L'ex ministro della Sanità: “Segnali preoccupanti per la sanità della Toscana”

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"Ventuno sistemi sanitari regionali non fanno un sistema sanitario nazionale", e "chi sbandiera la possibilità di autonomia differenziata in questo momento non si rende conto, o forse si rende fin troppo conto, che questo sarà o rischia di essere il colpo finale". Lo ha affermato Rosy Bindi, ex ministro della Sanità, a margine di un convegno della Cgil a Scandicci (Firenze).

"Chi chiede l'autonomia differenziata - ha proseguito - lo chiede per cambiare assolutamente sistema, per esempio un doppio sistema di finanziamento, una parte con la fiscalità generale e l'altra con le assicurazioni. Se Regioni come la Lombardia, il Veneto, il Piemonte prendessero questa strada, significherebbe che le risorse che abbiamo a disposizione oggi sarebbero ulteriormente ridimensionate. E' assolutamente indispensabile assicurare finanziamenti adeguati. Mancano circa 20 miliardi, nessuno li chiede tutti insieme, ma progressivamente di anno in anno vanno aumentati".

Secondo Bindi "molte di queste risorse vanno impiegate per il personale, perché abbiamo carenza di medici, di infermieri, di tutte le professioni sanitarie; e nella loro formazione, perché la formazione del personale sanitario è forse la perla più preziosa nel sistema. Vanno innovati molti sistemi attraverso le tecnologie. Va unito il Paese perché nel Mezzogiorno c'è una situazione drammatica, soprattutto in alcune regioni".

In tema di sanità la Toscana "sicuramente sta meglio di molte altre" regioni, ma "incomincia a vedere alcuni segnali preoccupanti" e dunque "credo ci si debba porre anche il problema di come si affrontano tutti questi diversi modelli organizzativi che si sono realizzati in Italia. Mi permetto di dire anche quello della Toscana da qualche punto di vista".

Secondo Bindi "le liste d'attesa, la crescita del privato, il personale sempre meno affezionato al sistema, i cittadini che cominciano a farsi i loro fondi integrativi e le loro assicurazioni. Tutti questi sono segnali preoccupanti sui quali credo si debba intervenire, a partire anche un po' dal governo del territorio, perché Asl così grandi stanno mettendo a rischio anche il rapporto con personale, l'integrazione sociosanitaria, la presa in carico delle fragilità. Quindi siamo a una svolta importante".

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