Gennaro Gattuso come allenatore, con quella Copa Mundial che campeggiava sui media ufficiali della Fiorentina con vanto e orgoglio, salvo poi scomparire pochi giorni dopo dall’annuncio per motivi che, ancora oggi, sono secretati. Ma questo è il passato. L’oggi racconta di una Fiorentina che punta ad avere una rosa composta per larga parte proprio dal ‘Made in Italy’. Chissà che il passaggio da Burdisso a Goretti non vada ulteriormente in questa direzione. Anche perché, rispetto a tempi recenti in cui la Fiorentina dava almeno 2-3 giocatori all’Italia, adesso il conto è presto fatto: 0. E questo non è affatto bello, per quanto a molti tifosi viola della Nazionale interessi il giusto, ma questo è un altro discorso. Rumors, voci e trattative varie inducono a pensare che quest’estate ci possa essere una buona parte di innesti basati sul ‘Made in Italy’, sperando che si rivelino scelte azzeccate, ovviamente. Perché poi, stranieri, sudamericani, italiani o marziani che siano, alla fine conta che facciano bene.

The last dance

Ultima da tecnico della Fiorentina per Italiano

Domani alle 20, quando terminerà Atalanta-Fiorentina, saranno passati 1016 giorni da quel Fiorentina-Cosenza in cui Vincenzo Italiano debuttò sulla panchina viola (4-0 ndr). Triennio in cui il tecnico gigliato ha guidato la Fiorentina per 161 volte, domani sarà la 162°, mettendo a referto 78 vittorie, 34 pareggi e 49 sconfitte. Più o meno, perché poi ci sarebbero da considerare quelle gare finite in pareggio ma vinte o perse ai supplementari, tipo, appunto, mercoledì scorso ad Atene. La media punti di Italiano a Firenze, prima dell’inutile partita di Bergamo, è di 1,66 a partita considerando tutte le competizioni, di poco inferiore a quella di Montella che chiuse a 1,80 e vicina a quella di Prandelli che nel suo primo ciclo si fermò con 1,72 di media. Va da sé come debbano essere fatte  le debite differenziazioni del caso, perché un conto è fare tre punti in Champions League, magari vincendo ad Anfield Road, altri è fare gli stessi tre punti ma in Conference League vincendo con l’Rfs Riga, così come andrebbero considerate le diverse rose a disposizione. Un conto è avere davanti Toni, Pepito Rossi o Gilardino, un altro è avere Nzola, Piatek o Cabral, un conto è avere Joaquin, Cuadrado e un altro è avere Brekalo, Ikoné e quelli che ha avuto in questo triennio la Fiorentina. Ma tant’è. Quella di Bergamo sarà l’ultima panchina di Italiano da allenatore viola, ‘the last dance’, con la bacheca della Fiorentina che è rimasta identica a 1016 giorni fa nonostante le 3 finali disputate, di cui due europee di fila, ma perse, oltre ad altre due semifinali di Coppa Italia. L’ultima panchina, per la felicità dei suoi più acerrimi contestatori, quelli per cui Italiano doveva far difendere meglio la sua Fiorentina, che ‘si prende sempre i soliti gol’ per colpa della difesa alta, con l’Atalanta ultimamente in Coppa Italia così come col West Ham un anno fa, o qui e là. Poi, però, ripensandoci, ma come hanno fatto Kouame e Jack a sbagliare quei gol lì ad Atene? Come hanno fatto i viola a fare solo un gol all’andata con l’Atalanta? Come diavolo è possibile? Ecco, sì, ok, in parte tutto vero quello che si è detto su questo triennio di Italiano, ma a onor del vero, se davanti non fossero stati sbagliati tutti i centravanti, se per fare un gol non fossero serviti valanghe di tiri, magari sarebbe stato più semplice e una delle tre finali sarebbe finita in maniera differente. Sarebbe, forse, chissà, il se e il ma d’altronde, è il patrimonio dei bischeri e quindi, tornando alla premessa, quello slogan del difendere bene e attaccare benissimo lo si è visto soprattutto nel primo anno quando, guarda caso, c’era Vlahovic davanti autore di 17 gol in 20 giornate, poi…qualche buona e bella partita, risultati, soprattutto in Europa, ma poi…niente trofei. 1016 giorni dopo siamo giunti all’epilogo, un percorso fatto di momenti difficili, di qualche contestazione ma anche di sostegno e il più volte sentito ‘oh vincenzo portaci la coppa’, che è rimasto uno slogan, perché quelle coppe sono andate sempre altrove. Resta l’esserci arrivato tre volte in finale, vero, ‘se, ma’ e bischeri bis. L’epilogo era ed è inevitabile. Tanto, diciamocelo pure: se Italiano avesse fatto catenaccio sarebbe stato criticato, se avesse fatto giocare la sua Fiorentina tutta all’attacco idem, se avesse fatto l’80% di possesso palla sarebbe stato criticato, se avesse fatto il 20% idem. Quindi, giusto dirsi addio. Peccato che il saluto debba arrivare con l’ennesima delusione. E, attenzione: non trattasi solamente di un elogio per quanto fatto e per una critica di chi lo ha soltanto criticato, ma…che tutto quanto di non positivo è successo alla Fiorentina sia accaduto solo per colpe di Italiano, bè, ci sembra un po’ ingeneroso. The last dance, 1016 giorni dopo. Si volta pagina. Italiano saluta, toccherà al suo successore provare a far meglio, così come alla società permettergli di farlo, cosa che non è del tutto e sempre successa, come nell’ultimo mercato invernale quando la Fiorentina era quarta. 

“Ooh Vincenzo portaci la coppa“

Countdown verso lo zero per la Finale di Conference

Ci siamo! L'attesa sta per terminare. Il countdown per quella che si annuncia come la 'partita dell’anno' per la Fiorentina è ormai prossimo allo zero. Questione di ore, poi sarà tempo di fare sul serio. TROFEO. C'è fame di vittoria in chi tifa viola. Quel doppio appuntamento con la storia sfiorato, ma poi svanito, dodici mesi fa, ha aumentato l'astinenza di una piazza che non alza una coppa dal 2001. Poco importa se quella di Atene sarà l'ultima in maglia viola per quasi una rosa intera, tra chi è in prestito e farà ritorno al club di appartenenza, chi non sarà riscattato e chi si svincolerà a parametro zero. Su tutti, ovviamente, Vincenzo Italiano. Il tecnico viola, nonostante una clausola che potrebbe scattare in caso di vittoria con l'Olympiacos, andrà comunque via. La valigia è già pronta ormai da settimane. L'obiettivo è chiaro: metterci dentro, insieme ai ricordi, la medaglia del vincitore. Più di una volta il popolo viola gli ha cantato "oh Vincenzo portaci la coppa", che fosse quella Nazionale a Roma, quella europea dell'anno scorso o questa. Stavolta sarebbe anche il caso di trasformare quei cori in fatti. Lo vuole Italiano, lo vuole la Fiorentina, lo vuole Firenze. FUTURO. Poi, da giovedì, che sia con una coppa in più in bacheca o meno, sarà la volta del giorno uno del futuro. Un nuovo allenatore, un nuovo direttore tecnico (tutto porta al tandem Palladino –Goretti), tante operazioni da fare in entrata e in uscita e si spera una coppa differente da quella in cui la Fiorentina ha giocato gli ultimi due anni. Chi dice che l'esito della gara di mercoledì non sposterà granché, perché comunque la squadra viola giocherà in ogni caso una coppa europea l'anno prossimo, rischia di sottovalutare la differenza di valori che c’è tra Europa League e Conference League. A maggior ragione per una Fiorentina che ripartirà con tante novità e di conseguenza poca esperienza, tecnico su tutti. Partire, pronti via, in salita è quanto di meno auspicabile potrebbe esserci. Ma intanto c'è da pensare all'oggi, alla Finale di Conference League, sperando che 'Vincenzo porti a Firenze quella agognata coppa'.

Imperfetta ma ancora in Europa, e (si spera) vincente

Fiorentina piena di difetti, ma in Europa e a caccia della Conference

C’è chi sperava che d’incanto la Fiorentina avesse corretto tutti i propri limiti e difetti, a maggior ragione al cospetto di un Cagliari che si è salvato alla penultima giornata, che ha avuto mille problematiche ed evidenziato enormi lacune durante tutta la stagione. Così non è stato e, ormai, non lo sarà. Ad Atene contro l’Olympiacos la squadra di Italiano ci va con quelle che sono le sue caratteristiche, a livello di singoli e collettive, coi suoi pregi e le sue carenze, che in fin dei conti le hanno permesso di raggiungere un’altra qualificazione europea (per quanto ad oggi sempre in Conference League), due finali europee, una di Coppa Italia e un’altra semifinale di Coppa Italia. Certamente servirà una concentrazione ben diversa rispetto a quella vista in Sardegna, soprattutto dietro. Che la fase difensiva di questa squadra abbia dei problemi non è certo una novità, così come che gli avversari della Fiorentina riescano con enorme facilità a far gol, chiunque essi siano, anche quando non creano granché. Al tempo stesso, anche se questo non è il caso della sfida col Cagliari, davanti serve creare sempre un’enorme quantità di opportunità per buttarla dentro. In pratica l’esatto contrario di quanto ha sempre professato Italiano: ‘difendere bene e attaccare benissimo’ era il suo slogan quando arrivò a Firenze. Ma di fatto la sua Fiorentina fa più o meno sempre il contrario. Amen, questa è la Fiorentina che proverà ad alzare al cielo la Conference League mercoledì ad Atene. Ormai non si può pensare che corregga tutti i propri punti deboli in pochi giorni. Congeniti o voluti: Ikoné non è Lookman, Belotti non è Scamacca, Arthur non è Ederson e Beltran non è Koopmeiners. Ma questo si sapeva già prima. Biraghi ha le sue lacune, Milenkovic-Ranieri-Quarta idem. Con l’Olympiacos servirà una partita in cui tutti ci mettano il 1000% di concentrazione, dietro e in mediana, in cui non si regalino praterie in contropiede o imbucate per vie centrali e in cui davanti si sprechi il meno possibile. Tutte cose che, in fin dei conti, non sono nel dna di questa Fiorentina. Ma che, per una sera, contro un avversario come l’Olympiacos che ha come qualità tutte le cose che la Fiorentina maggiormente soffre, dovranno essere tirate fuori. Stavolta, da Atene, c’è da tornare con un trofeo.

Polizza per la prossima Europa

Il Cagliari non regalerà nulla alla Fiorentina

Non è solo una partita di Serie A che, già di per sé, sarebbe da onorare al massimo (sempre, a maggior ragione quando si indossa la maglia della Fiorentina), ma la gara di domani a Cagliari per la squadra viola mette in palio anche il pass per la prossima Europa. O meglio, una sorta di polizza nel caso in cui ad Atene, il 29, dovesse andar male, senza poi essere costretta ad andare a prenderselo a Bergamo il 2 giugno dopo la sfida con l’Olympiacos. Il tutto contro un Cagliari che sta festeggiando da domenica il raggiungimento della salvezza, che nel match di domani non avrà niente da chiedere se non salutare per l’ultima volta Claudio Ranieri, ma proprio in virtù di tutto ciò, in uno stadio che si annuncia quasi esaurito, guai a pensare che i sardi regaleranno qualcosa. La Fiorentina dovrà prendersi quei punti che le servono, sudandoseli, mettendo da parte la partita di Atene ed evitando di cadere nel trappolone della gara ‘facile’. SAMPDORIA. Di precedenti in cui squadre che lottavano per qualcosa hanno perso inaspettatamente contro avversari che non avevano niente da chiedere ce ne sono a bizzeffe nella storia del calcio. Lo sa bene la stessa Fiorentina che, nel primo anno di Italiano, si presentò a Marassi contro una Sampdoria che dai risultati del weekend aveva già conquistato la salvezza matematica mentre i viola cercavano punti per la qualificazione in Europa. E finì con un sanguinoso 4-1 per il Doria, risultato che costrinse la Fiorentina a battere la Juve nell’ultimo turno di Serie A, oltre che a non partecipare all’Europa League. FATAL CAGLIARI. Negli anni si è creato il ‘mito’ della ‘fatal Verona’, col Milan che ci perse due scudetti, c’è stato il più recente 5 maggio dell’Inter. In quei casi, ovviamente, il tutto fece più ‘rumore’ visto che le milanesi persero Scudetti che parevano già vinti, come l’anno scorso accadde al Dortmund che, contro un Mainz già a metà classifica, perse in casa la Bundesliga pareggiando 2-2. La Fiorentina parte per Cagliari sapendo che dovrà evitare che questa trasferta diventi una sorta di ‘fatal Cagliari’, dove già in passato la Fiorentina ci ha perso qualcosa di ben più importante di una qualificazione alla prossima Conference League. Ma almeno in quel caso (riferimento ovviamente al 1982) il Cagliari doveva fare punti salvezza. VISTA ATENE. A parole tutti i protagonisti hanno lasciato intendere che questa consapevolezza ci sia, che prima di pensare ad Atene, all’Olympiacos e a El Kaabi ci sia da andare in Sardegna e tornare a casa col sorriso, con almeno la certezza, comunque vada, di aver portato la Fiorentina nuovamente in Europa. Poi sarà il campo a dirne di più, quando l’arbitro fischierà l’inizio della gara col Cagliari.

Ranieri e Nzola, un treno per Atene passa da Cagliari

Il centrale e la punta ci provano

Al netto di condizioni fisiche e o eventuali acciacchi, per qualcuno da smaltire per altri da buttarsi alle spalle, dovessimo fare oggi, a 8 giorni dal fischio d’inizio della finale di Atene con l’Olympiacos, il probabile undici della Fiorentina, il grosso sarebbe già scritto: Terracciano in porta, Dodo a destra e Biraghi a sinistra, Milenkovic difensore centrale con uno tra Ranieri e Quarta, Arthur o Mandragora a seconda di come starà il brasiliano con Bonaventura, a seconda di come starà Jack, Nico a destra, Kouame a sinistra, Beltran dietro a uno tra Nzola e Belotti. A parte le più o meno lecite preferenze personali, per cui molti vorrebbero sempre Parisi e mai Biraghi, chi tizio e chi sempronio, e di quanta batteria avranno il 29, a livello di gerarchie molto appare già quasi scritto. Gli unici che ballano anche su questo per una maglia dal 1’ ad Atene sono il centravanti e il partner di Milenkovic dietro. Due caselle non certo banali nel giuoco del calcio, visto che uno ha il compito di impedire agli avversari di far male e l’altro di buttarla dentro. RANIERI. Fino alla sfida dell’andata col Bruges, in pochi avrebbero scommesso su un tracollo di Luca Ranieri. Proprio lui, uno di quelli che non avevano quasi mai commesso errori, con prestazioni sempre attente e più che sufficienti, il più affidabile dei tre difensori centrali rispetto a Milenkovic e Quarta. Se l’argentino, con qualche gol pesante, ha spesso messo una toppa a svariati svarioni difensivi, il serbo ha vissuto una stagione sottotono sostanzialmente dall’inizio alla fine. Tanto che, nelle sfide cruciali, spesso sono stati proprio quest’ultimi due a riposare a turno, con Ranieri sempre in campo. Poi l’errore coi belgi, bissato dal pasticcio di Verona in compartecipazione con Christensen in occasione del vantaggio dell’Hellas. E da lì è praticamente scomparso, giocando solo qualche secondo di partita a Bruges al ritorno. E adesso? Potrebbe tornare in campo a Cagliari, giovedì, per provare a rimettere in discussione un tandem di centrali che ad oggi, in vista di Atene, vede favoriti proprio Milenkovic e Quarta. Che, intendiamoci, non hanno fatto partite da dieci, nel frattempo, anzi…Ranieri ci prova, insomma. NZOLA. Nello stesso lasso di tempo è accaduto l’esatto contrario a Nzola. Proprio da quel match col Bruges, quando Belotti si era ri-sbloccato dopo il lungo digiuno segnando nel primo tempo il gol del momentaneo 2-1, l’angolano ha saputo cogliere il momento per tornare almeno un’alternativa da prendere in considerazione. Gol ai belgi allo scadere, rigore procurato decisivo a Bruges, gol col Napoli di destro. Nel mentre, invece, il Gallo ha dovuto fare i conti con una fastidiosa lombalgia che, ad oggi, pone a serio rischio la sua titolarità con l’Olympiacos. A Cagliari Nzola potrebbe avere un’altra chance di aumentare le sue probabilità di partenza dal 1’ ad Atene. E sarebbe un qualcosa di pazzesco pensando a come stavano le cose fino ad un mese fa, quando a Salerno Italiano schierò Barak centravanti pur di far rifiatare Belotti, o Kouame, non convocando neppure Nzola per cinque gare di fila. M’Bala ci prova, insomma. FINALE. Nel mirino c’è un obiettivo, chiaro: andare a prendersi la coppa ad Atene, magari da protagonisti. Il treno per la titolarità del 29 passa anche da Cagliari.

