Presentazioni fiorentine a cura di Paolo Mugnai

Un libro uscito al momento giusto, perché il tennis in Italia sta vivendo il suo periodo migliore da sempre con Sinner numero uno al mondo, altri sei italiani fra i primi sessanta e la Coppa Davis vinta due volte consecutivamente, eppure “Controbreak(Ultra Sport) comunica qualcosa che va oltre il contingente, oltre anche lo sport. Nel suo libro dettagliato, frutto di un’accurata ricerca, Antonio Pianigiani racconta storie e approcci di vari tennisti, ma con un filo conduttore, la rivincita, che si può applicare a ogni situazione, non necessariamente sportiva.Non a caso il sottotitolo del volume, con la prefazione del giornalista Paolo Caselli, è “Storie di sfide, sogni e rivincite”. 

Pianigiani interpreta i punti decisivi, le svolte nelle carriere, come
passaggi successivi alle sconfitte, necessarie tanto e più delle vittorie per superare insicurezze e limiti caratteriali. La parola chiave è “resilienza”, che “nel tennis si identifica nella capacità di rimuovere dalla mente l’errore un istante dopo averlo commesso”. Il libro precedente di Pianigiani si intitolava appunto “Slam. Storie di tennis e resilienza”. 

In cosa si distingue da questo?
“Qui la tematica principale è il concetto di rivincita. È un libro più narrativo e svincolato dalle soft skills, che sono le competenze trasversali, personali e abilità relazionali necessarie per lavorare in un’azienda insieme alle competenze tecniche”. Nel tennis il “controbreak” è il momento in cui il giocatore riconquista il servizio dopo averlo perso in precedenza.

Perché questo titolo? 

“Nelle mie intenzioni questo è un libro di riscatto all’interno di una partita o nella vita del tennista, una rivalsa di chi, dopo una serie di sconfitte, vince oppure di chi è considerato troppo anziano ma come Jimmy Connors a quarant’anni raggiunge negli US Open del 1991 la semifinale poi persa con Jim Courier”.

Sono tante le storie raccontate nel libro.
Le reazioni spropositate di McEnroe “Superbrat” verso gli arbitri per alleggerire i momenti di tensione delle partite. Djokovic che, a proposito delle sessanta racchette distrutte in carriera per rabbia, dice: “Mi vergogno di me stesso quando rompo le racchette, ma allo stesso tempo mi accetto come un essere umano con difetti”. La cosa più importante, nel tennis come nella vita, è svuotare la mente e ripartire all’istante. Gestire la pressione è la sfida più complicata, perché il talento da solo non basta, ci vuole una solida tenuta mentale per superare i momenti di difficoltà di una partita. Come Jannik Sinner, la cui vera arma vincente è non scoraggiarsi mai per gli errori, anche se commessi in malo modo e nei momenti più importanti, ma al contrario accettarli come fatto normale e inevitabile: “È incredibile come a Wimbledon abbia metabolizzato la sconfitta al Roland Garros e sconfitto in maniera netta Alcaraz”. E poi le storie di Marat Safin, Fabio Fognini, Miroslav “Gattone” Mecir, Roberta Vinci, Agassi, Edberg, Guga Kuerten. Andy Murray e il tema del coaching con Ivan Lendl. Stan Wawrinka e il suo tatuaggio sul braccio di una frase di Samuel Beckett: “Ho provato. Ho fallito. Non importa. Riproverò. Fallirò di nuovo. Fallirò meglio”. 

Djokovic il più grande di tutti?

“Ha ottenuto dei risultati come nessun altro. Un incontro epocale è la finale di Wimbledon del 2019 con Federer, in cui ha vinto dopo avere annullato due match point allo svizzero. Ma, se si parla di tecnica, perfezione stilistica ed eleganza, direi Federer”. 


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