Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

“Dobbiamo cercare quello che abbiamo dentro, al di là delle aspettative degli altri. La crescita è la consapevolezza di arrivare a essere chi siamo”. Genny Sollazzi presenta “Ciao mamma” (Felici Editore) al 
Centrolibro di Scandicci con Andrea Bagni. Lo fa con delicatezza ed emotività, ascoltarla è come leggere le pagine del suo libro.

“A volte soffrivo nello scriverlo per alcuni aspetti dolorosi, mi fermavo, ma non riuscivo a scrivere altro, dovevo continuare. Volevo fare una cosa per me che fosse profonda”. Il filo conduttore del romanzo è il rapporto tra Silvia e Anna, madre e figlia. La separazione dei genitori costringe Anna, appena tredicenne, a una scelta e sceglie il padre, più fragile. 

L’amore della madre per un altro uomo, un collega medico, ne fa la colpevole per tutti, anche per Anna. Silvia continua a cercare contatti con la figlia, ma trova un muro. Nel frattempo Anna, sensibile, acuta, intelligente, si laurea in psicologia e si dedica alla cura di giovani pazienti. Proprio il rapporto con questi adolescenti feriti la porteranno a riflettere sull’atteggiamento assunto nei confronti della madre. In particolare la terapia con Nicola, carcerato condannato per matricidio, la aiuterà ad avvicinarsi a Silvia.

“Il personaggio più difficile da scrivere è stato Silvia perché il più variegato”, dice Genny Sollazzi. 
“Il dialogo tra Anna e Nicola in prigione è la parte più forte. In lui vede il fratellino che non ha avuto e fa un passo avanti nella sua consapevolezza del rapporto con la madre”.

L’autrice immagina di avere trovato per caso un manoscritto. Scrive: “Ho iniziato a leggerlo e se 
ho continuato, è solo perché ho sentito ancora caldo il sangue, quello di un dolore che trafigge, quello di un amore che si fonde. L’ho copiato e leggermente corretto. Ho pensato che qualcuno potesse riconoscervisi. Non gente perfetta, ma fallaci esseri umani”.

Ed è quello che succede al lettore, che si riconosce nelle emozioni dei personaggi, un mosaico fatto di tanti colori, come la “stanza Acquarello” dove i ragazzi di Anna danno libero sfogo a quello che hanno dentro: “Impossibile pensare di saltare a piè pari il dolore, coprendolo con farmaci o distrazioni. Andava guardato, vissuto ed elaborato. Da lì la ripartenza fatta di tanti piccoli momenti di comprensione”.  
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