L'angolo del libro - “Fallo per te” di Camilla Cosi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Quanto della nostra vita è davvero una scelta?” Da questa domanda prende spunto l’ultimo libro di Camilla Cosi, Fallo per te (Scatole Parlanti), presentato a Itaca, la residenza letteraria di Paolo Ciampi, con gli intermezzi delle letture di Giusi Salis e le domande di un vasto pubblico attento e partecipe. Una sorta di racconto-monologo, in cui la zia Teresa parla alla nipote Fabiana, la quale sta vivendo un momento di totale disorientamento. Raccontando le vite di altre donne che hanno affrontato problemi e compiuto scelte per salvare le loro aspirazioni ed esistenze, la zia mostra come sia possibile reagire alle difficoltà e alle crisi che ognuno incontra nella propria vita. Le scelte sono spesso complesse e la paura del giudizio degli altri può determinarle, ma il primo rispetto è verso se stesse, per uscire dai ruoli socialmente imposti e trovare la propria autenticità. “Fallo per te” è un invito a una scelta consapevole, valore condiviso nelle varie storie presenti nel libro che trattano di sterilità, fuga d’amore, educazione autoritaria, suicidio, maternità, alcolismo, G8 di Genova, l’uomo giusto. “Fallo per te è un po’ una sveglia per dire al lettore: rifletti, acquisisci una consapevolezza e vai per la tua strada a prescindere da quelli che possono essere i canoni”, spiega l’autrice, “perché non c’è un’unica verità o una sola strada. È importante focalizzarsi sui nostri desideri, scegliere chi vogliamo essere e il posto che vogliamo occupare nella nostra esistenza. Fallo per te è un incoraggiamento a guardare dentro se stessi. Tu sei debitore nei confronti della tua stessa vita e hai diritto alla felicità. È questo il senso che ho voluto dare”. Nella foto: Giusi Salis e Camilla Cosi

L'angolo del libro - “Ma che sei il figlio di Lando?” di Massimiliano Buzzanca

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un ritratto inedito di Lando Buzzanca nel libro del figlio Massimiliano, anche lui attore: “Ma che sei il figlio di Lando?” (Baldini + Castoldi). Chissà quante volte gli è stato detto, allora Massimiliano Buzzanca lo ha messo per iscritto nel volume presentato alla Libreria Gioberti con Carlo Scarzanella. “Essere figlio di una persona famosa può essere rischioso”, dice Massimiliano, “si può crescere male, con un senso di invulnerabilità, ma io ho avuto la fortuna di avere un padre e una madre e degli amici che hanno fatto di tutto per non farmi sentire il figlio di Lando Buzzanca, così sono cresciuto in una maniera sana e naturale”. Dal libro risulta chiara l’importanza della moglie di Lando, oltre che madre di Massimiliano, senza la quale non ci sarebbe stato l’attore con la carriera che ha fatto. Lucia donna paziente e innamorata di un uomo, Gerlando o Gigi ma per tutti Lando, che ha pagato la dichiarata appartenenza politica – “mio padre in alto a destra” recita il sottotitolo – con le porte chiuse di teatri anche per dei testi apolitici e l’atteggiamento di alcuni registi di fede politica avversa, che facevano finta di non vederlo per non salutarlo, come Ettore Scola, “per il quale papà aveva una stima e un’adorazione incredibili”. Buzzanca era “un socialista di destra”: “si sentiva di ‘destra’ perché i suoi valori erano la patria, la bandiera, la famiglia, l’ordine, la legge, ma uno dei suoi più cari amici era Gianni Borgna assessore alla cultura di sinistra del Comune di Roma legato al sindaco Veltroni e anche allora, quando papà dichiarò di votare per Veltroni, i suoi storici amici di destra lo rimproverarono. Papà era un libero pensatore”. Aneddoti e incontri nel libro, come quello con Vittorio Gassman che gli ha dato la fiducia per continuare a crederci, quando ancora il giovane Lando cercava una scrittura e si arrangiava per vivere, o con Tony Curtis di tutt’altro tenore. E poi Germi, De Sica, Festa Campanile e molti altri, spesso incarnando negli anni Settanta la figura dell’Homo Eroticus, il maschio siciliano ossessionato dal sesso, ruolo che ha fatto la sua fortuna ma allo stesso tempo limitato per un certo periodo. Un uomo che nella vita privata “ha fatto l’amore solo con sua moglie” ma di storie ne ha avute. C’è un film a cui teneva di più? “Non ha capito perché la gente non abbia apprezzato Travolto dagli affetti familiari. Viceversa era sorpreso che alcuni film da lui ritenuti bruttini avessero avuto un successo incredibile. Secondo me il film per lui più facile da girare è stato I Viceré perché papà ha messo in scena se stesso per l’atteggiamento severo”. Nella vita reale dunque un padre autoritario, ma fragilissimo di fronte a un grave incidente del figlio maggiore, Mario. Fragile come è diventato al cospetto della sua malattia e lì il racconto di Massimiliano si è fermato, perché “quando ha cominciato a non ricordare il suo nome, né riconoscere noi, non era più mio padre ma un’altra persona. L’afasia è una malattia che ti porta non solo ad avere problemi a parlare, ma neanche capisci il senso di quello che dici e per me, che lo avevo sempre visto forte vederlo improvvisamente fragile, è stata dura. Ho raccontato solo l’episodio del tentato suicidio nel 2013, a conclusione di un periodo di forte depressione iniziata con la scomparsa di Lucia tre anni prima, perché faceva parte del suo essere Lando Buzzanca”. Massimiliano descrive così nel libro uno di quei momenti: “Ci abbracciamo come forse non abbiamo fatto mai. Complici. Due attori che ridono in scena per una battuta fuori scena dell’altro”. Nella foto: Carlo Scarzanella e Massimiliano Buzzanca

L'angolo del libro - “Ciao mamma” di Genny Sollazzi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Dobbiamo cercare quello che abbiamo dentro, al di là delle aspettative degli altri. La crescita è la consapevolezza di arrivare a essere chi siamo”. Genny Sollazzi presenta “Ciao mamma” (Felici Editore) al Centrolibro di Scandicci con Andrea Bagni. Lo fa con delicatezza ed emotività, ascoltarla è come leggere le pagine del suo libro. “A volte soffrivo nello scriverlo per alcuni aspetti dolorosi, mi fermavo, ma non riuscivo a scrivere altro, dovevo continuare. Volevo fare una cosa per me che fosse profonda”. Il filo conduttore del romanzo è il rapporto tra Silvia e Anna, madre e figlia. La separazione dei genitori costringe Anna, appena tredicenne, a una scelta e sceglie il padre, più fragile. L’amore della madre per un altro uomo, un collega medico, ne fa la colpevole per tutti, anche per Anna. Silvia continua a cercare contatti con la figlia, ma trova un muro. Nel frattempo Anna, sensibile, acuta, intelligente, si laurea in psicologia e si dedica alla cura di giovani pazienti. Proprio il rapporto con questi adolescenti feriti la porteranno a riflettere sull’atteggiamento assunto nei confronti della madre. In particolare la terapia con Nicola, carcerato condannato per matricidio, la aiuterà ad avvicinarsi a Silvia. “Il personaggio più difficile da scrivere è stato Silvia perché il più variegato”, dice Genny Sollazzi. “Il dialogo tra Anna e Nicola in prigione è la parte più forte. In lui vede il fratellino che non ha avuto e fa un passo avanti nella sua consapevolezza del rapporto con la madre”. L’autrice immagina di avere trovato per caso un manoscritto. Scrive: “Ho iniziato a leggerlo e se ho continuato, è solo perché ho sentito ancora caldo il sangue, quello di un dolore che trafigge, quello di un amore che si fonde. L’ho copiato e leggermente corretto. Ho pensato che qualcuno potesse riconoscervisi. Non gente perfetta, ma fallaci esseri umani”. Ed è quello che succede al lettore, che si riconosce nelle emozioni dei personaggi, un mosaico fatto di tanti colori, come la “stanza Acquarello” dove i ragazzi di Anna danno libero sfogo a quello che hanno dentro: “Impossibile pensare di saltare a piè pari il dolore, coprendolo con farmaci o distrazioni. Andava guardato, vissuto ed elaborato. Da lì la ripartenza fatta di tanti piccoli momenti di comprensione”.  

L'angolo del libro - “Ayrton storie fuoripista” di Matteo Orsi e Davide Rigoni

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

L’amicizia di un ragazzo con un campione, colto nel suo lato più comune e quotidiano. Il fuori dalle piste di Ayrton Senna nelle parole di Matteo Orsi messe per iscritto da Davide Rigoni, autori di “Ayrton storie fuoripista” (Bolis Edizioni). Lo presentano alla Libreria Gioberti con Carlo Scarzanella. “Un libro nato un po’ per caso”, dice Rigoni, “dai racconti del suo vissuto adolescenziale di Matteo Orsi che grazie al lavoro del padre celebre fotografo sportivo divenne amico di Ayrton Senna”. Nel libro si traccia così un ricordo originale di Senna, dal primo incontro con “un timido ragazzo brasiliano dall’aria malinconica” a quella che con il fotografo Angelo Orsi diventò una lunga collaborazione professionale e un rapporto personale di profonda amicizia. In questo rapporto si inserisce quello di Senna con il figlio del fotografo, appunto il tredicenne bolognese appassionato di automobilismo Matteo che lo conobbe sotto il portone di casa in una serata del 1984 e “quel giorno iniziò la storia della mia personale amicizia con Senna, una storia solo nostra”. La casa della famiglia Orsi divenne un punto di riferimento per Senna. Quando veniva in Italia, per le gare o i test a Imola o gli eventi televisivi o promozionali, era quello il suo approdo sicuro, familiare, lontano da corse e riflettori. “Noi eravamo la sua base”, spiega Matteo Orsi. “Tra me e Ayrton c’erano undici anni di differenza, quindi la nostra amicizia divenne molto simile al rapporto tra due fratelli”. Perché Senna aveva questo bisogno in un certo senso di una famiglia? “C’era qualcosa di molto brasiliano nella sua necessità di costruire fondamenta lontano da casa, nel ricercare solide certezze affettive per combattere la saudade quando non era con la sua famiglia. Le abitudini con persone care da frequentare lo facevano sentire meglio. Il feeling che si creò con la mia famiglia fu spontaneo e istintivo. Cercava momenti di pura semplicità in condivisione”. Come si svolgevano le giornate con Senna? “Non si parlava quasi mai di lavoro. Erano serate informali di chiacchiere, buona cucina e relax guardando le videocassette delle vecchie corse. Per noi era un amico invitato a cena. Altre volte cenavamo al ristorante, di solito in trattorie caserecce. Ayrton adorava le lasagne, i tortellini e le tagliatelle fatte in casa da mia madre. ‘Trasgrediva’ quando veniva da noi, ma è stato il primo pilota attento alla preparazione fisica e all’alimentazione. Il suo piatto prima delle corse era la pasta in bianco con olio e parmigiano, da un consiglio di mio padre”. Il successo e la popolarità lo cambiarono? “Cambiò nei suoi confronti il grande pubblico, ma lui non cambiò mai con noi. Ogni volta che varcava la soglia del nostro appartamento, era sempre lo stesso ragazzo del nostro primo incontro”. Com’era Senna? “Un ragazzo buono e gentile, generoso e sorridente, con un grande cuore. Timido, leale e con un profondo valore dell’amicizia e della famiglia. Era credente, ma viveva la Fede in maniera riservata. Emanava poi un immenso carisma che percepivi anche stando in silenzio”. Altre particolarità? “Aveva l’attitudine a una maniacale precisione, come da pilota, per ogni altro aspetto della sua vita e attività a cui si dedicasse, anche un semplice hobby. Conoscere ogni dettaglio lo faceva sentire padrone della materia. Non faceva niente con superficialità. Driven to Perfection era diventata la griffe del suo marchio aziendale ed era così anche nella vita quotidiana. Era ossessionato dalla ricerca della perfezione, del miglioramento costante”. Fra tutte le immagini e aneddoti su Senna chiudendo gli occhi quale le viene in mente? “Sorrido sempre quando ripenso a quella volta che parcheggiammo la macchina vicina a un ristorante, in strada. Ayrton si era fermato un attimo per cercare qualcosa nella sua valigetta e io ero con lui. In quel momento sul marciapiede, di fianco a noi, passò un signore con il suo cane. L’uomo vide Ayrton e si bloccò di colpo: una statua di sale con la bocca semi-spalancata. E come lui, il cane. Immobili, entrambi fissavano Ayrton. Ma è davvero Senna? Poi Ayrton si presentò. Ecco, io mi immagino la scena di quell’uomo che torna a casa e lo racconta alla moglie, ma lei non gli crede”. Che cosa le ha lasciato Ayrton Senna? “La sua scomparsa prematura mi ha lasciato tanti rimpianti, avrei voluto fare vedere ad Ayrton come crescevo e diventavo uomo. È avvenuto tutto talmente così veloce, la sua scomparsa, che ho fatto fatica all’inizio a rendermene conto, a metabolizzare questa cosa, vedere mio padre distrutto. Ayrton mi ha lasciato come insegnamento il fatto di crederci sempre: se inizi una cosa, la porti in fondo”. Nella foto Davide Rigoni, Carlo Scarzanella, Matteo Orsi

L'angolo del libro - “Vaghe stelle del cinema” di Fausto Meoli

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Il cinema è sempre stato la mia casa e anche la mia vita. Un sogno che non mi ha mai tradito”. Parole di Fausto Meoli, autore di “Vaghe stelle del cinema” (I libri di Mompracem). Lo presenta alla Libreria Gioberti con Leandro Giribaldi. Perché questo titolo? “Vaghe stelle dell’Orsa è all’inizio di una lirica, Le ricordanze, di Giacomo Leopardi ed è il titolo di un film di Luchino Visconti, per cui mi tornava bene utilizzarlo perché nel mio libro ci sono il cinema e la memoria ovvero racconto come tanta parte della mia vita, dall’infanzia a oggi, si intersechi con il cinema. Parlo di eventi personali, rapporti sociali e politici, qualche storia d’amore”. “Una vita tra sale e storie”, recita infatti il sottotitolo. Con la nostalgia del cinefilo, Meoli rivive le proprie esperienze attraverso ricordi che derivano da film, dagli anni Sessanta fino alle visioni più recenti. Capolavori e pellicole dimenticate, cult e B-movie. Come nasce questa passione? “Nell’infanzia ho goduto di un privilegio, perché vivevo in un appartamento con una terrazza che si affacciava su uno spazio che in estate diventava un’arena estiva, per cui io da quella terrazza ho visto tanti film, tranne quelli più violenti o scabrosi. Questa passione è proseguita fino a oggi che abito a Sesto Fiorentino a cinquanta metri dal Grotta, ci andrei quasi in ciabatte al cinema”. Qual è la prerogativa del cinema? “Hitchcock diceva che un film è la vita a cui sono state tagliate le parti noiose. In quelle due ore di proiezione, le banalità e incombenze quotidiane rimangono fuori, è come un incanto, un sogno, una storia da fare tua”. Che cosa cerca in un film? “Oltre a vedere naturalmente quello che sta in prima scena, la trama, la tecnica e la realizzazione, cerco sempre di scoprire dei particolari nascosti che danno quel qualcosa in più, come la lettura dei titoli di coda. Io le chiamo divagazioni necessarie e riportano alla letteratura, alla pittura, alla musica e soprattutto alle location dove sono stati girati i film. Così ho fatto dei viaggi in quei posti, di proposito o casuali. Il cinema è un atto d’accusa all’immobilità, è un invito al viaggio”. L’autore rievoca la Firenze di Pratolini al cinema e cita sale ormai scomparse: Goldoni, Astor d’essai, Universale, Eden, Fulgor, Gambrinus, Vittoria, Florida, Excelsior, Astra, Astra 2, Aldebaran, Arlecchino, Italia, Corso, Variety, Eolo, Ariston, Artigianelli, Romito. “I cinema d’essai, ormai rimasti pochissimi, creano una comunità. Frequenti quel cinema, conosci persone, parli di cinema. Di certe sale ricordo l’odore della moquette. Nella quarta di copertina ho riportato una mappa del centro storico con una lista di cinema ormai scomparsi”. Quale film l’ha fatta innamorare del cinema? “Ben Hur con Charlton Heston, per gli inseguimenti delle bighe romane con i rostri alle ruote per far fuori gli altri concorrenti, veri e propri duelli in corsa”.  Nella foto: Fausto Meoli e Leandro Giribaldi

L'angolo del libro - “Il bacio da sfogliare” di Ilaria Guidantoni

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro colto, piacevole e interessante, frutto di una ricerca dettagliata che indaga sul bacio come lingua universale. “Il bacio da sfogliare” (Cinquesensi Editore, copertina di Omar Galliani e illustrazioni al tratto di Emma Dal Falco) di Ilaria Guidantoni, giornalista fiorentina, scrittrice e traduttrice, rivela tanti aspetti e curiosità compiendo un viaggio nel tempo e nello spazio. Il volume ha ricevuto il Riconoscimento di Merito dal Premio Letterario Internazionale “Poesia Narrativa Saggistica Sarzanae” 2025 e la Segnalazione d’Onore all’XLII Edizione del Premio Firenze. La nuova edizione ampliata aggiunge il capitolo sulla musica, in particolare sul Belcanto con la lirica, ma anche sulla Canzone italiana e quella popolare come La porti un bacione a Firenze di Spadaro, con il qr code da cui ascoltare la selezione musicale citata. Come nasce questo libro? “Difficile dargli una genesi precisa”, risponde l’autrice, “forse dalla richiesta di un aforisma per l’Agenda del Giornalista del 2022 Perrone Editore quando scrissi che A ogni bacio ritroviamo l’armonia e la pienezza del seno materno e lì cerchiamo la felicità”. Dalla prima esperienza di vita con la madre, il bacio diventa così il simbolo dell’inizio di ogni amore. Nelle diverse civiltà il bacio può assumere propri significati. Sfogliando le pagine del libro, incontriamo in letteratura “l’apostrofo rosa”, come fu definito dal poeta drammaturgo francese Edmond Rostand, alias Cyrano de Bergerac, secondo varie accezioni. Tra le varie culture, uno dei baci più insoliti è quello “naso contro naso” in Nuova Zelanda, mentre “il bacio a morsi” nella Papua Nuova Guinea consiste nel mordicchiare il sopracciglio ed essendo ritenuto molto eccitante è proibito in pubblico. Fra i tanti baci ogni lettore sceglie quelli più affini alla propria sensibilità, come ad esempio in arte il bacio di Klimt e il gruppo scultoreo di Auguste Rodin. Nella fotografia lo scatto del 1950 di Robert Doisneau, un inno al ritorno alla normalità dopo la guerra, anche se non fu immortalato un bacio all’insaputa degli amanti ma ‘costruito’ come un set cinematografico. Immagini trasgressive come Il bacio dei poliziotti di Banksy o i cartelloni pubblicitari del 1991 di Oliviero Toscani per Benetton con il bacio tra un prete e una suora. Nel cinema il bacio appassionato tra Clark Gable e Vivien Leigh in Via col vento, di addio tra Humphrey Bogart e Ingrid Bergman in Casablanca, romantico sotto la pioggia in un vicolo newyorkese di fine anni Cinquanta tra Audrey Hepburn e George Peppard in Colazione da Tiffany. E la scena finale in Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore con l’immagine di tutti i baci censurati nel corso degli anni e rimontati dal vecchio proiezionista. In cucina il bacio è un dolce cibo da gustare. È forte, però, il contrasto fra l’oggi dominato da social ed emoticon e i versi di Jacques Prévert: “I ragazzi che si amano si baciano in piedi/ contro le porte della notte/ e i passanti che passano li additano/ ma i ragazzi che si amano/ non sono lì per qualcuno”. “Oggi i baci vengono usati come firma alla fine di un messaggio oppure ci si bacia solo per una foto o un video”, dice Ilaria Guidantoni, “ma io lo trovo poco autentico e tutto ciò svilisce il bacio”. Che cosa è dunque il bacio? “Un dialogo muto, un passo a due che è la scintilla della vita. Parafrasando Eraclito, il bacio fa sì che due diventino uno ma non si annulli l’individualità. Il bacio più bello è quello che ancora dobbiamo dare o ricevere, perché c’è sempre un orizzonte davanti a noi”. 

L'angolo del libro - “Pratesi per sempre” a cura di Federico Berti

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un atto d’amore verso Prato, i diciannove racconti che compongono “Pratesi per sempre” (Edizioni della Sera), prefazione di Gabriele Cecconi, antologia a cura di Federico Berti, autore anche di uno dei racconti, dedicato nello specifico a Clara Calamai, attrice pratese tra le più amate e acclamate fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta. Perché questa scelta? “Da giornalista di cinema lei per me è sempre stata una fissazione” spiega Berti “e perché in fondo attraverso questo racconto volevo darle voce. Il suo rapporto con Prato non è stato facile. Volevo darle la possibilità di raccontare la sua versione dei fatti, su quella storia d’amore che la portò sull’orlo del suicidio. Su di lei nel 2023 ho realizzato una mostra in occasione dei venticinque anni dalla sua morte e sono diventato amico di suo nipote Marino Bonizzato”. La figura di Clara Calamai appare anche in altri racconti in questa Antologia che ha per sottotitolo “Viaggio emozionale nel cuore di Prato” ed è appunto un omaggio corale alla città con le sue trasformazioni, dal passato a come è diventata oggi. La città del lavoro, il mondo del tessile e l’Istituto Buzzi, storie di commercianti, il fiume Bisenzio, l’arte di Filippino Lippi, Villa Filicaia, ricordi personali, la comunità cinese. Che cosa non è stato raccontato? “Non è stata raccontata la Prato multietnica, a parte quella cinese, e questo mi ha sorpreso. In genere sono racconti rivolti al passato o ambientati nel centro storico”. Visto il racconto che ha scritto, ha in mente un volume “Le interviste impossibili”? “Sì, ci sto pensando, mi piacerebbe raccontare i quasi quarant’anni di giornalismo in cui ho incontrato i più grandi del cinema con i vari aneddoti”. Gli autori dei racconti, oltre al curatore Federico Berti, sono Cinzia Abbate, Piero Berti, Barbara Bigagli, Silvia Grifoni, Alberto Lai, Chiara Langianni, Lidice, Francesca Maestrelli, Maurizio Mari, Luca Martinelli, Antonella Meoni, Lorenzo Mercatanti, Mauro Parrini, Sara Passi, Diletta Pizzicori, Maurizio Tempestini, Patrizia Torsini e Viviano Vannucci.

L'angolo del libro - “La prossima notte” di Giovanni Agnoloni

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Come ricavare da una storia vera, in apparenza confinata solo all’ambito della memoria calcistica fiorentina, un giallo noir psicologico dove il filo conduttore è il rapporto tra padre e figlio. Lo fa Giovanni Agnoloni, traduttore e blogger, nel suo ultimo libro “La prossima notte” (Transeuropa Edizioni) che presenterà il prossimo mercoledì 25 febbraio alle 18 al Centro culturale Itaca in Via di San Domenico 22 insieme a Paolo Ciampi e allo storico dello sport Gabriele Fredianelli. Il libro ha avuto una lunga gestazione. L’idea nasce circa vent’anni fa dalla lettura di un articolo su La Nazione su una rocambolesca trasferta della Fiorentina a Palermo nel 1946 con tre vetture Lancia Artena per un viaggio lungo tre giorni. Il passo successivo fu la telefonata al giornalista ovvero Giampiero Masieri, firma storica e maestro di giornalismo, e poi l’incontro di persona con Egisto Pandolfini (di cui è ricorso pochi giorni fa il centenario della nascita) che di quei fatti narrati nell’articolo fu uno dei protagonisti in quanto giocatore viola (vicenda raccontata dallo stesso Pandolfini in Noi, la Fiorentina, volume a cura di Museo Viola, Giglio Amico e Associazione Ex viola). Negli anni seguenti poi Agnoloni ne parlò con Raffaello Paloscia, altro grande giornalista sportivo recentemente scomparso. Nel libro a lungo rimasto nel cassetto ma alla fine pubblicato la dedica a Pandolfini e Masieri e il ringraziamento a Paloscia non sono casuali, ma antiche promesse mantenute. “Questa storia come un piccolo mito costruito sulla base di fatti e atmosfere autentici, ma ormai molto, molto lontani”, come scrive l’autore nelle note finali, inizia con il messaggio nella segreteria telefonica di un padre creduto morto suicida a un figlio, immaginario attaccante di un’ipotetica Fiorentina del 2010. Da qui inizia il viaggio del calciatore italo-americano attraverso varie tappe, indicategli via email dal padre, che ripercorrono quelle della trasferta della Fiorentina del 1946 quando il padre era appunto il massaggiatore della squadra e da Siena lo portano fino a Palermo. Il protagonista si ritrova così a fare i conti con il passato, suo e del padre: “si parte da un confronto tra un figlio che non aveva mai in realtà conosciuto il padre e un padre che in un certo senso gli chiede perdono e si arriva a una riflessione più generale, a un confronto generazionale e storico tra l’Italia di allora e quella di oggi, come tra il calcio di una volta e quello attuale”. C’è anche una storia d’amore con una giornalista locale. Per il rapporto tra calcio e letteratura ci sono dei testi di riferimento? “Quando scrivo non ho modelli, altrimenti non sentirei la mia voce. Negli anni ho sviluppato la mia scrittura per cui tendo ad asciugarla per andare dritto al punto. Ci sono quindi riferimenti letterari assoluti in cui mi riconosco per la sintesi. Per il calcio Luciano Biancardi che descrisse una partita ne Il lavoro culturale e tenne anche una rubrica sul Guerin Sportivo. Poi Azzurro tenebra di Giovanni Arpino, Futbol. Storie di calcio di Osvaldo Soriano, Il centravanti è stato assassinato verso sera di Manuel Vázquez Montalbán, Febbre a 90’ di Nick Hornby e altri meno famosi come Sporca faccenda, mezzala Morettini di Marco Ferrari e Marino Magliani e L’estate breve di Enrico Macioci”. 

L'angolo del libro - “Sogno imperfetto” di Francesca Cerreto

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Non ho scritto tanto per scrivere un libro”, dice Francesca Cerreto, autrice di “Sogno imperfetto” (I libri di Mompracem, Betti Editrice). “Tutto quello che racconto nasce dal diario che tenevo in quel periodo per dare sfogo alle mie emozioni nei momenti di difficoltà, sia durante l’adozione che all’arrivo in famiglia di mio figlio”. Francesca Cerreto narra l’esperienza personale dell’adozione di un bambino con delle fragilità. “Come vivere diversamente felici”, recita il sottotitolo del libro presentato alla Sala Soci Coop Ponte a Greve con Ilaria Stefanucci, le letture dei Nonni Leggendari e l’Associazione Liberamente per BiblioteCaNova Isolotto. “Da occuparsi solo di noi stessi”, prosegue l’autrice, “mio marito e io ci siamo ritrovati a occuparci di un bambino di tre anni, proveniente da un altro paese, che si sentiva un estraneo. Per noi erano situazioni di gioia, ma anche di non sapere che fare. Scrivevo per canalizzare le emozioni, poi è nata l’idea di condividerle, perché ho pensato che potessero essere utili per genitori adottivi o di bambini con delle fragilità, per fare vedere che quel sentirsi soli e spaesati non è solo una loro sensazione ma anche di altri. Non scrivevo per un lettore, ho pensato a lungo se trasformarlo in un libro oppure no”. Una storia vera, raccontata in modo disarmante per la sua sincerità. “Non ho usato il mio vero nome, né quello di mio figlio per proteggerlo e non renderlo subito identificabile, ma i nomi sono l’unica finzione narrativa”. Che cosa è il sogno imperfetto? “In una società in cui tutti mostrano la loro bellezza, io racconto una vita meravigliosa in un’accezione diversa, perché la bellezza non deve essere per forza abbinata alla perfezione”. La testimonianza intima si fa universale, nel segno della letteratura che traduce su carta i sentimenti autentici. Francesca Cerreto condivide il proprio percorso su un tema delicato e lo fa con sensibilità, mostrando la propria vulnerabilità, le paure e le speranze spesso sottaciute. L’umanità di una madre e di un padre che riconoscono il loro bambino in Serghey, in un piccolo villaggio in Russia, in una grande camera con tanti altri bambini. Il libro è in prima persona, sotto forma di lettera indirizzata al figlio. Perché? “Per condividere il percorso emotivo e per restituire a mio figlio la sua storia. Quando sarà adulto, potrà ricostruire un passato anche prima di noi, perché ognuno ha bisogno delle proprie radici. Ed è anche un modo per spiegargli come è nato il desiderio di un figlio e che lui sappia quanto è grande il nostro amore”. Che cosa le piacerebbe trasmettere con questo libro? “Che contribuisse a stimolare nel lettore nuovi pensieri e cambiare l’approccio mentale verso chi per qualsiasi motivo è distante dallo standard di normalità. Che aiuti ad andare oltre la diffidenza. A volte siamo impauriti dai comportamenti diversi, ma quando c’è la conoscenza il pregiudizio scompare. Parliamo di fragilità e in questa società individualista le famiglie con un figlio disabile sono molto sole per i mezzi offerti dallo Stato e perché il prossimo non si rende conto delle difficoltà che possono riguardare un figlio, un fratello, un genitore. Tutti possiamo fare un piccolo gesto di accoglienza”. 

L'angolo del libro - “Sfida all’umanità” di Andrea Gamannossi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro sugli scenari inquietanti di un futuro ormai prossimo. “Sfida all’umanità” (Mauro Pagliai Editore) è un’antologia di “10 racconti sull’Intelligenza Artificiale” presentata alla Sala Soci Coop Scandicci (con Centrolibro) alla presenza degli autori e del curatore Andrea Gamannossi dopo l’introduzione di Rita Maria Casagrande. Perché questa raccolta? “Questo libro nasce dopo la precedente antologia Misteri on line con filo conduttore il cellulare. Da lì siamo andati oltre con un tema molto attuale e tante domande senza risposte”, dice Gamannossi, responsabile della collana giallo/noir Polistampa. Dove ci porterà l’intelligenza artificiale? “Ancora non esistono risposte chiare, anche perché l’evoluzione delle tecnologie è di una rapidità impressionante e nessuno può ipotizzare oltre quali confini potranno spingersi. Così ogni scrittore si è immaginato storie in cui l’intelligenza artificiale viene utilizzata in ogni modo possibile e immaginabile”. Varie domande, dunque, ispirano questi racconti, in particolare quali limiti abbia l’intelligenza artificiale e, nello specifico, se sarebbe capace di escogitare il delitto perfetto o, al contrario, di risolvere un intricato caso di omicidio. Il conflitto umano/robot, tra l’essere umano e la macchina, può assumere contorni inquietanti e a volte paradossali. Il dubbio principale è su che cosa possa diventare, quando sia giusto utilizzarla e verso quale futuro ci possa condurre. Nei racconti incontriamo robot poliziotti, occhiali intelligenti, cellulari che manipolano le persone o androidi con sentimenti fin troppo umani. Ed è qui, appunto, che nasce la “sfida all’umanità” del titolo del libro. Oltre a Gamannossi, gli autori dei racconti sono Lino Addis, Milena Beltrandi, Alessandro Bini, Sergio Calamandrei, Vario Cambi, Davide Gadda, Carlo Menzinger di Preussenthal, Paolo Romboni e Mirko Tondi. Nella foto: Rita Maria Casagrande, Milena Beltrandi, Andrea Gamannossi, Vario Cambi

L'angolo del libro - “Nelle tasche del tempo” di Giovanni Bogani

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Ho capito che si accumulano, anche senza volere, graffiti dell’anima, scalfitture della pelle, dell’allegria, delle speranze. Che si accumulano ricordi come stalattiti in una grotta. E alla fine, anche se ti sembra di non avere vissuto, hai vissuto lo stesso. E questo ho cercato di raccontare…” E lo fa col suo stile inconfondibile, Giovanni Bogani, nel suo ultimo libro “Nelle tasche del tempo” presentato alla Scuola di Cinema Immagina in un evento impreziosito dalle letture di alcuni brani da parte di Silvia Picchiani, Denise Blasotta ed Elena Mannucci e da qualche canzone cantata dallo stesso Bogani alla chitarra, da “Volevo essere un duro” a “Fai rumore”. “Le briciole di ricordi trovati nelle tasche del tempo” sono di Bogani ma le condivide in un libro affinché appartengono a tutti e così è. Il memoir a largo raggio diventa un amico a cui appigliarsi, in cui riconoscersi, anche se la firma e la vita non sono quelle del lettore perché ci sono gli stessi sentimenti, gli oggetti perduti, le parole scomparse. C’è la storia di un bambino che nasce negli anni Sessanta, cresce nei Settanta con la tv in bianco e nero e si riaffaccia adulto nel presente, disilluso, orgoglioso, combattivo con la sua arma fatta di parole scritte, del resto quello fa di mestiere, il critico cinematografico, ma in questa occasione il film raccontato ha per protagonista lui stesso. Eccolo così, il Bogani, nei suoi incontri normali con persone che non appartengono alla quotidianità. Fa il bagno in mare con Vittorio Gassman, lo shopping al Mercato delle Pulci a Berlino con Paolo Villaggio e di questi attori rivelano più questi brevi racconti rispetto a tante biografie. Nei 164 capitoletti che durano lo spazio di una pagina, ma poi si protraggono, nella storia che prosegue e nella sensibilità di chi legge, ci sono i viaggi che portano fino all’Oceano Atlantico, pensieri, amori non nati oppure ormai lontani, la madre con cui l’autore vuole rappacificarsi, il padre malato che non ha mai portato a termine il suo libro, la nonna pittrice, il nonno e lo zio. “C’è un po’ di tutto dentro questo libro”, dice Bogani, “è il mio modo di raccogliere il mondo. Di raccoglierne i pezzettini, con le parole. È un mosaico. Ci sono il passato e un presente mangiato a morsi, con la voglia di restituirlo a chi legge”. Nella foto: Silvia Picchiani, Giovanni Bogani, Denise Blasotta

L'angolo del libro - “Appunti di viaggio fra la Maratona e il West” di Alessandro Giannetti

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro divertente e nostalgico, per i tifosi di fede viola ma non solo. Con “Appunti di viaggio fra la Maratona e il West” (AB Edizioni), prefazione di Massimo Cervelli e copertina di Rodolfo Marma, Alessandro Giannetti rivela il suo lato più umoristico, raccontando una sorta di educazione sentimentale di un fiorentino nato nel 1964. Un prologo, dieci racconti e un commiato sono intrecciati fra loro come le canzoni di un concept album degli anni Settanta. Passando da un Topo Gigio viola col dieci sulla schiena in onore di Picchio De Sisti alle prime trasferte al seguito della Fiorentina, il giovane Giannetti cresce, fa le sue esperienze, e nel suo divenire adulto ci si può identificare un’intera generazione. Quei passaggi obbligati per attraversare la linea d’ombra di conradiana memoria qui sono narrati in modo divertito, divertente e fiorentino. C’è un filo rosso, anzi viola, che unisce le varie storie: è il senso di giustizia, che parte da Tex Willer, continua con Badile Galdiolo e il suo “giro del campo sotto il diluvio di Roma, il petto nudo, la faccia al vento ed in gola chissà quali pensieri o parole” il 4 maggio del 1975 per contestare “il rigore più inverosimile ed assurdo di sempre” e arriva al mancato secondo scudetto del 1982. C’è spazio per i peanuts di Schulz, Charlie Brown e Lucy, per i cantautori, su tutti Fabrizio De André. Il senso o l’illusione di tutto, dell’intero viaggio, forse è riassumibile nell’ultimo racconto, Paolo e Francesca – una storia d’amore, l’unico di pura fantasia. Nel commiato lirico La nostra gioventù, che ha ricevuto riconoscimenti in vari concorsi letterari, tra cui il terzo posto nel XXXIV Premio Firenze del 2016 in Palazzo Vecchio, l’“avvocato civilista pentito, tennista fallito, pseudo-letterato” Giannetti offre di sé un’ulteriore sfaccettatura, quella più poetica. “Nella mia scrittura”, dice l’autore, “cerco sempre di coniugare ironia e lirica”. 

L'angolo del libro - “Come migliorare la tua vita” di Francesco Giannelli

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro per tutti. “Come migliorare la tua vita” (Albatros) di Francesco Giannelli fornisce, come recita il sottotitolo, “7 consigli essenziali (+ 1 bonus) per raggiungere i tuoi obiettivi ed essere felice”. Giannelli è un consulente iscritto al Registro Nazionale della Federazione Italiana Mindfulness, ma svolge un altro lavoro essendo fondatore di Studio Teorema e Nexus. Il libro “è il punto di arrivo di un percorso personale che dura da sedici anni, l’insieme di esperienze accumulate nel corso di questo periodo che mi hanno portato a un cambiamento. Il libro è il sunto, per mettere nero su bianco per me stesso e per chi lo leggerà, per aiutare a ritrovare un equilibrio”. Alla luce di esperienze, studi, letture e insegnamenti ricevuti, Giannelli traccia un percorso che aiuta a guardare dentro se stessi e a comprendere meglio gli strumenti che tutti noi abbiamo a disposizione per vivere con maggiore consapevolezza. Il libro è strutturato come un viaggio a tappe e in ciascun capitolo affronta una sfida: influenzare il mondo che ci circonda, imparare a conoscere gli altri, sviluppare la giusta percezione di noi stessi, tutelare il nostro benessere fisico ed emotivo, instaurare relazioni autentiche, “uscire” dagli schemi e riconoscere i talenti che ci rendono unici. “Ho seguito”, spiega Giannelli, “due criteri essenziali: non essere troppo pesante nella scrittura e mettere molte fonti, infatti alla fine c’è una lunga bibliografia. L’auspicio poi è creare una community con corsi, seminari e nuove pubblicazioni”. In questo periodo stanno uscendo molte pubblicazioni di questo tipo. Perché? “Stanno ritornando di moda, per usare un termine brutto, perché c’è una necessità di ritornare a un’introspezione, al conoscere se stessi. È passato il periodo in cui il benessere inteso era solo quello economico. Poi oggi la comunicazione è diventata un tema importante, con professioni nate negli ultimi anni, come il counselor e il mental coach, che vanno verso l’altro nella creazione di empatia”. Esiste la felicità? “Sì. È uno stato emotivo, è diversa per ognuno di noi. A mio avviso dovrebbe essere la capacità di sentirsi compiuti e consapevoli”. C’è un riferimento letterario in particolare per te importante? “Nella narrativa Kafka, come costruttore di una capacità introspettiva è riuscito più di altri autori, attraverso un passaggio di dolore, a portare il lettore verso certi temi. ‘Il processo’ è straordinario. Negli altri ambiti Barbara Berckhan ha scritto dei piccoli manuali utilissimi; poi Howard Gardner, Edward De Bono”. In sintesi, come migliorare la vita? “L’ho scritto nel mio profilo whats app, da ripetersi tutte le mattine al risveglio. Tutto scorre. Lascia andare. Io sono. Io posso. E poi stabilire un obiettivo, capire che cosa desideri davvero e da lì iniziare il tuo percorso”. 

La questione della comunità per minori in consiglio comunale

Cronache fiorentine. È questa la risposta al disagio?

Novità sul fronte della comunità penale per minori a Firenze che non assolve ai propri doveri. A seguito dell’articolo uscito in esclusiva su firenzedintorni.it https://www.firenzedintorni.it/it/comunit-non-ce.html il consigliere comunale Luca Santarelli, coordinatore di Gruppo Misto-Noi Moderati, ha posto in aula un question time all’ordine del giorno di ieri pomeriggio 12 gennaio su quante Comunità residenziali per minori e giovani adulti siano presenti sul territorio comunale fiorentino e la loro tipologia (case-famiglia, comunità socioeducative, comunità a dimensione familiare, eccetera). Quali siano e con quale cadenza vengano fatti i controlli sulle strutture e sul loro funzionamento e quali gli enti deputati a tale verifica. Se l’Amministrazione Comunale e l’Assessore di riferimento fosse a conoscenza della realtà e delle condizioni di vivibilità emerse nella struttura indicata, se vi abbia mai fatto visita, nonché se siano stati adottati o siano in corso di adozione eventuali provvedimenti di verifica, monitoraggio ed intervento. Una serie di domande per l’assessore competente a partire dall’articolo con oggetto la comunità. L’assessore Nicola Paulesu ha risposto che “la struttura citata nell’articolo risulta autorizzata al funzionamento e in possesso dei requisiti ma non ha alcun rapporto convenzionale con il Comune di Firenze, non rientra minimamente nell’ambito delle competenze del Comune di Firenze. Non è stato di fatto instaurato alcun rapporto convenzionale né risultano essere stati inseriti minori a carico dei nostri servizi sociali”. L’assessore ha poi ammesso di essere già a conoscenza della situazione, “al seguito del ricevimento di segnalazioni in merito ai comportamenti di disturbo della collettività da parte dei ragazzi inseriti nella comunità in questione, rapporti che ci sono giunti sia dalla presidenza del quartiere, sia dai cittadini”. Che cosa può fare il Comune? L’assessore ha precisato che il Comune non è competente per questa struttura e aggiunto che ai primi di dicembre è stata inoltrata nota al Centro di Giustizia Minorile (CGM), che è l’ente pubblico responsabile dell’esecuzione dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria minorile, “di attivare nei confronti della struttura le eventuali azioni ritenute più opportune”. Qual è stata la risposta? “A tali note è stato fornito riscontro da parte del CGM il 15 dicembre con la quale informano di aver provveduto a inviare alla direzione della comunità formale richiesta di un più rigoroso controllo sui comportamenti degli ospiti al fine di prevenire episodi analoghi, assicurando che sarebbe stata loro cura per quanto di competenza continuare a monitorare attentamente la gestione della struttura”. Tutte belle parole. Davvero faranno dei controlli? Motivi di ordine pubblico non imporrebbero un’attenzione maggiore? E non è un motivo sufficiente verificare le condizioni di vita dei minori lì ospitati, se sono davvero inseriti in percorsi di recupero, se hanno idonei pasti, se vivono in un ambiente consono? Domande a cui rispondono intanto a modo loro i ragazzi della comunità. C’è chi se ne va e viene poi riportato in un carcere penale minorile, chi ritorna in comunità. Quanto ai dipendenti, c’è chi aspetta lo stipendio che non arriva e chi, come la cuoca appena assunta, ha preferito tornarsene nel proprio Paese. Ma la cosa importante, a quanto pare, è fare finta che tutto vada bene, che tutto sia in regola anche se non lo è, che i ragazzi escano la notte di Capodanno rientrando la mattina anche se non potrebbero. Così va. Che alcol ed erba girino. Che la festa continui. Nel silenzio di chi dovrebbe intervenire.    

