Il calo demografico è ormai un fenomeno accertato sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, una realtà con cui governi e amministrazioni locali si trovano a fare i conti.
Questa mattina La Nazione contiene un’intervista al professore di demografia dell’Università di Firenze Gustavo De Santis, che spiega che la progressiva diminuzione della popolazione è un trend iniziato all’incirca negli anni Settanta e proseguito pressoché inarrestabile nei decenni successivi.
Come spiega il docente, più di metà della popolazione mondiale vive in condizioni di bassa fecondità, cioè con meno di due figli per donna: una circostanza che comporta una diminuzione di circa il 40% della popolazione da una generazione all’altra, che si traduce, quindi, in una diminuzione della popolazione.
Il calo demografico ha un profondo impatto anche sull’economia locale, basti pensare al fatto che ci sono meno lavoratori disponibili, e quindi, di conseguenza, meno servizi, come le scuole: dovrebbe essere una situazione nella quale i prezzi scendono, ma osservando, ad esempio, la realtà fiorentina, caratterizzata da uffici, università e tanto turismo, questo non accade.
Una possibile, seppur parziale soluzione, può essere quella di allargare le maglie dell’immigrazione, ma servirebbe poter aumentare il tasso di fecondità, cioè spingere più persone a fare più figli.
Una soluzione per niente facile, i cui effetti, tra l’altro, si potrebbero apprezzare concretamente solo fra una ventina di anni.
A pesare come un macigno sulla scelta di non fare figli oggi, tolte le decisioni private, sono le precarie condizioni economiche dei giovani, schiacciati fra precariato e lavoro povero, e l’assenza di politiche pubbliche in grado di sostenere efficacemente le famiglie, come la disponibilità negli asili nido.
Come spiega il professor De Santis al quotidiano, investire di più in politiche di sostegno alle famiglie e ai giovani, come avviene in altri paesi come Francia o Svezia, che sono comunque alle prese con il calo demografico, potrebbe essere una prima soluzione per provare ad invertire la tendenza.
Questa mattina La Nazione contiene un’intervista al professore di demografia dell’Università di Firenze Gustavo De Santis, che spiega che la progressiva diminuzione della popolazione è un trend iniziato all’incirca negli anni Settanta e proseguito pressoché inarrestabile nei decenni successivi.
Come spiega il docente, più di metà della popolazione mondiale vive in condizioni di bassa fecondità, cioè con meno di due figli per donna: una circostanza che comporta una diminuzione di circa il 40% della popolazione da una generazione all’altra, che si traduce, quindi, in una diminuzione della popolazione.
Il calo demografico ha un profondo impatto anche sull’economia locale, basti pensare al fatto che ci sono meno lavoratori disponibili, e quindi, di conseguenza, meno servizi, come le scuole: dovrebbe essere una situazione nella quale i prezzi scendono, ma osservando, ad esempio, la realtà fiorentina, caratterizzata da uffici, università e tanto turismo, questo non accade.
Una possibile, seppur parziale soluzione, può essere quella di allargare le maglie dell’immigrazione, ma servirebbe poter aumentare il tasso di fecondità, cioè spingere più persone a fare più figli.
Una soluzione per niente facile, i cui effetti, tra l’altro, si potrebbero apprezzare concretamente solo fra una ventina di anni.
A pesare come un macigno sulla scelta di non fare figli oggi, tolte le decisioni private, sono le precarie condizioni economiche dei giovani, schiacciati fra precariato e lavoro povero, e l’assenza di politiche pubbliche in grado di sostenere efficacemente le famiglie, come la disponibilità negli asili nido.
Come spiega il professor De Santis al quotidiano, investire di più in politiche di sostegno alle famiglie e ai giovani, come avviene in altri paesi come Francia o Svezia, che sono comunque alle prese con il calo demografico, potrebbe essere una prima soluzione per provare ad invertire la tendenza.
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