Dopo il malore accusato da Edoardo Bove nella partita di domenica contro l’Inter si sono moltiplicati gli appelli ad un potenziamento del numero di defibrillatori pubblici installati lungo le strade e ad una maggiore diffusione nella popolazione della consapevolezza dell’importanza delle tecniche salvavita, che in situazioni come quella vissuta dal giovane centrocampista viola possono fare la differenza.
“Più defibrillatori nelle strade e più laici formati alle manovre salvavita: siamo tutti coinvolti” scrive sulla propria pagina Facebook il presidente delle Pubbliche assistenze toscane, Dimitri Bettini, che ha ricordato che i militi della Fratellanza Militare (l’associazione che ha soccorso Edoardo Bove) sono volontari delle Pubbliche assistenze.
“Le immagini di Edoardo Bove che crolla a terra sono ancora nelle nostre menti. Il giovane immobile sul campo, la disperazione negli occhi dei compagni di squadra e degli avversari, lo stadio di Firenze che ammutolisce. In quel momento così tremendo però c’erano persone che non potevano essere atterrite. Dovevano agire. A quelle immagini così drammatiche, dobbiamo unire un esempio positivo: quello dei soccorritori che erano in campo. I volontari che hanno preso in carico il calciatore della Fiorentina e, dopo avergli praticato le manovre salvavita con il determinante contributo dello staff medico della Fiorentina, lo hanno portato all’ospedale. Non è semplice avere in mano la vita di una persona” ha scritto Bettini nel post, soffermandosi anche sul sollievo che tutti hanno provato quando è divenuto chiaro che Edoardo Bove era sopravvissuto e stava bene.
“Quello che mi preme dire però è anche che le manovre di soccorso ricevute da Bove, non sono eccezionali. Sono le stesse praticate ogni giorno sulle strade di Firenze e della Toscana, dove i nostri uomini e le nostre donne sono chiamati a operare per salvare le vite. È un pezzo della Toscana che ci piace. Una specificità tutta nostra; in settori delicati come l’emergenza sanitaria, l'antincendio boschivo, la protezione civile, ci sono i volontari. E in molti casi sono i volontari ad aver creato e migliorato il servizio stesso”.
Da qui, l’appello per una maggiore mobilitazione di istituzioni e società civile: “Il lieto fine però non basta: siamo tutti coinvolti. Le istituzioni nel disseminare quanti più defibrillatori automatici possibile sul territorio, i cittadini per fare corsi e imparare a usarli. Noi come volontariato per insegnare a quante più persone possibile. C’è anche un altro aspetto sul quale dobbiamo lavorare. E molto. È sul diffondere la cultura del soccorso, far conoscere le dinamiche e i tempi dell’intervento, come facciamo e perché lo facciamo. Insegnare alle persone a non essere d’intralcio sulla scena di un soccorso, perché a volte quello che si pensa possa essere un bene, non è esattamente il bene per chi sta male.”
“Quanto successo a Edoardo Bove, la reazione di una città solidale ed empatica con questo ragazzo deve essere uno stimolo in più a crescere su questo delicato tema: far sapere che con l’addestramento, e il favore del fattore tempo, è davvero possibile salvare una vita” conclude Bettini.
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