L'angolo del libro - “Quarta alba” di Mirko Petri

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Firenze, 2023. Guido Guidi è l’ultimo discendente di una dinastia editoriale segnata da una maledizione che si ripete ogni cinquant’anni. Si susseguono così una serie di eventi con vari colpi di scena in “Quarta alba” (Felici Editore) di Mirko Petri, presentato dall’autore al Centrolibro di Scandicci con il relatore Andrea Gamannossi e l’illustratore Mattia Picariello. Petri, come nasce questo libro? “Da un viaggio nel 2023 a Madrid con la mia ragazza e una coppia di amici. A scriverlo ci ho messo quattro o cinque mesi. Avevo in mente una trama e le poesie che ho poi inserito nel libro”. Petri ha solo 22 anni ma le idee chiare: “Sto già scrivendo il secondo romanzo con protagonista Guido, alle prese ancora con dei misteri, non più di poesie ma sempre nell’ambito culturale”. Ambientata a Firenze e a Madrid, tra misteri, inganni, archivi nascosti, testi maledetti e segreti inconfessabili, è la storia di una casa editrice, gestita da più generazioni, in crisi e alla ricerca di nuovi autori. Un enigma complesso con una cacciatrice di profezie. Chi è? “È una figura che appare e scompare. Ogni personaggio, non solo lei, ha varie sfaccettature”. Quanto c’è di autobiografico? “Nulla. Tranne la bandana di Guido”. A che genere letterario appartiene “Quarta alba”? “Non è facile collocarlo, è anche un thriller. Più un mistery che un noir, per i vari misteri che si accavallano è come un labirinto in cui entra il lettore. Del resto thriller e gialli sono i libri che leggo di più”. Ha un autore di riferimento? “Non è affine a questo libro, ma mi piace tanto Michael Connelly, in particolare la saga di Haller”. Perché scrivere? “Per raccontare su carta la strada che nella realtà non si riesce a fare, inventarsi e avventurarsi in un altro mondo”. Nella foto: Andrea Gamannossi, Mirko Petri e Mattia Picariello 

La comunità che non c'è

Cronache fiorentine. Quale risposta al disagio?

Storia di una comunità penale per minori, che dice di essere quello che non è, dice di fare quello che non fa. Con passione e dedizione, dovrebbe svolgere un servizio di accoglienza, guida, sostegno, accompagnamento e accudimento in favore dei minori ospiti. “Dovrebbe”, perché non è così. All’interno di questa struttura si verificano episodi che lasciano supporre tutto il contrario. Oltre a non essere in regola dal punto di vista legislativo.La comunità ha sede a Firenze, ma la direttrice e coordinatrice “coordina” da una regione lontana, mansione impossibile da ricoprire a distanza, essendo tra l’altro in teoria anche l’incaricata addetta a pronto soccorso, antincendio, evacuazione, sicurezza, senza alcun corso di formazione per i dipendenti. Il legale rappresentante è un avvocato che, però, nell’elenco degli avvocati risulta sospeso. La comunità da norma dovrebbe avere una serie di figure in organico, come risulta dal progetto inviato a suo tempo al Cgm (centro giustizia minorile): il direttore, il coordinatore, tre educatori socio-pedagogici, un assistente sociale, uno psicologo, degli animatori di comunità, degli operatori, gli adb, il cuoco e alla bisogna, con la prestazione occasionale, il medico, l’infermiere, lo psichiatra e il mediatore culturale dato che quasi nessuno dei ragazzi ospitati è italiano, la maggior parte tunisini, marocchini, egiziani. Di tutta questa pianta organica non c’è quasi nessuno.Mancano le figure richieste perché chi ricopriva il ruolo si è licenziato o si è messo in malattia per stress lavoro correlato, per i turni di lavoro esagerati e non secondo le proprie competenze. Allo stato attuale dunque ci sarebbero tre “educatori”, in realtà operatori non qualificati che parlano poco l’italiano, e altre quattro persone che svolgono mansioni per le quali non sarebbero idonee. La cuoca è arrivata a ottobre, fino ad allora si arrangiavano a cucinare gli altri operatori seppure sprovvisti dell’haccp, quindi senza tutele igienico-sanitarie.Cibo scaduto, a volte manca, eppure i soldi dovrebbero esserci. La retta percepita per ogni ragazzo è dai 300 euro in su, ma la spesa settimanale non supera i 100 euro per colazione, pranzo e cena. Nei 500 mq di struttura, piena di spifferi coi tre piani aperti, il riscaldamento è stato acceso solo a dicembre tre ore al giorno, così i ragazzi indossano vestiti pesanti, giacchette, cappelli. La struttura ha una capienza massima di dodici ragazzi, solo maschi alle misure cautelari, minori e giovani adulti fino ai 24 anni, ma al momento sono nove, anzi otto perché uno è scappato. Arrivano da tutta Italia e dovrebbero fare un percorso rieducativo ma, non essendoci controlli, fanno quello che gli pare.Nella struttura allo sbando nessuno controlla niente. Girano alcol, erba. I ragazzi salgono sul tetto. E scappano, appunto, perché comunque non si trovano bene. Come ha detto un ragazzo ai responsabili: “a voi non ve ne frega niente di noi ragazzi, intascate solo i soldi”. Della situazione sono informati il Cgm, l’Ussm (ufficio di servizio sociale per minorenni) e le forze dell’ordine, si attendono sviluppi.

L'angolo del libro - “Voglia di pici” di Marco Ginanneschi e Roberta Perugini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Antropologia e pratica dell’appiciare in Toscana”. Così recita il sottotitolo di “Voglia di pici” (ed. I libri di Mompracem). Ma che significa “appiciare”? “Si può applicare alla pasta dei pici il gesto istintivo che fanno i bambini con un pezzetto di pongo, uno dei primi gesti per plasmare la materia” risponde Roberta Perugini, libraia da una vita e piciologa come si definisce nella quarta di copertina, autrice del libro insieme a Marco Ginanneschi, esperto di prodotti agroalimentari tradizionali e di indicazioni geografiche. Come scrive nella prefazione Paolo Ciampi, questo “piccolo grande libro” è “un’originale esplorazione della dimensione sociale dei pici e del significato più profondo dell’appiciare”. I pici, o lunghetti, fanno parte dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) della Toscana e sono molto più di una pasta fatta in casa. La loro invenzione risale agli Etruschi, come è testimoniato in un affresco nella Tomba dei Leopardi a Tarquinia dove è raffigurato un servo che porta a tavola una ciotola da cui pendono lunghi fili di pasta. I pici come patrimonio familiare, una memoria di gesti da non perdere. “Credo che il gesto di appiciare nella mia famiglia si apprendesse contestualmente al parlare e al camminare” scrive Roberta Perugini. Un incontro tra generazioni, unite nonostante le inevitabili differenze, proprio come sono i pici, ognuno distinto dall’altro, imperfetto perciò autentico. Il libro nasce dalle master class a Itaca, la residenza letteraria in via San Domenico, organizzate con una parte teorica e una pratica per imparare a stendere i pici. E così è strutturato il volume, che è studio antropologico, saggio di cultura gastronomica e libro di ricette, dodici suddivise in tradizionali, innovative e “rivoluzionarie”. Traspare un forte senso di appartenenza al territorio e alla tradizione toscana, si parla della festa dei pici, detta “Appicicchia”, a metà luglio a Castelmuzio, noto anche per l’olio. Di “Appicicchia” ci sono già state una decina di edizioni. Sono delle gare a squadre con una giuria di quattro giudici: un cuoco stellato, un buongustaio, una maestra nell’arte di appiciare e un esperto aggiunto. Seguono quattro criteri: l’elasticità dell’impasto, l’aspetto estetico, la misurazione del peso in venti minuti di lavorazione, l’assaggio in abbinamento al sugo, quello perfetto è all’aglione. È un modo per stare insieme, anche un padre con un figlio, perché la lentezza della preparazione stimola il dialogo. I pici come dichiarazione o atto d’amore, perché un lungo filo di pasta può unire due persone: come scrive Ginanneschi, autore anche delle illustrazioni, “a un capo e poi all’altro di un picio sono sospesi il nostro passato e il nostro futuro”. Perché appiciare? “Perché questi gesti antichi rendono le persone felici”.  

L'angolo del libro - “I moschettieri del rugby” di Niccolò Cannone, Lorenzo Cannone e Ross Vintcent

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

I Bandierai degli Uffizi, davanti alla libreria cinema Giunti Odeon, accolgono con tutti gli onori Niccolò e Lorenzo Cannone, fratelli giganti del rugby fiorentino, lì per presentare, in una domenica libera dagli impegni di campionato con la Benetton Treviso, il loro libro “I moschettieri del rugby” (Rai Libri), in cui il terzo protagonista è il compagno di Nazionale Ross Vintcent. Ci sono l’assessora allo sport e alle tradizioni popolari Letizia Perini, il presidente del Florentia Rugby e promotore dell’evento Gregorio Ciampa, il presidente del Firenze Rugby 1931 Stefano Di Puccio, il presidente del Comitato Toscano Rugby Edoardo Barcaglioni, l’Associazione 50 Minuti veterano Calcio Storico, rappresentanti dell’Unione Rugby Firenze, piccoli e giovani rugbisti, sei dei quali ricevono delle borse di studio dallo sponsor della Nazionale Vittoria Assicurazioni. C’è un clima di festa fiorentina, e non potrebbe essere altrimenti. I fratelli Cannone rispondono alle domande del media manager della Fir Antonio Pellegrino, del dirigente del Florentia Lorenzo Maggini e alla fine a quelle dei bambini che in loro vedono degli esempi. E allora via con la loro storia. Niccolò Cannone, seconda linea, ex capitano della Nazionale nel tour estivo, è cresciuto nel Bombo Rugby, poi nel Florentia Rugby, quindi tutta la trafila federale: Accademia FIR, Petrarca e Benetton. Lorenzo Cannone, terza linea, stesso percorso del fratello e punto fermo della Nazionale con cui ha realizzato una meta al suo esordio contro Samoa. Niccolò, classe 1998, ha il Bombo tatuato, ha iniziato a 14 anni, prima giocava a calcio. Lorenzo, classe 2001, ha iniziato prima, seguendo le orme del fratello. “Il mio amore più grande è il rugby”, dice Niccolò, “dà un senso di appartenenza molto forte, io sono molto legato a Firenze, ringrazio tutti gli allenatori che ho avuto perché tutti mi hanno lasciato qualcosa dentro. Quando gioco con la Nazionale e canto l’Inno per me sono emozioni molto grandi. Come arrivare a questi livelli? Trovare il piacere nelle rinunce. Per fare quello che facciamo noi tutti i giorni, ci vuole passione. Diventare capitano è stato un po’ una sorpresa. Giocare col Sudafrica in Sudafrica lo auguro a tutti i rugbisti, per la passione che hanno, anche i tifosi con le loro urla facendoti sentire che sei in un posto più grande di te. Una grande emozione la vittoria al Franchi a Firenze con l’Australia all’ultimo, davanti alla famiglia e agli amici”. “Quando torniamo a Firenze, nei luoghi dove siamo cresciuti”, dice Lorenzo, “è sempre una gioia. Io sono diverso da mio fratello, lui si emoziona facilmente, io no, sono più freddo, ma l’unica volta che ho pianto è stata in Nazionale durante l’Inno quando ero accanto a lui e lui aveva la fascia di capitano. La nonna è la nostra fan numero uno. L’esperienza da magnifici messeri nel Calcio Storico due anni fa è stata un’emozione paragonabile alla prima convocazione in Nazionale”. Nella foto: Antonio Pellegrino, Niccolò Cannone, Lorenzo Cannone, Lorenzo Maggini

L'angolo del libro - “A Firenze gira voce” di Christine von Borries

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Quattro amiche alle prese con un delitto. Il nuovo romanzo di Christine von Borries, pubblico ministero della Procura di Firenze e scrittrice, si intitola “A Firenze gira voce” (Edizioni Piemme) ed è il terzo giallo con protagoniste il pubblico ministero Valeria, la giornalista Giulia, la commercialista Monica e la poliziotta Erika, dopo “A noi donne basta uno sguardo” (Giunti, 2018) e “Le unghie rosse di Alina” (Giunti, 2020). Ambientato a Firenze, si parla di reati finanziari, bancarotta, tra sparatorie in tribunale e un suicidio sospetto, con la cupidigia a guidare le azioni, ma, al di là dell’intreccio, quello che resta di più al lettore sono le accurate descrizioni delle protagoniste. “Mi interessa dare spessore ai personaggi”, spiega l’autrice alla presentazione alla Libreria Libraccio con Paola Belsito, giudice del tribunale di Firenze, e il professore Rolando Paterniti, psichiatra e criminologo forense. “Le mie protagoniste sono quattro donne complesse, con tanti aspetti, le loro vite personali, la loro amicizia, ma anche i loro dubbi, vogliono capire al di là dei reati il perché. Non hanno il tacco 12, né le minigonne, sono gli stereotipi di donne che volevo evitare perché sul lavoro non ci si veste in genere così, quindi credo di avere descritto delle figure più reali di come spesso leggiamo o vediamo nei film. Volevo descrivere la loro psicologia più vera e questo passa anche dall’aspetto”. Come nascono i personaggi? “Ci sono caratteristiche di persone che conosco, perché per essere verosimili è più facile prendere ispirazione dalla realtà. Per me è divertente poter vivere altre vite, come la commercialista, la giornalista o la poliziotta”. Ci sono delle storie d’amore complicate… “Nessuna delle quattro amiche ha una storia d’amore realizzata, pacifica, perché credo che corrisponda alla realtà la difficoltà di trovare la persona giusta da giovani e per tutta la vita e poi serviva anche per la narrazione”. Quali romanzi preferisce? “Quando mi riconosco in qualcosa o mi dicono qualcosa facendomi pensare. Cercare di capire le persone, che cosa pensano, chi sono, perché hanno agito in quel modo, descrivere le contraddizioni di ognuno di noi perché tutti siamo complessi. Una persona può commettere un reato, ma avere delle motivazioni, pentirsi. La realtà è più complessa di quello che appare all’inizio e tutti noi saremmo più ricchi se cercassimo di capire al di là della soluzione più facile. Lo sforzo di ogni magistrato in gamba è capire da cosa sono mosse le persone che ha davanti”. Lunedì prossimo alle 18 nuova presentazione alla Libreria Campus al Polo Universitario di Novoli.  Nella foto: Paola Belsito, Christine Von Borries e Rolando Paterniti

L'angolo del libro - “Notti nere” di Marco Vichi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Nuova avventura del commissario Bordelli, “Notti nere” (Guanda), e Marco Vichi la presenta alla Sala Soci Coop Scandicci (con Centrolibro) con Leonardo Gori e le letture di Federica Miniati, dopo l’introduzione di Rita Maria Casagrande. La storia è ambientata nel giugno 1970 durante i Mondiali in Messico, quando la Nazionale italiana giocò la “partita del secolo” contro la Germania Ovest. Bordelli è in pensione, ma Piras lo coinvolge nelle nuove indagini. La differenza tra il senso di giustizia del commissario e la legge è una costante. Perché? “Il commissario è una sorta di paladino della giustizia al di là della legge. Esce dai binari fino alle estreme conseguenze, non per vendetta personale ma per vendicare chi non lo può fare. Non sopporta i soprusi”. Quattordicesima avventura del commissario Bordelli. La serie prosegue con successo… “Conan Doyle fece morire Sherlock Holmes, ma poi lo resuscitò per volontà dei lettori e dell’editore. A me ancora Bordelli sta simpatico, io quando entro nel suo mondo mi trovo bene, mi piace il suo panorama affettivo, i rapporti con Rosa, Piras, Diotivede, il Botta, tutti i suoi amici che lo tengono a galla, come l’amore con Eleonora, perché da poliziotto vede il lato peggiore della vita ovvero i crimini”. Mai pensato di ‘tradire’ Bordelli con un altro personaggio seriale? “A tavolino no, ma se succede sì. Non nel poliziesco. Ho scritto altri romanzi senza il commissario, per esempio il protagonista di ‘Nero di luna’ ogni tanto mi chiama per farsi raccontare in una nuova storia, può darsi”. Bordelli sta cercando di avere un figlio da Eleonora. Lei è convinta che sarà una bambina e glielo conferma Rosa. “Sono sorprese anche per me che racconto la storia. Quando entro in quel mondo non so che cosa troverò o chi incontrerò e la cosa bella della scrittura è proprio questa. È come andare nel bosco di notte con una torcia accesa e illuminare il sentiero, che esiste, ma io non so dove porterà, lo seguo mentre cammino. Quando salgo le scale col commissario per andare da Rosa io non so che cosa succederà”. E la parte poliziesca? “È quella da scrivere per me meno appassionante. L’unica cosa che conta nella letteratura è entrare nell’animo dei personaggi”. Che cosa si aspetta dalla scrittura? “Se sapessi già tutto prima sarebbe molto noioso. Io voglio che sia per me un percorso di conoscenza, che dall’inizio alla fine del romanzo riesca a cambiare qualcosa di me e questo si fa con la scoperta, con un percorso non programmato”. Qual è la maggiore soddisfazione da scrittore? “Scrivere anche per chi non legge tanto. A volte mi capitano persone che avevano smesso di leggere e che mi confidano di avere ripreso perché hanno letto i miei romanzi. È la cosa più bella che mi si possa dire, come una signora che mi fermò per ringraziarmi perché non aveva mai visto il marito con un libro in mano e ora le chiedeva quando usciva il prossimo di Vichi, questa per me è una conquista stupenda. Farsi raccontare una storia è una delle cose più belle che viviamo fin da bambini con le fiabe”. Alla fine dell’evento si presentano le poesie di Paola Cannas. “Le poesie che il commissario trova nella scatola di scarpe piena di fotografie di famiglia sono quelle che aveva scritto la mia mamma e, a 84 anni, mi chiese di leggere. Mi toccarono profondamente e furono pubblicate da un piccolo editore toscano. Quando lei se ne è andata, le ho proposte a Guanda e le hanno ripubblicate, quindi abbiamo lo stesso editore. Per volontà di mia mamma i proventi delle sue poesie sostengono un’associazione di Parma, Il Filo di juta, che aiuta i più poveri in Bangladesh”. Nella foto: Rita Maria Casagrande, Marco Vichi, Federica Miniati, Leonardo Gori

L'angolo del libro - “Acqua sporca” di Nadeesha Uyangoda

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Acqua sporca” (Einaudi), esordio alla narrativa per Nadeesha Uyangoda, autrice quattro anni fa del saggio memoir “L’unica persona nera nella stanza” (66thand2nd). Lo presenta all’Ippodromo del Visarno con Sabrina Carollo e i librai indipendenti di Firenze Books ovvero le librerie Leggermente, Alfani, Florida, Farollo e Falpalà. Nadeesha Uyangoda è nata in Sri Lanka ma vive in Italia. “Io mi sento italiana, ma non ho la cittadinanza. In questo romanzo, nato come romanzo sulla lingua perché nello Sri Lanka si parlano varie lingue e volevo raccontare come la migrazione le modifica, volevo mettere l’accento sul fatto di essere una scrittrice italofona, perché prima ancora di nazionalità, cittadinanza o passaporto, a definirmi è la lingua. L’italiano non è la prima lingua che ho parlato, ma la lingua che mi è capitata in un certo senso e poi eletta a mia lingua narrativa. L’italiano non è la lingua del cuore ma quella che ho scelto caparbiamente”. “Acqua sporca” (copertina dell’artista srilankese Senaka Senanayake) è ambientato tra lo Sri Lanka e la Brianza, narra le vite di quattro donne. Da trent’anni in Italia come badante, Neela ha una figlia che viene a vivere con lei all’età di sei anni in Brianza, ma decide di ritornare nel suo paese di origine. Si alternano la scrittura in prima persona della figlia Ayesha e in terza delle tre sorelle. “Non c’è quasi nulla di autobiografico in quella prima persona”, spiega l’autrice, “se non che è un punto di vista interno, sociologico. Ciò che pensa Ayesha nelle questioni migratorie o artistiche sono cose che ho studiato. La prima persona serve a mostrare al lettore qualcosa che le altre donne non riescono a svelare, cioè una lettura più cinica della loro vita”. Che tipo di donne sono? “Sono totalmente vinte dalla loro esistenza. Mi stufa la descrizione nei romanzi delle donne portatrici di una rivincita, di un messaggio morale, femminista sottaciuto; le donne del mio romanzo non ce la fanno, sono umane, a volte meschine, hanno ottenuto qualcosa e fanno la guardia a quello che si sono conquistate. Sono donne oppresse, in maniera diversa”. E gli uomini? “Gli uomini di questo romanzo sono alienati, opprimono e poi spariscono”. Come è il rapporto tra madre e figlia? “Neela in Brianza non può parlare con nessuno perché non conosce la lingua. È una solitudine umana atroce, lei comunica solo quando chiama casa per parlare con sua figlia, ma lei che è stata abbandonata percepisce l’abbandono e rifiuta la chiamata. Poi quando però la raggiunge in Italia, Ayesha impara la lingua. Neela la parla in una maniera sgrammaticata e per tutto il romanzo Ayesha e sua madre non riescono a parlarsi, quando si parlano non si comprendono”. Perché Neela decide di tornare in Sri Lanka? “Non lo so neanche io. Tutto il romanzo cerco di scavare nelle motivazioni di questa scelta e forse alla fine si arriva a un briciolo di verità, poi sta al lettore l’interpretazione. La sua scelta di tornare assomiglia a una scelta di morte, di accettazione. La sua scelta è incomprensibile per sua figlia, abbandonata prima in Sri Lanka e poi in Italia, e per le sue sorelle che sono rimaste in Sri Lanka e hanno vissuto la guerra, le catastrofi naturali, la povertà, la mancanza di opportunità”. Perché questo titolo? “Richiama l’acqua salata che bagna le coste dello Sri Lanka e dell’Italia, e l’acqua santa. C’è il filo rosso della fede, di una speranza. L’acqua sporca è ciò che resta. Sembra la parte meno nobile di una sostanza così pura come l’acqua, ma per me l’acqua sporca è la parte più preziosa perché ciò che resta dopo che la vita ci ha lavato”. 

L'angolo del libro - “Una storia a memoria… la bella occupazione” di Vanna Castangia

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Ultima presentazione alla Libreria Jane & Edward, che chiuderà entro la fine dell’anno, e non è un caso che il libro scelto sia “Una storia a memoria… la bella occupazione” (Nuova editoriale Florence Press), di Vanna Castangia con la collaborazione di Stefano Fabbri. Una storia di lotta collettiva per il bene di tutti, che riporta a cinquant’anni fa, al febbraio del 1975, quando un intero quartiere, quello di San Jacopino – Piazza Puccini, si appropriò di una palazzina e di un’area che erano state sede di uno stabilimento Ideal Standard, una fabbrica di sanitari che aveva chiuso. L’occupazione, organizzata per segnalare la carenza di strutture scolastiche, diventò una specie di festa e la palazzina come il punto d’incontro per film, concerti, dibattiti, doposcuola, come testimoniano le tante foto alla fine del volume. L’autogestione lascerà il segno nel quartiere, nella città e in ognuno di loro. In quel periodo di grandi mutamenti politici, sociali e culturali, raggiungeranno gli obiettivi di una scuola materna, una scuola media e un giardino pubblico, a dimostrazione che anche le persone comuni possono fare piccoli cambiamenti locali per rendere i quartieri più vivibili. “La voglia di adoperarsi per realizzare qualcosa di concreto mi ha fatto crescere”, ricorda Vanna Castangia, all’epoca giovane mamma di tre figli, “il contatto diretto con tanti abitanti del quartiere fu una grande emozione, tutti dettero il loro contributo”. “Fu un’occupazione mirata a ottenere la trasformazione di uno spazio”, spiega Stefano Fabbri, a quei tempi studente nel vicino liceo scientifico, “ed ebbe un successo concreto, con le due scuole e il giardino ancora oggi uno dei pochi polmoni verdi del quartiere. Facevamo cose che oggi sarebbe difficile ripetere, attirammo anche l’attenzione del mondo dello spettacolo e della cultura perché si proiettavano film, si faceva teatro, concerti, venivano strumentisti del Maggio Musicale, tanto che sui tamburini dei giornali c’erano anche i nostri tra gli eventi in programmazione. Più che un’omogeneità politica ci fu un’omogeneità di intenti”. Fra i protagonisti dell’occupazione anche il prof. Ugo Barlozzetti che quell’anno insegnava al liceo artistico: “C’era il rischio che di quell’area facessero un uso molto diverso da quello che serviva nel quartiere. Nacque un comitato scuola dove confluirono forze diverse, l’occupazione durò quasi tutto l’anno e portò il Comune di Firenze ad accettare il nostro progetto”. Davide Viganò, il libraio, saluta gli intervenuti a quello che è l’ultimo evento della Libreria Jane & Edward, aperta il 27 maggio 2022 con la moglie Valentina: “Avevamo l’idea di una libreria nel quartiere come presidio culturale. È stata un’esperienza con momenti molto belli, eventi dedicati agli aspetti sociali sul lavoro, alla Palestina, o le serate per la narrativa horror e gialla, ma la cosa più bella per me è stata lavorare con mia moglie, avere una nostra attività come volevamo noi. In futuro? Spero di aprire un’associazione culturale per organizzare incontri, corsi, dare spazio alla musica, con l’ottica di avvicinare gli abitanti del quartiere anche di altre etnie”.

L'angolo del libro - “Partiamo dalle nuvole” di Alessandro Bini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Scrivere poesie è un atto di coraggio, controcorrente, come fermarsi a respirare e osservare la frenetica quotidianità intorno a noi. È quello che fa Alessandro Bini, drammaturgo e romanziere fiorentino, con “Partiamo dalle nuvole” (Edizioni Polistampa), il suo esordio poetico presentato alle Murate, in un evento organizzato da Maria Cristina Galletti e Silvia Papucci. Dopo l’introduzione di Jacopo Chiostri, gli interventi di Caterina Ceccuti ed Erika Bresci, le letture di Marcello Sbigoli. Presente anche l’editore Antonio Pagliai. “La prosa è più organizzata, la poesia è come un lampo”, dice Bini. “Sono molto diffidente verso certa poesia perché è un ambito dove è facile bluffare. Per anni sono andato alle presentazioni di raccolte di poesie di persone qualificate, però spesso e volentieri mi chiedevo: ma questa cosa che vuol dire esattamente? Le parole sono molto belle, tutto l’insieme suona molto bene, ma il significato non è chiaro. Io penso invece che la poesia debba essere comprensibile, non a caso sono appassionato di Wislawa Szymborska, premio Nobel, poetessa polacca, che dice cose estremamente comprensibili, questa per me è la cifra giusta per scrivere poesie”. La narrazione introspettiva di Bini coglie momenti, immagini, “pilucca la vita” come fa l’autista fermo al semaforo: “la vecchietta trascorre/sulle strisce, una parte/perplessa di vita, vigilante/e attraversa con cura … la prima fila permette/certi metri di calma/uno sguardo a due gambe…”. L’autore è come un gatto, animale a lui particolarmente consono, e al suo che non c’è più, “scorbutico folletto della mia solitudine/mio amico e prigioniero”, dedica parole commosse: “Abbi pietà di me che ancora vivo/pur se non ho più sogni/con l’anima graffiata”. I messaggi limpidi di Bini, alla ricerca di sentimenti autentici, anche se l’amore è “stupido, continua a sbocciare/come fiore di strada/che non crede all’asfalto”. La spontaneità opposta all’artificiosità, il bisogno di riposarsi perché “questa vita di ape/mi ha stancato”. Ci sarà un seguito a questa raccolta? “No, dopo questa incursione nella poesia, ritornerò nella mia solita veste di narratore”.Nella foto: Caterina Ceccuti, Alessandro Bini, Erika Bresci, Marcello Sbigoli

Irene Grandi torna con un nuovo album in vinile di undici brani

La cantante fiorentina si racconta a Lucia Aliotta al firmacopie del suo album alla Libreria Red Feltrinelli

Irene Grandi torna con un nuovo album in vinile di undici brani, “Oro e rosa”, a cinque anni di distanza dall’ultimo. Torna con dei brani inediti, ma in realtà Irene non se ne era mai andata dal suo pubblico che in questo lustro non l’ha mai persa di vista, impegnata nelle tournée Io in blues e Fiera di me e nell’opera rock The Witches Seed con le musiche di Stewart Copeland. “Cinque anni sono un attimo, dipende da come la vedi”, risponde la cantante fiorentina a Lucia Aliotta al firmacopie del suo album alla Libreria Red Feltrinelli. “Ho fatto le tournée e altre cose. Non bisogna per forza fare degli inediti, vanno bene anche dei progetti con meno aspettative ma più leggerezza se ti diverti. Questo album è uscito nel momento giusto, con la sua maturazione necessaria e una sua storia, racconta di non temere il tempo, di vivere con intensità il momento presente”. L’album arriva in un momento particolare della vita della cantante che ha tra l’altro di recente cambiato casa, lasciando la residenza sulle colline per scegliere Pontassieve. “Sono stata cittadina e poi in campagna per quindici anni ma non mi soddisfaceva più perché mi trovavo troppo isolata. Adesso voglio provare una realtà nuova, vivere in un borgo piccolo con la sua umanità e le cose semplici, avere amicizie di strada, perché no? Cercare nella vita quotidiana l’ispirazione, non dovere andare per forza nelle grandi città o viaggiare, ma cercare anche lì qualcosa che semplicemente ti rallegri la giornata. In tre giorni ho scelto la nuova casa, ma era una cosa che maturava da cinque anni e all’improvviso si è presentata”. “Oro e rosa”, come i colori del tramonto e dell’aurora, va dunque anche a simboleggiare una rinascita di Irene Grandi. “Prima di poter dare qualcosa all’altro, ci dobbiamo ritrovare e accettare noi stessi. Le trasformazioni sono la mia cifra. I viaggi, l’essere curiosi, anche sorprenderci con scelte nuove. Il momento in cui senti di dovere cambiare va vissuto come un’occasione incredibile per trovare una nuova direzione”. Fra le canzoni dell’album, una delle più intime è “Guarda”: “In questa canzone mi sono messa in gioco, con un testo che va a scavare nel dolore, non ne ho mai parlato molto nella mia musica. Gli anni Novanta erano anni di estremo ottimismo e desiderio della donna di essere forte, mai farsi vedere fragile e indifesa, volevamo sembrare invincibili. Adesso con le conquiste fatte si capisce che l’introspezione, accettare i dolori, ti fa crescere e ti evita ulteriori sofferenze”. Che album è “Oro e rosa”? “Fare un album oggi non è facile, è un grande salto. Sono sempre stata versatile e contaminato il pop con vari generi, rock, blues, soul, funk, cantautorato. Faccio la musica italiana contaminata di tutta la musica che mi piace ascoltare, non mi creo dei limiti, quindi anche in questo disco ci sono autori diversi che mi danno tutti questi elementi. Alla fine il risultato è omogeneo nel suono e nella storia che mi racconta da vari punti di vista”. Ci sono vari nuovi autori e dei ritorni come Francesco Bianconi, Pio Stefanini produttore, Stewart Copeland alla supervisione ritmica in “Fiera di me” e Carmen Consoli in “Colorado”, un brano che rimanda a Thelma e Louise per il coraggio di seguire le proprie idee e non le mode: “Quando le ho chiesto se voleva fare con me questo brano, come compagna in questo viaggio folle, Carmen mi ha risposto che era un pezzo ‘desueto’, nel senso di musica italiana come non si fa più, per la cura della melodia sembra infatti una canzone degli anni Sessanta, con un ritornello che apre ma non troppo”.

L'angolo del libro - “Radure. Dimettersi, guadagnare tempo, ricominciare” di Paolo Ciampi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Avevo pensato a un altro titolo, L’arte di dimettersi, per indagare questa parola, dimettersi, rispetto all’uso comune e all’impatto che può avere sulla vita”. Paolo Ciampi presenta “Radure. Dimettersi, guadagnare tempo, ricominciare” (Jimenez Edizioni) alla libreria Libraccio con Massimiliano Scudeletti e spiega il cambio del titolo: “Radure evoca un’immagine fortemente presente nel libro, associata a uno strumento, le cesoie. Ho pensato che il nostro tempo, così pieno di cose, possa essere visualizzato come una selva oscura piena di rovi, spine, intrecci che tolgono aria e luce, allora ho pensato alla cesoia che taglia per liberare tempo e spazio. È un libro in cui si racconta come sia importante sottrarre e non accumulare”. Eppure Paolo Ciampi sembra contraddire questa intenzione col suo essere impegnato su più fronti, le pubblicazioni in cui racconta viaggi lenti, memorie, biografie narrative, le partecipazioni ad attività didattiche nelle scuole, la promozione della lettura con cammini e passeggiate letterarie, la residenza per scrittori e casa del libro Itaca. “Sono un pigro indaffarato”, rivela, “come l’ambasciatore delle foreste George Perkins Marsch o Carlo Lorenzini il Collodi o Luke Howard, che guardava le nuvole e ha cambiato la storia della meteorologia”. Sono solo alcuni dei personaggi che ricorrono nel libro, come Celestino V, il papa che rinunciò al soglio pontificio o Winston Churchill, che dopo la sconfitta alle elezioni del 1945 si dedicò alla pittura e alla scrittura. Se c’è una cosa che Ciampi non lascerà mai è la scrittura? “Mi piace la lettura, citando Borges che diceva: non sono tanto orgoglioso dei libri che ho scritto ma di quelli che ho letto. Quanto alla scrittura, sento di avere storie e personaggi da raccontare. Non mi eserciterò nella forma del romanzo, ma mi piace essere la persona che queste storie le raccoglie e le riporta, però rimanendo sempre nella dimensione non dello scrittore ma del cantastorie. Non sapendo cantare, però, sono un raccontatore di storie, le raccolgo e poi ne parliamo come se fossimo a tavola, con un fiasco di vino, qualcosa di buono da mangiare e divaghiamo insieme”.Nella foto Massimiliano Scudeletti, Paolo Ciampi e Roberta Perugini

L'angolo del libro - “Bruno Lo Zozzo” di Simone Frasca

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un amico immaginario si aggira per Firenze Books, all’Ippodromo del Visarno tra le librerie Farollo e Falpalà, Leggermente, Alfani, Florida. È il maiale Giovanni, giunto lì per festeggiare il compleanno di Bruno Lo Zozzo, nato trent’anni fa dalla matita di Simone Frasca (Edizioni Piemme). Bruno è un bambino sempre sudicio dalla testa ai piedi, amante dell’arrampicata sugli alberi, grande esploratore di passaggi segreti e instancabile creatore di palloni fatti con il chewing gum. Bruno ha un invisibile compagno di mille avventure, il maiale Giovanni appunto. E insieme a Giovanni chissà quanti altri amici immaginari ci sono a Firenze Books, seduti accanto ai bambini che ridono, alzano la mano, vanno sul palco a disegnare con l’IllustrAutore Simone Frasca. Lui li invita e loro partecipano, mentre i genitori se ne stanno in disparte, in piedi, attenti a non spezzare l’incantesimo del mondo dell’infanzia dove tutto è possibile e si combattono i vampiri e gli zombie. “Chi ha paura del buio?” chiede Frasca ai bambini, perché forse, sì, ci vogliono nuovi amici immaginari. Tra l’altro il maiale Giovanni vuole prendersi una vacanza e “Bruno come farà senza di lui? Ci vuole un sostituto: chi sarà il nuovo amico invisibile?” Le ipotesi più disparate, gli animali più strampalati, suggerimenti preziosi per Frasca perché la fantasia dei bambini è unica, da loro si può imparare. Non finirebbero più le domande dei bambini e Frasca è sempre pronto a disegnare nuove vignette, ma l’autore successivo attende di salire sul palco di Firenze Books. Tutti in fila allora i bambini accompagnati dai genitori per farsi autografare le copie di Bruno lo Zozzo. Non c’è spazio né tempo per domande a Frasca, è “invaso” dai bambini e non vale la pena disturbarlo. Scrittore e illustratore di libri per bambini, Frasca pubblica i suoi lavori con varie case editrici italiane. Svolge incontri di animazione alla lettura e laboratori nelle scuole elementari ed è consulente (ideatore, scrittore, illustratore) per progetti di pubblica utilità.Il suo personaggio più conosciuto, Bruno lo Zozzo, è stato adottato come mascotte dall’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze.

L'angolo del libro - “Cara mamma” di Titti Giuliani Foti

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Cara mamma. Esiste un’espressione più dolce e autentica? “Cara mamma” è anche il titolo del libro di Titti Giuliani Foti, pubblicato nel 2006 da Sassoscritto Editore, vincitore di numerosi premi e ristampato l’anno scorso da Lorenzo de’ Medici Press. L’autrice, giornalista e critica teatrale, lo presenta alla Fondazione Franco Zeffirelli in una Sala della Musica gremita all’incontro intitolato “La scrittura e i luoghi dell’anima. Vite nostre”. Con lei Dacia Maraini, che ha scritto la Prefazione e presenta “Vita mia” (Rizzoli), Erica Gardenti Cassigoli, autrice di “Ogni padre è stato bambino” (Passerotti Editore), Stefania Costa dell’Associazione culturale La Nottola di Minerva a moderare l’evento e Maria Letizia Gorga a leggere alcuni brani. Il libro di Titti Giuliani Foti è un atto d’amore, un omaggio alla madre Gabriella, il diario dei suoi ultimi anni di vita e della malattia, la memoria condivisa di un sentimento privato ma universale come è l’affetto di una figlia verso la madre. Ed è stata la stessa Dacia Maraini, amica di lunga data di Titti Giuliani Foti, a volere che questo non rimanesse uno scritto privato ma venisse pubblicato: “Anche nei libri più intimi, come questo di Titti, viene fuori qualcosa che ci riguarda tutti. Certo, ci vuole uno stile. Si legge un libro per sentirci coinvolti. E noi ci riconosciamo”. “È la storia di una madre energica, precisa, dinamica che piano piano diventa assente”, prosegue Dacia Maraini che poi chiede: “fino a che punto è giusto dire la verità a un malato? Tenere una distanza dalla malattia oppure identificarsi? Diventare guida di una madre, proteggerla? Non ci sono risposte assolute, però sono temi per un esercizio collettivo”. Titti Giuliani Foti aggiunge: “Raccontavo queste cose a Dacia e lei mi diceva: fai in modo che ci si ricordi tutti di quello che stai passando. Succede a te, succede all’umanità”. Come è stato scrivere questo libro? “Una fatica enorme. L’ho scritto e mai riletto. Questo libro è una corsa contro il tempo, perché ti vedi nudo di fronte alla vita e non puoi fare nulla davanti all’inevitabile. Questa cosa mi ha atterrito, mi ha fatto capire che siamo niente, solo dei pulviscoli davanti a una cosa già scritta, già detta. L’unica cosa che veramente conta è l’amore”. Nella foto: Titti Giuliani Foti e Dacia Maraini

Stefano Sani: La Voce e le Storie. Unplugged

Si preannuncia una serata dalle forti emozioni quella di venerdì 31 ottobre alle 21.15 al Teatro Manzoni di Calenzano

Il cantante di Montevarchi torna sul palco in una veste acustica e minimale, il formato unplugged, perfetto per esaltare l’intensità della sua voce. Un concerto intimo e raffinato, con una band d’eccezione. Simone Papi alla direzione musicale, arrangiamenti e pianoforte, Riccardo Galardini alle chitarre, Fabrizio Morganti alla batteria, Stefano Allegra al contrabbasso, Luca Ravagni al sax, Marzio Benelli ingegnere del suono e coordinatore. Sarà anche l’occasione per rivivere i successi degli anni Ottanta di Stefano Sani, ma soprattutto per scoprire la maturità artistica di un interprete che continua a emozionare. Manca poco all’evento. Come vanno le prove?“Come tutti i musicisti sanno, il momento delle prove è magico perché, oltre a verificare l’affiatamento tra di noi, si vedono sbocciare i brani che, man mano che vengono provati, acquistano una vitalità che si discosta da quella immaginata. Percepire che un brano cresce e diventa maturo e personale, è motivo di grande soddisfazione per un musicista, perché palesa la sua creatività. Gli straordinari musicisti con cui sto lavorando stanno vestendo le canzoni con un abito nuovo, con la guida di Simone Papi, che li rende quasi ‘inediti’ e allo stesso tempo affascinanti. Mi sento un privilegiato e non vedo l’ora di avere la prova del pubblico. Questa sarà la data zero di un progetto al quale teniamo molto”.Quale scaletta il 31 ottobre? “Abbiamo scelto un repertorio di 18 brani che spaziano dal pop al jazz, con piccole incursioni nella canzone napoletana classica e nella samba sudamericana. Tutto è suonato in acustico, cioè senza l’uso di sequenze o effettistica tipica del pop e del rock. E questo è il bello, perché ciò che verrà fuori sarà frutto della nostra esecuzione contingente. I miei compagni di viaggio sono incredibilmente preparati e ‘vestono’ i brani di un’allure particolare che conferisce loro una luce diversa. Questa piacevolezza acustica fa sì che anche io, provando, mi immerga nel mood e trovi soluzioni melodiche alle quali non avevo pensato prima, proprio in forza della piacevole necessità dell’improvvisazione. Canterò in un modo diverso i miei quattro brani più famosi ovvero Lisa, Complimenti, Delicatamente due e Notte amarena. Tra le cover, Tre settimane da raccontare, E la chiamano estate, Quando l’amore se ne va, Moody’s mood”. Ci sarà anche un inedito?“Per la prima volta canterò la mia Radici (23) a cui daremo una lettura diversa rispetto a quella del disco che uscirà a breve. Questo brano nasce dal fatto che Gianni Salamone ha letto il mio libro Sulla giostra della vita (Felici Editore) e il giorno dopo ha buttato giù questo pezzo che ha colto in pieno dei momenti del libro molto importanti. Mi emoziono nel cantarlo, è la mia vita”. Perché proprio al Teatro Manzoni?“Ho girato il video di Radici (23) anche lì, con attori i miei nipoti Leandro e Lucrezia, e la mia mamma Graziella. Tra dieci giorni sarà pronto. Al Teatro Manzoni c’è il pianoforte a coda e da lì nasce l’idea di questo concerto tutto acustico. Nell’intimità di questo piccolo teatro, che ha solo 120 posti, spero che la ‘malattia’ per la musica che ci ha ‘imprigionato’ possa contagiare anche chi verrà in un reciproco scambio di emozioni. La motivazione è tanta. Penso ai fan che mi seguono dopo tanti anni, si spostano da ogni parte d’Italia, per me è motivo di orgoglio, se sono lì ho il dovere di accontentarli”. Altri progetti? “Intanto il concerto di venerdì verrà filmato e registrato. Poi nel 2026 uscirà un altro nuovo brano che sarà la sigla delle manifestazioni dedicate al Collodi nel centenario della nascita”. Prenotazioni biglietti: prenotazioni@lamacchinadelsuono.it

L'angolo del libro - “Vita mia” di Dacia Maraini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Settembre 1943, Dacia ha sette anni, vive in Giappone con la famiglia, ma a seguito del rifiuto dei genitori Fosco e Topazia di aderire alla Repubblica Sociale Italiana viene rinchiusa in un campo di prigionia vicino a Nagoya. Ottanta anni dopo Dacia Maraini racconta che cosa passò in quel periodo con “Vita mia” (Rizzoli). Lo presenta alla Fondazione Franco Zeffirelli in una Sala della Musica gremita all’incontro intitolato “La scrittura e i luoghi dell’anima. Vite nostre”. Con lei Titti Giuliani Foti, giornalista, critica teatrale e autrice di “Cara mamma” (prefazione della stessa Maraini, Lorenzo de’ Medici Press) ed Erica Gardenti Cassigoli, autrice di “Ogni padre è stato bambino” (Passerotti Editore), per confrontarsi su letteratura e memoria. A moderare l’evento Stefania Costa dell’Associazione culturale La Nottola di Minerva e letture a cura di Maria Letizia Gorga. “Mio padre aveva vinto una borsa di studio, così ci siamo trasferiti in Giappone, dove con le mie sorelline Toni e Yuki ci siamo integrati, perché non eravamo turisti ma una famiglia di studiosi” ricorda Dacia Maraini. Il padre Fosco, infatti, noto orientalista, insegnava la lingua italiana all’università di Kyoto. Nel campo di prigionia, per protestare contro le condizioni in cui erano detenuti insieme ad altre quattordici persone accusate di tradimento della patria, si tagliò un dito. “Mio padre era un uomo con la schiena dritta”, racconta la scrittrice vincitrice nel 1990 del Premio Campiello con “La lunga vita di Marianna Ucrìa” e nel 1999 dello Strega con “Buio”. “Racconto quei due anni in un campo di concentramento, che non era di sterminio, ma ci tenevano tra la vita e la morte, perché si moriva di fame. Ci davano pochi chicchi di riso, io quando non ce la facevo più mangiavo le formiche. Ogni sera mi stupivo di essere ancora viva”. Perché un memoir a distanza di tanti anni? “Penso, in questo periodo soprattutto, che sia giusto tirare fuori un’esperienza come la mia, perché può insegnare o comunque far capire, in particolare ai giovani, che cosa può essere la guerra. Molti non se ne rendono conto, invece tocca tutti, non solo quelli che muoiono, che vanno in guerra, ma tutti. Il mondo è diventato piccolo e tutto quello che accade ci riguarda”. Che cosa può fare la letteratura? “La letteratura crea consapevolezza e questa non piace al potere. Appena c’è un regime, se la prende con le università, la conoscenza, la scienza, la ricerca che parte dal dubbio. L’etica è consapevolezza di essere comunità e non solo individui con i piccoli problemi personali”. Che cosa è la memoria? “La memoria non è nostalgia, che è solo una piccola sfumatura. La memoria sono delle grandi onde, correnti profonde che parlano di qualcosa che ci mette in contatto con la realtà”. E la libertà? “La libertà non dipende solo da chi vive, ma dalla società in cui si vive. Tutti gli esseri umani hanno bisogno di libertà, anche un uccellino in gabbia vuole uscire”. Che cosa legge? “Leggo moltissimo. Per i miei impegni nelle giurie letterarie, poi alcune curiosità e soprattutto i classici, che vanno riletti. Per me è molto importante la poesia, da ricordare a memoria”. Al termine dell’incontro, Dacia Maraini ha visitato la Sala Callas, soprano di cui era amica, accompagnata da Pippo Zeffirelli, presidente della Fondazione Franco Zeffirelli. Nella foto Titti Giuliani Foti e Dacia Maraini

L'angolo del libro - “L’oppio di Firenze Capitale” di Sergio Calamandrei

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un periodo poco conosciuto di Firenze che merita di essere approfondito. Lo fa Sergio Calamandrei attraverso la narrativa e non solo. Alla Casa di Dante presenta “L’oppio di Firenze Capitale” (Angelo Pontecorboli Editore, prefazione di Leonardo Gori), un giallo storico tra amore, intrighi e misteri nell’Italia del 1867. All’evento, introdotto dal presidente della “Società delle Belle Arti – Circolo degli Artisti Casa di Dante” Franco Margari e dal vicepresidente Giuseppe Baldassarre, partecipa come relatore il professor Giovanni Cipriani. “Il libro è ambientato nel periodo della storia di Firenze che più amo”, dice Calamandrei. “Dieci anni fa scrissi un racconto per il volume ‘Firenze capitale noir’ a cura di Tiziano Braschi. Per documentarmi studiai ‘Firenze capitale’ di Ugo Pesci, cronista dell’epoca, e mi innamorai di quella ambientazione perché vidi che c’erano spunti e materiale per decine di storie. Da allora mi sono messo a leggere, ho più di duecento libri sull’argomento, una pagina del mio sito www.calamandrei.it dedicata a Firenze capitale con immagini e foto, una pagina su fb, una newsletter a cui si sono iscritte più di 450 persone”. E ora il romanzo “L’oppio di Firenze Capitale” con protagonista Sabatino Arturi, già apparso in alcuni racconti. In una città piena di vita, ricchezza e miseria, presa dalla realizzazione delle grandi strutture e di nuovi quartieri come la mattonaia o la nascita del giardino d’Azeglio, l’architetto Poggi dette alla Firenze di allora, piccola e maleodorante, l’apparato fognario di cui ancora oggi ci serviamo e creò l’acquedotto. In tale contesto Sabatino Arturi è un giovane uscito da poco dall’esercito, come ufficiale ha combattuto la terza guerra d’indipendenza, ha ricevuto una medaglia al valore, però non vuole tornare sotto le armi. Cerca allora di guadagnare qualcosa attraverso delle curiose attività come avere delle percentuali sulla vendita del lampredotto. “Sabatino è un patriota che si trova coinvolto in una serie di eventi che gli sconvolgono la vita”, spiega l’autore. “Ci sono anche delle figure femminili, i delitti, l’aspetto esotico con l’oppio cinese. Ritroviamo le stesse problematiche di oggi ovvero le speculazioni edilizie, le lotte sociali, l’overtourism già prima dell’arrivo della capitale”. Il libro contiene anche una bibliografia e un’appendice su Firenze Capitale con curiosità su quel periodo e sulle vicende fiorentine narrate, come si parlava e altre peculiarità.I capitoli sono brevi. Perché? “Concepisco il romanzo come un film, quindi composto di tante scene, c’è anche un richiamo ai feuilleton ottocenteschi, con la titolazione dei capitoli e l’elenco dei personaggi all’inizio”. È già pronto il secondo volume? “Sarà ambientato sei mesi dopo, nell’autunno del 1867, e si parlerà di Garibaldi e della battaglia di Mentana. Che cosa farà Sabatino?”

