Scrivere poesie è un atto di coraggio, controcorrente, come fermarsi a respirare e osservare la frenetica quotidianità intorno a noi. È quello che fa Alessandro Bini, drammaturgo e romanziere fiorentino, con “Partiamo dalle nuvole” (Edizioni Polistampa), il suo esordio poetico presentato alle Murate, in un evento organizzato da Maria Cristina Galletti e Silvia Papucci.
Dopo l’introduzione di Jacopo Chiostri, gli interventi di Caterina Ceccuti ed Erika Bresci, le letture di Marcello Sbigoli. Presente anche l’editore Antonio Pagliai. “La prosa è più organizzata, la poesia è come un lampo”, dice Bini. “Sono molto diffidente verso certa poesia perché è un ambito dove è facile bluffare. Per anni sono andato alle presentazioni di raccolte di poesie di persone qualificate, però spesso e volentieri mi chiedevo: ma questa cosa che vuol dire esattamente? Le parole sono molto belle, tutto l’insieme suona molto bene, ma il significato non è chiaro. Io penso invece che la poesia debba essere comprensibile, non a caso sono appassionato di Wislawa Szymborska, premio Nobel, poetessa polacca, che dice cose estremamente comprensibili, questa per me è la cifra giusta per scrivere poesie”.
La narrazione introspettiva di Bini coglie momenti, immagini, “pilucca la vita” come fa l’autista fermo al semaforo: “la vecchietta trascorre/sulle strisce, una parte/perplessa di vita, vigilante/e attraversa con cura … la prima fila permette/certi metri di calma/uno sguardo a due gambe…”.
L’autore è come un gatto, animale a lui particolarmente consono, e al suo che non c’è più, “scorbutico folletto della mia solitudine/mio amico e prigioniero”, dedica parole commosse: “Abbi pietà di me che ancora vivo/pur se non ho più sogni/con l’anima graffiata”. I messaggi limpidi di Bini, alla ricerca di sentimenti autentici, anche se l’amore è “stupido, continua a sbocciare/come fiore di strada/che non crede all’asfalto”. La spontaneità opposta all’artificiosità, il bisogno di riposarsi perché “questa vita di ape/mi ha stancato”.
Ci sarà un seguito a questa raccolta? “No, dopo questa incursione nella poesia, ritornerò nella mia solita veste di narratore”.
Nella foto: Caterina Ceccuti, Alessandro Bini, Erika Bresci, Marcello Sbigoli
Dopo l’introduzione di Jacopo Chiostri, gli interventi di Caterina Ceccuti ed Erika Bresci, le letture di Marcello Sbigoli. Presente anche l’editore Antonio Pagliai. “La prosa è più organizzata, la poesia è come un lampo”, dice Bini. “Sono molto diffidente verso certa poesia perché è un ambito dove è facile bluffare. Per anni sono andato alle presentazioni di raccolte di poesie di persone qualificate, però spesso e volentieri mi chiedevo: ma questa cosa che vuol dire esattamente? Le parole sono molto belle, tutto l’insieme suona molto bene, ma il significato non è chiaro. Io penso invece che la poesia debba essere comprensibile, non a caso sono appassionato di Wislawa Szymborska, premio Nobel, poetessa polacca, che dice cose estremamente comprensibili, questa per me è la cifra giusta per scrivere poesie”.
La narrazione introspettiva di Bini coglie momenti, immagini, “pilucca la vita” come fa l’autista fermo al semaforo: “la vecchietta trascorre/sulle strisce, una parte/perplessa di vita, vigilante/e attraversa con cura … la prima fila permette/certi metri di calma/uno sguardo a due gambe…”.
L’autore è come un gatto, animale a lui particolarmente consono, e al suo che non c’è più, “scorbutico folletto della mia solitudine/mio amico e prigioniero”, dedica parole commosse: “Abbi pietà di me che ancora vivo/pur se non ho più sogni/con l’anima graffiata”. I messaggi limpidi di Bini, alla ricerca di sentimenti autentici, anche se l’amore è “stupido, continua a sbocciare/come fiore di strada/che non crede all’asfalto”. La spontaneità opposta all’artificiosità, il bisogno di riposarsi perché “questa vita di ape/mi ha stancato”.
Ci sarà un seguito a questa raccolta? “No, dopo questa incursione nella poesia, ritornerò nella mia solita veste di narratore”.
Nella foto: Caterina Ceccuti, Alessandro Bini, Erika Bresci, Marcello Sbigoli
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