In Toscana gli uomini tendono a chiedere aiuto per il proprio benessere psicologico solo quando il disagio è ormai in una fase avanzata, mentre le donne si rivolgono con maggiore frequenza ai servizi di cura già ai primi segnali di sofferenza. È quanto emerge dal rapporto Welfare e salute in Toscana 2025 dell'Agenzia Regionale di Sanità (Ars), commentato dalla presidente dell'Ordine degli Psicologi della Toscana e del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi, Maria Antonietta Gulino.
Secondo i dati, il 10,9% delle donne assume antidepressivi, una percentuale quasi doppia rispetto al 5,7% degli uomini. Un dato che, secondo Gulino, non indica una maggiore sofferenza femminile, ma una diversa propensione ad accedere ai percorsi di cura.
«I dati ci mostrano una differenza importante tra uomini e donne nell'accesso ai servizi di benessere psicologico. Le donne tendono a rivolgersi più frequentemente ai percorsi di cura, mentre molti uomini arrivano a chiedere aiuto quando il disagio si è già aggravato e richiede interventi più complessi», spiega la presidente.
Il rapporto evidenzia anche una forte prevalenza maschile nei ricoveri per cause psichiatriche tra i più giovani. Nella fascia tra 0 e 19 anni si registrano 92,8 ricoveri ogni 10.000 abitanti tra i ragazzi, contro i 52,9 tra le ragazze. Secondo Gulino, questa differenza riflette modalità diverse di manifestare il disagio: nei maschi sono più frequenti comportamenti esternalizzanti, mentre nelle femmine prevalgono disturbi come ansia, depressione e autolesionismo, spesso meno visibili ma altrettanto gravi.
Il dato più allarmante riguarda però i suicidi. In Toscana il 76% delle persone che si tolgono la vita è di sesso maschile, una tendenza che si conferma in tutte le fasce d'età.
«È il dato che pesa di più. Ci dice che il silenzio, quando si prolunga, ha un costo altissimo. Molti uomini arrivano al punto di rottura senza aver mai chiesto aiuto, e questo interroga non solo la sanità, ma una cultura che ancora lega la fragilità maschile alla vergogna», osserva Gulino.
Secondo la presidente dell'Ordine degli Psicologi, il problema nasce spesso già durante l'adolescenza, quando molti ragazzi crescono con l'idea che mostrare emozioni o vulnerabilità sia sinonimo di debolezza. Una convinzione che può rendere più difficile chiedere sostegno e favorire l'isolamento.
Per questo Gulino sottolinea la necessità di rafforzare la prevenzione e promuovere una cultura dell'ascolto, nella quale chiedere aiuto non venga percepito come un fallimento ma come un gesto di responsabilità verso sé stessi e gli altri. «Intervenire precocemente – conclude – aumenta le possibilità di prevenire l'aggravarsi della sofferenza e di costruire percorsi di cura più efficaci».
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