Un problema tira l’altro. E quando la stagione entra nella sua fase più delicata, anche una caviglia può pesare come un macigno. L’infortunio di Albert Gudmundsson è meno grave del previsto, questa è la buona notizia. Ma la trasferta di Como resta fortemente a rischio. L’islandese sta facendo di tutto per esserci almeno in panchina, vuole provarci fino all’ultimo, ma senza forzare. Perché la Fiorentina non può permettersi un’altra ricaduta. E allora si naviga a vista. Con la speranza di riaverlo per la sfida contro il Pisa del 23 febbraio, uno scontro diretto che oggi ha il sapore di un crocevia.
C’è un dato che racconta più di tante parole l’esperienza di Gudmundsson in viola. Se dovesse saltare anche Como, supererebbe i cento giorni di assenza da quando è arrivato a Firenze. Oltre cento giorni fuori su poco più di cinquecento trascorsi dal suo approdo ufficiale.
E pensare che in carriera non era quasi mai stato fragile. Al Genoa, nell’ultima stagione, aveva saltato appena tre partite per un problema muscolare. Nei due anni precedenti quasi nulla. Solo nel 2019-20 un lungo stop alla caviglia, ma poi una continuità quasi esemplare. A Firenze, invece, tra infortuni, ricadute e anche la vicenda personale legata al processo in patria, sembra non trovare pace. Un’esperienza sfortunata. Per lui. E per la Fiorentina.
Perché Gudmundsson non è un giocatore qualunque. È quello che accende la luce tra le linee, che inventa la giocata quando la squadra si spegne. È il trequartista che può cambiare il ritmo di una partita bloccata. Senza di lui, Vanoli deve ridisegnare ancora una volta l’assetto offensivo.
La fascia sinistra, in questo momento, sembra avere un padrone: Manor Solomon. È lui l’uomo scelto per partire titolare in quella zona, uno che ha già dimostrato di avere il guizzo giusto per creare superiorità e far male negli ultimi metri.
Ma è a destra che si apre il vero ballottaggio. Parisi o Harrison? Due soluzioni diverse, due interpretazioni opposte della stessa esigenza. Con Parisi, Vanoli avrebbe un esterno più disciplinato, un terzino adattato più avanti capace di garantire copertura e equilibrio. Una scelta magari più prudente, soprattutto in una gara delicata come quella di Como.
Con Harrison, invece, la Fiorentina sarebbe più verticale, più imprevedibile. L’ex Leeds è entrato bene contro il Torino, ha servito l’assist a Kean per il gol del momentaneo sorpasso, e fisicamente sta crescendo. È attento anche alla fase di non possesso, ma inevitabilmente porta la squadra ad alzare il baricentro.
Molto dipenderà da che partita vorrà fare Vanoli. Se sarà una Fiorentina accorta, compatta, pronta a colpire in ripartenza, Parisi potrebbe avere la meglio. Se invece servirà coraggio e uno contro uno, allora la carta Harrison potrebbe diventare decisiva. Le alternative, al momento, non sembrano molte. Il ballottaggio è ristretto a questi due nomi.
E tutto ruota ancora una volta attorno a un’assenza pesante. Gudmundsson prova a stringere i denti.
Sa che la squadra ha bisogno di lui, sa che la classifica non permette altri passi falsi. Ma forzare adesso significherebbe rischiare di perderlo più a lungo, proprio quando arriveranno partite segnate in rosso sul calendario: Pisa, le prossime sfide di campionato, gli impegni europei.
La Fiorentina è in quel punto della stagione in cui ogni dettaglio fa la differenza. Ogni scelta pesa. Ogni recupero può cambiare l’inerzia. Como è la prossima tappa. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che questa squadra non abbia più margine per convivere con l’imprevisto. E che la speranza, oggi, abbia il volto di un numero dieci con la caviglia fasciata che prova, ancora una volta, a tornare prima del tempo.
C’è un dato che racconta più di tante parole l’esperienza di Gudmundsson in viola. Se dovesse saltare anche Como, supererebbe i cento giorni di assenza da quando è arrivato a Firenze. Oltre cento giorni fuori su poco più di cinquecento trascorsi dal suo approdo ufficiale.
E pensare che in carriera non era quasi mai stato fragile. Al Genoa, nell’ultima stagione, aveva saltato appena tre partite per un problema muscolare. Nei due anni precedenti quasi nulla. Solo nel 2019-20 un lungo stop alla caviglia, ma poi una continuità quasi esemplare. A Firenze, invece, tra infortuni, ricadute e anche la vicenda personale legata al processo in patria, sembra non trovare pace. Un’esperienza sfortunata. Per lui. E per la Fiorentina.
Perché Gudmundsson non è un giocatore qualunque. È quello che accende la luce tra le linee, che inventa la giocata quando la squadra si spegne. È il trequartista che può cambiare il ritmo di una partita bloccata. Senza di lui, Vanoli deve ridisegnare ancora una volta l’assetto offensivo.
La fascia sinistra, in questo momento, sembra avere un padrone: Manor Solomon. È lui l’uomo scelto per partire titolare in quella zona, uno che ha già dimostrato di avere il guizzo giusto per creare superiorità e far male negli ultimi metri.
Ma è a destra che si apre il vero ballottaggio. Parisi o Harrison? Due soluzioni diverse, due interpretazioni opposte della stessa esigenza. Con Parisi, Vanoli avrebbe un esterno più disciplinato, un terzino adattato più avanti capace di garantire copertura e equilibrio. Una scelta magari più prudente, soprattutto in una gara delicata come quella di Como.
Con Harrison, invece, la Fiorentina sarebbe più verticale, più imprevedibile. L’ex Leeds è entrato bene contro il Torino, ha servito l’assist a Kean per il gol del momentaneo sorpasso, e fisicamente sta crescendo. È attento anche alla fase di non possesso, ma inevitabilmente porta la squadra ad alzare il baricentro.
Molto dipenderà da che partita vorrà fare Vanoli. Se sarà una Fiorentina accorta, compatta, pronta a colpire in ripartenza, Parisi potrebbe avere la meglio. Se invece servirà coraggio e uno contro uno, allora la carta Harrison potrebbe diventare decisiva. Le alternative, al momento, non sembrano molte. Il ballottaggio è ristretto a questi due nomi.
E tutto ruota ancora una volta attorno a un’assenza pesante. Gudmundsson prova a stringere i denti.
Sa che la squadra ha bisogno di lui, sa che la classifica non permette altri passi falsi. Ma forzare adesso significherebbe rischiare di perderlo più a lungo, proprio quando arriveranno partite segnate in rosso sul calendario: Pisa, le prossime sfide di campionato, gli impegni europei.
La Fiorentina è in quel punto della stagione in cui ogni dettaglio fa la differenza. Ogni scelta pesa. Ogni recupero può cambiare l’inerzia. Como è la prossima tappa. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che questa squadra non abbia più margine per convivere con l’imprevisto. E che la speranza, oggi, abbia il volto di un numero dieci con la caviglia fasciata che prova, ancora una volta, a tornare prima del tempo.
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