Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Una nuova libreria e una bella presentazione in uno spazio suggestivo.

Leonardo Gori presenta “I girasoli di Odessa” (Tea), quindicesimo romanzo con Bruno Arcieri protagonista e nona avventura in ordine cronologico, con il musicista Simone Perugini, autore del brano del booktrailer, presso il giardino in via Giardini Serristori, di fronte alla Libreria Alkìmia in via San Niccolò.

Durante l’evento, introdotto dalla libraia Jusy Muratore, è intervenuto anche il Console Generale a Bahia Blanca Nicola Bazzani, promotore fra l’altro della Settimana della lingua italiana “Asino chi non legge” e profondo conoscitore delle storie di Bruno Arcieri.

Ne “I girasoli di Odessa” torna lo stile inconfondibile di Gori, ovvero spionaggio con punte di giallo e rosa, tensione narrativa e, come di consueto, la grande Storia rivissuta attraverso Bruno Arcieri, prima capitano dei Carabinieri nell’Italia degli anni Trenta, poi ufficiale dei Servizi segreti nella Seconda guerra mondiale e infine inquieto senior citizen negli anni Sessanta del Novecento.

Il romanzo è ambientato nel 1948, sullo sfondo della nascente Guerra Fredda. Mentre sta vivendo la fase più difficile della sua storia d’amore con Elena, Arcieri viene contattato dagli agenti segreti americani per una missione molto pericolosa. Dovrà, infatti, essere paracadutato nella notte nei pressi di una città dell’Est per rintracciare un agente in incognito.

In questo romanzo torna un personaggio, Irina, apparso per la prima volta ne La libraia di Stalino, ma non è obbligatorio avere letto il libro per seguirne le peripezie, perché tramite i corsivi Gori racconta una storia parallela che serve ai fini di questo romanzo e come riassunto della precedente puntata, in un certo senso.

“Ne La libraia di Stalino, Irina doveva essere un comprimario, ma poi ho sentito di doverla riprendere”, spiega l’autore. “Non considero ancora esaurito il personaggio, quindi penso che ritornerà”.

Dopo tutti questi anni, come è il rapporto con Arcieri?

“Con La nave dei vinti, ambientato nel 1939, sono tornato con Arcieri agli anni Trenta e Quaranta, dopo vari romanzi ambientati alla fine degli anni Sessanta. Nei romanzi scritti tanti anni fa il personaggio era più grossolano, lui si è raccontato progressivamente, è emerso e ora è veramente un personaggio a tutto tondo. Non è assolutamente un mio ritratto, ma è simbiotico perché io ci dialogo continuamente anche quando non scrivo. Lo metto in situazioni in cui non so come reagirà. Se noi autori ci sorprendiamo, anche il lettore si sorprende”.

Qual è il suo metodo di lavoro?

“Da molto tempo le storie si concatenano. Verso la fine del romanzo ho già in mente il cuore del successivo. Poi mi documento per almeno tre mesi, come da storico su diari e altre fonti, sul web facendo attenzione a ciò che è affidabile, e utilizzo il tutto per estrarne solo ciò che mi serve. Se c’è una storia di guerra, devo sapere le forze in campo, gli schieramenti, è un lavoro enorme e mi faccio aiutare da alcuni specialisti della materia a vari livelli, documentario e di testimonianza. La topografia è fondamentale, come l’abbigliamento dell’epoca. Questo lavoro è necessario, però non deve passare al lettore, perché io voglio un romanzo che intrattenga, porti in un altro luogo o tempo”.

Per scrivere usa una scaletta precisa?

“L’ho fatto per il mio primo romanzo, Nero di maggio, ora non più. Essendo i miei libri di spionaggio, permettono più libertà rispetto ai gialli. Bisogna affidarsi alla correzione automatica del cervello, avere presenti solo tre-quattro snodi fondamentali, ma anche l’ultimo punto può cambiare nel corso della scrittura. Questi snodi devono esistere per immergere il personaggio nella situazione iniziale e vedere dove ti porta, quindi avere il coraggio di spostare, cambiare certi passaggi. C’è un’idea forte che cerco di difendere, ma non a oltranza, così nasce il mio romanzo”.

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