Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Il dovere di raccontare una malattia. Questa la motivazione dell’ultimo libro di Tea Ranno, Avevo un fuoco dentro (Mondadori), presentato al Libraccio con Maria Letizia Magnelli presidente dell’Associazione Culturale Are-té e il prof. Alberto Mattei, a moderare Chiara Dino.

Il “dolore che non si può dire” è l’endometriosi, una malattia cronica dalle cause non del tutto chiare e senza una cura definitiva, che colpisce molte donne ma poco riconosciuta e ancora poco detta. Tra le altre cose provoca cicli mestruali molto abbondanti e dolorosi, una sofferenza incompresa dagli altri perché “tutte hanno i dolori del ciclo, che sarà mai”. Tea Ranno la paragona a “un cane dai denti aguzzi, un fuoco che brucia”.

Il memoir inizia con un risveglio all’ospedale: Tea ha quarantacinque anni ed è appena stata operata d’urgenza per un’infezione che, partita dall’utero, è arrivata a infuocarle l’intestino, il fegato, i polmoni. Soffre di endometriosi da quando è giovanissima, ma questa volta ne è quasi morta.

Perché raccontarla? Per offrire un’opportunità di indagine  a chi legge. Perché le donne che si ritrovano nei sintomi capiscano che avere il ciclo mestruale doloroso non significa che tu hai una soglia del dolore troppo bassa. La cosa più brutta è fingere normalità per un forte senso del pudore. Mi ha già telefonato qualche ragazza per dire che ha finito il mio libro e ha prenotato una visita dal ginecologo, a me basta questo”.

La scrittura autobiografica è stata essa stessa dolorosa o di sollievo? “Ho sempre parlato della mia esperienza di endometriosi, però scriverla ha significato fare un confronto dentro di me. Ho potuto essere molto dettagliata perché tengo i diari da quando ero ragazza. Erano i diari del dolore. Non è stato di sollievo, anzi ho cominciato a stare male. Il mio ginecologo mi ha detto che capita quando ci si ritrova a rivivere una situazione di forte stress emotivo”.

Cosa vuol  dire scrivere? “Significa tornare lì, al punto esatto del dolore, in quel dolore che diventa eterno perché per raccontarlo deve eternarsi in ogni attimo su cui ti soffermi, in ogni parola che scegli, perché le parole sono spesso sbagliate, non rendono, non sono abbastanza evocative e tu stai lì nel dolore per raccontare il dolore, per dirlo con una parola che non è mai quella giusta, si avvicina ma non è mai quella giusta, e tu sempre lì, a cercare parole, a cancellare e riscrivere per avvicinarti, solo avvicinarti, a quello che provavi quando di dolore morivi, questo è scrivere”.
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