Oltre 20 anni senza un trofeo. Per molti sarebbe la prima volta

Molti calciatori della Fiorentina vanno a caccia del primo titolo

Non è cambiato più di tanto rispetto a dodici mesi fa. Ad Atene come a Praga, infatti, la Fiorentina andrà a caccia di un trofeo che interromperebbe un digiuno che dura ormai dal 2001, 23 anni, periodo più lungo della storia del club viola senza la conquista di un titolo. E poco importa se in palio ci sarà la terza competizione per importanza a livello Uefa, non è certo questo il momento di fare gli schizzinosi. La Fiorentina non vince una competizione europea dal 1975, e quella era Coppa Italo-Inglese, non proprio la Coppa dei Campioni. L’anno scorso arrivarono due ko in due finali, quest’anno di occasioni ce ne sarà una soltanto, ad Atene in Conference League, dopo che tra Supercoppa Italiana in Arabia Saudita e in semifinale con l’Atalanta in Coppa Italia la squadra di Italiano ha mancato il raggiungimento almeno della finale. PRIMO TITULO. All’atto conclusivo di questa edizione della Conference, la Fiorentina ci arriva con una rosa che, così come quella che giocò a Praga con gli hammers, vede nelle proprie fila una schiera di giocatori ancora in cerca del primo trofeo della propria carriera. Su tutti, ovviamente, c’è Vincenzo Italiano. Il tecnico viola disputerà la terza finale da quando è a Firenze, sperando di tornare da Atene con la prima medaglia da vincitore dopo aver raccolto due secondi posti con l’Inter e col West Ham dodici mesi fa. E’ il caso anche del capitano viola Biraghi, che nel 2010 vinse il triplete con l’Inter, da giovanissimo, giocando solamente una manciata di minuti in tutta la stagione. Lo stesso accadde a Rolando Mandragora quando vinse con la Juventus nel 2017. Terracciano e Christensen vanno a caccia della loro prima volta, così come i vari Sottil, Maxime Lopez, Ranieri, Nzola, Faraoni, Duncan e Parisi. Molti di questi, ovviamente, non scenderanno in campo ad Atene, chi a causa di infortuni chi per scelta tecnica. QUASI PRIMO TITULO. Sarebbe una prima volta a livello di club per Castrovilli e Belotti, vincitori dell’Europeo con l’Italia nel 2021, ma mai vincenti a livello di club. Il centrocampista pugliese, tra l’altro, non è in lista Uefa per cui non potrà giocare ad Atene. Barak non vince niente dal 2017, quando vinse lo Scudetto di Repubblica Ceca con lo Slavia Praga, mentre a livello di club è ancora a secco anche Kouame, fresco vincitore della Coppa D’Africa con la Costa D’Avorio. Bonaventura ha vinto in carriera solamente una Supercoppa col Milan nel 2016, mentre Milenkovic è riuscito a vincere Scudetto e Coppa di Serbia nel 2016-17 col Partizan. Nico Gonzalez poteva diventare campione del Mondo con l’Argentina e per quanto abbia vinto una Coppa America con l’albiceleste è ancora a zero titoli coi club. Kayode, essendo al primo anno tra i professionisti, può vantare diversi titoli a livello giovanile, tra cui l’Europeo Under 19 vinto in estate, ma è ancora a zero trofei tra i grandi. PLURIVITTORIOSI. Quarta, invece, può vantare 3 coppe d’Argentina e 1 Supercoppa d’Argentina, 1 Libertadores e una Coppa Sudamericana col River, oltre ad una Coppa America con l’Argentina. Arthur è un altro calciatore che nel suo palmares può vantare diversi trofei: 1 Libertadores col Gremio, 1 Coppa Italia e 1 Supercoppa con la Juventus, 1 Coppa America col Brasile, 1 Liga e 1 Supercoppa di Spagna col Barcellona. Beltran ha vinto 1 Supercoppa d’Argentina e un campionato argentino col River, mentre Ikoné può vantare di avere vinto Scudetto e Coppa di Francia col Lille, oltre a due titoli quando da giovanissimo (giocando solo pochi minuti) col Psg. Dodo ha messo in bacheca 1 Coppa d’Ucraina, 2 scudetti e 1 Supercoppa con lo Shakhtar. CHANCE. L’occasione per vincere è in arrivo, tra meno di dieci giorni, ad Atene. Per molti potrebbe essere la prima volta, per altri l’opportunità di tornare a vincere dopo anni, per qualcuno di farlo da protagonista e per altri da capitano. Al tempo stesso potrebbe essere per più di qualcuno anche l’ultima chance. La sfida con l’Olympiacos, insomma, conta di più, non solo per vendicare quanto accadde col West Ham dodici mesi fa o per onorare al meglio la memoria di Barone, ma anche per salutare Firenze e la piazza viola con un trofeo di cui, da queste parti, c’è una gran fame.

‘You say goodbye, and I say hello’…

Ultima al Franchi per molti viola

 Per molti stasera contro il Napoli sarà la gara dei saluti, per altri anche di addii. Ovviamente sperando di ritrovarsi sempre lì, al Franchi, a notte fonda, quando la Fiorentina tornerà da Atene, ma per questo meglio non mettere le mani avanti. SALUTI. Quella di oggi sarà l’ultima partita interna della stagione della Fiorentina che, dinanzi al suo pubblico, spera di poter staccare il pass per la terza qualificazione europea consecutiva, per quanto nella stessa competizione, ovvero la terza in ordine di importanza a livello Uefa. Il tutto in attesa di poter provare ad entrare nella seconda, ma per quello servirà tornare da Atene con un trofeo. Sarà la serata del saluto di Vincenzo Italiano, clausola di rinnovo automatico in caso di successo con l’Olympiacos permettendo, lui che sotto la Fiesole ha festeggiato, esultato e pure ballato, magari salutando in modo particolare anche chi, dietro la sua panchina, ha avuto spesso di che ridire, ricevendo più o meno accese risposte. Qualcuno gli ha urlato ‘Oh Vincenzo portarci in Europa’ prima, ‘Oh Vincenzo portaci la Coppa’ poi, ma anche ‘fate ridere’. Alti e bassi, fa parte del gioco. Per molti calciatori oggi sarà l’ultima volta al Franchi. Per quanto le vie del mercato siano infinite, infatti, i vari Arthur, Belotti, Maxime Lopez e Faraoni torneranno da dove erano arrivati, così come potrebbe essere l’ultima di Duncan e Kouame, a meno che le parti non trovino un accordo di rinnovo di un contratto che scadrà tra un mese. Poi c’è Bonaventura, altro col contratto in scadenza, mentre in diversi hanno corteggiatori ed estimatori, da Quarta a Milenkovic e Gonzalez passando per Barak. Sarà l’ultima di Castrovilli, in quello stadio in cui si fermò per un malore e in cui si è rotto un ginocchio e tutto ciò che c’era attorno, e chissà che non sia l’ultima anche per Nzola, proprio lui, che fino a qualche giorno fa al Franchi non ci andava neppure, visto che non veniva convocato, ma che poi proprio lì ha trovato con quel guizzo nel recupero di Fiorentina-Bruges il gol che, in fin dei conti, ha permesso alla squadra viola di andare ad Atene. FIESOLE. Anche la Fiesole si riempirà per l’ultima volta. Dall’anno prossimo, sempre che sul fronte restyling del Franchi non accadano cataclismi, dietrofront o cose che se non fossimo in campagna elettorale parrebbero utopie, il cuore caldo del tifo si sposterà dall’altra parte dello stadio, in Ferrovia, coi lavori che interesseranno quella che per generazioni è stata l’anima dell’identità dei tifosi della Fiorentina. In teoria, sempre in teoria, la prossima volta che un tifoso viola rientrerà in Fiesole non avrà più bisogno dell’impermeabile o di preghiere affinché il meteo sia clemente. CARICA. Intanto battere il Napoli e andare in Europa anche l’anno prossimo, poi potrà ufficialmente partire la marcia d’avvicinamento ad Atene, rendendo la partita di Cagliari e il recupero con l’Atalanta (comunque dopo la finale di Conference) sfide ininfluenti. Il Franchi è pronto ai saluti, ma anche a dare la carica. Per oggi e per il 29. Con tanta voglia di ritrovarsi lì, a notte fonda, a sancire la fine di un digiuno che dura da oltre 20 anni.

Ri-invertire il trend, anche in casa

Fiorentina a caccia di un successo col Napoli

Dovessimo fare la ‘top 10’ delle partite più belle del triennio di Italiano a Firenze (sperando che nel novero  possa entrarci quella di Atene del 29 maggio), nelle primissime posizioni dovremmo inserire di diritto almeno tre incroci col Napoli, prossimo avversario dei viola in Serie A venerdì al Franchi. DA URLO. In pochi sono riusciti a fare quello che è riuscito a fare Italiano negli ultimi anni, come battere tre volte l’Atalanta di Gasperini in una stagione come fece tre anni fa, ma anche riuscire a vincere al Maradona tre volte nelle ultime quattro edizioni della sfida col Napoli. All’andata di quest’anno fu 1-3, coi gol di Brekalo, Bonaventura e Gonzalez, l’anno scorso fu ko nel giorno in cui il Napoli festeggiò lo Scudetto, mentre due anni fa arrivarono un successo per 2-5 in Coppa Italia e 1-3 in Serie A, con firme d’autore e gol bellissimi. Dal primo centro in maglia viola di Ikoné alla perla da fuori area di Cabral nella sfida di Serie A, ai gol di Venuti, Vlahovic, Piatek, Maleh e  Biraghi in quella di Coppa Italia. Eppure, nonostante tutto ciò, le gioie che la recente Fiorentina ha rimediato col Napoli sono arrivate tutte in Campania. A Firenze, invece, il ruolino di marcia recente è di tutt’altro spessore.  A FIRENZE. Al Franchi, negli ultimi 10 incroci la Fiorentina ha vinto solamente una volta, nel giorno in cui Simeone stese la squadra di Sarri con una tripletta. Napoli che con quel ko, di fatto, perse i sogni Scudetto. Poi raffica di pareggi, come lo 0-0 dell’anno scorso, il ko 1-2 del primo anno di Italiano quando, così come con l’Inter, la Fiorentina fece un primo tempo spaziale andando avanti con Quarta, ma poi crollò finendo la benzina e venendo rimontata. Ko 0-2 anche l’anno prima, quando in gol andarono Insigne e Venuti con un autogol, in quella sfida che vide Gattuso accapigliarsi con gran parte della panchina della Fiorentina, con l’allenatore del Napoli che poi, da lì a breve, sarebbe stato annunciato come tecnico viola, salvo poi fare dietrofront pochi giorni, anzi ore, più tardi. Ko 3-4 nel primo anno di Commisso, con biglietto di ben arrivato al patron viola da parte della classe arbitrale che si inventò un rigore pazzesco per un contatto inesistente tra Castrovilli e Mertens. 0-0 nel 2018-2019, 3-3 con gol di Zarate bellissimo e pari allo scadere di Gabbiadini l’anno precedente, 1-1 nel 2015-2016, ko 1-2 nel 2013-14. Riassumendo, negli ultimi dieci Fiorentina-Napoli, i viola hanno rimediato 1 successo, 4 pareggi e 5 ko. Un bilancio che cozza con la storia dei due club, visto che nei precedenti 63 incroci giocati in Serie A con la Fiorentina in casa erano arrivati 35 successi viola, 15 pareggi e solo 13 vittorie del Napoli. Il raffronto in percentuale è abbastanza semplice: le vittorie del Napoli sono passate dal 20,6% al 50% negli ultimi dieci incontri.  INVERSIONE. Venerdì la Fiorentina dovrà provare ad invertire il recente trend. Il rendimento del Napoli di quest’anno potrebbe facilitare il compito dei viola, con la gara del Franchi che potrebbe permettere alla formazione di Italiano non solo di riscrivere il recente bilancio dei precedenti, ma anche di staccare il pass per la prossima Europa. In attesa di Atene.

Bene, bravi, bis

Fiorentina in forma, nel momento clou della stagione

La Fiorentina batte il Monza e mette nelle proprie mani l’accesso alla prossima Europa via Serie A, aspettando Atene. Coi tre punti rimediati coi brianzoli di Palladino, le cui quotazioni per diventare il prossimo allenatore della Fiorentina nel post Italiano, la squadra viola diventa artefice del proprio destino per guadagnare un altro pass per un’altra annata in Europa. Venerdì, infatti, col Napoli ci sarà il primo match point per chiudere i discorsi. E non sarà il pass Champions, tipo quello che segnò Osvaldo a Torino o quello di Jorgensen a Lecce, ma tant’è. In fin dei conti, se la Fiorentina è adesso in attesa di giocare la Finale di Conference con l’Olympiacos, lo deve anche al finale di campionato dell’anno scorso in cui riuscì a strappare punti che garantirono il pass per questa edizione di Conference. Non era scontato allora, non è banale adesso. La sfida col Monza ha portato in dote diverse ottime notizie per la Fiorentina. Su tutte, ovviamente, i punti e quanto detto sopra, ma anche il fatto che il gruppo viola abbia tutte le intenzioni di non mollare niente, che a livello mentale sia ‘sul pezzo’. La gara del Franchi, inoltre, ha evidenziato che questa squadra sta godendo di una condizione fisica/atletica molto buona, collettiva e di alcuni singoli. Da Nico ad Arthur, in diversi hanno addirittura mostrato progressi, aspetto chiave in vista della partita di Atene. Per quanto Nzola non abbia brillato, anche col Monza ha dimostrato di non essersi lasciato andare, anzi. Per quanto resti comunque Nzola, con tutti i suoi limiti, nelle due partite col Bruges ha dimostrato che può risultate utile, anzi utilissimo. Col Monza si sono visti diversi tentativi di verticalizzazione, cercando nuove e diverse soluzioni in fase offensiva. Dietro, a parte il gol concesso, la fase difensiva ha mostrato qualche segnale di miglioramento, mentre altri singoli hanno fatto vedere di star bene, come Mandragora e lo stesso Arthur. Altri, invece, stanno recuperando, da Bonaventura a Belotti, con Ikoné che dovrebbe superare a breve il problema accusato nei giorni scorsi. Poter contare su alternative che rispondano presente se chiamati in causa, sta aiutando.  Il tutto con vista Atene, ovviamente. Ma anche con la certezza di avere nelle proprie mani la qualificazione all’Europa per l’anno prossimo, quale ancora non si sa. Per andare in Europa League non dipenderà solo dalla Fiorentina visto che ci sarà di mezzo l’Olympiacos, ma già avere quella possibilità non è poco, e non era scontato.

Quelli che sperano. Alternative, sì, fino ad un certo punto

Per la Fiorentina c’è il Monza. Per molti l’occasione di mettersi in mostra

Qualcuno le chiama alternative. Sì, perché se c’è ‘A’ e sta bene gioca ‘A’, e non ‘B’. A meno che…E’ il caso di questo finale di stagione della Fiorentina, coi viola che si giocheranno la terza finale in due stagioni, ad Atene, con stavolta l’imperativo di tornare a Firenze con un trofeo, ma anche chiamati a giocarsi le ultime quattro partite di Serie A cercando di raccogliere il massimo per raggiungere un posto nella prossima Europa anche via campionato, aspetto fondamentale nel caso in cui dovesse andar male con l’Olympiacos. E se non hai una rosa ai livelli dell’Inter, per cui come scegli scegli cadi in piedi, gestire energie e uomini migliori diventa doppiamente importante. ALTERNATIVE. Ci sono poi tutta una schiera di calciatori che fin qui hanno ricoperto il ruolo di alternative, che però potrebbero risultare molto utili oggi col Monza, venerdì col Napoli, poi col Cagliari e nel recupero con l’Atalanta, ma anche ad Atene. Perché i recenti casi di Sottil e Nzola sono lì a ricordare che l’occasione per riscrivere le gerarchie può passare da un momento all’altro. L’esterno viola, dopo Salerno, ha cambiato marcia mettendo in serie un paio di prestazioni importanti, su tutte quella col Sassuolo, che hanno indotto Italiano a dargli una maglia da titolare col Bruges all’andata, con tanto di rete in apertura di gara. Immaginarsi in quel match così importante e delicato Sottil titolare era quasi utopia fino a qualche giorno prima, ma Sottil è stato bravo a sfruttare le occasioni. C’è poi la storia di Nzola, fuori dai convocati per 5 gare di fila, convocato di nuovo proprio per il match d’andata col Bruges, in cui è entrato e ha deciso la partita con il gol del 3-2, ripetendosi in Belgio prendendosi il rigore della qualificazione. CHI SPERA. Salvo problemi fisici, da scongiurare ed evitare da qui al 29, diversi calciatori sperano di ritagliarsi degli spazi per convincere Italiano a buttarli in campo in Grecia. C’è Kayode, ad esempio, che insidia Dodo, c’è lo stesso Nzola ma anche Duncan. L’angolano ha dimostrato di essere tornato ‘dentro’ la Fiorentina (con la testa giusta), mentre il ghanese cerca il sorpasso su Mandragora a livello di gerarchie. Difficile che possa fare quel sorpasso Parisi su Biraghi, ma ci può provare, nel caso dell’ex Empoli più per il domani che per l’immediato. Poi ci sono i tre difensori centrali: Ranieri, dopo gli svarioni dell’andata e col Verona è stato ri-superato da Quarta, ma la sensazione è che tutti e tre si giocheranno due maglie fino all’ultimo momento. Christensen ha perso il treno, e non ha più convinto da quando è rientrato post infortunio, mentre Lopez non è mai riuscito ad impensierire davvero Arthur, tanto che lì Italiano si è inventato Bonaventura più basso. Poi c’è Barak. Il ceco è stato spesso decisivo nelle gare europee, quasi sempre nei minuti finali. Anche lui proverà a guadagnarsi delle occasioni, come dovrà fare Ikoné. Per il francese poteva essere già quella di oggi una chance fondamentale, ma un problema fisico lo ha costretto al forfait. C’è chi, invece, come Castrovilli giocherà più per se stesso che per altro, visto che il futuro dell’ex dieci viola è già indirizzato verso un addio e che non è in lista Uefa. Ma se dovesse portare punti in questo rush finale…non dispiacerebbe affatto. Questo finale di stagione, insomma, ha ancora molto da dire. A livello collettivo ma anche di singoli.