L'angolo del libro - “Tra lei e me” di Giampaolo Simi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“È un romanzo verticale, su tre personaggi. Sono partito dall’idea di due uomini, un avvocato e il suo assistito indagato per la morte della compagna, che parlano di una relazione con una donna”. Giampaolo Simi presenta il suo ultimo libro “Tra lei e me” (Sellerio) al Centrolibro con Fiorenza Poli, assessora alla pubblica istruzione del Comune di Scandicci. Una storia di femminicidio che ruota intorno a Lorena Danesi, agente immobiliare morta strangolata in un immobile, vicino Viareggio, di cui stava trattando la compravendita. Il suo compagno Leandro Nava è il principale sospettato e lo difende l’avvocato Pietro Valvassori, in genere riferimento legale per le donne vittime di violenza ma che stavolta accetta di difendere un indagato per un femminicidio. “All’interno del romanzo ci sono due narratori diversi”, spiega l’autore, “uno a focalizzazione zero, che non entra nei pensieri di nessun personaggio, e uno onnisciente. Si alternano tra il tempo molto serrato della notte prima dell’interrogatorio nel dialogo tra i due uomini e il tempo dilatato del racconto al passato nei flashback prima della morte di Lorena che non  è solo la vittima, è viva per tutto il romanzo e quel narratore onnisciente racconta di lei, di quello che sente e prova”. Si sviluppa così un thriller psicologico: credere a un uomo accusato di avere ucciso la compagna o al suo avvocato che chiede al suo assistito una sorta di confessione? La serie con protagonista il giornalista Dario Corbo continuerà? “Forse un giorno mi arriverà un suo messaggio e mi racconterà una nuova storia. Sono finora quattro i volumi con Corbo, ma in un certo senso è un romanzo unico perché sono tre anni e mezzo che stravolgono la vita di quest’uomo. In realtà, però, non mi sono mai concepito come uno scrittore solo da serialità”. Il suo rapporto con la scrittura? “Quando scrivo un romanzo ci sto dentro tutto il giorno, vado a letto e penso a quel dialogo che non funziona, perché abbandonare quel mondo sarebbe troppo faticoso. Non ho delle scalette dettagliatissime, ma devo avere presenti gli snodi della trama, fra i venti e i trenta, le tappe fondamentali”.   

L'angolo del libro - “Si salvi chi può?” di Renzo Berti con Luigi Caroppo, Ilaria Ulivelli e Stefano Vetusti

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro inchiesta sulla sanità in Toscana che mobiliti la gente. È l’obiettivo di “Si salvi chi può?” (Casa Editrice Le Lettere), scritto dal medico e dirigente sanitario Renzo Berti insieme ai giornalisti de La Nazione Luigi Caroppo, Ilaria Ulivelli e Stefano Vetusti, con l’introduzione del filosofo Sergio Givone e la prefazione del ricercatore Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri. Gli autori lo presentano al Palaffari nell’ambito di Villa Vittoria Cultura, iniziativa a cura di Firenze Fiera e Fondazione Spadolini Nuova Antologia. A moderare l’evento il giornalista Francesco Selvi, ospite il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e interventi dell’editore Giovanni Gentile, del prof. Paolo Laszlo, della comica Katia Beni, di Titta Meucci e Stefano Grifoni. Si tratta della prima tappa di una serie di presentazioni, perché questo libro, sottolineano gli autori, “non è un punto di arrivo ma di partenza, vogliamo dare voce alla gente”. Siamo a un punto di svolta, come recita il sottotitolo del volume, di “rinascita o morte della sanità per tutti”. Con l’aumento della popolazione anziana e i tempi di attesa per una visita sempre più lunghi, la situazione sanitaria si fa sempre più critica. “È come una persona su un tapis roulant, su cui corre sempre più velocemente, ma prima o poi questa persona, sempre più malandata, cadrà giù”, dice Renzo Berti. “Bisogna cambiare prospettiva, guardare in faccia la realtà, investire in prevenzione anche perché un paese in salute è più competitivo. Il capitolo finale è l’approdo e la metafora del viaggio in mare ha l’esempio purtroppo calzante del Titanic, perché in quel caso furono soprattutto quelli che stavano in terza classe a morire”. “Non possiamo rassegnarci a tutto questo”, esorta Ilaria Ulivelli, “dobbiamo rimettere in moto una discussione sulla sanità. Non riconosciamo più la verità, ha un prezzo altissimo ma è una scelta di vita. Nel libro abbiamo messo insieme tutto il nostro lavoro sullo stato di salute della sanità. Il sistema sanitario nazionale è in coma. Bisogna coinvolgere il privato nel pubblico con una sorta di progetto di finanza”. Il privato visto quindi come risorsa all’interno di un progetto pubblico. “Se prendiamo la salute mentale”, aggiunge Stefano Vetusti, “siamo in una situazione molto difficile, eppure la Toscana è stata all’avanguardia negli anni Sessanta”. “Questo libro offre una visione”, conclude Luigi Caroppo, “è un mezzo per coinvolgere la gente, è questo il senso del giornalista che mostra anche impegno civile”.Nella foto di Umberto Visintini: Giovanni Fittante, Lorenzo Becattini, Ilaria Ulivelli, Eugenio Giani, Renzo Berti, Giovanni Gentile, Luigi Caroppo, Stefano Vetusti

L'angolo del libro - “Raccontami Firenze vol. 2” di Michela Micheli

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Con la passione di chi non ci è nato ma ha la voglia di scoprirla nei suoi angoli meno conosciuti, Michela Micheli, una ragazza romana che lavora all’Opera del Duomo ed è innamorata di Firenze, gira, si informa, chiede, intervista, raccoglie 34 testimonianze che vanno a formare il secondo volume di “Raccontami Firenze”(Edizioni Udom, prefazione di Mirco Rufilli presidente Quartiere 1). A dimostrazione del successo della collana è già in programmazione il terzo volume della serie, in uscita a metà novembre, con le medesime caratteristiche di una “Firenze raccontata dai suoi cittadini”, come recita il sottotitolo del libro. Alla presentazione al Mercato Centrale in Terrazza Enoteca l’autrice trasmette il suo entusiasmo alla platea. La relatrice Anna D’Amico introduce i brani letti da Franco Bardazzi e si avvicendano gli interventi dell’editore Surat Sunonkun, di Chiara Bartolini dell’Associazione Insieme per San Lorenzo, di Vanessa Bartolacci dell’Osservatorio Ximeniano. Nel libro si alternano storie quotidiane, curiosità, aneddoti, tradizioni, arte, artigianato, sport, solidarietà, la ristorazione fiorentina, il teatro, il cinema, esperienze personali a contatto con la grande storia di Firenze. Interviste a tanti fiorentini come Ricciardo Artusi, il figlio di Luciano “il mio grande maestro” al quale Michela ha dedicato il libro. Luoghi come il Museo del ciclismo Gino Bartali. Che cosa le lascia questo libro, Michela? “Credo che ogni storia racchiuda un insegnamento che bisogna saper cogliere e custodire. Le storie di questo secondo volume, così come quelle del precedente, mi hanno arricchita sia personalmente che culturalmente. Personalmente perché i protagonisti mi hanno aperto le porte del loro cuore e con estrema gentilezza mi hanno accolta nelle loro ‘case’. Culturalmente perché ho imparato tante cose belle e interessanti su Firenze, sugli antichi mestieri, l’artigianato, l’arte. Raccontami Firenze, in generale, mi ha lasciato dal primo giorno grandi emozioni che porterò nel cuore per tutta la vita”.Nella foto: Michela Micheli, Surat Sunonkun, Anna D'Amico

Mathilde e Lina, voci dalla Palestina a Badia a Settimo

Oltre 300 persone hanno riempito la chiesa

Le “Onde”palestinesi, sotto forma di voci di bambini, sono arrivate all’Abbazia di San Salvatore e San Lorenzo a Settimo a Badia a Settimo grazie al Coro Amwaj, termine arabo che significa appunto “Onde”. Il concerto ha riempito la chiesa di 300 persone, oltre naturalmente agli orchestrali. L’evento, a cura delle associazioni A.N.Te.Co. (Associazione Nazionale Teatri Consapevoli) e “Per un Mondo Senza Guerre” nell’ambito dell’iniziativa della Diplomazia dei Popoli, si è svolto grazie alla collaborazione con AssoPace Palestina e “Soutien Amwaj” e all’ospitalità di Don Carlo Maurizi. Dopo un breve canto di benvenuto dei ragazzi della Scuola Steiner-Waldorf di Firenze, il Coro Amwaj si è esibito insieme a un’orchestra e un coro diretti dal Maestro Raffaele Puccianti e dalla M° Mathilde Vittu, direttrice del Coro Amwaj. La Scuola Corale Amwaj nasce nel 2015 grazie all’iniziativa della coppia franco-italiana di musicisti, Mathilde Vittu e Michele Cantoni. Come avviene, Mathilde? “Io sono cresciuta in una scuola corale in Francia e sono diventata musicista. Nel 2013 sono arrivata in Palestina, ho incontrato Michele Cantoni e ci siamo sposati. All’epoca lavoravamo per molti progetti, lui al Conservatorio, ma ho visto che mancava una scuola corale e ho sentito che era questa l’esperienza da fare”. In cosa consiste la vostra scuola? “Diamo un’educazione musicale gratuita di otto ore alla settimana a bambini e ragazzi dagli otto ai ventidue anni, perché non c’è musica nelle scuole, non c’è la possibilità di studiare senza pagare. Tre anni fa ho cominciato una formazione per chi vuole diventare direttore del coro. Organizziamo anche degli eventi negli orfanotrofi con bambini arrivati da Gaza, negli ospedali, e anche delle tournée per dare la parola alla Palestina. In questa tournée ci sono 45 bambini, ma in Palestina sono 70”. Perché proprio un coro? “La voce è il primo strumento e con la voce possiamo cantare in molte lingue e con altri cori, fare anche un po’ di teatro. Se l’occupazione israeliana vuole prendere tutto, la terra, la cultura, uccidere, rimane il nostro corpo come strumento per parlare, cantare, esistere, resistere”. Com’è la situazione adesso? “Siamo partiti una settimana fa con i bambini. Con mio marito viviamo a Betlemme. Nonostante il momento, dobbiamo proprio ora restare e fare qualcosa per i palestinesi. L’occupazione israeliana è sempre lì, sono lì da dodici anni, ma è molto più complicato adesso, perché chiudono le strade e, considerando che una metà del coro è di Betlemme e l’altra di Hebron, per i ragazzi da Hebron raggiungerci è molto difficile, ci vogliono tre ore per fare dieci chilometri. Il governo israeliano vuole rendere la vita più complicata, ma la situazione di oppressione e apartheid c’è sempre stata”. Notizie da Gaza? “Ho molti amici musicisti lì, con il coro ho fatto due concerti con loro on line, loro da Gaza e noi da Betlemme. Loro muoiono. È semplice. Muoiono di fame. Muoiono sotto le bombe. E io ho notizie ogni giorno di una persona che conosco che è morta”. Quale soluzione? “Non c’è soluzione. Solo continuare a vivere, resistere, stare con i palestinesi fino a che saranno liberi e l’oppressione e il genocidio si fermerà”. La tournée in Italia continua. Oggi a Lavagna, poi Modena, la prossima settimana Vicenza e Venezia. Accanto a Mathilde Vittu, una giovanissima direttrice del Coro, Lina Shweiki. “Ho 22 anni. Vengo dalla Palestina, da Hebron”, racconta in inglese. “Sono entrata a fare parte di questo coro sin dal primo giorno in cui è stato fondato, nel 2015, e ho continuato a cantarci. Tre anni fa ho iniziato a studiare musica, come leggerla, specialmente per dirigere. È un piacere per me dirigere questo coro, perché essendo palestinese posso lanciare un messaggio. Il messaggio è che sono palestinese e posso fare la resistenza dirigendo e cantando”. Un pensiero sulla situazione attuale? “Io non posso fare niente relativamente ai governi, posso però mandare la mia voce ai bambini, alle persone a Gaza, in Palestina, e che possano essere benedetti in questa situazione. Da loro voglio che siano davvero forti, non mollare, un giorno avranno la libertà”. Photo: Fares S. Mansour

L'angolo del libro - “Il ‘Bignamino’ fiorentino 1” di Luigi De Concilio

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libriccino per passeggiare nel centro di Firenze, tra piazza San Giovanni e piazza del Duomo, e togliersi tante curiosità, 60 per la precisione, come recita appunto il sottotitolo de “Il ‘Bignamino’ fiorentino 1” (Sarnus), primo di otto volumi previsti, di Luigi De Concilio (prefazione di Gabriele Canè) presentato dall’autore al Teatro Niccolini con l’editore Antonio Pagliai. Bignamino perché si ispira ailibriccini tascabili che, con la sintesi degli argomenti trattati, hanno aiutato innumerevoli studenti ad affrontare interrogazioni e compiti in classe. “Firenze è uno scrigno favoloso”, dice l’autore. “Ho cercato gli aneddoti meno conosciuti”. Quali ad esempio? “La Loggia del Bigallo. Intorno alla metà del Trecento, la Compagnia della Misericordia vi esponeva, alla pubblica carità, i bambini smarriti o abbandonati, questo prima di costruire nel XV secolo l’Ospedale degli Innocenti”. C’è qualche storia boccaccesca? “Quella del bue cornuto! Vicino al Museo dell’Opera del Duomo c’è un grosso doccione marmoreo raffigurante una testa di bue con le corna. Intorno al Quattrocento, in una casa di fronte abitava un sarto sposato con una bella donna, la quale se la intendeva con il capomastro carpentiere che lavorava vicino. Non contento di fare cornuto il marito, quello ci mise pure una testa di bue cornuto, in modo da fargli apparire questa immagine appena apriva la finestra”. E quella che rappresenta di più lo spirito fiorentino? “L’angelo del vaffa. In una formella in altorilievo della porta di destra della Cattedrale di Santa Maria del Fiore ci sono otto angeli che parlottano. L’ultimo manda tutti gli altri a quel paese”. C’è spazio anche per i Bischeri… “Il canto de’ Bischeri si trova all’angolo di piazza del Duomo e via dell’Oriuolo. Erano una nobile famiglia fiorentina, che legò il proprio nome a un fatto che li etichettò come sciocchi durante la costruzione della nuova Cattedrale. Ebbero infatti un tracollo economico e di immagine che li costrinse ad abbandonare Firenze. Si trasferirono in Francia dove, con l’attività della lana, si rifecero, così duecento anni dopo tornarono a Firenze e comprarono il terreno per costruire il Palazzo con il loro nuovo nome ovvero Guadagni, sede attuale della Regione Toscana”. Quali fonti ha utilizzato? “Numerose pubblicazioni. Libri sulle strade di Firenze e storici, di Villani, Davidsohn, Bargellini, Batini, ma tutti rivissuti personalmente”. Nella foto: Antonio Pagliai e Luigi De Concilio

PALESTINA ONDE DI MUSICA PER (R)ESISTERE

IL CORO PALESTINESE AMWAJ (ONDE) IL 25 SETTEMBRE 2025 A BADIA A SETTIMO (FIRENZE)

Le voci dei bambini palestinesi arrivano a Badia a Settimo. È il Coro Amwaj, termine arabo che significa “Onde”, a portare il proprio messaggio musicale nell’Abbazia di San Salvatore e San Lorenzo a Settimo il 25 settembre nel concerto che durerà dalle 16:15 alle 19. Palestina, onde di musica per (r)esistere è il titolo dell’evento a cura delle associazioni A.N.Te.Co. (Associazione Nazionale Teatri Consapevoli) e “Per un Mondo Senza Guerre” nell’ambito dell’iniziativa della Diplomazia dei Popoli. La Scuola Corale Amwaj è un progetto creato dalla coppia franco-italiana di musicisti, Mathilde Vittu e Michele Cantoni. Dal 2015 la scuola offre un programma di formazione corale intensivo e gratuito a bambine, bambini e ragazzi provenienti dalle regioni di Hebron e Betlemme nella Cisgiordania palestinese. Gli scambi pedagogici e culturali sono al centro dell’approccio didattico e artistico di Amwaj, che permette ai 55 giovani palestinesi del Coro di esibirsi anche con altri insiemi corali e strumentali, per condividere il palcoscenico ed esperienze musicali e umane. Grazie alla collaborazione con AssoPace Palestina e “Soutien Amwaj” il Coro Amwaj è in tournée in Francia, Svizzera, Belgio, Slovenia e Italia. Il concerto si terrà nella millenaria Abbazia a Badia a Settimo, custodita dal 1994 da Don Carlo Maurizi da sempre attento alle cause umanitarie. Dopo un breve canto di benvenuto dei ragazzi della Scuola Steiner-Waldorf di Firenze, il coro Amwaj eseguirà il suo repertorio di “Canti d'esilio” e poi condividerà canti e musiche con un’orchestra e un coro rispettivamente di 57 e 54 elementi, con artisti provenienti da importanti istituzioni musicali e Fondazioni lirico-sinfoniche italiane. Il Maestro Raffaele Puccianti dirigerà questo Coro, alternandosi con la M° Mathilde Vittu, direttrice del Coro Amwaj. Il concerto si concluderà con “Mawtini”, l’Inno palestinese di Hussein Nazek. Per assistere al concerto, occorre registrarsi a ondedimusica55@gmail.com inviando cognome, nome, luogo di residenza e indirizzo email. Possibile contribuire alla riuscita dell’iniziativa, partecipando alle spese tecniche (viaggio dei ragazzi, accoglienza in Abbazia) con una donazione intestata a: Associazione Nazionale Teatri Consapevoli A.N.Te.Co. Causale: Donazione Concerto Coro Amwaj. Iban: IT31D0501803200000017096306 

L'angolo del libro - “Il bosco dove tutto cominciò” di Tommaso Sacchi e Rossella Köhler

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Una storia familiare da rendere pubblica, perché serva da monito alle nuove generazioni. “Il bosco dove tutto cominciò” (Mondadori), scritto a quattro mani da Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del Comune di Milano (in precedenza a Firenze), e dalla madre Rossella Köhler scomparsa un anno e mezzo fa, è appunto la “Storia di una famiglia partigiana”, come recita il sottotitolo del volume. L’autore lo presenta al ‘mercoledì letterario’ di Villa Vittoria Cultura, iniziativa a cura di Firenze Fiera, insieme al prof. Cosimo Ceccuti, presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia, a Giovanni Bettarini, assessore alla Cultura del Comune di Firenze, e a Cristina Giachi, presidente Commissione Cultura Regione Toscana. A moderare l’evento Giovanni Fittante, presidente di Villa Vittoria Cultura. “Avevo queste storie familiari nel cassetto”, spiega Sacchi. “Il nonno Edoardo, nome di battaglia Dado, e lo zio Gianpaolo Menichetti, morto suicida per i suoi compagni partigiani in Val Pellice: due figure di straordinaria ispirazione. C’è anche un motivo politico ovvero c’è ancora bisogno di antifascismo, di raccontare le storie di chi ha rischiato o dato la vita per la democrazia? Per me sì”. I boschi dove si nascondevano i partigiani diventano così un luogo della memoria, per rievocare fatti e conoscere più a fondo chi ti sta accanto. “Sono cresciuto con un rapporto di grande intimità con mio nonno Dado. Mi diceva: io non ho mai sparato a nessuno. Non ho partecipato alla brigata e stato mesi al freddo nella valle d’Intelvi per diventare un eroe. L’ho fatto perché era una scelta naturale”. Chi è un eroe? “Il nonno era un antieroe. Col suo profilo basso nel dire che era stato naturale fare il partigiano, voleva uscire da un atto eroico per entrare nella storia di tutti noi. Lo zio Gianpaolo parte per la campagna di Russia a 17 anni mentendo sulla sua età, per prendere il posto di un altro giovane che però era già padre ed evitargli così di rischiare la vita. L’eroe è quello che non fa una scelta di convenienza. C’è poi anche un altro aneddoto familiare che mi ha fatto riscrivere la definizione di eroe”. Quale? “Il mio bisnonno Mario fa una cosa che mi lascia tuttora un punto interrogativo: lo avrei fatto io? Quando muore suo figlio Gianpaolo, grande dolore in tutta la famiglia. Finisce la guerra e suona il campanello a casa: è un ragazzo fascista, quello che dava la caccia a Gianpaolo. Sono responsabile della morte di tuo figlio, gli dice e gli chiede aiuto, asilo, di ospitarlo perché sa che in quella casa nessuno lo cercherà mai. Quel ragazzo dormì per quattordici giorni sul divano di casa. Soltanto vent’anni dopo il mio bisnonno lo raccontò alla moglie e alle figlie. Perché lo aveva fatto? Io non volevo che un altro padre vivesse quello che avevo vissuto io. Disse. Quando seppi questa storia, rimasi scioccato. La generosità di un uomo pieno di cuore lascia spazio alla follia dello stesso uomo, che si mette in casa il nemico che aveva voluto la morte del figlio. Sì, un eroe può essere tante cose, ma sicuramente ha a cuore il principio di democrazia che spinge a fare queste scelte”. A chi è rivolto il libro? “È pensato per i ragazzi dai 13 anni in su, per cui ha un linguaggio molto semplice. In questo mi ha aiutato mia madre che mi diceva: devi rivolgerti a un ragazzo. Alla fine del volume abbiamo messo un glossario della resistenza per restituire fatti, storie e date”.Nella foto di Umberto Visintini: Lorenzo Becattini, Giovanni Fittante, Giovanni Bettarini, Cristina Giachi, Tommaso Sacchi, Cosimo Ceccuti

L'angolo del libro - “Taxi Milano25. In viaggio con Zia Caterina, una rivoluzionaria dei nostri tempi” di Alessandra Cotoloni

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Zia Caterina è più forte della sindrome da anticorpi antisintetasi, una malattia autoimmune molto rara che attacca i polmoni, così interviene alla presentazione del libro a lei dedicato, “Taxi Milano25. In viaggio con Zia Caterina, una rivoluzionaria dei nostri tempi” (San Paolo Edizioni, prefazione di Simone Cristicchi e postfazione di don Luigi Verdi), con la consueta energia. Al ‘mercoledì letterario’ di Villa Vittoria Cultura, iniziativa a cura di Firenze Fiera e Fondazione Spadolini Nuova Antologia, l’autrice del volume Alessandra Cotoloni avverte: “Con Caterina ogni presentazione del libro è diversa dall’altra, lei non riesce a stare ferma”. E così sarà. A moderare l’evento Elena Tempestini, intervengono anche il presidente di Villa Vittoria Cultura Giovanni Fittante e il presidente di Firenze Fiera Lorenzo Becattini. “Notai il suo carisma in mezzo ai ragazzi durante un incontro in una scuola superiore”, ricorda Alessandra Cotoloni. “Mi disse una frase che mi colpì molto: io ho vestito i panni di Stefano, quando è morto io ho vissuto la sua vita e la sua vita è diventata la mia”. Caterina Bellandi, infatti, alla morte dell’amato compagno nel 2001 per un cancro, lasciò il proprio lavoro per mettersi alla guida del taxi di lui, dello stesso modello dei “black cabs” londinesi, trasformandolo in un luogo magico dove i bambini malati, nel tragitto gratuito verso il Meyer, incontrano i colori, la fantasia, il sorriso di Zia Caterina. “Era prendere l’identità di un’altra persona continuando a farla vivere attraverso il suo lavoro”, prosegue Alessandra. “Sul taxi Caterina ascolta le persone”. Perché raccontare la sua storia? “Sono sempre alla ricerca di persone che hanno dentro un fuoco, così per me era inevitabile, però Caterina ha imposto una condizione: sali sul taxi insieme a me. E aveva ragione, perché se non vivi quello che lei vive giornalmente questo libro non si poteva scrivere. Non è una biografia, ma una raccolta di tante emozioni che in parte ho vissuto anch’io con lei, è nata una tale empatia che io non sono più scesa dal suo taxi, per il filo indissolubile che ci unisce anche se ci si vede di rado”. Ci vuole coraggio, Caterina, per fare quello che fai? “No, non è coraggio”, risponde la Zia mentre si alza, forte del suo enorme cappello, degli occhialoni e del mantello sopra la tunica da Oblata Benedettina su cui spicca il crocifisso. “È un privilegio accompagnare qualcuno in un momento come quello della malattia, un privilegio che l’altro ti accolga. Qualcuno che in una situazione di difficoltà accetta di condividere il suo stato di fragilità e impotenza con un estraneo è miracoloso. Tu non sei niente, se non chi incontri e da quell’incontro l’io diventa un noi. Io ho vissuto tante vite. Non ho patito ad accompagnare le persone a morire, perché sono morta con loro sapendo che potevo risorgere”. Perché creare un personaggio? “Questo abito da fatina nascondeva la mia insicurezza. Mi sono vestita di gioia, inventata un personaggio che però oggi non mi salva. La mattina mi alzo con la tosse e la mia incapacità di forze. Da quale morte non so risorgere? Dalla mia. I medici non conoscono l’aspettativa di vita della mia malattia. Noi abbiamo una vita intera per vivere le cose belle, ma aspettiamo sempre alla fine”. Ci sarà un nuovo libro? “Nel nuovo libro descriveremo la mia paura di recuperare la Caterina che era prima della zia. Uccideremo Zia Caterina per tornare Caterina!”. Nella foto: Giovanni Fittante, Alessandra Cotoloni, Caterina Bellandi in arte Zia Caterina, Elena Tempestini, Lorenzo Becattini

L'angolo del libro - “Il Duca e l’impiccato” di Bruno Confortini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

In sella alla sua Guzzi Falcone rossa fiammante, un giovane nobile scozzese nel maggio del 1958 attraversa la campagna fiorentina. Si chiama John Porter Mills, ma in paese e in città, a Firenze, lo chiamano “Duca”. È il protagonista del nuovo romanzo, “Il Duca e l’impiccato” (Edizioni Montaonda), di Bruno Confortini. È il terzo giallo dell’autore, ma a differenza dei precedenti non è ambientato nella nativa Vicchio e, lasciato il maresciallo Vitale, ha appunto un nuovo protagonista. Perché abbandonare un personaggio di successo come Vitale per un nuovo protagonista? “Molti lettori abituali chiedono l’ambientazione a Vicchio, ma ho ricevuto comunque giudizi quasi tutti positivi. Ho cambiato perché dopo due indagini mi sembrava che il maresciallo avesse in qualche modo esaurito la mia curiosità verso la sua figura. La prima avventura era ambientata nel 1986 e la seconda, per ora ultima, vent’anni dopo. Il duca era apparso nel mio libro ‘Ritorno a Vicchio’ come protagonista dei romanzi gialli della vittima. Da lì mi è nata l’idea di diventare io l’autore delle sue storie”.  E la prima storia del “Duca”, ventottenne ricco sfondato, bizzarro, donnaiolo, amante anche di lirica e liquori, si svolge in una Toscana ancora immersa nel secondo dopoguerra. Un giovane contadino, militante comunista e pieno di vita, viene trovato impiccato e tutti in paese credono a un suicidio. Tutti tranne lui, “il Duca”. Le sue indagini lo portano a Firenze e, in mezzo a variopinti personaggi ognuno con una propria storia a metà tra allegria e malinconia, risolverà il caso dell’amico ucciso. Il “Duca” avrà un seguito? “Ancora non lo so”, dice Confortini che ha scritto libri di storia locale su fascismo e antifascismo mugellano, biografie sportive e vari racconti, “ora sono preso da storie locali: un libro appena finito su una frazione del paese, Villore, scritto con Emanuele Maria Alessi, e un altro, insieme a Elisa Fiorelli, sui caduti vicchiesi della prima guerra mondiale”. 

L'angolo del libro - “Controbreak” di Antonio Pianigiani

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro uscito al momento giusto, perché il tennis in Italia sta vivendo il suo periodo migliore da sempre con Sinner numero uno al mondo, altri sei italiani fra i primi sessanta e la Coppa Davis vinta due volte consecutivamente, eppure “Controbreak” (Ultra Sport) comunica qualcosa che va oltre il contingente, oltre anche lo sport. Nel suo libro dettagliato, frutto di un’accurata ricerca, Antonio Pianigiani racconta storie e approcci di vari tennisti, ma con un filo conduttore, la rivincita, che si può applicare a ogni situazione, non necessariamente sportiva.Non a caso il sottotitolo del volume, con la prefazione del giornalista Paolo Caselli, è “Storie di sfide, sogni e rivincite”. Pianigiani interpreta i punti decisivi, le svolte nelle carriere, come passaggi successivi alle sconfitte, necessarie tanto e più delle vittorie per superare insicurezze e limiti caratteriali. La parola chiave è “resilienza”, che “nel tennis si identifica nella capacità di rimuovere dalla mente l’errore un istante dopo averlo commesso”. Il libro precedente di Pianigiani si intitolava appunto “Slam. Storie di tennis e resilienza”. In cosa si distingue da questo? “Qui la tematica principale è il concetto di rivincita. È un libro più narrativo e svincolato dalle soft skills, che sono le competenze trasversali, personali e abilità relazionali necessarie per lavorare in un’azienda insieme alle competenze tecniche”. Nel tennis il “controbreak” è il momento in cui il giocatore riconquista il servizio dopo averlo perso in precedenza. Perché questo titolo? “Nelle mie intenzioni questo è un libro di riscatto all’interno di una partita o nella vita del tennista, una rivalsa di chi, dopo una serie di sconfitte, vince oppure di chi è considerato troppo anziano ma come Jimmy Connors a quarant’anni raggiunge negli US Open del 1991 la semifinale poi persa con Jim Courier”. Sono tante le storie raccontate nel libro. Le reazioni spropositate di McEnroe “Superbrat” verso gli arbitri per alleggerire i momenti di tensione delle partite. Djokovic che, a proposito delle sessanta racchette distrutte in carriera per rabbia, dice: “Mi vergogno di me stesso quando rompo le racchette, ma allo stesso tempo mi accetto come un essere umano con difetti”. La cosa più importante, nel tennis come nella vita, è svuotare la mente e ripartire all’istante. Gestire la pressione è la sfida più complicata, perché il talento da solo non basta, ci vuole una solida tenuta mentale per superare i momenti di difficoltà di una partita. Come Jannik Sinner, la cui vera arma vincente è non scoraggiarsi mai per gli errori, anche se commessi in malo modo e nei momenti più importanti, ma al contrario accettarli come fatto normale e inevitabile: “È incredibile come a Wimbledon abbia metabolizzato la sconfitta al Roland Garros e sconfitto in maniera netta Alcaraz”. E poi le storie di Marat Safin, Fabio Fognini, Miroslav “Gattone” Mecir, Roberta Vinci, Agassi, Edberg, Guga Kuerten. Andy Murray e il tema del coaching con Ivan Lendl. Stan Wawrinka e il suo tatuaggio sul braccio di una frase di Samuel Beckett: “Ho provato. Ho fallito. Non importa. Riproverò. Fallirò di nuovo. Fallirò meglio”. Djokovic il più grande di tutti? “Ha ottenuto dei risultati come nessun altro. Un incontro epocale è la finale di Wimbledon del 2019 con Federer, in cui ha vinto dopo avere annullato due match point allo svizzero. Ma, se si parla di tecnica, perfezione stilistica ed eleganza, direi Federer”. 

L'angolo del libro - “Le ricette casalinghe di mia madre - 1° volume” di Michela Lanza

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro che mette appetito, “Le ricette casalinghe di mia madre” (Geo Edizioni) di Michela Lanza. Basta sfogliarlo, scorrere le pagine tra le 94 ricette della tradizione, soprattutto toscana e campana, illustrate da ben 1.370 foto che accompagnano passo dopo passo ogni preparazione, dagli ingredienti al piatto finito, e viene voglia di mettersi a tavola se non ai fornelli. La nota giornalista sportiva, alla decima fatica letteraria, lo presenta con la mamma, Roberta Vangelisti, alla quale è dedicato. Come è stato lavorare insieme a questo libro? “Un po’ ci siamo becchettate, in particolare quando io volevo scattare le foto mentre lei cucinava, però ci siamo anche divertite!”, esclama Michela Lanza. “L’idea del libro è nata nel 2020 durante la pandemia. Pur lavorando in pelletteria tutto il giorno con mio padre, mia madre ha sempre trovato il tempo per preparare un piatto caldo e appetitoso per la sua famiglia e anche per i dipendenti, così ho pensato di renderle omaggio pubblicando le sue ricette, un modo per tramandare quanto mia madre ha a sua volta imparato dalle mie nonne e non perdere certi sapori”. Un lavoro meticoloso e colorato, perché la cucina è questo: una fantasia di colori nei suoi ingredienti. Siamo al primo volume, contenente antipasti, primi di terra e di mare, lievitati. A che punto è il secondo? “In realtà è già pronto. Il prossimo anno dovrebbe uscire”. La cucina genuina come memoria di famiglia, attraverso cui tenere vivi gli affetti, legati a momenti e situazioni, perché l’atto del mangiare è condivisione e felicità, come si legge nelle citazioni di scrittori e persone illustri riportate a inizio volume. Fra tutti, un piatto? “La ricetta del ragù salernitano è quella a cui tengo di più. Con le braciole ci mettiamo prezzemolo, sale, pepe, poco aglio e pecorino romano. È differente dal ragù napoletano perché in quello ci mettono anche pinoli e uvetta”. Tua madre “è una vera artista della cucina”. E di tuo padre quanto c’è in questo libro? “C’è tanto, perché il babbo era della provincia di Salerno. Sono piatti che piacevano a tutti, sarebbe stato molto orgoglioso delle sue donne”. In vendita per il momento online sul sito della casa editrice www.geoedizioni.com e possibilità di acquisto in occasione delle presentazioni e degli eventi. La prossima presentazione il 23 settembre alle 18 al caffè letterario Le Murate con relatore il giornalista Andrea Giannattasio.  

L'angolo del libro - “Piomba libera tutti” di Marco Malvaldi

Firmacopie all’inaugurazione della Libraccio

Nuova libreria, negli spazi che una volta ospitavano una sezione Coop, e tanti lettori. Accade in via Vittorio Emanuele II a due passi da Piazza Dalmazia, all’inaugurazione della Libraccio, che si aggiunge a Firenze a quella in via Cerretani, con tanto di brindisi e rinfresco. Erano presenti anche due scrittori per il firmacopie. Marco Malvaldi, tra gli autori più noti della narrativa gialla italiana, e Lily Red, giovane voce del panorama romance, apprezzata dal pubblico più giovane. “I libri si comprano e si guardano in libreria”, dice Malvaldi. “Uno deve entrare, prenderli in mano. Devi guardare che cosa c’è, nella quantità di volumi che ci sono trovare quello che ti piace. Sarebbe come entrare in un ristorante dove non c’è il menù. La libreria è un posto dove passi del tempo, come si fa con i libri, a cercare qualcosa che non sai nemmeno te cosa stai cercando”. La Libraccio intende offrire al quartiere di Rifredi nuove opportunità di cultura. Accanto alla libreria c’è infatti anche la sede del Museo della Narrazione con tante attività diverse, come la scuola di scrittura di Marco Vichi, i laboratori teatrali di Gaia Nanni, le letture ad alta voce, le session acustiche di musica, arte figurativa, insomma uno spazio da condividere in vari modi. Malvaldi, intanto, seduto, continua a firmare con dediche personalizzate i suoi libri, in particolare l’ultimo uscito “Piomba libera tutti” (Sellerio). “Piomba libera tutti”, spiega l’autore pisano, “è la fine del nascondino, quello che capita quando un’indagine criminale finisce, perché puoi aver indagato una persona ma può capitare qualcosa che butta tutto all’aria e da quel momento in poi quello che hai fatto non vale più. Si procede per prove di errore e si aspetta il momento del piomba libera tutti, perché quando accade un delitto in una comunità chiusa come un condominio con tante persone che si sospettano tra loro, non è facile vivere in  quel contesto”. Acquistati i libri, in tanti si spostano al Munar dove si esibisce la band Anhima, ma prima c’è ancora il tempo per una domanda a Malvaldi. Soddisfatto della serie televisiva dei delitti del BarLume? “Non mi piace per nulla. Salvo solo le prime due stagioni”. 

L'angolo del libro - “L’Ordine del Drago” di Gigi Paoli

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Ogni libro con protagonista Piero Montecchi è la scoperta di qualcosa di nuovo e misterioso. E non si creda che si tratti di fantasia dell’autore, perché, “per quanto possano sembrare folli, le cose nei miei libri al 95% sono reali. Per me è come costruire un palazzo, il piano terra e il primo piano sono sempre veri, solo il secondo piano è un po’ romanzato”. Parole di Gigi Paoli alla prima presentazione de “L’Ordine del Drago” (Giunti Editore) alle Serre Torrigiani con Antonio Franchini, “il mio Mentore con la m maiuscola”, specifica l’autore. Terza avventura con il neuroscienziato Montecchi protagonista, dopo le cinque precedenti con il giornalista Carlo Alberto Marchi ambientate a Firenze. Con Montecchi, invece, il respiro si fa più ampio, nell’ultimo volume i luoghi di riferimento sono Trieste, Lubiana, la Transilvania. “Sono andato in quei posti per vedere con i miei occhi”, dice Paoli. “Vivere le cose, a mio avviso, fa la differenza nel racconto di una storia. Quando viaggio, ho già l’idea di vedere una serie di cose che mi interessano, ma posso sempre variare. È lo stesso quando scrivo: ho una scaletta rigida, che però non mi impedisce di aggiungere altre cose”. La fase antecedente alla scrittura per Paoli è importante quanto, se non di più, della stesura stessa. “Mi diverto a scrivere”. Traspare, il divertimento dell’autore, nella leggibilità e scorrevolezza del testo, un’apparente facilità dietro cui c’è, appunto, la documentazione, il lavoro preparatorio che rende naturale a Paoli l’esercizio della scrittura, facendo apparire facile ciò che non lo è. Nel patto di sospensione dell’incredulità con il suo lettore, Paoli fornisce dati esatti, si tratti di un ristorante o un hotel, luoghi reali e ritrovabili, o un orario di partenza di un aereo. “Quando mi accingo a un nuovo libro”, confessa Paoli, “penso sempre di non farcela. Poi invece…” La fine di ogni capitolo invoglia a proseguire nella lettura di questo thriller tecnologico, dove l’est europeo è lo scenario ideale per spionaggio e armi segrete. Così, pagina dopo pagina, dal caso dell’omicidio di un amico di Montecchi, il professor Grassi presidente dell’Area Science Park di Trieste, si arriva a scoprire l’oscura congregazione dell’Ordine del Drago che porta a Mosca, a Chernobyl, alla Guerra Fredda e a quella in Ucraina. La capacità di creare suspense passa addirittura di libro in libro, così c’è già chi chiede a Paoli la nona fatica letteraria, dove forse Montecchi e Marchi lavoreranno a stretto gomito.

