Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Dopo sei anni torna il commissario Casabona, alla sua settima indagine.

Ne parla l’autore, Antonio Fusco, per anni dirigente della Polizia di Stato e criminologo forense, presentando L’inferno che è dentro di me (Giunti) al Centrolibro di Scandicci con Andrea Bagni.

La storia è ambientata a Valdenza, il paese immaginario in Toscana che ricorda per certi aspetti Pistoia, la città dove vive Fusco.

«Volevo una città che rappresentasse la toscanità», spiega l’autore. «Pistoia sì, ma all’occorrenza anche altre città perché in un libro mi serviva un lago, in un altro il mare. E c’è una squadra mobile».

Chi è il commissario Casabona?

«È un mio alter ego. Attraverso di lui posso dire le cose che non potevo dire durante il mio lavoro. Tengo separata la realtà dalla narrativa per una questione di rispetto. Il mio personaggio è nato nel vedere in tv un proliferare di crime story, ne parlavano tutti dicendo a volte delle castronerie, tranne chi se ne occupava realmente. Oggi c’è una certa tendenza a creare il presunto colpevole. Casabona è un professionista, di cinquant’anni con famiglia, due figli».

Ne L’inferno che è dentro di me, durante la sera dell’Epifania, a pochi metri da piazza del Duomo, in un vicolo buio una donna viene strangolata. Nella sua borsa, la polizia trova un foglio con una filastrocca e una sequenza di lettere e numeri che potrebbe essere un messaggio cifrato.

Quando avvengono altri omicidi con lo stesso rituale, Casabona capisce che non si tratta di un delitto isolato e l’indagine lo porta nell’ex ospedale psichiatrico abbandonato sulle colline, decenni prima luogo di orrori fatti passare per cure, ovvero le Ville Sbertoli.

«Fanno parte dell’immaginario dei pistoiesi. Alcuni giurano di sentire ancora le urla venire da là. Si trova in un parco bellissimo e divenne un ospedale psichiatrico chiuso nel 1978 in applicazione della Legge Basaglia. Mi ha sempre affascinato, così ho voluto costruirci una storia. Mi sono documentato e mi si è aperto un mondo. La realtà era molto triste e brutta. Il manicomio si avvicinava ai campi di concentramento nazisti. A differenza di un carcere normale, dove le guardie avevano delle regole da rispettare, nei manicomi gli addetti alla sorveglianza potevano fare tutto quello che volevano: stupri, percosse, e non ne rispondevano perché nessuno avrebbe creduto a un internato. Le cure erano dei tentativi, tutti caratterizzati dalla necessità di creare uno shock forte a livello mentale negli internati, quindi bagni gelati, elettroshock, lobotomie».

E ci finivano molte donne.

«Per isteria, perché non si lasciavano sopraffare dal marito o dal padre, o per ninfomania, per un adulterio. In manicomio non c’era una pena da scontare come in carcere. Se ne usciva solo quando il direttore lo riteneva possibile, così moltissima gente è morta lì».

Quali sono i suoi riferimenti letterari?

«A me prima del 2014 il genere noir non piaceva perché mi sembrava di portarmi il lavoro a casa. Avevo letto solo dei grandi libri come Io uccido o Il codice da Vinci. Poi ho capito che il genere crime ha tantissime strade, così ho scelto la mia, che comprende l’indagine con il delitto, la storia personale e quella di interesse sociale che stavolta è la malattia mentale. E ho trovato un autore che mi piaceva, Jean Claude Izzo, quindi se proprio devo collocare il mio romanzo in un ambito è quello del noir mediterraneo, malinconico, struggente, dell’eroe che combatte una battaglia che non può vincere ma la deve combattere. L’archetipo di Casabona è Ettore. Sa che il mondo è pieno di Achille, ma il suo dovere è andare avanti e combattere. Mia figlia mi diceva che per scrivere un buon Casabona devo essere un po’ depresso. Il libro che ha cambiato il mio modo di scrivere è, però, la Trilogia della città di K di Ágota Kristóf, perché capisci che puoi fare frasi anche di una sola parola e conservare un ritmo narrativo accattivante».

A Pistoia ha creato un’associazione culturale, "Storie, trame e narrazione", giunta alla seconda edizione.

Di che cosa si tratta?

«Si affrontano tutte le tematiche del true crime, però parliamo dei casi come Garlasco in modo scientifico, approfondito. Più che romanzi, sono saggi su fatti avvenuti».

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