Le sliding doors, quelle belle

La rinascita di Nzola tiene vivo il sogno della Fiorentina

Dovessimo tornare indietro col pensiero, non di mesi o anni ma basterebbe di una decina di giorni, chi si sarebbe mai immaginato che M'Bala Nzola potesse anche solo contribuire a mandare la Fiorentina in una finale europea? Le chiamano sliding doors, elementi assolutamente imprevedibili che possono cambiare la vita in modo altrettanto imprevedibile. Nel caso dell'angolano, quei minuti finali della sfida del Franchi col Bruges sono quanto di più imprevedibile potesse succedere in quel momento.Proprio lui, dopo mesi di nulla, settimane di assenza anche dai convocati nel momento in cui ci sarebbe stato un gran bisogno, in cui Italiano, ad esempio a Salerno, ha preferito portarsi appresso tre ragazzi della Primavera e far giocare Barak centravanti piuttosto che Nzola. Come a dire, tutti ma tu no. Perché? Motivi personali, informava la Fiorentina, che può voler dire tutto e niente, a maggior ragione se tale situazione si ripete per cinque gare di fila com’è accaduto. Forse poca intensità o testa negli allenamenti? Ci sta, anzi, molto probabile. Poi, però, la porta che scorre, e non contro una squadra già retrocessa o su un 4-0, ma in una semifinale di una coppa europea, nel momento cruciale per la stagione dei viola, allo scadere di una gara in cui si sentivano già le critiche per come in quei 90 minuti col Bruges la Fiorentina era riuscita a buttarsi via regalando il 2-2 in superiorità numerica, in contropiede, tutti in attacco, come troppe volte era già successo, anche giusto pochi giorni prima con l’Atalanta in Coppa Italia. Poi la porta che scorre, il palo e il gol del 3-2. E bravo M'Bala, finalmente, dopo mesi di delusioni. Eccezione? Lampo? Caso? Miracolo? No. Perché meno di una settimana più tardi è successo di nuovo, a Bruges, quando la Fiorentina rischiava la beffa, dopo aver mostrato una superiorità evidente sul campo, preso pali, traverse e sbagliato l’impossibile. Ecco Nzola che entra, si prende il rigore che Beltran trasforma nel gol del passaggio del turno. E non un pass qualunque,  ma quello per la finale. E non una finale qualunque, ma quello di una finale di una coppa europea. Le sliding doors, quelle belle, quelle che decidono e cambiano in positivo lo stato d'animo di un popolo, quello viola, che nel recente passato di situazioni che modificano in meglio il corso degli eventi ne ha visti ben pochi. Basti pensare a quei maledetti crampi di Ranieri al 90’ a Praga, con Igor che entra e si fa 'bucare' da Bowen, dopo un rinvio di Terracciano che poteva essere indirizzato verso qualunque altra zolla del campo, con quel rimpallo…etc etc. Momenti ed avvenimenti che cambiano il destino, che fanno passare in pochi istanti dalle proverbiali stelle alle stalle, che in questo caso, invece, hanno ridato speranza ed alimentato sogni di gloria. E bravo Nzola. L'ultimo capitolo di questa storia è ancora da scrivere.

E ora l’ultimo step. Rompere il lungo digiuno

La Fiorentina sogna di alzare al cielo la Conference

Missione compiuta. La Fiorentina elimina il Bruges, raggiunge la Finale di Conference League per la seconda volta di fila, mantiene vive le speranze di riprendersi quello che lasciò a Praga un anno fa e può ancora provare a scrivere la storia. Manca solo un ultimo step, ad Atene: vincere. Il digiuno di trofei dura da tanto tempo, troppo per un club che nella sua storia non ha mai vissuto astinenze così lunghe. Dopo aver dovuto sopportare la doppia beffa dell’anno scorso, con due finali perse, è arrivato il momento di prendersi la rivincita. Per Firenze, per Barone e per la Fiorentina. Questo spogliatoio ha avuto chiaro l’obiettivo sin da quel fischio finale di Praga di un anno fa. La missione era chiara: riprovarci. Quando il dg viola è venuto a mancare, poi, l’obiettivo è divenuto ‘patto’. E se questo gruppo dovesse tornare da Atene con quella coppa… Il calcio, poi, ci mette del suo raccontando storie che non avvengono in nessun altro ambito sportivo, forse neanche nella vita. Se qualcuno, dieci giorni fa, avesse anche solo pensato che Nzola sarebbe stato decisivo per andare in Finale, due volte, entrando allo scadere all’andata e buttando dentro il gol del 3-2 e al ritorno prendendosi il rigore dell’1-1, sarebbe probabilmente stato messo al rogo come eretico. E invece così è accaduto. Capita anche che Terracciano viva fino al 93’ una delle sue peggiori serate, sbagli di tutto, metta il Bruges in condizione di segnare il gol che stava mandando all’inferno la Fiorentina ma poi, all’ultimo istante, faccia una parata pazzesca che lo trasforma da carnefice in eroe. Che dire, poi, dei legni in serie colpiti anche in Belgio dalla Fiorentina? Traverse, pali…fino all’episodio: un rigore, tutt’altro che una formalità per una squadra che nel 2024 ne ha sbagliati in serie, ma che Beltran, uno dei peggiori in campo fino a quel momento, ha trasformato mandando la Fiorentina ad Atene. E questo è il calcio. Ora l’ultima tappa. C’è tanta voglia di gioire, perché un altro triste epilogo ribalterebbe tutto quanto raccontato in precedenza. E sinceramente non se lo merita la Fiorentina e non se lo merita Firenze.

Vincere la Conference...unica via per crescere

Appuntamento con la storia per la Fiorentina

La Fiorentina si appresta a sfidare nuovamente il Bruges cercando il pass per la finale di Atene. Che ci sia, eventualmente, l'Olympiakos o l'Aston Villa ad occupare l'altro slot di finaliste poco importa. Almeno oggi, ed anche domani. La Fiorentina ci deve provare. Non solo, ci deve riuscire. Andare in finale potrebbe permettere a questo gruppo di calciatori, a questo allenatore e a questa dirigenza di dare un senso ad una stagione che, purtroppo, in campionato pare aver preso l’andazzo verso una lotta per un nuovo accesso alla prossima Conference (traguardo che scalda pochissimo). Per quanto ci siano ancora delle velleità di qualificazione all’Europa League pure via campionato, è inutile far finta che questo gruppo sia a corto di energie, fisiche e mentali. Gli altri, vedi Lazio e Napoli, non stanno meglio, ma non hanno altri impegni se non quelli di campionato. E’ perciò difficile pensare che questa Fiorentina possa fare filotto nelle ultime 4 sfide in calendario con Monza, Napoli, Cagliari e Atalanta. I limiti della Fiorentina si sono visti in maniera lampante a Verona.E allora sì, dev’essere all-in sulla Conference, dimensione in cui questa società naviga (bene) ormai da due anni, ma dalla quale servirebbe progredire viste le energie che porta via. E il modo per farlo è espugnare Bruges, andare ad Atene e tornare a Firenze con quella maledetta coppa. Un epilogo che permetterebbe a questo spogliatoio di consacrarsi alla storia (comunque la si pensi sul valore di questa Conference), di far gioire una piazza che ha fame di vittorie visto che un trofeo manca da oltre 20 anni e di dare delle parvenze di crescita per il futuro.Andare in Europa League farebbe aumentare i ricavi (aspetto caro alla proprietà, come evidenziato anche dall’ultimo intervento di Commisso sul Franchi), ridarebbe alla Fiorentina la sua dimensione e richiederebbe al tempo stesso investimenti più mirati, per non dire onerosi. Fare l’Europa League, infatti, non è come fare la Conference. Basta vedere chi è nelle semifinali (Atalanta e Roma, in lotta per la Champions in A - Leverkusen campione di Germania ) o chi c’era nei quarti (il Liverpool in lotta per la Premier). Potrebbe cambiare molto, se non tutto. Come sarebbe stato negli anni di Montella qualificarsi alla Champions, quando il quarto posto valeva ‘solo’ l’Europa League, per intendersi.  E allora: provaci Fiorentina.

Evitare i soliti errori, andare oltre i soliti limiti

Fiorentina a caccia della Finale di Atene

Passo indietro su molti fronti per la Fiorentina a Verona. Per quanto al Bentegodi Italiano abbia schierato quasi esclusivamente alternative, della trasferta coi gialloblu c’è poco da salvare. Le vie per l’Europa tramite Serie A, adesso, si fanno in salita. Per fortuna che la partita da non perdere è quella di mercoledì. Ma in Belgio servirà tutt’altra Fiorentina. Le uniche indicazioni positive a Verona sono arrivate da Castrovilli che, però, col Bruges, in quella che è ad oggi la partita dell’anno per la Fiorentina, non potrà giocare perché non in lista Uefa. La fase difensiva vista a Verona, così come giovedì scorso, è tornata a preoccupare, sia a livello collettivo che di singoli. Ranieri continua ad evidenziare un inatteso calo di condizione mentale, mentre Milenkovic non sta dando segnali di ripresa. I due portieri che si stanno alternando non danno grandi garanzie, Sottil è out mentre c’è apprensione per le condizioni di Bonaventura. Al netto dei singoli, giovedì dovrà scendere in campo un’altra Fiorentina. Che non regali dietro, possibilmente non in apertura di gara e che faccia più male del solito davanti. Il Bruges visto a Firenze, d’altronde, non ha destato chissà quale impressione. Forte, sì, ma neanche poi più di tanto. Non è l’Atalanta, per intendersi. La vera discriminante, piuttosto, starà in che serata avrà la Fiorentina. I difensori e Terracciano su tutti. Uscire dalla Conference come a Bergamo, cioè con un gol preso alla prima imbucata centrale, restare in inferiorità numerica con un’altra imbucata centrale, prendere il gol dell’eliminazione in contropiede…sarebbe delittuoso. Anche perché, val bene ricordarlo, la Fiorentina va a Bruges con un gol di vantaggio. Atene non è lontana, ma non è ancora stata raggiunta.  

Come in un film, sperando nel lieto fine

Fiorentina a caccia dell’happy ending

Ci deve essere un lieto fine in questa dannata stagione, anzi a questo anno. Qualcuno con la mente è ancora lì, a Praga, a quei secondi finali dal sapore della beffa. Un pugno in faccia di quelli che si possono sentire ancora a distanza di dodici mesi, forte, doloroso, anche perché arrivato pochi giorni dopo un altro schiaffo come quello dell’Olimpico. Già col West Ham qualcuno si aspettava l’happy ending, una sorta di risarcimento per oltre vent’anni di insuccessi, caratterizzati da beffe come il fallimento, la C2, la finale di Coppa Italia col Napoli, furti come quello del Bayern e di Ovrebo, e quell’urlo al gol di Nico con l’Inter di qualche giorno prima che, poi, rimase solamente un’illusione (come se non bastasse, mai). Niente, anche a Praga fu dolore. Appuntamento con ‘una gioia’ rimandato, ancora. Un anno più tardi, con nel mezzo la scomparsa di una figura centrale nella vita dell’attuale Fiorentina come quella di Barone, ci risiamo. Una possibilità di scrivere un capitolo di gioia straordinario è già sfumata col ko con l’Atalanta: eliminare Gasperini, andare a Roma in Finale di Coppa Italia, battere la ‘nemica’ Juventus, veder piangere Vlahovic e Chiesa…Niente, quello, forse, era ‘chiedere troppo’. Il tutto, per infierire, aggravato dal modo con cui la Fiorentina è uscita. Ma vabè. Poco male, Atene non è lontana. Basta eliminare il Bruges. La Fiorentina va avanti con eurogol di Sottil, che nel suo momento migliore poi si fa male, crea, spreca con Nico e regala un rigore ‘a bischero’, ritrova il vantaggio e va in superiorità numerica con un belga che si fa espellere come un ‘pivello’. Ma poi prende un gol ‘a bischero’ con errore del difensore più in forma, Ranieri. Nel frattempo la corrazzata Aston Villa va sotto 0-2 con l’Olympiakos, mentre la Fiorentina spreca. ‘Rieccoci’, qualcuno avrà pensato, il destino si sta nuovamente prendendo gioco di noi. Intanto gli inglesi rimontano sul 2-2, ma poi vanno sotto 2-4, mentre al Franchi entra Nzola dopo un mese di assenza dai convocati per motivi personali. Mancano pochi minuti: rigore per l’Aston Villa, sbagliato. Nzola prende il palo, ma ribadisce in rete. La Fiorentina vince, l’Aston Villa dovrà vincere di due reti in Grecia, mentre la squadra viola avrà due risultati su tre in Belgio, o anche tre su tre per andare almeno ai supplementari. Sì, stavolta ci dev’essere un lieto fine. Per forza, basta solo attendere. E’ ormai questione di qualche giorno.

Una serata da film tra classici, revival e inediti

Le storie che ha regalato Fiorentina-Club Brugge

Difficile azzeccare anche solo un evento di ciò che è accaduto nel giovedì di Conference League. Dalla super favorita Aston Villa che perde 2-4 in casa con l’Olympiakos a M’Bala Nzola che entra allo scadere e fa il gol decisivo per la vittoria della Fiorentina. Proprio lui, reduce da quattro non convocazioni per ‘motivi personali’ che torna, gioca una manciata di minuti e stavolta non fa danni, anzi, centra il palo, non si abbatte, ci crede, butta dentro il 3-2 e fa esplodere il Franchi. Una roba da film.  Altra storia da film è quella di Sottil, uno che da anni è atteso al varco: esplode o no? Fa il salto di qualità oppure no? E dopo che anche quest’anno pareva indirizzato al ‘no, non esplode; no non fa il salto di qualità’, dopo una serie di gare insufficienti (l’ultima a Salerno), ecco la resurrezione. Buon ingresso col Plzen, gol e due assist col Sassuolo, maglia da titolare presa di diritto e di forza in una semifinale europea, rete che sblocca la gara dopo pochi minuti, tra l’altro bellissima, gran partita, poi altro infortunio e nuovo stop che sa di stagione finita. Non molto scenografica la serata di Biraghi, altro giocatore che era atteso al varco come ormai da tempo è sostanzialmente sempre. A maggior ragione dopo la buona prova di Parisi col Sassuolo e la serataccia di Biraghi a Bergamo. Fiorentina avanti dopo pochi minuti, tranquilla, consapevole di aver iniziato nel modo migliore una semifinale europea, rimpallo in area, mani di Biraghi, rigore: gol. Se la fortuna è cieca, la sfiga nel suo caso sembra vederci benissimo. Si potrà avere a che ridire sul fatto che sia arrivato lì col braccio largo, così come che col West Ham era messo male a livello posturale quando il pallone gli sbatté sul braccio, però non si potrà certo dire che sia stato fortunato. Poi ecco l’altra storia da film, quella del Gallo Belotti che torna a cantare, dopo 1000 e più minuti di astinenza, nel momento più importante: palla vagante in area, controllo, girata immediata e gol. Proprio ora, quando per molti la speranza iniziava ad essere vicina allo zero.  Una delle poche cose che era abbastanza pronosticabile, invece, era che la Fiorentina prendesse un gol a ‘bischero’, uno di quelli che solo questa squadra riesce a regalare, sempre uguali: rinvio lungo da dietro, un solo attaccante avversario che parte e fa gol. Così era stato col West Ham, con l’Atalanta e altre mille volte, perfino con avversari come il Maccabi Haifa, e così è stato sul gol del 2-2 del Club Brugge. Difficile, tuttavia, immaginarsi che ciò sarebbe accaduto nel momento in cui i viola avevano appena visto un belga finire sotto la doccia espulso. Impensabile, ma non troppo, perché non è la prima volta che questa Fiorentina si suicida in quel modo. Molto difficile pensare che a perdersi l’attaccante del Bruges fosseRanieri, uno dei migliori in questa stagione ma uno dei peggiori col Club Brugge.  Altra cosa che ha il sapore del ‘classico’ è che la Fiorentina esce dalla gara d’andata col Bruges con un risultato positivo, com’era accaduto con l’Atalanta in Coppa Italia, ma sfruttando solamente in parte il ‘fattore Franchi’. Coi belgi così come coi bergamaschi, infatti, la Fiorentina ha segnato poco in confronto a quanto ha creato, col solo Gonzalez che nel primo tempo poteva farne due. Al contrario ha subito di più di quanto ha concesso, altra cosa dal sapore del ‘classico’, un vero e proprio revival. Peccato, forse, cioè…In fondo la Fiorentina andrà in Belgio partendo dal vantaggio, che però poteva essere molto più ampio, come accadde con l’Atalanta. Ma il Bruges non è l’Atalanta, forse, cioè…Questione di bicchieri, mezzi pieni o mezzi vuoti, del tutto pieni e o del tutto vuoti a seconda di come la si voglia vedere. Atene è più vicina, o meglio meno lontana. Se poi l’Olympiakos facesse fuori l’Aston Villa…Ma meglio pensare prima alla battaglia di Bruges, perché tale sarà. Sperando che l’epilogo sia differente.

Sfruttare il ‘fattore Franchi’. Servono i goleador d’Europa

La Fiorentina va a caccia della Finale di Conference League

Sfruttare il fattore Franchi. Vincenzo Italiano e Nico Gonzalez hanno mandato il loro messaggio, chiaro, in vista della gara di oggi contro il Bruges. La Fiorentina deve incanalare il discorso qualificazione sfruttando la gara d’andata tra le mura amiche. In sostanza, oggi i viola devono vincere, quindi buttarla dentro, possibilmente facendo una gara attenta dietro, per intendersi senza fare regali ai belgi. Più o meno quello che accadde nella semifinale d’andata di Coppa Italia con l’Atalanta al Franchi, dove per ‘il più’ si fa riferimento alla gara di grande attenzione difensiva, con quasi nessuna occasione concessa ai bergamaschi di Gasp, mentre per ‘il meno’ si intende lo spreco offensivo che spesso ha contraddistinto questa Fiorentina. CAMMINO. L’obiettivo, come detto, è quello di evitare di andare in Belgio al ritorno a dover rimontare. Per farlo, ovviamente, dovranno arrivare dei gol all’attivo. Spesso e volentieri è stato Barak a mettere dentro reti decisive nel cammino europeo della Fiorentina, sia l’anno scorso (a Basilea, per esempio) che quest’anno (col Maccabi, all’andata e al ritorno). Oggi il ceco partirà dalla panchina, salvo sorprese. Al suo posto, senza sorprese, ci sarà invece Gonzalez. L’argentino, al pari di Barak, è stato spesso l’uomo della provvidenza per Italiano, in Serie A, Coppa Italia ma soprattutto in Conference. Anche quest’anno è stato lui a metter dentro il primo sigillo europeo, come fece col Twente un anno fa ha fatto altrettanto col Rapid nel preliminare. Nella fase a gironi, fu Luca Ranieri a mettere dentro i primi 2 gol del cammino della Fiorentina, in Belgio, nel 2-2 con cui la squadra di Italiano uscì dalla sfida col Genk, entrambe di testa. Quel Genk che, giusto pochi giorni fa, il Club Brugge ha asfaltato nella poule scudetto con un 4-0 interno e uno 0-3 esterno, giusto per dare dei riferimenti. Nella goleada col Cukaricki segnarono un po’ tutti, da Beltran, che ne fece due di cui uno bellissimo, a Ikoné, passando per Sottil su punizione, Quarta e Maxime Lopez. Col Ferencvaros in gol andarono Barak e Ikoné nel finale, riuscendo a raddrizzare lo 0-2 con cui gli ungheresi erano andati avanti, mentre in Serbia la decise Nzola su rigore. Col Genk al ritorno fu 2-1 viola, con ancora Nico su rigore e gol di Quarta, mentre in Ungheria col Ferencvaros segnò ancora Ranieri sugli sviluppi di un corner. Nella fase ad eliminazione diretta la Fiorentina ha piegato allo scadere in Ungheria il Maccabi Haifa 3-4, coi gol di Nzola, Mandragora, Beltran e Barak in zona Cesarini, anzi in zona Barak. Al ritorno, al Franchi, decise proprio Barak, di testa. Quindi arriviamo alla sfida col Plzen, decisa ai supplementari proprio dai gol di Nico Gonzalez e capitan Biraghi. GOLEADOR. Tirando le somme, dunque, è Nico Gonzalez il miglior marcatore della Fiorentina di questa Conference League con 4 centri. Seguono Beltran, Barak e Ranieri a 3 gol. A 2 reti Ikoné e Quarta. A 1 Sottil, Biraghi, Lopez e Mandragora. Spiccano, al tempo stesso, i vari Bonaventura e Kouame ancora a quota 0 reti in questa Conference, ma d’altronde Jack è stato spesso preservato, mentre Kouame è stato spesso fuori causa e, nel dubbio, se c’era prendeva pali e traverse come col Plzen. A zero anche Belotti, che fino a gennaio giocava nella Roma. Per coloro che sono ancora fermi a zero, già da oggi col Bruges, c’è la possibilità di sbloccarsi, mentre per gli altri c’è voglia e opportunità di incrementare il proprio bottino di reti. Oggi, mercoledì prossimo nel ritorno, e possibilmente anche ad Atene in Finale.

