Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Acqua sporca” (Einaudi), esordio alla narrativa per Nadeesha Uyangoda, autrice quattro anni fa del saggio memoir “L’unica persona nera nella stanza” (66thand2nd). Lo presenta all’Ippodromo del Visarno con Sabrina Carollo e i librai indipendenti di Firenze Books ovvero le librerie Leggermente, Alfani, Florida, Farollo e Falpalà. Nadeesha Uyangoda è nata in Sri Lanka ma vive in Italia.

“Io mi sento italiana, ma non ho la cittadinanza. In questo romanzo, nato come romanzo sulla lingua perché nello Sri Lanka si parlano varie lingue e volevo raccontare come la migrazione le modifica, volevo mettere l’accento sul fatto di essere una scrittrice italofona, perché prima ancora di nazionalità, cittadinanza o passaporto, a definirmi è la lingua. L’italiano non è la prima lingua che ho parlato, ma la lingua che mi è capitata in un certo senso e poi eletta a mia lingua narrativa. L’italiano non è la lingua del cuore ma quella che ho scelto caparbiamente”.

“Acqua sporca” (copertina dell’artista srilankese Senaka Senanayake) è ambientato tra lo Sri Lanka e la Brianza, narra le vite di quattro donne. Da trent’anni in Italia come badante, Neela ha una figlia che viene a vivere con lei all’età di sei anni in Brianza, ma decide di ritornare nel suo paese di origine. Si alternano la scrittura in prima persona della figlia Ayesha e in terza delle tre sorelle.

“Non c’è quasi nulla di autobiografico in quella prima persona”,
spiega l’autrice, “se non che è un punto di vista interno, sociologico. Ciò che pensa Ayesha nelle questioni migratorie o artistiche sono cose che ho studiato. La prima persona serve a mostrare al lettore qualcosa che le altre donne non riescono a svelare, cioè una lettura più cinica della loro vita”.

Che tipo di donne sono?
“Sono totalmente vinte dalla
loro esistenza. Mi stufa la descrizione nei romanzi delle donne portatrici di una rivincita, di un messaggio morale, femminista sottaciuto; le donne del mio romanzo non ce la fanno, sono umane, a volte meschine, hanno ottenuto qualcosa e fanno la guardia a quello che si sono conquistate. Sono donne oppresse, in maniera diversa”.

E gli uomini?
“Gli uomini di
questo romanzo sono alienati, opprimono e poi spariscono”.

Come è il
rapporto tra madre e figlia?
“Neela in Brianza non può parlare con
nessuno perché non conosce la lingua. È una solitudine umana atroce, lei comunica solo quando chiama casa per parlare con sua figlia, ma lei che è stata abbandonata percepisce l’abbandono e rifiuta la chiamata. Poi quando però la raggiunge in Italia, Ayesha impara la lingua. Neela la parla in una maniera sgrammaticata e per tutto il romanzo Ayesha e sua madre non riescono a parlarsi, quando si parlano non si comprendono”. 

Perché Neela decide di tornare in Sri Lanka?
“
Non lo so neanche io. Tutto il romanzo cerco di scavare nelle motivazioni di questa scelta e forse alla fine si arriva a un briciolo di verità, poi sta al lettore l’interpretazione. La sua scelta di tornare assomiglia a una scelta di morte, di accettazione. La sua scelta è incomprensibile per sua figlia, abbandonata prima in Sri Lanka e poi in Italia, e per le sue sorelle che sono rimaste in Sri Lanka e hanno vissuto la guerra, le catastrofi naturali, la povertà, la mancanza di opportunità”.

Perché questo titolo? 

“Richiama l’acqua salata che bagna le coste dello Sri Lanka e dell’Italia, e l’acqua santa. C’è il filo rosso della fede, di una speranza. L’acqua sporca è ciò che resta. Sembra la parte meno nobile di una sostanza così pura come l’acqua, ma per me l’acqua sporca è la parte più preziosa perché ciò che resta dopo che la vita ci ha lavato”. 
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