L'assessora guarda alla riforma del sistema sanitario: «La salute mentale è la sfida più urgente». Sui conti: «L'aumento dell'Irpef servirà a coprire i costi, non a creare nuovi servizi»

L'assessora regionale alla Salute Monia Monni esclude una candidatura alle prossime elezioni politiche e ribadisce la volontà di restare in Toscana per portare avanti la riforma del sistema sanitario. «No, il ring non si abbandona. Abbiamo avviato una enorme rivoluzione del modello organizzativo del nostro servizio sanitario. Voglio combattere fino alla fine, perché la Toscana abbia un ruolo centrale, sia un esempio nazionale di sanità universalistica», afferma. Monni accoglie inoltre con soddisfazione le parole di apprezzamento della segretaria del Pd Elly Schlein: «Il fatto che la segretaria riconosca che siamo un modello è motivo di grande orgoglio».

L'assessora conferma che a breve sarà nominato il nuovo direttore dell'assessorato alla Salute, dopo l'indicazione di Federico Gelli alla guida del Meyer, e rilancia il ruolo delle Case di comunità: «Non devono essere dei semplici poliambulatori. Ai pazienti, soprattutto cronici, non basta più la prestazione sanitaria, vanno accompagnati in un percorso di presa in carico individuale». Guardando al futuro, sottolinea anche la necessità di ripensare l'assistenza agli anziani e di riformare il sistema delle Rsa.

Tra le priorità indicate da Monni c'è la salute mentale, soprattutto per bambini e adolescenti. «Se la Toscana è la punta avanzata su tante politiche sanitarie, sulla salute mentale non abbiamo tenuto il passo con i bisogni esplosi dopo il Covid», spiega, aggiungendo che «mancano posti letto ospedalieri per le fasi acute della malattia e li aumenteremo. Mancano percorsi di uscita da questi reparti, le comunità di accoglienza non bastano. Manca il territorio».

Infine il nodo delle risorse. Monni ammette le difficoltà dei bilanci sanitari regionali: «Quest'anno l'aumento dell'Irpef lo useremo per coprire gli aumenti contrattuali, i costi energetici e l'inflazione. Quindi lo bruceremo senza dare un servizio in più». E conclude: «Se in queste condizioni riusciamo a tenere in piedi e migliorare il sistema sanitario più pubblico d'Italia, dimostriamo che la cura è un diritto, non un privilegio. Per me vale la pena restare proprio per affrontare questa sfida». Lo scrive Repubblica. 

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