Sperando che sia stato (ri)fatto il pieno

Verso il Club Brugge. Fiorentina a caccia della Finale

Contro il Sassuolo la Fiorentina è ripartita, si è buttata alle spalle il tonfo con l’Atalanta e la delusione di aver mancato la Finale di Coppa Italia rifilando cinque gol agli emiliani ed evidenziando che è ancora viva. Ottima notizia in vista del match di giovedì col Club Brugge in Conference League, sfida che diventa cruciale per questo finale di stagione della squadra di Italiano. FINALE. L’obiettivo è chiaro: vincere la Conference. Per farlo servirà una Fiorentina che nella gara d’andata faccia una grande partita difensiva, ma anche che davanti trovi finalmente un po’ di cinismo. La cinquina rifilata al Sassuolo può aver ridato entusiasmo e fiducia a qualche singolo che, ultimamente, è mancato sotto porta, Nico su tutti. La gestione delle energie, con molti ‘big’ che sono rimasti o totalmente o parzialmente a riposo può essere un fattore importante. Il Club Brugge corre, ci metterà tutto e di più per scrivere la propria storia e giocherà il ritorno in casa. Servirà, dunque, il pieno di benzina. Vedendo la prova col Sassuolo parrebbe che la Fiorentina abbia ritrovato un po’ di energie dopo aver sofferto a Bergamo. FUTURO. A stretto giro di posta, intanto, la Fiorentina si sta mantenendo aperte le porte per una qualificazione alla prossima Europa anche via Serie A, con alcune alternative che stanno mandando segnali a Italiano, come Sottil, ma anche Quarta e Parisi. A fine stagione sarà rivoluzione, questo è ormai noto. Ma poterla fare con una coppa in bacheca, col diritto a partecipare alla prossima Europa League sarebbe qualcosa di sensazionale. Altrimenti, meglio che nulla, il diritto a rifare la prossima Conference via Serie A (e quest’ultimo pare più un dovere che un’impresa).

Le categorie… Quando i valori (tecnici ed economici) fanno la differenza

Fiorentina troppo inferiore all’Atalanta. Ora sotto col Bruges

Non sempre chi più spende ha garanzie di risultati. Nel calcio poi, dove si gioca coi piedi, ci sono i pali, gli arbitri, gli infortuni e quant’altro, a maggior ragione. In una gara secca poi, si sa, può succedere di tutto, mettici che la palla è rotonda e che non ci sono più le mezze stagioni ed ecco che il quadro delle frasi fatte è più o meno completo. Poi però, ci sono le categorie. E duole dirlo, ma la Fiorentina vista a Bergamo non è stata altro se non inferiore. E si parla dell’Atalanta, non del Real Madrid. D’altronde, se si guarda solo ai costi, che sono comunque qualcosa né di totalmente oggettivo ma neanche qualcosa di solamente soggettivo, basta aprire un sito specializzato di valori di cartellini e si vede subito che la rosa dell’Atalanta vale oltre 100 milioni in più di quella della Fiorentina. Nelle fila dei viola il più prezioso è Nico Gonzalez, che vale 40 milioni, poi c’è Dodo a 20, Milenkovic a 16, Beltran a 16 e via discorrendo. Quindi, un solo giocatore che vale più di 25 milioni, che prendiamo a ‘cifra X’ come valore di un giocatore di buon livello, non certo un campione, ma uno di quelli che dovrebbero fare la differenza. L’Atalanta, sopra quella cifra X, ha Scalvini che vale 45 milioni, Koopmeiners, Lookman, De Ketelaere ed Ederson a 30, seguiti da Scamacca a 25 e Touré a 20. E infatti, guarda caso, nel match con la Fiorentina chi ha fatto la differenza? Ecco, se non tutti i nerazzurri sopracitati, quasi. Ragionando non per costi, ma in un ipotetico probabile undici, quanti calciatori prendereste da una squadra o dall’altra? Così, ‘per ragionare’, difficilmente qualcuno preferirebbe Terracciano o Christensen a Musso e Carnesecchi, davanti forse solo Gonzalez potrebbe insidiare gli avanti di Gasperini, e perfino Beltran non l’avrebbe vinta su De Ketelaere, figuriamoci in mezzo al campo dove Koopmeiners ed Ederson hanno sverniciato Mandragora, Bonaventura e chi ha giocato a centrocampo mercoledì nella Fiorentina. Forse il solo Quarta o Ranieri potrebbero trovare una maglia, magari in luogo di Djimsiti. In altri tempi avremmo detto Milenkovic, ma quello che si sta vedendo ultimamente farebbe fatica a giocare titolare in una squadra che lotta per l’Europa. Al massimo potrebbe spuntarla Kayode su Zappacosta, ma solo perché il viola è giovane e in prospettiva promette bene. Riassumendo, il gap tecnico tra Fiorentina e Atalanta è ancora molto alto. E lo si è visto a Bergamo. Poi…Si potrà obbiettare che nel match d’andata la squadra di Italiano ha dominato, che l’Atalanta era sembrata poca roba etc etc. Vero, anzi, verissimo. E quando loro non giravano, ecco i miracoli di Carnesecchi, a proposito di quanto dicevamo in precedenza. E nel computo del doppio confronto, quindi non nella gara secca, i valori sono venuti fuori. D’altronde, l’Atalanta è ormai da anni a livelli a cui la Fiorentina non riesce ad arrivare. Ci sarà un motivo? E non è lo spendere, semmai il farlo bene. Anzi, meglio. Tant’è che i gol che fa Scamacca, Belotti e Beltran non li fanno, aspetto che da queste parti è un mantra ormai da quando Vlahovic è andato alla Juventus. Poi certo, se la linea difensiva non fosse così alta, se i difensori fossero in grado di non farsi bucare con la facilità con cui un coltello trafigge il burro, se il Var, se quello e quell’altro…Il fatto è che, quando la Fiorentina è superiore tecnicamente e nei valori spesso fatica, e quando è inferiore spesso fatica. Insomma, che fatica! Ora arriva il Club Brugge, che come valori ha costi che valgono la metà di quelli della Fiorentina. Chissà se quei valori superiori che ha la squadra viola si tramuteranno in qualcosa di positivo.

Noi, gente che spera

Fiorentina attesa dalla supersfida con l’Atalanta

La Fiorentina supera la Salernitana con una formazione piena zeppa di alternative, stavolta riuscendo anche a gestire le energie giocando solamente un tempo, torna al successo in Serie A dopo 5 giornate e torna a vincere fuori casa come mai aveva fatto in campionato in questo 2024, ma soprattutto si appresta ad affrontare l’Atalanta a Bergamo nella semifinale di ritorno di Coppa Italia.ALL-IN. Per quanto il successo coi campani abbia permesso ai viola di tenersi aperte strade per la prossima Europa anche via Serie A, non c'è dubbio che la sfida di mercoledì coi bergamaschi conti di più. Per il terzo anno di fila, infatti, la Fiorentina è (almeno) in una semifinale, potrebbe essere per il secondo anno di fila in due finali (o almeno una), e a questo giro spera di scrivere un epilogo diverso da quelli che ha avuto a Roma e a Praga l’anno scorso. Vincere un trofeo è l’obiettivo di questo gruppo, traguardo rinforzato negli intenti dopo la scomparsa di Joe Barone. Una sorta di all-in sulle coppe, cercando comunque di tenersi aggrappati al piano B, anzi C, ovvero star lì in classifica. La strada verso l’eldorado passa da Bergamo, dalla difesa di un 1-0 (che poteva essere anche più largo) ottenuto all’andata, con vista su Roma, dove ci dovrebbe essere la Juventus di Vlahovic, Chiesa, Agnelli, dello Scudetto rubato, dell’affaire Baggio, di Nedved, delle plusvalenze, di Calciopoli, Moggi…insomma, ‘lei’. E sai che soddisfazione sarebbe…SPERANZA. Gente che spera, sì, la Fiorentina e i suoi tifosi. Dalla gara di mercoledì passa molto di questa stagione per i viola, che poi si giocheranno il resto dei propri sogni di gloria col Club Brugge in Conference League. Il cammino per Roma e Atene è ancora vivo, ma ora c’è da quagliare. Ora ed eventualmente nelle due finali, o almeno in una.

Sottil, cercasi (altri) segnali

All’andata con la Salernitana la sua miglior gara dell’anno

“Sono contento di quanto fatto da chi è subentrato, come Sottil”, cit. Vincenzo Italiano dopo il successo ai supplementari contro il Plzen in Conference League. D’altronde si sa, nel calcio di oggi, coi cinque cambi che diventano sei in caso di supplementari, chi entra dalla panchina può fare la differenza come non mai. Farla nelle gare in cui conta di più, poi…ci siamo capiti. Come, appunto, ha fatto Sottil nel match vinto dalla Fiorentina ai supplementari col Plzen in Conference League, con buon ingresso anche di Ikoné, autore dell’assist per la rete di Biraghi e da Quarta, con quel bolide da fuori area da cui poi è nato il gol di Nico. SOTTIL. Sottil, anche quest’anno, non è riuscito ancora a trovare né continuità né particolari acuti, rimandando ancora una volta l’appuntamento con quel salto di qualità definitivo atteso da diverse stagioni. All’andata, proprio con la Salernitana, Sottil fu autore della sua miglior gara stagionale, con un gol bellissimo e l’assist per il tris di Bonaventura che permise ai viola di stendere i campani con un netto 3-0. Il tutto condito da un’esultanza polemica con dito alla bocca a voler zittire chi lo aveva spesso criticato. Qualcosa di simile era accaduto anche nei giorni scorsi, con quel post social poi misteriosamente scomparso. Poco male, cose che capitano nell’era dei social. DOMANI. Per quanto il campionato, ormai, abbia poco da regalare alla Fiorentina se non la speranza di rientrare nel giro della lotta per l’Europa, già nella sfida di Salerno coi campani per qualcuno potrebbe esserci l’occasione di provare a riscrivere le gerarchie in vista delle sfide in cui la squadra di Italiano si gioca la stagione. Se a destra gioca sempre Gonzalez, di punta sempre Belotti e da trequartista sempre Beltran, per l’altra maglia sono sempre tutti in corsa. Kouame, ora come ora, è intoccabile. Ma…Sottil ha ancora qualche tempo per insidiare la titolarità dell’ivoriano. Già domani, a Salerno, quando potrebbe toccare nuovamente a Sottil giocare dal 1’. Quest’anno le gare in cui Sottil è stato decisivo si contano sulle dita di una mano: in Serie A, quello con la Salernitana dell’andata è l’unico gol segnato, mentre in Conference League è andato a segno su punizione col Cukaricki al Franchi e in Coppa Italia ha messo dentro il rigore col Parma che ha mandato ai supplementari quell’ottavo di finale. Poi il solito tanto fumo, con solito poco arrosto. Tra la sfida di mercoledì a Bergamo con l’Atalanta in Coppa Italia e il doppio incrocio col Club Brugge in Conference League, per Sottil ci saranno altre occasioni per provare a fare un salto di qualità, quello che Daniele Pradè si attendeva come disse in quella conferenza del 2022. Due anni più tardi c’è ancora la chance, tuttavia, da conquistarsi attraverso gare di ‘minore’ importanza, come quella di Salerno.

Belotti/Nzola peggio di Cabral/Jovic. Media gol/minuti disastrosa

I centravanti della Fiorentina non segnano. A volte neppure tirano

Dicesi centravanti colui che, nel calcio, ha il compito di finalizzare l’azione d’attacco, quindi, in teoria, di fare gol. Poi c’è chi fa il regista offensivo, chi la boa, chi le sponde e…come diceva qualcuno “il nostro centravanti è lo spazio”…bho, vabè, questioni di filosofia. Poi ci sono le punte della Fiorentina, che dal dopo Vlahovic non segnano e spesso neanche tirano. In principio fu la volta di Piatek e Cabral, poi di Cabral e Jovic, quindi di Nzola e Beltran, quando l’argentino faceva la prima punta, poi di Nzola e Belotti, visto che Beltran è stato trasformato in trequartista. Il Gallo, preso a gennaio perché Nzola non segnava neanche per sbaglio, è fermo al centro col Frosinone, poi qualche legno, come a Lecce o con la Lazio, un paio di rigori procurati, poi sbagliati dai compagni, e tanta generosità. Già meglio di Nzola, che di reggere un pallone non se ne parla. E vabè. Le statistiche parlano chiaro, anzi confermano quello che si vede a occhio nudo: gli attaccanti viola non segnano praticamente mai.Belotti ha messo assieme fin qui 945’ da quando veste la maglia viola, considerando tutte le competizioni, segnando 1 gol. La media si fa presto a farla. Nzola, invece, di minuti ne ha messi assieme 1905, mettendo a referto 5 reti, ovvero un gol ogni 381’. L’anno scorso il problema riguardava la coppia Cabral – Jovic, col brasiliano che a Firenze ha chiuso la sua avventura con 3413’ totali in un anno e mezzo per 19 reti, ovvero un gol ogni 180’. Jovic, invece, ha chiuso la sua avventura in maglia gigliata con 13 reti in 2386’, ovvero un gol ogni 183’. Come detto, considerando tutte le competizioni, perché se dovessimo guardare solo i dati della Serie A del brasiliano e del serbo, la media crollerebbe a 1 gol ogni 255’ per Jovic e 1 gol ogni 217,5’ per Cabral. Dati, comunque, di gran lunga migliori rispetto a quelli di Belotti e Nzola. Se si guarda al passato, considerando tutte le competizioni che, val bene chiarirlo, non vedevano impegni di una coppa di terzo livello europeo come la Conference League (senza che nessuno si offenda), quella coppia di punte del 1977-78, quando la Fiorentina rischiò la retrocessione, con Desolati e Sella si fermò a 1 gol ogni 159’ per Sella e 1 ogni 250’ per Desolati.  Anche loro, per dire, fecero meglio di Nzola e Belotti. In anni più recenti, quando la Fiorentina ha lottato per non retrocedere, ha avuto a disposizione bomber implacabili come Amauri, che fece 1 gol in 976’, quindi, tra mezz’ora, meglio di Belotti, Cutrone che ha chiuso con 5 reti in 1224’, ovvero 1 gol ogni 244’. Il tanque Silva chiuse la sua breve avventura viola con 1 gol in 466’, Piatek con 6 reti in 949’, ovvero uno ogni 158’. Vlahovic, giusto per tornare alla premessa, ha lasciato Firenze con una media totale di 1 gol ogni 144’, media di 1 gol ogni 102’ nella metà stagione che giocò prima di andare a gennaio alla Juventus, in cui in 24 presenze aveva segnato 20 gol. In proiezione, Belotti avrebbe dovuto essere già a 9 reti e Nzola a 19, ovviamente per fare come l’ultimo mezzo anno di Vlahovic. Inutile citare gli anni di Batistuta, che comunque segnava di media 1 gol ogni partita e mezzo anche quando la Fiorentina retrocesse, come nel 1992-93, mentre l’altra retrocessione, nel 2001-02, vide Adriano chiudere con 1 rete ogni 234’ e Nuno Gomes con 1 gol ogni 328’. Insomma, non che servisse la calcolatrice per vedere che Belotti e Nzola abbiano numeri impietosi sotto porta, ma tant’è. Magari, da qui a fine stagione segneranno gol a ripetizione. Tempo ancora ce n’è. Anche se da speranza tutto ciò si sta trasformando sempre più in utopia. “Se segnasse saremmo ancora più contenti di lui”, cit. Daniele Pradè giusto domenica scorsa. Ecco, appunto.

