C’è un punto in cui il crollo sembra non poter andare oltre, eppure ogni settimana la sensazione è che questa Fiorentina possa scendere ancora più in basso. L’arrivo di Vanoli ha dato una scossa, sì, ma insufficiente: siamo a dicembre e il campionato non ha ancora regalato una vittoria. Le due sconfitte più recenti – contro AEK in Europa e Atalanta in Serie A – obbligano l’allenatore a guardarsi allo specchio e interrogarsi sul reale stato della sua squadra.
UNA MENTALITÀ CHE REGGE SOLO A METÀ
Vanoli ha tentato subito un ribaltamento culturale: squadra bassa, operaia, concentrata sul minimo indispensabile per restare nella massima serie. La squadra ha risposto per atteggiamento, almeno nelle sfide con avversari più forti, ma è bastato un contesto diverso – come la Conference – per rivedere una Fiorentina svuotata, lenta, simile a quella dell’ultimo periodo pre-esonero di Pioli. L’ossessione salvezza ha prosciugato energie mentali, e il risultato è una formazione che combatte ma non convince, insicura, fragile, paralizzata dall’assenza di risultati. Un successo in campionato servirebbe più di qualsiasi seduta tecnica: senza di quello il progetto rischia di evaporare.
VANOLI RISCHIA DI RIPETERE I VECCHI ERRORI
Sul piano tattico, le novità sono poche: alcune scelte ricordano da vicino quelle che già non avevano funzionato con il precedente allenatore. Fagioli continua a essere utilizzato in regia, ma non riesce a gestire i ritmi; Kean e Piccoli in coppia si annullano; la difesa a tre inghiotte certezze anziché garantirle. Cambiare guida tecnica doveva significare voltare pagina, ma il materiale a disposizione non consente rivoluzioni facili né immediate.
LE ALTERNATIVE NON PORTANO SOLUZIONI
Il tifoso guarda alla panchina sperando di trovare la svolta, ma chi entra finisce per deludere quanto chi parte titolare. In attacco, dietro a Kean non ci sono certezze: Dzeko, appesantito dal passare degli anni, sembra un’ombra; Gudmundsson alterna buio a timidi lampi; Fazzini, che era stato uno dei meno negativi, è improvvisamente scivolato in fondo alle gerarchie. A centrocampo l’unico possibile sostituto naturale di Fagioli sarebbe Nicolussi Caviglia, ma anche lui fatica a dare velocità e qualità alla manovra.
Il reparto arretrato è il problema più evidente: i centrali non sembrano tagliati per una linea a tre, né in uscita con il pallone né in fase difensiva pura. Per funzionare, questo sistema necessita di difensori in grado di accompagnare l’azione e di esterni capaci di spingere – ma Ranieri è l’unico che ci prova con continuità, mentre Dodo e Gosens non stanno offrendo ciò che ci si aspettava da loro.
CAMBIARE SERVE, MA COME?
Modificare l’impianto tattico appare inevitabile. Il passaggio alla difesa a quattro è il primo pensiero logico: permetterebbe di recuperare Comuzzo, più a suo agio in una linea più tradizionale. Il vero problema è che la squadra non possiede ali naturali, scelta azzardata già mesi fa e oggi pagata a caro prezzo. Senza giocatori di fascia alti e tecnici, anche il 4-3-1-2 o il 4-3-2-1 rischiano di offrire poca ampiezza e ancor meno imprevedibilità. Forzare adattamenti è possibile – Gudmundsson, Fazzini o persino qualche terzino riadattato – ma sarebbero compromessi più che soluzioni.
Vanoli, dunque, ha margini ristretti e nessuna bacchetta magica. Tuttavia qualcosa deve cambiare: aspettare che il calendario diventi clemente non basterà. Le partite più semplici saranno proprio quelle che metteranno la squadra più alla prova.
Se la Fiorentina vuole davvero risalire, il primo passo è smettere di pensare di aver già toccato il fondo. Il tempo per reagire non è infinito.
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