Accertamenti tra Italia e Stati Uniti sul presidente della Fiorentina: verifiche chiuse senza riscontri, tra pressioni e tentativi di contatto mai andati a segno

Quando Rocco Commisso acquistò la ACF Fiorentina nel 2019, il suo profilo venne inizialmente attenzionato in modo riservato dagli investigatori italiani. Tra Firenze e Reggio Calabria furono avviati accertamenti sulle sue origini calabresi e sui legami familiari, partendo da Marina di Gioiosa Ionica.

Le verifiche, condotte tra carabinieri e investigatori, ricostruirono la sua storia personale: emigrato negli Stati Uniti a 12 anni, Commisso aveva costruito la propria fortuna fondando Mediacom, diventando uno dei principali operatori del settore via cavo negli USA. Gli approfondimenti non evidenziarono però alcun collegamento con ambienti criminali, né in Italia né all’estero, e non fu aperto alcun fascicolo giudiziario.

Un cugino risultò effettivamente coinvolto in ambienti di ‘ndrangheta in Canada, ma senza alcun rapporto diretto con il presidente viola. Anche successive indagini antimafia non hanno mai evidenziato legami tra Commisso e la criminalità organizzata.

Dalle intercettazioni emerse invece che alcuni affiliati di una cosca avrebbero tentato di avvicinare indirettamente il magnate, attratti dalla sua disponibilità economica, senza però riuscirci. In conversazioni interne, alcuni esponenti criminali ipotizzavano richieste di denaro, stimando in modo fantasioso il suo patrimonio e immaginando contributi a sostegno dei detenuti.

Un’ulteriore intercettazione del 2024 ha raccontato come Commisso, secondo quanto riferito da terzi, avrebbe mantenuto distanza da questi ambienti, evitando contatti e frequentazioni nei luoghi d’origine, anche per motivi di sicurezza.

Le indagini, nel complesso, hanno quindi escluso qualsiasi coinvolgimento del presidente della Fiorentina con contesti mafiosi, confermando l’assenza di elementi a suo carico

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