“Se bello vuoi apparir, un po’ devi soffrir”. Alla fine, si torna sempre lì. Alla vecchia (e utilissima) saggezza popolare. A quei modi di dire tramandati di generazione in generazione che possono tornare utili in qualsiasi momento, e per qualunque occasione. Vale per la vita di tutti i giorni e, quindi, anche alle riflessioni sulla Firenze del presente e (soprattutto) del futuro. Il riferimento, in questo caso, è ai cantieri che da mesi (qualcuno potrebbe dire da anni) stanno “sconvolgendo” la vita dei cittadini. Persi, molto spesso disperati, tra chicane, cordoli, dossi e restringimenti che nemmeno al Gp di Montecarlo. Un disagio, inutile girarci tanto attorno. Perché colpisce nel vivo e nel quotidiano chi quei labirinti li deve affrontare non per il gusto di dilettarsi in una specie di circuito cittadino, ma per andare a scuola, a lavoro, per consegnare un pacco, portare un caro in ospedale. E’ normale quindi, che anche in questi giorni tra i cittadini montino rabbia e frustrazione.
Il problema, e così torniamo al punto di partenza, è fare lo sforzo di immaginare il domani. Fermarsi a riflettere, tanto per esser chiari, se questa sofferenza porterà ad esser più belli. Ad essere, parlando di città, più vivibile. Per chi non l’avesse capito insomma, stiamo parlando (anche) dei nuovi cantieri per la Tramvia. Quelli che, tra viale Spartaco Lavagnini, Piazza della Libertà e Viale Matteotti, stanno causando non pochi disagi (per usare un eufemismo) ai fiorentini. Il punto però, è che la Tramvia serve. Sotto tutti i punti di vista: ambientale, prima di tutto, ma non solo. Sembra un paradosso infatti, ma la realtà è che aumentare la disponibilità di linee significa progettare una Firenze meno schiava del mezzo privato e, quindi, del traffico. Provate, oggi, a chiederlo alle centinaia di lavoratori che fino a qualche anno fa da Scandicci o da Firenze Nord doveva andare a lavorare in centro. Se non era una tortura (tanto ci voleva per spostarsi) poco ci mancava. Oggi no. Oggi tantissime di quelle persone hanno una Tramvia che li aiuta ad evitare il caos, e a vivere con molta più serenità.
Capiamo quindi che a caldo sia difficile sopportare i sacrifici (perché di questo si tratta) che vecchi e nuovi cantieri comportano, ma per crescere (come cittadinanza consapevole) bisogna provare a fare questo sforzo di immaginazione sul futuro. Da par suo però, l’amministrazione deve fare di più (insieme alle ditte che si occupano dei lavori) per ridurre il più possibile questi disagi. Ciò significa cercare di rispettare i tempi dei cantieri, impegnarsi giorno e notte e, nel frattempo, essere molto chiari nelle comunicazioni con i cittadini. Dev’essere una specie di “patto” tra istituzioni e popolazione. “Noi ti chiediamo uno sforzo adesso per migliorare la qualità della vita domani, ma ti garantiamo il massimo sforzo per ridurre al minimo i tempi dei sacrifici”. Un’utopia? Probabilmente si. Ma la speranza si sa, tanto per restare sui vecchi proverbi, è l’ultima a morire.
Il problema, e così torniamo al punto di partenza, è fare lo sforzo di immaginare il domani. Fermarsi a riflettere, tanto per esser chiari, se questa sofferenza porterà ad esser più belli. Ad essere, parlando di città, più vivibile. Per chi non l’avesse capito insomma, stiamo parlando (anche) dei nuovi cantieri per la Tramvia. Quelli che, tra viale Spartaco Lavagnini, Piazza della Libertà e Viale Matteotti, stanno causando non pochi disagi (per usare un eufemismo) ai fiorentini. Il punto però, è che la Tramvia serve. Sotto tutti i punti di vista: ambientale, prima di tutto, ma non solo. Sembra un paradosso infatti, ma la realtà è che aumentare la disponibilità di linee significa progettare una Firenze meno schiava del mezzo privato e, quindi, del traffico. Provate, oggi, a chiederlo alle centinaia di lavoratori che fino a qualche anno fa da Scandicci o da Firenze Nord doveva andare a lavorare in centro. Se non era una tortura (tanto ci voleva per spostarsi) poco ci mancava. Oggi no. Oggi tantissime di quelle persone hanno una Tramvia che li aiuta ad evitare il caos, e a vivere con molta più serenità.
Capiamo quindi che a caldo sia difficile sopportare i sacrifici (perché di questo si tratta) che vecchi e nuovi cantieri comportano, ma per crescere (come cittadinanza consapevole) bisogna provare a fare questo sforzo di immaginazione sul futuro. Da par suo però, l’amministrazione deve fare di più (insieme alle ditte che si occupano dei lavori) per ridurre il più possibile questi disagi. Ciò significa cercare di rispettare i tempi dei cantieri, impegnarsi giorno e notte e, nel frattempo, essere molto chiari nelle comunicazioni con i cittadini. Dev’essere una specie di “patto” tra istituzioni e popolazione. “Noi ti chiediamo uno sforzo adesso per migliorare la qualità della vita domani, ma ti garantiamo il massimo sforzo per ridurre al minimo i tempi dei sacrifici”. Un’utopia? Probabilmente si. Ma la speranza si sa, tanto per restare sui vecchi proverbi, è l’ultima a morire.
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