La professione del medico di famiglia è profondamente cambiata negli ultimi anni. A raccontarlo è la dottoressa Francesca Guerra, 39 anni, delegata per Firenze della Società Scientifica di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG), che dal 2014 opera sul territorio e oggi si trova a gestire fino a 1.300 pazienti, con giornate lavorative che possono arrivare anche a 10-13 ore.
Secondo Guerra, la trasformazione più significativa è stata quella tecnologica. Alle visite in ambulatorio si sono aggiunte le numerose richieste che arrivano tramite strumenti digitali, aumentando notevolmente il carico di lavoro. A questo si aggiunge un diverso rapporto con i pazienti: “Oggi si pretende una risposta immediata, senza rendersi conto delle difficoltà organizzative che stanno dietro al nostro lavoro”.
La dottoressa evidenzia anche il problema delle aggressioni e delle minacce nei confronti dei sanitari. Racconta di essersi trovata più volte costretta a chiudersi nello studio per evitare situazioni potenzialmente pericolose, sottolineando come episodi del genere incidano sulla serenità dei professionisti.
Nonostante le difficoltà, Guerra non ha mai pensato di abbandonare la professione: “La passione e l’amore per questo lavoro sono più forti della paura”. Tuttavia, spiega che oggi non è più possibile svolgere il ruolo del medico di famiglia da soli. Per garantire qualità e continuità assistenziale servono équipe strutturate, infermieri e personale di segreteria capace di gestire anche i canali digitali.
La giornata tipo inizia presto, con la gestione delle urgenze e delle richieste telefoniche, per poi proseguire con visite che spesso occupano l’intera giornata. Proprio l’aumento degli accessi e delle richieste ha reso più difficile effettuare visite domiciliari come avveniva in passato.
Secondo la dottoressa, una delle principali cause del sovraccarico è il crescente numero di accessi per problemi minori o per preoccupazioni nate da ricerche effettuate online. “In alcuni mesi ho visitato fino a 1.250 pazienti. Senza il supporto di infermieri, segretarie e colleghi è davvero difficile sostenere questi ritmi”, conclude, indicando nel lavoro di squadra la chiave per il futuro della medicina territoriale. Lo scrive la Nazione.
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