Magistrati, avvocati e psicologi criticano il ddl del Governo sull'imputabilità dei minori: "Servono prevenzione, educazione e servizi"

Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri sulla giustizia minorile, che modifica le regole sull'imputabilità dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni, divide il mondo della giustizia e della psicologia. Se per il Governo la stretta rappresenta una risposta alla crescente criminalità giovanile, dalla Toscana arrivano forti perplessità da parte di magistrati, avvocati e psicologi, che chiedono invece maggiori investimenti nella prevenzione.

La procuratrice dei minori di Firenze, Roberta Pieri, invita a non ridurre il fenomeno a una questione repressiva. «La stretta può servire per far vedere che lo Stato c'è, ma se non si interviene alla radice dei problemi resta una politica monca». Secondo Pieri, le riforme punitive «non sono un deterrente» e la violenza giovanile non è diminuita neppure dopo il decreto Caivano. Per questo ritiene indispensabili politiche di integrazione, educazione affettiva nelle scuole e un potenziamento delle strutture dedicate ai minori, soprattutto stranieri non accompagnati e autori di reato.

Sulla stessa linea anche l'avvocata Giulia Nesci, vicepresidente della Camera minorile di Firenze, che parla di una «progressiva adultizzazione del rito minorile» e mette in guardia dal rischio di far passare l'idea che la giustizia minorile sia troppo indulgente. Anche la psicologa Caril Miniati ritiene che il provvedimento avrà soprattutto un valore simbolico e non ridurrà la delinquenza giovanile. «La priorità dovrebbe essere la prevenzione», afferma, chiedendo maggiori investimenti nella salute mentale, nel contrasto all'abbandono scolastico, nel sostegno alle famiglie e nei percorsi di rieducazione. Un'esigenza confermata anche dai dati del Cnr, secondo cui nel 2025 il 38,4% dei ragazzi toscani tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver partecipato a risse o zuffe.

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