Pensiero stupendo…

La Fiorentina batte l’Atalanta. Sognare adesso è (più) lecito

La Fiorentina batte con pieno merito l’Atalanta nella semifinale di Coppa Italia e fa un piccolo ulteriore passo verso la conquista della Finale. Nonostante il diffuso pessimismo che si respirava alla vigilia del match coi bergamaschi, la squadra di Italiano ha ripetuto quanto si era visto con Roma e Lazio, correggendo quegli errori che avevano deciso la gara col Milan e, soprattutto, si potrà presentare tra tre settimane a Bergamo coi classici due risultati su tre.Sognare, adesso, è più che mai lecito per la Fiorentina. In primis perché l’Atalanta è stata ‘dominata’ nel gioco, anche se è abbastanza scontato immaginarsi un canovaccio completamente diverso nella sfida di ritorno da parte del Gasp. Poi perché il performante attacco dei nerazzurri non ha quasi mai impensierito Terracciano, che si è limitato ad un paio di interventi non proprio impossibili. E non solo per demeriti della Dea, ma anche perché la fase difensiva della Fiorentina è stata irreprensibile. Ed è questo l’aspetto più importante, perché è su ciò che i viola avevano bisogno di dare risposte, soprattutto dopo le topiche difensive perpetrate anche col Milan sabato scorso. Serviva una partita in cui si mantenesse altissima la soglia dell’attenzione, in cui si riducessero al massimo gli errori di lettura, singoli e di reparto. E con l’Atalanta la Fiorentina ha dimostrato di saperlo fare. Davanti, invece, solita storia di sempre. Tante occasioni, ma un solo gol. Certo, per meriti di Carnesecchi, ma anche per i cronici difetti dell’attacco viola.Mancanza di cinismo davanti e disattenzioni dietro sono stati a lungo il cruccio di questa Fiorentina. Con l’Atalanta, l’ ‘e’ si è trasformato in ‘o’.  E il risultato è arrivato. A Bergamo, nella sfida di ritorno, servirebbe ripetere la gara difensiva del Franchi, ma anche unirla ad una maggior cattiveria sotto porta. L’Atalanta si dovrà sbilanciare, la Fiorentina dovrà essere brava a resistere ma anche a punire gli avversari. Anche e soprattutto da questo passa la crescita della Fiorentina, da intendere come società, allenatore e giocatori. Spesso sono stati i dettagli a negare sul più bello la conquista del ‘paradiso’.Pensiero stupendo… Perché se è vero che la Fiorentina contro le grandi squadre, o presunte tali, non ha mai deluso dal punto di vista della prestazione, eccezion fatta per la trasferta con l'Inter dell'andata, è altrettanto vero che le è mancato sempre quando quello quando quell’altro dettaglio. E se riuscisse a correggerne almeno uno, come fatto con l’Atalanta, nessun traguardo le sarebbe precluso. Stavolta, inoltre, l'Inter non c'è e non ci sarà in finale. Una eventuale finale, perché per andare a Roma, di nuovo, servirà ripetersi anche a Bergamo. E farlo, possibilmente, nuovamente anche a Roma.

La ‘bolgia’ del Franchi. Partire forte sarà la chiave

Caccia al successo contro il Milan per la Fiorentina

Di motivi per scendere in campo e spingere subito sul gas ce ne sono un’infinità per la Fiorentina. In primis l’aspetto emotivo: il Franchi è tutto esaurito, con oltre 30mila persone che stasera non vogliono far altro che buttarsi alle spalle i giorni del dolore per la scomparsa di Barone. L’atmosfera che si respirerà allo stadio sarà quella tipica della bolgia, col popolo viola che spingerà i suoi ragazzi già da prima dell’uscita dal tunnel. Anzi, ancor prima di arrivare allo stadio, visto che il tifo organizzato si radunerà attorno al pullman della Fiorentina per mandare un segnale di vicinanza e soprattutto carica. Poi ci sarà la maxi-coreografia della Fiesole, con gli sguardi che i vari calciatori rivolgeranno verso gli spalti mentre i decibel saliranno quando partirà l’inno. Quindi il minuto di silenzio, lungo, partecipato, poi un nuovo picco di urla verso l’alto. I primi minuti di partita saranno di un’intensità emotiva pazzesca. Chi scenderà in campo stasera dovrà essere bravo ad interpretare il momento al meglio, farsi trascinare ma anche trascinare. Ecco perché ci si aspetta una partenza a razzo della Fiorentina. Di fronte ci sarà il Milan, non certo un avversario qualunque, per una gara dal coefficiente di difficoltà elevatissimo. Ma lo stesso si diceva per le sfide con Lazio e Roma, cioè le ultime due squadre che in Serie A hanno affrontato la Fiorentina al Franchi e contro cui i viola di Italiano sono subito partiti ‘a martello’. Creando, sprecando, andando sotto coi laziali al 45’ dopo aver preso tre pali e sbagliato l’impossibile sotto porta, ma dominando a prendendosi i tre punti coi biancocelesti pur sbagliando un rigore, con più o meno lo stesso canovaccio che si è visto contro la Roma con, purtroppo, la beffa finale. Amen, quello è il passato. Ci aspettiamo una Fiorentina che interpreti la gara coi rossoneri allo stesso modo. Oggi ancor di più. In ballo ci sono anche punti pesantissimi. La Fiorentina sa bene che non può uscire dal match di oggi senza una vittoria se vuole ancora tenersi aperte le vie dell’Europa via Serie A. Ora o mai più. Poi ci sarà comunque il cammino nelle coppe come via per l’Europa League, ma sia in Coppa Italia che in Conference League ci sarebbe da alzare un trofeo, cosa che tutti sperano, ma che non è certamente scontata. Ma questo sarà un tema che diventerà d’attualità al termine della gara di oggi. Partire forte è la chiave, senza strafare o regalare. Soprattutto in contropiede, e a Leao. L’onda emotiva che si respirerà nel pre e al fischio d’inizio è da cavalcare. Non c’è altro da fare.

Reagire, sì! Ma non è scontato. Non tutti i lutti sono uguali

La Fiorentina è pronta a ripartire dopo la morte di Barone

Il countdown è praticamente agli sgoccioli. E’ tempo di ripartire per la Fiorentina, attesa dalla gara col Milan come primo atto del post Joe Barone. Il Franchi è sold-out. Tutta la città si è voluta stringere attorno alla squadra di Vincenzo Italiano, per vivere assieme una serata in cui c’è voglia di buttarsi alle spalle il dolore e tornare a sorridere. La Fiesole farà la sua parte con una maxi-coreografia in tributo al dg scomparso, il resto toccherà farlo ai calciatori.In questi giorni di lutto un po’ tutti hanno fatto paralleli con quanto accadde nei giorni del post Astori. Quella Fiorentina, tra l’altro con Pioli in panchina, fu capace di trasformare quella tragedia in energia positiva mettendo in fila risultati utili e vittorie, nel nome di Davide. Ma attenzione a dare tutto ciò per scontato. Lo stimolo di andare oltre i propri limiti e dare tutto per onorare la memoria di Barone ci sarà, per forza di cose, ma poi c’è il tasso tecnico, sia proprio che degli avversari. Il calendario è di quelli tosti, con Milan, Atalanta in Coppa Italia, Juventus, Plzen in Conference e via discorrendo. Le motivazioni c’erano, ci sono e ci saranno. Ma non è detto che bastino. Non tutti i lutti sono uguali, non tutte le persone che compongono uno spogliatoio reagiscono allo stesso modo.Fatto sta che, contro il Milan, la Fiorentina tornerà a pensare solo al pallone che rotola. Possibilmente dovrà provare a battere i rossoneri, altrimenti la corsa all’Europa via Serie A potrebbe divenire una salita troppo ripida. Poi dovrà tenere aperto il discorso qualificazione in Finale di Coppa Italia contro l’Atalanta mercoledì al Franchi, andare a Torino a sfidare la Juventus domenica e trasformare il gap che col Plzen c’è, sulla carta, in fatti. Alzare al cielo un trofeo resta l’obiettivo principale di questo gruppo. Lo era prima della scomparsa di Barone, lo è e lo sarà ancor di più adesso. Giusto sperarlo, e provarci. Ma non sarà certamente una passeggiata di salute.

Ieri, oggi e domani

La Fiorentina riparte. Il domani dipende dall’oggi

Si avvicina la sfida col Milan per la Fiorentina. Sabato, al Franchi, coi rossoneri sarà la prima del post-Barone. Come reagirà la squadra viola? Il Franchi sarà praticamente esaurito, la missione è chiara: trasformare il lutto in energia positiva, battere la squadra di Pioli e riaprirsi una via per l’Europa anche attraverso il campionato. Poi sarà la volta delle gare da dentro o fuori, già da mercoledì, quando al Franchi arriverà l’Atalanta per l’andata delle semifinali di Coppa Italia. IERI. A inizio ottobre, in una intervista a La Stampa, Vincenzo Italiano parlò così: “Arriviamo da due finali perse, ora siamo in gara ovunque e dovremo scegliere”. Poi corresse parzialmente il tiro dicendo: “Non ho detto che dovremo scegliere. Vogliamo arrivare fino in fondo a tutte le competizioni”. Il passato, anche recente, racconta di come puntare tutte le fiches su una coppa o sul campionato a volte paga, altre no.  Sarri, due anni fa alla Lazio, puntò tutto sul raggiungimento della zona Champions in A, sacrificando il cammino nelle coppe. Le ultime due volte che la Roma di Mourinho si era presentata a Firenze, lo aveva fatto mettendo in campo seconde e terze linee per privilegiare le gare europee in cui era impegnata. Con Montella, tuttavia, la Fiorentina buttò via tutto facendo turnover quando si trovò in due semifinali, che poi perse con Siviglia e Juventus. Nell’ultimo anno di Pioli a Firenze, riporre tutte le speranze sul doppio confronto con l’Atalanta in semifinale fece passare il campionato in secondo piano, poi le cose precipitarono con le dimissioni del tecnico oggi al Milan, l’eliminazione in Coppa Italia e la salvezza all’ultimo tuffo con Montella in panchina. L’anno scorso, con Italiano, la Fiorentina ha fatto a tratti turnover, prendendo schiaffi all’inizio nel girone e complicandosi la vita nelle partite di ritorno di Conference dopo aver stravinto all’andata. Come a dire: la ricetta giusta non c’è. Italiano dovrà essere bravo a calcolare tutto. OGGI. L’oggi, infatti, mette in palio punti vitali per le speranze d’Europa della Fiorentina via Serie A. Ha senso trascurare la gara col Milan per puntare tutto sulle gare di Coppa? E se andasse male sia col Milan che in Coppa, già mercoledì con l’Atalanta? Vero che a quel punto ci sarebbe comunque la Conference, dove l’urna di Nyon è stata benevola, ma se poi in Finale ci arrivasse comunque una tra Aston Villa e Fenerbahce…non sarebbe certo una passeggiata di salute. Come a dire: meglio provarci, per non avere rimpianti di aver rinunciato scientemente ad un possibile traguardo. Senza dimenticare che, tutto il Franchi sarà lì a spingere la squadra, per onorare la memoria di Joe Barone. DOMANI. Nel frattempo le voci sul possibile addio di Italiano a fine stagione si fanno sempre più insistenti. La decisione che il tecnico viola aveva preso qualche settimana fa è stata confermata, non in maniera ufficiale, ma tant’è. A prescindere di quello che è successo con la scomparsa del dg e di quelli che saranno i risultati a fine stagione. Se è vero che nel calcio la programmazione spesso è tutto, in questo caso il domani della Fiorentina dipende dall’oggi. Se dovesse vincere o la Coppa Italia o la Conference League, infatti, la squadra dovrebbe essere allestita per fare l’Europa League, preferibilmente con un tecnico in panchina che non sia alle prime armi (come sarebbero Gilardino, Palladino o altri candidati per la panchina viola, diverso ma non troppo sarebbe il nome di De Rossi). Gran parte della rosa, già di per sé da rifare visti prestiti, riscatti e scadenze di contratto, andrebbe rifatta alzando ancora l’asticella. Ma tutto ciò appare prematuro, perché quale sia il domani dipenderà dall’oggi. Intanto per Italiano e per la squadra non è ancora tempo per scegliere, bensì di provare a tenersi aperti tutti gli orizzonti.

Dove eravamo rimasti? Fiorentina pronta a ripartire

Dopo il dramma Barone torna a rotolare il pallone

Per quanto faccia uno strano effetto, è arrivato il momento di tornare a pensare al pallone che rotola. Dopo il drammatico lutto che ha visto il mondo Fiorentina dover dare un improvviso, inatteso e prematuro addio al proprio dg Joe Barone, il campo torna a farla da protagonista. RIPARTENZA. La Fiorentina ricomincia dalla sfida col Milan, in programma sabato alle 20.45 al Franchi. Mercoledì 3 aprile alle 21, sempre a Firenze, andrà in scena il primo atto della doppia sfida contro l’Atalanta in Coppa Italia. Quindi ci sarà la trasferta a Torino contro la Juventus, domenica 7 aprile alle 20.45. Poi l’andata dei quarti di Conference League, in Repubblica Ceca, col Viktoria Plzen, in programma giovedì 11 aprile alle 18.45. Quindi il Genoa a Firenze il 15 aprile alle 18:30, di lunedì, e poi giovedì 18 aprile alle 21 il ritorno col Plzen al Franchi. DENTRO O FUORI. Oltre a dove e quando, conterà soprattutto il come la Fiorentina riuscirà ad uscire da questo tour de force di gare, praticamente tutte da dentro o fuori. In caso di successo sui rossoneri di Pioli sabato, ad esempio, la squadra di Italiano potrebbe mantenere vive, se non accrescere, le proprie speranze di Europa via Serie A. Altrimenti la strada si farebbe in salita, ripida. In caso di risultato positivo coi bergamaschi di Gasperini mercoledì, la strada per la finale di Coppa Italia resterebbe aperta, mentre in caso di tonfo, col ritorno previsto in trasferta a Bergamo, arrivederci sognatori. Servirebbe un’impresa in casa dei nerazzurri del Gasp, dove in stagione hanno vinto solo Napoli, Inter e Bologna. A quel punto resterebbe ‘solo’ la Conference League per tornare in Europa ai viola, con la sfida col Plzen che, sulla carta, sembra in discesa, anche in virtù del giocare l’andata in Repubblica Ceca e il ritorno in casa, ma poi c’è il campo che emetterà le proprie sentenze. NOTE POSITIVE. La Fiorentina potrà contare su una città intera che, nei giorni di lutto, si è unita, compattata e stretta a questo gruppo. Il Franchi sarà strapieno sabato e lo sarà anche per il match con l’Atalanta. Ci sarà voglia di andare oltre, di dare tutto, anche per onorare la memoria di Barone. Durante la sosta Castrovilli, Kouame e Dodo hanno potuto aumentare la loro condizione. Anche Christensen viaggia verso il recupero. Beltran ha segnato due gol con l’Argentina Under 23, e ha confermato di essere in un buon momento, così come Barak, che anche in Nazionale ha trovato la via del gol. Anche Arthur ha avuto qualche giorno per ritrovare un po’ di condizione dopo i problemi che lo avevano fermato e rallentato prima della sosta. NOTE NEGATIVE. Nico Gonzalez che tornerà a Firenze a ridosso del match coi rossoneri è sicuramente un problema, anzi il problema. Ma non è certamente una novità. Probabile che Italiano lo gestisca, per averlo al meglio con l’Atalanta mercoledì. Contro il Milan non ci sarà neppure Bonaventura, squalificato. In pratica ai viola mancheranno i due cannonieri della Serie A, a segno 7 volte ciascuno. Torna a rotolare il pallone, insomma. Nei prossimi 15-20 giorni la Fiorentina è chiamata a scrivere il proprio destino. Lo ha nelle proprie mani, anzi nei propri piedi. A dirla tutta, forse ancor di più, nella propria testa. Gettare il proverbiale cuore oltre l’ostacolo, per onorare la memoria di Joe. E’ questa la missione di questo spogliatoio: alzare al cielo un trofeo. Che vorrebbe dire entrare in Europa, l’Europa League, fare la storia. Ecco, dov’eravamo rimasti…

In attesa...c’è del Viola in giro per il Mondo

I calciatori della Fiorentina in Nazionale

C'è del Viola in giro per il mondo. Non solo in America, dove purtroppo nei prossimi giorni sarà dato l'ultimo saluto al direttore generale Barone, ma anche per quello che riguarda il pallone che rotola. Aspetto che, com'era doveroso, nei giorni di lutto che stanno ancora accompagnando il mondo Fiorentina è passato in secondo, forse anche terzo o quarto piano, ma che per dovere di cronaca dobbiamo tornare a raccontare. Tra i primi a scendere in campo c’è stato Jack Bonaventura, in occasione dell’amichevole giocata dall’Italia di Spalletti negli Stati Uniti contro Il Venezuela. Per il calciatore della Fiorentina partenza da titolare, pochi spunti degni di nota in positivo, uno da matita blu in negativo. Sui quotidiani raffica di insufficienze, 4,5 per il Corriere dello Sport, che della sua prestazione scrive: ‘Gioca col cuore pesante. Il minuto di silenzio prima della partita lo riporta al dramma vissuto dalla sua squadra con la scomparsa di Barone. Non è facile ripartire subito, ci prova e si batte tanto, fino all’errore clamoroso che riporta il Venezuela in vantaggio. Un errore non da lui e che gli costa la sostituzione’. 5 in pagella per la Gazzetta dello Sport, che scrive di Jack: ‘Il più difensivo dei due teorici trequartisti. Offre più fatica che inserimenti e con la fisicità dei venezuelani alla distanza finisce per pagare in lucidità. La palla regalata in disimpegno è grave, non da giocatore di livello qual è, e vale l’1-1 dei rivali’. 5,5 per Tuttosport, che scrive ‘dovrebbe cercare maggiormente la profondità. Circondato, è indotto all’errore. Finché arriva l’assist per… Machis’. Domani, domenica 24 marzo alle 21, gli azzurri giocheranno un’altra gara amichevole contro l’Ecuador. Tutto da vedere se Jack troverà altri minuti oltre ai 45 giocati l’altro giorno. Nel dubbio, contro il Milan sarà squalificato, dopo il rinvio della gara con l’Atalanta in cui, appunto, Bonaventura era  out per squalifica.  Per Kayode, invece, solo pochi minuti con l’Italia Under 21 nel 2-0 degli azzurrini contro la Lettonia, gara valida per la qualificazione agli Europei di categoria. Il terzino viola è entrato all’86’ dopo il doppio vantaggio firmato da Casadei e Fabbian.   Antonin Barak continua nel suo percorso di ascesa. Come aveva lasciato prima del lutto di Bergamo, col gol segnato al Maccabi in Conference League, così ha ricominciato, buttandola dentro anche con la Repubblica Ceca. Per il centrocampista della Fiorentina, che non veniva chiamato dal ct ceco da quasi un anno, nell’amichevole giocata dai suoi contro la Norvegia ingresso nella ripresa, a mezz’ora dalla fine e gol nella zona Barak, all’85’, confermandosi giocatore che sotto porta sa dire la sua, buona notizia anche per Italiano. Adesso per la Repubblica Ceca ci sarà un’altra amichevole, contro l’Armenia, martedì sera.   Poi ci sono gli argentini. Per Nico Gonzalez un tempo da titolare nell’amichevole giocata stanotte contro El Salvador, da terzino sinistro, ruolo che in passato aveva già ricoperto un paio di volte con lo Stoccarda, ma che sinceramente, a queste latitudini, sembrano una grossa forzatura. Per l’albiceleste, adesso, ci sarà un’altra amichevole in calendario, col Costa Rica, nella notte tra martedì e mercoledì, che costringerà Gonzalez a tornare a Firenze solamente a poche ore da Fiorentina-Milan, con dunque un solo allenamento, quello del venerdì di vigilia, da poter disputare coi compagni. Nella larga vittoria ottenuta dall’Argentina Under 23 contro il Messico, invece, l’attaccante della Fiorentina Lucas Beltran è stato protagonista con una doppietta. Due gol da dentro l’area di rigore per l’attaccante viola che hanno fissato il risultato finale sul 4-2. Nel caso del Vikingo, il prossimo impegno sarà nuovamente col Messico Under 23 nella notte tra lunedì e martedì, con la possibilità di poter fare ritorno a Firenze qualche ora prima rispetto a Nico.  Con la Serbia, invece, c’è Nikola Milenkovic, che non ha preso parte all’amichevole con la Russia giocata dai balcanici ma che dovrebbe scendere in campo contro Cipro, lunedì alle 18.    Poi, anche per i Nazionali sarà tempo di tornare a Firenze, dove un gruppo intero attende di poter scendere in campo contro il Milan, anche per onorare la memoria di Joe Barone.

