Valerio viene a conoscenza dalla madre di quattro gravidanze interrotte prima della sua nascita. Il protagonista, che è un libraio e scrittore come l’autore, intraprende allora un’indagine privata per renderla pubblica sotto forma di romanzo. Ci riuscirà?
Candidato al Premio Strega 2026, pur senza entrare nella dozzina finalista, “Le interruzioni. Romanzo provvisorio su mia madre” (effequ) di Simone Lisi è un’opera originale in cui si intrecciano memoria, fantasia e riflessione etica sull’esperienza dell’aborto in Italia prima dell’approvazione della legge 194 nel 1978.
«Questo libro nasce un po’ per caso, da una confessione di mia madre durante un pranzo. Il libro si apre con mia madre che aspetta un inviato del Partito Radicale per andare insieme ad altre donne a Londra ad abortire. Mi sembrava un incipit assurdo e potentissimo», racconta Lisi.
«Io ho quarantun anni e non ne sapevo niente. Poi mi sono documentato e si parla di 28mila donne che, come mia madre, andarono a Londra per interrompere una gravidanza».
Come ha affrontato un tema così delicato anche sul piano personale, essendo il protagonista un suo alter ego?
«È stato difficile per più motivi: perché è mia madre, anche se posso costruirci una narrazione intorno; e poi perché sono un uomo, quindi mi sono chiesto se avessi il diritto di parlare di questo argomento. Ho così provato a scrivere un libro diverso, con un protagonista immerso in un coro di voci femminili, che in parte sono io e in parte no. Lui è molto cinico, vorrebbe approfittarsi di questa storia, ma alla fine arriverà a sentire qualcosa».
Quello a Londra è solo il primo viaggio che il protagonista compie con la madre nei luoghi dove ha interrotto le gravidanze. Andranno a San Casciano, dove un medico praticava aborti clandestini, in via dei Benci a Firenze alla ricerca di una mammana e infine a Fiesole, in ospedale, quando la legge era ormai entrata in vigore.
Il tutto viene raccontato attraverso dialoghi vivaci e con un tono leggero, nonostante la profondità del tema.
«Uno si aspetterebbe di leggere un libro pesantissimo. Invece io lo volevo così: un libro che ti prendesse subito e ti portasse dentro questo mondo».
Nel corso del racconto, il protagonista e la madre imparano a conoscersi meglio e a ritrovarsi più vicini.
Come è cambiato il rapporto con sua madre dopo questo libro?
«All’inizio non è stato semplice, anche se mia madre poteva aspettarselo da me. Però penso che il nostro rapporto sia cambiato in meglio, perché volersi bene significa anche conoscersi. Se me lo ha raccontato è perché non doveva vergognarsi di niente. Forse lei sapeva già che sarebbe andata a finire così, perché era una storia che meritava di essere raccontata».
Ci sono state reazioni particolari al libro?
«Spesso un libro innesca un movimento di conoscenza e di relazioni. C’è una storica, Azzurra Tafuro, che ha scritto “Un’altra storia dell’aborto”, uscito per Il Mulino. Ci ha lavorato sette anni e racconta una realtà che chi appartiene alla mia generazione forse non conosce: cosa significasse abortire prima del 1978.
Azzurra ha letto il mio libro. Io ero spaventato perché non ha l’approccio di una storica e invece le è piaciuto molto. Così abbiamo presentato insieme i nostri libri in un luogo simbolo del femminismo fiorentino di quegli anni, il Giardino dei Ciliegi.
Questa è una delle cose belle e inaspettate che succedono quando scrivi un libro: perché non parlo solo di mia madre, ma di tantissime donne. E così una vicenda personale è diventata qualcosa di più grande».
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