L'angolo del libro - “La via dello sport. Una storia nelle baraccopoli sudafricane” di Ranieri Salvini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro può smuovere le coscienze? “La via dello sport. Una storia nelle baraccopoli sudafricane” ci prova. Ranieri Salvini racconta la sua esperienza nella township di Lwandle in Sudafrica. Lo fa con la determinazione dei suoi 26 anni. Nel volume, con la prefazione di Padre Bernardo Gianni e le illustrazioni di Claudio Marcattilj, Salvini parte dal suo inizio, da una carriera calcistica nelle giovanili di Fiorentina ed Empoli, in cui aveva per compagni Ranieri, Sottil, Zaniolo, Ricci e Traorè, sfumata per dei gravi infortuni. Si iscrive allora all’università e prende una laurea magistrale in psicologia di comunità, promozione del benessere e cambiamento sociale. E viaggia, ma non da turista. A Corinto lavora per tre mesi in un community center di un campo profughi come insegnante di informatica e di inglese, ma si accorge che l’attività più aggregante è quella intorno a un pallone, nasce così per sua iniziativa il Corinto United. Con una borsa di studio va poi in Brasile, a Florianópolis, per un tirocinio di sei mesi come psicologo in una favela. Forte anche di questa esperienza, con il servizio civile universale nel novembre 2023 si trasferisce a Città del Capo ed è lì che trova la sua missione in una squadra di calcio, il Bazuka United, che  milita nella quarta divisione sudafricana. Ranieri Salvini diventa l’“umlungu”, ovvero l’“uomo bianco”, il primo nella storia del club. Vissuta così in modo ancora più autentico, la township rivela tutta la sua tragicità. Aree urbane sovrappopolate create durante il periodo coloniale e rafforzate dal regime di Apartheid, con case senza muri, porte e finestre, dove si mangia se va bene una volta al giorno e dove vigono traffico di droga e gang criminali. Eppure attraverso il linguaggio universale del calcio Salvini si avvicina a quel mondo, entra a far parte di una comunità che cerca una via di uscita, appunto grazie al pallone. Lo si vede bene dal documentario di 17 minuti “The way of sport” realizzato dal giovane fiorentino sulle condizioni di vita nelle baraccopoli. In Sudafrica si gioca sull’asfalto, con un abbigliamento improvvisato e le scarpe una diversa dall’altra, le porte fatte coi sassi, i palloni coi sacchetti di plastica chiusi nel lattice dei preservativi. Salvini dà vita a una raccolta fondi on line, poi pubblica questo libro, il cui ricavato andrà a progetti sportivi e sociali nella township di Lwandle, inoltre è possibile fare una donazione, con la causale “Ranieri Salvini”, sul sito https://www.wefootball.org/it/dona/ WeFootball è l’unica onlus italiana in Africa che fonda scuole calcio nelle baraccopoli, al momento in Tanzania, Kenia e Zambia. Tornato da Città del Capo, dallo scorso ottobre Salvini lavora appunto per WeFootball e spera che la prossima scuola calcio sia proprio a Lwandle. “Il mio sogno è costruire un campo da calcio, partendo intanto da una academy. Sto coinvolgendo calciatori e società sportive italiane”. A settembre tornerà in Africa, le manca? “Quando sono lontano dalle cause che sento vicino, sento il richiamo di doverci essere. Soffro questa lontananza”. Giovedì 31 alle 19.30 alla Flog l’autore presenta il libro, intervistato da Florence Must Act. Come ha scritto Salvini: “Il mondo è complesso, ricco di conflitti, problemi, povertà e dinamiche che sembrano immutabili. Ma non possiamo non reagire. Qualcosa bisogna fare”. 

L'angolo del libro - “Ho ucciso un uomo in un reality” di Alessandro Bini e Stefano Moretti

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un titolo accattivante per un giallo-noir scritto a quattro mani. “Ho ucciso un uomo in un reality”, edito da Noripios all’interno della collana di narrativa italiana diretta da Caterina Ceccuti, unisce il taglio dissacratorio di Alessandro Bini, autore teatrale, di narrativa e poeta, ai meccanismi del giallo di Stefano Moretti. I due scrittori danno vita a un testo distopico ma non troppo, perché il futuro social nel suo aspetto più paradossale e tragico non appare poi così lontano. Il libro narra infatti la storia di un uomo che, convinto di partecipare a un quiz televisivo, si ritrova invece in un reality show spietato in cui arriva a commettere un omicidio, il primo trasmesso in diretta televisiva. E lo share s’impenna! Da quell’istante lo show diventa un fenomeno globale, imitato e poi vietato. Una commedia nera, una satira feroce del voyeurismo mediatico e del labile confine fra intrattenimento e cinismo collettivo. “La storia era nata per dire qualcosa sui reality”, spiega Bini, “su questa civiltà dell’immagine vuota che ci sta portando a imbarbarirci, ma secondo me è già troppo tardi. È una storia distopica ma fino a un certo punto, secondo me potrebbe succedere perché ormai la tv è questa”. Come è nata la vostra collaborazione? “Avevo questa idea e l’ho proposta a Stefano, chiedendogli di aggiungere il suo tocco investigativo. Lui si è inserito perfettamente e ne è uscita una storia fantastica, un puzzle che si incastra al millimetro, fluido e coerente, oltre ogni più rosea aspettativa”. Come è stato lavorare a quattro mani? “L’idea narrativa del Bini, autore che apprezzo”, risponde Moretti, “mi è sembrata brillante, quindi ho detto subito di sì e ci ho cucito una trama rapida e scorrevole. Lavorando in due, entrambi abbiamo ceduto in qualcosa, ma a libro finito, se lo rileggo, non mi ricordo più chi ha scritto cosa”. La prima presentazione del libro sarà mercoledì 23 luglio alle ore 21 a Love Orticoltura, lo spazio estivo nel Giardino dell’Orticoltura in via Vittorio Emanuele II, 4. Il secondo evento giovedì 24 alle 19 al Club Sportivo Romola, in via Treggiaia 3. 

L'angolo del libro - “Il mare lo facevo in Arno” di Cooperativa Sociale Matrix Onlus e Centro Diurno di Socializzazione L.I.N.A.R.

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Piccole grandi cose del passato che affiorano alla memoria grazie alle testimonianze di chi le ha vissute. I libri servono anche a questo, a salvaguardare, a proteggere, a lasciare tramite uno scritto l’esperienza di una vita. “Il mare lo facevo in Arno” (Sarnus) ha questo merito. Il sottotitolo “memorie di donne e uomini del quartiere 3 di Firenze” suggerisce in cosa consista questo volume, realizzato dalla Cooperativa Sociale Matrix Onlus e dal Centro Diurno di Socializzazione L.I.N.A.R. di Nave a Rovezzano, con la partecipazione di varie realtà come centri anziani ed esercizi commerciali del Quartiere 3, il contributo di Publiacqua e la prefazione di Marco Vichi. Arricchiscono il volume le fotografie, importanti perché i luoghi cambiano come le persone. All’interno di un laboratorio di ricerca collettivo di memorie e storie del territorio, gli educatori del gruppo Linar hanno raccolto testimonianze di anziani e persone con disabilità. Ne è venuto fuori un quadro del passato, narrato nel linguaggio “parlato” autentico degli intervistati, che è un monito al presente. I mestieri e i giochi scomparsi, quando bastava una palla o una corda o le figurine Panini al muretto per divertirsi. Le ricette di una volta, quando si mangiava il pollo nei giorni di festa o si infilava il pane in vino e zucchero. Tanti ricordi legati al fiume Arno, come la pesca di’ ranocchio. Una visione della collettività improntata alla solidarietà, quando ognuno era più attento ai bisogni dell’altro. I giovani di oggi si perdono nella loro abbondanza materiale, non sanno che cosa sia la fantasia, a differenza degli anziani di oggi, ragazzi di ieri, ai quali bastava l’Arno per fare un tuffo e sentirsi in vacanza come al mare. “Ho seguito passo per passo la realizzazione del libro dopo avere raccolto coi ragazzi le interviste” dice Marco Nacci, responsabile dell’area educativa, “alla fine ho provato una grande soddisfazione, perché questo lavoro, dove non ci sono disparità, permette di crescere nel territorio”. Prossimi progetti? “Per l’anno prossimo è in cantiere un secondo libro che va a seguire questo sul progetto memory, però stavolta interpelleremo gli anziani di tutti i quartieri, non solo del 3. Su quale argomento? Per ora non lo dico. E poi c’è un’altra cosa…”. Quale? “La società in genere pensa che le persone diversamente abili non siano autoironiche invece no, quindi venite a conoscere la nostra realtà, perché incontrerete persone divertenti e piene di vita. In una persona in carrozzina non ci devi vedere solo la carrozzina, ma soprattutto la persona, coi suoi pregi e difetti, come ognuno di noi”. 

L'angolo del libro - “La laguna del disincanto” di Massimiliano Scudeletti

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Itaca si fa letteratura, performance e musica. La residenza letteraria di Paolo Ciampi ospita la presentazione de “La laguna del disincanto” (Arkadia) di Massimiliano Scudeletti, un libro proposto da Giovanni Pacchiano per l’ultimo premio Strega. L’autore lo presenta con Mauro Bonciani, con gli intermezzi delle letture di Sylvia Zanotto e la musica di Maurizio Speciale con handpan e chitarra acustica. “La laguna del disincanto” è il terzo volume con protagonista Alessandro Onofri, ex videoreporter di guerra, dopo “Little China Girl” e “La laguna dei sogni sbagliati”. Il primo è una sorta di giallo sociale, il secondo un romanzo esoterico di formazione, il terzo un thriller noir internazionale, ma la categorizzazione non rende giustizia ai libri di Scudeletti, come dice lo stesso autore: “Non credo molto ai generi letterari, a mettere delle gabbie ai romanzi. È importante cucire insieme una serie di cose, il tentativo di realizzare qualcosa di ibrido, di misto, a più voci, come il mondo attuale”. Di difficile definizione, dunque. Ne “La laguna del disincanto” troviamo Onofri a Venezia atteso all’inaugurazione della sua mostra di fotografie dedicata ai malati mentali, ma una telefonata di un’amica, Sarah, lo costringe a partire per Firenze. La donna gli mostra un filmato in cui il figlio maggiore terrorizza il minore, mimando una lezione scolastica con macabri rituali. Onofri inizia a indagare, scopre che altri bambini della stessa scuola sono rimasti vittime di traumi e le loro foto circolano sulle bacheche di Silk Road, il mercato illegale di droga, armi, pornografia, pedopornografia, nel dark web, la parte di internet non indicizzata dove avvengono i peggiori scambi. “All’ombra del progresso ci sono zone di buio”, spiega Scudeletti, “c’è un mondo parallelo e inquietante in cui nasce l’orrore. Con internet sono aumentate le sacche di nero. La letteratura ha anche questo obbligo: raccontare la realtà”. Il racconto del male si è concentrato sui bambini vittime sacrificali. Perché? “In questo mondo dove regna l’indifferenza l’unica cosa che ancora ci coinvolge e preoccupa sono i nostri bambini. Questo libro ha delle analogie con le fiabe, come Hansel e Gretel perché è come se Onofri si presentasse alla casetta di marzapane tenendo per mano i suoi bambini, o il pifferaio di Hamelin per la paura fondamentale che i nostri figli ci vengano portati via. In fondo tutte le fiabe sono racconti neri e sono reali non perché raccontano che i mostri esistono, ma perché ci dicono che i mostri possono essere uccisi”. Pedopornografia e snuff movie. Come è stato affrontare questi temi? “Questo libro è come una discesa all’inferno. Lo scrivevo e mi rendevo conto delle similitudini tra il dark web dove tutto si compra con la moneta bitcoin e l’Africa coloniale di due secoli fa. C’è un riferimento a Cuore di tenebra di Conrad, in questa caduta verso il pozzo oscuro del male. Ho scelto di addentrami nell’argomento per poterne parlare non in modo superficiale. Ci sono stati momenti in cui mi chiedevo se avevo fatto la scelta giusta e quanto ciò mi avrebbe troppo coinvolto. È stato realmente un viaggio di tenebra scendere nel dark web e oggi non lo rifarei”. Scudeletti non lo dice, ma sta già pensando al quarto libro con Alessandro Onofri, il suo protagonista sempre in lotta con i propri fantasmi del passato, in cerca di un equilibrio interiore. I suoi lettori lo aspettano, fra il timore e la curiosità di scoprire quale nuova sfaccettatura del male l’autore vorrà raccontare. Nella foto: Mauro Bonciani, Massimiliano Scudeletti, Sylvia Zanotto, Maurizio Speciale

L'angolo del libro - “Marina” di Francesca Papp / Mostra di Angelo Rizzone

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Pittura e scrittura. L’inaugurazione di una mostra insieme alla presentazione di due libri. Tutto questo a Itaca, in via San Domenico, la residenza letteraria di Paolo Ciampi. La mostra di pittura si intitola “Il mare dentro”, opere di Angelo Rizzone, direttore della Libreria Gioberti con la passione per l’arte. I libri sono “Marina” di Francesca Papp, con le illustrazioni appunto di Rizzone (Edizioni Udom) e “L’in/cubo di Rubik” di Vincenzo Lauria, con la prefazione di Liliana Ugolini (La Vita Felice Editore). A rendere l’evento ancora più interessante, le letture di Riccardo Biffoli e l’accompagnamento alla chitarra di Federico Riondino. “Quando mi dedico ai quadri”, rivela Rizzone, “è sempre come entrare in una stanza dove trovo momenti solo per me, così i miei quadri sono spesso personali. I miei quadri hanno varie versioni, spesso in formati stretti. Questo è un paesaggio del sud (ndr il quadro nelle foto), perché mio padre era siciliano, di Montedoro, dove da bambino andavo sempre”. Come nasce il libro “Marina”? “Dal mio incontro con Francesca Papp in libreria. Mi disse che aveva visto i miei quadri su Instagram e, dato che stava facendo un libro sulle marine, mi chiese le illustrazioni”. Come scrive nella quarta di copertina Francesca Papp: “Le marine di Angelo Rizzone riproducono puntualmente i miei versi, combaciano con le mie memorie e con le immagini interiori dei testi e li vivificano, creando degli archetipi collettivi e donando luce e colore alla parola”. “I quadri di Angelo”, aggiunge l’autrice, “sono molto relazionali nel senso che ricercano proprio un contatto con chi li guarda, con l’intento di condividere delle emozioni profonde, in questo è il legame tra poesia e pittura”. A seguire, la presentazione de “L’in/cubo di Rubik”, cinquantaquattro poesie in cui Lauria rimanda al gioco di Rubik e allo stesso tempo a un incubo, come metafora dell’impossibilità di ordinare ciò che di per sé, la vita, non può essere mai ordinata perfettamente. 

L'angolo del libro - “Ebrrrea. Una storia bambina” di Adriana Giussani Kleinefeld

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Ebrrrea”. Sì, scritto proprio con tre r, a rafforzare il concetto intriso di disprezzo, è il titolo del libro di Adriana Giussani Kleinefeld edito l’anno scorso da Anpi e acquistabile on line. “Disse proprio così”, ricorda l’autrice, “in quel modo schifoso, una donna struccata col rimmel in viso e la sigaretta in mano mentre con mia madre le passammo accanto. Era l’estate del ’43, durante il primo bombardamento a Milano. Me lo ricordo bene”. Adriana detta Bibò, la madre di origine ebraica e il papà cattolico, era una bambina ebrea cristiana, perché battezzata frequentava il catechismo ma anche le sinagoghe. Aveva 6 anni e per la prima volta sentì uno stupore misto a spavento. Adriana adesso di anni ne ha 88, è madre di tre figli e nonna di due nipoti, da sempre attiva nell’Anpi e iscritta all’Aned, ma da poco tempo racconta i suoi ricordi, che vanno da quell’episodio per lei traumatico fino al 25 aprile 1945.“Questa storia non mi è mai stata raccontata dai miei genitori, né io l’ho ricordata con i miei figli, forse per la troppa sofferenza. Ho sentito questa necessità tre anni fa, quando sono venuta a Firenze per le Pietre d’Inciampo posate in memoria di Alberto e Pierluigi Guetta davanti allo stabile di Viale Vittorio Emanuele II ora Viale Fratelli Rosselli al numero 78. Erano i miei cugini, trucidati dai nazifascisti a Rancana, in Umbria, il 27 marzo 1944”. Come è stato mettere per iscritto la sua storia? “Una liberazione. Ho conosciuto a una conferenza lo storico Bruno Maida, autore di libri sui bambini nella Shoah. Ho pensato che nessun bambino nascosto lo aveva scritto, allora gli ho mandato due pagine, lui le ha lette e mi ha incoraggiato a continuare”. Maida ha poi scritto la prefazione del libro di Adriana Giussani, “Ebrrrea. Una storia bambina”, che contiene anche i cenni storici di Edgardo Bertulli, le note finali al testo e molte immagini. Il libro racconta, attraverso il punto di vista di Bibò, la sua fuga da Milano, con la sorellina Claretta, ancora troppo piccola per capire quanto stava accadendo, e la mamma. “Mi vergognavo. Di essere una bambina nascosta, senza nome e probabilmente ebrrrea”. I sentimenti, senza retorica, di una bambina in attesa di qualcosa di terribile che sta per accadere. Una bambina curiosa dei soldati tedeschi che le sembrano gentili, invece sono “cattivi. Cattivissimi. Ammazzano. Ammazzano anchei bambini”, le dice la mamma. Bibò, Claretta e la mamma si nascondonoa Treviso, poi a Firenze nel solaio della casa degli zii Guetta Dante e Irma, ma devono di nuovo fuggire e a Claretta rimane il giocattolo perso da Vittorio, il cugino coetaneo. Si rifugiano allora nel piccolo convento in Borgo Ognissanti, dove però le bambine vengono separate dalla mamma e seguono lunghi mesi di angoscia. Solo a Natale, in un altro convento a Mercatale in Val di Pesa, la rivedono. Finalmente riunite, la mamma e le figlie trovano l’ultimo nascondiglio a Milano in casa di amici fino al 25 aprile del 1945. In questa serie di eventi qual è l’immagine più traumatica? “Quando a Mercatale rividi mia madre vestita da suora. Pensai che non era più la mia mamma ma una suora, ero disperata, invece l’avevano nascosta in un altro convento”. A distanza di tanti anni che cosa prova verso Bibò, se stessa bambina nascosta? “Ancora adesso due cugini mi chiamano Bibò. Se ripenso alla bambina che ero, me la coccolo, mi fa pena. Ero diventata orfana, non sapendo nulla di papà e mamma. Ho ancora il quadernino nero, che mi regalarono le suore, dove scrivevo le mie preghiere e i miei pensieri, in particolare il desiderio di rivedere la mamma”. Il libro è dedicato “a coloro che conobbero la fuga e furono nascosti e salvati e a suor Anna Maria Cavallari che dorme il sonno dei Giusti”. “Suor Anna Maria Cavallari ci ha salvato. Ho poi saputo che ha nascosto ebrei e politici senza mai dire niente, nemmeno alle consorelle”. (ndr la famiglia Guetta citata nell’articolo è quella del nostro direttore David: Alberto e Pierluigi gli zii, Vittorio il padre, Dante e Irma i nonni).

L'angolo del libro - “Palloni e pedali”

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Trenta racconti uniti dalla passione per lo sport. In “Palloni e pedali” (Rudis Edizioni) i vari autori rendono omaggio a campioni del passato, ma la storia nota ha pari dignità di quella in una categoria minore, il campione ha la stessa umanità del gregario. Storie  di integrazione sociale, vicende familiari, ritratti personali. I campi di periferia si alternano alle strade polverose delle colline, calcio e ciclismo scoprono di avere talvolta la stessa anima. Cambia lo scenario, ma la sensibilità degli autori si rivolge a chi pedala e tifa con il cuore. Tra sogni giovanili, bar di provincia e radioline, ogni storia è un piccolo ritratto nella storia d’Italia. Dal Giro raccontato dal nonno al primo gol segnato su un campo sterrato, questi racconti rivelano la poesia nascosta dietro ogni affondo in bici e ogni pallone calciato.Un omaggio alla fatica, alla gloria e alle passioni che uniscono intere generazioni. Ne abbiamo parlato con Riccardo Colucci, autore di uno dei racconti, intitolato “Undici metri”, dedicato, come si desume, a un calcio di rigore. “Ho immaginato un derby Antella – Grassina”, spiega Colucci, “l’idea mi è venuta perché la settimana prima avevo visto una partita del Grassina con un rigore sbagliato, quindi l’episodio raccontato nella mia storia in cui il rigorista va sul dischetto e nella partita precedente aveva sbagliato un rigore era successo davvero”.Gli undici metri che separano il rigorista dal portiere sono una distanza lunga anche per l’attesa del tiro … “Volevo appunto rendere la competizione silenziosa tra il rigorista e il portiere, i pensieri dell’attaccante prima di calciare, la sua solitudine, in quel momento è solo contro tutti, ha il cento per cento della responsabilità, è tra la gloria e il fango, se fa gol o lo sbaglia”. Altro personaggio è il compagno che rifiuta di tirare il calcio di rigore. “Quel compagno è come l’amico che non se la sente e ti lascia solo in un momento difficile. Lo sport, nel mio specifico il calcio, è un po’ una metafora della vita”. Gli altri racconti sono di Antonio Andriani, Attilio Andriolo, Luca Baglioni, Fernando Bassoli, Luigi Damiano Battistoni, Andrea Bisighin, Luisa Campatelli, Christian Cominelli, Giovanni Dalla Zuanna, Fausto Del Vecchio, Maria Concetta Di Leo, Paolo Filidei, Paolo Forni, Mario Gallotta, Rossella Rosa Gregorio, Ernesto Iezzi, Rino Maiorino, Arnaldo Manuele, Gino Mariani, Maria Rita Merlo, Ilaria Montesi, Domenico Occhipinti, Antonio Primo, Paolo Pupo, Pietro Rainero, Giulio Ricci, Ludovico Serra, Beatrice Sillani, Elio Vassallo.

L'angolo del libro - “Firenze in bici” di Mauro Bonciani

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Una guida insolita e accurata per conoscere o riscoprire Firenze in un modo lento e consapevole, fermandosi a osservare. L’ultimo libro di Mauro Bonciani, Firenze in bici (Le Lettere), con una prefazione di Paolo Ciampi, è un omaggio alla città, vista da una prospettiva diversa. “Ho unito due mie passioni, Firenze e la bicicletta”, dice l’autore alla presentazione del volume nella Sala Pegaso del Palazzo Strozzi Sacrati, sede della Giunta regionale, con Eugenio Giani, Presidente della Regione Toscana, Giovanni Bettarini, assessore alla cultura del Comune di Firenze, Giulia Bacci Tirinnanzi, storica dell’arte e guida turistica, a moderare Giacomo Guerrini. Una guida adatta a tutti, singoli e famiglie, per ogni età. Dieci itinerari a Firenze, più cinque fuori in collina come appendice. L’autore indica dove sono le piste ciclabili, localizza altri dettagli utili come i fontanelli. Ogni itinerario ha il qr-code per consultare le mappe on line, quindi è possibile seguirlo  come se fosse un gps. L’autore, e con lui il lettore, pedala lungo l’Arno, attraversa il parco delle Cascine arrivando ai Renai, poi l’Oltrarno, il centro e i grandi musei, le basiliche e la sinagoga, il Viale dei Colli, i viali del Poggi, le ville medicee, le Cure e Settignano, Pian dei Giullari e le colline. L’itinerario più lungo è quello sull’Arno, 12 chilometri. “Nei miei libri cerco sempre di far scoprire o riscoprire ai fiorentini e ai turisti tessere del mosaico di Firenze”, spiega Bonciani, “qui la bicicletta è una scusa, anche per sottolineare come Firenze sia migliorata nella mobilità ciclabile, con le sue piste, rispetto a vent’anni fa. A storia, arte, monumenti, cultura, unisco anche un po’ di natura come nell’itinerario sull’Arno”. L’itinerario che sta più a cuore? “Due. Quello che porta alle ville medicee e quello allo Stibbert”.Nella foto: Giulia Bacci Tirinnanzi, Eugenio Giani, Mauro Bonciani, Giacomo Guerrini

L'angolo del libro - “La sindrome di Ræbenson” di Giuseppe Quaranta

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Esordio letterario notevole quello di Giuseppe Quaranta, finalista come testo inedito al Premio Calvino nel 2023 con “La sindrome di Ræbenson” (Blu Atlantide) presentato con Alessandra Fineschi alla Libreria L’ornitorinco, aperta da tre anni e che deve il suo nome, come spiega Lilith, la libraia, al fatto che l’ornitorinco “è unico nel suo genere, come tanti animali insieme, senza rientrare in una categoria specifica”. Quaranta è uno psichiatra e la storia è appunto narrata in prima persona da uno psichiatra, testimone del crollo nervoso di un collega di studi e amico, Deltito, il quale comincia a parlare di uno strano gruppo di persone, i ræbensonologi, che studiano chi è affetto da questa malattia sconosciuta. Nel libro viene toccato il tema della psichiatria, della necessità di sistematizzare le malattie. “Considerato il mio lavoro, ho pensato che i miei primi protagonisti narrativi sarebbero stati dei disturbati mentali”, dice Quaranta. Quali sintomi ha la malattia narrata nel libro? “Perdita della memoria a breve termine, alterazione dei colori, convinzioni deliranti come il pensiero di essere immortale. Quando viene ricoverato in una struttura psichiatrica, Deltito dice che si tratta della sindrome di Ræbenson”. Esiste veramente? “Non esiste, ma è possibile. Nessuno gli crede perché non è certificata. Alla base di questo libro c’è la critica alla diagnosi psichiatrica, viene messa in discussione”. In quale casistica può rientrare questo libro? “Ho cercato di combattere la forma convenzionale del romanzo coi dialoghi che portano avanti la storia, quindi portarlo nel territorio scientifico insieme a elementi saggistici e documentari. Direi quindi una prosa narrativa di andamento discorsivo e filosofico”. Narrativa e cura si assomigliano? “C’è chi dice che la narrativa è un fatto non tanto verbale quanto cosmologico, cioè se tu hai dentro di te un mondo pronto per essere partorito, poi le parole per descrivere questo mondo ti arrivano. È un po’ come la cura, quando io ho di fronte un paziente e non gli so fare una diagnosi, non arriverà mai la terapia. La terapia arriva quando ho compreso chi ho davanti e la stessa cosa è la narrativa”. Che cosa è la depressione? “La depressione è una sorta di fermata in cui scendi in un deserto privo di stimoli e ti aggrappi a qualcosa di familiare con tutto te stesso”. Perché la condanna all’immortalità? “È uno dei sintomi della sindrome di Ræbenson, ma riguarda tutti i pazienti psichiatrici, il depresso, lo psicotico, temono il tempo della malattia perché lo vivono come se fosse infinito. Il paziente psichiatrico vede il mondo in un modo alterato, convinto che quella crepa che non ha riparato nel muro farà crollare la casa”. Nella foto Alessandra Fineschi, Lilith e Giuseppe Quaranta

L'angolo del libro - “Sì viaggiare” di Aldo Campostrini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Dedicato “a tutti quelli che si sentono viaggiatori. E a tutti quelli che, magari leggendo questo libro, potrebbero diventarlo”. “Sì viaggiare” di Aldo Campostrini, acquistabile su Amazon, invita ai viaggi consapevoli e rispettosi delle tradizioni e delle popolazioni, cercando il più possibile l’integrazione con le realtà locali, “con l’atteggiamento dello studente e non del professore, che è la grande differenza che distingue un viaggiatore da un turista”. Il libro è un diario di vita, dai primi viaggi con gli amici a quelli con la famiglia, da quelli autonomi a quelli con Avventure nel Mondo, per un totale di diciotto intercontinentali in ordine cronologico dal 1984 al 2024, con il mondo cambiato dall’avvento di internet e non solo. È un viaggio nei ricordi dell’autore, il sottotitolo è “Racconti, aneddoti e riflessioni”. Posti come Samui in Thailandia, dove, colpito nel 1986 dalla bellezza e semplicità del luogo, per un certo periodo Campostrini pensò di trasferirsi per aprire una gelateria. Il “camino inka” dal lago Titicaca a Machu Picchu nel 1988: “Il Perù mi ha aperto il cuore e la mente”. Nel quartiere di Jesus Maria a Lima Campostrini entra per la prima volta in contatto con un mondo diverso dal nostro. Impressionato da Cuzco, l’ “ombelico del mondo”, ci tornerà nel 1995. Poi il Messico, il Brasile, in Amazzonia dove mangia i piranha appena pescati e assiste alla cattura dei coccodrilli, la meraviglia davanti alle Cascate di Iguazù. In Cina con ANM, il formarsi di amicizie durature con i compagni di viaggio. L’India è un “cazzotto nello stomaco” tra magnificenza e degrado, lusso e povertà, spiritualità e crudeltà. In Africa il safari nella savana del Botswana con l’incontro ravvicinato con un elefante. La luna di miele in Nepal, “il Paese del sorriso” con Bishnu come guida, un ragazzo poi diventato amico negli anni in cui sarebbe venuto a lavorare in Corsica. In Patagonia lo spettacolo del ghiacciaio Perito Moreno. Poi gli Stati Uniti, il Canada, il Marocco. L’esperienza da Coordinatore di ANM a Istanbul e in Cappadocia, a Petra in Giordania, in Bolivia, in Sudafrica: “ogni nostro gruppo rappresenta una piccola comunità nomade, che ha scelto di condividere democraticamente un’esperienza intensa, un’avventura con persone appena conosciute”. Che cosa è il viaggio? “Per me è la maniera per confrontarmi con le altre culture, sempre considerando che sono ospite, quindi devo essere io ad adeguarmi al loro modo di vivere”. Si legge il libro e viene voglia di viaggiare con Campostrini. Dove e quando il prossimo viaggio? “In Brasile dal 22 agosto al 7 settembre”. 

L'angolo del libro - “Guilty, Burn for love” di Rokia

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Seduta in quel caffè sotto i portici, la ragazza col velo blu parla con un’amica. Una ragazza come tante, sembrerebbe, se non fosse che, uscita dal locale e svoltato l’angolo, una fila di ragazzine è lì ad aspettarla.“Rokia! Rokia!”, gridano. Strillano, battono le mani come a un concerto, ma lei non è una cantante. Né indossa capi firmati, porta con disinvoltura stivali neri, jeans e una camicia a maniche lunghe a righe verticali bianche e celesti. Lei è Rokia e scrive libri. Al firmacopie alla libreria Feltrinelli in piazza della Repubblica seicento ragazzine in coda, alcune con un girasole, un tulipano blu o una rosa bianca in riferimento ai suoi romanzi, aspettano quella che per loro è molto di più di una scrittrice. Tengono tra le mani tutti e quattro i suoi libri, per farglieli firmare con dedica personalizzata, anche se lei sarebbe lì nello specifico per l’ultimo uscito, “Guilty, Burn for love” (Magazzini Salani). Come il precedente, “Guilty, Drunk in love”, è un romance fantasy e narra la storia di Arthur, principe di un distopico Regno d’America da cui è stato ripudiato. Rifugiatosi in Groenlandia, Arthur si innamora di una ragazza comune, la salva dal suicidio e, insieme a lei, si appresta a combattere per riprendersi ciò che gli spetta. Rokia, ventiseienne bergamasca nata da genitori marocchini immigrati in Italia e laureata in infermieristica, sorride anche con gli occhi, saluta ed entra in libreria. Delle ragazzine in fila sembrano lei, forse vorrebbero essere come lei che ha iniziato a quindici anni a raccontare le sue storie su Wattpad, il social network di lettura, quasi per gioco, con lo pseudonimo di Clarine Jay, raggiungendo milioni di lettori. “Ho scoperto Rokia grazie a una mia amica”, dice Matilde, tredici anni, nelle mani i libri sottolineati e pieni di post-it colorati, “È una lettura scorrevole e facile, ma allo stesso tempo trasmette varie emozioni. Ce li ho tutti i libri di Rokia”, Matilde mostra i grossi volumi, “e il mio preferito è The Truth Untold, perché è quello che ho letto per primo. Sottolineo le frasi emozionanti, le scene divertenti e quelle tristi. Fa vedere i vari punti di vista dei personaggi che parlano in prima persona e io mi sento dentro la storia”. Anche Giulia ha tredici anni, dopo tre ore di coda è tra le prime al firmacopie e tra pochi minuti toccherà a lei: “Ho aspettato con altre ragazze che conoscevo, ma ho fatto anche nuove amicizie. Le ho dato una letterina scritta da me. L’avevo già vista un anno fa, ma averla davanti è stato emozionante, perché in lei rivedo i personaggi dei suoi libri. È disponibile e interessata a quello che noi, le sue lettrici, le dicevamo. È una persona speciale. Quel giorno era il mio compleanno, quindi mi ha fatto gli auguri, mi ha chiesto quali fossero i miei libri e personaggi preferiti”. Sai già che cosa vuoi fare da grande? “Vorrei fare la scrittrice, perché è stupendo poter trasmettere un messaggio attraverso la scrittura. Quando scrivo, mi sento libera”. 

L'angolo del libro - “Il giornalismo ha un futuro” di Carlo Sorrentino

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Le cinque W (who, what, when, where, why) hanno ancora un senso nel giornalismo? “Il chi, che cosa, quando, dove, ormai noi lo sappiamo, sentito per strada o in altro modo, quindi ai giornalisti rimane il perché, a cui aggiungo il while, il mentre, perché sono chiamati a raccontarci le cose nel loro evolversi. Il giornalismo è una storia che non finisce mai, perché continua tutto il giorno ed è ancora questo il fascino di questo mestiere”. Alla domanda risponde Carlo Sorrentino, professore di Sociologia dei processi culturali e di Giornalismo e sfera pubblica all’Università di Firenze, alla libreria Feltrinelli in piazza della Repubblica per presentare “Il giornalismo ha un futuro” (Il Mulino) con Cristina Privitera, vicedirettrice de La Nazione, e Raffaele Palumbo di Controradio. Ma, appunto, come sarà il giornalismo del futuro? “Le breaking news, le notizie immediate, in un prossimo futuro saranno prodotte dall’Intelligenza artificiale, quindi il giornalista si occuperà di meno cose ma in modo più articolato, con più sfumature, con un lavoro simile a quello di un ricercatore universitario per l’approfondimento e la capacità di analizzare i dati. Chi lo fa dovrebbe sentire l’orgoglio di questo mestiere, però ci vuole un sistema economico che lo permetta, un modello di business diverso da quello attuale che, a livello mondiale, vede l’80% della pubblicità nelle mani di Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft”. Come è cambiata l’informazione con internet? “L’ambiente digitale ha invertito la logica attraverso cui ci informiamo. Siamo stati abituati per secoli a consumare dei contenitori ovvero il quotidiano, il tg, il gr, invece nell’ambiente digitale consumiamo singoli contenuti che ci arrivano puntualmente sui nostri device, sullo smartphone più o meno per tutti. L’informazione è come l’aria che respiriamo ed è un problema perché, come l’aria, anche l’informazione è inquinata, però c’è uno scarto, mentre siamo preoccupati dell’aria inquinata, non lo siamo per l’informazione, invece è una questione vitale per tutti, fondamentale per la questione sociale”. Per i rapporti sociali? “Faccio un esempio. Oggi Peppone e Don Camillo non potrebbero litigare, perché si informerebbero su piattaforme diverse, quindi non avrebbero informazioni in comune e questo è un male”. Con la possibilità di realizzare video all’istante tutti possono essere giornalisti? “La notizia deve avere un processo di verifica, di capacità di lettura e interpretazione. La differenza tra l’atto giornalistico ed essere giornalista è questa. Se una ragazzina di diciassette anni negli Stati Uniti riprende George Floyd mentre viene immobilizzato dal poliziotto che lo uccide, se riprende quella scena e quel video riceve il premio Pulitzer, quella ragazzina non per questo è una giornalista, perché tutti possiamo compiere l’atto giornalistico. Il lavoro del giornalista è un’altra cosa, è selezione, verifica per capire la fondatezza e l’affidabilità delle fonti, è interpretazione della realtà”. Quali sono i confini di questa professione? “Non lo so. Il giornalismo prima trasportava un contenuto da una fonte a un pubblico, ora non è più necessario. È un po’ come fare la raccolta differenziata dei rifiuti. Il giornalismo dovrebbe essere più eccentrico, fare più mosse del cavallo. il giornalista ora deve raccontare il perché”.  (Nella foto Raffaele Palumbo, Carlo Sorrentino e Cristina Privitera)

L'angolo del libro - “Il piccolo tour” di Leonardo Lastilla

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Nel 2025 è ancora possibile il Grand Tour ottocentesco? A questa domanda risponde Leonardo Lastilla, scrittore (“Fiori di loto” la sua prima raccolta poetica) e docente, con il suo ultimo libro, “Il piccolo tour” (BZbooks Editore) presentato alla Libreria Salvemini con Jacopo Chiostri. “Tenevo un corso su scrittori americani dell’Ottocento che venivano in Italia e soprattutto a Firenze nel famoso Grand Tour e ho voluto aggiornare quel fenomeno sociale e culturale al tempo di oggi”, spiega Lastilla, “solo che è diventato un piccolo tour perché molte cose sono cambiate da allora, in particolare il mondo si è fatto più piccolo, la capacità di viaggiare è molto più facile rispetto a quei tempi. Volevo vedere se nel nuovo millennio era possibile, per un’amante dell’arte come la protagonista del romanzo, riuscire ancora a provare le stesse sensazioni, della cultura, della bellezza di una città come Firenze che non è più come quella nell’Ottocento”.  La protagonista Allison, di Prescott, Arizona, viene a vivere a Firenze e si innamora di un ragazzo italiano. Nel suo anno di studio le capitano molte vicende che la fanno crescere, trasformando la sua vita. Un romanzo di formazione, dunque, ma chi è Allison? “Una ragazza diversa dai suoi coetanei. Lei cerca nell’arte la chiave di interpretazione della realtà. La sua grande immaginazione la porta quasi a voler diventare il personaggio ritratto. I quadri scelti riflettono gli eventi che le accadono ed è la conoscenza che l’aiuterà nelle sue scelte”. Ogni capitolo, infatti, è introdotto da un quadro di Magritte, Bronzino, Caravaggio e altri, ma perché una donna come protagonista? “Mi sono ispirato a due eroine di Henry James, ovvero Isabel Archer di Ritratto di signora e Daisy Miller, le ho fuse ed è nata Allison, immaginandola come una ragazza amante dell’arte nella Firenze di oggi”. E com’è la Firenze di oggi? “Una Firenze diventata ormai più da consumare che da vivere, che pensa solo a guadagnare soldi dai suoi turisti. Il libro invita i lettori a riscoprire ciò per cui Firenze è conosciuta nel mondo cioè la bellezza, l’arte e soprattutto l’idea di viverla e farne esperienza per quello che ha da offrire e non per il turismo a tutta velocità”. Questo libro ha una storia particolare … “Sì, fa parte di una trilogia che ho chiamato dell’anima, in quanto ogni libro riflette su una A ovvero l’amore (Una donna, un uomo), l’autenticità (Sotto l’ombrellone) e questo, appunto, l’arte”. Che cosa è la scrittura? “Per me il modo di esprimere la mia visione del mondo, della realtà. Le storie nascono dentro di me, poi ci penso continuamente finché non vengono fuori”. 

L'angolo del libro - “Volevo solo giocare a pallone” di Luigi Sacchetti

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

(Nella foto Antognoni, Valcareggi, Caselli, Sacchetti e Fabiano)La storia di un ragazzo normale, nel calcio di una volta. Con “Volevo solo giocare a pallone” (Absolutely Free Libri), Luigi Sacchetti si rivolge non solo ai tifosi della Fiorentina e del Verona, ma a tutti coloro che hanno a cuore i sani valori dello sport. Alla libreria Libraccio, Gigi Sacchetti ne parla con il giornalista Lorenzo Fabiano, con cui ha scritto il libro il cui ricavato andrà alle attività dell’Associazione Ex Calciatori Hellas Verona, Giancarlo Antognoni il Capitano, Furio Valcareggi e Paolo Caselli a moderare l’evento. “Mi piacerebbe che qualche genitore e figlio capisse che i sogni si realizzano con tanti sacrifici e umiltà”, dice Sacchetti, “restando legati ai valori coi quali si cresce. Mi piacerebbe trasmettere una sensazione di bellezza, di gioia, di fare qualcosa solo per la passione. Se un bambino ha un sogno e cerca di realizzarlo mettendoci passione e determinazione, allora da qualche parte può andare, ma se pensi che lo fai solo perché dopo guadagni, diventi un personaggio, abbiamo capito poco. La sconfitta e la vittoria sono la stessa faccia di una medaglia”. Il ragazzo di Calabria ricorda la spiaggia di Calamizzi dove è sempre tornato. “Per me è stata come un’università, perché lì si giocava a pallone, si studiava, si davano i primi baci, una scuola di vita, tutte le estati ritrovavo l’umiltà di quelle persone, tutti mi hanno insegnato qualcosa”. Tra le persone sedute al Libraccio Sacchetti riconosce volti amici fiorentini di anni addietro, poi una signora si alza e lo abbraccia, è la cugina calabrese che deve andare via prima per prendere il treno per tornare a casa. Ma quanti luoghi del cuore ha Gigi Sacchetti? “La copertina del libro riassume la mia storia: il mare della mia terra, la Calabria, io con la maglia della Fiorentina perché a Firenze sono cresciuto, maturato e poi c’è lo scudetto col Verona. Una vita meravigliosa perché il gioco del pallone è la cosa più bella che un bambino possa sognare”. Aneddoti e ricordi. “Dopo il secondo posto nel 1982 il Conte Pontello fece una festa nella sua villa per ringraziarci del campionato, venne da me, mi poggiò una mano sulla spalla e mi disse: Sacchetti, lei è il futuro della Fiorentina! Io ero un ragazzo, andai in vacanza, ma pochi giorni dopo mi arrivò una telefonata per dirmi che andavo al Verona”. Dove vinse lo scudetto. “Per vincere al calcio ci vogliono corpo e anima: noi al Verona avemmo entrambe. Venivamo da un quarto e un sesto posto, ci mancava qualcosa per andare oltre e arrivarono Briegel ed Elkjaer che ci fecero fare il salto di qualità”. Sono passati quarant’anni e Sacchetti vive a Verona. “Quando vincemmo lo scudetto non avevamo capito quello che avevamo fatto, ma ancora oggi, dopo quarant’anni, ci accorgiamo che la città ci ama, ci ferma per strada, quotidianamente ricevo l’abbraccio dei tifosi se faccio una passeggiata in centro, coi compagni ci sentiamo sempre”. Il maggiore pregio di Bagnoli? “Lo chiamavamo the sound of silence perché riusciva a dirti tutto quello che dovevi fare in campo senza parlare, lui ti guardava e tu avevi già capito che cosa voleva da te. Quello era il suo più grande pregio: non aveva bisogno di parlare”. Che giocatore era Sacchetti? “Giocare rispecchiava la persona che ero e spero di essere ancora, la generosità in campo, correre, aiutare chi è in difficoltà, me lo sono portato nella vita di tutti i giorni. Quello che ero in campo lo ero anche nella vita, volevo gioire delle piccole cose, è stato questo il mio cammino”. 

