Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Zia Caterina è più forte della sindrome da anticorpi antisintetasi, una malattia autoimmune molto rara che attacca i polmoni, così interviene alla presentazione del libro a lei dedicato, “Taxi Milano25. In viaggio con Zia Caterina, una rivoluzionaria dei nostri tempi” (San Paolo Edizioni, prefazione di Simone Cristicchi e postfazione di don Luigi Verdi), con la consueta energia.

Al ‘mercoledì letterario’ di Villa Vittoria Cultura, iniziativa a cura di Firenze Fiera e Fondazione Spadolini 
Nuova Antologia, l’autrice del volume Alessandra Cotoloni avverte: “Con Caterina ogni presentazione del libro è diversa dall’altra, lei non riesce a stare ferma”. E così sarà.

A moderare l’evento Elena Tempestini, intervengono anche il presidente di Villa Vittoria Cultura Giovanni Fittante e il presidente di Firenze Fiera Lorenzo Becattini. “Notai il suo carisma in mezzo ai ragazzi durante un incontro in una scuola superiore”, ricorda Alessandra Cotoloni. “Mi disse una frase che mi 
colpì molto: io ho vestito i panni di Stefano, quando è morto io ho vissuto la sua vita e la sua vita è diventata la mia”.

Caterina Bellandi, infatti, alla morte dell’amato compagno nel 2001 per un cancro, lasciò il proprio lavoro per mettersi alla guida del taxi di lui, dello stesso modello dei “black cabs” londinesi, trasformandolo in un luogo magico dove i bambini malati, nel tragitto gratuito verso il Meyer, incontrano i colori, la fantasia, il sorriso di Zia Caterina. “Era prendere l’identità di un’altra persona continuando a farla vivere attraverso il suo lavoro”, prosegue Alessandra. “Sul taxi Caterina ascolta le persone”.

Perché raccontare la sua storia?
“Sono sempre alla ricerca di persone che hanno dentro un fuoco, così per me era inevitabile, però Caterina ha imposto una condizione: sali sul taxi insieme a me. E aveva ragione, perché se non vivi quello che lei vive giornalmente questo libro non si poteva scrivere. Non è una biografia, ma una raccolta di tante emozioni che in parte ho vissuto anch’io con lei, è nata una tale empatia che io non sono più scesa dal suo taxi, per il filo indissolubile che ci unisce anche se ci si vede di rado”.

Ci vuole coraggio, Caterina, per fare quello che fai?
“No, non è coraggio”, risponde la Zia mentre si alza, forte del suo enorme cappello, degli occhialoni e del mantello sopra la tunica da Oblata Benedettina su cui spicca il crocifisso. “È un privilegio accompagnare qualcuno in un momento come quello della malattia, un privilegio che l’altro ti accolga. Qualcuno che in una situazione di difficoltà accetta di condividere il suo stato di fragilità e impotenza con un estraneo è miracoloso. Tu non sei niente, se non chi incontri e da quell’incontro l’io diventa un noi. Io ho vissuto tante vite. Non ho patito ad accompagnare le persone a morire, perché sono morta con loro sapendo che potevo risorgere”.

Perché creare un personaggio?
“Questo abito da fatina nascondeva la mia insicurezza. Mi sono vestita di gioia, inventata un personaggio che però oggi non mi salva. La mattina mi alzo con la tosse e la mia incapacità di forze. Da quale morte non so risorgere? Dalla mia. I medici non conoscono l’aspettativa di vita della mia malattia. Noi abbiamo una vita intera per vivere le cose belle, ma aspettiamo sempre alla fine”.

Ci sarà un nuovo libro?
“Nel nuovo libro descriveremo la mia paura di recuperare la Caterina che era prima della zia. Uccideremo Zia Caterina per tornare Caterina!”. 


Nella foto: Giovanni Fittante, Alessandra Cotoloni, Caterina Bellandi in arte Zia Caterina, Elena Tempestini, Lorenzo Becattini

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