(Nella foto Fabrizio Berti e Paolo Caselli)
“Un libro sul calcio che non parla di calcio, ma delle relazioni tra le persone all’interno di una struttura calcistica”.
Fabrizio Berti presenta “Una grande stagione sportiva. Metodo e passione: la pianificazione strategica stagionale nel calcio dilettantistico” (Ultra Sport) presso l’Auditorium delle scuole comunali a San Piero a Sieve con il giornalista Paolo Caselli, presenti anche il sindaco Federico Ignesti e l’assessora alla Cultura Marta Cappelli.
Per 19 anni radiocronista sportivo a Radio Mugello – come il babbo Paolo che, insieme a Leonardo Ubaldi, creò la rubrica del lunedì Parliamone sportivamente e fece le prime radiocronache dai campi dei dilettanti nel Mugello – Fabrizio Berti si è poi specializzato in comunicazione, pnl e coaching sportivo.
Così, “dopo avere parlato con dirigenti, allenatori, calciatori e ragazzi mi è venuta la voglia di proporre qualcosa dal basso ed è nato questo libro”.
Berti ha collaborato come mental coach con il San Piero a Sieve, il Dicomano, direttori sportivi, allenatori dei portieri, singoli atleti anche di altre discipline sportive, ma “figure come la mia a volte sono viste come dei competitor. A volte gli allenatori non vogliono persone che ascoltano e osservano, perché temono di vedere minata la loro leadership. In realtà le nostre figure sono di supporto, non parliamo di tecnica o tattica”.
A chi è rivolto questo libro?
“Ad allenatori, dirigenti, atleti, alle famiglie, ai ragazzi. Va bene per tutti gli sport e può essere utilizzato anche nella vita di tutti i giorni”.
Come dovrebbe essere una scuola calcio?
“Attualmente le scuole calcio sono viste come un modo per sostenere economicamente la società, troppo spesso le giovanili foraggiano la prima squadra. Pochi settori giovanili danno la possibilità di arrivare in prima squadra, spesso si fermano agli juniores, quindi è fallimentare se devo andare a cercare i giocatori fuori. I ragazzi dovrebbero avere un supporto migliore da persone qualificate. Il settore giovanile deve servire alla crescita personale, si deve capire che il risultato è figlio di una performance”.
Capitani si nasce o si diventa?
“Si diventa. C’è chi ha l’indole del leader, ma deve avere una base di consapevolezza delle proprie caratteristiche. Il capitano può essere scelto dall’allenatore, ma il leader viene riconosciuto dall’ambiente, dalla squadra, se ha un atteggiamento costruttivo, di sostegno verso i compagni. Ci sono leader silenziosi che sanno come indirizzare la squadra e capitani che urlano in continuazione ma poi non vengono più seguiti.
Il ruolo dell’allenatore è fondamentale, dovrebbe ritagliarsi un quarto d’ora per parlare con ogni giocatore anche fuori del campo e capire chi ha davanti. È sbagliato dire che i giocatori devono adattarsi all’allenatore. La squadra nasce intorno a un tavolo, a una cena, in un momento conviviale dove si conoscono davvero, non sul campo. E i primi allenatori dei ragazzi sono i genitori nel senso di crescita personale nel quotidiano”.
Alcuni genitori sembrano ossessionati dal successo…
“Se il desiderio diventa oppressivo, il ragazzo si sentirà sempre in difetto. Secondo me i genitori dovrebbero fare tre cose: portare i ragazzi al campo, riprenderli e applaudirli”.
Di che cosa ha bisogno il dilettantismo?
“Le società devono essere gestite come delle piccole spa, con un piano minimo triennale. L’obiettivo del libro non è insegnare, ma aprire una discussione all’interno delle società che vogliono crescere e fare calcio. C’è sempre da imparare. E i ragazzi, soprattutto nelle giovanili, hanno bisogno di essere ascoltati”.
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