Esordio letterario notevole quello di Giuseppe Quaranta, finalista come testo inedito al Premio Calvino nel 2023 con “La sindrome di Ræbenson” (Blu Atlantide) presentato con Alessandra Fineschi alla Libreria L’ornitorinco, aperta da tre anni e che deve il suo nome, come spiega Lilith, la libraia, al fatto che l’ornitorinco “è unico nel suo genere, come tanti animali insieme, senza rientrare in una categoria specifica”.
Quaranta è uno psichiatra e la storia è appunto narrata in prima persona da uno psichiatra, testimone del crollo nervoso di un collega di studi e amico, Deltito, il quale comincia a parlare di uno strano gruppo di persone, i ræbensonologi, che studiano chi è affetto da questa malattia sconosciuta.
Nel libro viene toccato il tema della psichiatria, della necessità di sistematizzare le malattie. “Considerato il mio lavoro, ho pensato che i miei primi protagonisti narrativi sarebbero stati dei disturbati mentali”, dice Quaranta.
Quali sintomi ha la malattia narrata nel libro?
“Perdita della memoria a breve termine, alterazione dei colori, convinzioni deliranti come il pensiero di essere immortale. Quando viene ricoverato in una struttura psichiatrica, Deltito dice che si tratta della sindrome di Ræbenson”.
Esiste veramente?
“Non esiste, ma è possibile. Nessuno gli crede perché non è certificata. Alla base di questo libro c’è la critica alla diagnosi psichiatrica, viene messa in discussione”.
In quale casistica può rientrare questo libro?
“Ho cercato di combattere la forma convenzionale del romanzo coi dialoghi che portano avanti la storia, quindi portarlo nel territorio scientifico insieme a elementi saggistici e documentari. Direi quindi una prosa narrativa di andamento discorsivo e filosofico”.
Narrativa e cura si assomigliano?
“C’è chi dice che la narrativa è un fatto non tanto verbale quanto cosmologico, cioè se tu hai dentro di te un mondo pronto per essere partorito, poi le parole per descrivere questo mondo ti arrivano. È un po’ come la cura, quando io ho di fronte un paziente e non gli so fare una diagnosi, non arriverà mai la terapia. La terapia arriva quando ho compreso chi ho davanti e la stessa cosa è la narrativa”.
Che cosa è la depressione?
“La depressione è una sorta di fermata in cui scendi in un deserto privo di stimoli e ti aggrappi a qualcosa di familiare con tutto te stesso”.
Perché la condanna all’immortalità?
“È uno dei sintomi della sindrome di Ræbenson, ma riguarda tutti i pazienti psichiatrici, il depresso, lo psicotico, temono il tempo della malattia perché lo vivono come se fosse infinito. Il paziente psichiatrico vede il mondo in un modo alterato, convinto che quella crepa che non ha riparato nel muro farà crollare la casa”.
Nella foto Alessandra Fineschi, Lilith e Giuseppe Quaranta
Quaranta è uno psichiatra e la storia è appunto narrata in prima persona da uno psichiatra, testimone del crollo nervoso di un collega di studi e amico, Deltito, il quale comincia a parlare di uno strano gruppo di persone, i ræbensonologi, che studiano chi è affetto da questa malattia sconosciuta.
Nel libro viene toccato il tema della psichiatria, della necessità di sistematizzare le malattie. “Considerato il mio lavoro, ho pensato che i miei primi protagonisti narrativi sarebbero stati dei disturbati mentali”, dice Quaranta.
Quali sintomi ha la malattia narrata nel libro?
“Perdita della memoria a breve termine, alterazione dei colori, convinzioni deliranti come il pensiero di essere immortale. Quando viene ricoverato in una struttura psichiatrica, Deltito dice che si tratta della sindrome di Ræbenson”.
Esiste veramente?
“Non esiste, ma è possibile. Nessuno gli crede perché non è certificata. Alla base di questo libro c’è la critica alla diagnosi psichiatrica, viene messa in discussione”.
In quale casistica può rientrare questo libro?
“Ho cercato di combattere la forma convenzionale del romanzo coi dialoghi che portano avanti la storia, quindi portarlo nel territorio scientifico insieme a elementi saggistici e documentari. Direi quindi una prosa narrativa di andamento discorsivo e filosofico”.
Narrativa e cura si assomigliano?
“C’è chi dice che la narrativa è un fatto non tanto verbale quanto cosmologico, cioè se tu hai dentro di te un mondo pronto per essere partorito, poi le parole per descrivere questo mondo ti arrivano. È un po’ come la cura, quando io ho di fronte un paziente e non gli so fare una diagnosi, non arriverà mai la terapia. La terapia arriva quando ho compreso chi ho davanti e la stessa cosa è la narrativa”.
Che cosa è la depressione?
“La depressione è una sorta di fermata in cui scendi in un deserto privo di stimoli e ti aggrappi a qualcosa di familiare con tutto te stesso”.
Perché la condanna all’immortalità?
“È uno dei sintomi della sindrome di Ræbenson, ma riguarda tutti i pazienti psichiatrici, il depresso, lo psicotico, temono il tempo della malattia perché lo vivono come se fosse infinito. Il paziente psichiatrico vede il mondo in un modo alterato, convinto che quella crepa che non ha riparato nel muro farà crollare la casa”.
Nella foto Alessandra Fineschi, Lilith e Giuseppe Quaranta
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