Conosciamo tutti la storia di Frankenstein, la creatura nata dall’assemblaggio di varie parti di cadaveri, ma che cosa sappiamo di Mary Shelley, l’autrice di questo capolavoro scritto più di duecento anni fa? Tra verità e finzione, personaggi storici e una coppia di albergatori inventati, Silena Santoni ne “La mia creatura” (Giunti Editore), presentato al Centrolibro di Scandicci con Olimpia Cogliano, prende spunto dai primi ventiquattro anni di Mary Shelley, fino a quando appunto rimane vedova del marito Percy, per narrare ciò che la coinvolge di più.
“Mi era stato chiesto di scrivere una biografia romanzata ma poi è diventata un romanzo gotico”, dice Silena Santoni, “della tensione verso l’infinito, sul desiderio e il tentativo di superare la morte”.
Quanta vita, e quanta morte, nella biografia di Mary Shelley. A soli dieci giorni dalla nascita, sua madre muore per complicazioni dopo il parto. Mary sentirà sempre la mancanza della figura materna, ma soprattutto avvertirà un senso di colpa sentendosene in qualche modo responsabile. Avverte anche le forti aspettative nei suoi confronti perché figlia di due intellettuali, William Godwin e Mary Wollstonecraft. A sedici anni si innamora di Percy Shelley. Lui era già sposato con figli, ma scappa dalle responsabilità familiari per stare con lei. Si tratta di “un amore tossico perché lui rifiuta ogni convenzione, in particolare la fedeltà. Mary avrà cinque gravidanze, ma vivrà solo un figlio”.
Il momento centrale della storia narrata da Silena Santoni è nel 1816 a Villa Diodati sul lago di Ginevra, dove Mary con Percy, la sorellastra Clare e il bambino appena nato vanno a trovare Lord Byron. Passano il tempo a fumare, bere, drogarsi, ma soprattutto a parlare di storie dell’orrore in cimiteri, letteratura in voga in quegli anni, fino a quando Lord Byron lancia una sfida.
Chi tra loro scriverà un racconto di paura? In quel contesto nacquero “Il vampiro” dalla penna di John Polidori, segretario di Lord Byron, e soprattutto “Frankenstein” scritto da Mary a soli diciannove anni. “Fin dall’inizio fu un grande successo”, dice Silena Santoni, “ma Frankenstein non è un mostro, ma il nome di chi lo ha creato, quindi chi è più mostro la creatura o il creatore, lo scienziato Frankenstein? Lui vuole superare i limiti imposti all’uomo, ma viene fuori una creatura mostruosa, così scappa lasciandola al suo destino. Questa creatura è come un neonato, non sa niente della vita e del mondo. Chiede amore, ma tutti lo evitano per il suo aspetto”.
Mary esorcizza i suoi sensi di colpa e i suoi lutti nel romanzo, “dà una forma ai mostri dentro di sé, ha il coraggio di affrontarli trovando così l’immortalità con la scrittura”.
“Mi era stato chiesto di scrivere una biografia romanzata ma poi è diventata un romanzo gotico”, dice Silena Santoni, “della tensione verso l’infinito, sul desiderio e il tentativo di superare la morte”.
Quanta vita, e quanta morte, nella biografia di Mary Shelley. A soli dieci giorni dalla nascita, sua madre muore per complicazioni dopo il parto. Mary sentirà sempre la mancanza della figura materna, ma soprattutto avvertirà un senso di colpa sentendosene in qualche modo responsabile. Avverte anche le forti aspettative nei suoi confronti perché figlia di due intellettuali, William Godwin e Mary Wollstonecraft. A sedici anni si innamora di Percy Shelley. Lui era già sposato con figli, ma scappa dalle responsabilità familiari per stare con lei. Si tratta di “un amore tossico perché lui rifiuta ogni convenzione, in particolare la fedeltà. Mary avrà cinque gravidanze, ma vivrà solo un figlio”.
Il momento centrale della storia narrata da Silena Santoni è nel 1816 a Villa Diodati sul lago di Ginevra, dove Mary con Percy, la sorellastra Clare e il bambino appena nato vanno a trovare Lord Byron. Passano il tempo a fumare, bere, drogarsi, ma soprattutto a parlare di storie dell’orrore in cimiteri, letteratura in voga in quegli anni, fino a quando Lord Byron lancia una sfida.
Chi tra loro scriverà un racconto di paura? In quel contesto nacquero “Il vampiro” dalla penna di John Polidori, segretario di Lord Byron, e soprattutto “Frankenstein” scritto da Mary a soli diciannove anni. “Fin dall’inizio fu un grande successo”, dice Silena Santoni, “ma Frankenstein non è un mostro, ma il nome di chi lo ha creato, quindi chi è più mostro la creatura o il creatore, lo scienziato Frankenstein? Lui vuole superare i limiti imposti all’uomo, ma viene fuori una creatura mostruosa, così scappa lasciandola al suo destino. Questa creatura è come un neonato, non sa niente della vita e del mondo. Chiede amore, ma tutti lo evitano per il suo aspetto”.
Mary esorcizza i suoi sensi di colpa e i suoi lutti nel romanzo, “dà una forma ai mostri dentro di sé, ha il coraggio di affrontarli trovando così l’immortalità con la scrittura”.
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