Ripartire, andando oltre…in nome di Joe

Prove di ripartenza per la Fiorentina

‘E adesso?’ La domanda è lecita, un po’ cinica, ma neanche più di tanto. Forse forse, per come abbiamo imparato a conoscerlo e come lo hanno descritto i protagonisti del mondo del calcio in queste ore di lutto, sarebbe stata tra le principali preoccupazioni dello stesso Barone. Come ripartirà la Fiorentina? Al netto di ruoli, incarichi e mansioni su cui solo Rocco Commisso può realmente sapere cosa sarà meglio per la società viola, c’è da provare ad arginare quel senso dispaesamento che tutto il mondo Fiorentina sta vivendo in questi giorni. Smarrimento e incredulità sono facilmente leggibili sui volti di tifosi, calciatori, dirigenti, tutti. Adesso è ancora il momento del lutto, che ogni essere umano elabora a suo modo e coi suoi tempi, poi ci sarà il lento ritorno alla ‘normalità’, da intendere come il provare a ripartire, il dover ripartire, tutti assieme, più uniti che mai. Come accaduto oggi, al Viola Park, dove l’allenamento è iniziato con tutto il gruppo unito, stretto, in cerchio. Nei giorni del drammatico addio a Davide Astori, quello spogliatoio reagì proprio così, con forza, nel nome di Davide, del capitano, con un Pioli che si trovò a dover fare da babbo a 25 ragazzi che avevano perso improvvisamente il loro leader, ma proprio nel nome di Davide provarono e riuscirono ad andare oltre i loro limiti. Questa Fiorentina perde una figura di riferimento. Piaccia o meno, piacesse o meno, Barone era sempre lì, ovunque. E adesso toccherà a Italiano, al Capitano Biraghi, a Daniele Pradè e a Commisso stesso far diventare questo dolore un motore interiore, una molla di reazione positiva. Per Joe, oggi, come fu per Davide all’epoca. Quel gruppo riuscì a tirar fuori energie che non sapeva di avere. Ognuno correva più di prima, per il compagno, per Davide. E non è retorica, è ciò che accadde. Il rischio che quella Fiorentina precipitasse c’era, come c’è oggi. La speranza è che tutti, dentro di sé, trovino la forza di andare oltre i propri limiti in nome di Joe.

Marcia sull’Europa. Via Coppe, ma anche in Serie A

La Fiorentina deve vincere con l’Atalanta

L’urna di Nyon ha dato una mano alla Fiorentina. Le tre squadre, sulla carta, più forti si butteranno fuori tra loro, con solo una tra Aston Villa, Fenerbache e Lille che arriverà a giocarsi la Finale di Conference League. Per i viola il cammino europeo è clamorosamente divenuto in discesa, sempre sulla carta, perché poi è il campo ad emettere le proprie sentenze. LA VIA DELL’EUROPA (LEAGUE). La qualificazione all’Europa League via Conference, dunque, si è fatta meno ardua di quanto potesse essere, per quanto in finale ci sarebbe comunque un ostacolo decisamente tosto da superare. C’è poi la possibilità di arrivarci via Coppa Italia. Lì basterebbe eliminare l’Atalanta in semifinale e battere una tra Juve e Lazio in finale. In sintesi, per entrare in Europa League la Fiorentina dovrebbe vincere un trofeo, nazionale o europeo, cosa che l’anno scorso ha fallito sul più bello, due volte, e che manca al club viola da oltre vent’anni.  Poi c’è il campionato. LA VIA NAZIONALE. Nell’anno in cui, attraverso il ranking Uefa, l’Italia potrebbe portare cinque squadre in Champions dalla Serie A, non provarci nemmeno sarebbe un suicidio per la Fiorentina. Ma…il quinto posto, è lontano, anche per suicidi vari tipo quello commesso dalla squadra di Italiano nei secondi finali con la Roma, o all’andata con la Lazio o a Lecce. E tutto passa da quello che accadrà domani a Bergamo. Se la Fiorentina dovesse vincere con l’Atalanta e la Roma non battere il Sassuolo, oltre al Napoli che giocherà con l’Inter, la corsa al quinto posto si riaccenderebbe di colpo per i viola. E comunque, resterebbe viva almeno la corsa per l’Europa League via Serie A. In caso di ko a Bergamo e vittoria della Roma, il quinto posto diverrebbe una chimera, e si complicherebbe anche la corsa all’Europa via campionato. In quel caso, dunque, toccherebbe riporre ogni speranza sulle coppe. SCEGLIERE. “Siamo in corsa su tre fronti, dovremo scegliere”, si lasciò scappare a ottobre il tecnico della Fiorentina Italiano in una intervista che poi, parzialmente, corresse dicendo che, in caso, più avanti, qualche scelta su cosa puntare più, o meno, sarebbe stata un’idea da prendere in considerazione. D’altronde lo hanno fatto spesso altre squadre negli ultimi anni, come la Roma, la Lazio, l’Atalanta o la Juventus, squadre che quando sono arrivate in fondo a varie competizioni hanno fatto turnover lasciando qualcosa per strada. In caso di ko a Bergamo, ad esempio, un ragionamento sulla gestione di energie e uomini potrebbe essere preso in considerazione, ovviamente quando si avvicineranno le gare da dentro o fuori nelle coppe. Lì, in caso, la Fiorentina potrebbe decidere di fare all-in su Coppa Italia e/o Conference League col rischio, tuttavia, di restare con un pugno di mosche in mano. Adesso, però, non è ancora giunto quel momento. La gara con l’Atalanta, in caso di successo, garantirebbe un’altra via d’accesso all’Europa. Quindi…avanti tutta. Da lunedì, a seconda di come sarà andato il match coi bergamaschi, si potrà pensare ad altri scenari ed eventualmente ‘scegliere’. Ora, ancora, no.

Evitare harakiri, in campo e fuori

Per i viola c’è da eliminare il Maccabi

Se c’è una squadra che è capace di farsi del male da sola, quella è la Fiorentina. Lo ha dimostrato più volte anche quest’anno, come quando si è fatta pareggiare dalla Roma all’ultimo secondo, pareggiare e ribaltare nel recupero dal Lecce (che poi non ha più vinto una partita), come quando ha regalato un rigore alla Lazio all’ultimo secondo nel match dell’andata, o riuscendo a fallire 5 rigori su 6 nel 2024. Se poi dovessimo ripensare a come buttò al vento la possibilità di andare almeno ai supplementari a Praga nella finale col West Ham…meglio evitare. C’è però un’altra caratteristica che questa squadra ha spesso avuto anche nella scorsa Conference, ovvero riuscire a far riaprire agli avversari gare già ampiamente chiuse con goleade all’andata. Accadde col Braga, quando la Fiorentina vinse 0-4 all’andata in Portogallo ma poi vide i ‘sorci verdi’ nella sfida di ritorno, così come fu col Lech Poznan, quando dopo l’1-4 in Polonia fu costretta ad andare ai supplementari dopo aver chiuso i 90’ sullo 0-3. SUL CAMPO. Col Maccabi Haifa, dunque, c’è poco da scherzare. Sia perché gli israeliani hanno dimostrato all’andata che sanno come far male ai viola, sia perché in qualche giocatore della Fiorentina ci saranno ancora le scorie della delusione del 2-2 incassato al 94’ dalla Roma pochi giorni fa. La Fiorentina deve evitare harakiri, affrontare il Maccabi con la giusta testa e incanalare la partita e la qualificazione ai quarti di finale nella giusta direzione fin da subito. Altrimenti servirebbe nuovamente una rincorsa per evitare il disastro. Domenica, poi, ci sarà l’Atalanta in campionato, a Bergamo, e sarebbe il caso di risparmiare qualche energia mentale e fisica. Dalla sfida coi nerazzurri di Gasperini passano quasi tutte le speranze di poter ambire ancora all’Europa via Serie A. In caso di ko a Bergamo…la strada sarebbe in salita. PER LE PAROLE DI ITALIANO. C’è poi il fronte degli ‘anti-Italiano’ che non aspetta altro che vedere la Fiorentina fare un’altra figuraccia per scagliarsi addosso al tecnico. Le parole vaghe sul suo futuro di ieri (che sanno tanto di addio a fine stagione) andrebbero ad alimentare tale vento. Vincere e passare il turno (magari in scioltezza) potrebbe far passare in secondo piano questa situazione. FUORI. Poi c’è l’aspetto extra-campo. Campo di Marte è blindato da tre giorni. La speranza è che non accada nulla di grave dal punto di vista dell’ordine pubblico. Né per mandare dei messaggi politici (a prescindere di come la si pensi su Israele, non è questa la sede opportuna), né creando situazioni spiacevoli con le forze dell’ordine. Il tutto, va da sé, anche per evitare sanzioni per la Fiorentina. Evitare harakiri, insomma. Su tutti i fronti.

Cercasi pass per i quarti. Possibilmente evitando troppi patemi

La Fiorentina sfiderà al Franchi il Maccabi in Conference

“Non dire gatto, se non ce l’hai nel sacco”, amava dire il Trap. Mai proverbio è più azzeccato nel calcio, in particolar modo sembra esserlo per la Fiorentina che, spesso, ha trovato il modo di farsi del male da sola sul più bello, quando il più era già stato fatto e bastava solamente gestire. E’ accaduto ciò con la Roma pochi giorni fa, così come accadde a Lecce o in finale di Conference col West Ham. Giovedì la squadra di Italiano sarà chiamata a gestire il 3-4 rimediato una settimana fa a Budapest, in trasferta, contro un avversario inferiore che, però, ha dimostrato nel match d’andata di sapere come far male alla Fiorentina. Il problema più grande, forse forse, è proprio la Fiorentina per la Fiorentina. L’anno scorso fu il Braga a spaventare il Franchi dopo un successo all’andata per 0-4 in Portogallo, poi lo fece anche il Lech Poznan, battuto 1-4 in Polonia ma capace di portare la sfida ai supplementari vincendo 0-3 a Firenze. In Europa, d’altronde si sa, mai dare qualcosa per scontato o sottovalutare gli avversari, anche i più ‘scarsi’ sulla carta, come accadde con l’Rfs Riga a Firenze. E se c’è una cosa che questa squadra ha dimostrato di fare fatica a fare è proprio gestire. Quindi guai a pensare che tutto è già stato fatto in ottica passaggio del turno, anche se di fronte c’è il Maccabi Haifa e se si gioca a Firenze dopo aver vinto la gara d’andata. Nella testa del tecnico, tuttavia, ci sarà anche da pensare alla sfida di Bergamo contro l’Atalanta di domenica, gara che potrebbe riaprire o chiudere le porte dell’Europa per la Fiorentina. In caso di vittoria coi nerazzurri di Gasp, infatti, la classifica potrebbe tornare stuzzicante come lo era al minuto 93’ di domenica (prima che la Roma pareggiasse), in caso di ko il gap potrebbe diventare incolmabile. Prima, però, c’è da eliminare il Maccabi Haifa e andare ai quarti di Conference, per lasciarsi aperta un’altra strada per tornare in Europa l’anno prossimo. Magari, se possibile, entrando in campo con testa e atteggiamento giusti per evitare patemi ed eccessivo spreco di energie come accaduto anche l’anno scorso nelle gare sopracitate.

Maledetti dettagli! Altri due punti persi. Ma la Fiorentina c’è

I viola gettano via due punti pesanti coi giallorossi

Nel calcio, come spesso anche nella vita, sono i dettagli a fare la differenza. Se Duncan avesse perso tempo con quel pallone, lo avesse tenuto, avesse appoggiato indietro anziché cercare un improbabile appoggio in profondità per Nzola…Se Llorente avesse tirato non in modo perfetto, se avesse beccato Ranieri in disperata scivolata…se Paredes fosse stato espulso sul rigore, se Mancini fosse stato espulso al terzo fallo da giallo nel primo tempo…se Biraghi avesse trasformato il rigore…E ne potremmo citare altri cento di se e ma, che però resta il patrimonio dei ‘bischeri’. Come, tra l’altro, spesso è accaduto alla Fiorentina, tipo all’Olimpico all’andata col rigore di Milenkovic che, a differenza degli ultimi cinque di fila che quattro calciatori viola diversi hanno sbagliato, Immobile ha trasformato, o tipo a Praga in Finale di Conference League etc etc. Basta farsi del male! Ma che su alcuni aspetti questa Fiorentina debba migliorare è ormai cosa nota. Si perché gettare al vento due punti d’oro come erano quelli che i viola avrebbero stra-meritato con la Roma fa girare le scatole, e non poco. La classifica avrebbe rimesso la Fiorentina in piena lotta per l’Europa (quale? Bho! Anche quella con la musichetta, in teoria), ma alla fine i dettagli hanno premiato la Roma e stroncato la Fiorentina. De Rossi ha cambiato modulo nella ripresa, Italiano ha fatto tre cambi a due minuti dalla fine, Llorente l’ha messa, Duncan l’ha regalata. Dettagli, appunto. Ma la Fiorentina c’è. Questa è la buona notizia. Non è neppure parente di quella che si vedeva fino a qualche settimana fa perdere (giustamente) a Lecce, non vincere (giustamente) ad Empoli. Se la squadra di Italiano dovesse giocare sempre come fatto coi giallorossi potrebbe anche pensare di far punti pesanti nelle prossime tre gare con Atalanta, Milan e Juventus. A patto che quei dettagli di cui sopra, al prossimo giro, vadano nella giusta direzione (non solo per fortuna o sfortuna, ma anche con testa e preparazione). Già domenica con l’Atalanta la possibilità di ri-provarci. Nel mezzo anche la missione tutt’altro che impossibile di eliminare il Maccabi Haifa e andare ai quarti di Conference League.

Cercasi prima vittoria in trasferta del 2024

I viola cercano il primo successo lontano dal Franchi del nuovo anno

Caccia al primo successo esterno del nuovo anno per la Fiorentina di Vincenzo Italiano. Per quanto sia campo neutro, a Budapest, col Maccabi Haifa i viola cercano il primo successo lontano dal Franchi del 2024.ANNO SCORSO. L’anno scorso, soprattutto nella fase ad eliminazione diretta, la Fiorentina fu corsara praticamente ovunque. Vinse 0-4 a Braga, 1-4 a Poznan, 1-4 a Sivas, 1-2 (1-3 ai supplementari) a Basilea, dopo aver vinto 0-3 a Riga con l’Rfs e 0-3 a Edimburgo con gli Hearts nella fase a gironi. A completare il quadro delle gare esterne della scorsa edizione di Conference lo 0-0 col Twente nel preliminare e il ko 3-0 col Basaksehir, oltre alla finale, ahinoi, persa a Praga col West Ham.FINE 2023 VS INIZIO 2024. Nella prima parte di questa stagione la Fiorentina era riuscita a vincere fuori casa con Genoa, Napoli, Udinese e Monza in Serie A e col Cukaricki in Conference. Poi pareggi col Genk e col Ferencvaros, oltre al ko rimediato a Vienna nel preliminare, comunque ribaltato con la sfida di ritorno. Nel 2024, invece, le gioie rimediate dalla Fiorentina in trasferta sono ancora ferme a quota 0. Ko in campionato con Sassuolo, Bologna, Lecce e Napoli in Supercoppa, pareggi con Torino ed Empoli.PRIMA. Fin qui, nel complesso, la squadra di Italiano ha un rendimento casalingo ottimo: in Serie A viaggia con la media di 2 punti a partita, con 8 vittorie 2 pareggi e 3 ko. In Coppa Italia è andata bene con Parma e Bologna, mentre in Conference sono arrivati i successi con Rapid, Genk e Cukaricki e il pareggio col Ferencvaros. Oggi con il Maccabi Haifa, a Budapest, è arrivato il momento di tornare a casa con la prima vittoria in trasferta di questo 2024.

