Settembre 1943, Dacia ha sette anni, vive in Giappone con la famiglia, ma a seguito del rifiuto dei genitori Fosco e Topazia di aderire alla Repubblica Sociale Italiana viene rinchiusa in un campo di prigionia vicino a Nagoya. Ottanta anni dopo Dacia Maraini racconta che cosa passò in quel periodo con “Vita mia” (Rizzoli). Lo presenta alla Fondazione Franco Zeffirelli in una Sala della Musica gremita all’incontro intitolato “La scrittura e i luoghi dell’anima. Vite nostre”.
Con lei Titti Giuliani Foti, giornalista, critica teatrale e autrice di “Cara mamma” (prefazione della stessa Maraini, Lorenzo de’ Medici Press) ed Erica Gardenti Cassigoli, autrice di “Ogni padre è stato bambino” (Passerotti Editore), per confrontarsi su letteratura e memoria. A moderare l’evento Stefania Costa dell’Associazione culturale La Nottola di Minerva e letture a cura di Maria Letizia Gorga.
“Mio padre aveva vinto una borsa di studio, così ci siamo trasferiti in Giappone, dove con le mie sorelline Toni e Yuki ci siamo integrati, perché non eravamo turisti ma una famiglia di studiosi” ricorda Dacia Maraini. Il padre Fosco, infatti, noto orientalista, insegnava la lingua italiana all’università di Kyoto. Nel campo di prigionia, per protestare contro le condizioni in cui erano detenuti insieme ad altre quattordici persone accusate di tradimento della patria, si tagliò un dito.
“Mio padre era un uomo con la schiena dritta”, racconta la scrittrice vincitrice nel 1990 del Premio Campiello con “La lunga vita di Marianna Ucrìa” e nel 1999 dello Strega con “Buio”. “Racconto quei due anni in un campo di concentramento, che non era di sterminio, ma ci tenevano tra la vita e la morte, perché si moriva di fame. Ci davano pochi chicchi di riso, io quando non ce la facevo più mangiavo le formiche. Ogni sera mi stupivo di essere ancora viva”.
Perché un memoir a distanza di tanti anni?
“Penso, in questo periodo soprattutto, che sia giusto tirare fuori un’esperienza come la mia, perché può insegnare o comunque far capire, in particolare ai giovani, che cosa può essere la guerra. Molti non se ne rendono conto, invece tocca tutti, non solo quelli che muoiono, che vanno in guerra, ma tutti. Il mondo è diventato piccolo e tutto quello che accade ci riguarda”.
Che cosa può fare la letteratura?
“La letteratura crea consapevolezza e questa non piace al potere. Appena c’è un regime, se la prende con le università, la conoscenza, la scienza, la ricerca che parte dal dubbio. L’etica è consapevolezza di essere comunità e non solo individui con i piccoli problemi personali”.
Che cosa è la memoria?
“La memoria non è nostalgia, che è solo una piccola sfumatura. La memoria sono delle grandi onde, correnti profonde che parlano di qualcosa che ci mette in contatto con la realtà”.
E la libertà?
“La libertà non dipende solo da chi vive, ma dalla società in cui si vive. Tutti gli esseri umani hanno bisogno di libertà, anche un uccellino in gabbia vuole uscire”.
Che cosa legge?
“Leggo moltissimo. Per i miei impegni nelle giurie letterarie, poi alcune curiosità e soprattutto i classici, che vanno riletti. Per me è molto importante la poesia, da ricordare a memoria”.
Al termine dell’incontro, Dacia Maraini ha visitato la Sala Callas, soprano di cui era amica, accompagnata da Pippo Zeffirelli, presidente della Fondazione Franco Zeffirelli.
Nella foto Titti Giuliani Foti e Dacia Maraini
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