L'analisi dell'esperto per capire come si muovono i mercati

Conflitto in Medio Oriente: il contesto è cambiato


All'ultima riunione della BCE, i tassi sono stati lasciati invariati così come per la Fed, ma in entrambi casi uno è stato il termine più rilevante: inflazione.


Lagarde ha comunicato che le previsioni del CPI per il 2026 sono state nettamente riviste al rialzo dal +1,9% di dicembre al +2,6% dell'ultima riunione.

La ragione è ovviamente legata al conflitto israelo-statunitense in Iran con prezzi delle materie prime come petrolio e gas in rapidissimo aumento.
L'Italia è uno dei paesi che ha maggiormente sofferto da questo shock energetico: siamo tra i maggiori importatori di gas del Qatar, dove alcuni importantissimi impianti e giacimenti sono stati colpiti dagli attacchi di Teheran. Il flusso di materie prime energetiche dai Paesi del Golfo al Bel Paese è fondamentale e la sua interruzione può generare rilevanti picchi inflattivi.

Il BTP decennale è passato da 3,2% a 3,85%, lo spread BTP-Bund da 60 a oltre 80pb. Il tutto ovviamente amplificato dalle condizioni di deficit, ma soprattutto di debito in cui l'Italia si trova.

Concludendo:

Quello che stiamo osservando non è un semplice ritorno dell’inflazione, ma la fine di un’illusione durata anni: quella di un’economia globale stabile, prevedibile e a basso costo energetico.

La revisione al rialzo dell’inflazione al 2,6% per il 2026 da parte della BCE non è un dettaglio tecnico, ma il segnale di un cambio di paradigma. A pesare non sono dinamiche interne, ma fattori esterni: guerra, energia, geopolitica.

E infatti il quadro che emerge è chiaro: mentre l’inflazione sale, la crescita scende. Le stime sul PIL sono già state riviste al ribasso, con un’economia europea più fragile proprio mentre i costi aumentano.

È la combinazione più scomoda possibile.

Le banche centrali lo sanno bene: non stanno fermando i tassi perché la situazione è sotto controllo, ma perché non hanno più margine di errore. L’energia – tornata al centro del sistema economico – rende l’inflazione meno prevedibile e molto più difficile da gestire. E se il conflitto dovesse prolungarsi, gli scenari peggiori non sarebbero più teorici.

In questo contesto, il mercato sta semplicemente facendo il suo lavoro: prezzare il rischio. E l’Italia, con il suo debito elevato e la forte dipendenza energetica, è inevitabilmente più esposta.

Il punto allora non è se l’inflazione scenderà o meno nei prossimi mesi ma che il mondo che teneva bassa l’inflazione non esiste più.

E per un Paese come il nostro, questo significa che i prossimi mesi non saranno una fase di normalizzazione, ma di adattamento a un equilibrio più instabile, più costoso e decisamente più selettivo.


di Roberto di Giovine Iw Private Investments -Private Banker - Gruppo Intesa Sanpaolo

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