Quelli dell’ultima chiamata. Ora o (forse) mai più

Col Maccabi per molti viola è l’ultima chiamata per far vedere qualcosa

 Torna la Conference League per la Fiorentina. Torna a risuonare quella musichetta che, per quanto non ti faccia urlare a decibel sparati ‘The Champions’ sul finale, nel suo piccolo ha comunque il suo fascino e che l’anno scorso ha permesso alla squadra viola di togliersi delle soddisfazioni, fino ad accarezzare il sogno di sollevare al cielo una coppa europea che poi, però, ha preso la direzione dell’Inghilterra sponda West Ham. Se quello, ormai, è il passato (da buttarsi alle spalle, definitivamente ma non troppo, cercando di trasformare quella ferita in voglia di rivincita), il presente dice che per la Fiorentina c’è il Maccabi Haifa, a Budapest. Gara che si inserisce nel più classico dei momenti clou della stagione. Dopo che l’asticella delle ambizioni in Serie A è andata costantemente a calare in questo 2024, la squadra di Italiano non può concedersi altri passi falsi, né nelle coppe né in campionato. Giovedì il Maccabi, domenica la Roma, poi il ancora il Maccabi e quindi l’Atalanta: da queste 4 gare si capirà come e dove potrà andare a parare la stagione dei viola, e se ogni speranza di non restare nell’anonimato non debba essere riposta nella sola doppia sfida di Coppa Italia coi bergamaschi di Gasperini. Detto tutto ciò, c’è una schiera di calciatori che sono pressoché all’ultima chiamata. O risorgono e danno dei segnali di vita oppure, come si dice in gergo aulico, ‘buonanotte al secchio’. ULTIMA CHIAMATA. M’Bala Nzola è il primo della lista di coloro che sono all’ultima chance (sempre che giochi). Dopo aver fatto qualche gol qua e là su rigore e o con quello scavetto al Cagliari, c’è l’assoluto bisogno che l’angolano faccia qualcosa, per l’oggi e per il domani. Perché anche per necessità (problemi per Belotti o Beltran, ad esempio), o per pochi minuti che siano, sarebbe fondamentale per la Fiorentina poter contare su uno che di mestiere fa l’attaccante e che, ogni santa volta che ha giocato contro la squadra viola, faceva pensare ai più ‘cavolo, lo prendesse la Fiorentina…’. Per lui, sempre che giochi, quella di Budapest sa tanto di ultima se non ultimissima chiamata. O si rifà, oppure ‘buonanotte al secchio’. Complici i reiterati problemi di Arthur, muscolari o per pedate varie come quella di Linetty sabato a Torino, adesso più che mai c’è bisogno che Maxime Lopez si svegli e torni a fare quello che faceva al Sassuolo, dove ogni volta che giocava contro la squadra viola faceva pensare ‘cavolo, lo prendesse la Fiorentina…’. Ora per Maxime è quasi da dentro o fuori. O cambia passo, cresce e inizia a rendersi utile, oppure ‘buonanotte al secchio’. Nel caso di Antonin Barak ci possono essere tutti gli alibi del mondo. Dalla grave infezione rimediata in piena estate che lo ha costretto a saltare tutta la preparazione all’assetto tattico della Fiorentina che smorza un po’ quella sua spiccata capacità di inserimento da dietro  che lo aveva fatto andare in doppia cifra a Verona. Però, ecco, se nel caso fisico/atletico non è vietato fare preparazioni ad hoc durante la stagione e recuperare, nel caso tattico si può studiare qualcosa di diverso. Ma adesso c’è da farlo vedere, altrimenti ‘buonanotte al secchio’. Su Sottil, ormai, sono in tanti ad aver perso la speranza. L’esterno classe 1999 è da anni atteso al salto di qualità, che però non ha mai fatto. Un po’ per infortuni e problemi vari un po’ perché, forse forse, non lo ha nelle corde. Certo, se le alternative sono Ikoné e…uhm, basta, c’è solo lui visto che a gennaio non è arrivato nessun’altro esterno e Kouame spera a breve di rientrare dopo tre mesi di assenza tra Coppa D’Africa e malaria, sarebbe il caso di darsi una mossa. Lo farà? Ci riuscirà? Altrimenti ‘buonanotte al secchio’. META’ E META’. Poi c’è tutta un’altra schiera di giocatori che sono lì, nel limbo, tra premesse e speranze, flop o mezzi flop, alti (pochi) e bassi (molti). E’ il caso di Ikoné, capace di accendersi come fatto col Frosinone e poi…basta. Solo lì, il resto tante prestazioni deludenti, inconcludenti se non disastrose. Poi c’è Duncan, autore di un inizio di stagione da urlo ma, ultimamente, anche lui in grande calo. Quindi c’è Parisi.  L’ex Empoli, nonostante Biraghi non abbia certamente attraversato il suo miglior momento di forma, non ha quasi più trovato spazio dopo essere stato schierato contromano a destra, dove ha fatto oggettivamente male. Ma non può essersi scordato come ben faceva quel ruolo ad Empoli pochi mesi fa. Tra i ‘maestri’ degli alti e bassi c’è Mandragora. L’ex Torino l’anno scorso fu uno dei protagonisti migliori nel periodo in cui la squadra viola risalì in Serie A e andò avanti in tutte le coppe, salvo poi chiudere in calando e con quell’errore a Praga che molti ancora ricordano. Quest’anno, alti (pochi) e bassi (molti). Non che altri stiano tutti facendo partite da 7,5 fisso in pagella, tipo Belotti, Milenkovic, anche Faraoni, che dopo la giornataccia di Empoli è chiamato al riscatto. Poi chissà che i vari Infantino e Castrovilli non trovino minuti da qui a breve (non in Conference), ma anche loro potrebbero tornare utili. La speranza è la stessa che, spesso e volentieri, ha accompagnato anche la stagione scorsa della Fiorentina: che le serate d’Europa, di Conference, con quella musichetta lì siano il trampolino di ri-lancio per molti giocatori che stanno attraversando momenti difficili. Come quando Cabral e Jovic ne fecero due ciascuno a Braga, come Barak a Basilea o Sottil col Lech Poznan al Franchi, come in parte accaduto anche quest’anno nella sfida col Cukaricki in cui Beltran ha messo dentro i primi due gol in maglia viola etc etc. E non solo per la singola sfida in sé, col Maccabi, ma anche per il prossimo denso futuro che attende la Fiorentina tra Europa, Serie A e Coppa Italia dove ci sarà, o meglio ci sarebbe, bisogno di tutti per non abbandonarsi al 'buonanotte al secchio' di cui sopra.

Così simili, così diversi. Juric vs Italiano, tra tabù da sfatare e voglia di volare

Sfida nella sfida tra i due tecnici in Fiorentina-Torino

Ivan Juric da una parte, Vincenzo Italiano dall’altra. Torino-Fiorentina mette ancora una volta di fronte due tecnici della ‘media borghesia’ della Serie A, quelli che stanno un gradino sotto ai top ma che ambiscono ad entrare in quel ‘gotha’, come ad esempio ha fatto ormai da qualche anno Gasperini, come sta per fare Thiago Motta. TRENI. Nel caso di Juric, forse, quel treno è ormai passato. Poteva essere l’allenatore della Fiorentina, più volte tra l’altro, ma alla fine è rimasto a Torino. E soprattutto è rimasto lì, nel limbo, tra una sempre buona posizione in classifica che non è mai stata ottima, distinguendosi per un buon lavoro ma non ottimo. Per Italiano il treno è stato la Fiorentina, potrebbe esserlo ancora la Fiorentina in caso di permanenza a Firenze, ma probabilmente il salto lo farà a fine stagione quando potrebbe prendere altre strade. Intanto ci sono ancora grandi obiettivi per questa, tra una qualificazione in Europa da conquistare in campionato e la speranza di far meglio di quanto fatto l’anno scorso nelle coppe, che vorrebbe dire alzare al cielo un trofeo dopo la doppia beffa di Roma e Praga. Traguardi per i quali Juric non è ancora mai arrivato a lottare, giusto per rimarcare una sottile differenza. DIVERSI. Italiano e Juric, dicevamo. Simili per ambizioni e voglia di fare strada, ma anche molto diversi per mille aspetti. Per il croato la fase difensiva è l’aspetto principale da curare. Tanto che, ogni anno, il suo Torino arriva in fondo al campionato con una delle primissime difese della Serie A per gol subiti. Il mantra di Italiano, invece, fu chiaro dal primo giorno: ‘difendere bene, attaccare benissimo’, praticamente l’opposto. Il primo obiettivo di Juric è blindare la propria porta, come accaduto in 12 gare nelle prime 26 giornate, 8 volte in casa su 13 gare interne. Italiano, invece, lavora sulla difesa alta (a volte pure troppo) dal primo giorno in cui siede sulla panchina della Fiorentina. Tanto che i viola hanno incassato almeno una rete in ogni gara tranne che a Udine, con la Salernitana, col Verona, col Monza, col Torino e col Cagliari. Il croato si ispira a Gasperini per la fase difensiva, da sempre. Italiano si ispira a Gasperini per la fase offensiva, da sempre. Pressing a tutto campo e marcature uno contro uno a tutto campo, come insegna Klopp, sono il mantra tattico di Juric, marcature a zona, accettazione del rischio difensivo ma propensione decisamente offensiva quello del tecnico viola. Basta vedere i numeri per capirne di più: nello stesso lasso di tempo da cui Italiano è a Firenze e Juric è a Torino i granata hanno segnato 71 reti, mentre la Fiorentina ne ha fatti 151; il Toro ne ha incassati 107 mentre la Fiorentina 124. In classifica i viola sono avanti al Torino di 5 punti quest’anno, sono stati avanti di 3 punti l’anno scorso e 12 due stagioni fa. Tradotto: ad uno piace stare nella propria metà campo, col baricentro basso e con tanta fisicità, l’altro fa stare le sue squadre nella metà campo avversaria, col baricentro alto e con tanta tecnica. Almeno questo racconta la loro storia. CARATTERI. Anche a livello caratteriale Juric e Italiano sono molto simili, ma anche tanto differenti. Entrambi hanno fame, voglia di emergere e di arrivare, hanno grande temperamento e sono martelli sul campo e in allenamento. Il croato, però, a volte va oltre, sia con le parole che coi fatti, non tirandosi indietro se c’è da discutere o litigare coi propri dirigenti o con chissà chi. Più volte Juric, anche pubblicamente, non ha fatto mistero di alcune scelte di mercato che non condivideva, come quando dopo un Fiorentina-Torino perso al Franchi chiese in sala stampa al suo presidente acquisti, e tanti.  Il viola, invece, è più aziendalista. Soltanto nello scorso gennaio ha alzato un po’ la voce, sempre con toni pacati (quando chiedeva un esterno, prima, e quando disse: “Mercato? Non ho niente da dire”). Se tra Juric e Cairo volano spesso gli stracci, anche in diretta tv, a Firenze non è mai successo nulla di tutto ciò “in società c’è gente bellissima”, le ultime parole del tecnico viola). Neppure quando a Italiano è stato venduto il capocannoniere del campionato a metà stagione. Ecco perché, forse forse, quel treno Juric non lo prenderà mai, a differenza di Italiano. Nel calcio, d’altronde, non c’è solo l’aspetto tecnico/tattico quando una ‘big’ ti punta per affidarti la panchina. PRECEDENTI. Detto tutto ciò, il Torino e Juric sono per caratteristiche proprio l’avversario che la Fiorentina e Italiano più soffrono. L’anno scorso fu solo pareggio in Piemonte, come due stagioni fa. Nel mezzo la sonora vittoria del Toro per 4-0. L’ultima volta che la Fiorentina ha vinto in casa dei granata fu in Coppa Italia nel 2019, con doppietta di Chiesa, mentre in Serie A il segno 2 manca dal marzo 2018. A Firenze, invece, le cose sono andate spesso diversamente. All’andata la decise Ranieri, l’anno scorso in Coppa Italia fu 2-1 Fiorentina e accesso in semifinale, ma anche ko 0-1 con quello sciagurato errore di Amrabat che mandò in porta i granata, e vittoria 2-1 nel 2021. Il bilancio, insomma, è in equilibrio. Ma oggi si gioca a Torino, e dopo aver sfatato il tabù Lazio, eccone un altro per Italiano: battere Juric e il Torino a Torino. Perché la carta è un conto, il campo poi è un’altra cosa.

In cerca della riprova. Fiorentina davvero guarita e ritrovata?

La Fiorentina è attesa dalla sfida col Toro

Come si possa passare da una Fiorentina che quasi non tira in porta con Bologna ed Empoli ad una che fa due gol, prende 4 pali e domina in lungo e in largo contro la Lazio nel giro di pochi giorni è la grande domanda che accompagna chi ha il viola nel cuore. Al netto della crescita di condizione di alcuni singoli e delle difficoltà di un avversario reduce dalla sfida coi granata di pochi giorni prima, ciò che è apparso evidente nel successo coi biancocelesti di lunedì è che in campo c’era un’altra Fiorentina. Convinta, affamata, coraggiosa nello schierarsi con più di metà squadra composta da calciatori offensivi e soprattutto…viva, sensazione che non aveva trasmesso in diverse gare precedenti di questo avvio di 2024. Tutto bene, bello (anzi, molto bello)…bis. L’interrogativo sta tutto qui: la Fiorentina è definitivamente guarita? Quella di sabato sera contro il Torino di Juric sarà la gara della riprova. I granata non stanno volando dal punto di vista dei risultati, ma sono in forma dal punto di vista delle prestazioni. Con Lazio e Roma il Toro ha rimediato due ko, ma avrebbe meritato molto di più per occasioni create e concesse. Per tipologia di gioco e caratteristiche, inoltre, quella di Juric è la classica tipologia di avversario che la Fiorentina di Italiano soffre di più. Ma se in campo i viola scendessero con lo stesso furore, lo stesso coraggio e la stessa convinzione mostrata nella sfida con la Lazio, allora sì che potremmo dire che la Fiorentina è guarita. Ancora è prematuro. La classifica si è rifatta interessante coi tre punti ottenuti coi biancocelesti di Sarri lunedì scorso per la Fiorentina. In caso di altro successo, a Torino, allora…

Oggi o mai più. Fiorentina al bivio: o riparte o sprofonda

Gara crocevia per il cammino dei viola. Al Franchi arriva la Lazio

La Fiorentina di Vincenzo Italiano è chiamata a reagire. Contro la Lazio di Maurizio Sarri è gara da dentro o fuori al Franchi. O la squadra viola riparte oppure rischia di sprofondare nell’anonimato. L’avversario è dei peggiori, come lo saranno tutti coloro che la Fiorentina dovrà affrontare nei prossimi impegni, tra cui Torino, Roma, Atalanta, Milan e Juventus (stando al solo campionato). La Lazio, infatti, è tra le bestie nere in assoluto di Italiano. Da quando è a Firenze il tecnico gigliato è riuscito a piegare Mourinho, Spalletti, Allegri, Inzaghi, ma mai Sarri. Tra l’altro soffrendo sempre le stesse cose: al Franchi il contropiede, a Roma le disattenzioni. Le ultime due volte che la Lazio si è presentata a Firenze ha vinto 0-4 e 0-3, facendo attaccare la Fiorentina, ripartendo sfruttando buche e amnesie difensive dei viola e portando a casa l’intera posta in palio. Non che quando si sono alternati Montella, Prandelli, Iachini e tutti gli altri allenatori che hanno guidato in precedenza la Fiorentina siano arrivate chissà quali soddisfazioni coi biancocelesti, anzi. Più in generale, Italiano a parte, negli ultimi anni la Lazio ha quasi sempre fatto la voce grossa coi viola. A Firenze, per esempio, negli ultimi dieci incroci la Fiorentina ha vinto solo con Iachini, una volta,2-0, grazie alla doppietta di Vlahovic e con Sousa, 3-2 nel 2016-17. Poi 7 vittorie laziali e 1 pari. Ma la Fiorentina non ha alternative. Oggi deve reagire, ritrovarsi e ripartire. Perché ok la Lazio, Sarri, bestie nere e cabale varie, ma se la situazione che si è creata è quella che è lo si deve anche alla serie di tonfi che la Fiorentina ha messo in serie contro avversari decisamente di livello inferiore, che poi hanno racimolato ko contro praticamente tutti come Sassuolo o Lecce, perciò…come si dice, ‘ora o mai più’. Da Campo di Marte, oggi alle 20.45, è in partenza l’ultimo treno che porta in Europa per la Fiorentina. O almeno quello che permetterebbe di continuare a sperare che questo finale di stagione non sia destinato ad essere un lungo calvario, che costringerebbe a riporre gli ultimi e residui sogni di gloria in Coppa Italia e Conference League.  Ma anche solo sperarci diventerebbe molto più difficile.

Beltran, la Fiorentina si aggrappa all’argentino per sfatare il tabù Lazio

L’attaccante viola è uno dei pochi giocatori a vivere un buon momento di forma

Si avvicina la sfida con la Lazio per la Fiorentina. Lunedì sera, al Franchi, i viola di Italiano sono chiamati a reagire dopo il brutto inizio di 2024. Sulla strada ci sarà una delle squadre con cui il tecnico viola non ha mai vinto, e con cui la Fiorentina ha spesso capitolato. Negli ultimi due incroci al Franchi, ad esempio, i laziali si sono imposti 0-4 e 0-3. Per tornare a sorridere c’è chi si aggrappa a questo, quello o quell’altro, che sia un ritorno ad alti, o meglio buoni, livelli di Nico Gonzalez, Arthur e Bonaventura, che il Gallo Belottitorni ad incidere, che Ikoné torni a fare qualcosa come col Frosinone, o che lunedì Sottil si svegli col piede giusto, che magari Terracciano sia in versione ‘San Pietro’, che la difesa regga e che…Lucas Beltran continui nel suo buon momento.  Nel buio totale in cui è piombata la Fiorentina del 2024, infatti, si è accesa la luce dell’argentino. Dopo un primo approccio complicato in Italia, l’ex attaccante del River ha iniziato a entrare con continuità nel tabellino dei marcatori. Il diagonale spedito in porta ad Empoli è un altro segnale di forma crescente, come ha detto lo stesso Italiano: “Lucas è cambiato rispetto a quando è arrivato. Adesso è molto più dinamico, qualitativo, si smarca, ha iniziato a prendere confidenza. Da quando è arrivato fino ad adesso è un altro giocatore ed ha margini di crescita importanti”.  Numeri alla mano, Beltran è il migliore attaccante negli ultimi tre mesi di campionato dietro solo a Vlahovic e Lautaro. Sei reti per lui nelle ultime nove uscite in cui ha giocato da titolare. Sei centri, tra l’altro, con sette tiri in porta. Un exploit che coincide, forse non per caso, con lo spostamento di Beltran sulla linea dei trequartisti, dopo che nella prima parte di annata non era riuscito ad incidere da centravanti. E così Lucas ha iniziato a vedere la porta. Sono sei i gol in campionato, lo stesso bottino che Lautaro Martinez (spesso termine di paragone portato per descrivere El Vikingo) aveva realizzato alla sua prima stagione in Italia. A cui vanno aggiunti i due gol bellissimi segnati al Cukaricki in Conference League. E con l’impennata di reti, Beltran ha ormai messo dietro nelle gerarchie un Bonaventura che continua col suo momento difficile. E poi…ecco la Lazio, lunedì, al Franchi, dicevamo maledettamente bestia nera la squadra di Sarri per la Fiorentina. Italiano dovrebbe affidarsi ancora a Beltran, che nel match d’andata fece un gol bellissimo scartando anche il portiere, che venne annullato per un controllo di mano da parte della punta viola. Lunedì la possibilità di rifarsi. Sperando che tutta la Fiorentina si ritrovi, si rifaccia e torni a vincere. Magari con gol vittoria di Beltran.

