Le cinque W (who, what, when, where, why) hanno ancora un senso nel giornalismo?
“Il chi, che cosa, quando, dove, ormai noi lo sappiamo, sentito per strada o in altro modo, quindi ai giornalisti rimane il perché, a cui aggiungo il while, il mentre, perché sono chiamati a raccontarci le cose nel loro evolversi. Il giornalismo è una storia che non finisce mai, perché continua tutto il giorno ed è ancora questo il fascino di questo mestiere”.
Alla domanda risponde Carlo Sorrentino, professore di Sociologia dei processi culturali e di Giornalismo e sfera pubblica all’Università di Firenze, alla libreria Feltrinelli in piazza della Repubblica per presentare “Il giornalismo ha un futuro” (Il Mulino) con Cristina Privitera, vicedirettrice de La Nazione, e Raffaele Palumbo di Controradio.
Ma, appunto, come sarà il giornalismo del futuro?
“Le breaking news, le notizie immediate, in un prossimo futuro saranno prodotte dall’Intelligenza artificiale, quindi il giornalista si occuperà di meno cose ma in modo più articolato, con più sfumature, con un lavoro simile a quello di un ricercatore universitario per l’approfondimento e la capacità di analizzare i dati. Chi lo fa dovrebbe sentire l’orgoglio di questo mestiere, però ci vuole un sistema economico che lo permetta, un modello di business diverso da quello attuale che, a livello mondiale, vede l’80% della pubblicità nelle mani di Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft”.
Come è cambiata l’informazione con internet?
“L’ambiente digitale ha invertito la logica attraverso cui ci informiamo. Siamo stati abituati per secoli a consumare dei contenitori ovvero il quotidiano, il tg, il gr, invece nell’ambiente digitale consumiamo singoli contenuti che ci arrivano puntualmente sui nostri device, sullo smartphone più o meno per tutti. L’informazione è come l’aria che respiriamo ed è un problema perché, come l’aria, anche l’informazione è inquinata, però c’è uno scarto, mentre siamo preoccupati dell’aria inquinata, non lo siamo per l’informazione, invece è una questione vitale per tutti, fondamentale per la questione sociale”.
Per i rapporti sociali?
“Faccio un esempio. Oggi Peppone e Don Camillo non potrebbero litigare, perché si informerebbero su piattaforme diverse, quindi non avrebbero informazioni in comune e questo è un male”.
Con la possibilità di realizzare video all’istante tutti possono essere giornalisti?
“La notizia deve avere un processo di verifica, di capacità di lettura e interpretazione. La differenza tra l’atto giornalistico ed essere giornalista è questa. Se una ragazzina di diciassette anni negli Stati Uniti riprende George Floyd mentre viene immobilizzato dal poliziotto che lo uccide, se riprende quella scena e quel video riceve il premio Pulitzer, quella ragazzina non per questo è una giornalista, perché tutti possiamo compiere l’atto giornalistico. Il lavoro del giornalista è un’altra cosa, è selezione, verifica per capire la fondatezza e l’affidabilità delle fonti, è interpretazione della realtà”.
Quali sono i confini di questa professione?
“Non lo so. Il giornalismo prima trasportava un contenuto da una fonte a un pubblico, ora non è più necessario. È un po’ come fare la raccolta differenziata dei rifiuti. Il giornalismo dovrebbe essere più eccentrico, fare più mosse del cavallo. il giornalista ora deve raccontare il perché”.
(Nella foto Raffaele Palumbo, Carlo Sorrentino e Cristina Privitera)
“Il chi, che cosa, quando, dove, ormai noi lo sappiamo, sentito per strada o in altro modo, quindi ai giornalisti rimane il perché, a cui aggiungo il while, il mentre, perché sono chiamati a raccontarci le cose nel loro evolversi. Il giornalismo è una storia che non finisce mai, perché continua tutto il giorno ed è ancora questo il fascino di questo mestiere”.
Alla domanda risponde Carlo Sorrentino, professore di Sociologia dei processi culturali e di Giornalismo e sfera pubblica all’Università di Firenze, alla libreria Feltrinelli in piazza della Repubblica per presentare “Il giornalismo ha un futuro” (Il Mulino) con Cristina Privitera, vicedirettrice de La Nazione, e Raffaele Palumbo di Controradio.
Ma, appunto, come sarà il giornalismo del futuro?
“Le breaking news, le notizie immediate, in un prossimo futuro saranno prodotte dall’Intelligenza artificiale, quindi il giornalista si occuperà di meno cose ma in modo più articolato, con più sfumature, con un lavoro simile a quello di un ricercatore universitario per l’approfondimento e la capacità di analizzare i dati. Chi lo fa dovrebbe sentire l’orgoglio di questo mestiere, però ci vuole un sistema economico che lo permetta, un modello di business diverso da quello attuale che, a livello mondiale, vede l’80% della pubblicità nelle mani di Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft”.
Come è cambiata l’informazione con internet?
“L’ambiente digitale ha invertito la logica attraverso cui ci informiamo. Siamo stati abituati per secoli a consumare dei contenitori ovvero il quotidiano, il tg, il gr, invece nell’ambiente digitale consumiamo singoli contenuti che ci arrivano puntualmente sui nostri device, sullo smartphone più o meno per tutti. L’informazione è come l’aria che respiriamo ed è un problema perché, come l’aria, anche l’informazione è inquinata, però c’è uno scarto, mentre siamo preoccupati dell’aria inquinata, non lo siamo per l’informazione, invece è una questione vitale per tutti, fondamentale per la questione sociale”.
Per i rapporti sociali?
“Faccio un esempio. Oggi Peppone e Don Camillo non potrebbero litigare, perché si informerebbero su piattaforme diverse, quindi non avrebbero informazioni in comune e questo è un male”.
Con la possibilità di realizzare video all’istante tutti possono essere giornalisti?
“La notizia deve avere un processo di verifica, di capacità di lettura e interpretazione. La differenza tra l’atto giornalistico ed essere giornalista è questa. Se una ragazzina di diciassette anni negli Stati Uniti riprende George Floyd mentre viene immobilizzato dal poliziotto che lo uccide, se riprende quella scena e quel video riceve il premio Pulitzer, quella ragazzina non per questo è una giornalista, perché tutti possiamo compiere l’atto giornalistico. Il lavoro del giornalista è un’altra cosa, è selezione, verifica per capire la fondatezza e l’affidabilità delle fonti, è interpretazione della realtà”.
Quali sono i confini di questa professione?
“Non lo so. Il giornalismo prima trasportava un contenuto da una fonte a un pubblico, ora non è più necessario. È un po’ come fare la raccolta differenziata dei rifiuti. Il giornalismo dovrebbe essere più eccentrico, fare più mosse del cavallo. il giornalista ora deve raccontare il perché”.
(Nella foto Raffaele Palumbo, Carlo Sorrentino e Cristina Privitera)
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