«La sicurezza degli operatori sanitari non è separabile dalla sicurezza delle cure». Parte da questo principio Francesco Venneri, direttore del Centro regionale di gestione del Rischio clinico, che chiede una svolta nella progettazione dei pronto soccorso, prevedendo percorsi separati per i detenuti rispetto a quelli degli altri pazienti.
La richiesta arriva dopo quanto accaduto domenica al Santo Stefano di Prato, dove un detenuto di 22 anni ha tentato di fuggire dal pronto soccorso ed è stato fermato da un agente della polizia penitenziaria che ha esploso tre colpi di pistola, ferendolo. Il Gip ha poi disposto per il giovane, già in attesa di espulsione, la custodia cautelare in carcere.
«In un pronto soccorso convivono pazienti fragili, familiari e sanitari chiamati a prendere decisioni rapide in condizioni di elevata complessità. L’introduzione in questo ambiente di situazioni che comportano esigenze di sicurezza penitenziaria richiede una progettazione specifica», spiega Venneri.
Il principio, secondo il direttore, deve garantire contemporaneamente il diritto alle cure del detenuto e la sicurezza di sanitari, pazienti e agenti. «Quando le condizioni strutturali lo consentono, l’accesso dei detenuti dovrebbe avvenire in percorsi separati da quelli degli altri pazienti, con spazi di valutazione e trattamento adeguati. Non si tratta di creare una sanità diversa per il detenuto, ma di organizzare in modo diverso l’accesso e la presa in carico».
Per Venneri, inoltre, la sicurezza non può essere affidata esclusivamente alla presenza degli agenti, ma deve derivare da un sistema organizzativo complessivo. «Dopo un evento avverso la domanda non dev’essere “chi ha sbagliato?”, ma “quali condizioni hanno consentito che questo evento potesse accadere e come possiamo impedire che si ripeta?”. È la logica della cultura della sicurezza: imparare dall’evento».
Sul caso dell’agente indagato per tentato omicidio interviene anche il sindacato di polizia penitenziaria Fsa-Cnpp-Spp, che punta il dito contro le condizioni di lavoro e la formazione.
«Le responsabilità sono prioritariamente in capo al Ministero della Giustizia – afferma il segretario generale Aldo Di Giacomo –. Alla base ci sono due verità: la scarsa formazione con soli tre mesi di attività teorica a scuola che ogni agente penitenziario realizza prima dell’entrata a lavoro in carcere e l’assenza, in questa circostanza, di un superiore gerarchico in grado di impartire istruzioni e comando nell’operazione di cattura del detenuto».
Una situazione, conclude Di Giacomo, aggravata durante l’estate dalla carenza di organico, con turni che arriverebbero fino a 12 ore consecutive e un conseguente aumento di tensione e stress tra il personale. Lo scrivo il Corriere Fiorentino.
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