(Nella foto Antognoni, Valcareggi, Caselli, Sacchetti e Fabiano)
La storia di un ragazzo normale, nel calcio di una volta. Con “Volevo solo giocare a pallone” (Absolutely Free Libri), Luigi Sacchetti si rivolge non solo ai tifosi della Fiorentina e del Verona, ma a tutti coloro che hanno a cuore i sani valori dello sport. Alla libreria Libraccio, Gigi Sacchetti ne parla con il giornalista Lorenzo Fabiano, con cui ha scritto il libro il cui ricavato andrà alle attività dell’Associazione Ex Calciatori Hellas Verona, Giancarlo Antognoni il Capitano, Furio Valcareggi e Paolo Caselli a moderare l’evento.
“Mi piacerebbe che qualche genitore e figlio capisse che i sogni si realizzano con tanti sacrifici e umiltà”, dice Sacchetti, “restando legati ai valori coi quali si cresce. Mi piacerebbe trasmettere una sensazione di bellezza, di gioia, di fare qualcosa solo per la passione. Se un bambino ha un sogno e cerca di realizzarlo mettendoci passione e determinazione, allora da qualche parte può andare, ma se pensi che lo fai solo perché dopo guadagni, diventi un personaggio, abbiamo capito poco. La sconfitta e la vittoria sono la stessa faccia di una medaglia”.
Il ragazzo di Calabria ricorda la spiaggia di Calamizzi dove è sempre tornato.
“Per me è stata come un’università, perché lì si giocava a pallone, si studiava, si davano i primi baci, una scuola di vita, tutte le estati ritrovavo l’umiltà di quelle persone, tutti mi hanno insegnato qualcosa”. Tra le persone sedute al Libraccio Sacchetti riconosce volti amici fiorentini di anni addietro, poi una signora si alza e lo abbraccia, è la cugina calabrese che deve andare via prima per prendere il treno per tornare a casa.
Ma quanti luoghi del cuore ha Gigi Sacchetti?
“La copertina del libro riassume la mia storia: il mare della mia terra, la Calabria, io con la maglia della Fiorentina perché a Firenze sono cresciuto, maturato e poi c’è lo scudetto col Verona. Una vita meravigliosa perché il gioco del pallone è la cosa più bella che un bambino possa sognare”.
Aneddoti e ricordi.
“Dopo il secondo posto nel 1982 il Conte Pontello fece una festa nella sua villa per ringraziarci del campionato, venne da me, mi poggiò una mano sulla spalla e mi disse: Sacchetti, lei è il futuro della Fiorentina! Io ero un ragazzo, andai in vacanza, ma pochi giorni dopo mi arrivò una telefonata per dirmi che andavo al Verona”.
Dove vinse lo scudetto.
“Per vincere al calcio ci vogliono corpo e anima: noi al Verona avemmo entrambe. Venivamo da un quarto e un sesto posto, ci mancava qualcosa per andare oltre e arrivarono Briegel ed Elkjaer che ci fecero fare il salto di qualità”.
Sono passati quarant’anni e Sacchetti vive a Verona.
“Quando vincemmo lo scudetto non avevamo capito quello che avevamo fatto, ma ancora oggi, dopo quarant’anni, ci accorgiamo che la città ci ama, ci ferma per strada, quotidianamente ricevo l’abbraccio dei tifosi se faccio una passeggiata in centro, coi compagni ci sentiamo sempre”.
Il maggiore pregio di Bagnoli?
“Lo chiamavamo the sound of silence perché riusciva a dirti tutto quello che dovevi fare in campo senza parlare, lui ti guardava e tu avevi già capito che cosa voleva da te. Quello era il suo più grande pregio: non aveva bisogno di parlare”.
Che giocatore era Sacchetti?
“Giocare rispecchiava la persona che ero e spero di essere ancora, la generosità in campo, correre, aiutare chi è in difficoltà, me lo sono portato nella vita di tutti i giorni. Quello che ero in campo lo ero anche nella vita, volevo gioire delle piccole cose, è stato questo il mio cammino”.
