La protesta della “scena muta” portata all’orale di maturità da uno studente degli Scolopi continua a far discutere. Come scrive stamani La Nazione, Osvaldo Di Cuffa, dirigente dell’istituto tecnico e professionale Sassetti-Peruzzi, invita a non liquidare il gesto con superficialità, ma ne mette in dubbio efficacia e consapevolezza.
«Una protesta ha senso solo se ha motivazioni chiare e obiettivi precisi», sottolinea Di Cuffa, che teme che simili gesti possano trasformarsi in semplici mode, nate per imitazione più che da un reale intento di cambiamento.
Il disagio, però, è evidente. «I ragazzi non si sentono più rappresentati dal sistema scolastico — spiega — e anche gli insegnanti vivono una forte frustrazione. Serve un nuovo patto educativo tra studenti e scuola».
Secondo il dirigente, tra le priorità c’è la revisione del sistema di valutazione dell’esame di maturità: «Non è accettabile che cinque anni di studio pesino solo il 40% del voto finale. Il ministro Valditara dovrebbe partire da qui».
Oltre ai voti, è la didattica stessa a dover cambiare: «La lezione frontale non funziona più. Dobbiamo studiare come apprendono i giovani oggi e parlare la loro lingua. La scuola deve evolversi, come è cambiata la società».
Infine, un consiglio diretto ai ragazzi: «Le proteste hanno valore solo se sono consapevoli e costruttive. Così rischiano di apparire come scorciatoie. Ma non credo che dietro ci sia malafede: c’è solo bisogno di essere ascoltati».
«Il voto non definisce una persona». Da questa premessa, riporta ancora il quotidiano, parte la riflessione della psicologa e psicoterapeuta Christina Bachmann. Un gesto che ha suscitato reazioni contrastanti, ma che per Bachmann rappresenta un’espressione legittima di dissenso.
«Parliamo sempre di senso critico e responsabilità — osserva — poi però quando un ragazzo esprime una critica pacifica, lo si accusa di furbizia. È una risposta che mi ha profondamente colpita».
La psicologa respinge l’idea che si tratti di una scorciatoia: «Ha fatto tutto il suo dovere, ha scelto di metterci la faccia e dire: “Io non ci sto”. Non ha tratto alcun vantaggio, ha semplicemente espresso il suo disagio».
Secondo Bachmann, il gesto dello studente andava accolto con più attenzione: «Non dico che debba essere un modello, ma è una critica che meritava ascolto. La scuola dovrebbe insegnare a pensare, anche a dissentire».
E se fosse stata lei in commissione? «Avrei rispettato la scelta e riportato nella lettera le motivazioni della protesta. Sarebbe stato un momento importante per aprire un confronto serio su ciò che oggi nella scuola non funziona».
Un segnale che, conclude, non va ignorato: «Quando un ragazzo sceglie di non essere valutato secondo certe regole, ci sta dicendo qualcosa. E se chi educa non è disposto ad ascoltare, significa che il patto educativo si è incrinato».
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