Dal “noi forti, loro fortissimi” dell’andata alla necessità di sfatare il tabù

L’ultima Lazio è cambiata, e la Fiorentina?

“Noi siamo forti, ma loro sono fortissimi”, disse Vincenzo Italiano quando il 30 ottobre scorso la sua Fiorentina perse con la Lazio, al 94’. In quella sfida la squadra di Sarri non fece nulla per avere la meglio dei viola, se non approfittare di un clamoroso svarione di Milenkovic a tempo scaduto che permise a Immobile di mettere dentro il rigore della vittoria. Un classico per la Fiorentina targata Italiano, soprattutto contro i biancocelesti di Sarri. Quella Fiorentina, rispetto a questa che si sta vedendo da inizio 2024, faceva comunque sempre la partita, creava e manteneva la sua classica identità. Cosa che oggi, invece, sembra essersi smarrita. Un girone dopo, alla giornata numero 26 (quella dell’Olimpico fu la decima giornata di Serie A), la Fiorentina si ritrova ancora su per giù in zona della Lazio, ma arriva alla gara di lunedì avendo dilapidato con un gennaio/febbraio orribile quel gap che aveva messo tra sé e la squadra capitolina, per propri meriti e per demeriti altrui, visto che la partenza di stagione della formazione di Sarri era stata tutt’altro che esaltante, così come era accaduto a Roma, Atalanta e altre che, pian piano, si sono ritrovate. Sarri è riuscito a cambiare la sua squadra, facendo meno possesso palla, dandole meno indole offensivista ma più pratica, e sta ottenendo risultati. Italiano ci ha provato, ma ultimamente non ci sta riuscendo. Italiano non ha ancora mai vinto una volta in carriera contro Sarri. Da quando è alla Fiorentina, inoltre, spesso e volentieri ha rimediato figuracce nelle gare interne. L’anno scorso finì addirittura 0-4, con la Lazio che agiva in ripartenza, tirava e segnava, mentre la Fiorentina attaccava, andava spesso in orizzontale e lasciava praterie che i laziali sfruttavano. Stesso copione che si verificò due anni fa, quando la Lazio vinse al Franchi 0-3 e che la squadra biancoceleste sta riuscendo ad utilizzare sempre più, come fatto anche a Torino nel match di recupero di campionato che ha visto la Lazio soffrire, ripartire, ma vincere. Già di per sé, dunque, la Fiorentina e Italiano soffrono maledettamente il modo di giocare dei laziali e di Sarri. Il momento difficile che stanno vivendo i viola, in crisi di risultati, gioco e identità, rende ancor più delicato l’incrocio di lunedì. Al Franchi, stavolta, l’epilogo dovrà essere diverso. La Fiorentina è chiamata a reagire e sfatare il tabù Lazio, a tutti i costi. Altrimenti l’aria attorno alla squadra, e adesso anche alla società, potrebbe farsi sempre più pesante.

Un (goal del) Gallo non fa Primavera. No, Belotti non ha risolto i problemi della Fiorentina

Nelle ultime due partite Belotti non ha praticamente tirato in porta

Diciamocelo chiaramente, quando il Gallo Belotti l’ha messa dentro, col Frosinone, praticamente al secondo tiro da calciatore della Fiorentina, tutti abbiamo pensato ‘ooooh, ecco il centravanti, visto? ecco fatto. Ora sì, problema risolto’. Poi però, tra Bologna ed Empoli, partite dove ci si aspettava ulteriori segnali da parte del Gallo e della manovra offensiva della Fiorentina, riecco il nulla cosmico. Tra la gara del Dall’Ara e quella del Castellani, in cui la Fiorentina ha calciato in porta sì e no un paio di volte in 180’, Belotti non ha praticamente mai strusciato il pallone, figuriamoci tirare in porta. A Empoli Belotti ha toccato il pallone soltanto 11 volte nei 72 minuti che è stato in campo, dati che nemmeno il peggior Nzola. Attenzione, avviso ai naviganti: nessuno vuole crocifiggere in ‘sala mensa’ Belotti, per carità. E’ innegabile, tuttavia, che il problema offensivo che aveva questa Fiorentina prima che arrivasse il Gallo è ancora lì, lo stesso che c’era quando giocavano Beltran e/o Nzola, Jovic e Cabral, Piatek e Cabral: agli attaccanti arrivano pochi palloni da giocare e pochissimi da mettere dentro. Nelle ultime due gare con Bologna ed Empoli, nonostante Italiano abbia cambiato uomini in attacco dal 1’ o a gara in corso, schierando Ikoné, Gonzalez, Beltran trequartista, Bonaventura e Sottil, il succo non è cambiato: Belotti non ha tirato in porta. E tranne un paio di conclusioni di Ikoné e Bonaventura al Dall’Ara e quella di Beltran al Castellani, la Fiorentina in generale non ha mai tirato in porta. Cambiando il centravanti, con Belotti, il risultato non è cambiato. La Fiorentina fa una fatica immensa nel mettere le punte in condizione di far gol, o anche di non farli ma quantomeno di sbagliarli. Il Gallo, ha messo a referto 5 tiri totali tra Lecce, Frosinone, Bologna ed Empoli, come detto 0 nelle ultime due sfide. E se fino a fine dicembre, col fil rouge che più o meno era sempre lo stesso, ci avevano messo una pezza i vari Gonzalez, Bonaventura, Quarta e altri, da quando Nico e Jack sono andati a calare ecco che sono scomparsi gol e risultati per la Fiorentina. Per quanto nelle 9 gare giocate dai viola nel 2024 siano stati segnati 10 gol, 5 sono stati messi a referto col solo Frosinone mentre in 5 partite la Fiorentina non ha segnato. E, come detto, nelle ultime due quasi non ha neppure tirato. In partenza c’è un treno di gare in cui dalle punte, e più in generale da tutta la Fiorentina, si attendono segnali: Lazio in casa, Toro fuori, Roma in casa, Atalanta fuori, Milan in casa, Atalanta in casa in Coppa Italia e Juventus fuori. La speranza è che il Gallo torni ad alzare la cresta, che Nico si ritrovi, che Kouame torni a dare il suo apporto dopo la Coppa D’Africa, che Ikoné faccia l’Ikoné versione Fiorentina-Frosinone e non quello che si è visto per quasi tutte le altre partite giocate, che Jack e Arthur tornino a fare la differenza e che almeno Beltran, a segno sei volte nelle ultime nove partite in cui è stato titolare in Serie A, continui in qualche maniera a buttarla dentro. Altrimenti, tener botta senza segnare, si annuncia sfida impossibile.

C’erano una volta i tre tenori. Che oggi non cantano più

Le difficoltà dei tre calciatori viola che facevano la differenza

C’erano una volta i tre tenori, quelli che facevano la differenza, che trascinavano la Fiorentina al quarto posto per tutto un girone, mostrando una vena realizzativa mai vista prima nel caso di Nico Gonzalez e Jack Bonaventura, una sapiente e costante regia nel caso di Arthur. Poi, però, hanno smesso di cantare e la Fiorentina si è sciolta. Dalla partita col Sassuolo, da quel rigore sbagliato, Bonaventura non è più riuscito ad esprimersi a quei livelli con cui aveva fatto la differenza nella prima parte di stagione. Tra voci, rumors e qualche difficoltà fisica è costantemente andato a peggiorare, anzi, è rimasto più o meno sempre ai soliti, negativi, livelli. Tanto da finire anche in panchina o ad essere sostituito all’intervallo. Nel caso di Nico, invece, tutto è da imputare a quel maledetto infortunio patito in Ungheria col Ferencvaros, col rientro che è coinciso con scampoli con l’Inter, con rigore sbagliato, a Lecce, col Frosinone (unica gara giocata dall’argentino a buoni livelli) e a Bologna. Ma…per ritrovare quel Nico che, spesso, al primo pallone la buttava dentro, che faceva la differenza e che trascinava la Fiorentina, bè, forse servirà ancora del tempo. E poi c’è Arthur, anche lui ormai da un mese e mezzo a…mezzo servizio. Ed ecco che la Fiorentina si è involuta, tutta. Certo, se le alternative che ha a disposizione Italiano si fossero degnati di far qualcosa di buono…Magari la Fiorentina avrebbe potuto comunque fare buon viso a cattiva sorte. Ogni tanto, ad esempio, Barak avrebbe potuto far pesare meno le difficoltà di Bonaventura, ma a parte il gol al Frosinone, con un rimpallo casuale, del ceco non si sono avute tracce. Figuriamoci, poi, gli esterni d’attacco che hanno giocato al posto di Gonzalez. Tra i vari Brekalo (poi ceduto), Sottil (scomparso) e Ikonè, sempre disastroso tranne che col Frosinone, peggio mi sento. Tanto che Italiano ha dovuto schierare Nzola esterno alto a Lecce o cercare nuove soluzioni come Beltran esterno alto, o Bonaventura esterno alto, o Beltran alle spalle di Belotti etc etc. E menomale che adesso tornerà a disposizione Kouame. Se poi Jack, Nico e Arthur non si fossero fatti male…Che sfiga! Bè, si, fino ad un certo punto però. Perché, nei tre precedenti anni, il regista brasiliano aveva giocato più di 20 partite stagionali solo 1 volta, era reduce da un anno passato ai box e non ha mai avuto continuità. Di Nico, ormai, sappiamo più o meno tutto, con due stagioni vissute per metà fuori per infortuni vari, e nel caso di Bonaventura era lecito attendersi una flessione vista la carta d’identità. Che questi tre tenori avessero avuto già qualche problematica nella loro cartella clinica lo si sapeva, dunque. E poi, sfiga, sì, che tutti e tre insieme, ma è altrettanto vero che altri non stanno particolarmente brillando. E questo è un altro dei problemi. Detto ciò, c’è da ripartire, con l’Empoli, dove Arthur potrebbe essere ancora una volta assente, e dove Italiano non può far altro che sperare che i suoi altri due tenori ritrovino la voce e tornino a fare la differenza.

L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare!

La Fiorentina perde anche a Bologna. Il trend si fa preoccupante

Guardando questa Fiorentina viene da pensare esattamente quello che amava dire Gino Bartali. E sarà che i fiorentini son così, spesso polemici (a volte anche troppo) e criticoni, ma il trend che ha intrapreso la squadra di Italiano da inizio gennaio non lascia troppi spazi per l’ottimismo. Anche coloro che amavano ignorare quei segnali di criticità che già quando i viola, a dicembre, vincevano ma soffrivano dannatamente contro chiunque e le carenze di una rosa che stava già allora facendo qualcosa di superiore alle proprie potenzialità, che rispondevano col ‘troppe critiche, siamo quarti in classifica’, visto come la Fiorentina sta andando da inizio gennaio si stanno ricredendo. Peccato, perché mentre la classifica vedeva i viola volare e le altre annaspare, chi avrebbe dovuto avere la lungimiranza di capire che per stare lassù serviva muoversi in altro modo e con altre tempistiche a gennaio ha avuto la stessa lunghezza di pensiero di chi credeva davvero che Duncan potesse avere il rendimento super che aveva avuto fin lì, che Bonaventura potesse reggere a quei ritmi e che, dinanzi alle richieste di incontri sul rinnovo si potesse tranquillamente ignorare (d’altronde a quell’età che vuole? Ha anche delle pretese?), che Arthur fosse improvvisamente diventato un calciatore da 50 partite all’anno ad altissimi livelli, che Terracciano potesse fare 3-4 miracoli a domenica, che se gli attaccanti non segnavano fosse solo colpa loro, tanto ci pensavano Quarta, Ranieri o altri a segnare, che se Italiano chiedeva un esterno si potesse far finta di nulla prendendo un centravanti (tanto che il tecnico continua a schierare Nzola esterno), che anziché dare all’allenatore un centrale di rendimento per poter continuare a lavorare sulla difesa a tre si cedesse Mina e si prendesse un terzino del Verona etc etc. Poi, però, le altre hanno svoltato, e ora vanno. La Fiorentina, invece, è ancora lì a pensare che quei 30 o 40 milioni che voleva il Genoa per Gudmundsson erano troppi, così come la Lazio per Zaccagni, che Brian Rodriguez o Ruben Vargas…etc etc. Ma tanto è rimasto Ikoné, che a Bologna è tornare il solito Ikoné. La cinquina rifilata al Frosinone è così rimasta la classica rondine che non fa primavera. E la classifica ora piange, così come le prospettive di questa Fiorentina. Lo schiaffo di Bologna è solo un altro colpo basso che ha fatto seguito ai ko con Sassuolo, Inter, Napoli in Supercoppa, Lecce e un pari sofferto con l’Udinese dopo che in qualche modo, col Bologna in Coppa Italia, la Fiorentina l’aveva sfangata. Il problema, adesso, è che questa squadra può perdere con tutti, mentre non dà mai la sensazione di poter vincere contro nessuno. E come diceva Bartali “l'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare!”. Peccato che rendersene conto oggi (sempre che ci sia davvero questa presa di coscienza), sia un pizzico tardivo. E non certo segno di lungimiranza.

I ‘no’ di gennaio: Ngonge, 20 milioni per Gudmundsson e 25 per Zaccagni

Ma almeno col Frosinone rientra Ikoné

Passano i giorni, i punti in classifica per la Fiorentina restano più o meno gli stessi, così come le criticità, ma le offerte che la società viola avrebbe fatto per quello o per quell’altro si arricchiscono sempre di nuovi dettagli.Dopo i giorni di tira e molla per Gudmundsson, bollati da Genova come un semplice “ci hanno fatto un’offerta, ma abbiamo risposto subito che non volevamo cederlo”, il “Ngonge? mai trattato”, ecco che da Roma rilanciano di un’offerta fatta dalla Fiorentina alla Lazio da 25 milioni di euro più bonus per Zaccagni, ovviamente respinta da Lotito. E così, mentre ‘nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche. Si diceva che l'Italia stava vincendo per 20 a 0 e che aveva segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo’, la domanda sorge spontanea: ma se la Fiorentina aveva 20-25 milioni di euro da spendere sul mercato invernale, perché Italiano si ritrova a dover sperare che Kouame rientri dalla Coppa D’Africa, o che Ikoné-Sottil azzecchino, prima o poi, la giornata di grazia? Non c’era un piano b? Evidentemente no.Sempre che i rumors che sono emersi siano reali, e non c’è motivo per credere il contrario, la Fiorentina che domenica affronterà il Frosinone in una gara da psicodramma, dove ha tutto da perdere e poco da guadagnare, ritroverà il rientrante dalla squalifica Ikoné. Ma gli altri esterni…sono ancora lontani dall’essere al top della forma. Sottil, anche a Lecce, è stato trasparente, mentre Nico è ancora in fase di rientro e Kouame è arrivato in fondo alla Coppa D'Africa. Dopo le polemiche sullo spostamento sulla fascia di Nzola in Salento e le difficoltà evidenziate da Bonaventura quando è stato schierato come esterno alto, le risorse su cui Italiano potrà contare coi ciociari sono sempre quelle. E la speranza è che, domenica alle 12:30, Nico ritrovi se stesso, Ikoné azzecchi la giornata e Sottil si dia una sveglia. Nel frattempo non è da escludere che, da qui al fischio d’inizio della gara col Frosinone, non escano altre presunte voci su offerte per Tizio, Caio o Sempronio. Ovviamente respinte al mittente. Tanto c’è Ikoné…

Fin qui mercato conservativo per la Fiorentina: dal frigo esce Brekalo ed entra Rodriguez

La Fiorentina saluta Brekalo e abbraccia Rodriguez. Ikoné resta, e adesso?

Chi si aspettava un mercato aggressivo da parte della Fiorentina, vista la posizione in classifica e l'impegno in Supercoppa, oltre al passaggio in semifinale di Coppa Italia e gli ottavi di Conference League, al momento è rimasto deluso. La frase di Barone prima della sfida col Sassuolo ("abbiamo il frigo pieno" ndr), che molti speravano essere solamente una boutade, ad oggi si sta invece rivelando una reale profezia. Dal ‘frigo’ viola esce Josip Brekalo, che torna in patria, mentre arriverà Brian Rodriguez. L’uruguaiano viene da uno stop di diverse settimane, non ha certo il gol nel dna, viene dal Messico e avrà bisogno di tempo per adattarsi al calcio italiano e di Italiano. Non proprio, insomma, quello che sembrava aver chiesto il tecnico viola già a fine 2023, cioè un esterno offensivo pronto, che conoscesse il nostro campionato e che potesse far fare alla sua Fiorentina un salto di qualità. E adesso? All’orizzonte non sembrano esserci chissà quali movimenti, con la dirigenza viola che ha stoppato le voci su una eventuale partenza di Ikoné, mentre è lecito attendersi l’uscita di Mina, direzione Portogallo. A quel punto, coi rientri ormai imminenti di Dodo e l’innesto di Faraoni, sarebbe lecito attendersi un’entrata in difesa, in modo tale da consentire a Italiano di poter virare sulla difesa a tre in caso di necessità. Poi ci sono i rumors su Barak e Nzola da monitorare. Se partisse il ceco, sponda Napoli, chissà che la Fiorentina non possa tornare con forza su Ruben Vargas dell’Augsburg, altro calciatore che non risponde molto all’identikit di cui sopra, ma che potrebbe dare una mano alla sterilità dell’attacco viola. Chi si aspettava, insomma, un mercato aggressivo per provare a difendere il quarto posto e insidiare Napoli, Inter e Lazio in Arabia Saudita, si è dovuto accontentare di una strategia conservativa da parte del club viola, che da inizio 2024 ha perso col Sassuolo, pareggiato a fatica con l’Udinese, eliminato soffrendo  il Bologna ai rigori in Coppa Italia, e perso rovinosamente col Napoli a Riyad. D’altronde a breve rientreranno Dodo e domenica con l’Inter si rivedrà in campo Gonzalez. Sperando che questa sessione di calciomercato non passi alla storia come l’ennesima occasione persa, in stile Benalouane o Ficini. Salvo clamorosi (ma al momento inattesi, per quanto sperati) scossoni e ripensamenti dell’ultima settimana.