L'angolo del libro - “Partire è un po’ morire” di Luigi Bicchi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Fine estate, Siena, il Prato di Sant’Agostino. Inizia così il nuovo romanzo di Luigi Bicchi, “Partire è un po’ morire” (Betti Editrice) presentato alla Libreria Gioberti. Bicchi abbandona momentaneamente il protagonista abituale dei suoi libri, il maresciallo Casati, per dare il via a una serie di storie con personaggio principale una giornalista, Costanza Brori. “Il personaggio di Costanza è già apparso nei libri del maresciallo Casati in quanto sua amica d’infanzia”, spiega Bicchi. “Costanza è liberamente ispirata a Katiuscia Vaselli, direttore di Siena News, ma le sole cose reali sono la sua volontà di farsi chiamare direttore, non direttrice, e le due gattine, tutto il resto è inventato”. Perché cambiare protagonista? “Volevo raccontare più cose rispetto all’inchiesta pura e semplice di un giallo. Ci sono così nello stesso periodo più storie: l’eccidio di una pattuglia di carabinieri, l’arrivo a Siena di un’influencer, la presenza nella stessa trattoria di un assessore regionale, un direttore di banca e un imprenditore, che tra l’altro vanno a vedere uno spettacolo di Alessandro Calonaci. Costanza Brori racconta queste vicende”. Perché questo titolo? “Partire è un po’ morire perché Costanza è una giornalista d’inchiesta che lavora a Milano, però la nostalgia senese è un po’ canaglia, siamo peggio dei brasiliani, così lei ritorna a Siena come free lance e, quando le viene proposto di assumere la direzione di un giornale che era fallito, accetta”. Si parla anche di contrade e palio? “Solo come fatto di calendario, perché del palio può scriverne solo chi lo fa, chi lo vive e chi ne cura la storia”. Quindi questa è solo la prima inchiesta di Costanza Brori? “Sì, ho già pronta la seconda storia, uscirà il prossimo anno”. 

Premio Artusino 2025: trionfano Lepri e Gamannossi

Lepri intreccia storie familiari e tradizione gastronomica, mentre Gamannossi celebra la cucina toscana a chilometro zero e la sostenibilità ambientale

Roberta Lepri, con DNA Chef (Voland), e Andrea Gamannossi, con Uscio e Bottega (Carlo Zella Editore), sono i due vincitori ex aequo della quarta edizione del Premio Letterario L’Artusino. La proclamazione è avvenuta ieri sera durante una serata speciale organizzata presso il ristorante L’Artusino di Cerbaia. Alla cerimonia hanno partecipato, tra gli altri, il sindaco di San Casciano, Roberto Ciappi, e Maria Concetta Salemi, vincitrice dell’edizione 2024, che ha premiato i partecipanti.Al terzo posto ex aequo si sono classificati i seguenti libri: Chianti di Zeffiro Ciuffoletti e Paolo Storchi (Kellermann), Racconti & Ricette di Leonardo Romanelli (Aska), e Dolce Firenze & Toscana di Veronica Triolo (Nuova Editoriale Florence Press).Quest’anno, la giuria – composta da Francesca Tofanari, Paolo Ciampi, Paolo Mugnai, Paolo Pellegrini e Milko Chilleri – ha selezionato cinque libri, dopo un percorso di approfondimento dedicato al tema letterario del biennio.La giuria di quest’anno ha scelto di premiare due opere che si distinguono per la loro diversità: DNA Chef, un romanzo che fonde narrativa e simbolismo culinario, portando il lettore in un viaggio tra radici familiari e tradizione gastronomica; e Uscio e Bottega, un ricettario che, attraverso il cibo, celebra il territorio e la sua cultura autentica, con un forte legame alle radici locali e alla sostenibilità."San Casciano è un territorio ricco di luoghi di cultura e appuntamenti significativi. Per me è un vero piacere trovare la cultura anche all'interno di un ristorante: un percorso riuscito che, come amministrazione, ci riempie di orgoglio. Qui, infatti, le parole si uniscono al cibo in un legame che va oltre la tavola", ha dichiarato il sindaco Roberto Ciappi. Le motivazioni della giuria sui libri vincitoriDNA Chef (Voland)Ambientato tra le Isole Tremiti e la Maremma, DNA Chef intreccia storie familiari e la simbologia della cucina. Al centro della narrazione c'è il legame profondo tra i protagonisti e un’eredità gastronomica che si trasmette nel DNA. La cucina diventa un simbolo di identità, tradizione e continuità, unendo passato e presente. Roberta Lepri racconta con intensità storie di amore, lacerazioni e radici familiari, offrendo una narrazione coinvolgente e ricca di riflessioni.Uscio e Bottega (Carlo Zella Editore)Un’opera che celebra il prodotto e il territorio, valorizzando le ricette toscane a chilometro zero. Con 100 ricette che promuovono il ritorno alle tradizioni gastronomiche locali, il libro risponde alla crescente necessità di sostenibilità ambientale. Gamannossi propone una cucina sana, fatta di ingredienti freschi e privi di additivi, contrastando i cibi precotti e confezionati tipici del fast food. Un messaggio che l’Artusino accoglie con convinzione.

L'angolo del libro - “Portofino blues” di Valerio Aiolli

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un giallo italiano. Fu davvero una disgrazia? L’8 gennaio 2001, verso le sette di sera, nel giardino di Villa Altachiara a Portofino, scompariva la contessa Francesca Vacca Agusta. Una ventina di giorni più tardi il suo cadavere venne ritrovato in mare, a pochi metri da una baita in Costa Azzurra. Cadde accidentalmente dalla rupe o qualcuno la spinse? Da questo caso, che all’epoca fece scalpore e tuttora si ricorda, nasce l’ultimo romanzo di Valerio Aiolli “Portofino blues” (Voland), candidato al premio Strega e presentato al Centrolibro di Scandicci con Simone Innocenti, che collabora con La Lettura, inserto culturale del Corriere, ed è cronista di nera e giudiziaria e lui stesso scrittore. “Era una storia pazzesca, multistrato, con tanti punti per raccontarla e tutto quello che ci sta intorno”, esordisce Aiolli. “Una storia di mistero classica, quasi da Agatha Christie, perché ci sono tre persone chiuse in una villa meravigliosa, su un puntone di roccia che guarda da un lato uno dei borghi marinari più belli del mondo e dall’altro il mare, e una notte d’inverno una di quelle persone sparisce. Chi erano quelle persone, molto diverse l’una dall’altra, e come erano arrivate lì?” Un romanzo con due parti interconnesse, il dentro e il fuori, come dice Innocenti. Il dentro è ciò che accade nella villa l’8 gennaio e il fuori è l’Italia del tempo, tra amori, droga, eredità milionarie. Il ritratto di un mondo e di un’epoca attraverso i protagonisti, a cominciare da Francesca Vacca Agusta, la commessa diventata contessa per avere sposato un conte intorno agli anni Settanta, entrando così in una famiglia tra le più ricche d’Italia. “La narrativa seria non narra storielle per intrattenere, ma storie per raggiungere grandi o piccole verità umane e questi personaggi mi davano l’occasione per provare a raccontare qualcuna di quelle verità”. La morte della contessa è sempre stata considerata, dagli inquirenti e dal punto di vista storico del romanzo, una disgrazia, ma Aiolli lavora sul grande dubbio se lo fu davvero. “Su questa vicenda non c’è mai stato un processo, né degli indagati, ma solo delle persone informate sui fatti, alla fine il pubblico ministero archiviò la pratica. Mentre cercavo di dare ordine alla grande massa di materiale dei giornali dell’epoca, dei canali raggiunti dal computer, dei libri scritti dai protagonisti, dei filmati e le trasmissioni radiofoniche, mi colpì una frase della giovane sostituta procuratrice, morta pochi anni dopo: questa vicenda è un collage. Ascoltando le versioni di Tirso, di Susanna, della cameriera Teresa e di chi partecipò alle ricerche della contessa, vide che ognuno diceva una verità, ma non c’era un quadro preciso. Decisi così di raccontare questa storia per piccoli brani, anche delle vicende lontane dalla villa ma che riguardano quell’ambiente, come il Messico e Maurizio Raggio, che aveva effettuato operazioni di riciclaggio del tesoro del partito socialista”. Scrivere una storia con protagoniste delle persone ancora vive che cosa comporta? “Servono equilibrio e incoscienza, applicando le armi della letteratura. Sono tratti dalle persone vere, ma sono personaggi di un libro. Quando entri nella testa o, come dicono gli inglesi, nelle scarpe di qualcuno che non sei te, c’è sempre il rischio di sbagliare trovando una voce che non sia quella adeguata nella ricostruzione che tu fai o paradossalmente trovi la voce reale. Difficile dire cosa io abbia raggiunto”. 

L'angolo del libro - “Le mura sorde” di Gabriella Nocentini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Si pensa sempre che quei luoghi siano lontani dal nostro territorio, invece no”. La professoressa Gabriella Nocentini si riferisce a Villa La Selva, un edificio nei pressi di Ponte a Ema, nel comune di Bagno a Ripoli, campo di internamento (o concentramento, “ha lo stesso significato di persone isolate in un punto preciso”) negli anni 1940-1944. Ne parla alla Casa del Popolo “Tre Pietre” in via Carlo Del Greco, dove presenta il suo ultimo libro “Le mura sorde” (apice libri) con Tamara Tagliaferri, consigliera ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi di concentramento) Firenze e Giovanna Cini, presidente sez. ANPI A.M.E. Agnoletti. “In Italia campi come Villa La Selva ce ne sono stati una cinquantina”, spiega Nocentini, “e non si possono assolutamente paragonare ai lager nazisti, ma dopo l’8 settembre 1943 divennero campi di transito per quei lager e Villa La Selva lo fu per Auschwitz e Bergen-Belsen”. Come fonti, l’autrice si è avvalsa dell’archivio storico del Comune di Bagno a Ripoli e dell’archivio di Stato di Firenze, si è confrontata con gli studi dei principali storici sull’argomento e ha raccolto otto testimonianze. Le fotografie arricchiscono il volume, già di per sé documento storico e di valore civile. La villa, requisita alla famiglia ebrea Ottolenghi, dal 1940 fu appunto sede di un campo di internamento. Come si svolgeva la vita lì dentro? “Era regolata da circolari ministeriali, non c’era il filo spinato ma le guardie sì. Un sovraffollamento con 220 posti letto, servizi igienici carenti, tubature gelate, mancanza di stufe, ambienti sporchi con parassiti”. Dopo l’8 settembre ‘43 sotto la Repubblica sociale italiana diventò campo di concentramento provincialeper ebrei. “Con la carta di Verona e l’ordinanza di polizia numero 5 si dichiarò che tutti gli ebrei dovessero essere concentrati in appositi campi e Villa La Selva diventò quello della provincia di Firenze”. Che Firenze era? “Firenze si distinse per la presenza del commissario prefettizio agli affari ebraici Giovanni Martelloni, che non si occupò solo del sequestro e della gestione dei beni ebraici ma procedeva personalmente agli arresti. Poi c’era Mario Carità, del reparto servizi speciali della polizia politica, che con una rete di delatori operava a Villa Triste dove si torturava e uccideva, la sua famigerata banda si occupò non solo della caccia ai partigiani ma anche agli ebrei”. Il campo fu liberato il 9 luglio 1944 dai partigiani della Brigata Rosselli. Nel libro sono pubblicati i nomi degli internati a Villa La Selva: “per uscire dalla massa indistinta di numeri e percentuali, anche se tanti forse neppure scritti correttamente perché stranieri”. Dopo la liberazione del 25 aprile del ’45 che cosa accadde? “La villa ospitò ebrei provenienti dai lager nazisti di tutta Europa e, dai sopravvissuti alla shoah, nella villa si formarono nuove famiglie. Negli anni Ottanta la villa è stata venduta e oggi è divisa in appartamenti privati. La targa che la commemora non è molto visibile”.Villa La Selva è diventata un luogo di memoria? “No, perché pochissimi ne conoscono la storia, i risultati della storiografia arrivano con difficoltà alla consapevolezza e alla memoria di una collettività”. 

L'angolo del libro - “La stagione delle anime fragili” di Francesca Tofanari

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

L’AperiLibro alla Libreria Claudiana è sempre un’ottima occasione per stare insieme all’autore di turno, brindare, conoscere nuove persone. L’evento con Francesca Tofanari, che ha presentato il suo ultimo romanzo “La stagione delle anime fragili” (Bonfirraro Editore), è stato divertente e l’autrice ha risposto anche alle domande degli intervenuti. Il libro inizia con il drammatico incidente ad Andrea, professore di filosofia all’Università di Firenze. Mentre il padre è in coma, Giulia, la figlia adolescente, scopre sul suo cellulare dei misteriosi messaggi di una donna memorizzata come “S”. Fingendosi il padre, Giulia risponde a quei messaggi instaurando un rapporto con la donna sconosciuta. Il titolo del libro contiene due parole significative, “stagione” e “fragili”. Che cosa intende? “Le stagioni della vita perché i personaggi principali sono due donne con età diverse. La fragilità perché riguarda tutti, loro in particolare, ma anche Andrea, in quanto perdono le loro certezze e saranno costretti a mettersi allo specchio per chiarire un amore idealizzato, per capire che cosa li lega, anche agli altri, e dovranno fare una scelta”. Come nasce questa storia? “La classica storia nel cassetto che aveva bisogno di maturare nei personaggi e nella scrittura. Il cassetto ogni tanto si schiudeva e riapriva, fino a quando i personaggi hanno camminato con le proprie gambe”. Autrice di volumi di storia fiorentina e di gialli, che differenza ha trovato nello scrivere questo romanzo? “Essendo un romanzo più introspettivo è più complesso, perché bisogna anche guardarsi dentro, esprimere dei sentimenti non necessariamente legati alla propria esperienza ma che in qualche modo ci riguardano. Si scava più a fondo, pur non essendo una storia personalmente vissuta”. Una storia più realistica o fiabesca? “Più realistica, almeno dai riscontri che sto avendo, perché alcune persone si riconoscono in certe situazioni, come ripensare dopo anni a un ragazzo o ragazza conosciuta tanti anni prima, a un amore estivo. Il personaggio di Giulia con il suo disturbo ossessivo compulsivo esiste davvero. Tutte le storie d’amore, però, sono anche un po’ fiabesche, no?” L’amore come componente essenziale della vita? “L’amore inteso non solo come tra uomo e donna, ma anche tra padre e figlia. L’amore come un sentimento di testa e di cuore. Il libro non vuole dare nessun messaggio, solo far capire che siamo tutti un po’ fragili perché umani”. 

L'angolo del libro - “Il vento di giugno” di Leonardo Gori

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Io adoro lo spionaggio, perché è la parafrasi della vita molto più del giallo, c’è tutto il bene o il male del mondo”. Parole di Leonardo Gori a Itaca, in via San Domenico, per presentare con Juri Meda, docente dell’Università di Macerata, “Il vento di giugno” (Tea). L’ultima storia con protagonista Bruno Arcieri, la quattordicesima scritta in un arco narrativo temporale che va dal 1938 al 1970, è ambientata nel 1946 nei giorni a cavallo del referendum istituzionale del 2 giugno tra monarchia e repubblica, sullo sfondo di un intrigo internazionale con inglesi e americani che ancora occupano Roma, in un’Italia sospesa tra il sollievo per la fine della guerra e la liberazione dal fascismo ma colpita dalle rovine materiali e morali. “È un periodo di grande incertezza, con la novità anche del voto alle donne”, dice Gori, “un po’ tutti sono vittime perché hanno subito il dramma della guerra. I miei non sono romanzi di divulgazione storica ma con la Storia con la s maiuscola come personaggio tra gli altri”. L’Italia del dopoguerra traspare nella sua desolazione nelle pagine di Gori, come in ogni sua opera attento alla ricostruzione storica così da rendere verosimili i suoi personaggi, anche quelli apparentemente secondari. Il protagonista, Bruno Arcieri, per meriti di guerra è stato promosso da capitano a maggiore, ma nel nuovo servizio segreto di cui fa parte, l’Ufficio I che ha sostituito il SIM, è inoperoso. Lo cerca il suo vecchio comandante, nonostante ormai non sia più in servizio, per affidargli una nuova indagine in seguito alla morte sospetta di alcuni suoi informatori. “Ho ritagliato un po’ questo personaggio su Cesare Amè”, spiega Gori, “il capo del Sim che ha scritto le sue memorie, fonti preziosissime. La mia è una finzione narrativa, ma molto ispirata alla realtà”. Nel romanzo c’è un personaggio femminile di grande rilievo, Cristina. “Non è Cristina Campo, personaggio controverso che mi ha affascinato, ma ne evoca parti fondamentali”. 

L'angolo del libro - “La seconda guerra di Malavita” di Valerio De Lorenzo

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Sembra di essere in un film di azione, leggendo “La seconda guerra di Malavita” (Edarc Edizioni) di Valerio De Lorenzo, presentato alla Florence University of Arts con Angelo Rizzone direttore della Libreria Gioberti. Dopo un prosecco di benvenuto, Valentina Monacò ha fatto gli onori di casa per la FUA introducendo l’autore. “La mia passione per l’argomento nasce da libri e film”, ha iniziato De Lorenzo. “Racconto quello che succede nelle periferie più disastrate di Messina, ma senza folclore. Sono nato in una strada elegante che, però, porta a un quartiere malfamato. Là, quando ero ragazzo, molti miei compagni erano mariuoli o figli di mariuoli”. Il protagonista del libro si chiama Culonero e tenta di annientare il rivale Tarzanetto “Ho scoperto che nella malavita messinese c’è stato davvero uno soprannominato Culonero, ma era marginale alle vicende criminose, mentre il mio personaggio è un capo a tutti gli effetti”. Come definire questo libro? “Una specie di hard boiled alla Raymond Chandler e Mickey Spillane in salsa siciliana. La struttura delle frasi riprende il modo di parlare, ma ci sono pochissimi termini dialettali. È il mio secondo libro. Il primo, storico, “Memorie della città guerriera”, è sempre ambientato a Messina, che ho lasciato a 25 anni per venire a Firenze”. Ci sono altri modelli letterari? “Auguste Le Breton e Harry Grey, autore del romanzo da cui è tratto C’era una volta in America. Mi piacerebbe avvicinarmi all’inarrivabile Mario Puzo, autore de Il padrino. Come scrittori siciliani, sono un grande lettore di Camilleri, ma lui con il commissario Montalbano sta dalla parte dei buoni, io invece, letterariamente, sto coi cattivi”. Qual è il punto di vista del romanzo? “A me interessava raccontare di bande criminali organizzate che lottano per il predominio di zone cittadine, per emulare le grandi bande del passato. Ci sono anche poliziotti e magistrati, ma come contorno alla loro storia. E un giornalista perplesso se seguire il suo intuito e denunciare le malefatte o conviverci facendo finta di nulla”. Ci sono anche delle figure femminili? “Naturalmente! Potrebbero sembrare decorative e succubi del mondo maschile, ma alla fine anche loro determinano lo svolgimento delle vicende”. 

L'angolo del libro - “Benito, presente!” di Paolo Ruffini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Paolo Ruffini dialoga, diverte, improvvisa. È alla Feltrinelli in Piazza della Repubblica per il suo ultimo libro, Benito, presente! (Baldini + Castoldi), ma a tratti sembra di essere a teatro e infatti dopo andrà al Verdi per il musical “Sapore di mare”. “Ho fatto Colorado e i cinepanettoni”, dice Ruffini a proposito delle etichette che si assegnano alle persone, “ma anche un documentario sull’Alzheimer e lavoro coi disabili e quando faccio queste cose, come scrivere un libro, la frase che mi sento dire spesso è ‘pensavo che fossi un coglione’. La mia risposta è che lo sono, di mestiere faccio il coglione e lo rivendico perché è un mestiere nobile, dè, che mi consente sempre di stupire”. Con Andrea Falcone, Ruffini parla del protagonista del suo libro, il professor Edoardo Meucci, spigoloso, nostalgico di una sinistra che non c’è più. Un giorno, mentre spiega il ventennio durante la sua lezione di filosofia, reagisce in malo modo a uno studente che dice che Mussolini ha comunque fatto delle cose buone, lo prende per un braccio e lo butta fuori. I genitori fascisti minacciano di denunciarlo e il preside lo sospende dal liceo, mandandolo a insegnare in una scuola elementare a Predappio. Pure lì, però, viene ripreso dalla preside per i suoi atteggiamenti aggressivi. La mattina dopo c’è un temporale e, correndo, sbatte contro il collega Luigi. Un tuono innesca uno shock spazio-temporale che li catapulta in quella stessa scuola, ma nel 1890, infatti quando torna in classe fa l’appello e legge “Mussolini Benito”. Si alza un bimbo di sette anni che dice “Presente!” e da lì si sviluppa il tema principale del libro come viene riportato nel sottotitolo: “Se tornassi indietro nel tempo e diventassi il maestro elementare di un futuro dittatore?” Come nella serie tv Dark o nei film Ritorno al futuro, Non ci resta che piangere e Ricomincio da capo, Edoardo e Luigi tornano indietro nel tempo. Verso Mussolini bambino, i due hanno reazioni diverse, mentre il primo vorrebbe educarlo, il secondo, anarco-insurrezionalista, lo ammazzerebbe subito.“Il libro vive di queste due anime: voi che cosa fareste?” Chiede Ruffini. “Anche il peggiore di noi ha avuto un’innocenza. Pure da bambino, però, Mussolini non era tranquillo, a nove anni accoltellò alla schiena un compagno con una penna stilografica”. Ruffini come era da bambino? “Dicevano che ero cattivo. Come tutti quelli che fanno il mio lavoro ho bisogno di attenzioni e da bambino la cercavo facendo casino. Non ero violento, ma vivace. E non ho mai messo giudizio, anzi ne ho fatto una professione”. Potrebbe diventare un film? “È molto cinematografico. All’inizio avevo scritto una cosa più vicina a una sceneggiatura, poi, visto il momento del cinema, ho trovato la casa editrice. Il romanzo è molto più libero rispetto alla sceneggiatura. Mi sono divertito a scrivere”. “Un altro tema del libro”, prosegue Ruffini, “è chi siamo, l’interrogativo è: cattivi si nasce o si diventa? A un certo punto il maestro in classe assegna il tema ‘che cos’è l’amore’ e lo svolgimento del bambino Mussolini è ‘non lo so’. “Se io son matto incontro tutti matti”, conclude Ruffini, “se io sorrido incontro gente che mi sorride, è una legge di fisica quantica, se immagini che la persona davanti a te debba essere punita tu ti stai punendo e il libro parla di questo, di due persone con una forma mentis moderna che tornano indietro nel tempo. Non dovrebbero punire qualcuno per qualcosa che non ha ancora commesso, né cercare di correggerlo, ma semplicemente amarlo”. 

L'angolo del libro - “Hikikomori” di Ariela Rizzi e Fabrizio Silei

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Chiusi nella propria stanza senza contatti col mondo se non tramite il computer o lo smartphone, più di centomila adolescenti in Italia oggi si recludono volontariamente. Un fenomeno noto come Hikikomori e titolo anche del libro di Ariela Rizzi e Fabrizio Silei (Einaudi Ragazzi) illustrato da Elisabetta Stoinich e vincitore del Premio Bancarellino 2024. Alle Giubbe Rosse, storico caffè letterario riaperto lo scorso giugno, nell’ambito della rassegna letteraria curata da Jacopo Chiostri e Maria Cristina Galletti, Ariela Rizzi ne ha parlato con Annie Brechler, che agli hikikomori ha dedicato un capitolo nel suo saggio “L’arte in una stanza”. Si parla di un libro, ma è l’occasione per una riflessione più ampia sul disagio giovanile, in cui il “ritiro sociale volontario” ne è una delle punte più estreme, ma non fa notizia perché fa del male solo ai diretti interessati e alle loro famiglie. “Non c’era finora una storia così l’abbiamo raccontata noi”, dice Ariela Rizzi, “la via della narrativa è alternativa, una magia, noi ci identifichiamo in quei personaggi. I ragazzi hanno risposto oltre ogni aspettativa, chi lo è si è visto rappresentato, chi non lo è ha capito che non è una vita da vivere quella da hikikomori”. Il libro narra la storia di Luca e Yukiko, un ragazzo italiano e una giapponese in contatto grazie a internet. Il fenomeno hikikomori è nato infatti in Giappone, ma si è diffuso anche in Occidente. Come entrare in contatto con chi si isola in uno spazio confinato? “Bisogna provare a parlarci, ascoltarli, in quella bolla di isolamento. A un certo punto del libro la sorella di Yukiko le chiede: ‘tu come stai?’, ecco va chiesto ai ragazzi, per creare uno scambio con loro. E se ne esce attraverso l’amore”. Ha conosciuto dei ragazzi hikikomori? “No, ma portando in giro il libro ho conosciuto tanti ragazzi in difficoltà nello stare al passo con questa società”. Come è stato scrivere a quattro mani con Silei? “Bello, perché la scrittura è un processo solitario, un’immersione in se stessi cogliendo quello che vediamo intorno; a quattro mani invece è un confronto serrato, sia nella parte dell’ideazione, sia nella scrittura”. La tecnologia quindi può essere un male? “È onnipresente, il telefonino è potentissimo e meraviglioso, ma è anche un’arma di distruzione di massa, perché ci isola pur dandoci l’illusione di essere nel mondo. Come tutti gli strumenti non è buono o cattivo, conta l’uso che se ne fa, e se ne può fare un uso drammatico e autodistruttivo”. Nella foto: Annie Brechler, Jacopo Chiostri, Ariela Rizzi 

L'angolo del libro - “I giorni di Vetro” di Nicoletta Verna

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Al Centrolibro di Scandicci non c’era più una sedia libera. I clienti abituali, altri venuti apposta, il circolo di lettura “Il club delle piccole cose”, tutti lì per Nicoletta Verna e il suo secondo romanzo, “I giorni di Vetro” (Einaudi), presentato con Mila Baldi, presidente de Gli Amici del Cabiria, e Andrea Bagni.Ambientato negli anni del fascismo a Castrocaro, il libro racconta le vicende di due donne opposte ma entrambe resistenti, Redenta e Iris. “I giorni di Vetro” ha vinto il Premio Manzoni romanzo storico. Perché un libro sulla resistenza? “La resistenza è anche oggi, è sempre, non solo nelle guerre ma anche nelle vite quotidiane, nel resistere ai soprusi piccoli e grandi. La resistenza è stato l’ultimo grandissimo fenomeno collettivo, qualcosa che ci accomuna. Il romanzo storico serve a prendere un tema che sembra vecchio e invece è attuale”. Come nasce questo libro? “Trent’anni fa avevo avuto questa idea con un raccontino: una donna molto umile che sposava un terribile gerarca in Romagna. Alla fine è diventato questo libro, con l’arrivo di altri personaggi e della resistenza”. Un libro anche di memorie familiari? “È la cosa più autobiografica che abbia mai scritto. Si pensa che le autobiografie raccontino la verità sull’autore e le fiction cose inventate. È falso! Se io dovessi scrivere la mia autobiografia inventerei tanto perché non ci sarebbe niente di interessante da dire, mentre nella fiction posso raccontare tante cose che mi appartengono. Quasi tutto parte da una memoria. La Fafina era la mia bisnonna, Iris si ispira a Iris Versari partigiana in Romagna”. Chi è Redenta? “Un personaggio inventato, però si ispira a tante donne di quegli anni che non si ribellavano. Con la sua mitezza, carità, altruismo, la sua energia sottile, il suo non essere protagonista ma esserlo fin dalla nascita perché i suoi fratellini nascono morti e la madre va allora dallo stregone, sarà sempre in bilico tra la vita e la morte”. La violenza nel libro è molto presente. “Mi interessava affrontare la radice del male, mi sono ispirata a “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy. La violenza come forma arcaica, innata, irrefrenabile e il fascismo rappresentava la metafora di una violenza sistematica. Dall’altra parte c’è la carità intesa come cristiana evangelica e ho cercato di rendere il disequilibrio tra queste due forze”. Chi è Vetro? “Il feroce gerarca fascista che sposa Redenta, perché è un sadico e perché doveva un favore al padre di lei. Un personaggio difficile emotivamente ma facile dal punto di vista narrativo, perché rappresentare il male assoluto è semplice. Vetro è disperato e inseguirà sempre il male. Vetro perché ha perso un occhio nella guerra in Abissinia e se l’occhio è lo specchio dell’anima lui è come se non ce l’avesse l’anima, perché l’occhio è finto”. Un maestro? “Fenoglio! Per come lui riesce a unire la questione privata del titolo del suo libro alla grande storia. La storia è un’ombra dietro al protagonista, però persistente, l’ombra che ci segue sempre ma non ci invade mai. Lui in una lettera usa una frase: è un romanzo che sto ambientando nel fitto della guerra, infatti la guerra è ovunque, in ogni riga di Fenoglio, eppure il tema è la sua questione privata, la sua storia. Ho cercato di fare lo stesso, che la storia fosse molto presente ma solo il contesto e mai prendesse il sopravvento, anche perché la voce narrante è di Redenta e lei è un’illetterata, quindi non può raccontare la storia, ma solo il poco che le arriva. Al lettore interessa la sua vicenda, che però trova il proprio essere nella storia”. 

L'angolo del libro - “L’avvocata dei bambini” di Sibilla Santoni

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Saletta degli eventi piena alla Libreria Gioberti per la presentazione del romanzo “L’avvocata dei bambini” (Ebs Print) di Sibilla Santoni. L’autrice ne ha parlato con Carlo Scarzanella, esperto di editoria, e ha risposto alle domande del pubblico. “Con tutte le storie particolari che ho vissuto”, spiega Sibilla Santoni, avvocata con esperienza dal 1999 nel diritto di famiglia e minorile, “sono partita dalla prima, riscritta e modificata perché nessuna è vera, ma tutte tratte da una o più storie messe insieme e vissute davvero da me. Da parte mia c’è la voglia di trasmettere quanto può essere complicata a volte la vita e anche l’amore per il mio lavoro”. L’avvocata dei bambini si chiama Lidia, in omaggio a Lidia Poët, la prima donna a entrare nell’Ordine degli avvocati in Italia, su di lei è stata tratta anche una serie tv. “È un esempio positivo”, dice Sibilla Santoni, “una donna che ha fatto tanta fatica per vedersi riconosciuta”. Tutti gli altri nomi sono inventati? “Sono presi dal musical o dal mito. Come Enea che viene da una terra straniera, ha subito violenze, ma piano piano si avvia verso un futuro  più sereno”. La protagonista del romanzo, Lidia, è un’avvocata che cerca di risolvere i problemi dei suoi clienti, le bambine e i bambini che entrano in Tribunale per i problemi causati dagli adulti, spesso proprio i loro stessi genitori. Lidia difende i suoi piccoli clienti chiedendo giustizia nelle separazioni difficili e nella lotta alla violenza, ma ha anche una propria vita personale, “con delle storie d’amore che la mettono in crisi, per la difficoltà nel conciliare la vita privata con quella lavorativa”. I capitoli contengono storie ispirate a fatti realmente accaduti, di violenza psicologica e non solo sui bambini. “In tanti casi, a volte anche sbagliando”, spiega l’autrice, “i bambini si fanno carico dei genitori che non riescono ad accudirli, come Lorenzo, che ha una mamma matta, vede gli spiriti e prende a martellate il suo computer, ma lui si preoccupa per lei”. Tante storie, come quella di “Laura che non viene accettata dai genitori perché vuole cambiare sesso, di Oreste che vede la mamma uccisa dal babbo, di Dafne tradita da entrambi i genitori perché la mamma la mette nel letto del babbo”. Si può guarire da queste ferite? “I tantissimi ragazzi che ho seguito hanno delle cicatrici, ma anche imparare a occuparsene significa riuscire ad andare avanti nonostante tutto”. Rispetto alla finzione narrativa come è la realtà? “Peggiore di quella che racconto nel libro”. Quanto è attenta la giustizia italiana a queste vicende? “Per i bambini, ancora di più che per gli adulti, una cosa tragica è la risposta ritardata, i processi che durano, ma uno dei motivi per cui amo il mio lavoro sono le persone che ho conosciuto. Dedico il libro a tutti gli operatori del settore neuropsichiatrico infantile bravi conosciuti in questi anni”.  

L'angolo del libro - “Participio futuro” di David Basevi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

La Libreria Gioberti Le Cure è un punto di incontro per tutti i lettori del quartiere. Inaugurata lo scorso novembre dopo la chiusura dell’edicola a fine estate, è entrata nel cuore della gente. Giornali, giocattoli, articoli di cartoleria e soprattutto libri. Gli eventi aiutano. Come la presentazione del libro di David Basevi, “Participio futuro” (Betti Editrice), con l’introduzione di Marialuisa Bianchi e le letture a cura di Riccardo Biffoli. Che sia stato un sabato pomeriggio di festa lo dimostra la gente in piedi perché non c’erano più posti a sedere, la partecipazione, la curiosità, la fila in coda per l’acquisto del volume. Basevi è al suo secondo romanzo e si vede che dopo “Il conto dei passi e dei bottoni”, che si svolge nel rione di Campo di Marte, gode della fiducia dei lettori, attratti anche dal titolo del nuovo volume, così particolare, “Participio futuro”. “Il participio normalmente si declina al passato, anche al presente”, spiega l’autore, “invece qui gli si dà una speranza, declinandolo al futuro. In latino esiste il participio futuro, ma io ho voluto giocare sulla dualità, i due paesi e i due fratelli, ed è anche il cognome di due personaggi”. La copertina che cosa significa? “È il tutto e il contrario di tutto, su questo sfondo bianco con il dubbio da che parte guardare, quindi un po’ enigmatico. Le piante danno sempre un senso di rinascita”. La protagonista del romanzo, Francesca, è una giornalista che vorrebbe andare in Kosovo per raccontare la guerra, ma le viene suggerito di intervistare un faccendiere a Roccasannìa in Calabria, dove incontrerà due persone, un fratello e una sorella che non si parlano da anni, che stanno cercando di superare una scomparsa e di trovare una loro identità. Perché una protagonista femminile? “Scrivendo, l’animo femminile mi dà molti stimoli in più. Mi era capitato lo stesso per il primo romanzo. Mi piace scrivere di donne, mi incuriosisce il loro universo, si scoprono tante cose”. Chi è Francesca? “Una donna che si porta dentro grossi dolori con un passato di tossicodipendenza, una corrispondente di guerra con l’idea di andare a raccontare il Kosovo come se annegare in tragedie altrui togliesse attenzione alle proprie, però nel mezzo le capita un’intervista con un imprenditore del sud e a malincuore ci va. La storia prevede un percorso di emersione di Francesca, da un viaggio faticoso di sofferenza a un finale di consapevolezza e presa di coscienza”. Che cosa lega questi personaggi? “Tutti hanno dovuto fare i conti con persone scomparse. Avevo poi bisogno di mettere una figura più leggera, così ho pensato a un postino, una sorta di Forrest Gump, e mentre scrivevo di lui questa figura prendeva sempre più spazio fino a diventare fondamentale all’interno della storia con la sua tenera follia”. Perché scrivere? “Credo che ognuno di noi abbia la possibilità di vedere le proprie ferite con nuovi occhi, così ho scritto questa storia perché c’è sempre la possibilità di andare avanti. Nella parte iniziale riporto una frase: bastano immaginazione, amore e un pizzico di magia, questa piccola miscela a volte aiuta a trasformare e a trasformarsi. La scrittura è un momento magico, se lo fai con l’anima è un viaggio profondo, vai a toccare dei punti particolari, talvolta molto dolorosi. A volte mi fermo dieci minuti per trovare la parola giusta, che provochi quella emozione che ricerco. Lo scrivere per me è uno spremersi d’anima, non tanto di pensieri o di sapienza”. 

L'angolo del libro - “Pietro Leopoldo, Il granduca delle riforme” di Eugenio Giani

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Con la consueta preparazione e oratoria, il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha raccontato il suo ultimo libro, Pietro Leopoldo, Il granduca delle riforme (Giunti Editore) alla libreria cinema Giunti Odeon. Più che una presentazione, è stata una sorta di lezione con cui Giani ha interessato e appassionato il pubblico. Dopo avere rimarcato l’importanza di Cosimo I dei Medici in quanto fondatore della Toscana diventata Stato, un granducato, Giani ha tracciato la figura di Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena. “Lascia l’impronta del Granduca delle riforme, perché prende una regione in crisi e dall’anonimato la trasforma in un modello, in un laboratorio riferimento per tutta l’Europa”. Il 12 settembre 1765 Pietro Leopoldo varca Porta San Gallo entrando a Firenze. Ha 18 anni e, forte della formazione ricevuta alla corte di Vienna, governerà la Toscana con autorevolezza per un quarto di secolo, lasciandola solo per il ruolo dell’uomo allora più potente d’Europa ovvero di imperatore d’Austria Ungheria, con il nome di Leopoldo II, esercitato fino alla prematura scomparsa per una febbre nel 1792 a 45 anni di età. “Conoscere per decidere era il suo motto”, prosegue Giani. “Conoscere la Toscana, viverla. Bisogna avere un rapporto diretto con le cose e le persone”. Il Granduca delle riforme, di cui se ne beneficia ancora oggi.“Ha avuto una visione lunga, ha applicato le idee dell’illuminismo ad atti di governo. Ha riformato la scuola, gli enti locali, la sanità e fu il primo sovrano a vaccinarsi dando l’esempio, l’economia con le bonifiche e la libertà di commercio. Con lui ci saranno anche la mezzadria, che consentirà alle masse popolari di affrancarsi, e la prima camera di commercio d’Europa. Sarà Pietro Leopoldo a concepire gli Uffizi come la Real Galleria degli Uffizi, per esporre le opere d’arte”. Tanti spunti e novità in quei venticinque anni, ma la sua disposizione più rilevante avviene il 30 novembre 1786 con l’abolizione della tortura e della pena di morte. “È il primo stato al mondo e noi oggi festeggiamo il 30 novembre la festa della Toscana. Pietro Leopoldo concepisce che nessuno ha il diritto di uccidere, di sacrificare il bene più prezioso ovvero la vita”. Sono passati 260 anni dal 1765, quando il giovanissimo Pietro Leopoldo arrivò a Firenze e “se la Toscana è oggi quella che è, una delle regioni più attrattive in Europa e nel mondo, lo deve soprattutto a lui e a Cosimo I”. 

L'angolo del libro - “Nascere a tempo di rock” di Adriano Formoso

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro con due cd. Adriano Formoso presenta il suo “Nascere a tempo di rock” con Giancarlo Passarella allo Spazio Nota in Via dei Serragli 104 nel chiostro degli Artigianelli, nell’ambito dell’ottava edizione di Sincronicamente, un convegno tra rock, meditazione, genialità, dolore, realizzato dal dottor Paolo Scarsella grazie all’onlus Vincere il dolore e con la collaborazione dell’Accademia Fiorentina delle Arti e Mestieri. Formoso è uno psicologo psicoterapeuta, psicoanalista di gruppo, naturopata-omeopata e cantautore. Dal 2005 svolge una ricerca sulla correlazione tra frequenza sonora e risposta neuropsicofisiologica nell’essere umano. Ha pubblicato dischi, libri, articoli scientifici e i suoi brani musicali contengono particolari sonorità frutto delle sue ricerche. Con “Nascere a tempo di rock” si concentra sull’importanza del mondo musicale fin dal concepimento per il sano sviluppo nel grembo materno del feto, “che inizia a percepire suoni e rumori tra il quinto e il sesto mese”, e per il post parto. “Il libro nasce da una mia esperienza nel reparto di ostetricia, dove a un certo punto ho iniziato a portare la musica. Venire al mondo attraverso la musica è un privilegio, cioè essere armonizzati con tutto ciò che abbiamo. Ciò che ci accade alla nascita ci caratterizza per tutta la vita”. Che tipo di musica va ascoltata? “Nel libro si parla di gravidanza, parto, cardiopatia e c’è un bugiardino dove dico quale musica ascoltare a seconda del disturbo che hai, perché quel disturbo è collegato a delle dissonanze, a delle frequenze diverse”. Si dice che durante la gravidanza sia bene ascoltare Mozart … “Nella musica classica Mozart ha usato la frequenza 432 Hz, però la usano anche i Pink Floyd, io stesso nelle mie canzoni. Non si tratta di musica classica o rock, conta come quelle aree del cervello entrano in risonanza con quei suoni”. Consigli per la mamma in dolce attesa, che musica deve sentire? “Una mamma che aspetta un bambino deve innanzitutto lavorare sulla produzione di endorfine, perché quella agisce a livello di positività. La realtà non è com’è, è come siamo noi, cioè se io vivo in un contesto che mi comunica dolore io vedo dolorante tutto, ma se io vivo in un contesto in cui c’è positività e mi sento amato, allora anch’io sono in grado di amare”. Il valore terapeutico della musica varia dunque in base ai disturbi specifici della persona? “Per ogni tipo di conflitto sono convinto che esista una composizione fatta di suoni e frequenze che può migliorare o risolvere la nostra disarmonia”. 

