Storia di una comunità penale per minori, che dice di essere quello che non è, dice di fare quello che non fa. Con passione e dedizione, dovrebbe svolgere un servizio di accoglienza, guida, sostegno, accompagnamento e accudimento in favore dei minori ospiti. “Dovrebbe”, perché non è così. All’interno di questa struttura si verificano episodi che lasciano supporre tutto il contrario. Oltre a non essere in regola dal punto di vista legislativo.
La comunità ha sede a Firenze, ma la direttrice e coordinatrice “coordina” da una regione lontana, mansione impossibile da ricoprire a distanza, essendo tra l’altro in teoria anche l’incaricata addetta a pronto soccorso, antincendio, evacuazione, sicurezza, senza alcun corso di formazione per i dipendenti. Il legale rappresentante è un avvocato che, però, nell’elenco degli avvocati risulta sospeso. La comunità da norma dovrebbe avere una serie di figure in organico, come risulta dal progetto inviato a suo tempo al Cgm (centro giustizia minorile): il direttore, il coordinatore, tre educatori socio-pedagogici, un assistente sociale, uno psicologo, degli animatori di comunità, degli operatori, gli adb, il cuoco e alla bisogna, con la prestazione occasionale, il medico, l’infermiere, lo psichiatra e il mediatore culturale dato che quasi nessuno dei ragazzi ospitati è italiano, la maggior parte tunisini, marocchini, egiziani. Di tutta questa pianta organica non c’è quasi nessuno.
Mancano le figure richieste perché chi ricopriva il ruolo si è licenziato o si è messo in malattia per stress lavoro correlato, per i turni di lavoro esagerati e non secondo le proprie competenze. Allo stato attuale dunque ci sarebbero tre “educatori”, in realtà operatori non qualificati che parlano poco l’italiano, e altre quattro persone che svolgono mansioni per le quali non sarebbero idonee. La cuoca è arrivata a ottobre, fino ad allora si arrangiavano a cucinare gli altri operatori seppure sprovvisti dell’haccp, quindi senza tutele igienico-sanitarie.
Cibo scaduto, a volte manca, eppure i soldi dovrebbero esserci. La retta percepita per ogni ragazzo è dai 300 euro in su, ma la spesa settimanale non supera i 100 euro per colazione, pranzo e cena. Nei 500 mq di struttura, piena di spifferi coi tre piani aperti, il riscaldamento è stato acceso solo a dicembre tre ore al giorno, così i ragazzi indossano vestiti pesanti, giacchette, cappelli. La struttura ha una capienza massima di dodici ragazzi, solo maschi alle misure cautelari, minori e giovani adulti fino ai 24 anni, ma al momento sono nove, anzi otto perché uno è scappato. Arrivano da tutta Italia e dovrebbero fare un percorso rieducativo ma, non essendoci controlli, fanno quello che gli pare.
Nella struttura allo sbando nessuno controlla niente. Girano alcol, erba. I ragazzi salgono sul tetto. E scappano, appunto, perché comunque non si trovano bene. Come ha detto un ragazzo ai responsabili: “a voi non ve ne frega niente di noi ragazzi, intascate solo i soldi”. Della situazione sono informati il Cgm, l’Ussm (ufficio di servizio sociale per minorenni) e le forze dell’ordine, si attendono sviluppi.
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