Marco Vichi non è solo il Commissario Bordelli, è molto di più. È un narratore che attinge dal reale per raccontare le sue storie. Lo fa con un linguaggio talvolta crudo ma necessario, secondo il contesto, mai per una parvenza pulp. Nel suo ultimo libro, “Il ritorno” (Guanda edizioni), presentato al Libraccio con Valerio Aiolli, Vichi è ancora più diretto.
LA TRAMA - Lo richiedono il suo personaggio principale, Maria nata Mario, e chi ha vissuto sulla propria pelle la guerra nell’ex Jugoslavia. Sì, perché la storia privata di una disforia di genere si inserisce in quella collettiva storica. Se Vichi già rifiuta, a ragione, l’etichetta di giallo per i libri del Commissario Bordelli, la sua ultima pubblicazione è ancora più difficilmente identificabile. Una storia drammatica, scritta nel suo stile. Siamo nell’Italia degli anni Ottanta e Mario non si riconosce nel suo corpo maschile. La madre se ne va presto e il padre è incapace di far fronte a un figlio che si sente una ragazza. Mario diventa una prostituta per potersi pagare l’operazione in una clinica privata in Turchia e diventare completamente Maria. Il ritorno a cui fa riferimento il titolo del libro è appunto quello di Maria che nel suo rientro verso l’Italia rimane bloccata nella guerra in Bosnia durante il disfacimento della Jugoslavia. Due temi enormi si alternano così nel libro, le violenze terribili della guerra e quelle nell’anima di Maria.
INTERVISTA A MARCO VICHI - “Avevo seguito molto le vicende dell’ex Jugoslavia in documentari e interviste e mi è rimasta dentro”, spiega Vichi, “tanto che le storie più cupe di questo romanzo sono vere anche se rese narrative. Le ho fissate sulla carta per rispetto a chi ha subito quelle violenze, volevo raccontarle fino in fondo”.
Da Bordelli a una storia di questo tipo cambia il processo di scrittura? “Sono due mondi diversi. Il commissario ha il suo palcoscenico, conosco il teatro, la platea, il suo panorama sentimentale e all’interno di tutto questo ogni volta salta fuori qualcosa di diverso. Qua mi lancio in territori sconosciuti ed è un mio grande divertimento, mi piace. Quando scrivo, entro in una sorta di trance. Il momento della scrittura è un mio nutrimento, non potrei farne a meno, quindi non provo difficoltà quando una storia, una situazione, un personaggio mi chiama”.
LA TRAMA - Lo richiedono il suo personaggio principale, Maria nata Mario, e chi ha vissuto sulla propria pelle la guerra nell’ex Jugoslavia. Sì, perché la storia privata di una disforia di genere si inserisce in quella collettiva storica. Se Vichi già rifiuta, a ragione, l’etichetta di giallo per i libri del Commissario Bordelli, la sua ultima pubblicazione è ancora più difficilmente identificabile. Una storia drammatica, scritta nel suo stile. Siamo nell’Italia degli anni Ottanta e Mario non si riconosce nel suo corpo maschile. La madre se ne va presto e il padre è incapace di far fronte a un figlio che si sente una ragazza. Mario diventa una prostituta per potersi pagare l’operazione in una clinica privata in Turchia e diventare completamente Maria. Il ritorno a cui fa riferimento il titolo del libro è appunto quello di Maria che nel suo rientro verso l’Italia rimane bloccata nella guerra in Bosnia durante il disfacimento della Jugoslavia. Due temi enormi si alternano così nel libro, le violenze terribili della guerra e quelle nell’anima di Maria.
INTERVISTA A MARCO VICHI - “Avevo seguito molto le vicende dell’ex Jugoslavia in documentari e interviste e mi è rimasta dentro”, spiega Vichi, “tanto che le storie più cupe di questo romanzo sono vere anche se rese narrative. Le ho fissate sulla carta per rispetto a chi ha subito quelle violenze, volevo raccontarle fino in fondo”.
Da Bordelli a una storia di questo tipo cambia il processo di scrittura? “Sono due mondi diversi. Il commissario ha il suo palcoscenico, conosco il teatro, la platea, il suo panorama sentimentale e all’interno di tutto questo ogni volta salta fuori qualcosa di diverso. Qua mi lancio in territori sconosciuti ed è un mio grande divertimento, mi piace. Quando scrivo, entro in una sorta di trance. Il momento della scrittura è un mio nutrimento, non potrei farne a meno, quindi non provo difficoltà quando una storia, una situazione, un personaggio mi chiama”.
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