L'angolo del libro - “Oltre le parole, vicino al cuore” di Federica Minuti

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Il mio libro affronta tematiche utili sia per un adulto sia per un bambino, vorrei infatti coinvolgere le scuole, in particolare per il tema del bullismo”. Parole di Federica Minuti, funzionario di polizia municipale con la passione della scrittura, al Centrolibro di Scandicci per il firmacopie di  “Oltre le parole, vicino al cuore” (Edizioni Leucotea), una favola contemporanea con protagonisti un famelico ragno, due topolini di biblioteca e tre umani. “Il mio lavoro mi piace”, spiega, “ma scrivere per me è un po’ rompere lo schema, un modo per dare libero sfogo alla mia creatività”. L’autrice ha collaborato con Nati per leggere a Pisa e l’importanza della lettura è evidente nel libro. Docente in vari corsi rivolti alle categorie più fragili, Federica Minuti è da sempre attiva nel campo sociale, si è occupata di disagio giovanile, è volontaria presso la casa della Donna di Pisa e in contatto con l’associazione Artemisia di Firenze, quindi è in particolare attenta alla violenza di genere. “Violenza non solo verso le donne”, specifica, “ma anche verso bambini e uomini, fisica ma anche verbale, infatti nel libro c’è una situazione capovolta rispetto alla consuetudine, cioè c’è una donna maltrattante nei confronti dell’uomo”. Oltre alle relazioni conflittuali e alle dinamiche dell’amore tossico sono presenti anche altre tematiche nel libro, come i disturbi alimentari, l’elaborazione del lutto, l’importanza dell’ascolto e del confronto, l’amore e la fiducia in se stessi. “La mia è un’attenzione rivolta al tema della gentilezza in tutti gli ambiti”, dice Federica Minuti, il cui libro è già stato al centro di eventi di sensibilizzazione e ha ricevuto il riconoscimento da parte dell’Edicola della Legalità come “libro del presidio della gentilezza”. 

L'angolo del libro - “Il cacciatore di tornado. La terra di nessuno” di Giacomo Grazzini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Alla Libreria Gioberti si presentano tanti libri di vario genere. Giacomo Grazzini ne ha presentato uno con un doppio titolo, “non sottotitolo” come ha tenuto a precisare, ovvero “Il cacciatore di tornado. La terra di nessuno” (fox & sparrows edizioni) in cui si intrecciano due storie. Nella saletta degli eventi, piena per l’occasione, erano con lui Rosemarie Schmidt, memoria storica e ispirazione di alcuni fatti narrati, e l’editore Amedeo Passerotti. Chi è il cacciatore di tornado? “È Michael Tempesti, un meteorologo italo-americano che vive tra il Kansas e il Missouri e dedica la sua vita alla ricerca sugli avvenimenti meteorologicamente straordinari, estremi come i tornado e la Tornado Valley è dove accadono questi eventi”. Il libro fa riferimento a un tornado in particolare? “Sì, a quello del 22 maggio 2011 che ha colpito la città di Joplin in Missouri provocando 162 morti. Questo fatto storico sarà un po’ lo spartiacque della vita del mio protagonista, cambiando il corso della sua esistenza, dato che da lì in poi si ritroverà ad affrontare una serie di eventi criminosi, da sparizioni di persone a omicidi”. Un thriller con tanti colpi di scena, ambientato non solo in America, ma anche nel Casentino mistico del santuario di La Verna, poi a Monte Senario, in Trentino Alto Adige e in Germania, Dresda e Lipsia. E qui il libro diventa anche una sorta di romanzo storico. Narra, infatti, la storia della signora seduta accanto a Giacomo, Rosemarie “per tutti Romy”, che ha vissuto la propria infanzia nella Germania nazista e tentò la via di fuga attraverso la cosiddetta terra di nessuno, cioè lo spazio che separava a quell’epoca la Germania dell’Est da quella dell’Ovest. Intorno alla storia di Rosemarie Schmidt, classe 1937, amica di famiglia da sempre, Grazzini ha costruito parte del suo romanzo. A una platea divertita e commossa, Romy racconta la sua vita, di quando da bambina fu espulsa da scuola per una sua frase contro Hitler, fino ai suoi studenti italiani a cui in tutti questi anni ha insegnato, e ancora insegna, la lingua tedesca. 

L'angolo del libro - “Settembre nero” di Sandro Veronesi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“È l’epopea dell’approdo all’adolescenza, quella tempesta di prime volte”. Sandro Veronesi, due volte vincitore del Premio Strega con “Caos calmo” nel 2006 e con “Il colibrì” nel 2020, presenta il suo ultimo romanzo “Settembre nero” (La nave di Teseo) alla libreria cinema Giunti Odeon con lo scrittore Antonio Franchini. “L’adolescenza”, dice Veronesi, “è quando ti rendi conto che esiste un altro mondo, che le cose succedono anche fuori dal perimetro dove sei stato protetto dai genitori, e questo mondo immenso sta dentro il tuo piccolo mondo. È quanto avviene ad Agostino di Moravia, che ho conosciuto ed è stato un adolescente curioso e innamorato per tutta la vita, o in ‘Tempi memorabili’ di Cassola o a Gigio Bellandi”. Gigio Bellandi, il protagonista del romanzo di Veronesi, è un signore di sessant’anni di Vinci che rievoca l’estate a Fiumetto, frazione di Marina di Pietrasanta, nel 1972, quando, dodicenne, scopre la musica di David Bowie, la lettura, l’amore. Ci sono anche le Olimpiadi di Monaco di Baviera e avviene il massacro compiuto dall’organizzazione terroristica palestinese “Settembre nero”, a cui rimanda il titolo del libro, contro gli atleti israeliani. “Oggi questa vicenda non avrebbe senso, non si svolgerebbe così, perché con il cellulare e i social si controlla tutto, ma allora i ragazzi potevano raccontare delle storie non verificabili. È un romanzo storico. L’ho ambientato in quel periodo non per nostalgia ma perché si distingue tutto molto meglio rispetto a ora”. A un certo punto Gigio balla con Astel, la ragazzina più grande di un anno vicina di ombrellone. “Quando Astel trascina Gigio per ballare, lo prende per le mani e lui si lascia andare, a differenza di Milton in ‘Una questione privata’ di Fenoglio, diventando quello che balla, perché se tu decidi in quel momento che non balli con la ragazza per cui ti batte il cuore stai decidendo che non ballerai per tutta la vita. Chi balla significa che la prima volta non ha detto no, anche se ha sentito la vocina che lo sconsigliava. Questo ragazzo, sollecitato dalla persona giusta che non può essere il genitore, è in grado di fare delle cose ed elevarsi dall’infanzia, alla quale sta aggrappato perché gli conviene, ma è finita e lui lo sa, quindi è in grado di compiere dei passi che lo proietteranno nell’adolescenza”. C’è una frase che rappresenta il romanzo? “Questo è un romanzo di crepe, la sua profondità la trova attraverso queste crepe da cui viene fuori qualcosa. Ci sono due versi di una canzone di Leonard Cohen, ‘Anthem’, che in italiano recitano: ‘C’è una crepa, una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce’. Ecco, la luce di Gigio Bellandi è fosca, anche dolorosa, ma è la luce del mondo”. Il romanzo ha una prima parte molto lunga con un senso di attesa di un evento traumatico a cui si allude più di una volta. “Io ho studiato architettura, quindi il mio unico modo di concepire una struttura, anche per un romanzo, è disegnare. Io faccio un disegno all’inizio, senza la struttura non si compone. Da qualche anno alla scuola Molly Bloom di Roma tengo una lezione che si intitola i sette ottavi. Si basa su quello che secondo me è il racconto più bello e perfetto mai stato scritto ovvero “The Dead” (“I morti”) di Joyce, in cui sette ottavi vanno lentamente e parlano di un mondo, ma nell’ultimo ottavo c’è un colpo di scena ed entra l’altro mondo”. 

L'angolo del libro - “Il teatro della sorpresa” di Alessandro Benvenuti

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Ascoltano tutti con attenzione, rapiti dalle parole di Alessandro Benvenuti, per stare dietro al suo flusso di coscienza ed essere un po’ come lui, fantasiosi, profondi, divertenti. Al Teatro della Pergola si presenta “Il teatro della sorpresa” (Florence Art Edizioni) in un evento organizzato dall’editore con Fondazione Teatro della Toscana, Quartiere 1 Centro storico, Studio Giambo e Associazione Giovani Wannabe. Con Benvenuti sul palco ci sono Marco Malvaldi, autore dei romanzi del BarLume, Ugo Chiti, coautore di molte opere teatrali e cinematografiche dell’attore toscano, Enrico Zoi, autore dell’introduzione, gli editori Francesco Maria Mugnai e Silvia Tozzi. Il sottotitolo è “Scrittura e comicità per la scena”, infatti il libro contiene i testi integrali di cinque atti unici: m.m. (me medesimo), Un comico fatto di sangue, Chi è di scena, Panico ma rosa, Lieto fine e, attraverso l’intervista di Francesco Maria Mugnai, il dietro le quinte ovvero le riflessioni di Benvenuti. Fra risate e applausi procede la presentazione. Benvenuti legge un brano dedicato alla nonna, improvvisa con Ugo Chiti battute da cui si vede il percorso di vita comune, l’affetto e la stima che li lega. Poi Malvaldi prova a riportare le argomentazioni su binari più seri: “Il ridere è la manifestazione più alta di intelligenza umana. Saper fare ridere è talmente difficile e presume due cose: la capacità di capire il meccanismo attraverso cui il nostro pensiero si articola e capire con chi si sta parlando, perché non si può raccontare e ridere delle stesse cose di fronte a platee diverse, che siano studenti delle medie o si sia a teatro o in una curva allo stadio. È questa la grandissima capacità di Alessandro, una di quelle persone a cui sono grato per avermi regalato un’infanzia e un’adolescenza felice con i suoi spettacoli e film. Di lui ammiro la sua capacità di preconizzare certe cose e soprattutto di non annoiare mai, lui tiene sempre alta l’attenzione”. Ma che cosa è la scrittura per Benvenuti? Silvia Tozzi legge un brano: “È una sensazione, un formicolio, la voglia di urlare un dolore agghindandolo di risate per non farmi troppo male. Parto acceso da questa visione con il rischio di farmi bruciare sperando che via via la storia si trovi da sola. Scrittura disordinata. Tutto è già scritto dentro di te, c’è solo da frugare nel caos e mettere insieme i frammenti giusti che nel cercare trovi. Scrittura aperta a ogni possibile, auspicabile colpo di scena, l’idea salvifica arriva spesso un attimo prima di affacciarsi sul baratro. Quando il testo è pronto, si va in scena”. Parola di Alessandro Benvenuti.

L'angolo del libro - “Christmas Baking” di Csaba dalla Zorza

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Con classe e disponibilità, Csaba dalla Zorza riesce ad essere allo stesso tempo sofisticata e semplice. Alla libreria Libraccio presenta alcuni suoi libri dedicati al Natale e alla tavola delle feste, per un firmacopie allegro ma ordinato con tante signore e qualche uomo in fila. “Dicembre è un mese in cui il cibo ha il diritto e il dovere di essere  più abbondante”, esordisce Csaba dalla Zorza, “Penso che anche chi non ama il Natale ammetterà che ci sono dei profumi e delle atmosfere di questo momento che aiutano la nostra casa a vivere un po’ meglio”. “Tu credi a Babbo Natale?” chiede a una bambina. “Io sì”, dice Csaba, “ci credo perché è una cosa che mi fa stare meglio, perché la maggior parte delle letterine me le ha esaudite. Chiedere è il modo migliore per ottenere”. A vent’anni dal suo primo libro che cosa è cambiato? “Allora  era difficile fare uscire un libro di cucina. Pensavo: riuscirò a farmi amare dalle persone, a fare capire che cucinare non è una cosa che devi  fare per forza ma ti fa sentire meglio? A creare delle ricette belle nel piatto ma semplici da fare? Vent’anni dopo posso dire di esserci riuscita”. Che cosa è la cucina per lei? “Accendere il forno e impastare qualcosa mi dà un’immediata soddisfazione, perché mi libera totalmente  la testa dai pensieri e perché la condivido con gli altri. Sono l’unica di food network a non avere un aiuto cuoco, perché le mie ricette me  le cucino, faccio la spesa e lavo le mie padelle. La cucina è il mio privilegio, perché è lì che mi realizzo”. Scriverà altri libri di cucina? “Certamente sì, ne ho già in mente altri, uno magari ispirato ai miei giorni francesi, anche se non sarà di cucina ma dedicato al savoir vivre”. Fra tutti i libri scritti a quale è più legata? “È ‘Around Florence’, del 2014, perché racconta la Toscana dei miei nonni, a cui è dedicato. Lì c’è un po’ la storia della mia vita da bambina, quindi la mia iniziazione all’orto, alle galline. Mia nonna aveva un’estrazione sociale molto umile. In estate facevamo la conserva con le more. Quindi quel libro per motivi affettivi e poi è stato l’unico che ha vinto un premio internazionale importante ed è stato tradotto in un’altra lingua, in tedesco. ‘Cucina economica’ invece penso che sia il mio libro più riuscito perché scritto quando ero più matura, con ricette uscite anche in pubblicazioni precedenti, ma ragionato per non sprecare due risorse fondamentali ovvero il nostro tempo, quindi sono tutte ricette veloci, e la materia prima. Il cibo oggi è costosissimo e purtroppo non è democratico, siamo tornati a com’era cent’anni fa, solo chi può spendere mangia bene. Dobbiamo mangiare meno e meglio, perché fa bene alla salute e perché fare le cose in casa è bellissimo. Le nostre nonne erano più brave di noi, erano state educate a questo rispetto del cibo”.   

L'angolo del libro - “Il mondo a casa mia. Vita e avventure di un direttore d'albergo” di Benedetto Ferrara

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Benedetto Ferrara si toglie i panni di giornalista e si mette quelli da direttore d’albergo. Lo fa nella finzione narrativa del suo ultimo libro, “Il mondo a casa mia. Vita e avventure di un direttore d'albergo”, edito da The Dot Company e presentato alla libreria Libraccio con  Cristina Pagani, Alessandro Augier e Andrea Vendali, i tre direttori di albergo, veri, che, insieme a Marco Vensi, gli hanno raccontato le storie poi trasposte sulla pagina. “Sono storie vere amplificate da me”, dice Ferrara. “Ogni capitolo, appena finito, lo sottoponevo a loro per conferma, anche per eventuali errori sui termini alberghieri. Volevo che fossero contenti e si potessero riconoscere nel protagonista che è ognuno di loro”. L’io narrante Alberto, anziano direttore d’albergo in pensione, rivede la sua vita raccontando tredici storie ambientate quasi tutte a Firenze dagli anni Settanta ai primi Duemila. Imprevisti e situazioni spesso divertenti che il direttore  insieme al suo staff deve risolvere. “È un personaggio incredibile, un po’ attore, allenatore, psicologo, ci vuole talento per dirigere un’attività alberghiera”, spiega Ferrara, “sentendo queste storie da chi le ha vissute mi sono appassionato, perché è un mondo pieno di umanità. Mi sono divertito come un matto, ma ci sono anche storie più austere, come l’incontro con Nilde Iotti in cui lei si confida, perché a volte i personaggi pubblici non dicono niente ai giornalisti e preferiscono parlare con chi hanno conosciuto da poco”.  Ci sono anche dei clienti sportivi? “C’è un tifoso che rappresenta molto bene la città, non è un personaggio famoso, ma l’ho scelto perché racconta la fiorentinità meglio di un calciatore o un allenatore”. Ospiti musicali? “No, però in un certo senso c’è una colonna sonora, con una canzone citata che poteva essere il titolo di questo libro se tradotto in inglese ovvero People are strange dei Doors, perché la gente è strana, noi compresi”. Ci sarà una trasposizione teatrale? “Ci sono delle cose che potrebbe starci benissimo, perché no?”.

L'angolo del libro - “Puccini 100 anni. Viaggio sentimentale da Lucca al mondo” di Maurizio Sessa

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

A cento anni dalla sua scomparsa, un evento dedicato a Giacomo Puccini organizzato dalla Libreria Gioberti al cinema Sala Esse. Un pomeriggio di letteratura, musica, teatro, emozioni olfattive con tanti momenti diversi coordinati dal giornalista Alberto Andreotti. A cominciare dall’ultimo libro di Maurizio Sessa, “Puccini 100 anni. Viaggio sentimentale  da Lucca al mondo” (Edizioni Medicea). Da questo volume ricco di documenti, lettere e circa 150 immagini inedite che ripercorre l’intera vicenda biografica e musicale di Puccini sono stati letti alcuni brani dalla giornalista e scrittrice Caterina Ceccuti. Ospite d’onore il direttore d’orchestra e primo violino del Maggio Musicale Fiorentino Ladislau Petru Horvath che ha eseguito dei brani di Puccini. Beatrice Granucci  dell’Associazione I Profumi di Boboli ha presentato il Profumo “66”, come gli anni di vita di Puccini. Sono poi intervenuti Angelo Rizzone,  direttore della Libreria Gioberti, don Stefano Aspettati, direttore dell’Opera Salesiana di Firenze e Scandicci, e Antonio Palma, presidente dell’Associazione Foyer Amici della Lirica. Al termine anche una rappresentazione della Compagnia Teatrale “I Baccelloni” diretta da Pietro Bongiovì. “Puccini aveva già conosciuto il dolore per la morte del fratello in Sudamerica”, racconta Sessa, appassionato pucciniano, “ma il suo più grande dolore lo vive per Doria Manfredi, la ragazzina di 16 anni che era entrata come governante al servizio di Puccini nel 1903 quando era rimasto ferito in un incidente automobilistico rompendosi una gamba. Lei era diventata di famiglia, ma questo è un capitolo della sua vita ancora da decifrare. La moglie di Puccini, Donna Elvira, inizia a sospettare che tra la ragazza e il compositore ci sia una storia, anche se questo non è mai stato appurato. Elvira inizia allora a ingiuriarla in privato e anche in pubblico, va addirittura dal parroco di Torre del Lago per chiedergli di allontanare la ragazza dal paese”.Come va a finire? “La ragazza non regge l’urto psicologico e si avvelena”.E Puccini che cosa fa? “Scappa. La abbandona, lasciandola tra le grinfie della moglie e la ragazza, dopo cinque giorni di atroci sofferenze, muore. Io sono un biografo abbastanza impietoso, bisogna dire le cose come stanno. Da questo dramma Puccini non guarirà mai e inizierà probabilmente anche il suo distacco dalla moglie, poi si riconcilieranno, ci sarà un processo, ma da quel momento Giacomo ed Elvira vivranno da separati in casa”.

L'angolo del libro - “Se mi manchi è più bello” di Marco Bonini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un ribaltamento nei ruoli tradizionali della famiglia, quello proposto da Marco Bonini, attore e regista, nel suo ultimo libro “Se mi manchi  è più bello” (Ribalta Edizioni) presentato alla libreria Libraccio, all’interno del programma settimanale de “La Toscana delle Donne”, con Erika Pontini, capocronista de la Nazione, e Cristina Manetti, capo di gabinetto della Regione Toscana. Si tratta di sei storie, ambientate a Firenze, raccontate come favole della buonanotte al telefono da una madre lontana per lavoro alla figlia a casa col padre. Recita, infatti, il sottotitolo “Brevi storie per colmare la distanza”. “La mia Lucrezia”, spiega Bonini, “è un po’ un alter ego di Ulisse, ha bisogno di andare e ha un uomo, Luca, che è il mio Penelope, perché viceversa ha bisogno di restare. Per lui rimanere a casa non è un passo indietro, ma avanti, perché ha un lavoro che gli permette di dedicarsi a Marta, la loro figlia, seppure con i risultati di un principiante ovvero tanta buona volontà ma meno competenza di quella che avrebbe Lucrezia, la quale, infatti, mantiene la sua prossimità emotiva nonostante la distanza fisica”. Che cosa manca al padre? “Il modello femminile è cambiato, quello maschile ancora no, per cui dobbiamo inventarci una nuova mitologia in cui si racconta qual è il modello a cui noi possiamo riferirci come maschi, liberati da una narrazione in cui devi essere duro, non emotivo, non relazionale. Bisogna imparare a gestire il nostro mondo emozionale che ci è stato negato”.Come si immedesima un uomo nel raccontare la storia di una donna? “Le competenze professionali di un attore dovrebbero essere di dominio pubblico, perché imparare a recitare significa mettersi nei panni degli altri e questo risolverebbe molte delle problematiche sociali oggi all’ordine del giorno, tra cui la violenza di genere. Mi sono messo nei panni di una donna, di una madre, perché volevo tentare di ribaltare lo stereotipo che vuole le donne davanti all’alternativa secca o mi occupo della carriera o della famiglia”. A differenza di quanto accade in genere, il libro nasce da uno spettacolo teatrale, scritto e diretto appunto da Bonini, “La Vittoria è la balia dei vinti”  interpretato da Cristiana Capotondi, che ha debuttato l’anno scorso alla Pergola. “È andato bene”, spiega Bonini, “allora il produttore Stefano Francioni, nel frattempo diventato anche editore, mi ha proposto di farlo diventare un libro. Lo spunto me lo ha fornito Vittoria Puccini che una sera mi ha raccontato un episodio conosciuto da sua nonna ovvero che una signora aristocratica aveva allattato il figlio della sua balia, perché le era andato via il latte per la paura durante il bombardamento del ’44 a Firenze. Mi piaceva il ribaltamento sociale. Volevo raccontare una storia che parlasse di guerra ma ad una bambina, quindi con toni favolistici. Nello spettacolo Cristiana, cioè la mamma ovvero Lucrezia, dice che è martedì e tornerà a casa sabato, così ho pensato ad altri racconti per arrivare a quel giorno. La domenica no, è il racconto di Luca, marito e padre”.  

L'angolo del libro - “Delinguare cerillarius” di Enrico Zoi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“… quando una rosa muore non c’è spina che la trattenga. Perché siamo  come le lucciole: nelle tenebre, brilliamo”. La prosa poetica di Enrico Zoi, autore per lo più di libri su cinema e teatro e di racconti e fiabe illustrate (con il figlio Filippo), è condensata in un piccolo volume dal titolo curioso e di sicuro inedito fino a questa pubblicazione: “Delinguare cerillarius” (I libri di Mompracem). “Queste due parole non esistono”, spiega Zoi, “ma me le porto dentro da quarant’anni, da una notte d’estate in Grecia quando sognai un foglio bianco con queste due parole; mi rimasero impresse, a casa poi controllai sul dizionario, ma, pur essendo di chiara ispirazione latina, non esistono. Non significando niente erano perfette per questo libro che non è un saggio o una storia con degli intenti ben precisi, ma è il più personale di tutti quelli che ho scritto, in cui mi ci riconosco tantissimo e per questo lo definisco il più ‘zoico’ di tutti”. A Itaca, in Via San Domenico, Enrico Zoi  presenta il suo “Diario tirrenico di un sospeso sentire”, questo il sottotitolo, con Paolo Ciampi. Massimo Blaco legge dei brani e Filippo  Zoi parla delle sue illustrazioni, per la prima volta in bianco e nero.“La mia è una scrittura non per sottrazione ma per addizione, un flusso di coscienza”, dice Zoi, “sono pensieri nati nei momenti vuoti di una vacanza all’Argentario, scritti su uno smartphone, poi integrati con dei post su facebook e altri brani. In quel periodo ero sotto l’influsso delle letture, da un lato, della Recherche di Marcel Proust e, dall’altro, dei tre volumi di Enrico Ruggini dedicati a una delle più grandi esperienze medianiche della storia, il Cerchio Firenze 77”. Che cosa è l’Argentario per lei? “Il rifugio nel bosco, con la mia famiglia ci andiamo dal 1978. Un punto bello per isolarsi dal mondo, dove puoi leggere, scrivere, dormire, in una sospensione del tempo difficile da raggiungere in città”.Un libro intimo e familiare? “Non è un libro sulle memorie familiari, in parte sì, ma più che altro di memorie rivolte a un domani interrogandosi sul senso della vita”. Nel libro rende omaggio a suo padre. “L’Argentario era il suo luogo magico, penso all’oleandro piantato da lui, lì sento sempre la sua presenza, anche se è morto venticinque anni fa”.Nella foto da sinistra: Massimo Blaco, Filippo Zoi, Enrico Zoi, Paolo Ciampi

L'angolo del libro - “Meglio di niente” di Marco Vichi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Il nuovo romanzo con protagonista il commissario Bordelli presentato in un luogo insolito e familiare, con successiva festa in piazza per l’inaugurazione di una nuova edicola. Sembra una storia di Marco Vichi, ma proprio così è andata. “Meglio di niente” (Guanda) a Itaca, in Via  San Domenico, con Paolo Ciampi a fare gli onori di casa nella sua  residenza salotto per scrittori. Il commissario è in pensione da poco  più di un mese, “ma non riesce a smettere di fare lo sbirro”, dice Vichi, “perché è quella la sua vocazione: rimettere un po’ a posto le cose, contro i soprusi, andare a vedere cosa c’è di nascosto, secondo la sua etica, nel caso fare pure qualcosa fuori dalla legge pur di rispettare la giustizia. Sta fuori dai binari, per rimettere sui binari la giustizia”. La storia è ambientata a Firenze nel maggio del 1970.  Che cos’altro si può dire? “Niente, perché anche io da lettore non voglio nessuna anticipazione. È una Firenze che non c’è più, ma a cui sono legato. Le prossime storie del commissario saranno sempre nel 1970, non andrò oltre come periodo temporale, perché gli anni Settanta non mi comunicano lo stesso fascino dei Sessanta. Come al solito il filo poliziesco si prende poco spazio, anche se attraversa tutto il libro, perché c’è tutto il resto: gli amori, le amicizie, le storie raccontate a cena, il libro di poesie di sua mamma, insomma il suo mondo, è la sua vita che racconto”. La grande curiosità umana di Bordelli lo spinge a cercare di capire perché una persona ne uccide un’altra e la sua idea di conoscenza è testimoniata anche dalle sue letture, presenti pure in questo libro. “Cito Remarque, famosissimo per ‘Niente di nuovo sul fronte occidentale’, romanzo sulla prima guerra mondiale, ma anche gli altri suoi libri sono meravigliosi, perché è capace di ogni registro ovvero la tragedia, la farsa, i sentimenti, con una continuità narrativa riservata a pochi e un’amarezza russa. Un altro autore citato è Giuseppe Dessì, vincitore del Premio Strega nel 1972 ma poi dimenticato; io nomino qua ‘Il disertore’, che parla della prima guerra mondiale ma senza le trincee. La sua scrittura è eccezionale, ti dimentichi di avere un libro in mano”. Come è cambiato, se lo è, in questi anni il suo rapporto con Bordelli? “Lo conosco sempre di più, siamo sempre più amici, mi diverto moltissimo a raccontarlo e quando comincio la prima pagina mi ritrovo subito in un’atmosfera che conosco molto bene, ma poi vedo piena di sorprese, così succedono cose che non mi aspetto, mi faccio molto guidare dalla storia”. In contemporanea con la presentazione del libro di Vichi, a pochi passi in Piazza Edison c’era l’inaugurazione, con pane grigliato, olio nuovo, vino rosso e musica dal vivo, dell’edicola libreria Periodico 11.11, che già dal nome celebra i dieci anni dall’apertura della libreria Todo Modo in Via dei Fossi, avvenuta appunto l’11 novembre 2014.Pietro Torrigiani, il titolare, spiega in che cosa si differenzierà la nuova edicola dalle altre: “Ci piacciono i luoghi che non funzionano più tanto, come le librerie e le edicole. All’interno abbiamo tolto un’infrastruttura e allargato la parte della libreria. Qui siamo in un quartiere vivace, abitato. Ci piace questa piazza come possibilità di aggregazione, quindi l’idea è di fare presentazioni, eventi, un’estate fiorentina. Al momento l’edicola è aperta dalle 7 alle 13”.

L'angolo del libro - “La casa dei silenzi” di Donato Carrisi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Devo venire a ‘sciacquare i panni in Arno’, perché senza Firenze non ci sarebbe Gerber”. Al firmacopie al Libraccio Firenze un’ottantina di persone in fila ordinata aspetta il proprio turno per la dedica dello scrittore e regista Donato Carrisi sul suo ultimo libro “La casa dei silenzi” (Longanesi). Qualche parola e un sorriso per tutti, ma prima Carrisi aveva fatto un elogio di Firenze, la città dove abita il protagonista dei suoi ultimi romanzi, lo psicologo infantile Pietro Gerber. “Ormai conosco benissimo queste strade, senza Firenze non ci sarebbero queste storie che piacciono così tanto non solo agli italiani ma anche in giro per il mondo. Mi fa anche piacere essermi ripreso Firenze, perché tanti stranieri, soprattutto inglesi, ambientano a Firenze i loro romanzi, poi hanno il pudore di non pubblicarli in Italia, perché in realtà a Firenze non ci hanno mai messo piede. Noi vogliamo i viaggiatori, che non li riconosci per strada a differenza dei turisti. I viaggiatori sonoquelli che si mimetizzano, che hanno rispetto per il luogo, quindi io sono qui soprattutto per ripagare un debito, perché sono debitore nei confronti dei fiorentini e di Pietro Gerber”. Carrisi è alla quarta storia con protagonista l’ipnotista Gerber, dopo “La casa delle voci”  (2019), “La casa senza ricordi” (2021) e “La casa delle luci” (2022).  Grazie all’ipnosi, Gerber, da tutti conosciuto a Firenze come “l’addormentatore di bambini”, li aiuta a elaborare traumi e a superare paure e fobie. Ne “La casa dei silenzi” Gerber si trova alle prese con un bambino di nove anni, Matias, che ha da tempo un sogno ricorrente in cui appare una donna silenziosa e vestita di scuro. Il romanzo si svolge secondo lo stile di Carrisi, tenendo alta la tensione, in un viaggio nel subconscio con un mistero che sarà svelato solo alla fine da Gerber nella sua Firenze.“Sono passato da sotto la soffitta di Pietro Gerber in Piazza della Signoria e l’ho indicata”, dice Carrisi, “È da lì che è cominciato tutto, non so chi vi abiti, non ne ho idea, se mai faremo un film o una serie probabilmente andremo a occupare quella casa. Passare là sotto e immaginare che lassù c’è Pietro Gerber, che magari in quel momento sta ipnotizzando qualche bambino, fa un certo effetto”.

L'angolo del libro - “Balleremo la musica che suonano” di Fabio Volo

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Ognuno di noi ha un compito verso se stesso, cioè cercarsi, indagare su di sé”. Fabio Volo presenta il suo libro più autobiografico, “Balleremo  la musica che suonano” (Mondadori) all’Auditorium Sant’Apollonia con Carlotta Sanzogni, in collaborazione con Libraccio Firenze e Museo della Narrazione. Fabio Volo è diretto, semplice, naturalmente empatico con il pubblico accorso per lui, più di duecento persone fra i trenta e i cinquant’anni nella grande maggioranza donne, così la presentazione scorre libera e leggera, con i lettori che hanno già il libro in mano per il firma copie finale attenti a ogni parola e partecipi con le loro risate grazie all’autoironia dell’autore. Con il sorriso sulle labbra e le gambe che non stanno ferme sotto al tavolo, Volo riconosce che si sente più a suo agio nelle vesti di conduttore radiofonico, ma i suoi tredici libri, tradotti in molti paesi del mondo, dal primo “Esco a fare due passi” nel 2001 all’ultimo, parlano per lui. Se nei precedenti volumi la finzione narrativa consentiva a Volo di nascondersi dietro al protagonista, stavolta l’autore getta via ogni maschera. Il racconto inizia dalla panetteria del padre, dalle difficoltà economiche, da un contesto sociale e una famiglia in cui il destino del ragazzo di bottega, che aveva lasciato la scuola finita la terza media, sembra già segnato. “Io sarei rimasto benissimo a fare il pane, mi piaceva quella vita, non avevo un talento per uscirne”. La svolta avviene quando un giorno nel negozio del padre entra Silvano Agosti, un intellettuale regista cinematografico di Brescia che ogni tanto tornava nella sua città anche se viveva a Roma per lavoro. Agosti prende in simpatia il giovane Volo, gli regala un libro, poi un altro, “e da allora ho scoperto quella cosa  di me, leggevo tantissimo e quegli incontri sulle pagine mi hanno cambiato la vita, quelle storie e domande mi hanno permesso di indagare su di me, fino a capire che la vita che stavo vivendo non era più la vita che volevo vivere, così sono andato a inseguire qualcosa che si avvicinasse di più a me”. Quali scrittori in particolare? “Herman Hesse, Gabriel Garcia Marquez, Richard Bach, “Le ali spezzate” di Khalil Gibran, ‘La voce a te dovuta’ di Pedro Salinas, ‘Martin Eden’ di Jack London in cui mi sono riconosciuto tantissimo. Mi sentivo affine a loro e come quei personaggi sono andato alla ricerca di qualcosa che mi permettesse di avere il mio cuore a proprio agio”. Che cosa significa il titolo del libro? “Viene da una frase che diceva spesso mio padre ovvero di adattarsi a quello che sarà, mentre io da giovane avrei voluto controllare tutto”. C’è una critica come autore che l’ha disturbata in particolare? “Fin dal primo libro ho avuto una critica anche feroce nei miei confronti, ma una in particolare no. Io sinceramente quando mi sono messo a scrivere libri non pensavo di dover scendere in guerra. Non ho mai capito esattamente questo accanimento, però mi hanno fatto capire delle cose; inoltre, se non avessi avuto tutta questa attenzione, anche negativa, non avrei venduto così tanti libri”.

L'angolo del libro - “Bocca di strega” di Sacha Naspini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Io non ho personaggi seriali, ma un luogo seriale, diventato un po’ il palcoscenico di tante storie”. Parole di Sacha Naspini dedicate all’amata Maremma, alla presentazione di “Bocca di strega” (Edizioni E/O) all’Ippodromo del Visarno con la giornalista Francesca Tofanari e i librai indipendenti di Firenze Books ovvero le librerie Leggermente, Alfani, Florida, Farollo e Falpalà. Una Maremma diversa da quella narrata in altri libri da Naspini: “Una Maremma di mare, questa storia si sviluppa tra Piombino, Baratti, poi sulla Tuscia e si vola addirittura in California”. Siamo nei primi anni Settanta e il tema è quello del grande traffico dei reperti  etruschi da parte dei tombaroli, già affrontato dall’autore ne “Le nostre assenze”, “l’unico romanzo autobiografico che rimanda al periodo dell’ultima infanzia e prima adolescenza. Prima dell’istituzione del TPC, Tutela del Patrimonio Culturale, era un mercato selvaggio. Fino agli anni Sessanta i ragazzini giocavano con i bronzetti etruschi e le anfore che trovavano”. Come nasce “Bocca di strega”? “È un po’ il resoconto di circa un anno di interviste con un trafficante tombarolo. Negli archivi dei giornali trovavo delle corrispondenze. Mi affascinava come era partito questo traffico, per i soldi ma anche per una sorta di dipendenza alla ricerca di quel momento specifico in cui rompi una tomba e dopo tremila anni sei il primo a rimetterci i piedi dentro. In particolare una scena che mi raccontò fu per me folgorante: l’episodio di quattro tombaroli rimasti chiusi di notte in una tomba millenaria, sotterrati vivi, al buio, che poi è diventata una scena perno del romanzo”.Quel senso di soffocamento, claustrofobico, presente in altri romanzi  è un tuo tratto distintivo. Perché? “I luoghi chiusi, piccini, stretti sono una strategia narrativa stimolante, di tanto in tanto c’è questo gioco di gabbie”. Chi erano i tombaroli? “Personaggi come dei pirati di terra con una doppia vita e nomi di battaglia, di giorno con un mestiere e di notte per le tombe. Lo scavo nell’entroterra è un po’ come scavare dentro di te e cercare la tua nuova vita”. Il personaggio principale è Bardo, all’anagrafe Guido Sacchetti. Chi è? “Lui intuisce la potenzialità di quei reperti, distribuisce questi piccoli tesori nella comunità di Populonia creandosi una rete di protezione e comincia a viaggiare nella Tuscia, ma ‘Bocca di strega’ è come un romanzo corale con tanti personaggi. Il primo capitolo racconta il ristorante ‘La conchiglia’, dove si ritrovano di notte per fare il punto della situazione. Ogni capitolo è in terza persona, con la telecamera su un personaggio diverso”. Biondo, Leagro, Alarico, il Marchese, sono alcuni dei compagni di avventura di Bardo, che ha un figlio, Giovanni, detto Veleno, che prenderà il suo posto. “È ammaliato dal suo babbo come personaggio avventuroso. Gli insegna a individuare le tombe, come si scavano, e lui vuole mostrare al padre che anche lui ci sa fare”. L’espressione ‘bocca di strega’ che cosa significa? “L’ho inventata io, però è ispirata a un fatto avvenuto a Populonia forse cento anni fa, quando in un vecchio cimitero medievale fu ritrovato uno scheletro di donna sepolta con sette chiodi in bocca. Nel mondo dei miei tombaroli è la trappola per scoprire il traditore che si è venduto. Ci sono tante bocche di strega o forse è il romanzo stesso la bocca di strega generale per le ambiguità dei personaggi”.

L'angolo del libro - “Alma” di Federica Manzon

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Se i libri hanno un senso, se la letteratura può fare qualcosa, è anche accendere delle luci su dei luoghi, su degli angoli del mondo”. Federica  Manzon, vincitrice della sessantaduesima edizione del Premio Campiello,  presenta “Alma” (Feltrinelli) con la giornalista Laura Montanari al Gabinetto Vieusseux nell’ambito della rassegna letteraria Intemporanea. Alma, la protagonista, torna tre giorni a Trieste per ricevere l’eredità del padre, un uomo che lavorava per il maresciallo Tito. Per Alma è l’occasione per fare i conti col passato: la casa dei nonni materni punto fermo e la sua dove un giorno arrivò il coetaneo di dieci anni Vili, figlio di due intellettuali di Belgrado amici del padre caduti negli ultimi anni del governo di Tito sotto l’occhio delle purghe del governo. Vili che per Alma è “un fratello, un amico, un antagonista”. Il passato familiare si intreccia a quello storico, la Jugoslavia e la guerra dei Balcani. “Trieste è il primo avamposto di un sogno”, dice Federica Manzon, “Le nostre storie nascono dagli incontri col diverso da noi, dal tentativo di capire cosa non capiamo”. La madre di Alma lavora con i “matti” di Basaglia e il padre chi è? “Un uomo del mondo jugoslavo, la cui parabola corrisponde a quella della storia della Jugoslavia. Racconta alla figlia la libertà di spostarsi, perché il passaporto gli permetteva di viaggiare nei blocchi occidentale e orientale. È un padre sfuggente. Le insegna a non guardare troppo indietro, al passato, perché ti impedisce di costruirti un futuro del tutto nuovo; a portarsi quindi un bagaglio leggero, salvo poi lasciarle un’eredità che la richiama indietro, perché il libro è pieno delle contraddizioni che i personaggi attraversano”. Qual è stato il passaggio del romanzo più difficile da scrivere? “L’assedio di Vukovar, la prima scintilla del conflitto nei Balcani. Vukovar era una città mista con delle grandi fabbriche in cui venivano per lavorare da tutta la Jugoslavia. L’ho potuta raccontare perché sono passati trent’anni, è una storia molto controversa. In quel momento gli equilibri in casa di Alma si frantumano, perché Vili manca da Belgrado da dieci anni, ma sente il richiamo della ‘sua gente’ anche se è il contrario dell’educazione ricevuta dai genitori jugoslavi e da quelli a Trieste in casa di Alma. La geografia ci determina nel nostro carattere e nelle relazioni”. Come e quando scrive? “Mai di getto, scrivo faticosamente e ogni scusa è buona per non scrivere. Da sola, a letto, non deve esserci nessuno in casa, ci metto un po’ a entrare nella scrittura. Non mi appunto mai le idee per le storie, perché se me le dimentico non erano abbastanza forti per me. Inizio a scrivere quando si è già molto formato dentro di me un mondo, una domanda che mi interroga, in questo caso a che luogo apparteniamo e poi una domanda rispetto alle guerre. Poi nascono piano piano i personaggi, passa del tempo, inizio a scriverli, stavolta sono andata ancora più cauta, perché trattando la guerra dei Balcani volevo trovare un modo sufficientemente onesto, dato che ci sono tanti autori della ex Jugoslavia che possono raccontare la guerra in presa diretta meglio di me, per cui mi chiedevo quale fosse il punto di vista che io avessi senso raccontassi, dove potessi aggiungere qualcosa”. Che emozione è stata ricevere il Campiello? “Incredibile. Sei a Venezia al Teatro La Fenice, con la sala illuminata e gli altri quattro autori con cui hai condiviso sedici tappe in città diverse in un mese e mezzo. È stata una felicità”.

