“Ognuno di noi ha un compito verso se stesso, cioè cercarsi, indagare su di sé”. Fabio Volo presenta il suo libro più autobiografico, “Balleremo la musica che suonano” (Mondadori) all’Auditorium Sant’Apollonia con Carlotta Sanzogni, in collaborazione con Libraccio Firenze e Museo della Narrazione.
Fabio Volo è diretto, semplice, naturalmente empatico con il pubblico accorso per lui, più di duecento persone fra i trenta e i cinquant’anni nella grande maggioranza donne, così la presentazione scorre libera e leggera, con i lettori che hanno già il libro in mano per il firma copie finale attenti a ogni parola e partecipi con le loro risate grazie all’autoironia dell’autore. Con il sorriso sulle labbra e le gambe che non stanno ferme sotto al tavolo, Volo riconosce che si sente più a suo agio nelle vesti di conduttore radiofonico, ma i suoi tredici libri, tradotti in molti paesi del mondo, dal primo “Esco a fare due passi” nel 2001 all’ultimo, parlano per lui. Se nei precedenti volumi la finzione narrativa consentiva a Volo di nascondersi dietro al protagonista, stavolta l’autore getta via ogni maschera.
Il racconto inizia dalla panetteria del padre, dalle difficoltà economiche, da un contesto sociale e una famiglia in cui il destino del ragazzo di bottega, che aveva lasciato la scuola finita la terza media, sembra già segnato. “Io sarei rimasto benissimo a fare il pane, mi piaceva quella vita, non avevo un talento per uscirne”.
La svolta avviene quando un giorno nel negozio del padre entra Silvano Agosti, un intellettuale regista cinematografico di Brescia che ogni tanto tornava nella sua città anche se viveva a Roma per lavoro. Agosti prende in simpatia il giovane Volo, gli regala un libro, poi un altro, “e da allora ho scoperto quella cosa di me, leggevo tantissimo e quegli incontri sulle pagine mi hanno cambiato la vita, quelle storie e domande mi hanno permesso di indagare su di me, fino a capire che la vita che stavo vivendo non era più la vita che volevo vivere, così sono andato a inseguire qualcosa che si avvicinasse di più a me”.
Quali scrittori in particolare?
“Herman Hesse, Gabriel Garcia Marquez, Richard Bach, “Le ali spezzate” di Khalil Gibran, ‘La voce a te dovuta’ di Pedro Salinas, ‘Martin Eden’ di Jack London in cui mi sono riconosciuto tantissimo. Mi sentivo affine a loro e come quei personaggi sono andato alla ricerca di qualcosa che mi permettesse di avere il mio cuore a proprio agio”.
Che cosa significa il titolo del libro?
“Viene da una frase che diceva spesso mio padre ovvero di adattarsi a quello che sarà, mentre io da giovane avrei voluto controllare tutto”.
C’è una critica come autore che l’ha disturbata in particolare? “
Fin dal primo libro ho avuto una critica anche feroce nei miei confronti, ma una in particolare no. Io sinceramente quando mi sono messo a scrivere libri non pensavo di dover scendere in guerra. Non ho mai capito esattamente questo accanimento, però mi hanno fatto capire delle cose; inoltre, se non avessi avuto tutta questa attenzione, anche negativa, non avrei venduto così tanti libri”.
Fabio Volo è diretto, semplice, naturalmente empatico con il pubblico accorso per lui, più di duecento persone fra i trenta e i cinquant’anni nella grande maggioranza donne, così la presentazione scorre libera e leggera, con i lettori che hanno già il libro in mano per il firma copie finale attenti a ogni parola e partecipi con le loro risate grazie all’autoironia dell’autore. Con il sorriso sulle labbra e le gambe che non stanno ferme sotto al tavolo, Volo riconosce che si sente più a suo agio nelle vesti di conduttore radiofonico, ma i suoi tredici libri, tradotti in molti paesi del mondo, dal primo “Esco a fare due passi” nel 2001 all’ultimo, parlano per lui. Se nei precedenti volumi la finzione narrativa consentiva a Volo di nascondersi dietro al protagonista, stavolta l’autore getta via ogni maschera.
Il racconto inizia dalla panetteria del padre, dalle difficoltà economiche, da un contesto sociale e una famiglia in cui il destino del ragazzo di bottega, che aveva lasciato la scuola finita la terza media, sembra già segnato. “Io sarei rimasto benissimo a fare il pane, mi piaceva quella vita, non avevo un talento per uscirne”.
La svolta avviene quando un giorno nel negozio del padre entra Silvano Agosti, un intellettuale regista cinematografico di Brescia che ogni tanto tornava nella sua città anche se viveva a Roma per lavoro. Agosti prende in simpatia il giovane Volo, gli regala un libro, poi un altro, “e da allora ho scoperto quella cosa di me, leggevo tantissimo e quegli incontri sulle pagine mi hanno cambiato la vita, quelle storie e domande mi hanno permesso di indagare su di me, fino a capire che la vita che stavo vivendo non era più la vita che volevo vivere, così sono andato a inseguire qualcosa che si avvicinasse di più a me”.
Quali scrittori in particolare?
“Herman Hesse, Gabriel Garcia Marquez, Richard Bach, “Le ali spezzate” di Khalil Gibran, ‘La voce a te dovuta’ di Pedro Salinas, ‘Martin Eden’ di Jack London in cui mi sono riconosciuto tantissimo. Mi sentivo affine a loro e come quei personaggi sono andato alla ricerca di qualcosa che mi permettesse di avere il mio cuore a proprio agio”.
Che cosa significa il titolo del libro?
“Viene da una frase che diceva spesso mio padre ovvero di adattarsi a quello che sarà, mentre io da giovane avrei voluto controllare tutto”.
C’è una critica come autore che l’ha disturbata in particolare? “
Fin dal primo libro ho avuto una critica anche feroce nei miei confronti, ma una in particolare no. Io sinceramente quando mi sono messo a scrivere libri non pensavo di dover scendere in guerra. Non ho mai capito esattamente questo accanimento, però mi hanno fatto capire delle cose; inoltre, se non avessi avuto tutta questa attenzione, anche negativa, non avrei venduto così tanti libri”.
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