La storia di un ragazzo normale, nel calcio di una volta. Con “Volevo solo giocare a pallone” (Absolutely Free Libri), Luigi Sacchetti si rivolge non solo ai tifosi della Fiorentina e del Verona, ma a tutti coloro che hanno a cuore i sani valori dello sport. Alla libreria Libraccio, Gigi Sacchetti ne parla con il giornalista Lorenzo Fabiano, con cui ha scritto il libro il cui ricavato andrà alle attività dell’Associazione Ex Calciatori Hellas Verona, Giancarlo Antognoni il Capitano, Furio Valcareggi e Paolo Caselli a moderare l’evento.
“Mi piacerebbe che qualche genitore e figlio capisse che i sogni si realizzano con tanti sacrifici e umiltà”, dice Sacchetti, “restando legati ai valori coi quali si cresce. Mi piacerebbe trasmettere una sensazione di bellezza, di gioia, di fare qualcosa solo per la passione. Se un bambino ha un sogno e cerca di realizzarlo mettendoci passione e determinazione, allora da qualche parte può andare, ma se pensi che lo fai solo perché dopo guadagni, diventi un personaggio, abbiamo capito poco. La sconfitta e la vittoria sono la stessa faccia di una medaglia”.
Il ragazzo di Calabria ricorda la spiaggia di Calamizzi dove è sempre tornato.
“Per me è stata come un’università, perché lì si giocava a pallone, si studiava, si davano i primi baci, una scuola di vita, tutte le estati ritrovavo l’umiltà di quelle persone, tutti mi hanno insegnato qualcosa”. Tra le persone sedute al Libraccio Sacchetti riconosce volti amici fiorentini di anni addietro, poi una signora si alza e lo abbraccia, è la cugina calabrese che deve andare via prima per prendere il treno per tornare a casa.
Ma quanti luoghi del cuore ha Gigi Sacchetti?
“La copertina del libro riassume la mia storia: il mare della mia terra, la Calabria, io con la maglia della Fiorentina perché a Firenze sono cresciuto, maturato e poi c’è lo scudetto col Verona. Una vita meravigliosa perché il gioco del pallone è la cosa più bella che un bambino possa sognare”.
Aneddoti e ricordi.
“Dopo il secondo posto nel 1982 il Conte Pontello fece una festa nella sua villa per ringraziarci del campionato, venne da me, mi poggiò una mano sulla spalla e mi disse: Sacchetti, lei è il futuro della Fiorentina! Io ero un ragazzo, andai in vacanza, ma pochi giorni dopo mi arrivò una telefonata per dirmi che andavo al Verona”.
Dove vinse lo scudetto.
“Per vincere al calcio ci vogliono corpo e anima: noi al Verona avemmo entrambe. Venivamo da un quarto e un sesto posto, ci mancava qualcosa per andare oltre e arrivarono Briegel ed Elkjaer che ci fecero fare il salto di qualità”.
Sono passati quarant’anni e Sacchetti vive a Verona.
“Quando vincemmo lo scudetto non avevamo capito quello che avevamo fatto, ma ancora oggi, dopo quarant’anni, ci accorgiamo che la città ci ama, ci ferma per strada, quotidianamente ricevo l’abbraccio dei tifosi se faccio una passeggiata in centro, coi compagni ci sentiamo sempre”.
Il maggiore pregio di Bagnoli?
“Lo chiamavamo the sound of silence perché riusciva a dirti tutto quello che dovevi fare in campo senza parlare, lui ti guardava e tu avevi già capito che cosa voleva da te. Quello era il suo più grande pregio: non aveva bisogno di parlare”.
Che giocatore era Sacchetti?
“Giocare rispecchiava la persona che ero e spero di essere ancora, la generosità in campo, correre, aiutare chi è in difficoltà, me lo sono portato nella vita di tutti i giorni. Quello che ero in campo lo ero anche nella vita, volevo gioire delle piccole cose, è stato questo il mio cammino”.
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