L'angolo del libro - “Racconti brevi” di Marco Vichi e Giancarlo Caligaris

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Da alcuni anni ogni domenica su “La Nazione” esce un racconto di Marco Vichi accompagnato dalle illustrazioni di Giancarlo Caligaris. Tra i centosessanta racconti, alcuni in più puntate, usciti settimanalmente, Vichi ne ha scelti diciassette per il libro “Racconti brevi” (Magdalena Edizioni) presentato al Bar Garden Tre con Caligaris, l’editore Massimo Costantini, Maurizio Leopardi di Giorgi Libri e la Libreria La Gioberti.La coppia di autore e illustratore ha dato vita a un volume in cui i disegni hanno dignità pari ai testi, non sono dei riempitivi ma una creazione con una storia a sé, un’altra possibilità di narrazione.“La narrativa sul quotidiano mi piace tantissimo e ha una lunga tradizione”, spiega Vichi. “Come diceva Cechov, quando punti su qualcosa di breve devi avere una direzione verso la commedia o la tragedia”. Come nascono le storie? “Passo la mia vita stando attento a quello che ascolto, ad esempio al tavolo accanto al mio. Magari da un dialogo o da una piccola scena vista per la strada o da una frase o da un sogno nasce una storia. Prendo tutto quello che è narrabile cercando di costruirci un racconto e giocando molto sulla scrittura, con quale tono, punto di vista, atmosfera. È un allenamento eccezionale. A volte possono essere delle storie che non riescono a entrare in un romanzo”. Come funziona il  lavoro con Caligaris? “Lui legge il racconto e non so cosa farà, lo scopro solo quando è pubblicato sul giornale. Deve tirare fuori un’immagine che non sveli nulla, ma sia dentro l’atmosfera di quel racconto. Con Caligaris ci siamo conosciuti trent’anni fa, sono sue le copertine dei miei romanzi su Guanda per cui tra di noi c’è una certa intesa”.Caligaris non ha tanta voglia di parlare, ma è naturalmente d’accordo  quando Vichi elogia l’editore: “Di solito non si pubblicano questi libri, perché sono complicati, costano, invece lui ha avuto il coraggio di usare le illustrazioni, che a volte sono dei bozzetti come tra l’altro per la copertina”. Che cosa è la narrativa? “Raccontare tirandosi dietro la psicologia, l’azione, le emozioni, i sentimenti dei personaggi. Cerco sempre di evitare che il mestiere superi la passione della scrittura; anche le storie più semplici e leggere cerco di raccontarle con parole e sguardi in cui credo, con onestà e sincerità. La sensazione è che la storia si sviluppi davanti ai miei occhi e io sia lo scrivano che cerca di inseguirla con le parole. Scrivere è un magnifico disturbo”.  Il prossimo Bordelli esce il 5 novembre.Nella foto dalla sinistra l'editore Massimo Costantini e Marco Vichi

L'angolo del libro - “I film belli li danno solo di notte” di Lorenzo Zucchi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un thriller horror con protagonisti degli adolescenti. Alla Libreria  Salvemini Lorenzo Zucchi presenta “I film belli li danno solo di notte” (Edizioni Underground?). Lo accompagna nell’esposizione del suo libro Stefano Burbi, compositore musicista e direttore d’orchestra stavolta nella veste di relatore. I personaggi del romanzo, ambientato vent’anni fa, hanno tra i 19 e i 23 anni e vivono nella ricca realtà della provincia di Parma, “che conosco bene, mi sono ispirato alle famiglie di quella zona”, dice l’autore. Erano compagni di gioco da bambini in estate, ma crescendo si sono allontanati. Ogni tanto si incontrano ancora, ma la compagnia non c’è più. Tutti hanno subito un trauma e il più grande di loro, soprannominato Acqua, si è suicidato. È solo uno dei soprannomi.La scelta dell’autore è dovuta al tentativo di cristallizzare in tal  modo il ricordo del passato oppure è indicativa di una ricerca della  propria identità tipica di quell’età? “Entrambi i motivi: i soprannomi proteggono il loro passato e rivelano la loro ricerca di un’identità. Con i nomi propri, inoltre, il messaggio sarebbe passato meno rispetto al soprannome che simboleggia ogni persona. Ad esempio Cemento è quello con i piedi più piantati nella realtà, Scivolo passa da un’idea all’altra, Cybo è diventata l’opposto perché quasi anoressica, Erba è dipendente dalla cannabis, Nuvola è quello rimasto più bambino”. Con il pretesto che una di loro, Panda, finito il semestre Erasmus, sta tornando da Dublino, Scivolo ha l’idea di riunire tutti gli amici per una festa, perché ha la villa a disposizione essendo i genitori via: “Scivolo è la più giovane del gruppo e vuole dare ancora una chance alla loro amicizia”.Il tema dell’adolescenza si lega al ruolo dei genitori, fondamentale in quell’età così delicata: “L’assenza o la presenza sbagliata dei genitori non aiuta i ragazzi. La mia critica non è certo della famiglia come istituzione, ma i personaggi più problematici sono quelli con una madre single che gioca solo a carte o con un padre troppo presente che vuole decidere tutto per il figlio o con i genitori in giro con la barca o quello cresciuto con la nonna. Non è semplice passare da ragazzi all’età adulta. Tutti sono alla ricerca di un’identità e ognuno a modo suo la troverà”. La maschera che porta con sé a ogni presentazione del  libro che cosa rappresenta? “È il simbolo del libro. La maschera divisa a metà rappresenta il bipolarismo”.Nella foto da sinistra a destra: Lorenzo Zucchi e Stefano Burbi

L'angolo del libro - “Muoio per te” di Riccardo Nencini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

A cento anni dal delitto Matteotti, i misteri da chiarire restano tanti. A cominciare dal mandante: fu il tesoriere del partito fascista Marinelli, come hanno scritto De Felice e poi Scurati, oppure l’ordine giunse, come sempre avveniva in quegli anni, dall’alto ovvero da Mussolini?Riccardo Nencini propende per la seconda ipotesi nel suo ultimo romanzo, “Muoio per te” (Mondadori), presentato al Sina Hotel Villa Medici in un evento organizzato dal Rotary Club Firenze Nord con il Presidente Carlo Corbinelli e la giornalista Elisabetta Failla. Autore di diversi libri, Nencini aveva già dedicato un romanzo, “Solo”, uscito nel 2021, a Matteotti. La figura lo appassiona perché “atipica, in lui c’è una vena di follia consapevole. È un benestante, ma alla fine sposa la causa dei disperati polesani che erano i più poveri d’Italia. Il padre era un presta denaro a usura; dei sette figli la madre ne perde sei, rimane solo lui, è l’unico che può riscattare l’onore della famiglia e ci riesce”. Matteotti è il primo vero nemico di Mussolini, uno dei primi a intuire che il fascismo nel dna ha la violenza. Nencini aveva inizialmente  in testa un altro tipo di libro: “Avevo già scritto 110 pagine, ma poi ho letto le lettere d’amore di Antonio Gramsci a Giulia Schucht, allora ho buttato via tutto e riscritto daccapo. Quel libro aveva già un titolo e un visto di Mondadori, ma è scomparso per fare posto a questo, perché nella storia non si possono omettere le donne”. In “Muoio per te” le vicende politiche che vanno dal 10 giugno del 1924, giorno del  rapimento di Matteotti, agli inizi del 1925 si intrecciano a quelle private, con quattro figure femminili fondamentali per i loro uomini. Oltre alla citata Giulia, c’è Velia, la quale scrive al marito Giacomo Matteotti: “Non ti è più concessa nessuna viltà, dovesse costarti la  vita”. Intenso il rapporto anche tra Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Celebri coppie della politica di quegli anni, come Mussolini e l’amante  Margherita Sarfatti. Lei lo educa al galateo, “gli costruisce una dimensione da buoni salotti, perché, anche se era il direttore dell’Avanti e vendeva 110mila copie, bestemmiava e non sapeva usare le posate”.Ne scrive l’agiografia, “illeggibile perché gli inventa i natali nobili, esagerata ma geniale, perché la scrive in inglese, vende un milione e mezzo di copie, tradotta poi in venti lingue”. Alla Sarfatti il duce  confessa le sue paure al telefono, non sapendo di essere intercettato dal De Bono, capo della polizia. Proprio le intercettazioni, anche con il fratello Arnaldo, insieme alle lettere private e ai telegrammi con gli ambasciatori italiani a Mosca, Parigi e Londra costituiscono il materiale inedito del libro.Da sinistra a destra nella foto: Carlo Corbinelli, Elisabetta Failla, Riccardo Nencini

L'angolo del libro - “Quei fantastici viaggi nel tempo con i grandi protagonisti della storia” di Marcello Lazzerini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un evento in ricordo di Marcello Lazzerini, il giornalista scrittore fiorentino scomparso lo scorso 9 luglio. A Villa Vittoria Cultura il  figlio Luca presenta il libro del padre, “Quei fantastici viaggi nel  tempo con i grandi protagonisti della storia” (Edizioni Udom) insieme a Fabio Baronti della Compagnia delle Seggiole, a Giovanni Fittante, al Presidente della Regione Eugenio Giani, all’editore Aldo Avvenuti, all’Assessore alla Cultura del Comune di Firenze Giovanni Bettarini, al presidente di Firenze Fiera Lorenzo Becattini. Ognuno ha un ricordo di  Marcello, di cui traspare la generosità, l’umanità e la capacità di ascolto. E l’entusiasmo di chi guarda sempre avanti, nonostante gli 86 anni compiuti, dato che del libro presentato era già in progetto il secondo volume che uscirà, postumo, nel 2025. Nei suoi “fantastici viaggi” Lazzerini, attraverso dialoghi e interviste immaginarie, traccia la storia di grandi personaggi come Galileo Galilei, del quale coglie il rapporto con la figlia Suor Maria Celeste, o Carlo Lorenzini, l’autore di Pinocchio, che usò lo pseudonimo di Collodi in quanto luogo di nascita della madre. Tanti ritratti, come quello di Monna Lisa, del Boccaccio, di Amerigo Vespucci, di Silvano “Nano” Campeggi e di Gino  Bartali, per la cui biografia nel 1993 vinse il Premio Bancarella dello Sport. Si tratta per la maggior parte di testi teatrali poi messi in  scena dalla Compagnia delle Seggiole nell’arco di dodici anni di collaborazione, “per lui come una seconda famiglia”, dice Luca Lazzerini.“Mio padre metteva tutto se stesso in quello che faceva e in questo libro dimostra la sua capacità di tratteggiare i personaggi più disparati della storia in una maniera rigorosa e originale, dall’aspetto pubblico a quello privato, che si trattasse di Galileo o della storia della lingua italiana o della lirica”. “È stato il primo giornalista del Tg3 a entrare nei salotti dei toscani”, ricorda Baronti, “aveva una grande visibilità. Come autore ascoltava le esigenze degli attori. Per la Compagnia delle Seggiole ha scritto trentacinque testi, sia radiofonici sia di viaggi teatrali, di cui, inedito, un dialogo impossibile tra Virgilio e Dante Alighieri. Attraverso gli aneddoti ci faceva scoprire parti di storia apparentemente minore ma che a me facevano commuovere, come, nello spettacolo di Bartali, la testimonianza di un signore di Reggello, deportato in un campo di concentramento, salvato da un kapo tedesco, insieme ad altre quindici persone, perché teneva in tasca una fotografia di Gino Bartali”.

L'angolo del libro - “Il nonno racconta Firenze” di Luciano e Ricciardo Artusi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Luciano Artusi presenta il suo ultimo libro, il centoduesimo per la precisione, scritto insieme al figlio Ricciardo, a Villa Vittoria e lo fa con la cultura, la disponibilità, l’entusiasmo, il piglio del ragazzino che lo contraddistingue da sempre. “Il nonno racconta Firenze”, il titolo dell’ultima fatica letteraria (Edizioni Udom) fa riferimento ai 92 anni di Luciano e vien voglia di chiedergli, oltre alle pubblicazioni su Firenze, una sull’arte della longevità. I due autori, padre e figlio, parlano del libro con il padrone di casa Giovanni Fittante e l’editore Aldo Avvenuti. La sala è piena e le domande sono tante, ma Luciano ha una risposta per tutti. Il libro è rivolto a un pubblico più giovane, della scuola dell’obbligo, così è composto da molti racconti al massimo di tre pagine, di vari argomenti per creare aspettativa e curiosità, per fare conoscere ai ragazzi la storia di Firenze. “Questo libro non è  la storia di Firenze, ma tante storie”, specifica Artusi, “Abbiamo cercato di renderlo più agevole possibile, una lettura facile, comprensibile, affinché la lettura di ogni capitolo invogli a verificare, vedere realmente quanto letto”. Non è vero che su Firenze sia già stato scritto  e detto tutto: “Se si prende un argomento singolo e si va alle fonti giuste degli archivi si scoprono tante cose curiose, che sono quelle che rimangono impresse e ci fanno apprezzare maggiormente il monumento o il palazzo o il ponte, perché sappiamo un aneddoto avvenuto in quel posto”. La ricerca di Luciano Artusi negli archivi è iniziata quando  aveva appena vent’anni: “Dal 1952 frequento gli archivi di Firenze, li conosco un po’ tutti e nei nostri libri raccontiamo sempre qualcosa di nuovo, perché ci sono quelle curiosità che si trovano nelle carte ingiallite degli archivi. Le scoperte si fanno sempre per caso, si va a cercare una cosa e se ne trova un’altra”. Per esempio? “Di recente nell’archivio del Capitolo del Duomo abbiamo scoperto tante curiosità come le gattaiole nel Duomo, da un verbale dei canonici del 1800. Nelle due sacrestie del Duomo, infatti, alla base ci sono due gattaiole, perché la notte aprivano ai gatti essendoci i topi: il Brunelleschi aveva pensato anche a questo! Sono stato in Duomo chissà quante volte, ma non me ne ero mai accorto; letto questo, sono subito andato a verificare e ho constatato che, sì, ci sono due gattaiole”. Nel libro ci sono storie particolari, come quella dell’uomo della forchetta. Chi era? “Nell’Ottocento successe un fatto strano. Dei giovanotti a tavola si raccontavano un episodio avvenuto a teatro, dove un prestigiatore si era messo in gola un coltello e poi una piccola sciabola. Ne parlavano e uno di loro, per dimostrare che era vero, si mise dall’alto una forchetta in bocca, ma gli scivolò e finì in gola. Con la forchetta nell’esofago, il ragazzo allora andò all’Ospedale di San Giovanni di Dio. Era un giovane tappezziere di trent’anni e provarono in tutte le maniere a estrarla, ma la forchetta andava sempre più giù. Neppure le purghe furono di aiuto. Ha campato ventidue anni in questa maniera, perciò veniva da tutti chiamato l’uomo della forchetta. Fino a quando venne ricoverato per una colica sempre a San Giovanni di Dio e il professore, lo stesso che lo aveva visitato la prima volta, lo operò, ma non ci fu niente da fare. L’uomo morì, ma la forchetta, se volete vederla, è al piccolo Museo di San Giovanni di Dio”.

L'angolo del libro - “L’alternativa Montagna” di Niccolò Rinaldi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un manuale dedicato all’amata montagna. A Villa Vittoria, Niccolò Rinaldi presenta “L’alternativa Montagna” (I Libri di Mompracem) con Giovanni Fittante, coordinatore del progetto culturale e presidente di Villa Vittoria Cultura, la giornalista e studiosa di geostrategia Elena Tempestini, Paolo Ciampi e l’alpinista Giusy Vergara. Viaggiatore alpinista, Rinaldi, che è stato eurodeputato e animatore dell’Intergruppo Montagna del Parlamento Europeo, scrive spesso di alpinismo e con questa pubblicazione fa un elogio della montagna per più motivi. “Ho scritto vari libri di viaggio ed era inevitabile che la montagna”, dice l’autore, “che è un fatto geografico, fisico, spirituale ma anche culturale diventasse un piccolo volume, compendio di riflessioni.Alcuni elementi combinati insieme creano la montagna: il senso di  assoluto e di pulizia, la dimensione della verticalità, questa voglia insita in tutti di salire e vedere le cose dall’alto, perché aumenti la tua percezione”. Come si legge nella quarta di copertina “le giornate e le notti di alpinismo ad alta quota sono una sfida alla razionalità, una presunzione smoderata e al tempo stesso un atto di umiltà; dal primo passo, ci sentiamo minimi al cospetto della grandiosità, della lunghezza, della difficoltà del cammino, della meteorologia e delle sue improvvise virate, delle rocce. Questi sforzi sono ricchi di un fermento rigenerante per la vita a valle: si tempra la volontà, si relativizzano altri eventi, si misurano le capacità del corpo e della volontà, si tiene lontana la tentazione della pigrizia”. Il percorso fatto è, innanzitutto, quello con se stessi, in una lunga e silenziosa conversazione interiore che ti porta a delle scelte. “È un percorso formativo in un apparente silenzio, perché ci sono il vento, il fruscio degli alberi o il rumore degli animali; è una diversa sonorità che noi consideriamo silenzio rispetto al trambusto cittadino, ma non lo è. C’è una sorta di ascesi personale in questo essere costantemente presenti a se stessi, in questo sforzo dell’attenzione, essere responsabili per fare capire da dove si può passare, se prendere quella strada oppure no, nel saper leggere i segni lasciati prima di noi, nella capacità di orientamento e di comprensione del cambio della meteorologia, insomma tutti i sensi sono allertati; si pensa e si prendono decisioni piccole o grandi. La montagna è un chiavistello  che apre quello che hai dentro”. La montagna attrae e respinge allo stesso tempo: “Ti chiama, ha questi picchi come meta da raggiungere, ma l’ambiente all’alta quota non è fatto per noi uomini, non ci possiamo vivere”. La montagna è vicina: “anche a Monte Morello o nel bosco di Serpiolle ne sentiamo gli odori e le esperienze, i misteri e le scoperte, il pericolo e il senso di straniamento”. In montagna aumenta l’autostima, perché impariamo a contare sulle nostre forze: “fai un percorso e ne sei contento, anche quella piccola esperienza è profonda, intima e significativa”.Ma la montagna non è immune dai mali del nostro tempo, il malcostume e il degrado. Ci si impara, però, l’educazione all’ambiente e rimane, così, una forma di salvezza, “alternativa” alle alienazioni delle pianure.(Nella foto da sinistra a destra: Elena Tempestini, Giusy Vergara, Niccolò Rinaldi, Giovanni Fittante, Paolo Ciampi)

L'angolo del libro - “Affetti non desiderati” di Elena Rui

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Per me il racconto è un’acrobazia, una piroetta”, dice Elena Rui, al Giardino delle Rose alla presentazione del suo “Affetti non desiderati” (Arkadia Editore) con Paolo Codazzi e Massimiliano Scudeletti, in un evento a cura dell’associazione Febbre e Lancia in collaborazione con “I libri di Mompracem”.“Nel racconto bisogna cadere in piedi”, spiega l’autrice, “che il cerchio si chiuda e si ritorni al punto di partenza, insomma ci sia una vera conclusione, qualcosa che lascia il lettore interdetto, stupito o con delle domande. È questo il mio intento”.“Affetti non desiderati” contiene nove racconti ambientati ai nostri giorni tra Parigi, dove vive l’autrice, e Padova, la sua città natale, ma ci sono anche dei non luoghi come gli hotel, “forse per costringere i personaggi in un ambiente chiuso e vedere le loro reazioni”. Il  titolo del libro rimanda con un gioco di parole agli “effetti indesiderati” che si leggono nei bugiardini ed era il titolo originario, poi tramutato in “Affetti non desiderati”. Ma quali sono? “I racconti parlano di rapporti di amicizia, amorosi, passionali, familiari, complicati come nella vita di ciascuno di noi e quindi non desiderati in questo senso”.Prove da superare, scatti di ira, compromessi, rancori taciuti e poi esplosi, in relazioni difficili per più motivi: l’età, le condizioni sociali ed economiche, il sentimento non ricambiato o che va a diminuire.Nella forma breve dei suoi racconti Elena Rui disegna dei personaggi in cui ogni lettore può riconoscersi, per la vastità e universalità di ciò che viene raccontato ovvero l’amore nella sua quotidiana diversità.“Mi interessa guardare la complessità del reale senza prendere posizione”, dice l’autrice, “scrivere è soprattutto uno sguardo su ciò che ci circonda”. Che cosa è per lei la scrittura? “Per me scrivere è faticoso, perché si è soli con se stessi, non si sa se quello che si sta scrivendo va bene e lo si può sapere solo dopo averlo riletto e corretto a distanza di tempo. La parte più divertente della scrittura sono i dialoghi, mi piacciono molto, perché da questi si deducono molte cose”.  

L'angolo del libro - “In cammino con Matilde” di Paolo Ciampi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Nei libri di storia a scuola è conosciuta per un episodio, ma è molto di più di quello, Matilde di Canossa. Paolo Ciampi prova a renderle giustizia. Lo fa a modo suo, mettendosi in cammino nei luoghi che le appartennero, sui sentieri dell’Emilia e della Toscana tra pievi, castelli, ostelli che ancora testimoniano la grandezza e la modernità di colei che fu detta “Signora d’Europa” e sconfisse l’Imperatore Enrico IV, ascoltandone i passi, dedicandole il libro “In cammino con Matilde” (Mursia). Ciampi lo presenta nello scenario suggestivo del Giardino delle Rose con Paola Facchina, in un evento a cura dell’associazione Febbre e Lancia in collaborazione con “I libri di Mompracem”. L’episodio famoso per cui è da tutti citata, quello con il Papa e l’Imperatore, viene chiamato il perdono o l’umiliazione di Canossa; di certo lei era la padrona del castello e, altrettanto sicuro, dice Ciampi, è che “la storia a volte l’hanno fatta le donne, ma l’hanno  raccontata gli uomini. Questo libro, non da storico, dimostra come si possano avere vari punti di vista, che a volte non ci aiutano ad avvicinarci alla verità, come nel caso di Matilde, sminuita e dimenticata.È un libro sul piacere del viaggio lento che ci permette di porci le giuste domande e avere qualche risposta. È la storia di una donna che ci ha dato molto”. In un periodo come il Medioevo lei capovolge il prestabilito ruolo della donna subalterna all’uomo. Eppure, nonostante i suoi domini dall’Adriatico al Tirreno, dal lago di Garda alla Tuscia, su di lei pare calato il silenzio.“È una donna straordinaria la Marchesa di Tuscia, padrona della pianura padana, signora del Po, dominatrice incontrastata di tutti i valichi appenninici; la consigliera più stretta di uno dei Papi più importanti della storia, nel mezzo della lotta per le investiture tra il potere della Chiesa e dell’Impero. Ed è intrigante perché quasi tutto quello che ha fatto non lo avrebbe voluto fare;infatti lei incarna l’esempio di donna attiva nella società della Firenze medievale, quando il suo nome veniva dato a molte bambine, ma in realtà Matilde avrebbe preferito una vita contemplativa ritirandosi in un monastero, solo che il Papa non glielo permise, dandole responsabilitàdi governo”. Ciampi cammina con Matilde e con il lettore, percorrendo un tratto della via matildica in saliscendi collinari di realtà abitate e bei borghi, nel territorio del Lambrusco e del Parmigiano, al proprio passo, “perché le gambe ci aiutino a entrare nelle vite delle persone che ci hanno preceduto. Il cammino è una palestra di attenzione, con un senso di liberazione da tanti pensieri”.

L'angolo del libro - “Dovevo ucciderti” di Andrea Improta

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un altro caso per il Commissario Manfredi. A due anni di distanza da “Il rifrullo del diavolo”, Andrea Improta pubblica la seconda storia con il suo protagonista: “Dovevo ucciderti” (Incipit23). Presenta il libro al Conventino Caffè Letterario con Paola Gradi e, a un certo punto, non c’è più una sedia libera. Varie persone stanno in piedi, ad ascoltare le parole di Improta e l’accompagnamento musicale del Meissa Duo ovvero le bravissime sassofoniste Alda Dalle Lucche e Giulia Fidenti. È una presentazione riuscita, perché ci sono partecipazione, spontaneità, divertimento. Anche se i temi del libro non sono affatto divertenti.A cominciare dall’inizio, con una donna, Sara, che scappa dal marito violento, Sandro, il quale viene ritrovato cadavere sulla riva dell’Arno. Chi lo ha ucciso? Il Commissario Marco Manfredi indaga sul presente e sul passato dei personaggi, tra cui la carismatica Federica, spostandosi tra Firenze e Napoli in una storia ambientata ai nostri giorni. Incontra strozzini e ludopatici, “perché il genere giallo”, dice Improta, “ha questo di bello: ci puoi mettere di tutto, dal rapporto d’amore più bello al femminicidio, a ogni altro tema difficile. Ingiusto definirlo, come spesso accade, letteratura di serie B”. Un tipo di romanzo in cui la figura dell’investigatore è naturalmente centrale. “Il commissario Manfredi ha qualcosa di mio: gli piacciono il vino, i gatti che sono esseri speciali, è molto sensibile alle donne, ipocondriaco”. Manfredi vive, infatti, con il gatto Buk e la compagna Alice e, rispetto al primo romanzo, si vede l’evoluzione dei personaggi. Particolare la tecnica  narrativa scelta dall’autore; ogni capitolo, infatti, è scritto in prima persona secondo il punto di vista di un personaggio diverso, quindi cambia il linguaggio. “Non è semplice”, spiega Improta, “in particolare per il giallo, perché parla anche l’assassino ma chiaramente non può dire che lo è, quindi bisogna descrivere lo scorrere degli eventi secondo i vari punti di vista senza svelare il mistero che c’è sotto. Questo è uno stile diffuso, a me è venuta l’idea dopo avere letto una scrittrice spagnola di gialli che scrive con questa tecnica: Lorena Franco”.

L'angolo del libro - “Borgo Ottomila” di Leonardo Gori

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Una storia in testa da tempo, da ambientare nel luogo giusto. Trovato quello, il resto è venuto da sé. Al Libraccio, Leonardo Gori racconta il suo ultimo libro, accennando il minimo indispensabile alla trama, perché c’è un mistero da svelare e bisogna stare bene attenti a quello che si dice per non togliere il gusto della lettura. Nella sua esposizione lo accompagnano l’amico Marco Vichi, autore delle storie del commissario Bordelli ma non solo, e la giornalista de La Nazione Olga Mugnaini.Il titolo del libro, dunque: “Borgo Ottomila” (Guanda). Sembra un nome di fantasia, ma non lo è. Esiste davvero un Borgo Ottomila, è una frazione nel comune di Celano in Abruzzo. Uno di quei posti che nascono dal prosciugamento di un lago, un altrove dove rifugiarsi se si è in fuga. Come nel caso di Anna, una delle tre donne protagoniste del romanzo. Scappa dal marito violento e torna nel paesino dell’infanzia, dove ritrova Marta, la migliore amica di allora. E dove le raggiungerà la vicequestore Laura Novembre che, insieme al sovrintendente Stefano Alfieri, sta indagando su un misterioso omicidio. “Ho scoperto questo non luogo su internet, non ci sono mai stato a Borgo Ottomila perché non volevo farmi condizionare nel mio racconto”, spiega Gori e aggiunge come questo romanzo sia diverso dai suoi precedenti con protagonista Bruno Arcieri per più motivi. “Faccio tabula rasa di quanto scritto finora, perché stavolta non c’è la storia con la s maiuscola a intrecciarsi con le storie dei personaggi. Inoltre è ambientata ai giorni nostri, anche se con frequenti flashback agli anni Ottanta. Poi c’è una coppia di investigatori, per me la novità più complicata. Infine è una storia con tre personaggi femminili, in cui mi sono identificato per vedere la storia attraverso di loro”. Un noir pieno di suspence, tanto da essere paragonabile, secondo Vichi, a “Psycho” con il conseguente augurio di trovare un produttore e un regista alla Hitchcock per farci un film. I personaggi  sono più importanti della trama, la quale “è necessaria, regge il romanzo”, dice Gori, “ma può cambiare anche radicalmente durante il racconto, basta mantenersi coerenti senza cadere in contraddizioni”.E i nostalgici di Arcieri? “A gennaio dovrebbe uscire una nuova storia, ambientata nel 1946, nei giorni a cavallo del referendum istituzionale del 2 giugno tra monarchia e repubblica”.

L'angolo del libro - “Un goal per l’inclusione sociale” di UPD Isolotto. A cura di Gino Fantechi Materni

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Gol! Per condividere l’abbraccio dei compagni. Per fare parte della  stessa squadra. Da più di otto anni la UPD Isolotto porta avanti il progetto “Uniti per un Sogno”, una splendida realtà per un calcio inclusivo che vuole unire, divertire, fare crescere e migliorare ragazzi e ragazze con disabilità intellettiva e relazionale. Da questa esperienza è nato il libro “Un goal per l’inclusione sociale” (Edizioni Genius Loci), presentato alla BiblioteCaNova Isolotto dal curatore del volume Gino Fantechi Materni insieme al Presidente del Q4 Mirko Dormentoni e a Marco Burgassi. Fantechi è il vicepresidente Isolotto che ha creduto subito nella fattibilità di questa idea, nata dalla richiesta di un bambino al padre: “Voglio fare calcio”. Damiano ha la sindrome di down e la passione per il pallone, ma non è facile trovare un posto dove giocare. Pino Moscato, il padre, si rivolge alle istituzioni e la consigliera comunale Barbara Felleca trova la società giusta all’Isolotto dove, due anni dopo, si giunge alla creazione di una struttura composta da  uno staff di professionisti, psicologi, terapisti di neuro e psicomotricità, allenatori, tutti quasi volontari con rimborsi che a volte non coprono neppure le spese. Nella stagione conclusa erano venticinque ragazzi con un’età dai dieci ai trent’anni ad allenarsi due pomeriggi alla settimana con lo stesso abbigliamento e tesseramento Figc insieme ai coetanei normodotati della scuola calcio e giovanile, a girare in modo che tutti possano fare questa esperienza formativa reciprocamente. “Il nostro intento è mostrare un modo possibile di creare inclusione tramite lo sport che è un mezzo eccezionale e universale a prescindere dal calcio”, spiega Gino Fantechi Materni, “perché qualcosa si può fare, davvero, seriamente”. La dimostrazione è nell’abbraccio collettivo di calciatori, allenatori, formatori, dirigenti, familiari, tutti a fare parte della stessa famiglia all’Isolotto calcio. Negli anni l’attività svolta di calcio integrato, che offre a tutti i ragazzi le stesse opportunità, ha ricevuto vari riconoscimenti, anche europei. È il fiore all’occhiello di questa società sportiva e viene raccontata in questo libro che fa capire le problematiche e le soluzioni. In appendice si spiega come il ruolo del gioco incida nella crescita dei ragazzi. “Sono migliorati nella loro autonomia, si aiutano tra loro”, dice Fantechi e già pensa a nuove iniziative per la prossima stagione.

L'angolo del libro - “Do you remember? La nostra Firenze negli anni ’70 e ’80” di Massimo Pieri e Marco Ciappelli

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

C’è un’isola a Firenze, in Via San Domenico, sulla strada che porta a  Fiesole. Si chiama Itaca. Lì si presentano libri, si legge, si discute,  si condivide. Il padrone di casa è Paolo Ciampi, scrittore, camminatore  e giornalista. “Itaca è una casa aperta a ospitare chi vuole attraccare  a questo porto, a questa isola allo stesso tempo reale e immaginaria  per condividere parole e storie”, dice Ciampi. “L’isola dà il senso di un ambiente protetto, dove si può essere più sicuri, più noi stessi. Abbiamo bisogno di isole nella nostra società dove siamo sempre presi dalla fretta e dagli impegni. Itaca è il risultato di tre c a cui tengo molto: cultura, creatività e convivialità. Le tre c portano alla quarta  c, di casa, perché era la casa dei miei, una casa privata e che lo rimane,  ma quando apro il cancello diventa aperta a tutti”. Tra i libri presentati  nella biblioteca ricca di volumi, “Do you remember? La nostra Firenze negli anni ’70 e ’80” (I Libri di Mompracem) di Massimo Pieri e Marco Ciappelli. Un omaggio a una città che non c’è più, in un periodo indimenticabile per chi lo ha vissuto, come gli autori, e per chi ha portato la propria testimonianza: il terzo scudetto viola sfiorato, le radio libere, il look, i cocktail, la cucina, il ricordo del gettone per telefonare dalla cabina alla fidanzata col terrore che ti rispondesseil padre, le feste in casa con la speranza di incontrare una ragazza come Sophie Marceau nel “Tempo delle mele” per ballarci un lento a debita distanza ma con il cuore che batteva forte. “Erano gli anni delle compagnie, ritrovi di gruppo fra ragazzi e ragazze in ogni parte della città”, dice Pieri. “Abbiamo raccolto testimonianze, aneddoti, fotografie e adesivi. Avevamo il Ciao, le vespine. C’erano tanti locali dove si andava a ballare con la massima serenità. Sono felice di avere vissuto una certa epoca sotto tutti i punti di vista, per i primi lavori e i soldi – la lira - in tasca. Noi socializzavamo stando fuori, insieme,a parlare, non attaccati ai telefonini come i ragazzi di oggi. La gente era diversa. La politica era diversa. Ci si aiutava, questa è una parola oggi scomparsa”.

L'angolo del libro - “La mia creatura” di Silena Santoni

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Conosciamo tutti la storia di Frankenstein, la creatura nata dall’assemblaggio  di varie parti di cadaveri, ma che cosa sappiamo di Mary Shelley, l’autrice di questo capolavoro scritto più di duecento anni fa? Tra  verità e finzione, personaggi storici e una coppia di albergatori  inventati, Silena Santoni ne “La mia creatura” (Giunti Editore), presentato al Centrolibro di Scandicci con Olimpia Cogliano, prende spunto dai primi ventiquattro anni di Mary Shelley, fino a quando appunto rimane vedova del marito Percy, per narrare ciò che la coinvolge di più. “Mi era stato chiesto di scrivere una biografia romanzata ma poi è diventata un romanzo gotico”, dice Silena Santoni, “della tensione verso l’infinito, sul desiderio e il tentativo di superare la morte”. Quanta vita, e quanta morte, nella biografia di Mary Shelley. A soli dieci giorni dalla nascita, sua madre muore per complicazioni dopo il parto. Mary sentirà sempre la  mancanza della figura materna, ma soprattutto avvertirà un senso di colpa sentendosene in qualche modo responsabile. Avverte anche le forti  aspettative nei suoi confronti perché figlia di due intellettuali, William Godwin e Mary Wollstonecraft. A sedici anni si innamora di Percy Shelley. Lui era già sposato con figli, ma scappa dalle responsabilità familiari per stare con lei. Si tratta di “un amore tossico perché lui rifiuta ogni  convenzione, in particolare la fedeltà. Mary avrà cinque gravidanze, ma  vivrà solo un figlio”. Il momento centrale della storia narrata da Silena Santoni è nel 1816 a Villa Diodati sul lago di Ginevra, dove Mary con Percy, la sorellastra Clare e il bambino appena nato vanno a trovare  Lord Byron. Passano il tempo a fumare, bere, drogarsi, ma soprattutto  a parlare di storie dell’orrore in cimiteri, letteratura in voga in quegli  anni, fino a quando Lord Byron lancia una sfida. Chi tra loro scriverà un racconto di paura? In quel contesto nacquero “Il vampiro” dalla penna  di John Polidori, segretario di Lord Byron, e soprattutto “Frankenstein” scritto da Mary a soli diciannove anni. “Fin dall’inizio fu un grande successo”, dice Silena Santoni, “ma Frankenstein non è un mostro, ma il nome di chi lo ha creato, quindi chi è più mostro la creatura o il creatore, lo scienziato Frankenstein? Lui vuole superare i limiti imposti all’uomo, ma viene fuori una creatura mostruosa, così scappa lasciandola al suo destino. Questa creatura è come un neonato, non sa niente della vita e del mondo. Chiede amore, ma tutti lo evitano per il suo aspetto”. Mary esorcizza i suoi sensi di colpa e i suoi lutti nel romanzo, “dà una forma ai mostri dentro di sé, ha il coraggio di affrontarli trovando così l’immortalità con la scrittura”.

L'angolo del libro - “ Sulla cresta dell’onda. Gastone Nencini e quel 1960” di Giovanni Nencini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Il Leone del Mugello. Lo chiamavano così, Gastone Nencini, spericolato e coraggioso, uno dei più grandi discesisti di sempre. Una settimana fa il Tour de France è partito da Firenze e il pensiero va a chi l’ha vinta quella corsa, a chi ha tagliato il traguardo finale con la maglia gialla addosso. Solo due campioni toscani ci sono riusciti, Gino Bartali nel 1938 e nel ’48 e, appunto, Gastone Nencini nel 1960. Un anno speciale, quello, come racconta Giovanni Nencini, uno dei quattro figli, nato proprio pochi mesi dopo la vittoria del Tour, nel suo libro “Sulla cresta dell’onda” (Sarnus Editore), presentato con Marco Pasquini in Piazza Santa Maria Novella nell’ambito della terza edizione de “Le  Piazze dei Libri”, evento organizzato da Confartigianato Imprese Firenze con cinque serate in otto piazze sparse tra tutti i quartieri cittadini e il coinvolgimento di tredici librerie. Il sottotitolo recita: “Gastone Nencini e quel 1960”. “Quell’anno è stato straordinario per mio padre non soltanto per la vittoria al Tour de France e il secondo posto al Giro d’Italia sfuggito per soli 29 secondi”, spiega Giovanni Nencini, “ma anche fondamentale dal punto di vista privato perché conobbe l’amore della sua vita, la mamma, e proprio in virtù di questo molto probabilmente ebbe quei grandi successi sportivi”. Il libro dunque si sviluppa su due binari, da un lato il Tour e dall’altro una grande storia d’amore, tra l’altro “molto controversa e difficile in quegli anni perché il babbo era sposato con un’altra donna e la mamma con un altro uomo”. In un dialogo immaginario tra un giovane giornalista e un anziano cronista si raccontano gli sforzi e le difficoltà di quel Tour, mentre viene ricostruita parallelamente la storia d’amore con Maria Pia, anche attraverso le lettere di Gastone dalla Francia. Ne esce fuori il ritratto inedito di un campione, raffigurato anche nella sua vita privata. In un’epoca poi in cui, con l’avvento degli sponsor, il ciclismo passava dall’“eroico” ai tempi moderni. Un libro particolare, che solo un figlio poteva scrivere dedicandolo al padre.

L'angolo del libro - “Bartali. La grande Storia” di Marcello Lazzerini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Pedala ancora, Gino Bartali, nella memoria di tutti e in particolare nel cuore di chi lo ha conosciuto. Ancora di più oggi, giorno della partenza da Firenze del Tour de France. Gino lo ha vinto due volte, a dieci anni di distanza l’uno dall’altro, nel 1938 e nel ’48. Bartali, insieme a Gastone Nencini nel ‘60, sono i due soli campioni toscani ad avere vinto la corsa francese. Bartali rivive nelle pagine dei libri, come in quello di Marcello Lazzerini, “Bartali la grande storia” (Udom Edizioni), presentato presso il Club Anima Viola. All’evento condotto dal Presidente dell’Associazione Stampa Toscana Sandro Bennucci, insieme all’autore del volume sono intervenuti la nipote di Gino, Lisa  Bartali che ne ha scritto l’introduzione, l’editore Surat Sunonkun, la Presidente del Viola Club Claudia Giusti e l’ex ciclista Giuliano Passignani, presidente delle Glorie del Ciclismo Toscano. Fabio Baronti e Chiara Macinai della Compagnia delle Seggiole hanno emozionato il pubblico, attento e partecipe, leggendo alcune pagine dedicate a Coppi, Bobet, Anquetil e De Gasperi. Questo volume è la nuova versione del libro “La leggenda di Bartali” (Ponte alle Grazie), Premio Bancarella  Sport nel 1993. Le interviste riproposte non risentono del tempo, trasmettono ancora l’unicità di un uomo diventato personaggio non solo sportivo. “Gino aveva stabilito con me un rapporto di fiducia”, ricorda Lazzerini, “durante i nostri viaggi in macchina mi raccontava gli episodi della sua vita che io trascrivevo. Lui parlava e io la volta successiva gli portavo il testo scritto da leggere. Dovevano, infatti, uscire i fascicoli di questa storia e avevamo delle scadenze da rispettare”.Ma chi è stato Gino Bartali? “Un personaggio straordinario. Ho capito di trovarmi di fronte a un grande italiano, figura esemplare non solo di sportivo, un eroe quasi mitologico per il suo modo di affrontare le difficoltà e la montagna”. Da ventiquattro anni Bartali non c’è più, ma la sua memoria vive attraverso tante iniziative, come il tema di maturità nel 2019 o l’uscita di libri come questo, in cui “il nonno Gino si racconta”, dice Lisa. Vita privata, imprese, aneddoti, la morte del fratello Giulio, il suo percorso come carmelitano laico, la sua vita dopo quella da atleta, qualche accenno al salvataggio degli ebrei con le missioni segrete in bicicletta fino ad Assisi e Roma nascondendo carte di identità contraffatte nel telaio della bici; vicende poi approfondite dagli studiosi molto più tardi, fino al riconoscimento nel 2013 del suo contributo da parte dell’ente Yad Vashem che lo ha proclamato “Giusto tra le Nazioni”. “Gino non ne voleva parlare”, dice Lazzerini, “ma quando lesse le pagine del libro non corresse una virgola, perché quelle azioni erano narrate senza grancassa, senza vanto, quasi sorvolando, senza farle pesare”.

L'angolo del libro - “Tra oceano e stelle” di Claudio Galluzzo

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Amerigo Vespucci ha vissuto due vite, mi piaceva raccontare questa verità biografica e ho provato umilmente a farlo”. Andrea Claudio  Galluzzo presenta “Tra oceano e stelle” (Mauro Pagliai editore), con Marco Crisci, in Piazza Santa Maria Novella nell’ambito della terza edizione de “Le Piazze dei Libri”, evento organizzato da Confartigianato Imprese Firenze con cinque serate in otto piazze sparse tra tutti i  quartieri cittadini e il coinvolgimento di tredici librerie tra indipendenti  e catene. Non è un libro di storia. La vita di Amerigo Vespucci viene  narrata in prima persona da Galluzzo: “è una finta autobiografia, faccio finta di essere Vespucci che racconta al nipote Giovanni la propria vita”. L’idea del libro venne a Galluzzo nel 2012, in occasione del cinquecentenario della morte di Vespucci avvenuta a Siviglia. In quel periodo Galluzzo coordinava un’opera con i “Fiorentini nel mondo” per un tributo al Vespucci mercante. Aveva letto una ventina di biografie e, all’ultima, iniziò a scrivere a mano le memorie di Vespucci in prima persona. Il racconto inizia dalla casa di campagna, in via di Peretola numero 6, dove la famiglia aveva un podere e Amerigo teneva i conti allo zio. Sdraiato sul tetto di casa, Amerigo copia le costellazioni su un foglio; siamo agli inizi della navigazione astronomica, ma lui i calcoli li fece giusti, a differenza di Cristoforo Colombo. Poi gli studi presso il monastero di San Marco, l’attività commerciale e quella di banchiere per la famiglia Medici. Quindi i primi viaggi nelle Indie Occidentali, le grandi scoperte, fornendo per primo notizie di quel continente che prenderà il suo nome: “questo fiorentino va messo accanto ai grandi uomini del suo tempo”, afferma Galluzzo, “non tanto perché ha dato il nome all’America, ma perché aveva quella qualità altissima che pochi fiorentini hanno avuto”. Vespucci è una figura umana molto interessante: “ha avuto il coraggio, da iperbenestante qual era, di dire basta, lasciare i posti già visti per andare nel Nuovo Mondo, che nella seconda metà del Quattrocento era quello che percorreva le coste occidentali dell’Africa e cominciava ad avventurarsi in aperto oceano. Siviglia era la Dubai di oggi”, dice Galluzzo, che da alcuni anni ha lasciato la sua Firenze per vivere negli Emirati Arabi e spostarsi di continuo tra Cina e America.Una vita per certi versi simile a quella di Vespucci del quale, in modo forse naturale, Galluzzo ha scritto un diario immaginario. “Vespucci decide di cambiare vita: quanti nella sua epoca lo hanno fatto, hanno avuto il coraggio di farlo? Pochissimi”.

L'angolo del libro - “Oltre” di Gigi Paoli

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Lasciare un personaggio di successo, per crearne un altro dello stesso spessore se non maggiore, è sempre un rischio, per qualsiasi narratore. Ma Gigi Paoli ci è riuscito. Lasciato momentaneamente dopo cinque storie il suo alter ego Carlo Alberto Marchi, giornalista di cronaca giudiziaria a Firenze nel Palazzo di Giustizia da lui ribattezzato “Gotham”, il professor Piero Montecchi ne ha preso il posto, nelle pagine di Paoli e nell’attenzione dei suoi lettori. Così la loro attesa per la nuova uscita editoriale, quasi annuale, è rimasta, forse aumentata. Piacevole abitudine di seguaci affezionati. In tanti erano alla libreria cinema  Giunti Odeon alla prima presentazione di “Oltre” (Giunti Editore), secondo romanzo con protagonista il prof. Montecchi, neuroscienziato italo-francese consulente del Cicap, il Comitato per il controllo delle affermazioni sul paranormale. Sul palco Paoli dialoga con Gabriele  Canè, editorialista di QN, e racconta come è nato il suo nuovo personaggio: “Me lo chiese una sera il mio mentore Antonio Franchini, direttore editoriale dell’area narrativa e saggistica della Giunti. Dopo tre giorni gli presentai il professor Montecchi. Avevo preso spunto dalla mia serie tv preferita, X-Files, per creare un personaggio che ha fede nella scienza e dà la caccia alla pseudoscienza”. Scelta azzeccata, visto il successo de “La voce del buio” uscito l’anno scorso. “Sono affezionato a Piero Montecchi, perché ha il nome di mio padre e perché è un uomo molto combattuto, crede nella scienza anche se questa non gli ha salvato la moglie malata di cancro”. Alla Giunti Odeon Paoli giocava in casa, per l’editore e perché è il luogo dove ha scritto il suo libro. In copertina l’immagine del cubo di Metatron, “il simbolo più importante della geometria, rappresenta la chiave conosciuta della natura e dell’universo”.L’inizio rientra nei tipici canoni del giallo, con il misterioso doppio omicidio di due premi Nobel per la fisica uccisi nello stesso momento e modalità, ma a distanza di mille chilometri; delitti molto simili a un altro di vent’anni prima. Montecchi è affiancato da una poliziotta a capo dell’Udi, Unità delitti insoluti. Ma “Oltre” si sottrae alle  etichette di genere: “Non è solo un giallo o un noir. Ci sono il confine tra etica umana e scienza, l’abuso dell’intelligenza artificiale, la questione dei migranti”. Prima di scrivere, Paoli svolge un accurato lavoro di ricerca: “Fondamentale vedere quello che racconti. È vero tutto quello che ho scritto, solo alcune cose le ho anticipate nel senso che gli stessi scienziati affermano saranno realtà dal 2045”. E Marchi  che cosa sta facendo? “È in cassa integrazione o in vacanza, ma tornerà. Forse un giorno i miei due protagonisti si incontreranno in una storia a Firenze. Chissà”.

L'angolo del libro - “Tiziano Terzani mi disse” di Jacopo Storni

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Alla scoperta delle radici di un grande giornalista scrittore viaggiatore. Nel ventennale della sua morte, è uscito il libro Tiziano Terzani mi disse (Ediciclo Editore) di Jacopo Storni, con la prefazione di Angela Terzani Staude, la moglie. Lo hanno presentato al Teatro Cantiere Florida in una serata evento da tutto esaurito, condotta da Martina Castagnoli della libreria On the Road, con Fabio Terzani, il cugino, e Massimo Mangialavori, il medico omeopata che l’ha accompagnato nella fase finale della sua vita. Sebbene la fama di Terzani sia legata ai suoi oltre trent’anni in Asia, dovunque andasse nel mondo quando gli chiedevano di dove fosse lui rispondeva che era fiorentino, aggiungendo “di Monticelli”. Il viaggio a ritroso di Storni parte da Malmantile, borgo degli avi di Tiziano, poi Via Pisana al numero 147, luogo natale e lo ricorda una targa lì apposta, quindi Pisa alla Normale dove scelse Giurisprudenza, Vinci per il matrimonio con Angela, la basilica di San Miniato al Monte rifugio di quiete spirituale dopo l’11 settembre, infine Orsigna dove ha scelto di “lasciare il suo corpo”. Storni intervista i vicini di casa, i compagni di scuola, gli amici storici. Ogni aneddoto rivela un lato che definisce e aiuta a costruire la personalità di Terzani: “Veniva da un quartiere popolare”, racconta Storni, “cresciuto in una povertà estrema, andava con la mamma al Monte dei Pegni a dare le lenzuola in cambio di soldi. Viveva in una casa di due stanze e nella stessa camera dormiva con il babbo, la mamma e poi la nonna quando gli morì il marito. Portava i pantaloni comprati a rate. La domenica in centro guardava i ricchi mangiare il gelato che lui non poteva permettersi. Ha sofferto episodi di bullismo. Tutto ciò lo ha segnato profondamente. Da qui nasce la sua voglia di riscatto e di fuga da questa realtà limitata”.La scelta di stare dalla parte degli ultimi. “Se da reporter si è occupato dei poveri, dei dimenticati, dei senza voce, degli oppressi, io credo che lo abbia fatto perché si sentiva come loro e lui prendeva sempre parte nei suoi articoli, non era imparziale”. Terzani ispiratore per tanti, anche per lo stesso Storni: “per me è un punto di riferimento, un maestro professionale e di vita, se oggi faccio il giornalista buona parte del merito è sua e anch’io tento di raccontare gli ultimi. I giovani devono conoscere Terzani, le sue frasi sono eterne”. “Tutti i giorni Tiziano si alzava ed era felice, entusiasta”, lo ricorda Angela, “È sempre stato partecipe della sorte di quelli trattati ingiustamente. Guardava sempre lontano”.

L'angolo del libro - “Gaza, Odio e amore per Israele” di Gad Lerner

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Sono convinto che si arriverà a una convivenza tra ebrei e palestinesi, riconoscendo gli uni il trauma degli altri, la Shoah e la Naqba”. Alla Libreria Feltrinelli in Piazza della Repubblica, Gad Lerner presenta il suo ultimo libro Gaza, Odio e amore per Israele (Feltrinelli) e lancia un messaggio di speranza per questa vicenda secolare. Solo posti in piedi, tra il pubblico presente anche l’Imam di Firenze Izzedin Elzir nato a Hebron. Merito della popolarità del giornalista ma soprattutto del tema.Con Gad Lerner dialoga il prof. Franco Cardini, il quale si chiede quante identità abbia l’autore, nato a Beirut da una famiglia ebraica e a soli tre anni trasferitosi con la famiglia a Milano: “in questo libro densissimo la pluralità attiva e positiva di molte identità si sente continuamente e lo porta a essere compartecipe degli altri”. Un libro  scritto in tre mesi ma “dietro ci sono cinquant’anni di memorie ed esperienze”, spiega Lerner, “Noi siamo la generazione venuta al mondo dopo lo sterminio delle nostre famiglie, i sopravvissuti che abbiamo visto nello Stato di Israele un caposaldo”. Come è potuto accadere il 7 ottobre 2023? In quel fazzoletto di terra si stava svolgendo una grande festa giovanile a poca distanza dalla Striscia di Gaza, che assomiglia a un campo di concentramento. Se lo chiede Lerner nella quarta di copertina: “Si può vivere in paradiso sapendo di avere l’inferno accanto?” Le milizie di Hamas “come nei videogiochi: i deltaplani meccanici oltrepassano la  barriera che doveva essere dotata di radar sensibilissimi, i bulldozer la sfondano, tutto nel giro di due o tre ore, uno spartiacque nella storia. Erdogan li ha chiamati partigiani ma ha infangato il senso della resistenza perché i partigiani non hanno mai fatto strage di civili”. La reazione del governo Netanyahu ha scatenato una sanguinosa offensiva militare sugli abitanti di Gaza, screditando però la reputazione di Israele. “Io  solidarizzo con le sofferenze del popolo di Gaza e di Cisgiordania, non da oggi ma da quando sono giovane cerco relazioni in quel mondo. A Firenze nei primi anni Settanta Alexander Langer mi incoraggiava dicendomi ‘tu sai l’ebraico allora vai laggiù a incontrare le pantere nere israeliane e i sindaci della Cisgiordania, organizziamo dei meeting’”. In copertina il guerriero ebreo Sansone abbatte le colonne del palazzo dei filistei ovvero i palestinesi, come nel celebre episodio della Bibbia al grido ‘muori Sansone con tutti i filistei!’, a Gaza, che nelle lingue semitiche significava “feroce, forte” ed è ora un simbolo oltre che un luogo: “nella cronaca drammatica di questi otto mesi seguiti al 7 ottobre rivedo la tragedia di Sansone e dei filistei. Oggi la gioventù, e non potrebbe essere diversamente, sta dalla parte di chi viene massacrato. Io oggi a una manifestazione per la pace non ci posso andare perché tra i vecchi magari c’è chi mi abbraccia ma tra i giovani c’è chi mi griderebbe dietro in arabo allora perché devo stare lì a provocare con la mia presenza?” Nel libro è riportato un lungo dialogo del 1984 con Primo  Levi, a due anni dalla guerra in Libano, in cui l’intervistato “sentiva forte il senso di imbarazzo e di colpa a criticare Israele ma diceva: ‘Israele ha bisogno di questa nostra amorevole critica’ ed io lo trovo attualissimo. Primo Levi ci ha insegnato a manifestare pubblicamente i dubbi che gli ebrei italiani in larga misura hanno nei confronti delle scellerate condotte del governo israeliano. Perché siete così numerosi a questo incontro? Perché tutti avvertiamo che questa guerra locale èperò mondiale, rischia di diventare la guerra dei poveri contro i ricchi, dei senza diritti contro i garantiti, degli orientali contro gli occidentali, e peggio ancora la guerra dei musulmani contro la civiltà giudaico cristiana, che secondo me non esiste. Questa sarebbe una spirale che la trascinerebbe a diventare una guerra mondiale”.

L'angolo del libro - “Gli incantatori” di James Ellroy

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

James Ellroy viene accolto alla libreria cinema Giunti Odeon come una  rockstar e lui non tradisce le attese urlando uno yeah liberatorio,  personificando così in un certo senso la sua scrittura. Ospite de La città dei lettori, progetto culturale a cura di Fondazione CR Firenze e Associazione Wimbledon APS con la direzione di Gabriele Ametrano, Ellroy presenta il suo ultimo romanzo, Gli incantatori (Einaudi). Dopo un omaggio a Maurizio Pollini, “il più grande pianista del mondo” scomparso poco tempo fa, Ellroy legge il primo capitolo, tradotto all’istante da Simona Caldera, quindi stende una gamba sul tavolo e risponde alle domande di Gianni Santucci del “Corriere della Sera”.INTERVISTA A JAMES ELLROYSi sente un po’ come Freddy Otash, il suo protagonista? “La creazione è in parte autobiografica, però io non sono mai stato così cattivo come lui anche se abbiamo delle cose in comune”. Quali? “Fin da ragazzo sono sempre stato molto curioso di sapere che cosa succedeva nelle vite degli altri, i dettagli. Crescendo, mi sono interessato ai crimini, alle indagini, al chi ha fatto cosa, chi sarà ritenuto colpevole, qual è la psicopatologia del criminale, giustizia sarà fatta? Antonioni con Blow-up mi ha fatto capire come io avrei guardato questo mondo pieno di bugie”. Il maestro del noir ha 76 anni e parla chiaro. “Sono cresciuto a Los Angeles dopo la seconda guerra mondiale e il mio papà era la persona più scurrile che abbia mai conosciuto”. Ellroy rivisita la storia americana a modo suo, tra finzione e realtà, personaggi inventati e veri, nel contesto criminale della trama. Stavolta il punto di inizio è una calda notte d’agosto del 1962 quando a Los Angeles viene ritrovato il cadavere di Marilyn Monroe. La storia reale si intreccia alla finzione, la sparizione di una giovane attrice rapita. Delle indagini si occuperà il detective Freddy Otash. “Cerco di dare nei miei romanzi la mia versione senza filtri e un po’ selvaggia, verosimile della verità. In relazione alla morte di Marilyn Monroe i dati medici sono ambigui così ho avuto molto spazio per romanzare questo evento”. Chi sono gli incantatori? “Negli anni Sessanta la gente cercava l’incanto, un particolare modo di vita; la prima a pronunciare quella parola è l’insegnante di recitazione diMarilyn”. E se Gli incantatori diventasse un film? “L.A. Confidential e Dalia Nera le hanno trasformate in schifezze”. La scrittrice Joyce Carol Oates la definì “il Dostoevskij americano”. Che ne pensa? “Mi fa sembrare di alto livello ma ... Non mi interessa la letteratura minimalista, sociale, realista, le tragedie americane, Faulkner non l’ho mai letto, Hemingway lo trovo noioso. Leggo solo storie noir ed è appunto quello che scrivo”.

L'angolo del libro - “Il cielo dei temerari” di Roberto Baldini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Il cielo sopra Firenze, l’ebbrezza del volo. Saletta piena alla Libreria  Gioberti per il libro di Roberto Baldini, Il cielo dei temerari. Firenze,  la musa del volo nel segno di Leonardo (Edizioni Medicea), presentato da Elisabetta Failla e Carlo Scarzanella con il Generale di Brigata Aerea Giovanni Francesco Adamo, Comandante dell’Istituto di Scienze Militari Aeronautiche, e Vittorio Argento, già vice direttore Rai Gr1. Il libro nasce da motivi familiari e professionali: “La passione per il volo mi è stata trasmessa dal mio babbo Carlo che non c’è più, così a diciassette anni decisi di prendere il brevetto di pilota. Per la cronaca de La Nazione di Firenze mi occupavo poi dell’aeroporto, impazzivo dietro ai possibili allungamenti o accorciamenti della pista così mi venne l’idea di ricavarne un libro facendo delle ricerche indietro nel tempo”. Questo libro ricco di foto è la riedizione aggiornata di un volume uscito nel 1993 con lo stesso editore, ma in questi trent’anni lo sviluppo dell’aeroporto di Peretola non c’è stato, coi “progetti approvati e non portati avanti”.Le scrupolose ricerche di Baldini nell’archivio storico dell’Aeronautica Militare, nelle antiche cronache de La Nazione e nelle biblioteche lo hanno riportato fino a Leonardo da Vinci, “il primo a dare una base scientifica al sogno dell’uomo di volare, studi sfruttati solo secoli dopo. Affascina leggere le sue riflessioni sul volo degli uccelli, le sue intuizioni”. Fino al leggendario esperimento sul Monte Ceceri in quel di Fiesole con Zoroastro da Peretola, “il primo uomo che forse sperimentò la macchina di Leonardo atterrando malamente e fracassandosi una gamba: sarà stata solo una leggenda? Perché Leonardo non provò lui stesso la macchina? Forse Zoroastro gliela prese di nascosto?” Da Leonardo ai pionieri del Campo di Marte si succedono le storie, come quella di Vasco Magrini, pilota nella prima guerra mondiale e poi primo istruttore di volo a Firenze, morto in un incidente aereo. Vasco e le sue pazzie: “Come quella del ponte quando lui, letto di un aviatore americano passato sotto un ponte dell’Hudson, un giorno che era in volo con il suo biplano, con dietro di lui il vecchio giornalista fiorentino Alberto Decia, passò sotto Ponte alla Vittoria, non indenne perché sfiorò dei renaioli e impattò contro un cavo, ma riuscì ad atterrare sulla riva dell’Arno”. Una sezione del libro è dedicata alle donne, alla prima pilota di linea Fiorenza De Bernardi. Insomma Baldini, com’è volare? “Una sensazione meravigliosa e difficile da descrivere, ci ho provato nel libro e spero di esserci riuscito”.

L'angolo del libro - “Strage al Masso delle Fate” di Nicola Coccia

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

11 giugno 1944 al Poggio alla Malva, Comune di Carmignano. Otto partigiani, quasi tutti sui ventiquattro anni tranne uno con moglie e figli, fanno esplodere un treno merci carico di 160 tonnellate di tritolo, appena uscito dalla fabbrica Nobel (che si trovava di fronte all’enorme pietra detta Masso delle Fate), che sarebbe servito ai tedeschi per minare ponti e strade, distruggere case, rallentare l’avanzata degli alleati.Da questo episodio quasi dimenticato della Resistenza in Toscana si sviluppa il libro di Nicola Coccia, “Strage al Masso delle Fate” (Edizioni ETS), presentato alla Sms di Peretola con Massimiliano Scudeletti. Per un problema con l’innesco della seconda miccia quattro di quei giovani morirono: i fratelli Bogardo e Alighiero Buricchi, Ariodante Naldi e Bruno Spinelli. Si salvarono gli altri: Lido Sardi, Ruffo del Guerra, Mario Banci e il pittore Enzo Faraoni. Proprio quest’ultimo racconterà all’autore del volume quanto accaduto durante quello che fu “il maggior attacco partigiano dell’Italia centrale”. “Ho conosciuto Faraoni nel 1997 e l’ho seguito fino alla morte nel 2017”, spiega Coccia, “l’avrò intervistato una ventina di volte e da lui sono passato a rintracciare i protagonisti o i parenti. Ho parlato con tanta gente in quindici anni finché non ho trovato all’Archivio centrale di Stato un documento dove si dice dove era diretto il carico di esplosivo e questo mi ha spinto a renderlo pubblico, per mettere un punto a una vicenda poco conosciuta”. I superstiti di quell’azione partigiana si rifugiarono nella casa di Ottone Rosai insieme ad altri gappisti tra cui Bruno Fanciullacci. Rosai volontario nella prima guerra mondiale, fondatore con altri dodici artisti nel 1919 del fascio di combattimento fiorentino, in un’occasione salvò Mussolini da un attentato ma non partecipò alla marcia su Roma né indossò mai la divisa fascista. “Ecco Rosai insieme alla moglie dando rifugio ai partigiani rischiava la vita tutti i giorni”, dice Coccia. Nel libro si parla così del gruppo di artisti impegnati nella Resistenza, di una Firenze viva e in lotta dal 1933 al 1944, del famigerato Mario Carità torturatore di Villa Triste e di Pietro Koch, di seminaristi e vescovi, di tante altre storie significative riportate alla luce grazie al lavoro di Coccia. Il libro verrà presentato oggi alle 17 al Salone del Libro di Torino.

L'angolo del libro - “Avevo un fuoco dentro” di Tea Ranno

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Il dovere di raccontare una malattia. Questa la motivazione dell’ultimo libro di Tea Ranno, Avevo un fuoco dentro (Mondadori), presentato al Libraccio con Maria Letizia Magnelli presidente dell’Associazione Culturale Are-té e il prof. Alberto Mattei, a moderare Chiara Dino.Il “dolore che non si può dire” è l’endometriosi, una malattia cronica dalle cause non del tutto chiare e senza una cura definitiva, che colpisce molte donne ma poco riconosciuta e ancora poco detta. Tra le altre cose provoca cicli mestruali molto abbondanti e dolorosi, una sofferenza incompresa dagli altri perché “tutte hanno i dolori del ciclo, che sarà mai”. Tea Ranno la paragona a “un cane dai denti aguzzi, un fuoco che brucia”. Il memoir inizia con un risveglio all’ospedale: Tea ha quarantacinque anni ed è appena stata operata d’urgenza per un’infezione che, partita dall’utero, è arrivata a infuocarle l’intestino, il fegato, i polmoni. Soffre di endometriosi da quando è giovanissima, ma questa volta ne è quasi morta. Perché raccontarla? “Per offrire un’opportunità di indagine  a chi legge. Perché le donne che si ritrovano nei sintomi capiscano che avere il ciclo mestruale doloroso non significa che tu hai una soglia del dolore troppo bassa. La cosa più brutta è fingere normalità per un forte senso del pudore. Mi ha già telefonato qualche ragazza per dire che ha finito il mio libro e ha prenotato una visita dal ginecologo, a me basta questo”. La scrittura autobiografica è stata essa stessa dolorosa o di sollievo? “Ho sempre parlato della mia esperienza di endometriosi, però scriverla ha significato fare un confronto dentro di me. Ho potuto essere molto dettagliata perché tengo i diari da quando ero ragazza. Erano i diari del dolore. Non è stato di sollievo, anzi ho cominciato a stare male. Il mio ginecologo mi ha detto che capita quando ci si ritrova a rivivere una situazione di forte stress emotivo”. Cosa vuol  dire scrivere? “Significa tornare lì, al punto esatto del dolore, in quel dolore che diventa eterno perché per raccontarlo deve eternarsi in ogni attimo su cui ti soffermi, in ogni parola che scegli, perché le parole sono spesso sbagliate, non rendono, non sono abbastanza evocative e tu stai lì nel dolore per raccontare il dolore, per dirlo con una parola che non è mai quella giusta, si avvicina ma non è mai quella giusta, e tu sempre lì, a cercare parole, a cancellare e riscrivere per avvicinarti, solo avvicinarti, a quello che provavi quando di dolore morivi, questo è scrivere”.

L'angolo del libro - “Trudy” di Massimo Carlotto

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“La storia criminale è la scusa per raccontare tutto quello che ci sta intorno”. L’evoluzione del noir secondo Massimo Carlotto. Un autore tra i più conosciuti, dalla sua autobiografia “Il fuggiasco” in poi. Lo testimonia la lunga fila per il firmacopie alla “Colazione con l’autore” presso la Libreria Rinascita di Sesto Fiorentino dove i lettori che di lui tutto hanno letto sono lì per la presentazione di “Trudy” (Einaudi).Una domenica mattina diversa dalle altre perché un caffè in comunione rende più informale parlare di libri e politica. “La letteratura di genere si trasforma continuamente”, prosegue Carlotto, “Oggi pensare che sia solo una storia criminale è sbagliato. A me piace molto raccontare il contesto e tu come scrittore hai il dovere di riportare la complessità della nostra società all’interno della narrazione”. “Trudy” è un romanzo sul lato oscuro dei potenti. Il crimine cambia insieme alla società. Si parla di lavoro, sicurezza, finanza, politica, con protagonisti un ex commissario ai vertici di un’agenzia di security e una giovane di provincia il cui marito è scomparso. Ma tutti i personaggi sono importanti.“Ho un quaderno per ognuno di loro”, spiega Carlotto, “e scrivo molto prima di iniziare il romanzo; il lettore deve percepire una serie di cose quindi l’autore deve sapere cosa pensa, cosa vota, i suoi gusti, conoscerlo in profondità. I personaggi si incontrano nella storia o nella realtà, devono sempre essere aderenti all’ambiente raccontato”.Quali temi deve affrontare la letteratura oggi? “Il lavoro, ma non se ne parla più. Per me è diventato un’urgenza quando si è scoperto che all’interno della più grande tipografia di Europa, che stampa i nostri libri, c’erano dei lavoratori pakistani in condizioni di semi-schiavitù, tutti insieme in una casa, svegliati di notte, dei fantasmi”. Ambientato anche in Toscana, oltre che in Lombardia ed Emilia Romagna, il romanzo nasce dopo una gestazione di due anni: “dopo un’inchiesta di tipo  giornalistico, i dati raccolti usati per la finzione romanzesca. La letteratura poliziesca di oggi è consolatoria ma non è vera, la realtà è più complessa. Ritaglio gli articoli dei giornali dei fatti di cronaca e li conservo in faldoni. A volte i miei romanzi nascono anche da indicazioni dei lettori”. Un autore consigliato? “James Lee Burke, un matto della Louisiana che scrive cose molto strane”.

Maria Concetta Salemi si aggiudica “L’Artusino”

Venerdì 19 aprile si è svolta la serata letteraria al Ristorante “L’Artusino” di Cerbaia

Si è svolta ieri sera a Cerbaia la cerimonia conclusiva del Premio Artusino, giunto alla terza edizione. Dopo una lunga discussione tra i giurati Milko Chilleri, Paolo Ciampi, Paolo Mugnai, Paolo Pellegrini e Francesca Tofanari, la vincitrice è risultata Maria Concetta Salemi con “Mangiare nel Medioevo” (Sarnus, 2018).In qualità di vincitore dell’edizione precedente, Gigi Paoli ha consegnato il premio a Maria Concetta Salemi, con la seguente motivazione: “Nel suggestivo saggio di Maria Concetta Salemi, ci si immerge nelle profonde radici della cultura gastronomica medievale, un'epoca in cui i supermercati non erano ancora concepiti e le tavole erano governate dalla stagionalità dei prodotti. Con maestria e dettagliato realismo, l'autrice ci conduce attraverso un viaggio culinario che riflette l'integrazione progressiva di tradizioni mediterranee e nordiche, delineando le differenze geografiche e culturali che caratterizzavano le pietanze e gli usi alimentari. All'interno delle pagine di questo libro, vengono esaminati minuziosamente i vari metodi di preparazione e cottura dei cibi, con un focus particolare sui condimenti e sull'uso sapiente delle spezie, così come sulle abitudini di consumo dell'epoca. Emergono dettagli affascinanti sulla ritualità del servizio in tavola, sull'utilizzo degli utensili comuni e sul comportamento dei commensali, mostrando come il ruolo del cuoco nel Medioevo non fosse solo quello di un esperto dei fornelli, ma comprendesse anche nozioni di medicina e rispetto dei divieti alimentari, sia essi derivanti da tabù che da precetti religiosi. Un aspetto peculiare dell'età medievale, ampiamente esplorato nel testo, è rappresentato dai giorni di "grasso" e di "magro", che regolavano il consumo alimentare in base alle tradizioni religiose e sociali del tempo, delineando i confini tra ciò che poteva essere gustato e ciò che doveva essere evitato. La chiusura dell'opera è riservata a una sezione dedicata alle ricette medievali, selezionate con cura dai testi degli antichi gastronomi, e organizzate per portate, dalla fase dell'aperitivo fino ai dolci. Queste ricette, adattate al gusto moderno, offrono un'opportunità unica di riportare in vita i sapori e le tradizioni culinarie di un'epoca lontana, rendendo tangibile la storia attraverso il gusto e l'esperienza sensoriale”.Meritevoli anche le opere degli altri scrittori ammessi in finale: “La Fiorentina. Osti, macellai e vini della vera bistecca” di Aldo Fiordelli (Gruppo Editoriale, 2019); “Toscana Racconti, leggende e sapori” di Andrea Gamannossi (Sarnus, 2018); “Le stories di #Artusi” di Luisanna Messeri e Angela Simonelli (Giunti, 2019).Arrivederci all’edizione 2025

L'angolo del libro - “Il ritorno” di Marco Vichi

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Marco Vichi non è solo il Commissario Bordelli, è molto di più. È un narratore che attinge dal reale per raccontare le sue storie. Lo fa con un linguaggio talvolta crudo ma necessario, secondo il contesto, mai per una parvenza pulp. Nel suo ultimo libro, “Il ritorno” (Guanda edizioni), presentato al Libraccio con Valerio Aiolli, Vichi è ancora più diretto. LA TRAMA - Lo richiedono il suo personaggio principale, Maria nata  Mario, e chi ha vissuto sulla propria pelle la guerra nell’ex Jugoslavia. Sì, perché la storia privata di una disforia di genere si inserisce in quella collettiva storica. Se Vichi già rifiuta, a ragione, l’etichetta di giallo per i libri del Commissario Bordelli, la sua ultima pubblicazione è ancora più difficilmente identificabile. Una storia drammatica, scritta nel suo stile. Siamo nell’Italia degli anni Ottanta e Mario non si riconosce nel suo corpo maschile. La madre se ne va presto e il padre è incapace di far fronte a un figlio che si sente una ragazza. Mario diventa una prostituta per potersi pagare l’operazione in una clinica privata in Turchia e diventare completamente Maria. Il ritorno a cui fa riferimento il titolo del libro è appunto quello di Maria che nel suo rientro verso l’Italia rimane bloccata nella guerra in Bosnia durante il disfacimento della Jugoslavia. Due temi enormi si alternano così nel libro, le violenze terribili della guerra e quelle nell’anima di Maria.INTERVISTA A MARCO VICHI - “Avevo seguito molto le vicende dell’ex Jugoslavia in documentari e interviste e mi è rimasta dentro”, spiega Vichi, “tanto che le storie  più cupe di questo romanzo sono vere anche se rese narrative. Le ho fissate sulla carta per rispetto a chi ha subito quelle violenze, volevo raccontarle fino in fondo”. Da Bordelli a una storia di questo tipo cambia il processo di scrittura? “Sono due mondi diversi. Il commissario ha il suo palcoscenico, conosco il teatro, la platea, il suo panorama sentimentale e all’interno di tutto questo ogni volta salta fuori qualcosa di diverso. Qua mi lancio in territori sconosciuti ed è un mio grande divertimento, mi piace. Quando scrivo, entro in una sorta di trance. Il momento della scrittura è un mio nutrimento, non potrei farne a meno, quindi non provo difficoltà quando una storia, una situazione, un personaggio mi chiama”.

L'angolo del libro - “Calcio invenzione infinita” di Sandro Picchi e Marco Viani

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Più che un libro è un’enciclopedia del calcio, da centellinare in una lettura attenta a dati, notizie e curiosità, perché ogni capitolo offre una nuova storia. “Calcio invenzione infinita” (edito da Conti Tipocolor) dello scrittore e maestro di giornalismo sportivo Sandro Picchi e dell’ex calciatore e collaboratore del Settore Tecnico della Figc Marco Viani è un volume ambizioso che mantiene le sue premesse. 766 pagine, 161 capitoli, oltre 650 fotografie e sezioni con QR code che rimandano a video sono il frutto di quattro anni di lavoro. “Un’impresa anche impaginarlo”, dice il coautore del libro e Presidente di Firenze con Te ODV Marco Viani alla presentazione del volume all’Educandato Statale SS. Annunziata insieme al Presidente della Fiorenza Wheelchair Hockey Marino Brancaccio, alla designer editoriale Angela Manetti e ai giornalisti Lucia Viani e Pippo Russo. “Senza memoria non si va lontano”, prosegue Viani, “questo libro dovrebbe arrivare agli educatori e ai dirigenti sportivi”. Il sottotitolo è “Le prime volte, le idee, i gesti, le tattiche, gli avvenimenti che hanno segnato il cammino del gioco più popolare  del mondo”. Questo è il calcio, un fenomeno sociale che riguarda tutti,  da chi gioca in strada e all’oratorio fino ai celebrati campioni ai Mondiali. Dalla prima partita il 26 dicembre 1860 tra Sheffield e Hallam, a quelle giocate nei lager nazisti o in carcere nel Sudafrica di Nelson Mandela. Dall’evoluzione della tattica e del regolamento ai rigori calciati nei modi più impensabili. Le tragedie del Grande Torino, del Manchester United e della Chapecoense; il calcio alle Olimpiadi, femminile, a cinque, per persone disabili. Come scrive Marco Viani: “Non si smette mai di giocare a calcio. Lo si inventa e si ritorna giocatori anche quando le tue gambe non possono più rincorrere un pallone, sensibili solo nel sogno a un tocco di palla. Questo libro è il mio modo di continuare a giocare a calcio”. Il ricavato del libro servirà ad acquistare un pulmino attrezzato per le trasferte della società di hockey in carrozzina Fiorenza Wheelchair. “Calcio invenzione infinita” ha un prezzo di 80 euro e può essere richiesto direttamente a Firenze con Te ODV tel. 055602382 – 3494938324 firenzeconte@gmail.com

Premio Artusino

Quattro autori a tavola. Una serata letteraria per valorizzare quattro libri di autori editi negli ultimi cinque anni

Una serata letteraria per valorizzare quattro libri di autori editi negli ultimi cinque anni e selezionati per la terza edizione del “Premio Artusino”. Dopo il primo biennio dedicato alla letteratura giallo/noir e le edizioni vinte rispettivamente nel 2022 da Marco Vichi con “Ragazze smarrite” (Guanda) e nel 2023 da Gigi Paoli con “Diritto di sangue” (Giunti), nel 2024 e nel 2025 il Premio è dedicato alla letteratura enogastronomica. La giuria - composta da Milko Chilleri, Paolo Ciampi, Paolo Mugnai, Paolo Pellegrini e Francesca Tofanari - premierà uno tra questi volumi: “La Fiorentina. Osti, macellai e vini della vera bistecca” di Aldo Fiordelli (Gruppo Editoriale, 2019); “Toscana Racconti, leggende e sapori” di Andrea Gamannossi (Sarnus, 2018); “Mangiare nel Medioevo” di Maria Concetta Salemi (Sarnus, 2018); “Le stories di #Artusi” di Luisanna Messeri e Angela Simonelli (Giunti, 2019). La cerimonia di premiazione, aperta a tutti, si svolgerà la sera del 19 aprile dalle ore 20 al ristorante “L’Artusino” di Cerbaia, che proporrà per la cena un menù toscanissimo al prezzo di 25 euro. Sarà Gigi Paoli, salito sul podio nella scorsa edizione, a premiare il vincitore di quest’anno con una targa e una copia del libro di Pellegrino Artusi “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”. Durante la serata sarà possibile acquistare i libri in concorso al corner della libreria Centrolibro di Scandicci, presente in sala insieme agli autori. Per info e prenotazioni 3396618788

L'angolo del libro - “Settanta volte sette. Quanto siamo disposti a perdonare?” di Alex Mar

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

In un pomeriggio di primavera del 1995 a Gary in Indiana una ragazzina nera di 15 anni, Paula Cooper, uccise con più di trenta coltellate un’anziana catechista bianca di 78 anni, Ruth Pelke, durante un violento tentativo di furto. Il procuratore della Contea di Lake chiese la pena di morte per Paula nonostante la sua giovanissima età. Quel fatto di cronaca scosse le coscienze in tutto il mondo giungendo fino in Vaticano e milioni di persone firmarono una petizione a favore di Paula con l’obiettivo di porre fine alla pena di morte per gli adolescenti. Da questa storia vera la newyorchese Alex Mar ha tratto un libro, “Settanta volte sette” (Il Pellegrino Edizioni, traduzione di Augusto Monacelli), ma “più che il crimine, mi ha interessato la relazione creatasi tra Paula e Bill”, spiega l’autrice alla presentazione del volume alla Libreria Claudiana. Bill era il nipote della vittima e perdonò la giovane assassina della nonna. Andando contro la volontà della sua famiglia e degli amici, Bill chiese di risparmiare la vita a Paula. Le tese la mano fino a offrirle la sua amicizia e nacque così una corrispondenza epistolare, analizzata da Alex Mar insieme a molti altri documenti e a una serie di interviste a familiari e amici delle persone interessate in questa drammatica vicenda. “Gesù ha detto di perdonare fino a settanta  volte sette e io sapevo che perdonare era la cosa giusta da fare”, dice Bill citando la Bibbia e dando così senza saperlo il titolo più giusto a questo libro, con il sottotitolo “Quanto siamo disposti a perdonare?”, che parla di sopravvivenza, crescita, cambiamento di Paula e Bill. Paula Cooper, cresciuta in un contesto familiare violento, fu la prima adolescente rinchiusa nel braccio della morte e sarebbe diventata la vittima più giovane della storia degli Stati Uniti se non fosse stata salvata dalla sedia elettrica. Cambierà, ma non riuscirà a perdonare se stessa. Bill, operaio in un’acciaieria e soldato in Vietnam, appassionato di teologia, si interrogò a fondo prima di impegnarsi in una campagna internazionale contro la pena di morte, seguendo l’evangelico perdono senza limiti. Come nasce questo libro? “Stavo facendo delle ricerche sui crimini violenti commessi dalle donne. Mi sono imbattuta nella storia di Paula: la brutalità, la condanna a morte in giovane età, e Bill, l’uomo che aveva scelto di perdonarla. Volevo capire perché, cosa porta a perdonare?”.

L'angolo del libro - “Le conoscevo bene” di Elisabetta Vagaggini

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Le donne nel cinema? “Bamboline fragili o padrone della scena? Docili strumenti nelle mani dei registi o eroine portatrici di interpretazioni che hanno dato una precisa connotazione ai film?” Se lo chiede Elisabetta Vagaggini, giornalista e autrice di “Le conoscevo bene. Storie di donne che fanno il cinema” (Edizioni La Vela). Il libro, con la prefazione di Eugenio Giani e le introduzioni di Maresa D’Arcangelo, Stefano Socci e Valentina Torrini, affronta una serie di periodi storici del cinema, dal muto fino ai nostri giorni, rilevando alterne vicende e ruoli delle attrici nel corso del tempo. Completano il volume i ritratti di otto  famose interpreti legate alla Toscana, vincitrici dei David di Donatello e dei Nastri d’Argento, grazie a interviste inedite e dichiarazioni raccolte in occasione di premiazioni, anteprime, conferenze stampa: Stefania Sandrelli, Lucia Poli, Athina Cenci, Laura Morante, Alba Rohrwacher, Elena Sofia Ricci, Sandra Milo scomparsa di recente e Barbara Enrichi. Proprio la popolare Selvaggia del “Ciclone” di Leonardo Pieraccioni, con cui si aggiudicò il David di Donatello come migliore attrice non protagonista, era alla Mediateca Toscana alla presentazione del libro insieme a Elisabetta Vagaggini e al critico Stefano Socci. “Ci sono delle attrici che più di altre hanno rotto gli schemi e una di queste è Barbara” – dice Elisabetta. E Barbara, con lo stesso viso sbarazzino e gli occhi aperti sul mondo di quando ha iniziato questo mestiere, conferma: “Selvaggia forse uno dei primi ruoli lgbt, come si dice adesso, nel cinema italiano, un personaggio amatissimo”. Barbara Enrichi insegna recitazione cinematografica e direzione attori al Centro Sperimentale di cinematografia a Milano ma tiene alle proprie radici: “la leggerezza e il sarcasmo dei toscani funziona alla grande per la commedia”. “Qualche anno fa gli sceneggiatori erano quasi tutti uomini” – puntualizza – “quindi raccontavano l’universo maschile con la donna come stereotipo ma adesso ci sono molte sceneggiatrici e registe”. Il grande successo? “Il David molto gratificante, non me lo aspettavo, da un momento all’altro ti riconoscono tutti per strada”. I prossimi ruoli? “Il film ‘Fatti vedere’ in cui interpreto una suora e il cortometraggio ‘MalaMente’ di Giovanni Guidelli in cui sono la capoinfermiera in un manicomio”. Un ruolo mai fatto? “Una donna scura, il contrario di me. Ma è questo il bello dell’attore, una sfida”.

L'angolo del libro - “Aromatica Armonia” di Maurizio Sessa

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un titolo che è un’allitterazione, “Aromatica Armonia”, e che fa il verso alla “Recondita armonia” prima romanza della Tosca, per un volumetto dedicato a Giacomo Puccini nel centenario della sua scomparsa. Il sottotitolo, “I Caffè di Giacomo Puccini”, invita il lettore a partire da un dettaglio per scoprire tanto, molto di più di quello che si suppone di sapere del grande musicista. “Puccini è un personaggio complesso, diverso da quello che ci è stato tramandato, un uomo dell’Ottocento ma proiettato verso il futuro quindi attuale, di una modernità sconcertante, inconsapevolmente anticipatore dei tempi per la sua movimentata vita privata”, spiega l’autore Maurizio Sessa alla presentazione del testo (ed. Maria Pacini Fazzi) alla Libreria Gioberti dove lo accompagna il giornalista Alberto Andreotti. Una tazzina di caffè come punto di incontro tra persone, o moto di ispirazione, o conforto quando è notte ma nascono le idee migliori. Così era anche per Puccini perché componeva dalle dieci di sera alle tre/quattro di mattina. Lo racconta Sessa, pucciniano convinto ma pronto a riportare la realtà dei fatti sulla base dei documenti, “l’idea di questo libro parte dal ritrovamento di una lettera semisconosciuta nel calderone di un epistolario pieno di latinorum ma anche di parolacce”.In quella lettera Puccini chiede all’amico di infanzia Alfredo Caselli dello storico Caffè Caselli, poi Caffè di Simo, di portargli il caffè a Parigi dove si trovava per incontrarsi con Victorien Sardou, autore di Tosca. Il soggiorno va bene, a parte il caffè italiano che non c’è. E pare di vederlo il Maestro mentre assapora il suo speciale caffè ponce, di solito servitogli da Donna Elvira, e compone, così geniale nella musica ma allo stesso tempo attaccato alle cose terrene, i sigari poi la pipa, le tante donne. E il caffè, presente nella vita e nelle opere, La fanciulla del West e la stessa Tosca. A causa del diabete dovette poi rinunciare allo zucchero e passò al decaffeinato, ma com’era il caffè di Puccini? “Una miscela nuova metà porto come portorico e metà moka”. E attuale dato che ne è appena nata una prodotta dalla torrefazione Caffè Bonito e chiamata non a caso Aromatica Armonia. Il prossimo libro, Sessa? “Dopo l’estate, un volume con immagini inedite che ripercorrel’intera vicenda biografica e musicale di Puccini”.

L'angolo del libro - “Laboratorio di sapori” di Eleonora Riso

Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Da cameriera a celebrità il passo è breve. Sembra una favola e forse lo è, quella della ventisettenne livornese Eleonora Riso. Da Masterchef Italia dove ha vinto la tredicesima edizione – la prima toscana a riuscirci – al Conventino Caffè Letterario per presentare il suo libro “Laboratorio di sapori. 80 ricette ganzissime” edito da Baldini+Castoldi, uno dei premi ricevuti insieme a 100000 euro in gettoni d’oro e l’accesso a un prestigioso corso di alta formazione presso ALMA la scuola internazionaledi cucina italiana. All’incontro con i lettori e al firmacopie presente Giulio Picchi, il patron del Cibreo ristorante presso cui Eleonora ha lavorato dal 2018 servendo anche personaggi come Russell Crowe e Jane Fonda. “Dinamite pura”, la definisce Picchi. E così è. Orgogliosamente impacciata, ansiosa, semplice, naturale, aggressiva, restia a ogni cliché, pronta a esplodere. La sala è gremita, di più. Posti a sedere tutti occupati, la gente in piedi in terza fila ad ascoltare la ragazza che ce l’ha fatta. A vederla dal vivo, per capire se è come appare in tv. E lei, con la sfrontatezza di una timidezza esibita - “da tanti anni la combatto facendo l’opposto di quello che uno si aspetta da un timido, per esempio a parlare con le persone divento molesta” – tiene banco tanto che alla fine sarà lei a chiedere ancora domande al pubblico. E continuerebbero all’infinito, da chi si candida al prossimo masterchef, a chi chiede una ricetta, chi vuole l’ingrediente segreto, chi un aneddoto, un gossip sull’esperienza in tv. Ma davvero è così come si vede? “Sì, tre mesi in cui paura e ansia sono l’adrenalina. C’è molta stanchezza fisica e mentale, quello che sai bene altrimenti ti arrangi. C’era chi studiava la sera, io no. Il servizio si concentra nel poco tempo che ti danno, c’è sempre nervosismo. Di solito in cucina sono tutti un po’ schizzati, per questo mi sento nel mio ambiente, stavo per sbottare con chef Scabin ma testa china, silenzio rigoroso e mani all’opera. Con i giudici c’era distacco ed è giusto così, però con Cannavacciuolo bastava uno sguardo”. Con gli altri concorrenti? “Ti trovi fuori dalla tua comfort zone, io sono silenziosa e solitaria di base, lì invece sei a contatto con persone diverse da te così abbassi le difese, apprezzi cose nuove. Una sera siamo usciti per fare il karaoke cinese, ma dei ragazzi ci hanno sgamato allora siamo subito scappati”.Il momento della vittoria? “Un vuoto totale. Ero incredula. Continuavo a girarmi verso i miei compagni per vedere la loro reazione, pensavo che avrebbe vinto uno di loro”. Ma è così importante poi il successo? “Conta fare qualcosa che ti faccia stare bene, non c’è bisogno per forza di eccellere”. Presa ad esempio per il lavoro che svolgeva e per il suo modo di essere, che effetto fa? “Verso chi lavora come cameriera ci sono dei pregiudizi ma io non lo rinnego assolutamente. Mi fa tantissimo piacere pensare che delle persone rivedano i propri disagi rappresentati in tv. Bisogna concentrarsi meno possibile su noi stessi e ascoltare gli altri perché tanto alla fine non gliene frega niente a nessuno di come apparirai”. Il libro contiene ricette ispirate all’equilibrio e all’armonia tra i sapori della cucina giapponese, infatti Eleonora ha vinto Masterchef con un menù chiamato “Ichigo Ichie”, nel senso di apprezzare l’unicità del momento presente. “Quelle nel libro sono le prime sperimentazioni in cucina, spero di perfezionare sempre il mio lavoro”. Ora cosa farai? “Ho il progetto di aprire un posto nella campagna toscana. Ho avuto la fortuna di vivere vicino a Molin del Piano a valle del fiume Santa Brigida in mezzo al bosco. Con dei coinquilini affittavamo le camere e per un mese sono arrivate un sacco di persone. Noi eravamo stupiti perché chi veniva voleva fare un giro all’orto, vedere il miele con le api, mangiavano con noi. Lì ho capito che quella era la sintesi di tutte le mie esperienze ovvero l’accoglienza, la vita campestre, il distacco dal caos cittadino. Voglio un posto che sia qualcosa di più che andare a cena fuori ma coinvolga tanti altri aspetti della nutrizione fino ad arrivare appunto a tavola tutti insieme. Si esce anche per sentirci coccolati e il mio progetto comprende appunto questo, un luogo in campagna per condividere con gli altri un’esperienza totale”.